Vorrei ora riprendere il discorso sul karma che ho tenuto qui negli ultimi tempi. Vi ho mostrato come, attraverso la storia, gli impulsi animici degli esseri umani si trasmettono da una vita terrena all’altra, in modo che da un’epoca precedente all’epoca successiva viene trasmesso ciò che gli esseri umani stessi portano con sé. Un pensiero del genere non deve solo avvicinarci teoricamente, un pensiero del genere deve afferrare la nostra vita sensoriale, tutta la nostra anima, il nostro cuore. Dobbiamo sentire come noi, che in fondo siamo così come siamo qui, siamo esistiti molte volte entro l’esistenza terrena; ogni volta che eravamo presenti, abbiamo accolto nella nostra anima ciò che era presente nell’ambito della civiltà, l’abbiamo collegato alla nostra anima e l’abbiamo sempre trasferito nella successiva incarnazione, dopo averlo elaborato dal punto di vista spirituale tra la morte e una nuova nascita, così che, quando guardiamo indietro, ci sentiamo davvero parte integrante dell’umanità nel suo insieme. E affinché potessimo sentire questo, affinché potessimo in un certo senso passare nelle prossime conferenze a ciò che, vorrei dire, ci riguarda intimamente e ci avvicina al nesso karmico, affinché ciò potesse avvenire, dovevano essere presentati esempi concreti. Ho cercato di mostrare con tali esempi concreti come ciò che una qualsiasi personalità ha vissuto nei tempi antichi abbia continuato ad agire fino al presente, perché era proprio all’interno del karma.
Ho fatto riferimento, ad esempio, a Harun al Raschid, sottolineando come Harun al Raschid, questo curioso successore di Maometto nell’VIII e IX secolo dopo Cristo, fosse al centro di una meravigliosa vita culturale, una vita culturale che superava di gran lunga tutto ciò che esisteva contemporaneamente in Europa. Quella che era in Europa all’epoca era in realtà una civiltà primitiva. Mentre in Europa regnava Carlo Magno, alla corte di Harun al Raschid, in Oriente, confluiva tutto ciò che della civiltà asiatica, fecondata dall’Europa, poteva confluire: il fiorire di ciò che la civiltà greca e le antiche civiltà orientali avevano prodotto in tutti i campi della vita. L’architettura, l’astronomia come venivano praticate allora, la filosofia, la mistica, le arti, la geografia, la poesia fiorivano alla corte di Harun al Raschid. Harun al Raschid riunì attorno a sé i migliori tra coloro che all’epoca contavano qualcosa in Asia; si trattava in gran parte di persone che avevano ricevuto la loro formazione all’interno delle scuole per iniziati, delle scuole di iniziazione. Harun al Raschid aveva nel suo entourage una personalità – vorrei citare solo questa personalità – che in quel tempo, siamo già nel Medioevo anche per l’Oriente, era in grado di accogliere in modo più intellettuale il meraviglioso patrimonio spirituale che dai tempi antichi era stato trasmesso a quelli allora più recenti. Alla corte di Harun al Raschid viveva una personalità che in tempi molto più antichi aveva lei stessa attraversato l’iniziazione.
Avete sentito da me come è possibile che, quando una qualsiasi personalità che in un’epoca è considerata un iniziato ritorna, poiché deve usare il corpo che le è disponibile e le condizioni educative che le sono disponibili, una tale personalità iniziata non appaia come un iniziato, nonostante porti nell’anima tutte le cose che ha visto durante la sua vita iniziatica. Così abbiamo visto in Garibaldi come egli abbia estrinsecato ciò che era stato un tempo come iniziato irlandese, come visionario della volontà, dedito ai rapporti del suo presente immediato; ma in lui è riconoscibile come, inserendosi nei rapporti del suo ambiente, porti comunque in sé impulsi diversi da quelli che un uomo comune avrebbe potuto accogliere dall’educazione e dall’ambiente. In Garibaldi agiva proprio l’impulso che gli era venuto dall’iniziazione irlandese; era solo nascosto e, probabilmente, se Garibaldi avesse vissuto qualsiasi particolare colpo del destino o qualcos’altro che fosse uscito da ciò che si poteva vivere in quel tempo, allora improvvisamente dal suo interno sarebbe sgorgato tutto ciò che portava in sé dal suo periodo di iniziazione irlandese sotto forma di immaginazioni.
E così è sempre stato fino ad oggi. Si può essere iniziati in una determinata epoca e, poiché in un’epoca successiva si deve utilizzare un corpo che non accoglie ciò che l’anima racchiude in sé, l’interessato non appare in quell’epoca come un iniziato, ma l’impulso dell’iniziazione vive nelle sue azioni o in qualche altro rapporto. Così accadde che una personalità che un tempo era un iniziato superiore visse alla corte di Harun al Raschid; questa personalità, nonostante non potesse trasmettere in modo esteriormente manifesto il contenuto dell’iniziazione al tempo successivo, al tempo di Harun al Raschid, era tuttavia una delle personalità più brillanti all’interno della civiltà orientale nell’VIII e IX secolo. Era, per così dire, l’organizzatore di tutto ciò che era presente in campo scientifico e artistico alla corte di Harun al Raschid.
Abbiamo già discusso il percorso che l’individualità di Harun al Raschid ha compiuto attraverso i secoli. Quando attraversò la porta della morte, rimase in lui il desiderio di avvicinarsi maggiormente all’Occidente, di portare con la propria anima in Occidente ciò che si stava diffondendo in Occidente sotto forma di arabismo. Poi Harun al Raschid, che guardava all’insieme delle singole branche della conoscenza e dell’arte orientali, ha trovato la sua reincarnazione nel famoso Bacone, l’organizzatore e riformatore della nuova vita spirituale filosofica e scientifica. Vediamo ciò che Harun al Raschid ha visto intorno a sé, ma tradotto in Occidente, riapparire in Bacone. E ora, miei cari amici, prendete questa strada, quella che Bagdad, dalla patria asiatica, che Harun al Raschid ha preso per l’Inghilterra. Dall’Inghilterra, poi, si è diffuso in modo più forte e intenso di quanto si pensi comunemente ciò che Bacone ha pensato in relazione all’organizzazione delle scienze in Europa (vedi disegno, in rosso).
È piuttosto difficile dare oggi un seguito a quanto è stato detto nelle ultime conferenze antroposofiche qui tenute, poiché sono presenti molti amici che non hanno seguito le considerazioni precedenti. D’altra parte, però, non è possibile, proprio oggi, quando molte cose devono essere integrate alle conferenze precedenti, iniziare con qualcosa di nuovo, cosicché gli amici appena arrivati dovranno accettare che alcune considerazioni, che si ricollegano interiormente, non esteriormente, a quanto detto in precedenza, possano forse causare difficoltà di comprensione. Il ciclo completo di conferenze dovrebbe tenersi proprio a Pasqua, e allora sarà comprensibile di per sé; oggi però devo continuare ciò che è stato detto in precedenza. Non era affatto prevedibile che oggi sarebbero venuti così tanti amici, cosa che d’altra parte è molto soddisfacente.
Nelle nostre ultime considerazioni qui si trattava infatti della discussione di nessi karmici concreti, che sono sempre stati stabiliti non per dire qualcosa di sensazionale in relazione alle vite terrene successive, ma per giungere gradualmente a una comprensione reale e concreta dei nessi del destino nella vita umana. Ho descritto vite terrene successive semplicemente così come possono essere osservate inizialmente in personaggi storici, per suscitare un’idea, cosa non particolarmente facile, di come una vita terrena influisca sull’altra. Bisogna sempre tenere presente che dal Convegno di Natale a Dornach è entrata una nuova corrente nel movimento antroposofico, e vorrei dire solo qualche parola introduttiva su questa corrente.
Come sapete, miei cari amici, dopo il 1918 ci furono vari tentativi all’interno della Società Antroposofica. Questi sforzi avevano un’origine ben precisa. Quando nel 1913 fu fondata la Società Antroposofica, si trattava di porre davvero, partendo da un impulso occulto, la domanda se questa Società Antroposofica avrebbe continuato a svilupparsi grazie alla forza che aveva acquisito fino ad allora nei suoi membri. Questo poteva essere verificato solo se io stesso, che fino ad allora avevo ricoperto la carica di segretario generale della Sezione tedesca, che era il movimento teosofico all’interno della Società Teosofica, non avessi continuato a dirigere la Società Antroposofica, ma avessi invece osservato come questa si sarebbe sviluppata con le proprie forze.
Vedete, miei cari amici, sarebbe stato diverso se allora, proprio come al Convegno di Natale, avessi detto che volevo assumere personalmente la direzione della Società Antroposofica, perché naturalmente la Società Antroposofica deve essere qualcosa di completamente diverso se è guidata da me o se è guidata da qualcun altro. Per certi motivi la Società Antroposofica avrebbe potuto essere guidata molto meglio senza che io ne avessi, per così dire, la direzione amministrativa. Se i cuori avessero parlato, sarebbero potute accadere molte cose che poi non sono avvenute nella realtà, che non sono state fatte, anzi che sono state fatte dall’esterno, con l’opposizione degli antroposofi.
E così è successo che, durante la guerra, quando non c’era naturalmente molta possibilità di dispiegare le forze in tutte le direzioni, dopo il 1918, mi verrebbe quasi da dire, la situazione che si era creata è stata sfruttata da tutte le parti per fare questo o quello. Se allora avessi detto che ciò non doveva accadere, oggi si direbbe naturalmente che, se lo si fosse lasciato fare, oggi avremmo imprese fiorenti in tutti i campi. Per questo motivo è sempre stata consuetudine, direi, che i capi di un movimento occulto, quelli che volevano fare qualcosa, lasciassero provare come andavano le cose, affinché i fatti potessero suscitare convinzioni; questo è l’unico modo possibile per suscitare convinzioni, e questo doveva avvenire anche in questo caso.
E tutto ciò ha portato, proprio a partire dal 1918, alla crescita dell’opposizione così come è oggi. Nel 1918 non avevamo ancora questa opposizione; avevamo naturalmente singoli avversari, ma non ci si curava di loro e non era necessario farlo. In realtà gli avversari sono cresciuti a dismisura solo dal 1918, e questo ha suscitato quella situazione attuale sotto il cui influsso mi è impossibile, per esempio, tenere conferenze pubbliche entro il territorio della Germania. Tutto questo non dovrebbe essere nascosto, proprio in questo momento in cui il movimento antroposofico è così vivo; bisogna guardarlo con tutta chiarezza, perché non si va avanti se si lavora con ambiguità.
Ora però sono state fatte anche diverse esperienze. Pensate solo a tutti gli esperimenti che sono stati fatti per essere sempre, diciamo, «scientifici», comprensibilmente a causa del carattere delle persone. Perché non dovrebbero voler essere scientifici gli scienziati che fanno parte della nostra società? Ma questo infastidisce proprio gli oppositori. Perché quando si dice loro che questo o quello può essere dimostrato scientificamente, allora essi avanzano le loro aspirazioni, che definiscono scientifiche, e naturalmente si arrabbiano. Bisogna essere molto chiari su questo punto. Nulla ha infastidito di più gli avversari del fatto che si volesse parlare degli stessi argomenti di cui parlano loro, nello stesso modo, solo, come si diceva sempre, con un po’ di «infusione» di antroposofia. Questa infusione è proprio ciò che ha richiamato schiere così numerose di avversari. E se ci si abbandona all’illusione che, per esempio, si possano in qualche modo conquistare all’antroposofia persone di diverse comunità religiose dicendo le stesse cose o qualcosa di simile a ciò che dicono loro, solo lasciando di nuovo «infiltrare» l’antroposofia, se ci si abbandona a questa illusione, allora si pecca gravemente contro le condizioni di vita dell’antroposofia.
Ebbene, in tutto ciò che è accaduto nel campo antroposofico, dal Convegno di Natale deve entrare una corrente completamente nuova. Coloro che hanno notato il modo in cui l’antroposofia viene ora rappresentata qui, come è stata rappresentata a Praga, come è stata ora rappresentata a Stoccarda, avranno visto che ora ci sono impulsi che suscitano qualcosa di completamente nuovo anche nei confronti degli avversari. Perché se si vuole essere scientifici nel senso comune del termine, come purtroppo molti hanno voluto essere, allora si pone come presupposto, per così dire, che si possa discutere con gli avversari. Ma se prendete le conferenze che sono state tenute qui, le conferenze che sono state tenute a Praga, la conferenza che è stata tenuta a Stoccarda, potete davvero credere anche solo per un momento che si tratti di discutere con gli avversari? Naturalmente non si può discutere con gli avversari quando si parla di queste cose, perché come si può discutere con qualcuno della civiltà odierna che l’anima di Muawija è riapparsa nell’anima di Woodrow Wilson?
Così ora in tutto il movimento antroposofico vive una tendenza che non può che portare a una cosa sola: che finalmente si faccia sul serio con questo non discutere con gli avversari. Quando si tratta di argomenti, non si arriva comunque a nulla, e finalmente si capirà che nei confronti degli avversari si possono solo respingere le calunnie, le menzogne e le falsità. Non ci si deve illudere di poter discutere di queste cose; esse devono diffondersi con il loro stesso potere e la loro stessa forza, non possono essere risolte con la dialettica. Questo è ciò che forse ora, grazie all’atteggiamento del movimento antroposofico dopo Natale, viene compreso sempre di più anche dai nostri membri, ed è per questo che il movimento antroposofico è ora strutturato in modo tale da non tenere conto di nulla se non di ciò che il mondo spirituale vuole da esso.
Vedete, ho fatto diverse considerazioni sul karma da questo punto di vista, e coloro che erano presenti qui o che erano presenti alla mia ultima conferenza a Stoccarda ricorderanno che ho cercato di mostrare come quelle individualità che esistevano nell’VIII e IX secolo dopo Cristo, alla corte di Harun al Raschid in Asia, si siano sviluppate in diverse direzioni dopo la morte e poi abbiano svolto un certo ruolo nelle loro reincarnazioni. Nel periodo che possiamo chiamare l’epoca della Guerra dei Trent’anni, poco prima, da un lato abbiamo l’individualità di Harun al Raschid, reincarnata nell’inglese Bacone, e dall’altro il grande organizzatore alla corte di Harun al Raschid, che viveva lì non come iniziato, ma come reincarnazione di un iniziato, e che ha trovato la sua individualità in Amos Comenius. Questa individualità ha poi esercitato un effetto maggiore nell’Europa centrale. Da queste due correnti è confluito molto nella parte spirituale della civiltà più recente, così che nella vita spirituale della civiltà più recente il Vicino Oriente ha vissuto il periodo post-maomettano, da un lato attraverso Harun al Raschid reincarnato in Bacone, dall’altro attraverso Amos Comenius, suo grande consigliere.
Ora vogliamo sottolineare oggi che l’evoluzione dell’uomo non avviene solo quando egli è qui sulla Terra, ma che essenzialmente l’evoluzione avviene anche quando gli uomini sono tra la morte e una nuova nascita. Così si può dire che sia Bacone sia Amos Comenius, dopo aver consolidato, per così dire, l’arabismo nella civiltà europea da due lati diversi, dopo la loro morte siano entrati nella vita tra la morte e una nuova nascita. Lì sia Bacone sia Amos Comenius sono stati insieme con anime diverse, che sono venute sulla Terra dopo di loro, che sono morte nel XVII secolo e poi hanno continuato a vivere nel mondo spirituale. Così, nel XIX secolo, sono giunte sulla Terra anime che dal XVII al XIX secolo sono state insieme alle anime di Bacone e di Amos Comenius nel mondo spirituale.
Ora vi erano anime che si riunivano preferibilmente attorno all’anima di Bacone, che era il leader, e anime che si riunivano attorno ad Amos Comenius. E anche se questo è detto in modo più figurativo, non dobbiamo dimenticare che, naturalmente in rapporti completamente diversi, anche nel mondo spirituale che gli esseri umani attraversano tra la morte e una nuova nascita esistono, per così dire, una guida e dei seguaci. Tali individualità non agivano soltanto attraverso ciò che avevano realizzato qui sulla Terra, per esempio attraverso gli scritti di Bacone o di Amos Comenius, o attraverso ciò che è sopravvissuto nella tradizione terrena, ma questi spiriti guida agivano anche attraverso il fatto che facevano germogliare qualcosa di molto particolare nel mondo spirituale nelle anime che mandavano giù, o con cui erano insieme e che venivano mandate giù. E così anche negli uomini del XIX secolo vi sono anime che, nella loro evoluzione già nell’esistenza preterrena, sono diventate dipendenti da uno dei due spiriti, dal disincarnato Amos Comenius o dal disincarnato Bacone.
Qui vorrei ora richiamare l’attenzione, come ho detto, poiché voglio addentrarmi sempre più nel modo in cui il karma agisce concretamente, su due personalità del XIX secolo, i cui nomi saranno noti ai più, una delle quali era stata particolarmente influenzata nella vita preterrena da Bacone, l’altra da Amos Comenius. Se guardiamo Bacone, per come si è comportato all’interno della civiltà terrena nella sua vita come Lord Cancelliere in Inghilterra, dobbiamo dire che agiva in modo tale da far percepire come dietro la sua azione vi fosse un iniziato. Tutta la disputa su Bacone e Shakespeare, così come viene condotta esteriormente dagli storici della letteratura, è qualcosa di estremamente sterile, perché vengono presentati ogni sorta di argomenti che dovrebbero dimostrare, per esempio, che in realtà Shakespeare non avrebbe affatto scritto le sue opere teatrali, ma che queste sarebbero state scritte dal filosofo e cancelliere di Stato Bacone, e cose simili.
Tutte queste argomentazioni che operano con mezzi esteriori, che cercano somiglianze nel modo di pensare dei drammi di Shakespeare e delle opere filosofiche di Bacone, sono in realtà sterili, perché non arrivano affatto al nocciolo della questione. La verità è che all’epoca in cui Bacone, Shakespeare, Jakob Böhme e altri ancora erano attivi, vi era un iniziato che in realtà parlava attraverso tutti e quattro; da qui la loro affinità, perché in realtà tutto risale a un’unica fonte. Ma naturalmente le persone che discutono con argomenti esteriori non parlano di un iniziato che stava dietro, poiché questo iniziato viene descritto dalla storia, come molti iniziati moderni, come un patrono piuttosto fastidioso. Tuttavia non era solo questo. Nelle sue azioni esteriori lo era anche, ma non soltanto questo: era anche un’individualità da cui provenivano forze enormi e a cui in realtà risalivano sia le opere filosofiche di Bacone, sia i drammi di Shakespeare, sia le opere di Jakob Böhme e anche quelle del gesuita Jakob Bälde. Se si considera tutto ciò, si deve vedere in Bacone, nel campo filosofico, l’ispiratore di un’enorme e vasta corrente temporale.
Se ora vogliamo immaginare che cosa possa diventare un’anima che per due secoli, nella vita ultraterrena, è stata completamente sotto l’influsso del defunto Bacone, la questione diventa estremamente interessante. Allora dobbiamo guardare al modo in cui Bacone ha vissuto dopo la sua morte. Sarà importante, per le riflessioni sulla storia dell’umanità, considerare gli esseri umani che vivono sulla Terra non solo fino alla loro morte, ma anche nel loro operare oltre la morte, dove, specialmente se hanno compiuto qualcosa di significativo nel campo spirituale, continuano ad agire sulle anime che poi discendono sulla Terra.
Queste cose sono naturalmente talvolta un po’ scioccanti per gli uomini del tempo presente. Ricordo, a questo proposito, come semplice intermezzo, che una volta mi trovavo alla stazione ferroviaria di una piccola città universitaria tedesca, in compagnia di un medico, un medico noto che si occupava intensamente di occultismo. Attorno a noi vi erano molte altre persone. Egli si scaldò e, spinto dal suo entusiasmo, mi disse ad alta voce, in modo che molti dei presenti potessero sentire: «Le regalerò la biografia di Robert Blum, ma inizia soltanto con la sua morte». Poiché era stato detto ad alta voce, si notava già un certo sconcerto tra i passanti. Oggi non si può dire così facilmente alla gente che si regala la biografia di una persona, ma che essa inizia solo con la sua morte.
A parte questa biografia in due volumi di Robert Blum, che non inizia con la nascita ma con la morte, è stato fatto ancora ben poco in questa direzione, cioè nel parlare biograficamente delle persone dopo la loro morte. Di solito si comincia con la nascita e si termina con la morte; non vi sono ancora molte opere che inizino con la morte.
Ora, però, per gli eventi reali, ciò che è estremamente importante è proprio ciò che l’uomo fa dopo la morte, quando trasforma i risultati di ciò che ha fatto sulla Terra in qualcosa di spirituale e lo trasmette alle anime che scendono dopo di lui. Non si può affatto comprendere il periodo successivo a un’epoca se non si guarda anche a questo lato della vita. Per me si trattava di osservare quelle individualità che erano intorno a Bacone dopo la sua morte. Intorno a Bacone c’erano individualità che poi nacquero come naturalisti nel periodo successivo, ma anche individualità che nacquero come storici. E se ora si guarda all’influsso del defunto Bacone su queste anime, si vede come ciò che egli ha fondato sulla Terra, il materialismo, la mera ricerca nel mondo dei sensi — tutto il resto per lui era un idolo — come questo, elevato, tradotto nello spirituale, si trasformi in radicalismo. Così queste anime, nel mondo spirituale, accolgono impulsi che le spingono, dopo essere discese sulla Terra, a dare importanza solo a ciò che è un fatto visibile ai sensi.
Ora vorrei parlare in modo un po’ popolare, ma vi prego di non prendere alla lettera ciò che dico in modo popolare, perché naturalmente sarebbe terribilmente facile dire: questo è grottesco. Tra queste anime vi erano anche quelle che, secondo le loro predisposizioni precedenti, secondo le predisposizioni delle loro vite terrene passate, avrebbero dovuto diventare storici. Uno di loro era — credo già nella vita preterrena — uno dei più importanti. Tutte queste anime, sotto l’influsso degli impulsi di Bacone, hanno detto: non si può più scrivere la storia come hanno fatto i nostri predecessori, ricercando idee, ricercando nessi, ma bisogna ricercare i fatti reali.
Ora vi chiedo: che cosa significa utilizzare i fatti reali nella storia? La cosa più importante nella storia sono le intenzioni degli uomini, che non sono fatti reali. Ma queste anime non si sono più permesse di ricercarle, e meno che mai se lo è permessa quell’anima che è poi riapparsa come uno dei più grandi storici del XIX secolo, Leopold von Ranke, un discepolo preterreno di Bacone, che è riapparso proprio come Leopold von Ranke.
Se si segue la carriera terrena dello storico Leopold von Ranke, qual è il suo principio fondamentale? Il principio fondamentale di Ranke come storico è che nella storia non si deve scrivere nulla che non si legga negli archivi; tutta la storia deve essere ricostruita dagli archivi, dalle trattative dei diplomatici. Ranke, che è un protestante tedesco, ma per il quale questo è del tutto indifferente al suo senso della realtà, lavora con obiettività, cioè scrive la storia dei papi con obiettività archivistica, la migliore storia dei papi che sia mai stata scritta da un punto di vista puramente archivistico. Leggendo Ranke si rimane un po’ irritati, anzi, in fondo, profondamente irritati. Perché è deprimente immaginare questi signori, attivi e vivaci fino a tarda età, seduti negli archivi a ricostruire ciò che erano le trattative diplomatiche. Non è affatto una storia vera; ma è una storia che tiene conto solo dei fatti sensibili, e questi, per la storia, sono appunto gli archivi.
E così, proprio dal punto di vista della considerazione anche della vita extraterrestre, abbiamo la possibilità di comprendere perché Ranke sia diventato ciò che è diventato. Ma se si fanno tali considerazioni, si può anche guardare oltre, ad Amos Comenius, e a come egli ha agito sul volere preterreno delle anime che poi sono discese sulla Terra. E così come Leopold von Ranke è diventato il più importante discepolo postumo di Bacone, Schlosser è diventato il più importante discepolo postumo di Amos Comenius.
Ora, leggendo la storia di Schlosser, osservate tutto il suo stile, tutta la sua tonalità: ovunque parla il moralista, colui che vuole afferrare le anime umane, i cuori umani, colui che vuole parlare ai cuori. Talvolta ciò gli riesce con difficoltà, perché ha un tratto pedante. Egli parla ai cuori in modo pedante, ma parla ai cuori perché è un discepolo preterreno di Amos Comenius, perché ha accolto qualcosa di ciò che era in Amos Comenius, così caratteristico per il suo particolare modo di essere.
Pensate: egli proviene, in ultima analisi, dal maomettanesimo. È qualcosa di completamente diverso dagli spiriti che si sono uniti a Bacone. Ma anche Amos Comenius, nella sua incarnazione, è entrato nel mondo esterno reale. Ovunque esigeva chiarezza nell’insegnamento, ovunque doveva esserci un fondamento figurativo. Esigeva l’intuizione, sottolineava il sensibile, ma in modo diverso. Amos Comenius è anche uno di coloro che, nell’epoca della Guerra dei Trent’anni, aderivano in modo molto vivace, per esempio, all’attesa del cosiddetto «Regno Millenario». È colui che nella sua Pansophia ha scritto grandi idee di portata mondiale, che intendevano influenzare con forza l’educazione degli uomini. Tutto questo ha continuato ad agire in Schlosser; è presente in Schlosser.
Ho citato queste due figure, Ranke e Schlosser, per mostrarvi come si possa comprendere ciò che nell’uomo si manifesta come produzione spirituale solo se si tiene conto anche della vita extraterrestre. Solo allora si comprende ciò che abbiamo compreso in molte cose considerando le ripetute vite terrene. Nelle considerazioni che ho esposto qui davanti a voi nelle ore precedenti è diventato evidente come in modo misterioso qualcosa si trasmetta da un’incarnazione all’altra. Io menziono questi esempi, come ho già detto, per poter poi approfondire il modo in cui qualcuno può pensare al proprio karma. Prima di entrare nel modo in cui il bene e il male agiscono da un’incarnazione all’altra, e nel modo in cui agiscono le malattie e fenomeni simili, è necessario acquisire una visione di come agisca ciò che poi emerge nella vita spirituale della civiltà.
Devo confessare, miei cari amici, che una delle personalità più interessanti, per quanto riguarda il proprio karma nella vita spirituale recente, è stata per me Conrad Ferdinand Meyer. Chi osserva Conrad Ferdinand Meyer nella sua figura, nel modo in cui ha vissuto come poeta, vede che le più belle realizzazioni di Conrad Ferdinand Meyer si fondano sul fatto che nella sua costituzione umana complessiva vi era sempre qualcosa come un desiderio di fuga dell’Io e del corpo astrale dal corpo fisico e dal corpo eterico. In Conrad Ferdinand Meyer si manifestano stati morbosi che giungono fino al limite della demenza. Sono stati che, in una forma solo un po’ più estrema, realizzano ciò che in lui è sempre presente nella sua origine, nello status nascendi: l’animico-spirituale vuole uscire e trattiene il fisico-eterico solo con un legame sottile.
In questi stati, nei quali l’animico-spirituale trattiene con un sottile filo il fisico-eterico, nascono in Conrad Ferdinand Meyer le sue opere più belle, sia tra le opere maggiori sia tra le poesie minori. Si può dire che le più belle poesie di Conrad Ferdinand Meyer siano state create quasi al di fuori del corpo. In lui era presente una struttura del tutto particolare nel rapporto tra i quattro membri della natura umana. Vi è una reale differenza tra una personalità di questo tipo e l’uomo medio del presente. Nell’uomo medio dell’epoca materialistica si ha di solito a che fare con un legame molto robusto tra l’animico-spirituale e il fisico-eterico; l’animico-spirituale è profondamente radicato nel fisico-eterico, vi si insedia completamente. In Conrad Ferdinand Meyer questo non era presente. Vi era un rapporto delicato tra lo spirituale-animico e il fisico-eterico. Descrivere la psiche di quest’uomo è davvero una delle cose più interessanti che si possano fare in relazione allo sviluppo spirituale recente. È estremamente interessante osservare come alcune cose che emergono in Conrad Ferdinand Meyer appaiano quasi come un ricordo offuscato, che però diventa bello proprio grazie a questa offuscatura. Si ha sempre la sensazione che, quando Conrad Ferdinand Meyer scrive, egli ricordi qualcosa, ma non in modo preciso; lo modifica, ma lo modifica in modo bello e perfetto. Questo si può osservare in modo meraviglioso anche in alcuni dei suoi poemi, uno per uno, in modo meraviglioso.
Ora, la caratteristica del karma interiore di un essere umano è proprio l’esistenza di un rapporto ben preciso tra i quattro elementi della natura umana: il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io. Bisogna quindi risalire a questa strana connessione intima. Si ritorna così all’epoca della Guerra dei Trent’anni. Questo mi è stato chiaro fin dall’inizio riguardo a questa personalità: vi è qualcosa di una vita terrena precedente, risalente al periodo della Guerra dei Trent’anni; poi vi è un’altra vita terrena ancora più precedente, che risale al periodo precarolingio e chiaramente alla storia italiana. Seguendo il karma di Conrad Ferdinand Meyer, si trasmette, direi, il carattere peculiare e sfuggente della sua essenza, che però si manifesta in una forma così perfetta che, nell’analisi, si ha la sensazione di entrare in uno stato di confusione. In realtà non si fa altro che descrivere queste cose così come si presentano.
Quando si torna indietro nel tempo, al VII–VIII secolo in Italia, si ha la sensazione di entrare in qualcosa di straordinariamente incerto. Si viene continuamente respinti e solo poco a poco ci si rende conto che ciò non dipende da noi, ma dalla cosa stessa: nell’anima, nell’individualità di Conrad Ferdinand Meyer, vi è qualcosa che ci confonde quando lo studiamo. Infatti, quando si indaga una cosa di questo genere, bisogna sempre tornare all’incarnazione attuale, rispettivamente a quella precedente più recente, poi a quella ancora più lontana; quindi occorre, direi, riprendere piede e tornare indietro.
Ed è emerso quanto segue. Dovete pensare che tutto ciò che è stato vissuto da un’anima umana nelle incarnazioni precedenti viene alla luce nelle forme più diverse, in somiglianze che talvolta non sono afferrabili dall’osservazione esteriore. Lo avrete già visto in altre reincarnazioni che ho sviluppato qui in queste settimane. Così si giunge a un’incarnazione in Italia nei primi secoli cristiani, cioè all’inizio della seconda metà del primo millennio cristiano, nella quale l’anima che dobbiamo dapprima considerare visse molto a Ravenna, molto alla corte romana. Ma qui si entra in una confusione, perché ci si deve chiedere: che cosa viveva in quell’anima? Nel momento in cui si pone questa domanda, per così dire per mettere alla prova la ricerca occulta, ciò si cancella di nuovo. Si giunge alle esperienze che quest’anima visse alla corte di Ravenna, alla corte di Roma; ci si immerge in queste esperienze, si crede di viverle, ma poi esse svaniscono di nuovo. Allora si viene ricondotti al Conrad Ferdinand Meyer vissuto in tempi più recenti, finché non si giunge alla conclusione che, in questa sua vita successiva, egli cancella il contenuto animico della sua vita precedente.
In realtà solo dopo lunghi sforzi si comprende come stiano le cose. Si arriva a questo: Conrad Ferdinand Meyer, cioè l’individualità che viveva in lui, visse allora in Italia in un certo rapporto con un papa che inviò questa individualità, insieme ad altre, in una missione cristiana cattolica in Inghilterra. Così questa individualità, che poi divenne Conrad Ferdinand Meyer, aveva dapprima accolto tutto quel meraviglioso senso della forma che proprio in quel tempo si poteva accogliere in Italia, di cui parlano in particolare le arti musive italiane e la pittura italiana antica, in gran parte andata perduta, e poi si recò presso gli anglosassoni con una missione cattolica cristiana. Un suo compagno fondò la diocesi di Canterbury, e ciò che avvenne a Canterbury si ricollegò essenzialmente a questa fondazione. L’individualità che poi apparve come Conrad Ferdinand Meyer era soltanto presente, ma era molto vivace e suscitò il malcontento di un capo anglosassone, venendo assassinata su istigazione di questo capo. Questo è ciò che dapprima si trova.
Ma nell’anima di Conrad Ferdinand Meyer, mentre soggiornava in Inghilterra, vi era qualcosa che non le permetteva di essere felice della sua vita. Quest’anima affondava le sue radici, per così dire, nell’arte italiana dell’epoca, nella vita spirituale italiana. Non era felice nell’esercizio della sua attività missionaria in Inghilterra, ma vi si dedicò tuttavia con tale intensità che l’assassinio fu proprio la reazione a questo operare. Questo non essere felice, questo essere in realtà respinto da qualcosa che tuttavia egli svolgeva con tutta la forza e la dedizione di un altro impulso del cuore, agì in modo tale che, nel passaggio attraverso la vita terrena successiva, si verificò un offuscamento cosmico della memoria. L’impulso rimase, ma non coincideva più con alcun concetto.
Così si giunse al punto che, nell’incarnazione di Conrad Ferdinand Meyer, si fece valere un impulso indefinito: lavoravo in Inghilterra; vi è qualcosa che ha a che fare con Canterbury; sono stato assassinato a causa del mio nesso con Canterbury. Su questo agisce ora la vita esteriore dell’incarnazione di Conrad Ferdinand Meyer. Egli studia la storia inglese, studia Canterbury, studia ciò che è connesso alla storia inglese e a Canterbury. Si imbatte in Thomas Becket, cancelliere del re Enrico II nel XII secolo, e nel destino singolare di Thomas Becket, che dapprima fu cancelliere onnipotente di Enrico II e poi venne assassinato su istigazione di Enrico II. In questo Thomas Becket apparve allora a Conrad Ferdinand Meyer, nella sua vita terrena, il proprio destino semidimenticato, intendo dire nell’inconscio, mezzo dimenticato, poiché qui si parla naturalmente dell’inconscio che comprende le vite terrene successive. Ed egli descrive il proprio destino di tempi antichissimi, descrivendolo nella storia che si svolse nel XII secolo tra il re Enrico II e Thomas Becket di Canterbury, e rappresentando questo destino nella sua opera poetica Der Heilige (Il santo).
È proprio così, solo che tutto questo si svolge nell’inconscio che abbraccia le vite terrene successive. È come se un uomo, in una vita terrena, nella prima giovinezza, avesse vissuto qualcosa in nesso con un determinato luogo, magari nel secondo o terzo anno di vita, qualcosa che poi ha dimenticato e che non riaffiora. In seguito emerge un altro destino simile; viene menzionato il luogo, e questo luogo suscita nella persona interessata una particolare simpatia per quest’altro destino, portandola a percepirlo in modo diverso rispetto a chi non ha alcuna associazione interiore con quel luogo. Così come ciò può svolgersi entro una singola vita terrena, così si svolge nel caso concreto che vi ho esposto: l’opera a Canterbury, l’assassinio di una personalità legata a Canterbury, poiché Thomas Becket è arcivescovo di Canterbury, per mano del re d’Inghilterra. Attraverso l’intreccio di questi motivi, egli descrive il proprio destino in ciò che rappresenta.
Ma ora la storia continua con Conrad Ferdinand Meyer, ed è proprio questo l’aspetto interessante: egli rinasce nell’epoca della Guerra dei Trent’anni, rinasce donna, una donna vivace e di grande interesse intellettuale, nata nel periodo della Guerra dei Trent’anni, che vive molte avventure. Questa donna sposa un uomo che inizialmente ha partecipato a tutti i tumulti della Guerra dei Trent’anni, ma che poi se ne è stancato e si è trasferito in Svizzera, nei Grigioni, dove vive come un signore piuttosto filisteo. Ma sua moglie accoglie tutto ciò che si svolge all’interno del territorio grigionese sotto l’influsso dei rapporti della Guerra dei Trent’anni. È come se tutto questo fosse ricoperto da uno strato, perché ciò che è contenuto in questa individualità, direi, si dimentica facilmente in modo cosmico, ma viene poi riportato alla luce dal cambiamento e diventa più glorioso, più intenso. E da ciò che questa donna ha vissuto nella sua visione nasce la meravigliosa caratteristica di Jürg Jenatsch, l’uomo dei Grigioni.
Così, quando si guarda Conrad Ferdinand Meyer nella sua incarnazione come Conrad Ferdinand Meyer, non si ha alcuna spiegazione per la sua peculiarità se non si entra nel suo karma. Devo dire in realtà – cum grano salis, naturalmente, perché la parola non è del tutto appropriata – che invidio le persone che credono di comprendere Conrad Ferdinand Meyer con tanta leggerezza. Quando non conoscevo ancora la sua incarnazione precedente, comprendevo soltanto che in realtà non lo comprendevo. Questa meravigliosa coesione della forma, questa gioia interiore per la forma, questa purezza della forma, questa forza, questa violenza che vive in Jürg Jenatsch, questa incredibile vivacità personale che vive nel Santo, non possono essere comprese senza ulteriori approfondimenti; bisogna essere piuttosto superficiali per credere di poterle capire senza indugi.
Ma quando ci si accorge che nelle belle forme, che hanno al tempo stesso qualcosa di lineare e di severo, che sono dipinte e insieme non dipinte, vivono i mosaici di Ravenna; che nel Santo vive una storia che un tempo è stata vissuta dall’individualità stessa, ma sulla quale si è steso un velo di malinconia, così che ne è emersa un’altra; e quando si sa che l’animo femminile ha accolto ciò che vive nella poesia grigionese di Jürg Jenatsch, e che in molti tratti spigolosi di questa poesia grigionese rivive il veterano della Guerra dei Trent’anni, un uomo piuttosto filisteo ma pur sempre un veterano; quando si sa che nell’anima rivive in una forma particolare ciò che proviene dalle esperienze terrene precedenti, allora si comincia davvero a comprendere. E allora ci si dice che, nei tempi antichi dello sviluppo dell’umanità, gli uomini parlavano senza remore del modo in cui gli spiriti sovrasensibili scendevano sulla Terra e di come gli uomini sulla Terra si elevavano per continuare ad agire dal mondo spirituale, e che questo deve tornare, altrimenti l’uomo rimane nel suo materialismo da lombrico.
Infatti, ciò che oggi viene chiamato concezione del mondo scientifica è in realtà una concezione del mondo da lombrico. Gli uomini vivono sulla Terra come se solo la Terra li riguardasse, come se l’intero cosmo non agisse sul terrestre e non vivesse nell’uomo, e come se i tempi passati non continuassero a vivere attraverso ciò che noi stessi abbiamo accolto in essi e trasferito nei tempi successivi. Comprendere il karma non significa poter parlare in modo concettuale delle successive incarnazioni terrene; comprendere il karma significa sentire nel proprio cuore ciò che si può sentire quando si vede fluire nelle anime umane delle epoche successive ciò che era presente nelle epoche precedenti. Quando si vede come agisce il karma, la vita umana assume un contenuto completamente diverso; ci si sente completamente diversi all’interno della vita umana.
Uno spirito come quello di Conrad Ferdinand Meyer appare e sente le vite terrene precedenti come una tonica nel proprio essere, come armonici inferiori che risuonano. Si comprende ciò che è presente solo quando si sviluppa una comprensione di questi armonici inferiori. E il progresso dell’umanità nella vita spirituale si baserà sul fatto che la vita potrà essere considerata in questo modo, che si potrà davvero entrare in contatto con ciò che, attraverso gli esseri umani stessi, passa dalle epoche precedenti dello sviluppo del mondo alle epoche successive. La peculiarità di alcune anime, che gli psicoanalisti cercano di spiegare in modo superficiale con le cosiddette «province nascoste dell’anima», perché a ciò che è nascosto si può attribuire qualunque cosa, verrà meno e si cercheranno le cause reali. Infatti l’operare degli psicoanalisti, che in un certo senso talvolta fanno anche qualcosa di buono, ricorda talora qualcuno che dica: nel 1749 a Francoforte nacque un figlio tardivo e dotato di talento; ancora oggi è possibile stabilire il luogo in cui nacque quest’uomo che poi divenne Wolfgang Goethe; basta scavare nel terreno per trovare le esalazioni che hanno dato origine alle sue predisposizioni. Così appaiono talvolta gli psicoanalisti: scavano nel terreno dell’anima, in «province nascoste» che essi stessi individuano solo ipoteticamente, mentre in realtà bisognerebbe cercare nelle vite terrene precedenti e nelle vite che si svolgono tra la morte e una nuova nascita. Solo allora si apre la comprensione delle anime umane, che sono davvero troppo ricche perché se ne possa conoscere il contenuto attraverso una sola vita terrena.
Vorrei aggiungere alcune cose a quanto detto in questi giorni per gli amici che sono venuti qui in occasione del corso pasquale e che non hanno sentito alcune delle cose esposte qui negli ultimi tempi, aggiungendo qualcosa sui nessi karmici. Per gli amici che erano presenti nelle ore precedenti al corso pasquale, alcune cose saranno forse una ripetizione; ma ciò è necessario, data la natura del nostro attuale evento.
Negli ultimi tempi ho sottolineato in modo particolare come la vita storica dell’umanità debba essere ricondotta alla contemplazione dell’uomo stesso. Tutto il nostro sforzo è diretto a riportare l’uomo al centro della contemplazione del mondo. In questo modo si ottiene un duplice risultato: in primo luogo, solo così diventa possibile una vera contemplazione del mondo, perché ciò che si estende intorno all’uomo nella natura extra-umana rappresenta solo una parte, un certo settore del mondo.
Una visione del mondo che si limiti a questo ambito della natura è simile a una visione delle piante che si arresta sempre all’osservazione delle radici, delle foglie verdi e degli steli, senza mai giungere a vedere i fiori e i frutti. Una tale visione semplicemente non fornisce l’immagine completa della pianta. Potreste immaginare un essere che nasce sempre e solo una volta e vive in un momento in cui la pianta cresce soltanto fino alle foglie verdi, che non vede mai un fiore, che muore nel momento in cui dovrebbe sbocciare il fiore e rinasce solo quando vi sono di nuovo soltanto radici e foglie verdi? Un essere del genere non conoscerebbe mai la pianta nella sua interezza e parlerebbe della pianta come di un essere che ha solo radici e foglie.
In una situazione simile, rispetto alla visione del mondo, si è posta la mentalità materialistica moderna. Essa considera solo il substrato più ampio della vita, non ciò che emerge dalla totalità del divenire e dell’essere terrestre: l’uomo stesso. La nostra osservazione della natura deve essere tale che la natura venga considerata nella sua vastità, ma che ci appaia immediatamente come se dovesse generare l’uomo da sé. In questo modo l’uomo appare davvero come un microcosmo, come una concentrazione di tutto ciò che si trova nella vastità del cosmo.
Non appena si applica questo tipo di osservazione alla storia, non si è più in grado di considerare l’uomo semplicemente concentrando le forze della storia sull’uomo e vedendo in lui un essere unitario, ma si deve considerare l’uomo mentre attraversa diverse vite terrene, poiché egli è collegato con una vita terrena in un tempo più antico e con un’altra vita terrena in un tempo più recente. E il fatto che sia così pone nuovamente l’uomo — ma ora la totalità dell’uomo, l’individualità dell’uomo — al centro della contemplazione. Questo è ciò che si ottiene con una tale visione della natura e della storia.
L’altra conseguenza è che, proprio quando si pone l’uomo al centro delle considerazioni, si ottiene eticamente che nel carattere umano si instauri una certa modestia. L’immodestia deriva in realtà solo dalla mancanza di conoscenza dell’uomo. Da una conoscenza profonda e completa dell’uomo, nel suo nesso con gli eventi del mondo e della storia, non conseguirà certamente che l’uomo si sopravvaluti, ma piuttosto che si consideri in modo più obiettivo.
Proprio quando l’uomo non conosce se stesso, germogliano in lui quei sentimenti che provengono dall’ignoto della sua stessa essenza. Da ciò emergono moti emotivi istintivi, e questi moti emotivi istintivi, radicati nell’inconscio, rendono l’uomo effettivamente presuntuoso, arrogante e così via. Al contrario, quando la coscienza discende sempre più in quelle regioni in cui l’uomo riconosce se stesso come appartenente alle vastità dell’universo e alla vita degli eventi storici che si succedono, nell’uomo si svilupperà, secondo una legge interiore, la modestia.
Infatti, l’adattamento all’esistenza nel mondo suscita sempre modestia, non arroganza. Tutto ciò che può essere considerato reale e vero nell’antroposofia ha anche un suo lato etico, produce impulsi etici. L’antroposofia non darà origine a una concezione della vita come quella dell’epoca materialistica recente, che considera l’etica e la morale come qualcosa di esteriore; per essa, invece, l’etica e la morale saranno qualcosa che viene spinto interiormente da tutto ciò che si considera.
Vorrei ora mostrare come, in certi esseri umani, le epoche precedenti vengano trasmesse dall’uomo stesso alle epoche successive. Vorrei illustrarlo con alcuni esempi anche oggi. Abbiamo un esempio, direi molto affascinante, che può condurci nella nostra osservazione proprio in queste regioni svizzere.
Rivolgiamo lo sguardo a un uomo dell’epoca precristiana, circa un secolo prima della fondazione del cristianesimo, e troviamo — racconto ciò che è stato possibile rintracciare mediante una contemplazione delle Scienze dello Spirito — una personalità che, in quelle regioni meridionali dell’Europa, svolge la funzione di una sorta di sorvegliante di schiavi.
Non bisogna immaginarsi un sorvegliante di schiavi dell’antichità come qualcosa che suscita immediatamente in noi determinati sentimenti quando udiamo queste parole. Nell’antichità, infatti, la schiavitù era considerata del tutto normale e, nel periodo di cui sto parlando, era in realtà già notevolmente mitigata; i sorveglianti degli schiavi erano persone colte. A quell’epoca, spesso anche gli insegnanti di persone molto importanti erano schiavi, poiché tra gli schiavi era molto diffusa l’istruzione letteraria e scientifica del tempo. Quando dunque si guarda all’antichità sotto questo aspetto, è necessario avere una visione più sana della schiavitù, senza ovviamente difenderla in alcun modo.
Abbiamo dunque una personalità il cui compito consiste nel dirigere la distribuzione del lavoro e nel trattamento di una serie di schiavi. Questa personalità, estremamente affabile e mite, che fa di tutto, quando può seguire se stessa, per rendere piacevole la vita degli schiavi, è tuttavia subordinata a una personalità rude, un po’ brutale, che, secondo la nostra terminologia odierna, chiameremmo il superiore. A questa personalità essa deve obbedire.
Ciò provoca molto risentimento nei guidati. E si scopre poi che, quando la personalità di cui sto parlando — il sorvegliante degli schiavi — attraversa la porta della morte, essa è circondata, nel tempo che intercorre tra la morte e una nuova nascita, da tutte le anime che erano legate a lei in quanto loro sorvegliante. Ma l’individualità di questa personalità era particolarmente legata al suo superiore, perché, quando era caposquadra, doveva obbedirgli, spesso controvoglia, ma sempre secondo le usanze dell’epoca per un rapporto sociale di questo tipo. Ciò creava un nesso karmico più profondo.
Anche il rapporto che esisteva nel mondo fisico tra il sorvegliante degli schiavi — che sotto molti aspetti si potrebbe definire anche maestro degli schiavi — e la schiera degli schiavi costituiva un nesso karmico più profondo. Dobbiamo dunque immaginare che, tra la morte e una nuova nascita, si sviluppi un’altra vita comune tra tutte queste individualità umane di cui ho parlato.
Poi, nel IX secolo dopo Cristo, l’individualità di questo capo degli schiavi rinasce nell’Europa centrale, ma questa volta come donna. Abbiamo quindi a che fare con la reincarnazione di quel capo degli schiavi come donna, e precisamente — poiché i legami karmici sono tali — come moglie proprio di quel superiore che è rinato come uomo. Tra i due si sviluppa un rapporto coniugale non particolarmente felice, un rapporto che però compensa karmicamente in modo perfetto ciò che si era fondato nel periodo del rapporto di sudditanza e superiorità nell’antichità, all’inizio del primo secolo prima dell’era cristiana.
Questo superiore vive ora, all’incirca nel IX secolo, nell’Europa centrale, all’interno di una comunità i cui membri intrattengono tra loro rapporti estremamente familiari. Egli vi lavora come una sorta di funzionario comunale, ma in realtà è al servizio di tutti ed è estremamente rispettato.
Esaminando l’intera questione, giungiamo alla conclusione che i membri di questa comunità piuttosto estesa sono tutti schiavi che un tempo venivano guidati, trattati e costretti a lavorare nel modo da me descritto. Il superiore è dunque divenuto, per così dire, il servitore di tutti e deve vedere realizzarsi in modo straordinario, sul piano karmico, ciò che era stato fatto a queste persone attraverso la sua brutalità.
Sua moglie, invece, è la reincarnazione del capo degli schiavi che, per così dire, soffre ora in modo più silenzioso e ritirato sotto le impressioni che le giungono dal suo ex superiore, sempre insoddisfatto nella sua reincarnazione. E si può seguire nei dettagli come qui si compia il destino karmico.
Ma dall’altro lato vediamo anche come questo karma non sia affatto esaurito, come non sia esaurito nella sua totalità. Solo una parte di questo karma è esaurita. Solo ciò che si è svolto tra queste due persone, il capo degli schiavi e il suo superiore, questo rapporto karmico, è sostanzialmente esaurito con l’incarnazione medievale nel IX secolo; poiché lì la donna ha effettivamente espiato ciò che ha subito nell’anima a causa della brutalità del suo ex superiore, che ora era suo marito.
Ma questa donna, l’incarnazione dell’ex capo degli schiavi, rinasce, e rinasce in modo tale che la maggior parte delle anime che un tempo erano schiave e che poi si erano riunite nella comunità allargata — il cui destino era stato dunque vissuto due volte in vita terrena da questa individualità — forniscono ora, per il capo degli schiavi rinato, quei bambini di cui egli si prende particolarmente cura nella nuova incarnazione. Poiché questa reincarnazione è quella di Pestalozzi. E vediamo che tutto ciò che ora, nell’immensa mitezza, nell’entusiasmo educativo di Pestalozzi nel XVIII e XIX secolo, vive come impulso operante, è l’adempimento karmico nei confronti delle persone con cui egli era stato legato due volte nel modo descritto: l’adempimento karmico di ciò che era stato vissuto, sofferto e sperimentato nelle incarnazioni precedenti.
Ciò che si manifesta nelle singole personalità diventa trasparente, si presenta all’anima nella sua comprensibile concretezza, quando si osserva come, sullo sfondo di una vita terrena attuale, appaiano le vite terrene precedenti. E talvolta, in una qualsiasi vita terrena, compaiono tratti di un essere umano che non risalgono soltanto all’incarnazione immediatamente precedente, ma spesso a quella ancora precedente e a incarnazioni ancora più remote. È così che si vede come, con una certa coerenza spirituale interiore, ciò che è stato predisposto nelle singole incarnazioni continui ad agire e a proseguire la propria esistenza, mentre l’uomo vive attraverso la vita terrena, ma anche attraverso la vita tra la morte e una nuova nascita.
A questo proposito è particolarmente affascinante la considerazione di una vita terrena che ho già sviluppato davanti a coloro che erano qui a Dornach prima del convegno pasquale: la vita di Conrad Ferdinand Meyer.
Conrad Ferdinand Meyer pone infatti enigmi molto particolari a chi osserva interiormente la sua vita e, allo stesso tempo, ammira in altissimo grado le sue poesie. Le poesie di Conrad Ferdinand Meyer hanno uno stile meravigliosamente armonioso nella forma, tanto che si può dire che ciò che vive in lui aleggia sempre un po’ al di sopra del terrestre, sia per quanto riguarda lo stile, sia per quanto riguarda l’intero modo di pensare, di sentire e di provare. Quando ci si immerge nelle creazioni di Conrad Ferdinand Meyer, ci si accorge subito di come egli sia immerso in un mondo spirituale-animico che è continuamente sul punto di staccarsi dal mondo fisico-corporeo. E quando si leggono le opere più nobili di Conrad Ferdinand Meyer, anche i suoi scritti in prosa, si ha l’impressione che vi sia qualcosa di creativo che vuole sempre superare il nesso con il corpo fisico.
Questo si è poi manifestato nel fatto che Conrad Ferdinand Meyer, nella sua incarnazione come Conrad Ferdinand Meyer, dovette vivere in condizioni morbose, nelle quali l’elemento animico-spirituale si staccò in misura molto forte dal fisico-corporeo, tanto che si manifestarono stati deliranti, o almeno stati affini al delirio. La cosa singolare è che proprio ciò che egli ha creato in tale distacco dello spirituale-animico dal fisico-corporeo rientra tra le cose più belle che abbia mai realizzato.
Ora, proprio nel caso di Conrad Ferdinand Meyer, quando si cerca di indagare i nessi karmici attraverso la sua vita terrena, si viene spinti in una sorta di confusione. Non ci si orienta subito quando si vuole seguire il filo che collega l’incarnazione di Conrad Ferdinand Meyer alle incarnazioni precedenti. Si viene inizialmente trasportati nel VI secolo dopo Cristo, ma poi si viene ricondotti indietro nel XIX secolo, nell’incarnazione di Conrad Ferdinand Meyer, poiché l’osservazione stessa induce, seduce, a perdersi. Dovete soltanto immaginare quanto sia estremamente difficile una vera lotta per la conoscenza in questo ambito.
Chi si accontenta del fantastico, naturalmente, ha vita facile: può in qualche modo inventarsi qualcosa. Ma chi, in questo campo, non si accontenta del fantastico e giunge nella sua ricerca davvero al punto in cui trova affidabile la struttura della propria anima, incontra grandi difficoltà nel perseguire tali indagini, soprattutto quando si tratta di un’individualità così complessa come quella che si è manifestata in Conrad Ferdinand Meyer. E nell’esaminare i nessi karmici attraverso una serie di vite terrene non è di grande aiuto soffermarsi su ciò che appare particolarmente significativo.
Ciò che più colpisce di una persona, ciò che si percepisce quando la si incontra o quando si apprende qualcosa di lei attraverso la storia, proviene in realtà, per lo più, dal suo ambiente terrestre. Come esseri umani siamo molto più di quanto pensiamo un prodotto del nostro ambiente terrestre. Attraverso l’educazione accogliamo ciò che vive nell’ambiente terrestre. Solo i tratti più sottili e intimi di un essere umano, se osservati in modo sufficientemente concreto, conducono, attraverso la vita tra la morte e una nuova nascita, alle vite terrene precedenti.
Per una tale considerazione può dunque essere più importante osservare il modo in cui un essere umano compie i suoi gesti, come mantiene determinate abitudini costanti, piuttosto che considerare ciò che egli realizza come personaggio famoso. Il modo in cui qualcuno tiene qualcosa, o il modo in cui risponde abitualmente alle cose — non ciò che risponde, ma come risponde, ad esempio se dapprima respinge sempre e solo quando non può più fare altrimenti ammette, oppure se, con tutta la sua bonarietà, dà importanza a qualcosa, e così via — sono questi i tratti che contano. Se li si osserva con particolare attenzione, essi si pongono al centro delle considerazioni, e da essi può crescere molto. Si osserva il modo in cui qualcuno affronta qualcosa, lo si rende concreto, lo si elabora interiormente; e allora non ci si limita all’osservazione del singolo gesto, ma attorno a quel gesto si articola la figura di un altro essere umano.
Può accadere anche questo. Vi sono persone che hanno piccole abitudini, ad esempio l’abitudine di muovere le braccia in un certo modo prima di iniziare qualcosa. Ho conosciuto persone che non potevano lavorare senza prima incrociare le braccia. Se si rende concreto un gesto di questo genere, ma con un senso artistico interiore, in modo che esso appaia plasticamente davanti a noi, allora l’attenzione si distoglie dalla persona alla quale il gesto appartiene. Ma questo gesto non rimane isolato: esso si sviluppa in un’altra forma. E se ci si avvicina a questa forma, allora essa diventa qualcosa che almeno allude a qualcosa dell’incarnazione precedente o di quella ancora anteriore. Può benissimo accadere che questo gesto venga applicato a qualcosa che non esisteva ancora nell’incarnazione precedente, ad esempio prendere in mano un libro o qualcosa di simile. Ma deve trattarsi proprio di un gesto di questo tipo o di un’abitudine di vita di questo tipo, per la quale occorre avere un senso adeguato, se si vuole poter risalire indietro.
Ora, in un’individualità come quella di Conrad Ferdinand Meyer, è proprio questo l’elemento significativo: essa crea con una certa inclinazione — così voglio esprimermi con precisione — all’allentamento dello spirituale-animico dal fisico-corporeo. Questo costituisce da un lato un punto di riferimento, ma dall’altro anche un momento di facile smarrimento.
Si viene così spinti verso il VI secolo. All’inizio si ha la sensazione che egli debba trovarsi lì. Si incontra effettivamente una personalità che ha vissuto in Italia, che ha attraversato diversi destini in quella incarnazione e che ha vissuto in una sorta di doppia natura: da un lato con uno straordinario entusiasmo, dedita a ciò che, per noi che veniamo dopo, è andato quasi completamente perduto nel mondo esteriore, ma che allora era presente in un magnifico sviluppo artistico, e che oggi noi vediamo soltanto nell’arte musiva. In questo sviluppo artistico dell’Italia, alla fine del V e all’inizio del VI secolo, ha vissuto questa individualità che inizialmente si incontra. Così essa si presenta in un primo momento.
Ma poi tutto questo quadro si oscura nuovamente e si viene ricondotti a Conrad Ferdinand Meyer. E le tenebre che si sono percepite osservando l’uomo del VI secolo ora gravano sull’immagine di Conrad Ferdinand Meyer nel XIX secolo. Si è costretti allora a rivolgere di nuovo lo sguardo a ciò che Conrad Ferdinand Meyer compie nel XIX secolo.
Si viene condotti a pensare che, nel suo racconto Der Heilige (Il santo), egli abbia trattato la figura del cancelliere Enrico II d’Inghilterra e di Thomas Becket. Si ha la sensazione che ciò sia estremamente significativo. Si ha anche la sensazione che il sentimento proveniente da quella precedente incarnazione abbia spinto proprio a questo atto creativo di Conrad Ferdinand Meyer. Ma poi si viene di nuovo respinti nel VI secolo, e lì questo fatto non trova alcuna spiegazione. E così si viene spesso sballottati avanti e indietro tra queste due incarnazioni, la problematica incarnazione del VI secolo e l’incarnazione di Conrad Ferdinand Meyer, finché non si giunge alla conclusione che, in Conrad Ferdinand Meyer, il racconto di Thomas Becket è semplicemente nato dalla storia, dal fatto che l’intera vicenda storica presenta qualcosa di simile a ciò che egli stesso aveva vissuto nel VI secolo, quando, come membro di una missione cattolica inviata dal papa Gregorio dall’Italia in Inghilterra, era andato anch’egli dall’Italia in Inghilterra.
Qui si trova la seconda essenza della doppia natura di Conrad Ferdinand Meyer nella sua incarnazione precedente. Da un lato, nel VI secolo, egli era un entusiasta veneratore di tutto ciò che riguardava quell’arte che poi è confluita nell’arte musiva — e da qui deriva il suo talento formale così compiuto. Dall’altro lato, però, era anche un fervente rappresentante del cattolicesimo, motivo per cui aveva partecipato a quella missione. I membri di questa missione fondarono Canterbury, il luogo nel quale in seguito sorse la diocesi di Canterbury.
L’individualità che poi visse come Conrad Ferdinand Meyer nel XIX secolo fu assassinata da un capo anglosassone in circostanze estremamente significative. Vi era qualcosa di giuridico-calunnioso e di sofistico, anche se in forma grossolana, in ciò che si svolse all’epoca dell’assassinio di questa individualità.
Ora voi sapete bene, miei cari amici, che, se nella vita terrena ordinaria entra nel nostro campo visivo qualcosa che suscita in noi qualcosa di particolare — una volta abbiamo udito un nome, magari senza prestarvi molta attenzione — in seguito può emergere tutta una serie di associazioni di idee in nesso con quel nome. Ma, a causa delle circostanze particolari, poiché questo membro di una missione cattolica in Inghilterra era legato a ciò che più tardi sarebbe divenuto l’arcivescovado di Canterbury, e poiché la città di Canterbury era stata fondata da questa missione, tutto questo continuò a vivere, continuò a vivere nel suono del nome Canterbury. E così il suono interiore di questo nome, Canterbury, rivisse nell’incarnazione di Conrad Ferdinand Meyer.
Ciò condusse Conrad Ferdinand Meyer ad associare questo nome a Thomas Becket, il Lord Cancelliere di Canterbury, che era cancelliere di Enrico II della dinastia dei Plantageneti e che fu assassinato in modo subdolo. Dopo essere stato inizialmente un favorito, in seguito, poiché non accettò alcune proposte di Enrico II, fu assassinato per suo ordine. Questi destini al tempo stesso simili e dissimili fecero sì che ciò che Conrad Ferdinand Meyer aveva vissuto personalmente in una precedente incarnazione nel VI secolo, lontano dalla sua patria di allora, gli venisse riproposto dalla storia in figure del tutto diverse.
Ma pensate a quanto questo sia interessante. Una volta che si possiede questo nesso, non si viene più sballottati avanti e indietro. Allora si vede come, proprio perché in Conrad Ferdinand Meyer vive, anche nel XIX secolo, una sorta di doppia natura, il suo spirituale-animico si distacchi facilmente dal fisico-corporeo. Poiché in lui vive questa duplicità, al posto di ciò che è stato vissuto nella realtà subentra qualcosa di diverso, che è soltanto simile, proprio come spesso accade quando le immagini nella fantasia dell’uomo si trasformano. Nella fantasia ordinaria di un essere umano, nel corso della vita terrena, le immagini mutano liberamente; e in modo analogo, nel corso della vita terrena, può accadere che un altro evento storico, che ha a che fare con quello reale soltanto nella sua natura immaginativa, prenda il posto dell’evento effettivamente vissuto.
Ora, questa individualità che ha fatto questa esperienza e che è rimasta lì continua ad agire attraverso due vite tra la morte e la nuova nascita, ciò che poi è emerso nel racconto Il santo; questa individualità rinasce più tardi, precisamente nel periodo della Guerra dei Trent’anni, come donna. Basta ricordare quali condizioni caotiche regnavano ovunque nell’Europa centrale al tempo della Guerra dei Trent’anni per capire come potesse sentirsi un’anima sensibile come quella di una donna che, vivendo in prima persona il caos della guerra, sposò un uomo filisteo, pedante e borghese, che non riuscì a sopportare la vita nella Germania di allora, emigrò e trovò una patria in Svizzera, nei Grigioni. Lasciò alla moglie il compito di occuparsi della casa; lui stesso si dedicava piuttosto a una vita brutale. Ma la donna aveva tempo, osservava molto, moltissimo, sia eventi storici di ampio respiro, sia gli strani rapporti nei Grigioni che influivano sull’anima. E ciò che si svolgeva nell’animo di questa donna, colorato e sfumato dalle esperienze con il marito filisteo e borghese, entra a sua volta nel sottosuolo dell’individualità e continua a vivere attraverso una vita tra la morte e la nuova nascita. Abbiamo a che fare con l’incarnazione, avvenuta nel VI secolo, di colui che più tardi sarebbe diventato Conrad Ferdinand Meyer, in epoca della Guerra dei Trent’anni, sotto forma di donna. Questa individualità è rivissuta in Conrad Ferdinand Meyer, e ciò che è stato vissuto allora dalla donna viene trasformato in modo fantasioso nel racconto Jürg Jenatsch di Conrad Ferdinand Meyer.
Così, nell’animico di questa personalità di Conrad Ferdinand Meyer, abbiamo qualcosa che continua ad agire, che ricomponiamo dai dettagli delle sue precedenti incarnazioni. Ma ciò che appare come un’individualità così chiusa in se stessa come la considerazione letteraria di Conrad Ferdinand Meyer — perché lì egli appare in forme fisse, come un artista che si può caratterizzare in modo molto netto proprio perché ha forme fisse — confonde, perché da queste forme fisse si è subito indirizzati verso l’umanità instabile, dalla doppia natura. Chi guarda solo al poeta Conrad Ferdinand Meyer, alla personalità che ha creato le opere, non arriva certamente a sapere nulla delle precedenti incarnazioni di questa individualità. Bisogna guardare oltre la sua opera poetica, verso l’aspetto umano; allora, sullo sfondo dell’immagine, appare ciò che rappresenta le forme delle precedenti incarnazioni.
Ora, vedete, per quanto paradossale possa sembrare all’uomo di oggi, la vita umana potrà essere approfondita solo se la si approfondisce in questo modo, cioè se si dirige lo storico, questo storico esteriore che oggi spesso si chiama storia, verso la contemplazione dell’uomo nella storia. Ma questi non può essere considerato come appartenente semplicemente a un’epoca, come vivente solo in una vita terrena, ma solo guardando come l’individualità passa da una vita terrena all’altra e come, nel tempo che intercorre tra la morte e la nuova nascita, agisce quella vita che trasforma ciò che si svolge maggiormente nell’inconscio della vita terrena, ma che è strettamente connesso con la vera formazione del destino dell’uomo. Perché questa formazione del destino dell’uomo non si svolge in ciò che è chiaro nell’intelletto, ma in ciò che tesse e fermenta nel subconscio.
Vorrei citare un esempio di tale influenza nella storia attraverso le individualità umane. Nel primo secolo, o circa cento anni dopo la nascita del cristianesimo, abbiamo un autore romano di straordinaria importanza, Tacito. Tacito, oltre che in altre opere, in particolare nella sua Germania, ha dimostrato di saper scrivere con uno stile estremamente preciso e conciso, di saper riportare i fatti storici e le descrizioni geografiche in frasi meravigliosamente arrotondate, che hanno un effetto epigrammatico, davvero epigrammatico. Possiamo anche ricordare che egli, grande uomo di mondo, che sapeva tutto ciò che all’epoca si riteneva degno di essere saputo e che visse un secolo dopo la fondazione del cristianesimo, menziona Cristo solo di sfuggita come qualcuno che gli ebrei hanno crocifisso, ma che in realtà non ha alcun significato particolare. Eppure Tacito è davvero uno dei più grandi romani.
Tacito era amico di quella personalità che è passata alla storia come il giovane Plinio, che scrisse molte lettere ed era un grande ammiratore dello stile tacitiano, tanto che questo giovane Plinio, che era lui stesso uno scrittore, si perdeva completamente nell’ammirazione per Tacito. Consideriamo ora questo Plinio il Giovane. Egli attraversa la porta della morte, attraversa la vita tra la morte e la nuova nascita, e rinasce nell’XI secolo dopo Cristo come una principessa della Tuscia in Italia, che si sposa con un principe dell’Europa centrale, il quale è stato privato dei suoi paesi da Enrico il Nero, della dinastia franco-salica, e vuole riprendere piede in Italia. Questa Beatrice possiede il castello di Canossa, dove Enrico IV, successore di Enrico III il Nero, dovette compiere la sua famosa penitenza di Canossa davanti al papa Gregorio.
Questa margravia Beatrice è una personalità straordinariamente vivace, interessata a tutti i rapporti che si svolgono in quel contesto. Doveva interessarsi a tutto, perché suo marito, Gottfried, che prima, quando non era ancora sposato con lei, era stato cacciato dall’Alsazia da Enrico il Nero e si era rifugiato in Italia, dove poi aveva sposato Beatrice, era perseguitato da Enrico III il Nero. Enrico è infatti un signore molto energico, che destituisce uno dopo l’altro i principi e i capi dei suoi vicini, che fa in larga misura ciò che vuole e che non si accontenta di aver cacciato qualcuno una volta, ma lo fa anche una seconda volta se questi si stabilisce di nuovo da qualche parte. Insomma, come ho detto, è un signore molto energico, un grande signore del Medioevo. E quando Gottfried si stabilì in Tuscia, prima lo cacciò, poi portò anche la margravia con sé in Germania.
In questo modo, nella sua mente si formò una visione sottile dei rapporti italiani insieme a quelli tedeschi. Così che già in questa personalità abbiamo una figura fortemente rappresentativa dell’epoca, una donna acuta osservatrice, straordinariamente vivace, energica, ma allo stesso tempo dotata di una grande larghezza di vedute e di uno sguardo lungimirante. Quando Enrico IV dovette intraprendere il suo pellegrinaggio penitente a Canossa, la figlia di Beatrice, Matilde, era proprietaria di Canossa e, essendo molto legata alla madre, aveva in realtà riunito in sé tutte le qualità della madre ed era una donna ancora più eccellente. Si tratta di due donne straordinariamente simpatiche, che proprio per tutto ciò che si è svolto sotto Enrico III ed Enrico IV hanno suscitato un profondo interesse storico.
Se ci si addentra nella questione, si nota una cosa strana: la margravia Beatrice è la reincarnazione di Plinio il Giovane, mentre sua figlia Matilde è la reincarnazione di Tacito. Si ritrova quindi Tacito, che ha scritto la storia nei tempi antichi, come osservatore della storia in grande, come partecipante diretto alla storia; perché Matilde è proprietaria di Canossa, ed è lì che si svolge tutta la scena, qualcosa che decide moltissimo nel Medioevo. Lo troviamo come osservatore della storia.
Queste due personalità crescono in modo molto intimo l’una nell’altra, madre e figlia, e la loro antica attività di scrittrici le rende capaci, nel loro inconscio, di cogliere gli eventi storici in tutta la loro intensità e quindi di diventare istintivamente molto legate al corso del mondo, sia nella natura sia nella vita storica.
Ora, in un periodo successivo, si svolge quanto segue. Vediamo come il giovane Plinio, che nel Medioevo è la margravia Beatrice, rinasce nel XIX secolo in un ambiente romantico, circondato dal romanticismo, accogliendo tutto ciò che è romantico con grande, non si può dire entusiasmo, ma con grande godimento estetico. Si ritrova inizialmente in tutto ciò che è romantico, avendo da un lato questo romanticismo e dall’altro, per affinità, uno stile un po’ erudito. Si immerge in uno stile colto — intendo uno stile di scrittura colto, non uno stile di vita — ma questo non si addice alla sua natura. Vuole sempre uscirne, vuole sempre abbandonare questo stile.
Questa personalità, che è quindi la reincarnazione del giovane Plinio e della margravia Beatrice, è un giorno, per uno scherzo del destino, in visita da qualcuno; sfoglia un libro scritto in inglese che trova sul tavolo e rimane incredibilmente affascinata dallo stile, e in quel momento ha l’impressione: l’altro stile, che ho acquisito dai miei parenti fisici, non mi si addice. Questo è il mio stile, lo stile di cui ho bisogno, questo devo ammirare, devo appropriarmene. Diventa scrittore, imitatore di questo stile, naturalmente imitatore artistico, non pedante, nel senso migliore del termine, nel senso estetico-artistico, imitatore di questo stile.
E vedete, il libro che era aperto lì, che spinse quella personalità a leggere il più rapidamente possibile tutto ciò che era disponibile di questo scrittore, era Representative Men di Emerson. Il soggetto in questione ne fece proprio lo stile, ne tradusse subito due brani, divenne un grande veneratore di Emerson e non si diede pace finché non riuscì a incontrare questa personalità anche nella vita.
Abbiamo a che fare con una personalità che, attraverso l’ammirazione per l’altra personalità, ha trovato se stessa, ha trovato il proprio stile; abbiamo a che fare con la reincarnazione del giovane Plinio e della margravia Beatrice in Herman Grimm, e con Emerson abbiamo a che fare con la reincarnazione di Tacito, la reincarnazione della margravia Matilde. E ancora: nell’ammirazione per lo scrittore Emerson e in tutto il modo in cui Herman Grimm incontra Emerson, ritroviamo il rapporto del giovane Plinio con Tacito. Da ogni frase che Herman Grimm scrive, potremmo dire, vediamo risorgere questo antico rapporto tra il giovane Plinio e Tacito. Vediamo l’ammirazione che il giovane Plinio nutre per Tacito riapparire in armonia con l’ammirazione che Herman Grimm nutre per Emerson.
E solo ora si capisce su cosa si basa il grande stile di Emerson, come Emerson fa rivivere in modo particolare ciò che Tacito ha vissuto a modo suo. Come lavora Emerson? Le persone che visitavano Emerson hanno osservato come lavora. Era in una stanza; c’erano molte sedie, c’erano diversi tavoli. Ovunque c’erano libri aperti, tra i quali Emerson passeggiava. A volte leggeva una frase, la accoglieva; da essa formava poi le sue frasi grandi, ampie, epigrammatiche; da esse formava poi i suoi libri. E si ha esattamente l’immagine di ciò che Tacito aveva nella vita: ciò che Tacito aveva nella vita, ovunque andasse, Emerson lo osservava nei libri. Tutto rivive.
E noi abbiamo questo impulso invincibile in Herman Grimm di avvicinarsi a Emerson. Il destino lo conduce a Representative Men. E lì capisce subito: è così che devi scrivere, questo è il tuo stile. Come già detto, aveva uno stile erudito, ereditato dallo zio Jakob Grimm e dal padre Wilhelm Grimm. Lo abbandona. Il destino lo spinge verso uno stile completamente diverso. E finalmente vediamo emergere nell’opera di Herman Grimm il suo interesse storico, che unisce un certo legame animico con la Germania a un profondo interesse per l’Italia.
Sono queste le cose che ci mostrano come si svolgono tali processi. E cosa porta a tali processi? Si trattava di ottenere un’impressione attorno alla quale la cosa si cristallizza. Inizialmente si formò la rappresentazione di Herman Grimm che apre Emerson, apre Representative Men. Herman Grimm leggeva in modo singolare: leggeva e subito si allontanava da ciò che aveva letto. Lo faceva anche allora, perché questo gesto sembrava come se ingoiasse le frasi che leggeva. Questo gesto interiore di ingoiare le frasi è ciò che potrebbe aver condotto Herman Grimm alle sue precedenti incarnazioni. E il camminare avanti e indietro davanti ai libri aperti, e l’atteggiamento romano un po’ rigido con cui Emerson incontra Herman Grimm la prima volta che si incontrano in Italia, è ciò che riconduce Emerson a Tacito. Bisogna avere una visione plastica per seguire queste cose.
E vedete, miei cari amici, questo dovrebbe illustrarvi con un esempio come si debbano approfondire le considerazioni storiche. E tale approfondimento deve già emergere tra di noi, perché queste cose devono essere il risultato di quel movimento che, attraverso il Convegno di Natale, deve entrare nella nostra Società Antroposofica. In futuro dovremo andare coraggiosamente incontro alla contemplazione dei grandi rapporti spirituali, dovremo porci là dove i nessi spirituali vengono realmente contemplati. Per questo abbiamo bisogno soprattutto di serietà, serietà nella nostra convivenza con la causa antroposofica.
Questa serietà entrerà nella Società Antroposofica se coloro che vogliono fare qualcosa al suo interno terranno sempre più conto di ciò che ogni settimana viene diffuso nei circoli dei nostri antroposofi, di ciò che è contenuto nelle Comunicazioni allegate al Goetheanum. Esse descrivono come, nello spirito del Convegno di Natale, ci si vorrebbe rappresentare il lavoro, l’insegnamento e l’operato nelle sezioni e nelle assemblee dei membri, e riportano anche ciò che realmente accade. Si intitolano: Ciò che avviene nella Società Antroposofica. Queste comunicazioni vogliono diffondere un pensiero comune su tutta la Società Antroposofica, creare un’atmosfera comune tra le migliaia di antroposofi.
Se si vivrà in una tale atmosfera comune, se si capirà cosa significa che i Principi guida devono essere stimoli di pensiero, e se si capirà che in questo modo, concretamente, il Goetheanum deve essere posto al centro attraverso l’iniziativa della Presidenza esoterica — ed è mio dovere sottolineare ancora una volta che abbiamo a che fare con una Presidenza che concepisce il proprio operato come un’inaugurazione dell’esoterismo — allora ciò che ora deve fluire attraverso il movimento antroposofico sarà trasmesso nel modo giusto. Perché il movimento antroposofico e la Società Antroposofica devono diventare una cosa sola; la Società Antroposofica deve fare propria la causa antroposofica in tutto e per tutto.
Si può già dire: se deve esserci questo comune, che agisce come pensiero comune, allora esso può essere in grado di portare anche conoscenze realmente spirituali, comprensive e onnicomprensive. Allora però nella Società Antroposofica vivrà una forza che deve vivere in essa, perché il nuovo sviluppo della civiltà, se non vuole cadere completamente in rovina, ha bisogno di un potente slancio.
Per quanto possa sembrare paradossale ciò che deve essere detto sulle vite terrene successive di questo o quello, chi osserva attentamente i passi compiuti dagli esseri umani di cui si parla in relazione a tali vite terrene ripetute vedrà quanto sia realmente fondato ciò che viene avanzato a questo proposito e come si possa guardare nella realtà della vita e del tessuto degli dèi e degli uomini, se si cerca di abbracciare con uno sguardo spirituale le forze spirituali.
Questo, miei cari amici, vorrei imprimere nella vostra anima, vorrei concentrarlo nel vostro cuore e vorrei che lo portaste con voi come sentimento anche da questo convegno pasquale. Allora questo Convegno di Pasqua diventerà qualcosa come un rinfresco del Convegno di Natale. Se questo Convegno di Natale deve agire nel modo giusto, deve essere sempre rinfrescato, come se fosse presente, da tutto ciò che si sviluppa da esso.
Possa molto di questo Convegno di Natale svilupparsi in un rinnovamento sempre più ampio, e possa svilupparsi soprattutto attraverso anime giuste, sincere, coraggiose, che vivono la causa antroposofica, anime antroposofiche coraggiose. Se attraverso i nostri eventi crescerà sempre più il coraggio nelle anime e nei cuori dei nostri amici antroposofici, allora crescerà anche ciò di cui la Società Antroposofica, come corpo, ha bisogno per l’anima antroposofica: un coraggioso portare nel mondo ciò che è necessario per l’ulteriore evoluzione dell’umanità dalle rivelazioni dello spirito nell’epoca luminosa che sta iniziando, che segue il Kali-Yuga. Se ci si sente in questa coscienza, allora si agirà con coraggio anche da essa. E possa ogni nostro evento essere un’energizzazione di tale coraggio, grazie alla nostra capacità di comprendere seriamente ciò che appare paradossale e folle a coloro che oggi, in molti casi, dettano ancora legge. Ma ciò che in un’epoca è stato represso viene poi sostituito. Possa il riconoscimento della storia, unito al perdurare dell’opera umana, far sorgere quel coraggio dell’operare antroposofico che è necessario per l’ulteriore progresso della civiltà umana.
Le considerazioni che intervengono nel karma umano – naturalmente considerando proprio il loro intervento – devono essere accolte con serietà ed elaborate animicamente. Perché in fondo non è tanto importante la conoscenza di qualche nesso karmico, quanto piuttosto ciò che da tali considerazioni emerge per l’animazione dell’essere umano, per il suo intero inserirsi nella vita. Tali considerazioni possono essere fruttuose solo se non portano a una maggiore indifferenza nei confronti dell’uomo, come altrimenti accade, ma al contrario se alimentano l’amore e la comprensione per l’uomo in misura maggiore di quanto avvenga quando, guardando l’uomo, ci si abbandona semplicemente alle impressioni della vita terrena.
Chi rivolge lo sguardo alle epoche successive dell’evoluzione dell’umanità avrà un’impressione sufficiente del fatto che, nel corso della storia umana, sono cambiate molte cose nel modo di pensare, nel modo di sentire, in tutte le visioni e concezioni della vita. Certamente il passato non fa sull’uomo quell’impressione profonda che fa il futuro, ciò che in fondo deve ancora essere fondato. Ma chi comprende con la necessaria profondità come le anime umane siano cambiate nel corso dell’evoluzione della Terra non esiterà ad accogliere nel proprio animo come qualcosa di necessario quel cambiamento che porta a considerare non solo la vita terrena di uno o dell’altro essere umano, ma la successione delle vite terrene, nella misura in cui esse sono trasparenti.
E penso che esempi come quelli che abbiamo preso in considerazione l’ultima volta, Conrad Ferdinand Meyer, Pestalozzi e così via, possano mostrare come la comprensione puramente umana di una personalità e l’amore per questa personalità possano risvegliarsi quando si considera l’ultima vita terrena sullo sfondo di ciò che ha determinato proprio quell’ultima vita terrena.
Ora vorrei tornare alla questione che ho già toccato per molti di coloro che sono qui seduti, per arrivare alla vera fecondità di queste cose. È la domanda che nasce dal fatto che proprio nelle considerazioni di Scienza dello Spirito spesso si deve parlare di come nei tempi antichi esistessero personalità chiaroveggenti e iniziate, personalità che potevano comunicare i segreti del mondo spirituale, cioè iniziati. È ovvio che da ciò sorga la domanda: dove vivono questi iniziati nella nostra epoca? Che ne è della loro reincarnazione?
Per rispondere a questa domanda è assolutamente necessario sottolineare quanto possa essere diversa una vita terrena successiva da una precedente in termini di conoscenza, di sapere, ma anche in relazione ad altre attività che scaturiscono dall’anima umana; quanto possano essere diverse le vite terrene successive in questo senso. Infatti, quando nel tempo che l’uomo vive tra la morte e una nuova nascita si avvicina il momento in cui egli deve scendere sulla Terra e unirsi con l’organizzazione fisico-eterica, in lui avviene davvero molto. C’è sì la direzione verso la famiglia, il popolo e così via, determinata da tempo; ma la risoluzione di compiere questo immenso cambiamento dell’esistenza, che consiste nel passaggio dal mondo spirituale-animico al mondo fisico, rende necessario qualcosa di immenso.
Perché dovete solo considerare, miei cari amici: non è come qui sulla Terra, dove l’uomo, quando conduce una vita normale, diventa gradualmente debole e, dopo le esperienze fatte sulla Terra, contribuisce poco alla risoluzione di assumere una forma di vita diversa quando attraversa la porta della morte. Questo, per così dire, viene dall’esterno, irrompe sull’uomo. Qui sulla Terra la morte è qualcosa che irrompe. È del tutto diverso quando si discende dal mondo spirituale. Si tratta di un’azione chiara e pienamente consapevole, di una riflessione che emerge da tutti i possibili fondamenti dell’anima.
Si tratta di osservare quale immenso cambiamento avviene nell’uomo quando deve scambiare le forme di vita spirituale-animica dell’esistenza preterrena con l’esistenza terrestre. E in questa discesa l’uomo vede come deve semplicemente adattarsi alle condizioni della civiltà e della cultura, ma anche alle condizioni fisiche che gli possono essere offerte in una determinata epoca. La nostra epoca, a prescindere dalle condizioni della civiltà e della cultura, non offre facilmente corpi nei quali si possa ricominciare la vita alla vecchia maniera, come vivevano gli iniziati. E quando si avvicina il momento in cui l’anima umana, anche quella di un antico iniziato, deve utilizzare un corpo umano, si tratta allora di prendere questo corpo umano così com’è e di crescere in quella forma di educazione, in quella vita circostante che può esserci in quel momento.
Ma allora ciò che una volta era presente nell’anima non va perduto per l’anima. Si esprime solo in un altro modo. La configurazione di base dell’animico rimane, ma emerge in modo diverso.
Vedete, nel III e IV secolo dopo Cristo era ancora possibile che l’anima dell’uomo si approfondisse molto attraverso la conoscenza delle verità dell’iniziazione, perché in quei secoli, specialmente nelle regioni dell’Europa meridionale e dell’Asia occidentale, i corpi seguivano l’anima, svolgevano interiormente le loro funzioni organiche in modo tale da poter seguire l’anima. Oggi, chi ha vissuto con un’anima molto interiorizzata e molto saggia, forse ancora come iniziato nei primi secoli cristiani, deve immergersi in corpi umani che, a causa dell’evoluzione intervenuta da allora, sono orientati soprattutto verso il mondo esterno, deve vivere nel mondo esterno. A livello fisico ciò impedisce quella grande raccolta, quella grande concentrazione interiore delle forze animiche che era ancora possibile nel III e IV secolo dopo la nascita del cristianesimo.
E così si è potuto compiere quanto segue nell’evoluzione della Terra. Racconto solo cose che si rivelano alla visione.
Immaginate, miei cari amici, un mistero del Vicino Oriente, un luogo di misteri con tutte le caratteristiche che un luogo di misteri del Vicino Oriente possedeva proprio nei primi secoli dopo la fondazione del cristianesimo. In quei tempi antichi esistevano ancora ovunque tradizioni in cui i partecipanti venivano iniziati profondamente a questi misteri. Ma ovunque esisteva anche una coscienza più o meno sviluppata delle regole che bisognava applicare all’anima per acquisire determinate conoscenze che conducevano in profondità nell’anima umana e la portavano fuori nell’universo. E proprio in questi misteri del Vicino Oriente, nei primi secoli dopo la nascita del cristianesimo, una grande domanda occupava questi misteri.
Questi misteri avevano visto una saggezza infinita fluire attraverso i loro luoghi di sacrificio. E basta leggere ciò che è descritto nel mio libro Il cristianesimo come fatto mistico, per quanto potesse essere caratterizzato all’epoca in un libro pubblico, per vedere che tutte queste saggezze misteriche tendevano infine a comprendere il mistero del Golgota. E quindi la grande domanda nei misteri del Vicino Oriente era: come si svilupperà ulteriormente nelle menti umane l’immensa grandezza del contenuto reale che è affluito sulla Terra attraverso il mistero del Golgota? Come si potrà unire l’antica, l’antichissima saggezza che saliva verso gli abitanti delle stelle, che racchiudeva in sé la conoscenza delle entità divino-spirituali delle più diverse specie che guidano l’universo e la vita umana, con ciò che si è concentrato, si è raccolto nel mistero del Golgota e che ora, sotto forma di impulsi provenienti da un essere solare superiore, dal Cristo, deve fluire nell’umanità? Questa era la domanda scottante dei misteri del Vicino Oriente.
C’era un iniziato sulla cui saggezza misteriosa e sulla cui percezione dei misteri questa domanda faceva un’impressione particolarmente profonda. Posso dire che è un’impressione incredibilmente sconvolgente quando, nella ricerca dei nessi karmici, ci si avvicina a questo unico iniziato, veramente iniziato in un tale mistero del Vicino Oriente nei primi secoli cristiani. C’è qualcosa di sconvolgente, perché egli era completamente pervaso dal desiderio di comprendere, con tutto ciò che aveva acquisito nella sua scienza iniziatica, l’intero impulso del mistero del Golgota: che cosa succederà ora? Come potranno accogliere tutto questo le deboli anime umane?
E vedete, questo iniziato, con la domanda bruciante sul destino del cristianesimo impressa nella sua anima, un giorno si trovava nei dintorni del suo luogo di mistero e assistette a qualcosa che lo colpì in modo incredibilmente sconvolgente. Come iniziato, egli assistette, per così dire con gli occhi aperti, all’assassinio a tradimento di Giuliano l’Apostata. Con la conoscenza iniziatica partecipò all’evento. Sapeva che Giuliano l’Apostata era stato iniziato, in una certa misura, agli antichi misteri, che voleva conservare e riprodurre spiritualmente per l’umanità ciò che si praticava e viveva negli antichi misteri, che voleva unire il cristianesimo con l’antica saggezza dei misteri, che annunciava, nel senso dell’antica saggezza dei misteri: esiste, accanto al sole fisico, un sole spirituale, e chi conosce il sole spirituale conosce Cristo. Ma questo era qualcosa che già all’epoca in cui viveva Giuliano l’Apostata era considerato molto grave e che portò, proprio durante la sua campagna contro i Persiani, all’assassinio a tradimento di Giuliano l’Apostata. Quell’iniziato partecipò a questo evento significativo della storia mondiale.
Coloro che da molti anni partecipano a varie cose che hanno a che fare con i nessi karmici nella storia mondiale ricorderanno che una volta, a Stoccarda, ho tenuto una conferenza — ne ho parlato anche qui al Convegno di Natale — su alcuni capitoli di storia occulta, e che in quell’occasione ho menzionato tutta la tragicità, il tragico intervento di Giuliano l’Eretico nella storia dell’umanità.
Questo è ciò che ha vissuto questo iniziato, nel quale, vorrei dire, tutta la scienza iniziatica che aveva accolto in sé in un luogo di mistero dell’Asia occidentale era sovrastata e soffocata dalla domanda: che ne sarà del cristianesimo? E attraverso questo sintomo apparve chiaro e luminoso davanti alla sua anima: verrà un tempo in cui il cristianesimo sarà inizialmente frainteso, in cui il cristianesimo vivrà solo nelle tradizioni, in cui non si saprà nulla della grandezza dello Spirito solare Cristo che ha vissuto in Gesù di Nazareth.
Tutto questo si riversò sull’anima di quest’uomo. E per il resto della sua vita egli entrò in uno stato d’animo triste ed elegiaco riguardo all’evoluzione del cristianesimo. Con lo sconcerto che una cosa del genere provoca in un iniziato, questo sintomo lo sconvolse profondamente. È qualcosa di incredibilmente sconvolgente rendersene conto. E poi si va avanti. Fu un’impressione che ebbe l’iniziato in questione, il quale permise che fosse presto incarnato di nuovo, anche nel periodo della Guerra dei Trent’anni; come del resto molte incarnazioni straordinarie e interessanti che hanno un ruolo importante nell’evoluzione storica dell’umanità si collocano in questo periodo.
Si reincarnò come donna, in realtà ancora prima della Guerra dei Trent’anni, all’inizio del XVII secolo; visse solo nel periodo della Guerra dei Trent’anni; sperimentò con alcuni di coloro che, da parte del rosicrucianesimo, volevano correggere l’epoca della Guerra dei Trent’anni, vorrei dire, in modo spirituale, ma che poi fu soffocato da tutto ciò che venne vissuto in modo crudo e brutale durante la Guerra dei Trent’anni. Basti pensare a quanto poco tempo prima dello scoppio della Guerra dei Trent’anni sia stato scritto il Matrimonio chimico di Christian Rosacroce. Oltre a questo, vi erano impulsi ancora più significativi che, prima che la Guerra dei Trent’anni spazzasse via e brutalizzasse tutto, erano entrati nell’umanità.
E poi arrivò il XIX secolo. Questa personalità, che una volta aveva accolto il significativo sintomo di Giuliano l’Apostata con l’iniziazione, che era poi passata attraverso l’incarnazione femminile nel XVII secolo, rinacque. E ora riversava tutto ciò che era stato interiorizzato attraverso l’incarnazione femminile, riversava tutto ciò che allora aveva in sé non in termini di saggezza iniziatica, ma in termini di contenuto emotivo sconvolgente, attraverso questo sintomo che aveva agito sull’anima iniziata. Tutto questo lo riversò, nell’ultimo terzo del XIX secolo, in un modo peculiare di vedere il mondo, in una visione del mondo che penetrava profondamente nelle discrepanze dell’esistenza umana.
Ora, proprio questa epoca del presente immediato tende a impedire che chi porta nella vita del XIX e XX secolo l’antica saggezza iniziatica delle vite terrene precedenti possa agire in modo così efficace attraverso le azioni. Perciò tutto ciò che si trasforma profondamente, che sembra esternarsi ma che in realtà diventa interiore, che dal cuore dell’uomo, dove ha vissuto l’antica saggezza iniziatica, si spinge verso i sensi e la loro osservazione, si spinge con una profonda trasformazione, tutto questo tende ora a esprimersi poeticamente, letterariamente.
Per questo motivo, negli ultimi tempi, abbiamo avuto prove davvero grandiose — che sono solo incoerenti, che così come sono non sono affatto comprese dal tempo — nelle quali non ha lavorato solo ciò che della personalità era presente alla fine del XIX secolo o all’inizio del XX secolo, ma nelle quali ha collaborato anche qualcosa come uno sconvolgimento che colpisce un iniziato, un iniziato però in misteri già degenerati, in misteri già in decadenza. Questo sconvolgimento emotivo continua ad agire, si riversa nella creazione poetico-artistica, e ciò che emerge in modo così singolare si estrinseca nella personalità di Ibsen.
E quando si ha questa visione, allora l’evoluzione dell’umanità rivive nei suoi misteri proprio in ciò che, soprattutto alla fine del XIX secolo, non può essere opera di un solo uomo, ma in cui l’uomo si trova in una posizione tale che attraverso di lui agiscono le epoche terrestri precedenti. Basta solo affrontare un tema del genere e non si può davvero perdere il rispetto né per lo sviluppo della storia mondiale né per le singole personalità che si presentano con grandezza davanti all’umanità. Si vivono esperienze sconvolgenti in questo campo quando le cose vengono affrontate con la necessaria serietà.
E vedete, avete già sentito spesso che in un periodo piuttosto antico del Medioevo esisteva una sorta di alchimista, Basilio Valentino. Se si considera il nesso karmico con la storia mondiale seguendo Basilio Valentino, il monaco benedettino che compì lavori di medicina e alchimia di enorme importanza, si ottiene qualcosa di molto singolare, che mostra chiaramente quanto sia difficile comprendere il nostro tempo.
Nel nostro tempo si sperimentano tante cose che spesso non solo sono incomprensibili, ripugnanti, brutte, in un certo senso raccapriccianti, ma che, per chi guarda solo alla vita immediatamente sensibile e presente, non possono che suscitare indignazione, disgusto e così via. Ma le cose non stanno così per chi vede i nessi della storia umana. Le cose non stanno così. E a volte oggi, in qualsiasi ambito della vita, accade qualcosa che le persone che lo vedono, in modo del tutto comprensibile, possono solo criticare, trovare disgustoso, orribile, eppure il disgustoso, l’orribile hanno qualcosa in sé che costringe a fermarsi, terribilmente affascinati. Questo sarà sempre più il caso.
Ebbene, nel primo Medioevo c’era questo medico e alchimista Basilio Valentino, un monaco benedettino che lavorava molto nei laboratori della sua abbazia e che fece una serie di importanti ricerche. Poi vi furono alcune persone che furono suoi discepoli e che scrissero ciò che Basilio Valentino aveva detto loro. Così non vi sono quasi scritti autentici di Basilio Valentino, ma scritti dei suoi discepoli che riportano molto della sua saggezza, della sua saggezza alchemica.
Quando, in un certo periodo della mia vita, ho incontrato uno degli allievi di Basilio Valentino che mi ha particolarmente colpito, ho compreso che egli era tornato, in un modo strano, metamorfosato dal punto di vista spirituale. Anche lui è tornato nel XIX secolo, all’inizio del XX secolo. Ma ciò che era stato vissuto in elementi alchimistici emergeva in modo disordinato, orientato verso i sensi, esteriormente, in una visione del mondo che fondeva continuamente concetti alchimistici nell’osservazione sensoriale, così che l’osservazione sensoriale di questa personalità fornisce un raggruppamento dei fatti esteriori, di ciò che gli uomini fanno, di come vanno le cose tra gli uomini, di come gli uomini parlano tra loro, che è ripugnante sotto molti aspetti. Ma è ripugnante proprio perché l’interessato, in una precedente incarnazione, ha lavorato alchimisticamente sulla base di Basilio Valentino e ora lo riversa nella vita. Il modo in cui gli uomini si comportano tra loro nella vita, ciò che si dicono, ciò che fanno, egli non lo vede come un comune filisteo di oggi — è ben lontano dal guardarlo come un comune filisteo — ma lo guarda con ciò che è diventato il suo occhio animico grazie al fatto di avere in sé gli impulsi del suo periodo alchimistico. E lì getta gli eventi che si svolgono tra gli uomini, li mette in relazione tra loro, ne fa drammi, e diventa Frank Wedekind.
Non è vero: queste cose possono essere prese solo dal punto di vista di una nostalgia di una vera conoscenza dell’uomo; allora la vita non diventa più povera, ma diventa veramente più ricca. Prendete il suo Hidalla o qualsiasi altro dramma di Frank Wedekind, in cui si ha il cervello che gira quando si vuole collegare il prima con il dopo. Ma si può anche esserne affascinati in modo particolare, tanto da essere sicuri che non si tratta dei filistei seduti in platea che esprimono i loro giudizi. Questi hanno tutto il diritto di farlo, dal punto di vista filisteo, naturalmente, ma non è questo il punto. Il punto è che la storia del mondo ha prodotto qualcosa di strano: il pensiero alchemico, tramandato attraverso i secoli, è stato applicato alla vita umana, e le azioni e le parole degli uomini vengono mescolate insieme come un tempo nelle cucine alchemiche, in un’epoca in cui l’alchimia era già in declino, sperimentando in alambicchi, mescolando sostanze e forze e verificandone gli effetti.
E in realtà anche le vite umane sono determinate, persino per quanto riguarda il momento in cui appaiono qui sulla Terra, da nessi fatali e karmici. Per fornirvi un esempio a conferma di ciò, vorrei richiamare l’attenzione su quanto segue. Torniamo indietro nel tempo, all’epoca in cui in Grecia esisteva la scuola platonica: Platone era circondato da numerosi allievi. Questi allievi di Platone avevano caratteri davvero molto diversi tra loro, e ciò che Platone stesso descrive nei dialoghi, dove compaiono i caratteri più disparati sotto forma di personalità che discutono tra loro, è già in gran parte un’immagine della scuola platonica. In questa scuola c’erano i caratteri più disparati in epoche diverse.
Ora, in questa scuola platonica c’erano due personalità che accoglievano in modo molto diverso l’una dall’altra ciò che, in modo così grandioso, veniva trasmesso dal Platonico ai suoi allievi e si sviluppava anche nelle conversazioni con essi. Una di queste due personalità, che apparteneva proprio alla cerchia degli allievi, era una personalità, direi, finemente cesellata nell’epoca greca, particolarmente accessibile a tutto ciò che Platone, con la sua dottrina delle idee, induceva a sollevare la mente umana dalla terra. Basta immaginare, come diceva Platone ovunque: di fronte al transitorio che si presenta nei singoli eventi dell’ambiente umano, ci sono le idee eterne. La materia è transitoria, è solo un’immagine dell’idea eterna che, in metamorfosi sempre successive, attraversa come eterno le apparenze temporanee e transitorie. Così Platone elevava i suoi allievi dalla contemplazione delle cose esteriori, transitorie e sensibili alle idee eterne, che in un certo senso aleggiavano come il celeste sopra il terrestre.
In questa contemplazione platonica l’uomo stesso veniva trascurato. Infatti nell’uomo, in cui l’idea diventa immediatamente viva e concreta, non è possibile applicare correttamente il modo di pensare platonico: egli è troppo individuale. Per Platone le idee sono, per così dire, qualcosa che aleggia sopra le cose. I minerali, i cristalli, i cristalli di quarzo corrispondono a questa idea, così come le altre cose esteriori del mondo dei sensi inanimato. Anche Goethe fa lo stesso quando segue la pianta originaria, osserva i tipi. Con gli animali si può procedere così. Ma nell’uomo è necessario che in ogni singola individualità umana venga seguita anche l’individualità vivente delle idee. È stato Aristotele, non Platone, a far sì che l’idea fosse vista come entelechia efficace nell’uomo.
Ma c’era uno degli allievi che, con tutto il suo fervore e la sua dedizione, seguiva sempre questo volo celeste del platonismo, che, in relazione alle sue concezioni spirituali, poteva solo partecipare a questo ascendere, a questo elevarsi sopra la terra, e che davvero, vorrei dire, con parole dolcemente mature nella scuola platonica, parlava della sublimità dell’idea che vive e aleggia al di sopra delle singole cose. Questo allievo, che con la sua anima ascendeva sempre a queste idee, quando non viveva nella contemplazione ma con il cuore, con l’animo, come infinitamente gli piaceva fare, quando frequentava i Greci, provava il più vivo interesse per ogni singolo essere umano che incontrava. Poteva rivolgere il suo sentimento solo alle persone che amava. Quando era nella vita, i suoi sentimenti si concentravano sulle persone che amava, perché la sua visione lo strappava continuamente dalla terra. Aveva molti che amava. Così, in questa personalità tra gli allievi di Platone, vi era un certo dissidio tra la vita emotiva nei confronti delle persone viventi e l’elevazione dell’anima verso le idee eterne in senso platonico, quando ascoltava Platone nell’Accademia o quando egli stesso formulava con parole mature ciò che il platonismo gli dava guardando verso l’alto. C’era qualcosa di stranamente sensoriale in questa personalità.
Questa personalità era intimamente amica di un altro membro della cerchia degli allievi della scuola platonica. Ma inizialmente, man mano che il rapporto si sviluppava e un’altra caratteristica, che descriverò tra poco, si manifestava in quell’amico, i due si allontanarono. Non perché l’amore si fosse raffreddato, ma perché erano diventati troppo diversi nella loro mentalità, e la vita li aveva allontanati. All’inizio andavano d’accordo, ma poi non riuscivano più a capirsi, cosicché quello che ho appena descritto, diremmo oggi, diventava nervoso già quando l’altro parlava a modo suo. E lo stesso valeva per l’altro.
Anche l’altro non era meno incline a guardare alle idee eterne trattate così vivacemente nella scuola platonica. Era in grado di elevarsi completamente, ma non aveva quell’intenso interesse per le persone che aveva il primo. Egli, invece, era profondamente interessato ai miti antichi, alle leggende degli dei che vivevano nel popolo e che gli erano note. Era interessato a ciò che oggi chiamiamo mitologia greca, alle figure di Zeus, Atena e così via. Per così dire, ignorava in gran parte gli esseri umani viventi, ma era infinitamente interessato agli dei che, secondo la sua visione, avevano vissuto sulla terra in passato e dovevano essere considerati gli antenati degli esseri umani viventi. Voleva applicare ciò che viveva nell’élan del suo animo alla comprensione delle profonde leggende degli dei e degli eroi. Il rapporto con queste leggende era allora del tutto diverso da quello odierno, poiché in Grecia tutto era ancora vivo e non esisteva solo nei libri e nella tradizione.
Queste due personalità superarono la loro amicizia, ma ormai appartenevano già l’una all’altra come membri della scuola platonica. E questa scuola aveva una particolarità: i suoi allievi formavano in sé forze che si respingevano a vicenda, forze che, dopo essere state compresse per un certo tempo nella scuola, volevano poi allontanarsi l’una dall’altra. Così si formarono individualità molto diverse, intimamente legate dal punto di vista emotivo, ma sviluppatesi in direzioni differenti.
Queste due personalità nacquero in Italia nel Rinascimento sotto forma di donne e tornarono nell’epoca attuale in modo tale che la prima arrivò sulla Terra troppo presto, mentre la seconda arrivò un po’ troppo tardi. Ciò è legato alla forte risoluzione necessaria per compiere questo passo. Nel caso del primo, quando attraversò la porta della morte — poiché con il suo spirito saliva sempre al soprannaturale, ma senza l’uomo completo, che coglieva solo nel sentimento — poté cogliere, tra la morte e una nuova nascita, tutto ciò che viveva nella prima gerarchia, Serafini, Cherubini e Troni, e anche qualcosa della seconda gerarchia, ma non la gerarchia più vicina all’uomo, attraverso la quale si comprende come è organizzato il corpo umano qui sulla Terra.
Si sviluppò così una personalità che aveva poca comprensione preterrena del corpo umano e che quindi, quando rinacque, non accolse più nemmeno gli ultimi impulsi, discese incompleta nel corpo umano, non si immerse completamente, ma rimase sempre un po’ sospesa all’esterno. L’amico della scuola platonica, invece, attese con l’incarnazione. L’attesa era dovuta al fatto che, se si fossero incontrati come contemporanei, non si sarebbero sopportati. Tuttavia colui che aveva parlato all’altro in modo così vivace e con voce matura doveva comunque fare una grande impressione, doveva precederlo; l’altro doveva seguirlo.
Quest’ultimo, poiché già sulla Terra viveva nell’immaginazione degli dei, era giunto a una comprensione troppo forte di ciò che è nell’uomo. Per questo volle raccogliere impulsi che andassero oltre il suo tempo, per afferrare profondamente il corpo umano; e così giunse ad afferrarlo troppo profondamente, a concentrarsi eccessivamente in esso.
Così vediamo che, nelle diverse configurazioni del destino di due membri della scuola platonica, uno afferra troppo poco il proprio corpo nella seconda reincarnazione, l’altro lo afferra troppo fortemente. Uno non riesce a entrare completamente nel proprio corpo, vi viene spinto solo nella giovinezza e poi viene presto espulso e deve rimanere all’esterno: Hölderlin. L’altro viene trasportato così profondamente nel suo corpo che si immerge troppo nei suoi organi e diventa malato quasi per tutta la vita: Hamerling.
Così abbiamo davanti a noi grandi destini umani del periodo di transizione e i loro impulsi, e possiamo avere un presentimento di come agiscono effettivamente gli impulsi spirituali. Perché dobbiamo chiarire bene questo punto: un’individualità come quella di Hölderlin, che, provenendo dalla scuola platonica, non riesce a entrare nel proprio corpo, sperimenta nella torbidità della sua follia gli impulsi preparatori per le vite terrene future che lo destinano a grandi cose. Lo stesso vale per l’altro, Robert Hamerling, attraverso la malattia del suo corpo. La malattia e la salute, se considerate nel loro nesso fatale, appaiono in modo del tutto diverso rispetto a quando vengono considerate solo nei limiti di una singola vita terrena.
Cari amici, penso che proprio questo possa essere il motivo per cui nei cuori degli uomini nasce un sacro timore reverenziale nei confronti degli eventi misteriosi causati dal mondo spirituale. In verità, continuo a ripeterlo: queste considerazioni non vengono fatte per soddisfare un bisogno di sensazioni, ma per condurre sempre più in profondità nella conoscenza della vita spirituale. E solo attraverso questa penetrazione più profonda nella vita spirituale può essere spiegata la vita esteriore, sensibile, la vita degli uomini. Continuerò queste considerazioni domani.
Abbiamo ora considerato una serie di sviluppi del destino collegati tra loro, che possono essere chiarificatori e illuminanti per la comprensione della vita storica dell’umanità. Le considerazioni che abbiamo fatto dovevano mostrare come ciò che gli esseri umani vivono, elaborano e accolgono nei periodi terrestri precedenti venga trasferito dagli esseri umani stessi nelle epoche terrestri successive. E si sono rivelati nessi tali da permetterci di comprendere ciò che viene fatto dagli uomini, direi in modo determinante, a partire da cause intese in senso morale, che sono state poste dagli uomini stessi nel corso dei tempi.
Ma non solo questo nesso causale può presentarsi alla nostra anima attraverso tali considerazioni rivolte al karma; anche molte cose che, a prima vista, sembrano poco chiare e incomprensibili per una visione esteriore del mondo possono chiarirsi in modo luminoso. Ma se in questo senso si vuole stare al passo con la grande trasformazione che sarà necessaria nel prossimo futuro per quanto riguarda il sentimento e il pensiero dell’animo umano, se la civiltà deve progredire e non regredire, allora è necessario che si sviluppi innanzitutto, per così dire, un senso per ciò che in circostanze normali è incomprensibile e la cui comprensione richiede proprio una visione dei rapporti più profondi dell’uomo e delle leggi universali.
Chi trova tutto comprensibile, naturalmente, non ha bisogno di comprendere nulla di queste cause più profonde. Ma questo trovare comprensibile è solo apparente, perché trovare comprensibile tutto nel mondo significa in realtà essere superficiali nei confronti di tutto. Perché, per la coscienza comune, la maggior parte delle cose sono in realtà incomprensibili. E poter rimanere stupiti di fronte alle incomprensibilità dell’esistenza più quotidiana è, in fondo, solo l’inizio della vera ricerca della conoscenza.
È proprio questo che spesso si sente sospirare da questo podio: che nei circoli antroposofici vi sia entusiasmo per la ricerca, entusiasmo per ciò che sta alla base dell’aspirazione antroposofica. E questo entusiasmo deve davvero iniziare con l’afferrare il meraviglioso nella quotidianità come qualcosa di veramente meraviglioso. Allora si sarà tentati, come già detto, di cercare le cause, le forze più profonde che stanno alla base dell’esistenza che ci circonda. Questi stati di meraviglia nei confronti dell’ambiente quotidiano possono derivare per l’uomo da considerazioni storiche, ma anche da ciò che si può osservare nel presente.
Nelle considerazioni storiche ci troviamo spesso di fronte a eventi che ci vengono raccontati dal passato e che sembrano indicare che, in quel luogo o in quel momento, la vita umana fosse davvero assurda. Ebbene, la vita umana rimane priva di senso se la consideriamo solo come un evento storico senza chiederci: come nascono certi caratteri umani da questo evento storico, come si comportano quando compaiono nella loro reincarnazione successiva? Se non ci poniamo questa domanda, anche certi eventi storici appaiono del tutto privi di senso, perché non si realizzano, perché perdono il loro significato se non possono estrinsecarsi, se non diventano ulteriori impulsi animici in una vita terrena successiva, se non trovano compensazione e continuano ad agire in vite terrene successive.
È quindi del tutto certo che vi sia un’insensatezza storica nell’apparizione di una personalità come quella di Nerone, il Cesare romano. Di lui non si è ancora parlato all’interno del movimento antroposofico. Accogliete nell’anima tutto ciò che è stato riportato storicamente sul Cesare romano Nerone. Di fronte a una personalità come quella di Nerone, la vita appare come qualcosa che si potrebbe semplicemente deridere impunemente, come se si potesse schernire, come se non avesse alcuna conseguenza il fatto che qualcuno si comporti con totale frivolezza in una posizione di autorità.
Non è vero che bisognerebbe essere insensibili per vedere ciò che fa Nerone e non riuscire in alcun modo a chiedersi: che ne sarà di un’anima come quella di Nerone, che disprezza il mondo intero, che considera la vita degli altri, l’esistenza di quasi un’intera città, come qualcosa con cui giocare? «Che artista perdo con me!» Questa è, come è noto, la frase attribuita a Nerone, che corrisponde almeno al suo stato d’animo. Dunque, fino all’autoconfessione, la frivolezza più estrema, la volontà di distruzione e la pulsione distruttiva più estreme, ma in modo tale che tutto questo piace a quest’anima.
Qui viene respinto tutto ciò che può fare impressione sull’uomo. Da questa personalità emanano, per così dire, raggi distruttivi del mondo. E noi ci chiediamo: che ne sarà di un’anima simile? Bisogna essere chiari su questo: tutto ciò che viene scaricato sul mondo si riflette nella vita tra la morte e una nuova nascita. Questo deve, in un certo senso, scaricarsi nuovamente sull’anima stessa, perché tutto ciò che è stato distrutto da un’anima del genere è ora presente nella vita tra la morte e una nuova nascita.
Poi Nerone tornò al mondo, pochi secoli o relativamente poco tempo dopo, in un’esistenza insignificante, dove inizialmente si compensò solo la furia distruttiva che aveva esercitato nella sovranità esercitata da sé stesso, perché così voleva; in questo agiva la rabbia, si potrebbe dire l’entusiasmo per la furia distruttiva. In una vita terrena successiva, qualcosa di questa faccenda si compì in modo compensatorio, e la stessa individualità dell’anima si trovava ora in una posizione in cui doveva distruggere, ma doveva distruggere in una posizione subordinata, in cui era soggetta a ordini. E lì questa anima aveva la necessità di sentire ora come è quando non lo si fa di propria volontà, quando non lo si compie in sovranità.
Ora, in cose del genere, è davvero importante osservarle senza emozioni, osservarle in modo del tutto obiettivo. Un tale destino — perché anche essere crudeli come Nerone, essere distruttivi come Nerone è un destino — è in fondo, sotto certi aspetti, un destino pietoso. Non è necessario provare rancore né esprimere critiche aspre; altrimenti non si potrebbero comunque sperimentare quelle cose che sono necessarie per comprendere il corso degli eventi. Tutte le cose di cui si è parlato qui possono essere comprese solo se le si guarda in modo obiettivo, senza accusare, ma comprendendo il destino umano. Le cose parlano da sole, se solo si ha il senso di comprenderle in modo chiaro.
Il fatto che il destino di Nerone mi sia apparso davanti agli occhi è stato davvero un caso apparente. Ma fu solo un caso apparente che il destino di Nerone mi sia apparso una volta in modo particolarmente forte davanti agli occhi. Vedete, quando si verificò un evento sconvolgente, un evento di cui parlerò tra poco, che ebbe un effetto sconvolgente in tutta la zona in questione, mi trovavo proprio in visita dal personaggio spesso citato nella mia biografia, Karl Julius Schröer. E quando arrivai, anche lui, come molte altre persone, era profondamente sconvolto da ciò che era accaduto e disse — in modo apparentemente immotivato, come se provenisse dalle profondità oscure della sua mente — la parola «Nerone».
Si sarebbe potuto credere che fosse del tutto immotivato. Ma in seguito si vide chiaramente che in realtà era solo qualcosa che era stato pronunciato dalla bocca di un uomo come se provenisse dalla cronaca dell’akasha. Si trattava di quanto segue. Il principe ereditario austriaco Rodolfo era stato celebrato come una personalità brillante e considerato una figura che suscitava grandi speranze per il momento in cui sarebbe salito al trono. Anche se si sapeva molto su quel principe ereditario Rodolfo, tutto ciò che si sapeva era tale da essere considerato quasi normale per un «grand seigneur». In ogni caso, nessuno pensava che ciò potesse portare a conflitti significativi e tragici.
Fu quindi una enorme sorpresa, una sorpresa terribile, quando a Vienna si seppe che il principe ereditario Rodolfo era morto in circostanze misteriose nei pressi dell’abbazia di Heiligenkreuz, vicino a Baden, vicino a Vienna. Emersero sempre più dettagli, e inizialmente si parlò di un incidente; sì, l’«incidente» fu persino riportato ufficialmente. Poi, quando l’incidente era già stato riportato ufficialmente, si seppe che il principe ereditario Rodolfo era partito in compagnia della baronessa Vetsera per recarsi nella sua tenuta di caccia e che lì aveva trovato la morte insieme a lei.
I dettagli sono diventati così noti che non è necessario raccontarli qui. Tutto ciò che è seguito si è svolto in modo tale che nessuno che conoscesse i rapporti tra i due poteva dubitare, quando i fatti furono resi noti, che si trattasse di un suicidio del principe ereditario Rodolfo. In primo luogo, infatti, dopo la pubblicazione del bollettino ufficiale che parlava di incidente, il primo ministro ungherese Koloman Tisza si oppose a questa versione e ottenne dall’imperatore austriaco l’assicurazione che non ci si sarebbe fermati a una dichiarazione inesatta. Koloman Tisza non voleva sostenere questa versione davanti alla sua nazione ungherese e lo affermò con forza. Poi, nel collegio dei medici, si trovò un uomo che all’epoca era uno dei medici più coraggiosi di Vienna e che avrebbe dovuto partecipare all’autopsia, il quale disse che non avrebbe firmato nulla che non fosse comprovato da fatti oggettivi.
Ebbene, i fatti oggettivi indicavano proprio il suicidio. Il suicidio fu poi ammesso ufficialmente, confermando quanto affermato in precedenza. E se non ci fosse altro che il fatto che, in una famiglia così straordinariamente cattolica come quella imperiale austriaca, sia stato ammesso il suicidio, questo fatto da solo sarebbe sufficiente a non lasciare alcun dubbio. Quindi chiunque sia in grado di valutare oggettivamente i fatti non ne dubiterà.
Ma bisogna chiedersi: com’è stato possibile che qualcuno che aveva davanti a sé un futuro così brillante abbia deciso di suicidarsi, di fronte a rapporti che avrebbero potuto essere senza dubbio facilmente mascherati in una situazione del genere? Non c’è alcun dubbio che non esista una ragione oggettiva, una ragione oggettivamente necessaria nelle circostanze esteriori, per cui un principe ereditario si spari a causa di una relazione amorosa. Non c’era nemmeno una ragione oggettiva esteriore; ma il fatto era che qui una personalità, che aveva la prospettiva immediata del trono, trovava la vita del tutto priva di valore. Questo naturalmente si preparava in modo psicopatologico. Ma anche in questo caso occorre comprendere la psicopatologia, perché la psicopatologia è in fin dei conti qualcosa che ha un nesso con il destino.
Il fatto fondamentale che agiva nell’anima è comunque che qualcuno, al quale apparentemente si prospettava il futuro più brillante, trovava la vita completamente priva di valore. Questo, miei cari amici, è semplicemente uno di quei fatti che nella vita si devono trovare incomprensibili. E per quanto sia stato scritto, per quanto si sia parlato di queste cose, solo chi si dice: «Da questa singola vita umana, dalla vita del principe ereditario Rodolfo d’Austria, il suicidio, e anche la psicopatologia che lo ha preceduto nella sua causalità, non sono spiegabili», solo costui può giudicare ragionevolmente una cosa del genere. Se si vuole capire, deve esserci qualcos’altro alla base.
Ora pensate all’anima di Nerone — dopo aver attraversato tutto ciò di cui ho parlato — che è passata proprio in questo erede al trono autodistruttivo, che trae le conseguenze dal suo suicidio. Allora i rapporti si inveriscono. Allora nell’anima c’è la tendenza, che proviene dalle vite terrene precedenti, che nel passaggio attraverso il tempo tra la morte e una nuova nascita vede immediatamente che da essa sono effettivamente emanate solo forze distruttive e che deve anche sperimentare, direi in modo splendido, l’inversione.
Come viene vissuto questo capovolgimento? Viene vissuto proprio dal fatto che una vita che esteriormente contiene tutto ciò che è prezioso si rispecchia interiormente in modo tale che il portatore di questa vita la considera così priva di valore da togliersi la vita. Per questo l’anima si ammala, diventa semi-folle. Per questo l’anima cerca il coinvolgimento esteriore nella corrispondente relazione amorosa e così via. Ma tutto questo non sono che le conseguenze dell’aspirazione dell’anima, direi, di rivolgere contro se stessa tutte le frecce che prima erano rivolte verso il mondo.
E quando guardiamo all’interno di tali rapporti, vediamo svilupparsi una tragedia immensa, ma una tragedia giusta, una tragedia straordinariamente giusta. E le due immagini si ricompongono davanti a noi.
Ho detto spesso: sono le piccole cose che stanno alla base delle cose, quelle che rendono possibili, in verità e con piena serietà, le indagini in tali campi. Nella vita devono intervenire molti fattori. Come ho detto, quando si verificò quell’evento che all’epoca ebbe un effetto così sconvolgente, ero sulla strada per andare da Schröer. Non ci andai a causa di quell’evento, ma perché era la strada che dovevo percorrere. Era, per così dire, la persona più vicina con cui potevo parlare di questa cosa.
Egli disse senza alcun motivo: «Nerone», tanto che mi chiesi: perché sta pensando proprio a Nerone? Iniziň subito la conversazione con «Nerone». Allora la parola «Nerone» mi sconvolse. Ma mi sconvolse ancora di più perché la parola «Nerone» era stata pronunciata in un contesto particolare, dato che due giorni prima si era tenuta una serata presso l’allora ambasciatore tedesco a Vienna, il principe Reuss. Erano presenti anche il principe ereditario austriaco e Schröer, che aveva visto come si era comportato il principe ereditario due giorni prima della catastrofe.
Questo strano comportamento, due giorni prima della catastrofe, a quella serata, che Schröer descrisse in modo molto drammatico, e poi il suicidio due giorni dopo: tutto questo, in nesso con il fatto che era stata pronunciata la parola «Nerone», era qualcosa che faceva pensare che ora vi fosse un motivo per indagare sulle cose.
Ma perché mai ho indagato su molte cose che uscivano dalla bocca di Schröer? Non perché qualcosa di ciò che diceva Schröer — che naturalmente non poteva sapere queste cose — fosse stato semplicemente accolto da me come un presagio o qualcosa del genere. Ma alcune cose, proprio quelle che sembravano immotivate, erano importanti per me, importanti per qualcosa che una volta era emerso in modo strano.
Mi misi a parlare con Schröer di frenologia ed egli mi raccontò, non in modo umoristico ma con una certa serietà interiore, con quel linguaggio elevato che usava anche nella conversazione quotidiana quando voleva dire qualcosa con grande serietà: una volta, disse, era stato esaminato da un frenologo, che gli aveva palpato la testa e aveva trovato quella protuberanza in alto, di cui poi aveva detto: «Ecco dove siede il teosofo che è in lei!». All’epoca non si parlava di antroposofia, perché erano gli anni Ottanta; quindi non si riferiva a me, ma a Schröer stesso.
Ebbene, era proprio così: esteriormente Schröer era tutto tranne che un teosofo; questo risulta chiaramente dalla mia biografia. Ma proprio quando parlava di cose che in realtà non rientravano nel contesto di ciò che diceva, proprio lì le sue affermazioni erano talvolta straordinariamente profonde e significative. Così si potevano già mettere insieme queste due cose: che egli pronunciava la parola «Nerone» e che, anche attraverso questa constatazione esteriore della sua teosofìa, doveva essere considerato qualcuno le cui affermazioni immotivate meritavano attenzione.
Così avvenne che l’indagine sul destino di Nerone ebbe un effetto chiarificatore sul destino successivo, sul destino di Mayerling, e si poté constatare che si aveva davvero a che fare con l’anima di Nerone nel principe ereditario austriaco Rodolfo.
Questa indagine, durata a lungo — perché in questi casi bisogna essere molto cauti —, è stata particolarmente difficile per me, perché naturalmente sono sempre stato fuorviato da numerose persone che, che ci crediate o no, rivendicavano Nerone per sé e lo sostenevano con grande fanatismo. Così bisognava anzitutto combattere la forza soggettiva che emanava da questi Neroni rinati; bisognava farsi strada attraverso la boscaglia.
Ma si può constatare, miei cari amici, che ciò che vi sto dicendo ora è molto più importante della sola comprensione della catastrofe di Mayerling, perché comprende un fatto storico, proprio Nerone. Ora si vede come cose che in un primo momento sembrano scandalose, come l’esistenza di Nerone, si estrinsecano con piena giustizia mondiale, come la giustizia mondiale si compie realmente e come ritorna l’ingiustizia, ma in modo tale che l’individualità è inserita nella compensazione dell’ingiustizia. Questo è l’enorme del karma.
E poi può manifestarsi ancora qualcos’altro, quando un tale torto viene compensato attraverso singole vite terrene, come qui è quasi già compensato. Perché bisogna sapere che alla compensazione appartiene tutta la realizzazione — pensateci — che proviene da una vita che si considera senza valore, che si considera così tanto senza valore da rinunciare a un grande impero — e l’Austria a quel tempo era ancora un grande impero — e al suo dominio. Questo gesto contro se stessi, in tali circostanze, e poi il continuare a vivere dopo aver varcato la porta della morte nella visione spirituale immediata, realizza in modo terribile ciò che si può chiamare giustizia del destino, cioè la compensazione dell’ingiustizia.
Ma d’altra parte, se prescindiamo da questo contenuto, c’era anche un’enorme forza in Nerone. Questa forza non deve andare perduta per l’umanità; questa forza deve essere purificata. Abbiamo già parlato della purificazione.
Se un’anima del genere viene purificata, allora la forza che è stata purificata verrà trasferita in modo salutare anche nel periodo successivo, nelle epoche terrestri successive. E proprio allora, quando percepiremo il karma come una giusta compensazione, non potremo mai mancare di vedere come il karma agisca in modo provante sull’uomo, agisca in modo provante anche quando egli si pone nella vita in qualsiasi modo scandaloso. La giusta compensazione avviene, ma le forze umane non vanno perdute. Piuttosto, una volta vissuta la giusta compensazione, ciò che una vita umana ha commesso viene trasformato, in determinate circostanze, in forza per il bene. Pertanto, un destino come quello descritto oggi è anche profondamente sconvolgente.
Ma con questo, miei cari amici, siamo giunti direttamente alla considerazione di ciò che si può chiamare bene e male alla luce del karma: bene e male, felicità e infelicità, gioia e dolore, così come l’uomo li vede e li percepisce nella sua vita individuale. Per quanto riguarda la percezione della situazione morale di un essere umano, le epoche terrestri precedenti, le epoche storiche precedenti, erano molto più ricettive dell’umanità odierna. L’umanità odierna non è affatto ricettiva alla questione del destino. Certo, di tanto in tanto si incontra una persona che avverte l’influenza del destino; ma la vera comprensione delle grandi questioni del destino è qualcosa di estremamente oscuro e incomprensibile per la civiltà odierna, che considera la vita terrena individuale come qualcosa di chiuso in sé stesso.
Le cose accadono e basta. Ci capita una disgrazia e ne parliamo, ma non ci riflettiamo ulteriormente. Non si riflette in particolare su questo quando una persona apparentemente buona, che non ha commesso alcun crimine, viene rovinata da qualcosa che dall’esterno sembra un caso, o forse non viene nemmeno rovinata, ma deve soffrire terribilmente a causa di una ferita orribile o qualcosa di simile. Non si riflette su come una cosa del genere possa accadere a una vita umana apparentemente innocente.
Ebbene, l’umanità non è sempre stata così insensibile e indifferente alla questione del destino. Non occorre andare molto indietro nel tempo per scoprire che gli uomini sapevano che i colpi del destino provenivano da altri mondi, che anche ciò che ci si crea da soli come destino proviene da altri mondi. Da dove derivava tutto questo? Derivava dal fatto che nelle epoche precedenti gli uomini non solo avevano una chiaroveggenza istintiva, e quando questa scomparve le tradizioni tramandavano i risultati della chiaroveggenza istintiva, ma c’erano anche istituzioni esteriori che facevano sì che gli uomini non avessero bisogno di guardare il mondo in modo così superficiale e banale come oggi lo guarda l’epoca materialistica.
Oggi si parla molto della nocività della concezione puramente esteriore, materialistica e naturalistica della natura, che alla fine ha afferrato tutti gli ambienti, che ha afferrato anche le più diverse confessioni della vita religiosa. Infatti anche le religioni sono diventate materialistiche. La civiltà esteriore non vuole più sapere nulla di un mondo spirituale in nessun campo, e si parla di combattere teoricamente una cosa del genere. Ma non è questo l’importante; la lotta teorica contro le opinioni materialistiche non ha molta importanza. La cosa più importante è che, attraverso la visione che ha portato l’uomo alla libertà e che vuole portarlo ulteriormente alla libertà, e che costituisce un periodo di transizione nella storia evolutiva dell’umanità, è andato perduto anche ciò che nelle epoche precedenti era un rimedio per la visione sensibile esteriore dell’uomo.
Naturalmente anche il Greco, nei primi secoli greci — che durarono piuttosto a lungo —, vedeva nella natura circostante il mondo esteriore delle apparenze. Guardava alla natura come l’uomo di oggi. Vedeva la natura in modo un po’ diverso, perché anche i sensi hanno subito un’evoluzione, ma questo ora non è importante. I Greci avevano però un rimedio contro i danni che si creano organicamente nell’uomo semplicemente guardando la natura.
Infatti, con l’età non diventiamo lungimiranti solo dal punto di vista fisiologico se guardiamo molto la natura, ma semplicemente guardando la natura la nostra anima acquista una certa configurazione. In realtà guarda dentro la natura e vede nella natura in modo tale che non tutti i bisogni della vista vengono soddisfatti. Rimangono bisogni insoddisfatti della vista. E in realtà questo vale per l’intera percezione, per l’udito, per il sentire e così via; rimangono certi residui insoddisfatti della percezione quando si guarda semplicemente fuori nella natura.
Guardare semplicemente nella natura è più o meno come se un uomo volesse vivere tutta la sua vita nel fisico senza mangiare a sufficienza. Se l’uomo volesse vivere senza mangiare a sufficienza, naturalmente si ridurrebbe sempre più in senso fisico. Ma se l’uomo guarda sempre e solo nella natura, si indebolisce animicamente in relazione alla percezione. Subisce un esaurimento, un esaurimento animico per il suo mondo sensoriale. Nella saggezza mistica antica si sapeva che si subisce un esaurimento per il mondo sensoriale.
Ma si sapeva anche come compensare questo esaurimento. Si sapeva che, guardando l’architettura dei templi, l’equilibrio tra le parti portanti e quelle gravanti, o come in Oriente le forme che in realtà rappresentavano moralità nella scultura esteriore, guardando ciò che nelle forme dell’architettura si presentava all’occhio e alla percezione in generale, o ciò che poi si presentava davvero nell’architettura in forma musicale, lì risiedeva il rimedio contro l’esaurimento dei sensi quando questi guardavano solo alla natura.
Quando il Greco veniva condotto nel suo tempio, dove vedeva le parti portanti e quelle gravanti, le colonne, sopra di esse l’architrave e così via, quando percepiva ciò che gli si presentava in termini di meccanica interna e di dinamica, allora il suo sguardo si chiudeva. Nella natura, invece, l’uomo fissa lo sguardo verso l’esterno; lo sguardo va in realtà verso l’infinito e non si arriva mai alla fine. In realtà si può praticare la scienza naturale all’infinito per qualsiasi problema: si va sempre avanti, avanti. Ma lo sguardo si chiude quando ci si trova di fronte a qualsiasi opera architettonica reale che mira a catturare questo sguardo, a denaturalizzarlo. Vedete, ecco ciò che c’era nei tempi antichi: questo catturare lo sguardo verso l’esterno.
E invece l’osservazione interiore dell’uomo contemporaneo non riesce ad addentrarsi veramente nell’interiorità umana. In realtà, quando oggi l’uomo vuole esercitare l’auto-conoscenza, vede un ribollire di sensazioni e impressioni esteriori di ogni genere. Non c’è nulla di chiaro. L’uomo non riesce in qualche modo a cogliere se stesso interiormente, non riesce ad avvicinarsi al suo interno perché non ha la forza di afferrare interiormente in modo spiritualmente figurativo come dovrebbe fare se volesse davvero avvicinarsi a se stesso.
Qui agisce il culto che si avvicina all’uomo con vero fervore. Tutto ciò che è cultuale — non solo il culto esteriore, ma anche la comprensione del mondo in immagini — agisce in modo tale che l’uomo entra nel suo intimo. Finché si vuole arrivare all’auto-conoscenza con concetti astratti e rappresentazioni, non è possibile. Non appena ci si immerge nel proprio intimo con immagini che rendono concrete le esperienze dell’anima, allora si arriva a questo intimo; allora ci si ritrova nell’intimo.
Quante volte ho dovuto dire: l’uomo deve meditare con immagini per poter entrare veramente nel proprio intimo. Questo è qualcosa che ormai viene ampiamente discusso anche nelle conferenze pubbliche.
Così, guardando indietro all’uomo antico, si vede questo: da un lato il suo sguardo e la sua sensibilità verso l’esterno sono in un certo senso chiusi dall’architettura, intercettati; verso l’interno lo sguardo è intercettato dal fatto che l’uomo si rappresenta interiormente la sua vita animica così come gli può essere rappresentata esteriormente nelle immagini del culto (blu).
Dopo aver esaminato una serie di nessi karmici che si sono svolti nel corso della storia dell’umanità e dopo aver visto, attraverso queste considerazioni, come l’uno o l’altro fluisca da una vita terrena all’altra, passeremo ora a considerare i nessi karmici da un altro punto di vista, dal punto di vista che, vorrei dire, conduce ancora di più alla vita umana immediata. Infatti, la considerazione del karma ha un valore reale solo se può fluire nel nostro ethos vivente, in tutto il nostro modo di vivere e nella nostra costituzione animica, in modo che, ponendoci come esseri umani nel mondo, attraverso la considerazione karmica possiamo sperimentare un rafforzamento e allo stesso tempo un approfondimento della vita. La vita presenta molti enigmi, e non tutti gli enigmi della vita possono rimanere irrisolti, poiché altrimenti l’uomo verrebbe gradualmente strappato dalla sua stessa essenza. Senza la conoscenza degli enigmi dell’essere umano, egli trascorrerebbe la sua esistenza come un essere inconscio. Ma è compito dell’uomo diventare sempre più cosciente. Egli può farlo solo se è in grado di comprendere realmente, almeno in una certa misura, tutto ciò che è effettivamente legato a lui, alla sua anima e al suo spirito. E poiché il karma è parte integrante di tutta la nostra vita e della nostra esistenza, è ovvio che le considerazioni karmiche siano considerazioni dirette che costituiscono il fondamento della nostra vita umana.
Ora, però, le considerazioni karmiche applicate direttamente alla vita sono estremamente difficili da formulare, proprio per l’attuale coscienza umana. Infatti, ogni considerazione anche solo vagamente valida sul karma nella vita che ci circonda, nella vita in cui noi stessi siamo immersi, richiede che noi possiamo rapportarci alla vita in modo molto, molto più obiettivo di quanto sia possibile per una coscienza che si sviluppa dalle condizioni attuali della vita, dalle condizioni attuali dell’educazione. Nelle condizioni di vita attuali in cui l’uomo si trova, ci sono così tante cose che nascondono i nessi karmici, li rendono invisibili, che è estremamente difficile anche solo in parte vedere ciò che rende comprensibile la vita dal punto di vista karmico, dal punto di vista del destino.
L’uomo contemporaneo è infatti così poco adatto a staccarsi da sé stesso e ad abbandonarsi ad altro. Egli vive straordinariamente forte in sé stesso. E la cosa singolare è che proprio quando l’uomo di oggi tende allo spirito, quando accoglie la vita spirituale, corre il forte pericolo di vivere ancora più in sé stesso. Pensiamo solo, miei cari amici, a come spesso avviene proprio con l’approfondimento della vita antroposofica. Chi è entrato nel movimento antroposofico nel corso della sua vita potrà dire: quando ero ancora là fuori, avevo questi o quei rapporti con la vita in cui mi realizzavo, che accoglievo come qualcosa di intimamente connesso con me. Apprezzavo questo o quello, credevo che questo o quello fosse necessario per la vita. Avevo anche amici ai quali potevo sentirmi vicino per le abitudini di vita, per ciò che la vita quotidiana mi aveva portato. Ora sono entrato nell’antroposofia. Molte cose sono cessate completamente. Sono uscito dai vecchi nessi, o almeno questi vecchi nessi non hanno più lo stesso valore che avevano prima. Alcune cose che prima mi piacevano fare mi sono diventate ripugnanti; non le considero più come qualcosa con cui voglio avere a che fare.
Ma quando l’uomo, dopo aver fatto una tale riflessione, continua a pensare a cosa abbia preso il posto di quelle cose, scopre molto facilmente che in realtà il suo egoismo non è diminuito. Non lo dico in modo critico, né con una sfumatura di critica, ma semplicemente come un dato di fatto che l’uomo può osservare molto bene in sé stesso: in realtà il suo egoismo è aumentato. Egli presta ora molta più attenzione al modo in cui è fatto il suo interno, il suo animo. Si chiede molto più di quanto si chiedesse prima che impressione gli faccia l’altra persona. Prima accettava con una certa naturalezza ciò che l’altro faceva accanto a lui; ora non lo fa più. Ora si chiede quale impressione gli faccia. Oppure prima viveva in un contesto di vita che gli sembrava del tutto plausibile: faceva il suo dovere e così via. Ora questi doveri gli sono diventati contrari; ora vorrebbe liberarsene perché ritiene che non siano abbastanza spirituali, e così via. Così, proprio l’aspirazione spirituale all’interno dell’antroposofia conduce molto facilmente a una sorta di egoismo, a prendersi molto, molto più sul serio di quanto ci si prendesse prima.
Ma l’intera questione si basa sul fatto che in un caso del genere non si è verificata un’espansione degli interessi vitali verso l’esterno, bensì un loro ripiegamento verso l’interno. Ho già detto spesso che chi cresce veramente nella vita antroposofica non perde interesse per la vita esteriore, ma proprio grazie all’antroposofia si interessa molto di più a questa vita esteriore, che tutti gli altri esseri cominciano a diventare infinitamente più interessanti, ad avere molto più valore. Ma per questo è necessario non ritirarsi dalla vita esteriore, bensì vedere la spiritualità all’interno della vita esteriore. Certamente allora emergono cose che prima non si notavano; ma allora bisogna anche avere il coraggio di notarle e non ignorarle.
Per considerare la vita dal punto di vista karmico è assolutamente necessario acquisire una certa capacità di uscire da sé stessi ed entrare negli altri. Questo è naturalmente molto difficile quando l’altro diventa uno strumento di pareggio karmico nella vita, che può essere sgradevole o addirittura doloroso. Ma senza riuscire ad uscire da sé stessi anche nelle cose spiacevoli e dolorose, non è possibile una visione karmica, una visione karmica veramente valida della vita. Pensate solo alle condizioni che esistono nel “mondo” affinché il karma possa nascere.
Noi ci troviamo in una determinata vita umana. In questa vita umana facciamo, pensiamo e sentiamo una cosa o l’altra. Entriamo in relazione con altre persone e all’interno di queste relazioni si svolge una cosa o l’altra. Pensiamo, sentiamo, vogliamo, facciamo cose che richiedono un pareggio karmico. Entriamo in relazione con persone in seguito alle quali accadono cose che a loro volta richiedono un pareggio karmico. Osservate da questo punto di vista una vita terrena umana e poi considerate che, alla fine di questa vita terrena, l’uomo entra nel mondo spirituale attraverso la porta della morte.
Ora vive nel mondo spirituale. Nel mondo spirituale non è come nel mondo fisico. Nel mondo fisico voi siete al di fuori degli altri uomini. Anche rispetto a coloro che avete già avvicinato come esseri umani, voi siete al di fuori: tra due esseri umani nel mondo fisico c’è almeno l’aria e la pelle di ciascuno. Gli uomini nel mondo fisico, anche se si avvicinano molto, possono in un certo senso trattenersi in sé stessi. Ma questo non è possibile quando si è attraversata la porta della morte e si vive nel mondo spirituale. Prendiamo un caso eclatante. Avete fatto qualcosa a una persona qualsiasi che richiede un pareggio karmico. Continuate a vivere con lei dopo che entrambi avete attraversato la porta della morte. Non vivete allora solo in voi stessi, ma realmente nell’altra persona. Non è una questione di buona volontà o di perfezione interiore: si vive forzatamente, per così dire, nell’altro.
Supponiamo che l’uomo A e l’uomo B attraversino la porta della morte. In seguito si trovano nel mondo spirituale. B e A si trovano uno di fronte all’altro nel mondo spirituale. Ebbene, mentre qui B ha vissuto in sé stesso e A ha vissuto in sé stesso, ora A vive in B come in sé stesso e B vive in A come in sé stesso. Nel mondo spirituale gli uomini vivono completamente l’uno nell’altro, sostenuti proprio dalle forze che hanno accumulato durante la vita terrena. Dopo la morte non entriamo in relazione con persone a caso, ma proprio con quelle persone con cui abbiamo avuto relazioni positive o negative; e sono proprio queste relazioni che fanno sì che non viviamo solo in noi stessi, ma anche nell’altro.
Oggi inizieremo a discutere delle attività interiori dell’anima che possono portare l’uomo ad acquisire gradualmente una visione, un pensiero sul karma. Questi pensieri, queste visioni possono sorgere solo se l’uomo è in grado di vedere le esperienze che hanno una causa karmica anche alla luce del karma.
Ora, se guardiamo intorno a noi nel nostro ambiente umano, vediamo in realtà solo ciò che nel mondo fisico è causato in modo fisico da forze fisiche. E se vediamo qualcosa nel mondo fisico che non è causato da forze fisiche, lo vediamo attraverso sostanze fisiche esteriori, oggetti fisici esteriori percepibili. Certamente, quando un uomo fa qualcosa di sua volontà, ciò non è causato da forze fisiche, da cause fisiche, perché in molti modi proviene dal libero arbitrio dell’uomo. Ma tutto ciò che vediamo esteriormente si risolve completamente in manifestazioni fisico-sensibili all’interno del mondo che osserviamo. Nell’intero ambito di ciò che possiamo osservare, non possiamo comprendere il nesso karmico di un’esperienza che viviamo noi stessi. Perché l’intera immagine di questo nesso karmico si trova proprio nel mondo spirituale, è in realtà inscritta in ciò che è il mondo eterico, che poi costituisce il mondo esterno astrale, o il mondo delle entità spirituali che abitano in questo mondo esterno astrale. Tutto questo non viene visto quando rivolgiamo i nostri sensi solo al mondo fisico.
Tutto ciò che percepiamo nel mondo fisico viene percepito attraverso i nostri sensi. Questi sensi agiscono senza che noi possiamo fare molto al riguardo. I nostri occhi ricevono le impressioni luminose, le impressioni cromatiche, senza che noi possiamo fare molto al riguardo. Al massimo possiamo, e anche questo in modo semi-involontario, orientare i nostri occhi in una determinata direzione, possiamo guardare, possiamo distogliere lo sguardo. Già qui c’è molto inconscio, ma almeno c’è un briciolo di coscienza. E poi c’è tutto ciò che l’occhio deve fare interiormente per vedere un colore, questa attività interiore straordinariamente saggia e grandiosa che viene esercitata quando vediamo qualcosa, che noi come esseri umani non potremmo realizzare se dovessimo farlo coscientemente. Non se ne potrebbe nemmeno parlare. Tutto questo deve avvenire prima inconsciamente, perché è troppo saggio perché l’uomo possa in qualche modo intervenire.
Per acquisire un punto di vista corretto rispetto alla conoscenza dell’uomo, bisogna compenetrarsi con tutto ciò che esiste nel mondo in termini di dispositivi saggi che l’uomo non è in grado di produrre. Se l’uomo pensa sempre e solo a ciò che è in grado di fare, in realtà si preclude tutte le vie della conoscenza. Il cammino della conoscenza inizia fondamentalmente con il rendersi conto nel modo più modesto possibile di tutto ciò che non si può fare e che tuttavia deve accadere nell’esistenza del mondo. L’occhio, l’orecchio, persino gli altri organi di senso sono così saggi, così profondamente saggi, che gli uomini dovranno studiare a lungo per intuire solo una minima parte di essi durante la loro esistenza terrena. Bisogna rendersene conto in modo davvero cosciente. Ma l’osservazione dello spirituale non può avvenire in modo così inconscio. Nei tempi antichi dell’evoluzione dell’umanità era così anche per l’osservazione dello spirituale; esisteva una chiaroveggenza istintiva. Questo è ciò che è andato perduto nell’evoluzione dell’umanità.
L’uomo deve ora conquistare coscientemente una posizione nei confronti dell’universo, attraverso la quale possa vedere il mondo spirituale. E bisogna vedere il mondo spirituale se si vogliono comprendere i nessi karmici di qualsiasi esperienza che facciamo.
Ora è importante che, almeno per l’osservazione del karma, cominciamo a prestare attenzione a ciò che può accadere in noi per ricavarne l’osservazione dei nessi karmici. Dobbiamo poi fare un piccolo sforzo per portare queste osservazioni alla coscienza. Non dobbiamo fare più di quanto facciamo, ad esempio, per l’occhio, per portare alla coscienza il colore.
Miei cari amici, ciò che bisogna imparare in primo luogo si riassume in una sola parola: aspettare. Bisogna saper aspettare le esperienze interiori.
Ho già parlato una volta di questa capacità di aspettare. Era circa il 1889 – ne parlerò anche nel mio «Lebensgang» (Percorso di vita) – quando mi avvicinò per la prima volta la struttura spirituale interiore della «Fiaba del serpente verde e del bel giglio» di Goethe. E fu allora che per la prima volta mi si presentò la visione di un nesso più grande, più ampio di quello dato dalla fiaba stessa. Ma sapevo anche allora che ciò che un giorno avrei potuto fare con questo nesso non potevo ancora farlo in quel momento. E così ciò che allora mi si era manifestato solo grazie alla fiaba rimase semplicemente nell’anima.
Poi riemerse nel 1896, sette anni dopo, ma ancora non in una forma che potesse essere concretizzata. E poi ancora sette anni dopo, nel 1903 circa. Anche allora, nonostante si presentasse con grande determinazione e in nessi logici, non poteva ancora essere dato forma. Solo quando concepì la sua prima opera mistica, «La porta dell’iniziazione», altri sette anni dopo, essa si presentò trasformata in modo tale da poter essere plasmata in modo del tutto plastico.
Cose del genere richiedono quindi una vera e propria attesa, un lasciar maturare. Bisogna passare dalle proprie esperienze a ciò che esiste anche nel mondo. Non si può semplicemente avere la pianta quando è presente il germe. Bisogna mettere il germe nelle condizioni adeguate, bisogna farlo crescere e bisogna aspettare che dal germe nasca il fiore e poi il frutto. E così bisogna fare anche con le esperienze che si vivono. Non si deve pensare: poiché si ha una qualsiasi esperienza, poiché è proprio lì, se ne ha una sensazione e poi la si dimentica. Chiunque tratti le esperienze in questo modo, volendole solo come presenti, non potrà fare molto per entrare nel mondo spirituale e osservarlo. Bisogna saper aspettare, bisogna lasciare che le esperienze maturino nell’anima.
Ora, esiste una possibilità di maturazione relativamente rapida per la comprensione dei nessi karmici, se con pazienza e per un lungo periodo di tempo si cerca interiormente con energia di lasciare che nella coscienza, e sempre più nella coscienza, si svolga ciò che altrimenti si svolge in modo tale da essere presente, ma non viene compreso correttamente e semplicemente si spegne nella vita. È così che stanno le cose con gli eventi. Cosa fa l’uomo con gli eventi, con le esperienze che gli capitano nel corso della giornata? In realtà le vive in modo semi-osservativo. Potete farvi un’idea di come le esperienze vengano osservate solo a metà se provate una volta – e vi consiglio di farlo – a sedervi nel pomeriggio o alla sera e a chiedervi: Cosa ho vissuto oggi alle nove e mezza del mattino? Ma ora provate a richiamare alla mente, in tutti i particolari, con tutti i dettagli, un’esperienza del genere, come se fosse di nuovo lì per voi, alle sette e mezza di sera, come se la rappresentaste mentalmente, artisticamente, davanti a voi. Vedrete quanto vi manca, quanto non avete osservato, quanto è difficile. Se prendete una penna o una matita per scriverlo, molto presto comincerete a mordere la matita o la penna, perché non vi vengono in mente i dettagli e alla fine vorrete strapparli dalla matita.
Sì, ma ciò che conta in primo luogo è porsi il compito di rappresentare con tutta la nitidezza possibile un’esperienza che si è vissuta – non mentre la si vive, ma dopo – davanti all’anima, come se si volesse dipingerla mentalmente, in modo tale che, se nell’esperienza c’è qualcosa in cui qualcuno ha parlato, voi lo rendiate del tutto concreto: il suono della sua voce, il modo in cui ha “posto” le parole con abilità o goffaggine e così via, forte, energico, breve, per dare un’immagine di ciò che avete vissuto. Se in questo modo si riproduce un’esperienza del giorno, allora nella notte successiva, quando il corpo astrale è fuori dal corpo eterico e dal corpo fisico, il corpo astrale si occupa di questa immagine. In realtà è lui stesso il portatore di questa immagine, ora la forma là fuori, fuori dal corpo. La porta con sé quando esce nella prima notte. La forma là fuori, fuori dal corpo fisico e dal corpo eterico.
Così abbiamo il primo passo, vogliamo seguire queste fasi con precisione: il corpo astrale addormentato forma l’immagine dell’esperienza al di fuori del corpo fisico e del corpo eterico. Dove lo fa? Lo fa nell’etere esteriore. Ora si trova nel mondo eterico esteriore.
Immaginate ora l’uomo: il suo corpo fisico e il suo corpo eterico giacciono nel letto, là fuori c’è il corpo astrale. Prescindiamo dall’Io. Là fuori c’è il corpo astrale che riproduce l’immagine che si è creata, ma lo fa nell’etere esteriore. In questo modo accade quanto segue.
Oggi faremo una sorta di considerazione che dall’esterno indica l’evoluzione del karma dell’uomo. Dall’esterno, dico, cioè dal lato della configurazione esteriore dell’uomo, così come ci appare nella fisionomia dell’uomo, nel gioco dei gesti, in tutto ciò che è la manifestazione esteriore dell’uomo e del mondo fisico. Infatti, già nella considerazione dei singoli nessi karmici ho fatto notare come proprio attraverso l’osservazione di dettagli apparentemente insignificanti nell’uomo si possano osservare nessi karmici. E così è anche vero che l’aspetto esteriore dell’uomo dà spesso un’immagine di come l’uomo era nel suo comportamento morale, nel suo comportamento spirituale in una vita terrena precedente o in una serie di vite terrene precedenti. In questo senso si possono osservare determinati tipi di persone e proprio osservando questi tipi si scopre come un certo tipo di persona risalga a un comportamento ben preciso in una qualsiasi delle vite terrene precedenti.
Per non parlare in modo astratto, prendiamo la questione con degli esempi. Supponiamo, ad esempio, che qualcuno abbia trascorso una vita terrena occupandosi in modo molto preciso delle cose che gli sono capitate, che abbia avuto un interesse intimo e sincero per molte cose, che non sia passato indifferente davanti a nulla, né alle persone, né alle cose, né ai fenomeni. Avrete anche l’occasione di osservare questo nelle persone nella vita attuale.
Si possono imparare a conoscere persone che, per esempio, conoscono meglio gli antichi statisti greci degli statisti attuali. Se si chiede loro di Qualsiasi Pericle o Alcibiade o Milziade e così via, loro sanno rispondere perché lo hanno imparato a scuola. Se si chiede loro qualcosa su qualcosa che avviene in modo simile nel presente, non ne sanno quasi nulla.
Ma questo si può riscontrare anche nell’osservazione della vita quotidiana. A questo proposito ho già citato alcuni esempi che sicuramente sembrano strani a coloro che spesso credono di essere al vertice dell’idealismo. Ho citato, ad esempio, che ci sono persone, uomini, che se gli parli nel pomeriggio ti raccontano di aver visto una signora per strada quella mattina. Se gli chiedi che vestito indossava, non lo sanno. È incredibile, ma è vero: esistono persone così.
Ebbene, è vero, si possono dare le interpretazioni più disparate a una cosa del genere. Si può dire: l’uomo è di una spiritualità così elevata che, quando si trova in questa situazione, gli sembra troppo insignificante prestare attenzione a una cosa del genere. Ma questo non è frutto di una spiritualità veramente penetrante. Può essere frutto di una spiritualità elevata, ma non è l’elevatezza in sé che conta, bensì l’intensità o la superficialità della spiritualità. Non si tratta di spiritualità profonda, perché ciò di cui l’uomo ha bisogno per rivestirsi è già di per sé molto importante e, in un certo senso, è importante quanto, ad esempio, il naso o la bocca che ha.
Ci sono persone che prestano attenzione a tutto nella vita. Giudicano il mondo in base a ciò che sperimentano. Altre persone attraversano il mondo come se nulla le interessasse. Accolgono tutto ciò che viene loro incontro solo come una sorta di sogno che subito svanisce.
Questi sono due, direi, opposti polari dell’essere umano. Ma a prescindere da come lo si voglia giudicare, miei cari amici, che si creda che sia positivo o negativo che una persona non sappia che vestito indossava la signora che ha visto quella mattina, non è questo che conta, ma discutere oggi quale influsso questo abbia sul karma dell’essere umano. E fa una grande differenza se una persona è attenta alle cose della vita, se si interessa a tutto, o se è distratta dalle cose della vita. Proprio i dettagli sono estremamente importanti per l’intero tessuto della vita spirituale, non per i dettagli in sé, ma perché un dettaglio del genere indica uno stato d’animo ben preciso.
Pensate solo al professore che ha sempre tenuto lezioni molto belle, concentrandosi sempre su un punto, ovvero fissando sempre con lo sguardo la parte superiore del torace di un ascoltatore. Non ha mai perso il filo del discorso, ma ha sempre saputo tenere lezioni molto belle. Un giorno perse il filo del discorso: guardava lì, doveva distogliere lo sguardo continuamente e alla fine si avvicinò all’ascoltatore e gli chiese: «Perché ha ricucito il bottone che era sempre strappato? Mi ha fatto perdere il filo del discorso!». Aveva sempre guardato il bottone mancante, questo gli aveva permesso di concentrarsi. È insignificante, non è vero, se si vede o non si vede un bottone strappato; ma per l’intero stato d’animo è significativo se lo si fa o non lo si fa. E se si vogliono osservare le linee karmiche, allora questo ha un significato straordinariamente grande.
Consideriamo quindi innanzitutto questi due tipi di persone di cui ho parlato. Dovete solo ricordare ciò che ho detto più volte sul passaggio dell’uomo da una vita terrena all’altra: è così che l’uomo in una vita terrena ha una testa, poi il resto della forma, e ciò che è il resto della forma, oltre alla testa, ha una certa connessione di forze. Il corpo fisico dell’uomo viene consegnato agli elementi. Naturalmente l’uomo non porta con sé la sostanza fisica da una vita terrena all’altra. Ma il legame di forze che un uomo ha nel suo organismo oltre alla testa, lo porta con sé attraverso la vita tra la morte e una nuova nascita, e questo diventa la testa della prossima vita terrena, mentre la testa della vita terrena attuale si è formata dal sistema degli arti e dal resto dell’organismo della vita terrena precedente. Così, se posso usare questa espressione, ciò che è al di fuori della testa si trasforma da una vita terrena alla testa di un’altra vita terrena successiva. E la testa è sempre il risultato dell’extra-cranico della vita terrena precedente. Questo vale ora per l’intero complesso di forze nella struttura dell’entità umana.
Se qualcuno ha attraversato la vita con grande attenzione e non ha avuto uno stile di vita esclusivamente sedentario – e tali persone sono molto difficili da osservare karmicamente oggi, perché in passato non esistevano affatto; come saranno le persone con uno stile di vita esclusivamente sedentario nella prossima vita terrena, bisogna prima aspettare, perché tali vite terrene, in cui si sta solo seduti, esistono in realtà solo nel presente – ora, se l’uomo diventava attento alle cose che lo circondavano, doveva sempre andare verso queste cose, doveva rendere attivi i suoi arti, mettere in movimento i suoi arti. Tutto il corpo entrava in attività, non solo i sensi che appartengono al sistema della testa, ma tutto il corpo diventava attivo. Ciò che tutto il corpo fa quando l’uomo è attento passa nella formazione della testa della vita terrena successiva e ha un effetto ben preciso. Nella vita terrena successiva, la testa dell’uomo diventa tale da avere un forte impulso a inviare tali forze nel resto dell’organismo, che poi si unisce nella vita terrena successiva, in modo che le forze della terra agiscano molto fortemente su questo organismo.
E ora dovete considerare questo: se questo, disegnato schematicamente, è la testa dell’uomo e questo è il resto dell’organizzazione, allora nei primi sette anni di vita tutto ciò che è in questa organizzazione, muscoli, ossa e così via, viene formato dalla testa. La testa invia queste forze all’interno. Ogni osso è formato così come deve essere formato dalla testa. Se ora la testa, a causa del tipo di vita terrena che ho descritto, tende a sviluppare una forte affinità con le forze della terra, cosa succede? Allora, direi che grazie alla protezione della testa le forze terrestri sono maggiormente protette nella costruzione dell’essere umano già nella vita embrionale, ma anche nella vita fino al cambio dei denti. Le forze della terra sono protette molto, molto fortemente dalla testa, e la conseguenza è che un tale essere umano riceve tutto ciò che dipende dalle forze della terra in una formazione speciale. Ciò significa che ha ossa grandi e forti, ha per esempio scapole straordinariamente larghe, le costole sono ben formate. Tutto ha il carattere di una buona formazione. Ma in tutto questo vedete come l’attenzione nella vita terrena precedente viene trasferita nella vita terrena attuale, come viene formato l’organismo. Tutto questo proviene spazialmente dalla testa, ma in realtà dall’anima e dallo spirito. Perché l’anima e lo spirito partecipano a tutte queste forze formative, e quindi possiamo sempre vedere in qualcosa del genere l’animico-spirituale. Ecco perché in tali persone vediamo che la testa è diventata terrena a causa delle circostanze della vita terrena precedente, come ho descritto. Possiamo prescindere dalla fronte, che non è particolarmente alta – perché le fronti alte non sono terrene –, ma è affilata e fortemente sviluppata, e altre cose simili.
Per un certo periodo ci occuperemo ancora dei nessi legali all’interno dello sviluppo del karma umano, e oggi esaminerò innanzitutto la configurazione interiore nella formazione del karma, e precisamente quella parte del karma che ha a che fare prevalentemente con il lato morale, etico e spirituale della vita umana.
Dovete però tenere conto del fatto che nel momento in cui si guarda fuori dal mondo fisico – e questo si fa quando si considera il karma, e i nessi karmici sono spirituali, anche se si estrinsecano nel fisico, per esempio nelle malattie – allora ciò che appartiene al karma in una malattia è causato spiritualmente. Quindi, in ogni caso, quando ci si avvicina alla considerazione karmica, si entra nel mondo spirituale. Ma oggi vogliamo concentrarci in particolare sulla parte etico-spirituale, animica del karma.
Ho già fatto notare in precedenza come il karma, la formazione del karma, sia in nesso con quelle entità presenti sulla Terra in tempi molto antichi dello sviluppo terrestre, che poi, con l’uscita della Luna dalla Terra, se ne sono andate per continuare a vivere nell’universo come una sorta di abitanti lunari, entità lunari, proprio sulla Luna.
Dobbiamo considerare ciò che chiamiamo Luna, di cui la parte fisica comunemente descritta è solo, direi, un accenno; dobbiamo considerare la Luna come il vettore di certe entità spirituali, le più importanti delle quali sono proprio quelle che un tempo abitavano la Terra come grandi maestri primordiali e che hanno fondato sulla Terra quella saggezza primordiale tra gli uomini di cui ho parlato spesso. Queste entità erano quindi un tempo sulla Terra. Erano lì quando la Luna non era ancora separata dalla Terra. Lì, come ho descritto in precedenza, hanno infuso agli uomini la saggezza primordiale, in modo tale che gli uomini sono giunti a questa saggezza primordiale attraverso una sorta di illuminazione interiore. E il modo in cui questi esseri hanno agito è completamente diverso dal modo in cui gli uomini possono agire oggi sulla Terra.
Vedete, infatti, il modo in cui agivano questi antichi insegnanti tra gli uomini dovrebbe essere definito come una sorta di effetto magico, come effetti che avvenivano perché la volontà umana aveva un’influenza molto maggiore, anche su ciò che può accadere esteriormente, di quanto possa avere oggi. Oggi la volontà può agire solo attraverso la trasmissione fisica al mondo esterno. Se vogliamo urtare un oggetto, dobbiamo dispiegare la volontà, dobbiamo urtare l’oggetto con il braccio e con la mano. L’effetto immediato della volontà sui processi esteriori, che oggi definiremmo processi naturali, era ancora presente al tempo degli antichi Uriehrer in un modo che oggi definiremmo effetti magici.
Si può dire, ad esempio, che gli ultimi resti di tali effetti della volontà umana erano ancora presenti fino a un tempo relativamente recente. Rousseau, ad esempio, racconta ancora come in certe zone più calde fosse in grado di paralizzare, e persino di uccidere, i rospi che gli si avvicinavano semplicemente fissandoli intensamente con lo sguardo. Questa efficacia della volontà umana, che nelle regioni più calde si è protratta fino al XVIII secolo, è andata sempre più scemendo. Era ancora presente nell’antico Egitto come influenza della volontà umana sulla crescita delle piante; la volontà poteva ancora favorire la crescita delle piante. E quando gli antichi Uriehrer erano sulla Terra, era assolutamente possibile sottoporre anche i processi naturali inanimati al potere della volontà umana.
Queste cose dipendono naturalmente, o dipendevano, dal fatto che si avesse anche una comprensione istintiva e precisa dei nessi del mondo, che rimangono del tutto nascosti alla scienza grossolana odierna. Che ad esempio gli effetti del calore siano fortemente presi in considerazione per gli effetti della volontà umana, deriva dal fatto che lo stesso Rousseau, che era in grado di uccidere i rospi con lo sguardo nelle regioni più calde, ha provato più tardi a Lione a guardare un rospo in faccia in modo tale da poter pensare che fosse almeno paralizzato dal suo sguardo. Ebbene, il rospo non rimase paralizzato, ma lo guardò con tutta la sua acutezza, e lui rimase in un certo senso paralizzato e dovette essere riportato in vita dal medico con un veleno di serpente. Questo modo di manifestare la volontà è strettamente connesso con la considerazione della conoscenza istintiva di ciò che è nell’ambiente dell’uomo.
Ma già gli antichi maestri originari, grazie alle loro conoscenze spirituali, possedevano una conoscenza della natura completamente diversa, più intensa e più profonda di quella che hanno gli esseri umani di oggi. In breve, questi maestri originari erano effettivamente dotati di qualcosa che non può essere compreso nelle leggi naturali. All’epoca in cui i maestri primordiali regnavano sulla Terra, non era necessario racchiuderlo in leggi naturali, poiché la scienza naturale odierna non esisteva ancora. Allora sarebbe apparsa del tutto inutile alle persone di quel tempo, che non avrebbero potuto comprenderne lo scopo. Infatti, ogni azione si basava su una conoscenza e una comprensione delle cose molto più interiori di quanto sia possibile oggi.
Questi Maestri Primordiali, come già detto, trasferirono il teatro della loro attività dalla Terra alla Luna e ora, dato che nell’universo tutto è collegato, hanno un grande compito nel nesso del divenire del mondo. E sono loro che hanno a che fare in modo straordinario con il karma, con la formazione del karma dell’uomo. Perché una componente importante nella formazione del karma è ciò che possiamo osservare quando l’uomo, dopo la morte, dopo aver abbandonato il suo corpo eterico dopo pochi giorni, rivive – non la sua vita da sveglio, ma la sua vita nel sonno.
Quando l’uomo ha varcato la porta della morte, ha dapprima una chiara visione retrospettiva, in un quadro grandioso, di ciò che ha vissuto durante la sua vita. Ma si tratta di una visione retrospettiva figurativa. Dopo alcuni giorni il corpo eterico si dissolve nell’etere universale e allora questo sguardo retrospettivo svanisce lentamente. Ma poi inizia un vero e proprio guardare indietro.
Non è vero che la nostra vita durante la nostra esistenza terrena scorre in modo tale che, anche se la percepiamo come un’unità nel ricordo, ciò è naturalmente un inganno; perché la vita non scorre come un’unità, ma noi viviamo sempre coscientemente il giorno, inconsciamente la notte, coscientemente il giorno, inconsciamente la notte e così via. Quando poi l’uomo ricorda, dimentica che le notti stanno sempre in mezzo. In queste notti avviene molto con l’animico, con il corpo astrale e con l’Io, solo che l’uomo non ne sa nulla.
Ciò che avviene, ciò che l’uomo vive inconsciamente durante la vita terrena, lo rivive durante il ritorno, in modo tale che il tempo dopo la morte gli appare davvero come un ritorno; allora egli rivive le notti in piena coscienza.
Egli vive questo regresso, poiché circa un terzo della vita è trascorso dormendo, proprio in un terzo della vita. Se quindi una persona ha raggiunto i sessant’anni, ha dormito circa vent’anni e vive questo regresso in circa vent’anni. Poi entra nel regno spirituale vero e proprio e vive in modo diverso. Ma questo declino, l’osservazione di ciò che accade durante le notti, l’uomo lo sperimenta inizialmente dopo la morte. Lo sperimenta però in modo tale che si deve notare subito quanto questo rivivere sia diverso dall’esperienza ordinaria durante la notte.
Ad eccezione dei sogni che emergono dal sonno, che non riproducono in modo molto fedele ciò che si vive nella vita terrena, ma spesso lo riproducono in modo molto illusorio e fantastico, ad eccezione quindi di ciò che emerge come sogni dalla vita notturna, l’uomo ha poca coscienza di tutta la varietà che avviene in lui. Ho già descritto in precedenza ciò che avviene durante il sonno; ma dopo la morte l’uomo lo vive con una chiarezza straordinaria, con una vividezza straordinaria.
Si può quindi dire che questa vita nel mondo animico dopo la morte è in realtà più impressionante della vita terrena. Le immagini che si vivono, il modo in cui ci si trova all’interno di questa esperienza, è straordinariamente intenso, non onirico, ma straordinariamente intenso. E in realtà si vive tutto in modo tale che, direi, lo si vive dal punto di vista di una sorta di negativo fotografico.
Quindi, se durante la vita terrena avete causato dolore a qualcuno, durante la vita terrena avete vissuto voi stessi il causare questo dolore. Durante la vostra vita terrena avete vissuto e fatto ciò che proviene da voi. Ma quando rivivete lì, non vivete ciò che avete vissuto durante la vita terrena, bensì, come se scivolaste nell’altro, ciò che ha vissuto l’altro a cui avete inflitto quella cosa.
Quindi, se scelgo un esempio drastico, se avete dato uno schiaffo a qualcuno, non sperimentate ciò che avete fatto durante la vita terrena nell’intenzione di dare questo schiaffo, nel darlo, nell’assenza di dolore per voi, se non vi siete causato dolore alla mano con uno sforzo eccessivo; ma invece di ciò che avete vissuto voi nel dare uno schiaffo del genere, ora, tornando indietro, vivete tutto ciò che ha vissuto l’altro a cui avete dato lo schiaffo. Lo vivete come vostra esperienza, con una vividezza straordinaria, lo vivete in misura maggiore.
Così che in effetti l’uomo, quando compie questo ritorno, dice a se stesso: Oh, è straordinariamente impressionante ciò che sto vivendo! E nessuna impressione sulla Terra ha un effetto così potente come le impressioni di questa vita rivolta all’indietro dopo la morte nel terzo periodo della vita. Così che in questo tempo voi vivete in realtà tutto il compimento karmico di ciò che avete fatto nella vita stessa; vivete tutto questo dal punto di vista dell’altro. Quindi vivete l’intero compimento karmico della vostra vita, solo che non ancora come vita terrena – lo farete nella prossima vita –, ma lo vivete, anche se non è così intenso in relazione alle azioni come lo sarà più tardi nella vita terrena, lo vivete in relazione all’impressione, ancora più forte di quanto potrebbe essere in qualsiasi vita terrena.
Ora, questo è qualcosa di sorprendente, miei cari amici. È davvero, vorrei dire, la saturazione, la forza dell’esperienza che è qualcosa di straordinario, di strano.
Ma se l’uomo potesse sviluppare nel suo Io e nel suo corpo astrale solo la forza che ha quando attraversa la porta della morte, vivrebbe tutto questo ritorno al massimo come un sogno molto vivido. In realtà, guardando solo alla vita terrena e a ciò che essa può fare di noi dopo la morte, ci si potrebbe aspettare che questo ritorno sia vissuto come un sogno molto, molto vivido. Ma non è affatto così. Non è un sogno vivente, è un’esperienza straordinariamente intensa, molto più intensa delle esperienze terrestri.
Ora non si ha più un corpo fisico, non si ha più un corpo eterico attraverso il quale si hanno le esperienze sulla Terra. Pensate solo a ciò che potreste sperimentare sulla Terra con la coscienza ordinaria se non aveste un corpo fisico e un corpo eterico. Vi muovereste così rapidamente sulla Terra che ogni tanto avreste un sogno; poi continuereste a dormire e così via.
Ora, si può ben immaginare che un sogno che un sessantenne fa per vent’anni dopo la vita terrena continui ininterrottamente; ma non è un sogno, è un’esperienza molto energica e intensa. E da dove viene questo?
Vedete, questo viene dal fatto che nel momento in cui l’uomo ha attraversato la porta della morte, ha abbandonato il suo corpo eterico, in quel momento, quando intraprende questo ritorno dopo la morte, subito questi abitanti della Luna gli si avvicinano e sono loro che, con il loro antico potere magico, con la sostanza mondiale delle sue immagini, entrano in lui, entrano nella sua esperienza.
Vedete, è proprio quello che succede, se posso fare un paragone, quando dipingo un quadro. All’inizio dipingo solo un quadro – questo non fa male a nessuno, a meno che non sia davvero orribile, e in questo caso si tratta solo di un’impressione morale, quindi non fa male a nessuno. Ma immaginate che io dipinga tre di voi qui in un quadro, e che, grazie a una forza magica che pervade il quadro, questi tre uscissero dal quadro e facessero subito tutto ciò che hanno in mente di fare contro qualcuno qui presente. Apparirebbero più intensi, più potenti, più vivaci di quanto gli antroposofi siano abituati a vedere.
È così. L’intera esperienza è collegata a un’immensa vivacità, perché questi esseri lunari con tutto il loro essere compenetrano le immagini che vengono vissute, direi che le compenetrano e le saturano con un «oltre-essere».
Così, dopo la morte, attraversiamo la regione di questi esseri lunari. Ma questo fissa in modo molto potente nell’etere universale ciò che sperimentiamo in questo modo come compensazione per le nostre azioni, proprio come ho appena descritto. E proprio questo ritorno, se non lo si descrive solo in linea di principio, come ho fatto nella mia «Teosofia», ma se si cerca di descriverlo in modo concreto e vivido, come vorrei fare ora, proprio questo rivivere è estremamente interessante, così come in generale il rivivere dell’uomo immediatamente dopo la morte è già di per sé una parte estremamente importante della vita.
Ai nostri giorni, infatti, le esperienze che un essere umano può fare sono ancora particolarmente complesse. Pensate solo a quanto sia diversa la costituzione animica di questi esseri lunari rispetto a quella degli abitanti della Terra. Questi esseri lunari, con i quali abbiamo così tanto a che fare dopo la morte, come ho descritto, hanno dato all’uomo quella saggezza primordiale che proprio nella nostra epoca è andata perduta, che in realtà è durata in modo più intenso solo fino al III, IV secolo dopo Cristo, poi è rimasta presente nella tradizione, ma poi è andata completamente perduta. Ho già spiegato più volte come gli uomini non avrebbero potuto raggiungere la loro libertà se fosse rimasta loro la grande e potente saggezza primordiale di questi maestri primordiali. Ma essa è andata perduta. Al suo posto è subentrato qualcos’altro, il pensiero astratto. L’uomo oggi pensa in concetti che in realtà non hanno più molto a che fare con il mondo spirituale.
Vorrei usare ancora una volta un paragone che ho già fatto qui: Aristotele ha stabilito dieci concetti che in realtà erano i resti dell’antica saggezza: essere, quantità, qualità, relazione, posizione, spazio, tempo, avere, fare, soffrire. Li ha chiamati categorie. Sono dieci concetti semplici. Questi dieci semplici concetti sono solitamente presenti nella logica che impariamo a scuola. Gli studenti delle scuole superiori devono impararli a memoria, i professori di filosofia li conoscono. Ma si conoscono solo questi dieci concetti: essere, quantità, qualità, relazione, spazio, tempo, posizione, avere, fare, soffrire. Ma cosa si sa se si conoscono questi dieci concetti? Questi dieci concetti sono naturalmente noiosi per l’uomo di oggi, ma per chi ne comprende il significato non sono più noiosi delle ventidue o ventitré lettere del nostro alfabeto.
Se non sapeste nulla dell’alfabeto se non: a, b, c, d, e, f, g e così via fino alla z, immaginate cosa sarebbe per voi il Faust goethiano! Aprite il libro e trovate ovunque, mescolati in tutti i modi, questi ventidue segni. Il Faust non contiene nient’altro che questi ventidue segni, solo combinati in modi sempre diversi. Ma se non sapeste nient’altro, se non aveste mai imparato a leggere, ma solo apriste il libro e imparaste a conoscere queste lettere, pensate a quanto sarebbe diverso rispetto ad ora che sapete leggere e prendete in mano il Faust! È tutta un’altra cosa. Ma nessun libro al mondo che voi potete leggere contiene altro che questi ventidue segni, eppure cosa fate con queste ventidue lettere quando sapete leggere! Tutto il mondo sensibile vi si apre grazie al modo in cui voi giocate con esse, le mescolate, le utilizzate.
Ma i logici che oggi hanno accolto dieci categorie: essere, quantità, qualità, relazione, spazio, tempo, posizione, avere, fare, soffrire, non sanno più a cosa appartengono queste categorie, come uno che non ha mai imparato a leggere, ma vede in tutti i libri del mondo solo a, b, c, d, e, f e così via. È esattamente la stessa cosa. Perché questi dieci concetti fondamentali, questi dieci concetti logici di Aristotele, devono essere conosciuti in modo tale da poter essere utilizzati nei modi più diversi, proprio come le lettere vengono combinate nei modi più diversi nel mondo fisico. Poi si legge con questi dieci concetti nel mondo spirituale. Sono lettere!
Ma nella nostra epoca è diventato normale conoscere solo i concetti, il che è come conoscere l’alfabeto solo come una sequenza di lettere. Pensate a cosa vi perdereste se non sapeste leggere, ma vedeste solo a, b, c, d. Allo stesso modo, agli esseri umani sfugge tutto ciò che è nel mondo spirituale se non sono in grado di utilizzare i concetti, modificati a partire da Aristotele, nei modi più diversi per poter leggere nel mondo spirituale.
A questo proposito, anche ai filosofi è successo qualcosa di molto buffo già da molto tempo. A metà del Medioevo c’era un uomo molto intelligente, Raimundus Lullus, che sapeva ancora qualcosa della tradizione di questo spostamento delle categorie logiche, dei concetti logici fondamentali, e ha reso noto ciò che sapeva, ma secondo l’usanza dell’epoca, in immagini. Ma se avesse detto la verità, avrebbe detto: i miei contemporanei sono tutti teste vuote, perché sanno solo dire a, b, c, d, non sanno leggere con i concetti fondamentali. Bisogna capire come collegare questi concetti fondamentali tra loro, così come si collegano le lettere per formare parole e frasi. Allora si può leggere nel mondo spirituale. Ma non lo diceva così direttamente, non era consuetudine all’epoca. Diceva invece: scrivete i concetti fondamentali su dei foglietti, poi prendete una specie di roulette, la fate girare, i concetti vengono mescolati tra loro e poi si leggono. Ne viene fuori qualcosa.
Ma era solo un paragone, perché in realtà non intendeva una roulette morta, ma la mente spirituale che deve mescolare questi concetti. Ma quelli che ne hanno sentito parlare hanno preso sul serio la storia e da allora ne ridono. Trovano che sia qualcosa di incredibilmente infantile di Raimundus Lullus. Ma è infantile solo dal punto di vista della filosofia più recente, che non sa di cosa si tratta.
Vedete, in realtà è andato perduto quasi tutto ciò che è stato trasmesso nei tempi antichi all’umanità da questi maestri originari, che oggi dobbiamo chiamare abitanti della Luna. E l’uomo fa effettivamente conoscenza con questo diverso tipo di conoscenza in modo particolare durante questo viaggio regressivo subito dopo la morte. In quel momento egli sa effettivamente in che modo questi saggi primordiali hanno pensato e saputo. Da qui deriva il carattere intuitivo, l’aspetto così concreto.
Ma proprio nel nostro tempo le cose si complicano. Si complicano perché esiste una sorta di incomprensione tra gli esseri umani che ora vivono qui sulla Terra – da quando la saggezza primordiale è andata perduta – nei loro concetti astratti, e ciò che questi insegnanti primordiali hanno ora, dopo essersi uniti alla Luna, come costituzione animica.
È proprio così: quando un moderno naturalista attraversa questa vita, parla una lingua diversa da quella di questi insegnanti primordiali che, come descriverò più dettagliatamente in seguito, hanno molto a che fare con la formazione del suo karma. Questi insegnanti primordiali e gli esseri umani che oggi muoiono a causa della formazione moderna, della civiltà del tempo, non si capiscono bene.
È estremamente difficile farsi un’idea di queste cose, perché non è particolarmente facile osservare ciò che avviene con gli esseri umani. Ma in casi caratteristici è possibile farsi un’idea. E così, ad esempio, si può arrivare a una conclusione, miei cari amici, osservando due persone che, diciamo, sono morte in tempi recenti e hanno compiuto in questo modo il ritorno dopo la morte, che quindi in un certo senso sono completamente immerse nella formazione del tempo moderno eppure sono molto diverse l’una dall’altra.
Vedete, si può prendere un naturalista geniale, geniale nel suo genere, ma comunque un naturalista moderno mediocre, come Du Bois-Reymond o qualcuno del genere, e osservare questo ritorno. Ma si può anche considerare un’altra personalità. E una personalità molto interessante per questo ritorno attraverso il mondo animico è quella che mi è venuta in mente una volta mentre scrivevo i miei Misteri, quando ho creato il personaggio di Strader. Strader nei Misteri è l’immagine di una personalità molto concreta, che in gioventù è entrata effettivamente nel monachesimo, ma poi si è evoluta dal monachesimo e ha operato in una sorta di filosofia illuminista moderna, anche come professore universitario in questa filosofia illuminista moderna.
Ebbene, questa personalità – che ha scritto moltissimi scritti – è in realtà astratta in tutto il suo sviluppo concettuale, con l’astrattezza propria di un pensatore moderno, ma incisiva, straordinariamente incisiva, molto cordiale. È in realtà qualcosa di benefico quando si incontra qualcosa di cordiale in un pensatore moderno.
Naturalmente, così cordiale come era ad esempio Hegel, che con immensa emozione, ma anche con immensa chiarezza, esponeva le cose più astratte, così cordiale non è più l’uomo moderno; Hegel era in realtà un uomo che sapeva tagliare la legna con i concetti, che sapeva presentare i concetti in modo così concreto da poter tagliare la legna con i concetti, ma in questa concretezza, naturalmente, l’uomo moderno non è più in grado di farlo. Ma quello a cui mi riferisco aveva già qualcosa di cordiale nel modo di trattare i concetti astratti.
Ora, naturalmente, poiché, come ho detto, avevo in mente questa vita quando ho creato il personaggio di Strader nei miei Misteri, mi interessava particolarmente il percorso a ritroso della vita di questa personalità. Era quindi molto plausibile che questa personalità pensasse tutto ciò che pensava con una certa tendenza teologica, in modo del tutto astratto, come un naturalista moderno o almeno un pensatore naturalista da un lato, ma con una tendenza teologica che almeno da qualche parte faceva trasparire – questo deriva naturalmente dalle precedenti incarnazioni della stessa personalità – dalla coscienza che si può almeno parlare di un mondo spirituale reale.
In un senso più ampio, i concetti di questa personalità hanno quindi un’affinità con lo stato d’animo degli esseri lunari, più di quanto non abbia un comune erudito da quattro soldi come Du Bois-Reymond. E così si può vedere che per questi sapientoni attraversare questo mondo animico, questa sfera lunare, è davvero un vero e proprio non capire, come quando qualcuno vive in un paese straniero e non impara mai la lingua locale: gli altri non lo capiscono, lui non capisce loro. È più o meno così per l’uomo che cresce completamente nella civiltà moderna, quando intraprende questo ritorno attraverso la vita.
Ma per questa personalità, direi per l’«archetipo» del mio Strader, è stato qualcosa di diverso. E proprio in lui, durante il viaggio di ritorno, si poteva percepire come gli esseri che appartengono alla Luna sviluppassero uno straordinario – devo naturalmente usare espressioni terrestri, anche se sono incredibilmente banali in rapporto alla cosa che devo descrivere – come questi esseri sviluppassero un certo interesse per il modo in cui egli introduceva i suoi pensieri, i suoi pensieri astratti, in questo mondo animico. E lui, a sua volta, ha vissuto un risveglio strano, molto strano, un risveglio che sembrava come se si dicesse: «Ah, tutto ciò che ho combattuto – e ha combattuto molto di ciò che era tradizionale – non è affatto così, in fondo è completamente diverso». È diventato così solo poco a poco, perché le vecchie saggezze sono diventate parole astratte, e in realtà ho combattuto spesso contro i mulini a vento. Ora però vedo la realtà.
Vedete, inizia qualcosa in cui, specialmente in una personalità come questa – e nella vita moderna si possono citare tutta una serie di personalità simili – questo ritorno al passato, in cui il karma viene inizialmente predisposto, diventa estremamente interessante per la vita.
Una personalità ancora più evidente in questo senso è il filosofo che ha scritto «La fantasia come principio fondamentale del processo mondiale», Jakob Frohschammer, che ho citato spesso. In realtà era ancora molto intriso di concetti astratti, ma era anche, come quello che ho appena descritto, una sorta di pensatore astratto. Tuttavia, non sopportava le astrazioni del modernismo – non mi riferisco al modernismo nella terminologia cattolica – al punto che non voleva accettare i concetti come forze che plasmano il mondo, ma piuttosto la fantasia. Vedeva la fantasia all’opera ovunque: le piante crescono, gli animali esistono grazie alla fantasia e così via. A questo proposito, il libro di Frohschammer è estremamente interessante.
È davvero meraviglioso: una personalità del genere, che ha ancora molto in sé di ciò che c’era nello sviluppo della civiltà prima che entrasse in gioco l’intero modo di pensare filisteo e astratto della modernità, cresce in modo ancora più intimo con la sostanza degli esseri lunari. E tali studi sono estremamente interessanti perché consentono di comprendere più a fondo le leggi evolutive del karma. E proprio quando si è affezionati con una certa partecipazione a una personalità come questa, come nel mio caso nei confronti dell’archetipo di Strader nei Misteri, è il calore, il calore dell’anima con cui si è legati a una personalità del genere che rende possibile vivere proprio questa migrazione così significativa dopo la morte.
Il fatto che le impressioni siano così forti su chi le vive dopo la morte ha effettivamente un effetto residuo su chi segue con conoscenza un evento del genere. E qui c’è qualcosa di molto strano. Proprio in un tale seguire si mostra quanto queste esperienze dopo la morte siano più impressionanti delle esperienze terrestri.
Oggi mi chiedo con tutta serietà: sarebbe possibile per me, dopo aver assistito per lungo tempo proprio a queste immagini che l’archetipo di Strader ha vissuto dopo la morte, se volessi, come ho fatto con i quattro drammi del mistero, realizzarne un quinto, descrivere la figura di Strader, rappresentarla ulteriormente? Non mi sarebbe affatto possibile, perché nel momento in cui volessi rappresentare la figura terrestre, che è molto meno intensa nelle impressioni, ci sono le immagini delle impressioni che l’archetipo in questione subisce dopo la morte. Queste sono molto più intense, cancellano ciò che esiste nella vita terrestre.
E ho potuto osservarlo chiaramente in me stesso. Mentre provavo un interesse straordinario per le espressioni di vita della personalità in questione – potete immaginarlo, perché è proprio l’archetipo della mia Strader – mentre era in vita – ora è morta –, ora prevale l’interesse per le impressioni che questa personalità ha dopo la morte, che supera di gran lunga tutto ciò che posso in qualche modo scoprire su questa personalità nella vita, o descrivere o simili.
Sì, devo dire che quando ripenso ai miei drammi misterici: attraverso le impressioni vivide di questo archetipo della mia figura di Strader nella sua vita dopo la morte, ciò che è la figura di Strader si spegne in me – mentre con le altre figure questo non accade quasi per niente – più di ogni altra cosa. Vedete come, per un’osservazione reale, ciò che è sulla Terra e ciò che è al di fuori della Terra si affiancano realmente nella realtà e come si possa già giudicare dall’effetto che hanno queste cose che questa vita dopo la morte, nel viaggio a ritroso, è incredibilmente intensa: cancella completamente le impressioni terrestri.
Sì, si può dire ancora di più su queste cose. Può essere, ad esempio, il caso seguente – non sto raccontando qualcosa di inventato, ma realtà concrete –: si conosce molto bene una persona qui nella vita terrena, poi si sperimenta ciò che deve attraversare durante il viaggio a ritroso, come tutto assume una forma diversa, perché le immagini di questo viaggio a ritroso sono straordinariamente intense. E si può anche dire che, se ci si è interessati in modo straordinario, come è stato il mio caso per una persona morta alcuni anni fa, alla sua vita terrena, l’intero rapporto con questa vita terrena assume una forma diversa quando in seguito si assiste a ciò che la personalità in questione attraversa dopo la morte nel viaggio a ritroso. Assume una forma completamente diversa! E molte cose nelle relazioni terrestri si presentano solo allora nella loro piena verità.
Ciò è tanto più vero quando i rapporti nella vita terrena non sono di natura spirituale. Dove sono di natura spirituale, dove sono impregnati di spiritualità, esiste una sorta di continuo sviluppo. Ma se sono tali che, per esempio, senza una concordanza di opinioni esiste un rapporto umano, allora subito dopo la morte questo rapporto umano si pone, in determinate circostanze, in qualcosa di completamente diverso, in un tipo completamente diverso di vita di sentimenti e così via. Ciò è suscitato proprio dalla vivacità delle immagini che appaiono.
Descrivo queste cose per suscitare in voi, miei cari amici, una rappresentazione concreta del modo in cui esistono altri tipi di realtà oltre a quelli presenti sulla Terra. Esistono infatti i più svariati tipi di realtà. E il fatto che ovunque nelle immagini che l’uomo può creare da sé confluiscano le azioni degli esseri lunari, questa realtà è in realtà più meravigliosa da osservare di quella successiva, quando l’uomo attraversa il mondo spirituale, dove ha a che fare con le gerarchie superiori nell’effetto della sua vita terrestre, cosa che è molto più facile da comprendere perché è una sorta di continuazione. Ma questo radicale cambiamento dell’uomo dopo la morte, dovuto al fatto che entra in relazione con esseri che hanno lasciato la Terra da tempo e hanno fondato una sorta di insediamento cosmico sulla Luna, è qualcosa che ci rende estremamente vicini a una realtà molto simile a quella terrestre – poiché la si attraversa immediatamente dopo la vita terrena – eppure fondamentalmente diversa da essa.
Se gli esseri umani sono troppo attaccati al terreno, allora può anche succedere che abbiano difficoltà a trovare la loro strada in questa regione dove si trovano gli esseri lunari. Si verifica allora quanto segue, che vorrei caratterizzare in questo modo: pensate, immaginate che qui ci sia la Terra (vedi disegno, bianco) e lì la Luna (rosso). Ora, le influenze lunari, che in realtà sono le influenze solari riflesse, agiscono sulla Terra solo fino a un certo punto, poi cessano di agire (giallo). Gli effetti lunari non penetrano molto in profondità nella Terra, ma solo quanto basta per raggiungere le radici delle piante che si espandono nel terreno. Gli effetti lunari non penetrano sotto lo strato delle radici delle piante, che è molto sottile.
L’ultima volta abbiamo discusso di come si forma, in un certo senso, il germe del karma nel tempo che segue immediatamente il passaggio dell’uomo attraverso la porta della morte. Ho cercato di illustrare come, con grande vivacità, con una forte forza interiore, proprio le esperienze che l’uomo vive in questo periodo, che comprende circa un terzo della vita, agiscano su di lui con un’enorme forza e come agiscano anche sull’osservatore che segue la vita dell’uomo in questo periodo. Ora dobbiamo considerare come il mondo terrestre, entro il quale si svolgono effettivamente il compimento e la formazione del karma, agisca sull’uomo, e quanto diversamente agisca il mondo extraterrestre.
Se guardiamo, per così dire, al teatro del nostro karma, che è la Terra, scopriremo che tutto ciò che appartiene alla Terra – tutti gli esseri dei diversi regni della natura – ha un influsso reale sull’uomo, che è presente, che si fa valere nella vita dell’uomo e si fa valere anche quando l’uomo non rivolge la sua conoscenza a ciò che è nel suo ambiente terrestre. L’uomo deve nutrirsi, l’uomo deve crescere; per farlo deve accogliere le sostanze della Terra. Queste agiscono su di lui attraverso le loro qualità, attraverso le loro forze interiori, e agiscono su di lui indipendentemente dalla sua conoscenza. E si può dire, anche se in modo un po’ radicale, che indipendentemente dal modo in cui l’uomo si rapporta nella sua vita animica ai diversi regni che lo circondano nell’esistenza terrestre, egli entra in relazione, entra in rapporto con questi fatti del suo ambiente fisico-terrestre.
Lo si può notare nei più svariati ambiti della vita. Ad esempio, bisogna chiedersi come sarebbe se, nell’assunzione della quantità dei nostri alimenti, fossimo dipendenti da ciò che sappiamo dell’effetto degli alimenti sull’organismo. Non possiamo aspettare di sapere qualcosa al riguardo, ma siamo spinti da un rapporto con l’ambiente terrestre che è del tutto indipendente dalla nostra conoscenza e, in un certo senso, anche dalla nostra vita animica. Ma pensate ora al completo contrasto con il mondo stellare. Non si può parlare di un influsso del mondo stellare entro lo stesso fondamento istintivo entro il quale si parla dell’influsso dei regni terrestri. L’uomo può ammirare il mondo stellare, può ricevere molti stimoli dal mondo stellare; ma pensate solo a quanto egli dipenda dalla sua vita animica in relazione a tutto ciò che riguarda il mondo stellare, a quanto questo mondo stellare debba influire sulla sua vita animica.
Prendete l’astro più prossimo che sta in rapporto con l’uomo nell’extraterrestre, prendete la Luna. Voi sapete bene dalla vita quotidiana che la Luna ha un certo influsso sulla vita fantastica degli uomini. E anche coloro che vogliono negare tutto il resto dell’influenza degli astri sull’uomo non possono negare ciò che inconsciamente – per usare una celebre espressione romantica – la «notte magica illuminata dalla luna» esercita sulla fantasia umana. Ma non si può pensare che anche questo effetto, più grossolano, che viene esercitato sull’uomo dal mondo stellare, avvenga con l’esclusione della vita animica umana, che possa instaurarsi un rapporto come quello dell’uomo con il suo ambiente terrestre, dove non dipende affatto da ciò che l’uomo sa dell’effetto del carbone sui suoi diversi organi, se lo ammira o meno: deve semplicemente mangiarlo. In realtà tutta la conoscenza si aggiunge come qualcosa che certamente eleva la vita animica umana al di sopra della vita naturale; ma l’uomo vive la propria vita proprio entro la natura, e la vita spirituale si aggiunge semplicemente a essa.
Escludendo invece la vita spirituale, non si può nemmeno pensare a un influsso del mondo celeste sull’uomo, tanto meno di quel mondo che sta dietro al mondo celeste come mondo delle gerarchie, come mondo delle entità spirituali superiori. Ora, sul gradino più basso della scala gerarchica si trovano quelle entità di cui vi ho parlato l’ultima volta, che in realtà plasmano le esperienze dell’uomo dopo la morte, vivendo esse stesse in esse, rendendole così intense, così potenti, così forti. Se questi esseri lunari, che un tempo erano i grandi maestri originari dell’umanità sulla Terra, non vivessero, per così dire, in ciò che l’uomo sperimenta dopo aver varcato la soglia della morte, le esperienze dopo la morte sarebbero esperienze oniriche; ma esse non sono affatto oniriche, bensì esperienze più forti delle cosiddette esperienze normali della vita terrena. In queste esperienze si prepara il karma, perché viviamo intensamente in tutti gli altri, non in noi stessi, e dobbiamo compensarlo: viviamo le cose così come le vive l’altro a cui le abbiamo inflitte, e le viviamo con una forza enorme. Durante queste esperienze prepariamo quindi il nostro karma.
Nel tempo che intercorre tra la morte e la nuova nascita avviene poi il passaggio dal vivere insieme a questi esseri lunari a ciò che ora vivono insieme all’uomo esseri che non sono mai stati sulla Terra. Gli esseri lunari di cui ho parlato l’ultima volta sono stati presenti entro l’esistenza terrena; questo l’ho caratterizzato. Ma poi l’uomo, in un tempo successivo tra la morte e la nuova nascita, ascende a esseri che non sono mai stati sulla Terra. Qui abbiamo innanzitutto un gruppo di essenze all’interno delle gerarchie superiori, alle quali abbiamo dato il nome di Angeloi. Queste essenze sono, per così dire, le nostre guide da una vita terrena all’altra; ci accompagnano da una vita terrena all’altra e sono le essenze alle quali siamo più vicini verso l’alto, alle quali siamo in realtà sempre molto vicini anche nella vita terrena.
È così: quando riflettiamo sui rapporti esterni, su ciò che abbiamo visto, su ciò che abbiamo sentito, su ciò che abbiamo accolto dalla natura o dalla storia, o su ciò che ci hanno detto altre persone, quando riflettiamo su queste cose che ci vengono dall’esterno durante la vita terrena, se ci abbandoniamo soltanto a questi pensieri che provengono dall’esterno, allora l’essere della gerarchia degli Angeloi, al quale apparteniamo, non ha molto a che fare con i nostri pensieri. Questo perché tali esseri della gerarchia degli Angeloi non sono mai stati abitanti della Terra come gli uomini o come quegli insegnanti primordiali, che erano certamente presenti soltanto nel corpo eterico, ma erano comunque abitanti della Terra. Tali abitanti della Terra non sono le entità che chiamiamo Angeloi; perciò il nostro rapporto con loro è diverso da quello con gli esseri lunari di cui ho appena parlato.
Tuttavia, percorrendo dopo la morte le vie che, in un certo senso, passano accanto ai pianeti e giungendo nella sfera degli esseri lunari, ci troviamo contemporaneamente entro la regione lunare, nella sfera degli Angeloi. Così, nel tempo in cui viviamo insieme agli antichi maestri dell’umanità, divenuti abitanti della Luna, viviamo anche in modo cosciente con gli esseri che chiamiamo Angeloi. Poi proseguiamo, e proseguendo arriviamo nella sfera che in tutta la Scienza dello Spirito è stata definita la sfera di Mercurio. Lì, in questo regno, non vivono più esseri che un tempo erano sulla Terra; lì vivono soltanto esseri che non sono mai stati sulla Terra. Penetrando nella regione di Mercurio, nel tempo tra la morte e una nuova nascita, entriamo nel regno degli Arcangeloi e, penetrando poi nella regione di Venere, nel regno degli Archai.
Attraversando così questi ambiti della terza gerarchia, ci avviciniamo a ciò che è in realtà l’entità spirituale del Sole. L’entità spirituale del Sole, durante questo passaggio attraverso la vita tra la morte e una nuova nascita, è in realtà, nel senso più elevato, la dimora di quelle entità che abbiamo definito Exusiai, Dynameis e Kyriotetes nella serie delle gerarchie superiori. È dunque la seconda gerarchia che costituisce in realtà l’anima, lo spirito della vita solare. Entriamo in questo regno e in esso trascorriamo la maggior parte del tempo tra la morte e una nuova nascita.
Ora, queste entità possono essere comprese solo se consideriamo come esse abbiano la loro esistenza completamente al di fuori di tutto ciò che ci rende esseri umani terrestri, di tutto ciò che ci vincola al circolo delle leggi naturali. Le leggi naturali, così come le conosciamo sulla Terra, non esistono nel regno della vita solare reale. Nel regno dell’azione solare reale, le leggi spirituali – e quindi anche le leggi della volontà, per esempio – e le leggi naturali sono identiche, assolutamente identiche. Le leggi naturali non contraddicono in alcun modo le leggi spirituali; al contrario, le leggi naturali e le leggi spirituali costituiscono una completa unità.
Rendetevi ben chiare, miei cari amici, le conseguenze di una simile realtà. Noi viviamo qui nella vita terrena, e nella vita terrena sperimentiamo l’una e l’altra cosa. Sperimentiamo come ci sforziamo di compiere il bene, come cerchiamo forse di non deviare da qualsiasi sentiero che consideriamo moralmente appropriato, e compiamo determinate azioni con tali intenti. Vediamo poi qualcun altro al quale non possiamo fare a meno di attribuire intenti diversi, anzi siamo costretti ad attribuire cattive intenzioni. Attendiamo qualche anno dopo aver sviluppato le nostre buone intenzioni, come crediamo, accanto alle cattive intenzioni dell’altro, e vediamo che le nostre buone intenzioni non sono penetrate nella realtà, che non solo non hanno avuto alcun effetto, ma che forse siamo finiti in quella che chiamiamo sfortuna terrena, mentre l’altro, che immaginiamo non abbia avuto affatto buone intenzioni, vive accanto a noi in un’apparente, inizialmente esteriore, felicità.
Questo è qualcosa che conduce molte persone, che considerano soltanto la vita terrena, a lottare con questa vita terrena, a dire che nella vita terrena non si manifesta un potere che tratti il bene e il male in modo corrispondente. E nessuno che osservi la vita con imparzialità potrà dare torto a chi la pensa in questo modo. Chi infatti, se fosse veramente immerso nella vita, potrebbe dire che tutto ciò che accade all’uomo è in qualche modo connesso, secondo il merito o la colpa, con ciò che è scaturito dalle sue intenzioni in questa stessa vita terrena?
Noi abbiamo questa vita terrena e, se osserviamo il corso di questa vita terrena, non possiamo dire altro se non che è impossibile trovare in essa una compensazione per ciò che scaturisce in senso spirituale-morale dalla nostra anima. E questo non perché manchi un ordine al mondo, ma perché l’uomo, nella vita terrena, non è in grado di dominare i propri intenti, le forze più interiori che governano la sua vita animico-morale, da se stesso e per se stesso, in piena libertà, in modo tale da trasferirle direttamente nella realtà in cui vive sulla Terra. Là fuori scorrono le leggi della natura, là fuori scorrono quei fatti che avvengono sotto l’influsso dei diversi esseri umani; ma ciò che nasce come impulso morale nell’anima non diventa immediatamente forza formatrice del destino esteriore.
Dobbiamo renderci conto che, per la vita terrena, esiste innanzitutto un abisso, diciamo da a a b, tra ciò che avviene nella nostra anima come impulso della volontà e ciò che vediamo realizzarsi nella vita esteriore come nostro destino. Basta chiedersi: quanto, in questa vita esteriore, quanto di ciò che è destino, quanto cioè è realmente significativo per la Se gli uomini prescindono completamente da quel mondo che si collega al mondo terrestre, da b a c, dalla morte alla nuova nascita – non considerando questo mondo, pensando che non possiamo sapere nulla di esso a causa dei confini della conoscenza – che cosa possono dire questi uomini? Possono dire: sì, le leggi naturali e ciò che l’uomo fa e vive perché è soggetto alle leggi naturali, questo è una realtà, è reale; la nostra conoscenza, il nostro sapere possono estendersi su questo. Ma ciò che accade con gli intenti che sono in noi come esperienze animico-spirituali, questo non si può sapere. Se non si guarda al «b bis c», non si può sapere nulla al riguardo. Si può quindi solo credere che queste cose che vivono nella nostra anima si realizzino in qualche modo. Nella stessa misura in cui, fin dai tempi antichi dell’evoluzione dell’umanità, la conoscenza di b bis c è diminuita, è svanita, nella stessa misura è avvenuta questa separazione tra conoscenza e fede.
Ma nella stessa misura in cui si parla di conoscenza e di fede, non si può più parlare di karma. Perché il karma esprime una legge, non qualcosa di semplicemente creduto, così come qualsiasi evento naturale esprime una legge.
Se ora però, prescindendo dal tempo più remoto che vi ho descritto, guardiamo al nostro passaggio attraverso la vita tra la morte e una nuova nascita, allora penetriamo con la nostra contemplazione in un mondo nel quale vivono gli esseri della seconda gerarchia: Exusiai, Dynameis, Kyriotetes. E invece dell’esistenza terrestre abbiamo un’esistenza solare (vedi disegno a pagina 188). Anche se superiamo la regione delle stelle, il Sole continua a splendere, non in senso fisico, ma continua a splendere quando attraversiamo il tempo tra la morte e una nuova nascita. Mentre qui sulla Terra il Sole splende su di noi con i suoi effetti fisici, nella vita tra la morte e una nuova nascita il Sole splende, per così dire, verso di noi: siamo trasportati dagli esseri del Sole, gli Exusiai, i Dynameis, i Kyriotetes.
Ma nel mondo nel quale ci troviamo allora, le leggi naturali che valgono nella vita terrena non hanno più alcun senso; tutto avviene secondo leggi spirituali, leggi che sono assolutamente spirituali-animiche. Lì non c’è bisogno che cresca l’erba, non c’è bisogno che le mucche pascolino, perché lì non ci sono né mucche né erba. Lì tutto è spirituale. Ed entro questo regno spirituale esiste la possibilità che noi realizziamo gli intenti che portiamo nell’anima e che qui, nel regno terrestre, non possiamo realizzare, o non possiamo realizzare in misura tale che il bene possa portare alla sfortuna e il male, in casi estremi, possa addirittura portare alla fortuna.
Poiché lì tutto si realizza e si estrinseca secondo il proprio valore interiore e la propria essenza interiore, non è possibile che ogni bene non abbia il suo effetto secondo la misura della sua forza benefica e ogni male secondo la misura della sua forza malvagia. E ciò avviene in un modo del tutto particolare: dall’esistenza solare – cioè da quell’esistenza che in realtà è la seconda gerarchia, gli Exusiai, i Dynameis, i Kyriotetes – scaturisce un’accoglienza del tutto benevola di tutto ciò che abbiamo qui sulla Terra nella nostra vita animica come buoni intenti.
Si potrebbe anche esprimere la cosa dicendo che tutto ciò che l’uomo vive nella sua anima con una sfumatura di bene viene accolto con benevolenza in questa esistenza solare, mentre il male viene respinto; esso non può entrare in questa esistenza solare.
In quel corso che ho potuto tenere nel Goetheanum bruciato, il cosiddetto «corso francese», ho sottolineato come l’uomo debba lasciarsi alle spalle il suo karma negativo prima di entrare in un determinato momento tra la morte e una nuova nascita. Il male non può entrare nell’esistenza solare. Esiste un certo proverbio che, nella coscienza dell’uomo odierno, si riferisce solo all’azione solare fisica: esso dice che il Sole splende allo stesso modo sui buoni e sui cattivi. Questo è vero; ma il Sole non accoglie il male. Se vedete spiritualmente ciò che è buono nell’anima dell’uomo, esso è luminoso come la luce del Sole, ma luminoso in senso spirituale; se invece vedete ciò che è malvagio nell’uomo, esso è oscuro come un luogo dove non arriva la luce del Sole. E così tutto il male deve essere lasciato dall’uomo quando penetra nell’esistenza solare; non può portarlo con sé.
Pensate solo a questo: l’uomo, nella sua vita terrena, è un’unità; la sua esistenza fisica e quella animico-spirituale sono collegate tra loro, costituiscono un’unità. Nelle vene di un uomo che porta soltanto cattive intenzioni – anche se ciò non è dimostrabile con strumenti grossolani – il sangue non solo scorre in modo diverso, ma ha anche una composizione diversa rispetto a quello di un uomo che porta il bene nell’anima.
Ora pensate a un uomo molto malvagio che giunge all’esistenza solare nella vita tra la morte e una nuova nascita. Egli deve lasciarsi alle spalle tutto ciò che è malvagio. Ma così rimane indietro una parte essenziale di lui stesso, perché il male è legato a lui, è un’unità con lui. Nella misura in cui è un’unità con lui, deve separarsi da ciò che viveva in lui come male. Se dunque, in questo punto, l’uomo deve lasciare qualcosa di sé, della propria entità, quale ne è la conseguenza? Che egli si atrofizza, entra nell’esistenza solare come un mutilato spirituale. E l’esistenza solare può operare soltanto con ciò che l’uomo porta con sé in essa; il resto deve lasciarlo indietro.
Ora, l’esistenza solare attirerà a sé quelle entità che possono collaborare con l’uomo, che possono interagire con lui tra la morte e la nuova nascita. Ma prendete un caso estremo, miei cari amici: prendete il caso di un uomo così malvagio, così ostile agli altri uomini, da desiderare interiormente il male per tutti. Supponiamo, ipoteticamente, un malvagio totale. Che cosa accadrà a un tale uomo quando giungerà a questo punto, che possiamo indicare come Alfa (vedi disegno a pagina 188), e dovrà lasciarsi alle spalle tutto ciò che è legato al male? Dovrà lasciarsi alle spalle se stesso.
Egli avrà attraversato quel periodo tra la morte e una nuova nascita che vi ho descritto, avrà attraversato il mondo degli esseri lunari, avrà incontrato anche l’essere della gerarchia degli Angeloi che gli appartiene in modo particolare, e altri esseri della stessa gerarchia in nesso con lui. Ma ora giunge alla fine di questo mondo. Attraverso Mercurio e Venere si avvicina al Sole; tuttavia, prima di entrare nella vera esistenza solare, deve lasciarsi alle spalle se stesso, perché nel suo complesso era un malvagio. Che cosa ne consegue? Egli non entra affatto nell’esistenza solare. Se non vuole scomparire del tutto dal mondo, deve subito prepararsi a reincarnarsi, a ricominciare una vita terrena. Così, nel caso di un malvagio irredimibile, lo si ritroverebbe molto rapidamente, dopo la morte, a iniziare una nuova vita terrena.
In realtà, però, non esistono malvagi così malvagi. Tutti gli esseri umani sono, in un certo senso, almeno un po’ buoni. Per questo tutti gli esseri umani raggiungono almeno in parte l’esistenza solare. Ma a seconda di quanto l’uomo si è atrofizzato come essere spirituale-animico, egli entra molto o poco nell’esistenza solare e, a seconda di ciò, attinge dall’esistenza solare la forza per costruire, per edificare la sua successiva vita terrena, perché ciò che l’uomo porta in sé può essere edificato solo dall’esistenza solare.
Conoscete dalla seconda parte del Faust quella scena in cui Wagner crea l’omuncolo nella fiala. Il fatto è che Wagner, per creare realmente qualcosa come un omuncolo, avrebbe dovuto possedere la conoscenza delle essenze solari. Ora, Goethe non descrive Wagner come se possedesse tale conoscenza; altrimenti non sarebbe il «secco subentrato» che Goethe rappresenta. Wagner è certamente un uomo molto intelligente, ma non possiede la conoscenza delle entità solari. Per questo Mefistofele, un essere spirituale che possiede già tale conoscenza, lo aiuta; solo così può venir fuori qualcosa. Goethe aveva intuito molto bene che soltanto in questo modo dall’alambicco può uscire qualcosa come un omuncolo, che poi può anche svilupparsi ulteriormente.
vita umana, deriva direttamente dagli intenti che portiamo nell’anima come aspirazioni interiori? Questo mondo, quello terrestre, non è il mondo nel quale le leggi spirituali, secondo le quali l’uomo si lascia dominare o domina se stesso interiormente, siano al tempo stesso leggi naturali. Esse non sono leggi naturali; agiscono soltanto all’interno dell’uomo.
Se si guarda il mondo con mente imparziale, si può soltanto dire questo: se qualcuno interpreta le mie buone intenzioni come cattive, se conosce le mie buone intenzioni e, forse perché il mio destino, dopo qualche anno, risulta infelice nonostante esse, le interpreta in modo tale da definirle cattive e poi si appella a ciò dicendo: «Vedi, è successo proprio così; te l’avevo detto che le tue intenzioni erano cattive», allora questo sarebbe un modo impossibile di pensare. Il mondo esteriore non offre alcun fondamento per giudicare in questo modo la qualità morale degli intenti interiori.
Lo spirituale deve agire da anima ad anima; ma nel mondo esteriore lo spirituale non agisce ancora in modo determinante per il destino. E proprio per questo dobbiamo considerare attentamente il fatto che, nella vita terrestre, esiste un abisso tra l’animico-morale e il fisico-naturale. Questo abisso esiste perché, sulla Terra, le leggi spirituali non coincidono con le leggi naturali.
Bisogna essere assolutamente chiari: l’umano non proviene dal terrestre, ma solo dall’elemento solare. E il terrestre nell’uomo è, nel senso in cui è rappresentato nei «Principi guida», soltanto immagine. L’uomo porta in sé l’elemento solare; il terrestre è solo immagine nell’uomo. Vedete dunque che, in un certo senso, attraverso l’ordine cosmico tra la morte e una nuova nascita, veniamo consegnati agli esseri solari superiori. E questi esseri solari superiori trattano insieme a noi ciò che noi possiamo portare nell’esistenza solare; il resto rimane indietro. Così, quando l’uomo ritorna alla vita terrena, ciò che è rimasto indietro deve essere in un certo senso ripreso.
L’uomo esce nell’esistenza mondiale – dopodomani descriverò come avviene il resto – ma poi ritorna. Durante il ritorno attraversa nuovamente la regione lunare, dove ritrova il male che ha lasciato. Deve reintegrarlo; lo reintegra nella forma in cui lo ha vissuto immediatamente dopo aver varcato la soglia della morte, e lo reintegra in modo tale che ora si realizza nell’esistenza terrestre. Restiamo quindi con l’esempio un po’ ripugnante che ho citato recentemente: se ho dato uno schiaffo a qualcuno nella vita terrena, nel momento in cui attraverso la porta della morte, nel passaggio all’indietro, sento immediatamente il dolore che questo ha causato all’altro, quanto questo abbia ferito l’altro. Questo mi si presenta, e lo ritrovo anche quando ritorno, come ciò a cui aspiro per la realizzazione. Se dunque mi deve colpire ciò che proviene dall’esperienza dell’altro, significa che io stesso l’ho cercato quando sono andato lì; riporto questa tendenza nella vita terrena quando ritorno. Ma lasciamo ora da parte questo aspetto; parlerò di questo compimento del karma dopodomani. Voi però comprendete bene: ciò che ritrovo lì è privo del passaggio attraverso la vita solare, non è passato attraverso la vita solare. Attraverso la vita solare ho portato soltanto ciò che era legato al bene.
Ora, dopo aver costruito un essere umano atrofizzato all’interno della regione solare, accolgo nuovamente in me ciò che ho lasciato indietro. Ma ciò che ora accolgo è il fondamento della mia organizzazione terrestre-corporea. Avendo dunque portato nella regione solare solo una parte di me stesso, cioè quella parte che poteva entrare nella regione solare, posso riportare, fecondato dalla regione solare, spiritualizzato dalla regione solare, soltanto quella parte del mio essere umano che ho fatto passare attraverso la regione solare.
Questa parte dell’uomo è la prima parte. Ma noi distinguiamo queste due parti: una parte dell’uomo appare sulla Terra dopo essere passata attraverso la regione solare; una parte dell’essere umano appare sulla Terra senza essere passata attraverso la regione solare. Questo, vedete, si riferisce alla vita dell’uomo tra la morte e una nuova nascita e alle sue ripercussioni sulla vita terrena.
Ma il Sole agisce anche sull’uomo mentre egli è sulla Terra. Il Sole agisce sull’uomo anche durante la vita terrena. E quel regno, preferibilmente il regno lunare, agisce anch’esso sull’uomo nella misura in cui egli è sulla Terra. Abbiamo sempre due tipi di effetti sull’uomo: in primo luogo l’effetto della vita solare tra la morte e una nuova nascita; in secondo luogo l’effetto della vita solare durante la vita terrena dell’uomo. Allo stesso modo abbiamo l’effetto della Luna – diciamo riassumendo Luna, Mercurio e Venere – l’effetto della vita lunare sull’uomo tra la morte e una nuova nascita, e in secondo luogo l’effetto della vita lunare sull’uomo quando l’uomo è sulla Terra.
Durante la vita terrena abbiamo bisogno del Sole affinché la nostra vita del capo, come uomini terrestri, sia possibile. Ciò che il Sole ci porta con i suoi raggi suscita in realtà, nel nostro organismo, la nostra vita del capo. È la stessa parte dell’uomo che è determinata dall’esistenza solare; è la parte dell’uomo che deve la sua esistenza agli effetti del capo. Scrivo: della testa (vedi sintesi a pagina 186). In realtà, riassumo sotto la vita della testa tutto ciò che è vita dei sensi e vita di rappresentazione.
L’altra parte, quella che nella vita terrena dipende dall’esistenza lunare, mercuriale e venusiana, è quella parte dell’uomo che non è connessa con la vita del capo, ma, nel senso più ampio del termine, con la vita riproduttiva.
Qui c’è qualcosa di curioso. La vita solare agisce sull’uomo tra la morte e una nuova nascita, rendendolo effettivamente umano, elaborando in lui ciò che è connesso con il bene. Durante la vita terrena, però, essa può agire soltanto su tutto ciò che è connesso con la testa. E in fondo questa vita del capo non ha molto a che fare con il bene, perché si può anche usare la vita del capo per diventare un furfante senza scrupoli; si può essere molto intelligenti e diventare un malvagio con la propria intelligenza.
Tutto ciò che si sviluppa entro la vita terrena nel suo corso si basa sulla vita riproduttiva. Questa vita riproduttiva, che è sotto l’influsso della Luna, è quella parte dell’uomo che è in nesso, nella vita tra la morte e una nuova nascita, con quella parte che non partecipa affatto al corso del mondo attraversato dall’uomo.
Se tenete presente questo nesso, potrete facilmente comprendere come ciò che è connesso con tutto questo si manifesti nell’uomo quando egli si trova sulla Terra. Abbiamo innanzitutto la parte dell’uomo che appare sulla Terra e che ha attraversato la regione solare. È solo la testa a subire l’influsso della regione solare nella vita terrena; ma nell’uomo rimane tutto ciò che è in nesso con questa regione solare, e ciò rimane come sua costituzione di salute (vedi tabella). Per questo la costituzione di salute è in nesso anche con la vita del capo. La testa si ammala soltanto quando la vita digestiva o la vita ritmica spingono la malattia verso l’alto.
Al contrario, tutto ciò che costituisce la parte che non attraversa la vita solare è connesso con le predisposizioni alla malattia dell’uomo. Così vedete che la malattia viene tessuta al di sotto della regione solare e che la malattia è connessa, al di sotto della regione solare, con ciò che rappresenta il male nei suoi effetti, non appena l’uomo entra nella vita tra la morte e una nuova nascita. La regione solare stessa è invece connessa con le predisposizioni alla guarigione. E solo quando gli effetti penetrano dalla regione lunare nella regione solare dell’uomo, cioè in ciò che sulla Terra è in nesso con la regione solare, con l’organizzazione del capo, possono manifestarsi stati di malattia.
Vedete dunque come questi grandi nessi karmici possano essere compresi soltanto se seguiamo realmente l’uomo nella regione in cui le leggi spirituali sono leggi naturali e le leggi naturali sono leggi spirituali.
Una parte dell’uomo appare sulla Terra dopo essere passata attraverso la regione solare, grazie alla testa.
Un’altra parte dell’uomo appare sulla Terra senza essere passata attraverso la regione solare.
La prima è la parte dell’uomo che ha il suo effetto nella vita del capo;
la seconda è la parte dell’uomo che ha a che fare con la vita riproduttiva.
La prima è connessa con le predisposizioni alla salute;
la seconda è connessa con le predisposizioni alla malattia.
Mi permetta ora di esprimermi, direi, in modo quotidiano, in una regione che non è affatto quotidiana, ma di parlare come si parla nella vita. Questo non è affatto innaturale per chi si trova nel mondo spirituale. Quando qui, sulla Terra, si parla con le persone, dal modo in cui parlano si riconosce che esse si trovano entro la natura: il loro linguaggio lo tradisce.
Se invece si giunge nella regione che vi ho descritto dettagliatamente nell’ultima conferenza, quella che segue il passaggio dell’uomo attraverso la porta della morte, e si parla con gli esseri che un tempo furono i primi insegnanti dell’umanità, con gli esseri della gerarchia degli Angeloi, allora c’è qualcosa di particolare in questo parlare. Di questi esseri si può dire che essi parlano solo di leggi che hanno un effetto magico, leggi che sono allo stesso tempo dominate dallo spirito. Essi comprendono la magia. Conoscono le leggi naturali solo nella misura in cui sanno che gli esseri umani sono soggetti a leggi naturali sulla Terra; ma essi stessi non hanno nulla a che fare con tali leggi.
Ciò che avviene appare ancora in immagini simili ai processi terrestri. Per questo gli effetti spirituali sembrano ancora, per così dire, effetti naturali; anzi, sono persino più forti, come ho già descritto. Ma quando si esce da questa regione e si entra nella regione solare, non si avverte più nulla delle leggi naturali della Terra. Nel linguaggio di queste entità si sente parlare soltanto di cause spirituali e di effetti spirituali. Le leggi naturali non esistono.
Vedete, miei cari amici, questo bisogna dirlo con chiarezza. Perché se qui sulla Terra si parla continuamente della validità universale delle leggi naturali, o addirittura, in modo quasi ridicolo, della loro eternità, viene spontaneo rispondere: sì, ma esistono regioni del mondo – quelle che l’uomo attraversa tra la morte e una nuova nascita – nelle quali si ride delle leggi naturali, perché lì esse non hanno alcun significato. Lì esistono, al massimo, come notizie provenienti dalla Terra, non come qualcosa entro cui si vive.
E quando l’uomo attraversa questa regione tra la morte e una nuova nascita e ha vissuto sufficientemente a lungo in un mondo nel quale non esistono leggi naturali, ma soltanto leggi spirituali, allora egli, in un primo tempo, si disabitua completamente a considerare le leggi naturali come qualcosa di serio. Non lo si fa nemmeno tra la morte e una nuova nascita. Si vive in una regione nella quale ciò che è stato inteso spiritualmente può realizzarsi, dove esso va incontro alla sua realizzazione.
Se si vuole comprendere l’essenza del karma, è necessario innanzitutto poter guardare a tutto ciò che, dall’universo, partecipa all’evoluzione umana. Per poter guardare alle entità dell’universo spirituale che partecipano all’evoluzione umana, cerchiamo anzitutto, per facilitare la comprensione, di esaminare un poco il nesso dell’uomo con gli esseri terrestri.
Vediamo l’uomo sulla Terra circondato dalle entità del regno minerale, vegetale e animale, e sappiamo che dobbiamo considerare l’uomo in modo tale che, in realtà, tutti e tre i regni della natura vivono in lui e assumono una forma superiore. L’uomo è in un certo senso imparentato con il regno minerale attraverso il suo organismo fisico; soltanto che egli elabora in modo superiore ciò che altrimenti si trova nel regno minerale. Attraverso il suo corpo eterico è imparentato con il regno vegetale; anche in questo caso egli elabora in modo superiore ciò che altrimenti si trova nel regno vegetale. Lo stesso vale per l’affinità che l’uomo ha, attraverso il suo corpo astrale, con le entità del regno animale. Possiamo dunque dire: se osserviamo lo spazio che circonda l’uomo, scopriamo che l’uomo porta in sé il regno minerale, il regno vegetale e il regno animale.
Così come l’uomo porta in sé questi regni esteriori della natura, egli porta in sé – solo in ordine di tempo, non di spazio – i regni delle gerarchie superiori. E si può comprendere l’intera opera del karma sull’uomo soltanto se si considera come i diversi regni delle gerarchie agiscano sull’essere umano nel corso della vita terrena.
Se consideriamo come agisce il regno minerale sull’uomo, ci imbattiamo nei processi attraverso i quali l’uomo accoglie i suoi alimenti. Infatti, tutto ciò che egli accoglie dai regni superiori rispetto al regno minerale, lo mineralizza. Se guardiamo al regno vegetale, vediamo come l’uomo possieda in sé le forze vitali. Se guardiamo al regno animale, vediamo come l’uomo, dal suo corpo astrale, elevi la vita pura in una sfera superiore, nel regno delle sensazioni. In breve, possiamo seguire la serie degli effetti naturali nei tre regni così come la serie degli effetti nell’organismo umano.
Allo stesso modo, però, possiamo seguire ciò che accade all’uomo in relazione animico-spirituale dalle gerarchie superiori. Comprendiamo ciò che è proprio dell’uomo minerale, vegetale e animale dall’efficacia dei tre regni della natura nello spazio; allo stesso modo dobbiamo comprendere ciò che regna nell’uomo – consideriamo anzitutto ciò che regna nell’uomo come destino – dall’influenza dei regni delle gerarchie. Ma qui non dobbiamo considerare ciò che è contemporaneamente nell’uomo, poiché il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale sono contemporaneamente presenti nell’uomo; dobbiamo invece considerare, per i regni delle gerarchie, ciò che è successivo nell’uomo nel corso della vita terrena, così come può essere compreso il loro susseguirsi da una contemplazione spirituale.
Ora, direi che attraverso tutte le nostre considerazioni antroposofiche abbiamo sempre considerato la struttura dell’uomo in base al suo corso di vita: dalla nascita fino a circa il settimo anno, al cambio dei denti; dal cambio dei denti alla maturità sessuale; dalla maturità sessuale fino al ventunesimo anno; poi dal ventunesimo al ventottesimo, dal ventottesimo al trentacinquesimo, dal trentacinquesimo al quarantaduesimo, dal quarantaduesimo al quarantanovesimo, dal quarantanovesimo al cinquantaseiesimo anno, e così via (vedi disegno a pagina 193). Di ciò che va oltre i cinquantasei anni parlerò la prossima volta; ora mi occuperò del corso della vita umana fino al cinquantaseiesimo anno.
Abbiamo chiaramente una suddivisione in tre fasi della vita fino al ventunesimo anno, poi altre tre fasi e infine ciò che segue. Vorrei designare gli ultimi periodi della vita in questo modo (vedi disegno a pagina 193).
L’uomo dice a se stesso «io». Ma questo io è immerso in una somma di effetti. Visti dall’esterno, sono gli effetti del minerale, del vegetale, dell’animale; visti dall’interno, dal punto di vista animico-spirituale, sono gli effetti della terza gerarchia: Angeloi, Arcangeloi, Archai; gli effetti della seconda gerarchia: Exusiai, Dynameis, Kyriotetes; gli effetti della prima gerarchia: Serafini, Cherubini, Troni.
Ma queste entità non agiscono nello stesso modo nel corso della vita umana. Possiamo già dire che anche l’aspetto esteriore dell’uomo è, in un certo modo, permeato da effetti diversi a seconda delle fasi della sua vita. Se consideriamo il bambino all’inizio della sua vita terrena, dobbiamo dire che ciò che altrimenti troviamo nel regno animale è particolarmente pronunciato: una vita che cresce, germoglia, si sviluppa.
Se osserviamo invece l’ultima fase della vita, quando si entra nella vecchiaia, allora abbiamo nella decomposizione, nella fragilità dell’organismo, un processo di mineralizzazione molto più forte e più intimo rispetto a quello che si riscontra negli animali, ad eccezione degli animali superiori, nei quali ciò dipende da condizioni che non possono essere approfondite qui. Negli animali la cessazione delle forze vitali inizia subito quando la struttura non è più sostenuta; l’uomo, invece, porta parti importanti della sua evoluzione proprio nel periodo di decadenza, che inizia già intorno ai trent’anni. Molte conquiste dello sviluppo culturale umano non esisterebbero se l’uomo si evolvesse come gli animali, che in realtà non portano nulla nella senilità. Gli esseri umani, invece, possono portare molto nella vecchiaia, e importanti risultati dello sviluppo umano sono dovuti a ciò che essi possono realizzare nella vita di decadimento.
Possiamo dunque dire che, esteriormente, all’inizio della vita terrena prevale chiaramente l’elemento animale, alla fine l’elemento minerale, e nel mezzo l’elemento vegetale. Ma questa differenziazione emerge in modo molto più deciso nell’influenza delle gerarchie superiori sull’uomo.
Si può dire che la prima infanzia è influenzata in modo particolarmente forte, nella vita animico-spirituale, dalla terza gerarchia: Angeloi, Arcangeloi, Archai. Questa influenza della terza gerarchia comprende in realtà i primi tre stadi della vita. Nei primi tre periodi della vita abbiamo l’azione degli Angeloi, degli Arcangeloi e degli Archai. In tutto ciò che agisce sul bambino e sul giovane in modo costruttivo, dal mondo animico-spirituale, sul suo organismo – e questo è quasi tutto – agisce ciò che proviene dalla terza gerarchia.
Con il quattordicesimo anno di vita inizia ad agire la seconda gerarchia: Exusiai, Dynameis, Kyriotetes. Così, tra il quattordicesimo e il trentacinquesimo anno, dobbiamo registrare tre fasi corrispondenti a Exusiai, Dynameis e Kyriotetes. Vedete che nel periodo compreso tra i quattordici e i ventuno anni agiscono contemporaneamente e in modo determinante sull’uomo la terza e la seconda gerarchia; soltanto con il ventunesimo anno entra in gioco l’effetto esclusivo della seconda gerarchia.
Con la maturità sessuale interviene infatti nell’uomo qualcosa dei processi cosmici che prima non erano presenti in lui. Diventando capace di riprodursi, l’uomo diventa capace di accogliere quelle forze dell’universo che partecipano alla nuova formazione fisica dell’uomo. Fino alla maturità sessuale l’uomo era privo di queste forze cosmiche. Nel suo organismo fisico si verifica allora un cambiamento che introduce forze più potenti di quelle precedenti. Il bambino non possiede ancora queste forze più forti; egli ha ancora forze più deboli, che nella vita terrena agiscono soltanto sull’anima, non ancora sul corpo.
L’ultima volta vi ho illustrato come l’uomo, nel corso della sua vita, si ponga in relazione con le diverse gerarchie del mondo superiore; e vorrei sottolineare che tutto ciò che viene esposto in questo contesto conduce, passo dopo passo, a comprendere sempre meglio l’azione del karma nella vita umana e nell’evoluzione dell’umanità. Si tratta quindi di veri e propri preparativi per la comprensione del karma.
Ho spiegato come dalla nascita dell’uomo fino all’incirca al ventunesimo anno la terza gerarchia abbia un rapporto particolare con l’essere umano; come poi, con la maturità sessuale, entri in gioco la seconda gerarchia – Exusiai, Dynameis, Kyriotetes – e come questi ordini gerarchici continuino ad agire dalla maturità sessuale fino al ventunesimo anno nella prima fase, poi fino al ventottesimo anno nella seconda fase, fino al trentacinquesimo anno nella terza fase. Ho inoltre mostrato come già dal ventottesimo anno si instauri una relazione interiore con la prima gerarchia dei Serafini, Cherubini e Troni, che continua ad agire nella sua prima fase fino al trentacinquesimo anno, dove interagisce con la seconda gerarchia, poi nella seconda fase fino al quarantaduesimo anno e nella terza fase fino al quarantanove.
Ora, direi che ciò che interviene in modo così diretto nel corso della vita umana dall’ordine delle gerarchie si incrocia con ciò che appare nel corso della vita umana come riflesso delle entità spirituali del sistema planetario. Sappiamo infatti che ciascun pianeta, se lo consideriamo nel suo aspetto fisico esteriore, è in realtà soltanto il segno che, nella direzione da cui ci appare il pianeta – la stella in generale – esiste un insediamento di esseri spirituali. Noi guardiamo una stella; ma ciò che vediamo brillare, risplendere nella stella, è il segno esteriore del fatto che in quella direzione lo sguardo dell’anima incontra un insediamento cosmico di entità spirituali.
Noi siamo legati alla nostra vita in modo tale che nel nostro corpo fisico portiamo un corpo eterico. Nel momento in cui l’uomo sale alla conoscenza immaginativa, sovrasensibile, egli percepisce tutto ciò che può percepire attraverso il suo corpo eterico. Vi ho spesso accennato come l’uomo, a questo punto, guardi indietro al quadro della sua vita terrena fin dalla nascita e come, contemporaneamente, tutti gli eventi e le forze che ha vissuto e che sono intervenuti nella sua crescita, nella sua intera organizzazione fisica, animica e spirituale, si presentino davanti all’anima umana in un potente panorama, in un grande quadro, come se il tempo fosse diventato spazio. Si impara a guardare la vita in questo modo quando si viene iniziati alla conoscenza immaginativa.
Ma quando subentra la conoscenza ispirativa, allora si può guardare a questo ricordo reale della vita terrena, che è un quadro della memoria, e si vede che, poiché nella conoscenza ispirativa l’immaginativo viene represso, per così dire, gli eventi della vita terrena, anche nella misura in cui sono percepibili attraverso il corpo eterico, non sono più presenti. Allora si intravede un bagliore di qualcosa di superiore.
Se dunque disegno schematicamente questo sguardo retrospettivo dell’uomo – e invece dello sguardo dell’anima disegno lo sguardo fisico – fino alla nascita, entro questo flusso, allora questo flusso si cancella nella conoscenza ispirativa e compaiono tutta una serie di altre figure. Inizialmente appare qualcosa come una rivelazione entro questo flusso (vedi disegno a pagina 210, viola); e quando si impara a orientarsi nell’ispirazione, si riconosce ciò che effettivamente appare.
Comprendetemi bene: si guarda un quadro che contiene il corso della vita umana sulla Terra. In questo quadro vi è una parte che, dopo l’iniziazione ispirativa, appare in modo tale che il quadro della memoria relativo al tempo dalla nascita, cioè dall’anno zero fino al settimo anno, viene cancellato, e al posto di questo quadro della memoria appaiono tutte le azioni che derivano dal fatto che gli esseri lunari, di cui vi ho parlato, hanno a che fare con l’uomo dopo la sua morte.
Quello che vi ho raccontato, per esempio, dell’esperienza della vita dopo la morte di quella personalità che è il modello dello Strader nei miei drammi misterici, viene vissuto proprio in questo modo: dapprima si guarda il quadro della memoria, poi esso viene cancellato nella conoscenza ispirativa. Quando viene cancellata la parte che corrisponde al tempo dalla nascita fino al settimo anno, allora si manifestano quegli effetti di cui vi ho parlato, che rappresentano l’interazione delle entità lunari (viola) con l’entità umana dopo la morte.
Queste esperienze, che diventano possibili grazie al fatto che il corso della vita dell’uomo dalla nascita fino al settimo anno diventa trasparente – e con esso diventano trasparenti anche gli esseri lunari e le loro azioni – ciò che diventa visibile e sperimentabile può essere colto relativamente facilmente da ogni iniziato. Infatti, come potete comprendere, l’iniziazione può essere sperimentata in ogni età della vita umana, soltanto non nella primissima infanzia; i bambini fino al settimo anno di età non vengono normalmente iniziati. E per comprendere ciò che sto descrivendo è necessario aver superato questa età nella vita terrena. Chiunque venga iniziato ha dunque naturalmente superato il settimo anno di vita.
Pertanto, ciò che può essere visto attraverso il corso della vita fino al settimo anno – cioè ciò che l’uomo può sperimentare durante il viaggio a ritroso che costituisce un terzo della durata della vita, nella vita tra la morte e una nuova nascita – è relativamente facile da comprendere.
Un secondo aspetto emerge quando rendiamo visibile, nell’iniziazione ispirativa, quella parte della retrospettiva che corrisponde agli anni di vita dal settimo al quattordicesimo, l’epoca che conduce alla maturità sessuale. Diventa allora visibile tutto ciò che l’uomo vive dopo la morte passando dalla regione lunare a quella mercuriale (bianca). L’uomo sale nella regione di Mercurio dopo aver attraversato la regione lunare; ma se si vuole conoscere e stabilire una relazione con gli esseri che si trovano in questa regione di Mercurio, è necessario cancellare dal quadro della memoria il periodo compreso tra il settimo anno di vita, il cambio dei denti, e la maturità sessuale.
Se poi, attraverso la conoscenza ispirativa, si cancella il periodo successivo della vita umana e si lascia emergere ciò che può emergere con la cancellazione di questa parte, allora appaiono le esperienze e i fatti che l’uomo attraversa nella regione dell’esistenza venusiana dopo la morte (arancione).
La considerazione dei nessi karmici nella vita umana richiede infatti la comprensione completa dei rapporti di legge nel mondo, che l’uomo odierno conosce più o meno poco. Si tratta del fatto che, nei nessi karmici che si estendono da una vita terrena all’altra, agiscono leggi di natura spirituale, e precisamente leggi che già si riconoscono come errate se solo si pensa minimamente che si tratti di una causalità simile a quella che troviamo nel mondo quando parliamo di causa ed effetto.
Per comprendere cosa sono i nessi karmici, occorre innanzitutto comprendere esattamente cosa avviene nell’interiorità dell’uomo, al di là della coscienza ordinaria. E solo l’osservazione dell’essere umano così come si presenta alla conoscenza soprasensibile, alla conoscenza iniziatica, può dare una comprensione di ciò che sta al di là della coscienza ordinaria.
Per approfondire alcune cose accennate nelle ultime conferenze, che nella loro ulteriore esposizione porteranno alla completa comprensione del karma, vediamo oggi come l’uomo, quando sale alla conoscenza immaginativa, ispirativa e intuitiva, acquisisce sempre più la possibilità di comprendere come egli stesso, in quanto essere umano, si colloca effettivamente nell’intero cosmo.
È stato spesso sottolineato, anche in conferenze pubbliche, che attraverso questa conoscenza immaginativa si dispiega davanti all’uomo un quadro mnemonico della sua vita terrena attuale, che l’uomo abbraccia con lo sguardo la sua vita in immagini imponenti, che abbracciano proprio ciò che il ricordo ordinario non può dare.
Si può dire che, in questa visione d’insieme che nasce dall’aspirazione alla conoscenza immaginativa, l’uomo è inizialmente completamente immerso nel suo corpo fisico ed eterico. Solo attraverso gli esercizi corrispondenti egli si rende completamente indipendente da tutto ciò che gli viene trasmesso dal corpo fisico sotto forma di impressioni. L’uomo diventa quindi, attraverso la conoscenza immaginativa, indipendente dalle impressioni sensoriali, indipendente dalla conoscenza intellettuale. Egli vive nella conoscenza solo nel corpo eterico. In questo modo egli ha questo quadro della memoria.
Possiamo quindi dire: l’uomo vive nel sovrasensibile, ma vive nel sovrasensibile in modo tale da essersi separato interiormente dal suo corpo fisico. Questa conoscenza immaginativa non sarebbe affatto così difficile da raggiungere, come invece è effettivamente il caso per la maggior parte degli uomini, se vi fosse una maggiore inclinazione a rompere la coesione interiore di tutta la vita animica con il corpo fisico.
Naturalmente è relativamente facile rompere ciò che è legato alla percezione sensoriale immediata. Ma bisogna pensare che l’uomo è collegato al suo corpo fisico anche attraverso lo stato d’animo che acquisisce nella vita terrena. Quando siamo in uno stato d’animo adatto al piano fisico, dipendiamo anche dal corpo fisico. Gli stati d’animo sono determinati anche dal corpo fisico. Se l’uomo attribuisce questo o quello alle sue capacità, ai suoi talenti, al suo stato d’animo interiore, tutto ciò è in nesso con la sua esperienza nel corpo fisico. Se si vuole raggiungere una conoscenza immaginativa reale, è necessario liberarsi da tutto questo. Se si diventa veramente liberi anche solo per un minuto, si capisce già cos’è la conoscenza immaginativa, e allora si apre gradualmente il quadro mnemonico.
Ora dovete comprendere questa differenza tra «essere collegati al corpo fisico e quindi essere dentro il corpo fisico» e «non essere collegati al corpo fisico e tuttavia essere dentro il corpo fisico». Questa è una differenza reale, ed è proprio ciò che costituisce la conoscenza immaginativa: rimanere dentro il corpo fisico, non uscirne affatto, ma diventare comunque indipendenti da esso.
Se voi stessi rimanete con la vostra vita animico-spirituale nel corpo fisico, allora è come se lo riempiste, anche se non siete collegati ad esso. Voi lo riempite. Vorrei disegnarlo schematicamente.
Prendiamo la normale costituzione quotidiana dell’uomo. Supponiamo che questo sia il corpo fisico (disegno a, esterno, chiaro), questo sia il corpo eterico (lilla) e questo sia il corpo spirituale-animico (giallo). Ora è così: l’uomo è collegato ovunque, attraverso muscoli, ossa e nervi, dal corpo eterico al corpo fisico. Questi nessi sono ovunque dal corpo eterico al corpo fisico.
Per fare un paragone, immaginate di avere un vaso di terracotta poroso e di versarvi dentro un liquido: il liquido riempie i pori del vaso. Il liquido è quindi penetrato nel vaso poroso.
Ora può anche essere che non abbiate un vaso di terracotta poroso, ma uno che non accoglie affatto il liquido al suo interno; allora il liquido sarà solo all’interno del vaso di terracotta, senza alcun collegamento con l’interno delle pareti del vaso stesso. Così l’uomo, nella conoscenza immaginativa, è dentro il suo corpo, ma il corpo eterico non entra nei muscoli, nelle ossa e così via.
Quindi posso disegnarlo così: corpo fisico (disegno b); il corpo eterico rimane ora per sé, e lì dentro si trova lo spirituale-animico dell’uomo. È solo all’interno dell’uomo che il corpo eterico viene separato. La conseguenza di questo sollevamento deve naturalmente giungere alla percezione quando si ritorna allo stato precedente. È quindi naturale che l’uomo, quando si sforza veramente di uscire dal suo corpo fisico e tuttavia rimane dentro, come avviene nella conoscenza immaginativa, non solo si stanchi, ma si senta pesante, senta fortemente il suo corpo fisico, perché deve rientrarvi.
Questo vale per la conoscenza immaginativa, ma non per quella ispirativa. La conoscenza ispirativa, che avviene con la coscienza vuota, come vi ho spiegato, fa sì che l’uomo, con il suo spirituale-animico, si trovi al di fuori del suo corpo fisico. Questo è quindi (disegno c) lo spirituale-animico al di fuori del corpo fisico e del corpo eterico.
Se consideriamo il modo in cui agisce il karma, dobbiamo tenere presente che l’Io umano, che rappresenta l’essenza vera e propria, l’essenza più intima dell’uomo, dispone in un certo senso di tre strumenti attraverso i quali si manifesta nel mondo: il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale. L’uomo porta in sé il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale, ma non è nessuno di questi corpi, perché nel senso proprio è l’Io. Ed è anche l’Io che subisce il karma e forma il karma.
Si tratta dunque di considerare il rapporto dell’uomo, in quanto essere Io, con queste tre configurazioni strumentali, con il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale, per ricavare proprio da ciò le basi per comprendere l’essenza del karma. Si otterrà un punto di vista per considerare il fisico, l’eterico e l’astrale nell’uomo in relazione al karma, se si tiene conto di quanto segue.
Il fisico, come lo vediamo nel regno minerale, l’eterico, come lo troviamo operante nel regno vegetale, l’astrale, come lo troviamo operante anche nel regno animale, tutto questo lo troviamo nell’ambiente che circonda l’uomo sulla Terra. Nel cosmo che circonda la Terra, in quell’universo verso cui la Terra si estende in tutte le direzioni, intuiamo già una certa affinità tra ciò che avviene sulla Terra e ciò che avviene nell’ambiente cosmico circostante. Ma per la Scienza dello Spirito sorge la domanda se questa affinità sia davvero così banale come la rappresenta l’attuale concezione del mondo delle scienze naturali.
L’attuale concezione scientifico-naturale studia ciò che vive e ciò che non vive sulla Terra in base alle sue caratteristiche fisiche; poi studia le stelle, il Sole, la Luna e così via, e scopre – ed è particolarmente orgogliosa di averlo scoperto – che in fondo questi corpi celesti sarebbero fondamentalmente uguali alla Terra. Ma a una simile visione si giunge solo attraverso una conoscenza che non coglie in alcun modo l’uomo stesso, che coglie in realtà soltanto l’extra-umano. Nel momento in cui si coglie realmente l’uomo come parte dell’universo, allora diventa possibile trovare le relazioni tra i singoli organi funzionali dell’uomo – il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale – e le entità corrispondenti, le essenze corrispondenti nel cosmo.
Per il corpo eterico dell’uomo troviamo ovunque nel cosmo l’etere universale. Certamente il corpo eterico umano ha una configurazione specificamente umana, ha in sé determinate forme di movimento e così via, che sono diverse da quelle dell’etere universale; ma è comunque vero che l’etere universale è affine a ciò che si trova nel corpo eterico umano. Allo stesso modo possiamo parlare di una somiglianza tra ciò che si trova nel corpo astrale umano e un certo astrale che agisce là fuori nel cosmo, attraverso tutte le cose e tutti gli esseri. Questo ci conduce ora a qualcosa di straordinariamente importante, a qualcosa che nella sua essenza è in realtà del tutto estraneo all’uomo odierno.
Partiamo da una rappresentazione schematica: immaginiamo l’uomo sulla Terra con il suo corpo eterico (vedi disegno al centro), e intorno alla Terra l’etere universale (giallo), che è della stessa natura dell’etere umano. Nell’uomo abbiamo anche il corpo astrale (ombreggiatura scura all’interno del giallo). Nella sfera cosmica vi è pure l’astralità; ma dove si trova? Dove dobbiamo cercarla? Essa è presente, ma bisogna comprendere che cosa nel cosmo tradisce l’astralità, che cosa la manifesta. Da qualche parte, si deve dire, vi è l’astralità.
Ma l’astralità nel cosmo è del tutto invisibile, del tutto impercepibile, oppure è in qualche modo percepibile? Naturalmente anche l’etere, di per sé, è inizialmente impercepibile ai sensi fisici. Se si guarda un piccolo ambito di etere, con i sensi fisici non si vede nulla, si guarda semplicemente attraverso; l’etere appare come se non ci fosse. Ma se si considera l’intero ambito dell’etere, il motivo per cui si vede il cielo azzurro, che in realtà non esiste come oggetto, è che si percepisce il limite dell’etere. Si percepisce l’etere come l’azzurro del cielo. La percezione dell’azzurro del cielo è dunque proprio la percezione dell’etere. Possiamo quindi dire che, percependo l’azzurro del cielo (vedi disegno, blu), percepiamo l’etere che ci circonda.
Le considerazioni sulle questioni karmiche non sono facili da formulare e, nella discussione su ciò che appartiene al karma umano, è sempre presente, o almeno dovrebbe esserci, un forte senso di responsabilità. Si tratta infatti di uno sguardo nei nessi più profondi dell’esistenza nel mondo, poiché entro il karma, entro il corso del karma, si svolgono quei fatti e quei processi che sono alla base degli altri fenomeni del mondo, persino dei fenomeni naturali. Senza la comprensione del corso del karma nel mondo e nell’evoluzione dell’umanità è in fondo impossibile comprendere perché la natura esterna si dispieghi proprio nella forma che vediamo davanti a noi. Abbiamo già fornito esempi di un certo corso del karma, esempi scelti con cura affinché, passando ora alla considerazione del karma individuale, si possa riallacciare quanto verrà detto a ciò che è stato esposto attraverso tali esempi.
Vorrei ora fare un’osservazione generale introduttiva, anche perché oggi, e probabilmente anche nelle prossime conferenze, sono presenti amici che non hanno potuto partecipare alle riflessioni e alle conferenze delle ultime settimane e degli ultimi mesi proprio in relazione al karma. Si tratta sempre di comprendere quanto sia grave tutto ciò che ha a che fare con il nostro Convegno di Natale. Dovrebbe essere una coscienza profonda quella che ci fa capire che con questo Convegno di Natale ha avuto luogo una completa rifondazione della Società Antroposofica, e dovrebbe essere assolutamente escluso il ricadere nelle vecchie abitudini, anche nelle vecchie abitudini di pensiero, di fronte ai forti cambiamenti che sono avvenuti nella recente gestione del patrimonio di saggezza antroposofica.
Dobbiamo essere consapevoli che ciò che è stato detto nelle riflessioni sviluppate qui dal Convegno di Natale non può essere presentato in modo diverso da qualcun altro di fronte a questo o a quell’ascoltatore, se non, al massimo, leggendo il testo esatto che è stato pronunciato qui. In un primo tempo ciò non può essere riprodotto liberamente; se lo fosse, dovrei oppormi. Si tratta di questioni difficili e gravi, nelle quali ogni parola e ogni frase devono essere valutate con attenzione, affinché sia chiaro in che modo le cose debbano essere delimitate. Chi intende trasmettere in un’altra forma le cose qui discusse a qualsiasi pubblico dovrebbe prima mettersi in contatto con me e chiedere se ciò sia possibile.
In futuro dovrà entrare nell’intero movimento antroposofico uno spirito unitario, un vero spirito unitario; altrimenti ricadremo negli stessi errori in cui è caduto un certo numero di membri che credevano di dover elaborare scientificamente il patrimonio di saggezza antroposofica, e abbiamo potuto constatare quanto di dannoso per il movimento antroposofico sia stato effettivamente “realizzato”. Le condizioni di cui sto parlando non riguardano comunicazioni strettamente confidenziali; ma anche in questi casi chi parla dovrebbe essere pienamente cosciente della propria responsabilità, perché nel momento in cui si parla come ora da questo luogo, inizia, nel senso più eminente, ciò che deve essere definito senso di responsabilità nei confronti delle comunicazioni provenienti dal mondo spirituale.
È difficile parlare di queste cose in generale, ma i limiti delle nostre strutture non consentono di fare altro che ciò che si sta facendo. È difficile anche perché queste conferenze dovrebbero essere tenute solo davanti a un pubblico presente dall’inizio alla fine di una serie di conferenze; chi arriva più tardi incontra naturalmente difficoltà di comprensione. A ciò si può ovviare rendendo pienamente consapevoli gli amici dell’esistenza di tali difficoltà; allora va bene, se vi è piena coscienza. Ma non è sempre così, e non può affermarsi il modo di pensare corretto su queste cose, le più delicate del nostro movimento antroposofico, se continuano a persistere usanze del passato: gelosie, rancori reciproci e simili. Per l’evoluzione antroposofica è assolutamente necessario un certo atteggiamento, una certa serietà.
Ho già sollevato tali questioni in passato, quando non ricoprivo ancora la carica di membro della Presidenza, in qualità di docente; ora devo sollevarle in modo tale che rappresentino effettivamente ciò che deve vivere nella Società Antroposofica a partire dalla Presidenza del Goetheanum. Ritengo che le parole pronunciate possano essere comprese; esse sono state dette per porre davanti all’anima degli amici la necessaria serietà di fronte a una serie di conferenze come quella che stiamo affrontando.
Il karma è qualcosa che agisce direttamente in tutte le esperienze umane, ma che si nasconde dietro le esperienze esteriori in ciò che deve essere considerato parte dell’inconscio dell’anima umana. Quando si legge una biografia con reale partecipazione interiore, dovrebbero sorgere sensazioni di natura particolare. Chi segue una biografia con vera attenzione deve dirsi che in essa si presentano continuamente tentativi di rappresentare eventi della vita che non sono fondati su uno sviluppo narrativo continuo. Nella vita di una persona non entrano solo i fatti vissuti nello stato di veglia – primo giorno, poi la notte; secondo giorno, poi la notte; terzo giorno, poi la notte e così via – e tuttavia nella biografia possiamo cogliere solo esteriormente ciò che è accaduto nei giorni, a meno che non si scriva una biografia secondo le Scienze dello Spirito, cosa che nelle circostanze attuali è un’assoluta impossibilità. Nella biografia si scrive dunque ciò che è accaduto nei giorni in cui la persona era in stato di veglia.
Ma ciò che realmente forma la vita, che le dà forma e le infonde gli impulsi del destino, non è visibile negli eventi quotidiani; agisce come impulso tra gli eventi quotidiani nel mondo spirituale, quando l’uomo stesso vive in questo mondo spirituale dall’addormentarsi al risveglio. Nella vita reale questi impulsi del sonno sono sempre presenti; nel racconto biografico non lo sono. Raccontare una biografia significa dunque, rispetto alla vita umana, non meno che prendere, per esempio, la Madonna Sistina di Raffaello, appenderla al muro e coprirne alcune parti con carta bianca, lasciandone visibili solo alcune. Chi guarda deve avere la sensazione che manchi qualcosa, se ciò deve essere un tutto.
Questo sentimento dovrebbe sorgere in chiunque legga una biografia con mente aperta. Nella civiltà odierna ciò può essere solo accennato nello stile, ma dovrebbe comunque esserlo: che nella vita dell’uomo agiscono continuamente impulsi che provengono, in un certo senso, dal più impersonale dell’esperienza animico-spirituale. Se almeno questo avviene, allora ci si può elevare al sentimento che da una biografia deve parlare il karma. Sarebbe astratto raccontare singole scene della vita di un uomo e poi dire che esse derivano da una vita terrena precedente; ciò sarebbe forse sensazionale, ma non porterebbe a una spiritualità più alta di quella delle biografie filistee dell’epoca attuale, perché quanto viene prodotto oggi in questo campo è opera filistea.
Si può invece coltivare in sé ciò che deve entrare nell’anima acquisendo un certo amore per le annotazioni diaristiche. I diari possono essere scritti in modo filisteo, ma chi non è filisteo, leggendo anche il diario di un filisteo, proverà, nel passaggio da un giorno all’altro, sensazioni che già si avvicinano al sentire il karma, i nessi del destino. Ho conosciuto non poche persone che si ritenevano capaci di scrivere una biografia di Goethe; ma la difficoltà cresce nella misura in cui si approfondisce la comprensione dei nessi dell’esistenza, e in particolare dei nessi karmici dell’esistenza.
Prendete in considerazione tutto ciò che ho detto qui. Accogliete quanto ho detto in questo momento, nel quale vi ho espressamente chiesto di non cercare di comprendere razionalmente, ma di accogliere le cose nel cuore, e di ascoltare la prossima conferenza con il cuore. Ricordate che ho detto questo perché non è possibile sentire veramente il karma se ci si vuole avvicinare ad esso soltanto con la mente. Chi non può essere scosso dai nessi karmici qui esposti non può affatto considerare il karma e non può nemmeno avanzare verso una considerazione individuale dei nessi karmici.
Cerchiamo così di trovare il passaggio dalle considerazioni fatte finora a ciò che ora può portarci a dire, di fronte a un evento nella vita di un essere umano: in questo si esprime in un certo modo il karma. Se penso a ciò che ho vissuto nei sette anni trascorsi a Weimar, lavorando nell’archivio di Goethe e Schiller, a tutto ciò che ho vissuto in rapporto a Goethe, e se proprio ora, nel descrivere la mia vita, mi viene spontaneo ripensarci, allora mi dico, in riferimento alla questione del karma, che una delle questioni più difficili in qualsiasi rappresentazione è descrivere ciò che Goethe ha vissuto nella sua anima tra il 1792 e il 1800. Scrivere questo capitolo in una biografia di Goethe, anche solo pensarlo, vederlo in modo tale da trovare in esso il karma all’opera, è davvero una delle cose più difficili.
Occorre innanzitutto guardare a ciò in cui il karma si estrinseca nella vita di un uomo per la visione, anche per la visione occulta, per la visione superiore. L’uomo vive infatti, tra l’addormentarsi e il risvegliarsi, al di fuori del suo corpo fisico ed eterico con il suo Io e con il suo corpo astrale; egli vive con l’Io e con il corpo astrale nel mondo spirituale. Osservare in modo del tutto oggettivo questi fatti che si svolgono nell’addormentarsi e nel risvegliarsi è una delle cose più difficili delle ricerche di Scienza dello Spirito, perché ciò che accade si presenta nel modo seguente, e oggi lo illustrerò in modo schematico.
Se mettete insieme tutto ciò che finora è giunto alla vostra anima attraverso l’antroposofia, sentirete che le cose danno l’impressione di essere comprensibili; ma per trovarle sono necessarie ricerche straordinariamente difficili nel campo della Scienza dello Spirito.
Le discussioni sul karma possono condurre solo lentamente e gradualmente alla comprensione di questa legge fondamentale e complessa che governa il mondo. Oggi vorrei innanzitutto sottolineare ciò che abbiamo già dovuto mettere in evidenza: che a collaborare alla formazione del karma dell’uomo nella vita tra la morte e una nuova nascita sono innanzitutto gli uomini stessi, gli uomini che si trovano in questa vita tra la morte e una nuova nascita, in quello stato che ho descritto. Qui gli uomini collaborano con altri uomini, con quegli uomini con i quali sono preferibilmente legati karmicamente. Così, nella configurazione del karma nella vita tra la morte e una nuova nascita, vediamo gruppi di uomini, gruppi di uomini legati karmicamente, e possiamo già dire che in questa vita spiritualmente pura si differenziano chiaramente i gruppi di uomini che hanno qualcosa a che fare gli uni con gli altri.
Ciò non esclude che anche nella vita tra la morte e una nuova nascita, e in particolare in questa vita, partecipiamo all’intera umanità; poiché, pur trovandoci all’interno di un gruppo umano, o diciamo di un gruppo di anime, non siamo esclusi dalla partecipazione all’umanità nel suo insieme. Ma in tutti questi gruppi, fino al destino individuale del singolo essere umano, operano le entità delle gerarchie superiori. E queste entità delle gerarchie superiori, che quindi insieme all’uomo formano il karma tra la morte e una nuova nascita, agiscono anche nella vita che trascorriamo tra la nascita e la morte, nella quale il karma si estrinseca in modo morale, si estrinseca nel destino degli uomini. Oggi dobbiamo dunque rispondere alla domanda: in che modo l’opera, il lavoro delle gerarchie influisce effettivamente sulla vita degli esseri umani?
Bisogna dire che, quando si parla oggi di conoscenza iniziatica, questa domanda è davvero straziante; perché potete già intuire, miei cari amici, da ciò che ho detto nel corso delle ultime conferenze, che gli eventi naturali esteriori sono in nesso con gli eventi karmici dell’umanità. Chi non rivolge lo sguardo soltanto agli eventi naturali, ma lo rivolge all’intero evento cosmico-umano, vede il nesso tra ciò che avviene, in una determinata epoca, entro gruppi umani e masse umane sulla Terra, e ciò che in un’altra epoca si svolge come eventi naturali.
Talvolta possiamo osservare eventi naturali che influenzano in modo diretto la vita terrena: guardiamo alle devastanti eruzioni vulcaniche, guardiamo a ciò che viene causato dagli eventi naturali elementari nelle inondazioni e in fenomeni simili. Se consideriamo questi eventi solo dal punto di vista naturale, ci troviamo di fronte a qualcosa di incomprensibile rispetto all’impressione complessiva che abbiamo del mondo. Infatti, vediamo eventi che irrompono nell’ordine del mondo e di fronte ai quali l’uomo, di solito, rinuncia a comprendere, accettando semplicemente la sfortuna come evento del destino. Ma l’indagine delle Scienze dello Spirito ci porta già un po’ più avanti, poiché ci fornisce intuizioni singolari proprio in relazione a tali fenomeni naturali elementari.
Lasciamo vagare lo sguardo sulla superficie terrestre. Troviamo alcune zone della superficie terrestre letteralmente disseminate di vulcani; in altri punti troviamo la possibilità di catastrofi sismiche o di altre catastrofi simili. E se seguiamo i nessi karmici proprio in relazione a tali fenomeni, come abbiamo fatto, nelle conferenze precedenti, per alcuni personaggi storici, allora emerge qualcosa di molto singolare. Troviamo il fatto curioso che lassù, nel mondo spirituale tra la morte e una nuova nascita, le anime umane vivono in gruppi collegati tra loro secondo il loro karma, elaborando i loro futuri nessi karmici in base ai loro nessi karmici passati.
Vediamo allora tali gruppi di esseri umani, gruppi di anime umane, mentre discendono dalla loro esistenza preterrena nell’esistenza terrestre, migrare proprio verso luoghi che si trovano in prossimità di vulcani o di regioni in cui possono verificarsi catastrofi sismiche, per ricevere il destino che può derivare da tali luoghi di residenza attraverso eventi naturali elementari. Troviamo persino che, in questa vita tra la morte e una nuova nascita, nella quale l’uomo ha concezioni e sensazioni completamente diverse da quelle terrene, le anime che appartengono insieme cercano talvolta proprio tali luoghi per vivere il destino che può essere sperimentato in questo modo.
Infatti, ciò che qui sulla Terra trova poco riscontro nelle nostre anime, come per esempio la frase: «Io scelgo una grande sventura per diventare più perfetto, perché altrimenti rimarrei imperfetto rispetto al mio karma passato», questo giudizio, che come detto trova poco riscontro nella vita terrena, è pienamente presente ed è un giudizio del tutto valido quando ci troviamo nella vita tra la morte e una nuova nascita. Allora cerchiamo anche un’eruzione vulcanica, cerchiamo anche un terremoto, per trovare sulla via della sventura la via verso la perfezione.
Dobbiamo quindi fare nostri questi due diversi modi di giudicare la vita: quello dal punto di vista del mondo spirituale e quello dal punto di vista del mondo fisico. Ma in questo nesso dobbiamo anche chiederci: là fuori scorrono i fenomeni naturali, quelli quotidiani, che seguono un corso relativamente regolare, nella misura in cui il mondo stellare vi partecipa; infatti questo mondo stellare scorre con una certa regolarità, in particolare per quanto riguarda il Sole e la Luna, e anche per quanto riguarda le altre stelle, ad eccezione del discutibile mondo dei meteoriti e delle comete, che irrompe in modo singolare nel regolare evento ritmico del cosmo.
Ma solo ciò che chiamiamo vento e tempo atmosferico, ciò che nei temporali e nelle grandinate, in generale nel clima e nella meteorologia, interferisce con la nostra esistenza naturale, interrompe questo ritmo quotidiano relativamente regolare. Lo vediamo chiaramente. In primo luogo siamo soggetti al corso esteriore degli eventi naturali. Poi, quando sentiamo il bisogno dello spirituale, ascoltiamo anche quando dall’iniziazione ci viene comunicato: non esiste solo questo mondo esteriore visibile, esiste un mondo soprasensibile. In questo mondo soprasensibile vivono gli esseri delle gerarchie superiori. E noi entriamo nel regno di queste gerarchie superiori nella vita tra la morte e una nuova nascita, così come entriamo nel regno dei tre regni della natura – quello minerale, quello vegetale e quello animale – nella vita tra la nascita e la morte.
Ascoltiamo questo. Cerchiamo di formare la rappresentazione che esiste, per così dire, questo secondo mondo; ma poi spesso ci limitiamo a porre semplicemente i due mondi uno accanto all’altro, senza collegarli nella nostra immaginazione. Ma solo quando riusciamo a vederli insieme, quando riusciamo a cogliere con l’occhio dell’anima la loro interazione, otteniamo una visione reale di questi due mondi. Perché dobbiamo comprendere questa interazione se vogliamo capire la formazione del karma. Nella vita tra la morte e una nuova nascita viene preparato il karma; ma attraverso l’efficacia delle gerarchie superiori anche nella vita tra la nascita e la morte, il karma viene formato qui sulla Terra.
Dobbiamo quindi chiederci: come agiscono nella vita terrena queste gerarchie superiori? Ebbene, vedete, queste gerarchie superiori agiscono nella vita terrena in modo tale da utilizzare i processi terrestri per agire entro questi processi terrestri.
Comprendiamo più facilmente ciò che abbiamo davanti se rivolgiamo innanzitutto lo sguardo a ciò che si dispiega davanti ai nostri sensi nel mondo stellare e nel mondo terrestre. Durante la nostra vita quotidiana di veglia guardiamo il sole sopra di noi; nelle ore notturne percepiamo il chiarore della luna, il luccichio delle stelle. Immaginiamo, miei cari amici, come guardiamo fuori nel mondo, come lasciamo agire sui nostri sensi ciò che è sopra di noi, ciò che è intorno a noi sulla Terra nei regni della natura.
E ricordiamoci che questo mondo dei sensi ha in sé tanto senso quanto la forma di un cadavere umano. Se guardiamo tutto intorno a noi, ciò che esiste sulla Terra in termini di forze al di fuori dell’uomo, troviamo certamente tutte le forze che sono presenti in un cadavere, ma non troviamo le forze dell’uomo vivente. Il cadavere che giace davanti a noi è un’assurdità; ha senso solo come residuo dell’uomo vivente. Nessuno può essere considerato ragionevole se crede che il cadavere possa esistere di per sé come un qualsiasi nesso di fatti che abbia una propria ragion d’essere. Esso può esistere solo come residuo, può mostrare solo una forma che appartiene a qualcosa che non è più visibile in esso.
Così come si deve ragionare in modo sensato dal cadavere all’uomo vivente, così si deve ragionare da tutto ciò che si vede nell’ambito dell’esistenza fisico-sensibile al mondo spirituale. Perché questa esistenza fisico-sensibile ha in sé tanto senso quanto il cadavere. Come nelle nostre rappresentazioni siamo condotti dal cadavere all’uomo vivente dicendo: «Questo è il cadavere di un uomo», così diciamo nei confronti della natura: «Questa è la manifestazione di potenze divine-spirituali». Nulla di diverso può essere ragionevole; anzi, non è nemmeno sano pensare diversamente. Pensare diversamente è testimonianza di un pensiero malato.
Ma quale mondo spirituale dobbiamo supporre dietro questo mondo fisico-sensibile? Il mondo spirituale che dobbiamo supporre dietro questo mondo fisico-sensibile è quello che abbiamo conosciuto come la seconda gerarchia: Exusiai, Dynameis, Kyriotetes. La seconda gerarchia sta dietro tutto ciò che è illuminato dal sole. E cosa non è illuminato dal sole, cosa non è sostenuto dal sole, nell’ambito di ciò che viviamo attraverso i nostri sensi? Tutto è illuminato dal sole e nutrito dal sole.
Queste entità della seconda gerarchia hanno la loro dimora preferibilmente nel sole. Dal sole dominano il mondo visibile, che è la loro manifestazione. Così possiamo dire: se abbiamo qui la Terra, se guardiamo giù verso la Terra e vediamo da qualche parte il sole, allora abbiamo, dietro l’azione solare, nel sole che agisce, attraverso l’azione solare, l’azione della seconda gerarchia: degli Exusiai, dei Kyriotetes, dei Dynameis.
Dopo aver cercato, l’altro ieri, di presentare alla vostra anima, per così dire, l’immagine cosmico-cultuale che raffigura l’uomo in relazione con le entità del mondo spirituale, in modo che da questa relazione non derivi solo l’elaborazione del karma, ma anche l’incarnazione del karma durante l’esistenza fisica terrena, vorrei oggi riprendere un pensiero che è già stato accennato nella conferenza di ieri l’altro. Ho detto che proprio il momento attuale dell’evoluzione dell’umanità, nel senso più profondo del termine, pone all’anima del conoscitore della scienza iniziatica questioni di carattere storico-mondiale e karmico. E prima di passare alle considerazioni sulla conoscenza del karma, vogliamo anche considerare il karma da questo punto di vista storico-mondiale, che riguarda in realtà tutta l’umanità civilizzata del presente.
È proprio vero che oggi nel mondo avvengono cose che toccano da vicino la coscienza ordinaria, direi il cuore che è collegato alla coscienza ordinaria. Sulla civiltà europea aleggia una nube pesante e, in un certo senso, è davvero sorprendente quanto poco l’umanità in generale voglia lasciarsi coinvolgere, sentire, percepire questa nube pesante che aleggia sulla civiltà europea. Basta pensare a tutto ciò che oggi emerge da un certo modo di vedere la vita di gran parte dell’umanità. Basta guardare a ciò che è stato fatto del cristianesimo nell’Europa orientale; basta guardare come ci giunge, in modo non del tutto incredibile, la notizia che il regime sovietico russo intende mettere al bando gli scritti di Tolstoj, renderli invisibili per sempre. Anche se naturalmente tali cose non si manifestano immediatamente nel modo annunciato, non dobbiamo comunque chiudere gli occhi davanti alla gravità del momento storico-mondiale in cui viviamo, e dovremmo ascoltare l’ammonimento della scienza iniziatica, che in realtà vorrebbe dare ogni giorno: che già oggi sarebbe il momento in cui le più disparate piccole questioni che occupano gli uomini dovrebbero tacere un po’, e il maggior numero possibile di anime dovrebbe rivolgersi alle grandi questioni. Ma l’interesse per le grandi questioni è più in declino che in aumento.
E così vediamo come oggi le concezioni del mondo che si presentano come creative – anche se la creazione è distruzione – siano nate puramente da un elemento umano passionale ed emotivo, da un elemento umano che cammina decisamente su vie luciferiche. E oggi possiamo constatare che gran parte dell’umanità rifiuta tutto ciò che è realtà. Perché non è vero che le forme materialistiche del mondo riconoscano la materia: la materia viene riconosciuta solo quando si percepisce lo spirito creativo all’interno della materia. Chi nega lo spirito creativo nella materia non riconosce la materia, ma un’immagine idolatrica della materia.
L’idolatria che nasce in questo modo è molto più terribile dell’idolatria di un’umanità primitiva, di cui si parla così spesso come di uno stadio infantile della civiltà. Da un lato l’umanità è dominata da rappresentazioni fantastiche di qualcosa di non reale. Certamente cose del genere sono comparse molte volte nel corso dell’evoluzione storica dell’umanità; ma proprio la considerazione delle Scienze dello Spirito, che vede tali fenomeni in nesso con il tutto dell’ordinamento del mondo, fa notare quanto seria dovrebbe essere una riflessione su queste cose.
E così dobbiamo rivolgere lo sguardo a ciò che nasce dal fatto che, sotto l’influsso di rappresentazioni materialistiche e fantastiche, vengono creati, per così dire, ordini sociali del mondo che nascono interamente da una natura umana smarrita, che non hanno nulla a che fare con alcuna realtà, che non hanno origine in nessun altro luogo se non nell’uomo stesso.
Dopo aver presentato in questo modo un fatto storico, ma attuale, mettiamo ora in evidenza un elemento naturale-elementare al quale abbiamo già accennato l’ultima volta: un elemento naturale quale emerge quando gruppi di esseri umani vengono improvvisamente strappati all’esistenza terrestre da eventi naturali elementari, terremoti, eruzioni vulcaniche o simili. Qui apprendiamo che una tale catastrofe elementare ha avuto luogo nel mondo; un gran numero di persone ha trovato la morte o è stato altrimenti compromesso nella vita.
Da tali eventi naturali elementari guardiamo poi a ciò che è più strettamente connesso con tutta la nostra civiltà. Vediamo, per esempio, come attraverso questo o quel disastro ferroviario si sviluppino effetti karmici, dove invece, attraverso le istituzioni culturali, il filo della vita viene in un certo senso reciso bruscamente nel suo effetto karmico. E se prendiamo sul serio la considerazione del karma, dobbiamo chiederci da un lato: come si pone il karma quando ciò che è puramente emotivo e fantastico, che ha esistenza solo all’interno dell’uomo, non vive esteriormente, quando il karma si estrinseca nei partecipanti a un tale ordine sociale terrestre? E come si configura il karma quando il filo della vita viene reciso bruscamente da eventi elementari naturali o civili?
Qui sta uno dei punti, miei cari amici, in cui la scienza dell’iniziazione ha un impulso profondo nella vita sentimentale ed emotiva dell’uomo. Per la coscienza ordinaria non sorgono domande del tipo: come si estrinseca una cosa del genere nelle vite terrene successive degli uomini? E alla coscienza ordinaria non sorge, specialmente in caso di catastrofi elementari della civiltà, la domanda sul destino umano in senso lato. Infatti, nella coscienza ordinaria si ritiene che il destino di un uomo colpito da una tale catastrofe sia concluso.
La scienza dell’iniziazione ha davanti a sé, da un lato, ciò che si svolge in primo piano nella vita terrena degli esseri umani e, sullo sfondo, ciò che si svolge come azione degli dei con le anime umane. E proprio da ciò che si svolge sullo sfondo la scienza dell’iniziazione ricava i presupposti per la sua valutazione della vita terrena. Infatti, in una più ampia considerazione del karma, vedremo come proprio nella vita terrena molte cose debbano configurarsi in un modo o nell’altro affinché le realtà divine che stanno dietro la vita terrena possano essere configurate in modo umano, naturalmente anche secondo la volontà degli dei.
Se si guarda al retroscena, infatti, si vede tutto ciò che l’anima umana forma karmicamente con altre anime umane tra la morte e la nuova nascita. Si vede anche l’azione complessiva delle anime umane insieme alle entità delle gerarchie superiori, come abbiamo detto; ma dall’altra parte si vede ovunque l’influsso delle forze luciferiche e arimaniche. Si vede, entro quell’organismo divino che sta dietro all’organismo terrestre, la giustificazione dell’intervento delle entità luciferiche e arimaniche. Si sa che Lucifero e Arimane devono esistere per il più profondo ordine spirituale del mondo. E nonostante questa necessità, talvolta si vede con profondo sgomento il luciferico e l’arimanico sporgersi nel mondo terrestre.
Che si debbano considerare insieme molte cose quando si estende lo sguardo dal mondo terrestre al mondo spirituale – cose che per la coscienza ordinaria non hanno bisogno di essere considerate insieme – è ciò a cui bisogna prestare attenzione.
Ed era per questo che nei tempi antichi, quando la scienza dell’iniziazione era già così sacra nella sua natura come dovrà tornare ad essere, quando in quei tempi antichi, se da qualche parte sorgeva la domanda se qualcuno fosse un iniziato, gli uomini sapevano come comportarsi in una tale situazione. E se nel corso della vita un uomo che prendeva sul serio la vita incontrava un altro che prendeva sul serio la vita, ma erano di opinioni diverse su una terza persona, allora in quei tempi antichi spesso si poteva sentire la domanda: «Ma gli hai guardato negli occhi?». Perché in ciò che lo sguardo riceve attraverso l’approfondimento della serietà della vita, nelle civiltà chiaroveggenti che un tempo erano sulla Terra, si riconoscevano gli iniziati.
E qualcosa di simile tornerà. Si dovrà tornare alla serietà della vita, senza che per questo debba andare perduto l’umorismo della vita.
Ma si può davvero ricavare molto da ciò che sta accadendo ora in relazione a ciò che è accaduto in tutti i tempi, ma che ora si presenta all’umanità come un grande enigma. Esaminiamo infatti i fatti. Immaginiamo una situazione qualsiasi. Abbiamo una regione colpita da un potente terremoto. Numerose persone muoiono insieme. Se si considera la cosa dal punto di vista della Scienza dello Spirito, non si può dire che il filo karmico di queste persone, per questa vita terrena, sia completamente esaurito. Guardiamo al filo karmico di ciò che va in rovina. Per gli anziani, che avrebbero comunque presto esaurito il loro karma terrestre per questa vita, il filo della vita viene forse accorciato solo di mesi o di pochi anni. Le persone più giovani, nel pieno vigore della vita terrena, che hanno pensato molto a ciò che avrebbero voluto compiere nei prossimi anni per se stesse, per la loro famiglia, per l’umanità, vedono il filo della loro vita accorciato di molti anni. I bambini, che sono proprio in fase di educazione, per i quali si vuole fare qualcosa per l’anima, per introdurli alla vita umana, vengono strappati all’esistenza terrena insieme agli anziani. I neonati, che hanno appena smesso di poppare, e quelli che non lo hanno ancora fatto, vengono strappati via insieme a persone anziane e giovani. Qui sorge il grande enigma: come agisce il karma in un evento del genere?
E guardiamo alla differenza che esiste tra un evento elementare di questo tipo e un evento elementare causato dalla civiltà, come per esempio un grande disastro ferroviario. C’è una differenza, una differenza che diventa importante ed essenziale proprio quando si porta la considerazione sul terreno del karma. Di norma, quando un terremoto provoca la morte collettiva di persone nel modo che ho appena descritto, queste sono in qualche modo legate karmicamente, così come le persone che vivono insieme in una zona sono più o meno legate karmicamente, o comunque hanno qualcosa a che fare l’una con l’altra, in modo tale che, in un certo destino comune, nel quale sono state portate dal fatto di essere tutte discese in un determinato luogo terrestre dall’esistenza preterrena all’esistenza terrestre, in questo destino comune vanno incontro alla rottura del loro filo vitale.
Se invece assistiamo a un disastro ferroviario, scopriremo che solo poche delle persone coinvolte in questo disastro ferroviario appartengono realmente l’una all’altra. Chi si trova insieme in un treno? Di norma non sono persone che hanno qualcosa a che fare tra loro, ma soltanto persone che sono state raccolte, riunite, senza avere alcun legame che è invece sempre presente quando un terremoto colpisce una qualsiasi zona. Si potrebbe dire che il destino riunisce in un unico luogo coloro che periscono insieme in un disastro ferroviario. Non vediamo forse un operare del karma completamente diverso nell’uno e nell’altro caso?
E guardiamo con gli occhi della scienza dell’iniziazione a un cataclisma così devastante. Non vediamo affatto persone che, alla nascita, avevano modellato il loro karma in modo tale che il filo della loro vita terrena dovesse spezzarsi nel momento in cui si verificò la catastrofe comune. Queste persone sono state in un certo senso strappate dal loro karma da un evento del genere. Come hanno potuto essere strappate? Secondo il consiglio degli dèi, ciò che conta è l’estrinsecarsi del karma. Vedete, tutto ciò che accade in eventi naturali come terremoti, eruzioni vulcaniche, inondazioni e simili non rientra nel corso continuo dell’evoluzione terrestre secondo le leggi naturali ordinarie, ma è qualcosa che interviene nell’evoluzione terrestre, sebbene secondo leggi naturali.
Ciò che interviene nello sviluppo terrestre era un tempo favorevole, necessario e utile allo sviluppo nel periodo in cui l’umanità non era soggetta alla nascita e alla morte nella forma attuale. E se vogliamo rappresentarci qualcosa di concreto di quanto appena detto, guardiamo indietro all’antico tempo lunare. Nell’antico tempo lunare, che precedette il tempo terrestre, l’uomo non era soggetto alla nascita e alla morte in modo tale da essere introdotto nell’esistenza fisica attraverso un passaggio improvviso, cioè attraverso una nascita o un concepimento, e da essere condotto fuori dall’esistenza fisica attraverso la morte. Il passaggio era molto più dolce; era più una trasformazione, una metamorfosi, che un salto. L’uomo terrestre, in realtà l’uomo lunare, non era così materiale come quello odierno; l’uomo nel mondo spirituale non era così spiritualizzato come quello odierno.
Ciò che viveva sulla Luna come umanità aveva bisogno di leggi naturali completamente diverse, leggi naturali che mostravano la vita lunare in un movimento immutabile, interiormente mosso e spumeggiante, ondulato, fluttuante. Ciò che allora era interiormente effervescente, ondulante, fluttuante, oggi è in parte, ma solo in parte, irrigidito nella Luna che ci accompagna nell’universo. Ma l’irrigidimento della Luna, che in realtà è una sorta di cheratinizzazione, rimanda all’antica mobilità interiore della Luna. Essa si manifesta nell’attività terrestre quando si verificano eventi elementari come quelli che ho citato. Qui non agiscono le leggi naturali terrestri comuni; qui comincia a muoversi l’antica Luna, che certamente oggi orbita nell’universo nella forma che le è propria, ma che ha lasciato nella Terra forze che continuano ad agire dopo che essa se ne è staccata.
E ora ricordate come ho spiegato che con il karma dell’uomo sono in nesso quelle entità che un tempo erano i grandi insegnanti originari dell’umanità, che hanno portato all’umanità la grande saggezza originaria, che non vivevano in un corpo fisico sulla Terra, ma in un corpo eterico, e che in un determinato momento hanno lasciato la Terra e oggi abitano la Luna, così che noi li incontriamo in quel periodo iniziale che attraversiamo tra la morte e una nuova nascita. Queste sono le entità che, con una vera scrittura animico-spirituale, scrivono profondamente nell’etere universale ciò che è il karma umano.
Ma esiste, direi, una cospirazione nell’universo che culmina nel fatto che non viene utilizzato solo ciò che accompagna legittimamente la nostra Terra con la Luna oggi, ma anche ciò che, rimanendo indietro, può persistere come residuo lunare nella Terra. E questo viene utilizzato dalle forze arimaniche. Ed è qui che le forze arimaniche possono intervenire nel filo vitale dell’umanità. E così si può anche vedere come siano le forze arimaniche che, in un caso del genere, mostrano con voluttuosa soddisfazione il loro volto dalle profondità della Terra quando si verificano tali catastrofi naturali.
Perciò, con l’aiuto della scienza dell’iniziazione, in un caso simile si vede come l’uomo che perisce abbia esaurito una parte del suo karma fino al momento in cui il filo della vita viene reciso bruscamente. Allora rimarrebbe ancora un tratto di vita, più o meno grande a seconda che vengano strappati alla vita anziani, adulti o neonati; allora esisterebbe la possibilità che il filo della vita, l’intera vita con i suoi avvenimenti, continuasse – e improvvisamente interviene qualcosa che agisce proprio nell’organizzazione fisica dell’uomo, come se in un istante venisse compresso ciò che avrebbe dovuto accadere nel corso di tutto questo tempo.
Pensate, miei cari amici, a ciò che realmente si presenta. Supponiamo che un uomo di trent’anni sia colpito da una tale catastrofe. Se non fosse stato colpito dalla catastrofe, secondo il suo karma avrebbe raggiunto, per causa mia, i sessantacinque anni. Ci sarebbe stata una moltitudine di eventi che avrebbe vissuto nella sua vita. Tutti questi eventi esistono solo in potenza. Ma nel suo karma, nella costituzione del suo corpo eterico, del suo corpo astrale, nella costituzione della sua organizzazione dell’Io, tutto questo è già presente. E che cosa sarebbe successo fino al suo sessantacinquesimo anno? Oltre alla costruzione, l’organismo sarebbe stato continuamente distrutto; avrebbe avuto luogo una lenta decomposizione fino al completamento della decomposizione nel sessantacinquesimo anno di vita, una decomposizione sottile e lenta.
Questo lento decadimento, che avrebbe dovuto durare ancora trentacinque anni, che sarebbe avvenuto al ritmo lento corrispondente a un corso così lungo, viene in un certo senso compiuto in un istante, compresso in un istante. Questo si può aggiungere al corpo fisico. Non si può aggiungere al corpo eterico, né al corpo astrale, né all’organizzazione dell’Io. E diversamente dal karma vissuto, quando si verifica ciò che è stato descritto qui, l’uomo penetra nel mondo spirituale. In questo modo viene portato nel mondo spirituale qualcosa che altrimenti non vi sarebbe: un corpo eterico che avrebbe potuto ancora essere sulla Terra, un corpo astrale, un’organizzazione dell’Io che avrebbero potuto ancora essere sulla Terra. Invece di rimanere sulla Terra, vengono portati nel mondo spirituale. Nel mondo spirituale viene portato ciò che è destinato al terreno.
E così vediamo che da ogni catastrofe elementare di questo tipo nel mondo spirituale confluisce un elemento terreno. Gli esseri umani che sono stati deviati in questo modo nel loro karma dalle forze arimaniche arrivano quindi in questo stato nel mondo spirituale. Ora dobbiamo porci una domanda che emerge da ciò, miei cari amici, ovvero che, se prendiamo sul serio la Scienza dello Spirito, dobbiamo imparare a porre domande dal punto di vista del mondo spirituale e delle entità spirituali nel mondo spirituale, proprio come si fa con la coscienza ordinaria per il mondo fisico-terrestre e le entità del mondo fisico-terrestre. Pertanto è lecito porsi la domanda: come accolgono le entità delle tre gerarchie il fatto che giungano a loro esseri umani che portano con sé nel mondo spirituale ciò che è terrestre?
E per queste entità sorge il compito di riportare nell’ordine del mondo ciò che apparentemente è rivolto al male, ciò che apparentemente è rivolto contro l’ordine del mondo. Gli dèi devono ora fare i conti con ciò che è presente per trasformare il male arimanico in un bene superiore. Arriviamo quindi alla rappresentazione secondo cui, per l’ordine del mondo, in relazione a qualsiasi cosa, sono particolarmente destinati quegli uomini che arrivano nel mondo spirituale in questo modo, dopo aver attraversato la porta della morte.
Per le entità spirituali delle gerarchie superiori si presenta quanto segue. Questi esseri dicono: c’era un essere umano nella sua precedente incarnazione. Attraverso questa precedente incarnazione e ciò che l’ha preceduta nella vita complessiva dell’essere umano, si è preparato un certo mondo di fatti, un mondo di esperienze nell’incarnazione attuale. Di ciò che si è preparato, però, è emersa solo la prima parte; la seconda parte non viene espressa. Abbiamo quindi qui una parte di un percorso di vita umano che in realtà dovrebbe corrispondere karmicamente a questo percorso di vita (viene disegnato), ma che non corrisponde, bensì abbiamo solo un pezzo qui. Questo pezzo corrisponde quindi in qualche modo alla precedente vita terrena, ma non alla precedente vita terrena completa.
Gli dèi devono quindi guardare a questa vita terrena precedente e dire: c’è qualcosa che non ha sperimentato gli effetti che avrebbe dovuto sperimentare. Ci sono cause non utilizzate. E ciò che è presente come cause non utilizzate, gli dèi possono ora prendere, portare all’uomo e rafforzarlo proprio in relazione alla sua interiorità per la prossima vita terrena, in modo che, in un certo senso, la forza di ciò che ha agito come causa in una precedente incarnazione ora irrompa in lui con maggiore forza nella prossima incarnazione.
L’uomo, che altrimenti, se non fosse stato colpito da una tale catastrofe, avrebbe potuto presentarsi nel mondo con capacità di scarso valore, o anche con capacità che sarebbero state in un campo completamente diverso da quello in cui si trova quando si presenta nella prossima incarnazione, si presenta come un altro per compensare il karma. Ma egli appare anche con particolari peculiarità. Infatti, in un certo senso, il suo corpo astrale è addensato, perché in esso sono incorporate cause non esaurite.
Potete stupirvi, miei cari amici, che esista la leggenda di un filosofo che si è gettato nel cratere di un vulcano? Quale può essere la causa di una tale risoluzione in qualcuno che è iniziato ai misteri del mondo? L’unica causa può essere che, attraverso la volontà umana stessa, venga provocato qualcosa che altrimenti può essere provocato solo da eventi naturali elementari: l’improvviso strappo di ciò che dovrebbe essere strappato via lentamente. E così ciò che viene raccontato di un tale filosofo può scaturire dall’intenzione di apparire nel mondo, in una prossima incarnazione, con capacità particolari. Il mondo assume davvero un’altra forma quando affrontiamo in questo modo le profonde questioni del karma.
Vediamo quindi, in linea di principio, come si comportano tali catastrofi elementari. Ma guardiamo a un altro aspetto. Osserviamo come, in una catastrofe della civiltà, l’essere arimanico spinga insieme, in un certo senso, persone che non sono molto legate karmicamente, affinché trovino una morte comune. Il caso è allora completamente diverso. Anche qui abbiamo in gioco le forze arimaniche, ma con persone che inizialmente non sono collegate come gruppo dai fili karmici, ma che proprio per questo vengono riunite. E ora entra in gioco qualcosa che si differenzia sostanzialmente dalle catastrofi naturali.
Una catastrofe naturale suscita nell’uomo che ne è colpito un ricordo più intenso di tutto ciò che è contenuto nel suo karma come causa. Perché quando l’uomo attraversa la porta della morte, gli viene ricordato proprio tutto ciò che è contenuto nel suo karma. Un rafforzamento di questo, un ricordo chiaro, entra nell’anima umana attraverso una catastrofe naturale in cui l’uomo perisce.
Un disastro ferroviario, o in generale un disastro civile, suscita invece l’oblio del karma. Ma l’oblio del karma provoca una forte ricettività alle impressioni che l’uomo riceve dopo la morte dal mondo spirituale. E la conseguenza è che un tale uomo deve ora chiedersi: che ne è del karma inutilizzato che è in me? E mentre, in particolare, le qualità intellettuali di un essere umano si addensano nel suo corpo astrale durante una catastrofe naturale, le qualità volitive dell’essere umano si addensano e si rafforzano durante le catastrofi civili. È così che agisce il karma.
Ma ora distogliamo lo sguardo da queste catastrofi. Guardiamo a ciò che viene sviluppato in modo fanatico da un gruppo di persone a livello emotivo, come ho caratterizzato, dove ha effetto solo ciò che proviene dall’uomo, dove l’uomo vive completamente nell’irreale e agisce in modo distruttivo. Guardiamo a una struttura civile così fantasticamente distorta come quella dell’Europa orientale odierna che guarda all’Occidente, e osserviamo che cosa succede quando gli esseri umani che appartengono a tali nessi attraversano la porta della morte.
Come in altre catastrofi, anche in questo caso qualcosa viene trasportato nel mondo spirituale. Ma ciò che viene trasportato è di natura luciferica. Viene trasportato ciò che ha un effetto di oscuramento e devastazione nel mondo spirituale. Infatti, nelle catastrofi naturali e nelle catastrofi della civiltà è comunque la luminosità che viene trasportata dal mondo terrestre a quello spirituale; dagli smarrimenti della civiltà viene portata tenebra nel mondo spirituale. Gli uomini entrano attraverso la porta della morte nel mondo spirituale come in una nube pesante e tenebrosa, nella quale devono farsi strada. Infatti, la luce che Lucifero ha instillato nelle emozioni degli uomini sulla terra agisce come la tenebra più fitta nel mondo spirituale quando l’uomo è entrato in questo mondo spirituale attraverso la porta della morte.
E nel mondo spirituale entrano quelle forze che provengono dall’interno dell’uomo e che, in un certo senso, penetrano in questo mondo spirituale; passioni che dovrebbero agire solo nell’uomo stesso vengono trasportate nel mondo spirituale e risplendono in esso. Queste sono forze che, attraverso il potere di Arimane, si lasciano trasformare nel mondo spirituale per utilizzare proprio l’evoluzione lunare ancora presente nella Terra. Qui Lucifero porge realmente la mano ad Arimane.
Ciò che viene portato nel mondo spirituale attraverso semplici impulsi culturali emotivi, ma che in realtà proviene solo dalla coscienza terrestre smarrita, è ciò che, trasformato, divampa dall’interno della Terra sotto forma di eruzioni vulcaniche e terremoti. E da tali presupposti impariamo a porci la domanda sul karma terrestre, sul karma dei popoli e quindi anche sul karma individuale dell’uomo, nella misura in cui questo karma individuale è legato al karma dei popoli, al karma terrestre.
Impariamo a porre la domanda in modo tale da cercare i semi negli effetti luciferici in qualsiasi zona della Terra dove la vecchia civiltà viene distrutta dalle emozioni umane, dove gli istinti selvaggi vogliono creare cose nuove e fantastiche, ma possono solo avere un effetto distruttivo. E dobbiamo chiederci: dove sulla Terra esploderà un giorno, in un tripudio di fuoco o in onde che scuoteranno il suolo, ciò che ora arde nelle passioni selvagge degli esseri umani?
La scienza iniziatica può e deve, quando osserva un evento elementare, porre la sua domanda: quando è stato preparato questo evento elementare? Nelle tempeste di guerra e negli orrori della guerra, in altri orrori che si sono verificati entro lo sviluppo civilizzatore dell’umanità. Perché così stanno le cose. Queste sono le cose che si svolgono sullo sfondo dell’esistenza.
Di fronte a una tale considerazione, gli eventi che emergono non rimangono isolati. Appaiono in un grande contesto. Ma come si inseriscono nei singoli destini umani? Ebbene, miei cari amici, gli dèi sono lì, in contatto con l’evoluzione dell’umanità. Il loro compito, come ho già detto, è quello di trasformare sempre ciò che accade in questo modo in qualcosa di favorevole, che favorisca il destino umano.
Nel nesso del mondo spirituale-terreno avviene incessantemente che i destini umani vengano strappati alle vibrazioni di Lucifero e agli artigli di Arimane, perché gli dèi sono buoni. E ciò che viene causato da Arimane o da Lucifero in termini di ingiustizia nel mondo che sta dietro le quinte dell’esistenza, questo, miei cari amici, viene ricondotto dai buoni dèi sulla via della giustizia, e alla fine il nesso karmico è buono e giusto.
E il nostro sguardo, che deve essere comprensivo nei confronti del karma umano, deve essere pieno di comprensione, viene distolto dal destino umano verso il destino divino. Perché quando seguiamo gli orrori della guerra, la colpa della guerra, i demoni della guerra in nesso con catastrofi naturali ed elementari che uccidono gli uomini, vediamo estrinsecarsi la lotta degli dèi buoni con gli dèi malvagi da entrambe le parti. Guardiamo oltre la vita umana nella vita degli dèi e vediamo la vita degli dèi sullo sfondo della vita umana. E non la vediamo soprattutto con aride concezioni teoriche, ma con il cuore e con partecipazione; vediamo questa vita degli dèi in modo tale da poterla considerare in nesso con ciò che avviene nel karma individuale degli uomini sulla Terra, perché vediamo il destino umano intrecciato con il destino degli dèi.
Ma quando guardiamo a questo, allora il mondo che sta dietro all’uomo ci diventa molto vicino. Perché allora ci appare qualcosa che si può contemplare solo con la più profonda partecipazione. Allora si rivela come il destino umano sia intessuto nel destino divino, come in un certo senso gli dèi bramino ciò che devono compiere con gli uomini nel corso della loro lotta. E avvicinandoci a tali rappresentazioni, torniamo con esse a ciò che è entrato nel mondo nei tempi antichi dei veggenti attraverso i misteri.
Chi è stato iniziato agli antichi misteri è stato dapprima introdotto nel mondo degli elementi; lì ha visto come gradualmente il suo interno, ma nella sua qualità morale, si spostasse verso l’esterno. Poi però imparava – e questa era una parola importante, una parola potente, che pronunciava il discepolo degli antichi misteri – che esistono «gli dèi inferiori e gli dèi superiori», gli dèi arimanici e gli dèi luciferici. Nella posizione di equilibrio camminano gli dèi buoni. E mentre l’antico studente dei misteri imparava ciò che il nuovo studente doveva imparare, l’uomo veniva gradualmente iniziato alle profondità dell’esistenza. Perché quando si comprende questo nesso, si giunge alla curiosa, ma vivificante, visione del mondo: a che cosa serve la somma delle disgrazie nel mondo? Affinché gli dèi possano trasformarle in felicità! Perché la semplice felicità non porterebbe all’esistenza del mondo. La felicità che germoglia dalla sfortuna durante il passaggio degli esseri umani attraverso il mondo dei sensi è ciò che conduce alle profondità del mondo.
Ovunque si tratti della considerazione del karma, non dobbiamo appellarci solo a concetti teorici; ovunque si tratti del karma dobbiamo appellarci all’uomo nella sua totalità. Perché non si può imparare a conoscere il karma senza che nella conoscenza siano coinvolti il cuore, l’intero animo, la volontà dell’uomo. Ma se si impara a conoscere il karma in questo modo, come è giusto, allora anche questa vita umana si approfondisce. E solo allora i rapporti della vita che uniscono karmicamente gli esseri umani vengono presi abbastanza sul serio.
Ci sono poi momenti – che devono esserci anche nella vita di un uomo non superficiale – in cui il karma può opprimerlo pesantemente. Ma tutti questi momenti vengono compensati da quelli in cui il karma gli dà le ali, così che con la sua anima egli si eleva dal regno terrestre al regno divino. E dobbiamo sentire profondamente dentro di noi il legame tra il mondo degli dèi e il mondo degli uomini, se vogliamo parlare del karma nel vero senso della parola.
Perché ciò che qui sulla Terra è in noi e intorno a noi in una vita terrena è innanzitutto ciò che va perduto nel percorso tra la morte e una nuova nascita. Ma ciò che rimane è ciò per cui gli dèi, cioè gli esseri delle gerarchie superiori, ci tengono per mano. E nessuno potrà sviluppare il giusto atteggiamento interiore nei confronti della conoscenza del karma se non considera la conoscenza del karma come un aiuto da parte degli dèi.
Cercate quindi, miei cari amici, di comprendere la conoscenza del karma in modo tale che essa susciti in voi la sensazione che, avvicinandovi al terreno spirituale sacro sul quale potete comprendere qualcosa del karma, dovete afferrare la mano degli dèi. Le sensazioni devono diventare così reali, se vogliamo avvicinarci alla conoscenza reale del mondo spirituale, che è appunto ciò che è la conoscenza del karma.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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