Vorrei ora iniziare a parlarvi delle condizioni e delle leggi del destino umano, che siamo soliti chiamare karma. Questo karma può essere compreso e compreso appieno solo se ci si impegna innanzitutto a conoscere i diversi tipi di leggi universali. E così oggi vorrei forse – è necessario – parlarvi in forma un po’ più astratta dei diversi tipi di leggi universali, per poi cristallizzare, per così dire, la forma particolare che può essere definita destino umano, karma.
Quando vogliamo comprendere sia i fenomeni del mondo che i fenomeni della vita umana, parliamo di cause ed effetti. Oggi, soprattutto nella scienza, siamo abituati a parlare in modo molto generico di cause ed effetti. Ma proprio questo ci porta alle maggiori difficoltà nel confrontarci con la vera realtà, perché non vengono prese in considerazione le diverse modalità con cui le cause e gli effetti si manifestano nel mondo.
In primo luogo possiamo considerare la cosiddetta natura inanimata, che ci appare in modo più evidente nel regno minerale, in tutto ciò che si presenta sotto forma di roccia, spesso in forme meravigliose, ma anche in tutto ciò che, si potrebbe dire, viene ridotto in polvere e poi ricomposto in roccia informe. Guardiamo prima a questo, miei cari amici, a ciò che in questo modo appare come inanimato nel mondo.
Se osserviamo l’inanimato, senza eccezioni, allora scopriamo che le cause di cui si può parlare nel regno dell’inanimato si trovano tutte all’interno dello stesso inanimato. Dove c’è l’inanimato come effetto, possiamo cercare le cause nello stesso regno dell’inanimato. E si procede davvero in modo conoscitivo solo se si fa così, cioè se si cercano le cause dei processi dell’inanimato anche all’interno del regno dell’inanimato.
Anche se avete davanti a voi un cristallo dalla forma meravigliosa, dovete cercare le cause delle forme di questo cristallo nel regno inanimato. E così questo regno inanimato si rivela come qualcosa di chiuso in se stesso. Non possiamo dire, in un primo momento, dove si trovino i confini di questo regno inanimato. Essi potrebbero essere molto lontani, nella lontananza cosmica. Ma anche se per qualsiasi cosa inanimata che abbiamo davanti dovessimo cercare le cause dei suoi effetti, le cercheremmo comunque nel regno dell’inanimato stesso. In questo modo, però, poniamo già l’inanimato accanto a qualcos’altro. E questo ci apre allo stesso tempo una certa prospettiva.
Considerate l’uomo stesso. Consideratelo mentre attraversa la porta della morte. Tutto ciò che ha agito ed è stato in lui prima che attraversasse questa porta della morte, tutto ciò è scomparso dalla forma visibile e tangibile che rimane quando l’anima dell’uomo ha varcato la porta della morte; è scomparso da questa forma ormai residua, e anche di questa forma diciamo: è inanimata. E proprio come parliamo di non-vita quando guardiamo la roccia della montagna con le sue forme cristalline, così dobbiamo parlare di non-vita quando guardiamo il cadavere dell’uomo, privo di anima e di spirito. E solo ora, per il cadavere dell’uomo, si verifica esattamente ciò che era già presente fin dall’inizio per il resto della natura inanimata.
Non potevamo cercare la causa di ciò che accade alla figura umana come effetto durante la vita, prima che l’anima attraversasse la porta della morte, nell’inanimato stesso. Non solo, quando un braccio si alza, cercheremo invano nelle leggi fisiche inanimate della figura umana le cause di questo sollevamento del braccio, ma cercheremo invano anche nelle forze chimiche e fisiche presenti nella figura umana le cause, per esempio, del battito cardiaco, della circolazione del sangue, di qualsiasi processo che non è affatto soggetto alla volontà.
Ma nel momento in cui la figura umana è diventata un cadavere, quando l’anima ha varcato la porta della morte, osserviamo anche un effetto sull’organismo umano. Vediamo, per esempio, che il colore della pelle cambia, che gli arti si irrigidiscono, insomma, che si verifica tutto ciò che siamo abituati a vedere in un cadavere. Dove cerchiamo la causa? Nel cadavere stesso, nelle forze chimiche, fisiche, inanimate.
Ora, se voi riflettete su ciò che sto accennando – mi basta accennarlo –, se lo pensaste fino in fondo in tutte le direzioni, direste: l’uomo, dopo che la sua anima ha varcato la porta della morte, è diventato simile alla natura inanimata. Ciò significa che d’ora in poi dobbiamo cercare le cause degli effetti nello stesso ambito in cui si trovano gli effetti stessi. Questo è molto importante.
Ma proprio quando guardiamo a questa particolare natura del cadavere umano, troviamo qualcos’altro che è estremamente significativo. Vedete, con la morte l’uomo si libera in un certo senso del suo cadavere. E se, con quella capacità di osservazione che è in grado di farlo, osserviamo ciò che è diventato l’uomo vero e proprio, l’essere umano spirituale-animico dopo che ha varcato la porta della morte, allora si deve dire che la cosa sta così: il cadavere è stato gettato via e ora, per questo essere umano spirituale-animico che è giunto al di là della porta della morte, questo cadavere non ha più alcun significato. È qualcosa di gettato via.
Diverso è il caso della natura esterna inanimata. E già a un esame superficiale, direi, si nota questa differenza. Considerate un cadavere umano. Il modo migliore per osservarlo è dove viene, per così dire, sepolto all’aria. Nelle volte sotterranee che in passato erano utilizzate come luoghi di sepoltura da alcune comunità, si trovano cadaveri umani semplicemente appesi. Si seccano e in questo processo di essiccazione arrivano al punto di diventare completamente friabili, tanto che basta toccarli leggermente perché si disgreghino in polvere.
Ciò che abbiamo ottenuto come materia inanimata è diverso da ciò che troviamo là fuori nel nostro ambiente come natura inanimata. Questa natura inanimata si modella, forma cristalli. Si trova in una strana fase di trasformazione. Se prescindiamo da ciò che è propriamente terrestre e guardiamo a ciò che è anch’esso inanimato, all’acqua, all’aria, scopriamo che in questo mondo inanimato è in atto una vivace trasformazione e metamorfosi.
Ora poniamoci questo davanti all’anima, poniamoci davanti all’anima l’uguaglianza del corpo umano, quando l’anima lo ha abbandonato, nella sua inanimità, con la natura inanimata extraumana.
E ora andiamo avanti. Consideriamo il regno vegetale. Qui entriamo nella sfera del vivente. Se studiamo una pianta in modo approfondito, non saremo mai in grado di ricondurre gli effetti che si manifestano nella pianta alle sole cause che si trovano nel regno vegetale, cioè nello stesso regno in cui si manifestano gli effetti. Certo, oggi esiste una scienza che ci prova. Ma questa scienza è sulla strada sbagliata, perché alla fine arriva a dire: sì, si possono studiare le forze e le leggi fisiche che agiscono nella pianta, si possono studiare le forze e le leggi chimicamente attive; e rimane qualcosa. A questo punto le persone si dividono in due fazioni. Gli uni dicono: ciò che rimane è solo un insieme, una sorta di forma, di struttura; ciò che agisce sono solo le leggi fisiche e chimiche. Gli altri dicono: no, c’è qualcos’altro, solo che la scienza non l’ha ancora scoperto; ci arriverà. Lo dirà ancora per molto tempo. Ma non è così: se si vuole studiare il mondo vegetale, non è possibile comprenderlo se non si accoglie l’aiuto dell’intero universo, se non si guarda alle piante dicendosi: le forze che rendono efficaci le piante risiedono nel vasto universo. Tutto ciò che accade nella pianta è effetto del vasto universo. Il Sole deve prima raggiungere una determinata posizione nel vasto universo affinché si manifestino effetti nel regno vegetale. Devono agire altre forze dal vasto universo affinché la pianta assuma la sua forma, affinché la pianta acquisisca le sue forze motrici interne e così via.
E la cosa è questa: se noi potessimo, miei cari amici, viaggiare non solo come ha fatto Jules Verne, ma viaggiare davvero, diciamo fino alla Luna, fino al Sole e così via, non saremmo affatto più intelligenti nella ricerca delle cause di quanto lo siamo sulla Terra, se non acquisissimo altre forze conoscitive oltre a quelle che già possediamo. Non ci troveremmo bene da nessuna parte se volessimo dire: bene, nel regno vegetale della Terra non ci sono le cause degli effetti che si verificano nella vita vegetale, quindi viaggiamo verso il Sole, lì troveremo le cause. Non le troveremmo nemmeno lì. Le troveremmo invece se ci elevassimo alla conoscenza immaginativa, se avessimo una conoscenza completamente diversa. Ma allora non abbiamo bisogno di andare verso il Sole: le troviamo nel regno terrestre stesso. Solo che scopriamo che abbiamo bisogno di passare da un mondo fisico ordinario a un mondo eterico, e che nelle vastità del mondo agisce ovunque l’etere universale con le sue forze, e che esso agisce proprio dalle vastità. L’etere agisce ovunque dalle vastità.
Dobbiamo quindi passare effettivamente a un secondo regno del mondo se vogliamo cercare le cause degli effetti nel regno vegetale.
Ebbene, l’uomo partecipa allo stesso modo in cui partecipa la pianta. Le forze che agiscono dal mondo eterico sulle piante agiscono anche sull’uomo. L’uomo porta in sé le forze eteriche, e noi chiamiamo corpo eterico la somma di queste forze eteriche che egli porta in sé. E vi ho già detto come questo corpo eterico, pochi giorni dopo la morte, diventi sempre più grande e alla fine si dissolva, cosicché dell’uomo rimane solo il corpo astrale e l’entità del suo Io.
Se procediamo dalla considerazione che dovrebbe preparare alla discussione sul destino umano, sul karma, se procediamo dall’astratto, dal concettuale alla vita, giungiamo progressivamente a porre davanti alla nostra anima i diversi ambiti della vita in cui l’uomo è inserito, per ricavare da questi elementi costitutivi della vita le basi per una caratterizzazione del karma, del destino umano.
L’uomo appartiene al mondo intero in un senso molto più ampio di quanto si pensi comunemente. L’uomo è un membro del mondo e senza il mondo non è nulla. Ho spesso usato il paragone con qualsiasi membro umano, per esempio con un dito: il dito è dito in quanto fa parte dell’organismo umano. Nel momento in cui viene reciso dall’organismo umano, non è più un dito. Esternamente, fisicamente, è lo stesso dito, ma non è più un dito se è stato reciso dall’organismo umano.
Così l’uomo non è più uomo quando viene estrapolato dall’esistenza universale. Egli appartiene all’esistenza universale e senza di essa non può essere considerato uomo, né tantomeno compreso.
Ora, come abbiamo visto ieri, l’ambiente umano è suddiviso in diversi regni. Abbiamo innanzitutto il regno inanimato, che nel linguaggio comune chiamiamo regno minerale. A questo regno minerale, in quanto inanimato, diventiamo simili solo quando abbiamo abbandonato il nostro corpo, quando abbiamo varcato la porta della morte. Con la nostra vera essenza non saremo mai simili a questo mondo inanimato. La forma corporea abbandonata diventa simile a questo mondo inanimato. E così, da un lato, c’è ciò che l’uomo chiama cadavere fisico nel regno del mondo inanimato, e dall’altro lato ciò che è la vasta natura e il mondo minerale, inanimato, cristallizzato e non cristallizzato.
Noi esseri umani siamo in realtà molto diversi da questo mondo minerale finché viviamo sulla Terra, come ho già sottolineato. La nostra forma viene distrutta subito quando veniamo consegnati al mondo minerale come cadavere. Ci dissolviamo nel minerale, cioè ciò che tiene insieme la nostra forma non ha nulla in comune con il minerale. E da ciò risulta già che l’uomo, così come vive nel mondo fisico, non può avere influenze effettive dal minerale stesso.
Gli influssi principali, di gran lunga i più completi, che l’uomo riceve dal minerale, giungono attraverso i sensi. Noi vediamo il minerale, lo sentiamo, percepiamo il suo calore; in breve, percepiamo il minerale attraverso i sensi. I nostri altri rapporti con il minerale sono infatti estremamente limitati. Pensate solo a quanto poco il minerale entri in relazione con noi nella vita terrena. Il sale con cui insaporiamo i nostri cibi è minerale, e poche altre cose che accogliamo con gli alimenti sono minerali; ma la maggior parte degli alimenti che gli uomini assumono proviene dal regno vegetale e da quello animale. E ciò che l’uomo accoglie dal regno minerale si comporta in modo del tutto particolare rispetto a ciò che egli riceve attraverso i suoi sensi come impressioni animiche, come percezioni sensoriali del minerale.
E vi prego di prestare molta attenzione a una cosa molto importante, che ho già menzionato più volte qui: il cervello umano pesa in media millecinquecento grammi. È un peso considerevole. Eserciterebbe una pressione tale che i vasi sottostanti verrebbero completamente schiacciati dal cervello se la pressione fosse pari al suo peso. Ma non esercita una pressione così forte, bensì è soggetto a una determinata legge. Questa legge, che ho illustrato anche recentemente, afferma che quando immergiamo un corpo in un liquido, esso perde peso.
È possibile verificarlo con una bilancia: immaginate di pesare il recipiente vuoto e poi pesate il corpo; ha un certo peso. Mettete quindi il recipiente sotto la bilancia in modo che il corpo sul piatto della bilancia sia immerso nel recipiente pieno d’acqua: subito la bilancia non è più in equilibrio, il piatto della bilancia si abbassa, il corpo diventa più leggero. Se poi si esamina di quanto il corpo diventa più leggero, si scopre che diventa più leggero proprio di quanto è pesante il liquido che sposta. Quindi, se il liquido è l’acqua, il corpo immerso nell’acqua diventa più leggero di quanto è il peso dell’acqua che sposta. Questo è il cosiddetto principio di Archimede. Archimede lo scoprì, come ho già detto, mentre faceva il bagno. Si mise semplicemente nella vasca e notò che la sua gamba diventava più leggera o più pesante a seconda che la tirasse fuori o la immergesse, ed esclamò: «L’ho scoperto, eureka!».
Sì, miei cari amici, questa è una cosa straordinariamente importante, solo che le cose importanti a volte vengono dimenticate. E se l’arte ingegneristica non avesse dimenticato questo principio di Archimede, probabilmente uno dei più grandi disastri elementari degli ultimi tempi non sarebbe accaduto in Italia. Sono proprio queste cose che anche nella vita esteriore derivano dalla confusione delle conoscenze odierne.
Ma in ogni caso, il corpo perde tanto peso quanto il peso del liquido spostato. Ora, il cervello è completamente immerso nel liquido cerebrale. Galleggia nel liquido cerebrale. Oggi si trova già qua e là la conoscenza che l’uomo, nella sua essenza, nella misura in cui è solido, è in realtà un pesce. In realtà l’uomo è già un pesce, perché è composto per il novanta per cento da un corpo acquoso, e la parte solida galleggia al suo interno come il pesce nell’acqua.
Ebbene, il cervello galleggia nel liquido cerebrale, diventando così leggero da pesare solo venti grammi. Il cervello, che in realtà pesa circa millecinquecento grammi, esercita una pressione di soli venti grammi sulla sua base. Ora pensate a quanto siamo forti noi esseri umani, dato che il nostro cervello galleggia nel liquido cerebrale: in un organo così importante abbiamo la tendenza a liberarci dalla forza di gravità terrestre. Noi pensiamo con un organo che non è soggetto alla forza di gravità terrestre, ma al contrario pensiamo in opposizione alla forza di gravità terrestre. La forza di gravità viene prima tolta all’organo.
Se considerate l’immenso significato delle impressioni che ricevete attraverso i sensi e alle quali vi contrapponete con la vostra volontà, e lo confrontate con il minimo influsso che proviene dal sale e da sostanze simili assunte come alimenti o come additivi degli alimenti, otterrete già quanto segue: ciò che dal regno minerale ha un influsso immediato sull’uomo si comporta come venti grammi rispetto a millecinquecento grammi. Tanto prevale ciò che accogliamo come mere impressioni sensoriali, grazie alle quali siamo indipendenti dagli stimoli, perché ciò non ci lacera. E ciò che in noi è già realmente soggetto alla gravità terrestre, come gli additivi minerali nei nostri alimenti, sono per lo più anche cose che ci conservano interiormente; perché il sale ha allo stesso tempo una forza conservante, preservante e rinfrescante.
L’uomo è quindi in gran parte indipendente da ciò che è il mondo minerale che lo circonda. Egli accoglie in sé dal mondo minerale solo ciò che non ha un influsso diretto sul suo essere. Egli si muove liberamente e indipendentemente nel mondo minerale.
Miei cari amici, se questa libertà e indipendenza di movimento nel mondo minerale non esistesse, non esisterebbe affatto ciò che chiamiamo libertà umana. Ed è molto significativo che dobbiamo dire: il mondo minerale esiste in realtà come controparte necessaria della libertà umana. Se non esistesse il mondo minerale, non saremmo esseri liberi.
Infatti, nel momento in cui entriamo nel mondo vegetale, non siamo più indipendenti dal mondo vegetale; sembra solo che rivolgiamo i nostri occhi al mondo vegetale così come li rivolgiamo ai cristalli, al vasto regno minerale, ma non è così.
Il mondo vegetale si espande. E noi esseri umani nasciamo nel mondo come esseri respiratori, come esseri viventi, come esseri che hanno un certo ricambio. Sì, questo è molto più dipendente dall’ambiente che i nostri occhi, le nostre orecchie, che tutto ciò che trasmette le impressioni sensoriali. Ciò che è il mondo vegetale, la vastità del mondo vegetale, vive dell’etere che penetra nella Terra da tutte le parti. Anche l’uomo è soggetto a questo etere.
Quando nasciamo come bambini piccoli e cresciamo, quando le forze di crescita agiscono in noi, sono le forze eteriche. Le stesse forze che fanno crescere le piante vivono in noi come forze eteriche. Noi portiamo in noi il corpo eterico; il corpo fisico racchiude i nostri occhi, racchiude le nostre orecchie. Il corpo fisico non ha nulla in comune con il resto del mondo fisico, come ho appena spiegato, e ciò si manifesta nel fatto che esso si decompone nel mondo fisico come un cadavere.
Diverso è il caso del nostro corpo eterico. Con il nostro corpo eterico siamo imparentati con il mondo vegetale. Ma crescendo – pensateci bene, miei cari amici – si forma in noi qualcosa che in un certo senso è profondamente connesso al nostro destino. Possiamo crescere rimanendo piccoli e grassi o diventando alti e magri, possiamo crescere avendo questo o quel tipo di naso. Insomma, il modo in cui cresciamo ha già un certo influsso sul nostro aspetto esteriore. Questo dipende a sua volta, anche se inizialmente solo vagamente, dal nostro destino.
Ma la crescita non si esprime solo in queste cose grossolane. Se gli strumenti di cui dispongono gli scienziati per le loro ricerche fossero abbastanza precisi, si scoprirebbe che ogni persona ha in realtà una composizione diversa del fegato, del midollo, del cervello. Il fegato non è semplicemente fegato. In ogni persona è qualcosa di leggermente diverso, naturalmente con sfumature sottili. Tutto questo è in nesso con le stesse forze che fanno crescere le piante. E noi dobbiamo sempre guardare alla copertura vegetale della Terra e, guardando il manto vegetale della Terra, dobbiamo diventare coscienti che ciò che fa crescere le piante dagli spazi eterici agisce anche in noi, determina in noi la predisposizione umana originaria, che ha molto a che fare con il nostro destino. Perché il fatto che una persona abbia questa o quella costituzione del fegato, dei polmoni o del cervello proveniente dal mondo eterico è profondamente connesso con il suo destino.
L’uomo, tuttavia, vede solo l’aspetto esteriore di tutte queste cose. Certo, quando guardiamo al mondo minerale, vediamo approssimativamente anche ciò che c’è dentro; ecco perché oggi gli uomini amano così tanto il mondo minerale dal punto di vista scientifico – se si può parlare oggi di un hobby scientifico – perché contiene tutto ciò che la gente vuole trovare. Ma non è più così per le forze che sostengono il regno vegetale. Infatti, nel momento in cui si giunge a una conoscenza immaginativa – ne ho già parlato –, si vede subito che i minerali sono tali da essere chiusi nel regno minerale. Ciò che sostiene il regno vegetale non appare affatto alla coscienza ordinaria. Bisogna addentrarsi più profondamente nel mondo.
E se ci poniamo la domanda: cosa agisce effettivamente nel regno vegetale, cosa agisce in modo tale che dalle distese eteree possano entrare le forze che fanno germogliare e spuntare le piante dalla terra, ma che provocano anche la crescita in noi, la composizione più fine di tutto il nostro corpo, cosa agisce? Qui arriviamo agli esseri della cosiddetta terza gerarchia: Angeloi, Arcangeloi, Archai. Questi sono innanzitutto invisibili, ma senza di loro non esisterebbe quell’oscillazione delle forze eteriche che fanno crescere le piante e che agiscono in noi, poiché noi portiamo in noi le stesse forze che provocano la crescita delle piante. Non possiamo fare altro, se non vogliamo rimanere insensibili alla conoscenza, se non vogliamo fermarci al visibile, se vogliamo avvicinarci al mondo vegetale e alle sue forze. E dobbiamo diventare coscienti: con queste entità, Angeloi, Arcangeloi, Archai, sviluppiamo i nostri rapporti, i nostri rapporti in uno stato senza corpo tra la morte e una nuova nascita. E a seconda di come sviluppiamo queste relazioni e rapporti con queste entità della terza gerarchia, si forma il nostro karma interiore, vorrei dire il nostro karma essenziale, quel karma che dipende da come il nostro corpo eterico compone i nostri succhi, da come ci fa diventare grandi o piccoli e così via.
Ma le entità della terza gerarchia hanno solo questo potere. Il fatto che le piante possano crescere non deriva solo dal loro potere. A questo proposito, queste entità della terza gerarchia, Angeloi, Arcangeloi e Archai, sono al servizio di entità superiori. Quel bilanciamento delle forze di crescita delle piante nell’etere universale è inizialmente eseguito da queste entità della terza gerarchia. Ma in relazione a ciò, queste entità della terza gerarchia sono al servizio di entità superiori. Ma ciò che viviamo prima di discendere dal mondo spirituale nel nostro corpo fisico, ciò che è in nesso con la nostra composizione più sottile, con tutto ciò che ho appena descritto, è determinato dal nostro incontro cosciente con queste entità della terza gerarchia. E con la guida che possiamo ricevere da loro, a seconda di come siamo stati preparati nella nostra precedente vita terrena, con questa guida a formare il nostro corpo eterico dalle distese eteriche, ciò avviene nell’ultimo periodo prima di discendere dall’esistenza sovra-fisica all’esistenza fisica.
Quindi il nostro sguardo deve cadere innanzitutto su ciò che agisce sul nostro destino, sul nostro karma, a partire dalla nostra costituzione interiore. Vorrei dire che per questa parte del karma possiamo usare l’espressione benessere, benessere e malessere della vita. Il benessere e il malessere della vita sono in nesso con ciò che è la nostra qualità interiore grazie al nostro corpo eterico. Una seconda parte, che vive nel nostro karma, dipende dal fatto che la Terra non è popolata solo dal regno vegetale, ma anche dal regno animale.
Ora pensate, miei cari amici: le regioni più diverse della Terra hanno gli animali più diversi. L’atmosfera animale è diversa nelle diverse regioni della Terra. Ma voi ammetterete che anche l’uomo vive in questa atmosfera dove vivono gli animali. Oggi questo suona grottesco, perché gli uomini non sono abituati a prestare attenzione a queste cose. Ma ci sono, per esempio, regioni dove vive l’elefante. Sì, le regioni in cui vive l’elefante sono proprio quelle in cui l’universo agisce sulla Terra in modo tale che possa nascere l’esistenza dell’elefante.
Sì, credete, miei cari amici, se c’è un pezzo di terra e su questo pezzo di terra vive l’elefante, e dall’universo agiscono le forze che formano l’elefante, che queste stesse forze non ci sono quando proprio nello stesso punto c’è un essere umano? Naturalmente ci sono anche quando nello stesso punto c’è un essere umano. E così è con tutta l’animalità. Proprio come le forze che formano le piante sono presenti dai lontani eteri dove viviamo – le pareti di legno, i muri e anche il cemento non le tengono lontane, noi viviamo comunque qui a Dornach nelle forze che formano le piante nelle Alpi del Giura –, così si vive, quando ci si trova proprio sul terreno dove può esserci un elefante secondo la costituzione della terra, si vive anche come essere umano sotto le forze che formano gli elefanti. Sì, posso immaginare che molte cose vivano ora nelle anime degli animali grandi e piccoli che popolano la terra, e di cui ora vi rendete conto che l’uomo vive nella stessa atmosfera!
Tutto questo ha però un effetto reale sull’uomo. Naturalmente ha un effetto diverso sull’uomo che sugli animali, perché l’uomo ha altre qualità rispetto agli animali, ha altri elementi costitutivi rispetto agli animali. Ha un effetto diverso sugli uomini, altrimenti l’uomo nella sfera degli elefanti diventerebbe anch’egli un elefante. Ma non è così. Inoltre, l’uomo si eleva continuamente da ciò che agisce su di lui, ma vive in questa atmosfera.
Vedete, tutto ciò che è nel corpo astrale dell’uomo dipende da questo in cui l’uomo vive. E possiamo dire che il suo benessere o malessere dipende dal mondo vegetale della terra, così le simpatie e le antipatie che noi sviluppiamo come esseri umani entro l’esistenza terrena e che portiamo con noi dall’esistenza preterrena dipendono da ciò che costituisce, per così dire, l’atmosfera animale. L’elefante ha una proboscide e zampe grosse e a forma di colonne, il cervo ha le corna e così via; quindi vivono le forze che formano gli animali, che danno loro la forma animale. Nell’uomo queste forze si manifestano solo nell’effetto sul suo corpo astrale. E in questo effetto sul suo corpo astrale generano le simpatie e le antipatie che la singola individualità umana porta con sé dal mondo spirituale.
Prestate attenzione, miei cari amici, a queste simpatie e antipatie. Notate quanto siano forti queste simpatie e antipatie nel guidare tutta la vita. Certamente, noi esseri umani siamo giustamente educati a superare le forti simpatie e antipatie. Ma all’inizio queste simpatie e antipatie ci sono. Inizialmente viviamo la nostra vita in simpatie e antipatie. Uno prova simpatia per questo, l’altro per quello. Uno ha simpatia per la scultura, l’altro per la musica, uno ha simpatia per le persone bionde, l’altro per quelle brune. Sono simpatie forti, radicali. Ma tutta la vita è permeata da tali simpatie e antipatie. Esse vivono in dipendenza da ciò che fa le molteplici forme animali.
E chiedetevi, miei cari amici, cosa portiamo dentro di noi come esseri umani, cosa corrisponde nel nostro intimo alle molteplici forme animali che sono là fuori? Queste forme animali sono centinaia, migliaia! Centinaia, migliaia sono le forme delle nostre simpatie e antipatie, solo che la maggior parte di esse rimane nell’inconscio o nell’inconscio.
Questo è un altro, terzo mondo. Il primo mondo era quello in cui non sentivamo alcuna dipendenza: il mondo minerale. Il secondo mondo è quello in cui vivono gli Angeloi, gli Arcangeloi, gli Archai, che fanno germogliare il mondo vegetale che ci dà la nostra qualità interiore, nella quale portiamo nella vita il benessere o il malessere, ci sentiamo infelici a causa di noi stessi o felici grazie a noi stessi. È da questo mondo che proviene ciò che il nostro destino significa attraverso la nostra composizione interiore, attraverso tutta la nostra umanità eterica.
Ora arriviamo a ciò che condiziona profondamente il nostro destino, le nostre simpatie e antipatie. E queste simpatie e antipatie ci portano infine ciò che appartiene al nostro destino in misura molto più ampia delle semplici forze di crescita. Le simpatie e le antipatie portano alcuni in luoghi lontani. Essi vivono qui e là perché le loro simpatie li hanno portati lì, e in questi luoghi lontani si sviluppano poi i dettagli del loro destino.
Queste simpatie e antipatie sono profondamente legate al nostro intero destino umano. Esse vivono nel mondo in cui ora non vive la terza, ma la seconda gerarchia, Exusiai, Dynamis, Kyriotetes. Ciò che è l’immagine terrestre delle forme elevate e magnifiche di questa seconda gerarchia vive nel regno animale. Ma ciò che queste entità, quando entriamo in contatto con loro tra la morte e una nuova nascita, trapiantano in noi, vive in ciò che portiamo con noi dal mondo spirituale nel mondo fisico come simpatie e antipatie innate.
Se si comprendono queste cose, allora concetti come quelli dell’ereditarietà ordinaria diventano davvero infantili, proprio infantili. Perché affinché io porti in me qualsiasi caratteristica ereditaria di mio padre o di mia madre, devo prima sviluppare le simpatie o le antipatie verso questa caratteristica in mio padre e mia madre. Quindi non dipende dal fatto che io abbia ereditato queste caratteristiche semplicemente attraverso una causalità naturale inanimata, ma dipende dal fatto che io abbia provato simpatia per queste caratteristiche.
Perché ho provato tale simpatia per queste caratteristiche, ne parleremo nelle prossime ore, poiché le spiegazioni sul karma ci occuperanno molte ore. Ma davvero, parlare di ereditarietà come se ne parla oggi, soprattutto nella scienza che si ritiene particolarmente intelligente, è infantile.
Si sostiene addirittura oggi che si ereditano caratteristiche spirituali-animatiche specifiche. I geni si erediterebbero dagli antenati e quando appare nel mondo un genio qualsiasi, si cercano negli antenati i singoli elementi che dovrebbero poi dare origine a questo genio. Sì, è uno strano modo di ragionare.
Un ragionamento sensato sarebbe che se esiste un genio, esso a sua volta genererebbe un genio per ereditarietà. Ma se si cercassero prove di questo tipo – beh, Goethe aveva un figlio, e anche altri geni hanno avuto figli – si arriverebbe a conclusioni strane. Ma quella sarebbe una prova!
Il fatto che esista un genio e che in questo genio si trovino determinate caratteristiche dei suoi antenati non è più evidente del fatto che se cado in acqua e vengo tirato fuori, sono bagnato. Per questo non ho molto a che fare con l’acqua che poi mi cola addosso. Naturalmente, essendo nato nel flusso dell’ereditarietà attraverso le mie simpatie con le caratteristiche in questione, porto con me queste caratteristiche ereditarie, così come porto con me l’acqua quando cado nell’acqua e vengo tirato fuori bagnato. Ma sono grottescamente infantili le rappresentazioni che si hanno a questo proposito.
Già nell’esistenza preterrena dell’uomo compaiono le simpatie e le antipatie, che gli danno la sua struttura interiore. Con esse egli entra nell’esistenza terrena, con esse si costruisce il suo destino a partire dall’esistenza preterrena.
E ora possiamo facilmente immaginare: in una vita terrena precedente eravamo insieme a un essere umano; nella convivenza sono successe molte cose. Ciò trova il suo seguito nella vita tra la morte e una nuova nascita. Sotto l’influsso delle forze delle gerarchie superiori, ciò che deve passare dalle esperienze delle vite terrene precedenti alla vita terrena successiva per essere vissuto ulteriormente viene elaborato nei pensieri viventi, negli impulsi viventi del mondo.
A tal fine, sviluppando gli impulsi attraverso i quali ci si trova nella vita, si ha bisogno delle simpatie e delle antipatie. E queste simpatie e antipatie si formano sotto l’influsso di Exusiai, Dynamis, Kyriotetes nella vita tra la morte e una nuova nascita. Queste simpatie e antipatie ci fanno poi trovare nella vita gli esseri umani con i quali dobbiamo continuare a vivere secondo le condizioni delle vite terrene precedenti. Ciò si forma dalla nostra struttura umana interiore.
Naturalmente, nell’elaborazione delle simpatie e delle antipatie si verificano le più disparate deviazioni; ma queste si compensano nel corso del destino attraverso le molte vite terrene. Abbiamo quindi qui un secondo elemento costitutivo del nostro destino, un secondo elemento costitutivo del karma: le simpatie e le antipatie.
Possiamo dire che il primo elemento costitutivo del karma è il benessere, il benessere interiore o il malessere. Il secondo sono le simpatie e le antipatie (vedi schema a pagina 44). Nella tavola 4 siamo saliti nella sfera in cui risiedono le forze per la formazione del regno animale, giungendo alle simpatie e alle antipatie nel destino umano.
Ora saliamo al regno umano vero e proprio. Noi non viviamo solo con il mondo vegetale, con il mondo animale, ma viviamo in modo particolarmente determinante per il nostro destino con altri esseri umani nel mondo. Si tratta di una convivenza diversa da quella con le piante e gli animali. È una convivenza attraverso la quale viene plasmata proprio la parte principale del nostro destino. Gli impulsi che fanno sì che la Terra sia popolata da esseri umani agiscono solo sull’umanità. E ora sorge la domanda: quali sono questi impulsi che agiscono solo sull’umanità?
Possiamo fare una considerazione puramente esteriore, che ho già fatto più volte. La nostra vita è davvero guidata, direi, da un altro lato, con una saggezza molto più grande di quella con cui la conduciamo da questo lato. Spesso nella vita incontriamo una persona che è estremamente importante per la nostra vita. Se ripensiamo a come abbiamo vissuto fino al momento in cui abbiamo incontrato questa persona, ci sembra – l’ho già detto più volte – che tutta la nostra vita sia stata un percorso per incontrare questa persona. È come se ogni nostro passo fosse stato predisposto per trovare questa persona proprio al momento giusto o per trovarla in un determinato momento.
Basta pensare a quanto segue. Pensate a cosa significa, con piena consapevolezza, trovare una determinata persona in qualsiasi momento della vita, vivere con lei in qualche modo, lavorare, agire. Pensate solo a cosa significa. Pensate a cosa rappresenta, con piena consapevolezza, l’impulso che ci ha portato a questo. Forse, se riflettiamo su come mai abbiamo trovato questa persona, ci viene in mente che prima abbiamo dovuto vivere un evento che ha un nesso con molte altre persone, altrimenti non ci sarebbe stata alcuna possibilità di trovare questa persona nella vita. E affinché questo evento potesse verificarsi, ne doveva verificarsi un altro. Si entra in nessi complicati, che dovevano tutti verificarsi, nei quali dovevamo entrare per arrivare a un’esperienza decisiva.
E allora forse ci si rende conto: se a uno, non voglio dire a un anno, ma supponiamo a quattordici anni, fosse stato assegnato il compito di risolvere coscientemente questo enigma, come fare a cinquant’anni un incontro decisivo con una persona, se si immagina che si sarebbe dovuto risolvere coscientemente come un problema di matematica – vi prego, cosa richiede tutto questo! Noi esseri umani siamo coscientemente così terribilmente stupidi, e ciò che ci accade nel mondo, se si considerano queste cose, è infinitamente intelligente e saggio.
Quando consideriamo una cosa del genere, veniamo proprio indirizzati verso l’enorme intreccio, il significato profondo del nostro destino, del nostro karma. E tutto questo si svolge nel regno dell’umano.
Ora vi prego di considerare questo: è proprio ciò che si svolge in noi, nell’inconscio. Fino al momento in cui un evento decisivo ci colpisce, esso rimane nell’inconscio. Tutto si svolge come se fosse soggetto alle leggi naturali. Ma dove potrebbero mai avere il potere le leggi naturali di provocare qualcosa del genere? Ciò che accade in questo campo può contraddire tutte le leggi naturali e tutto ciò che noi formiamo secondo le leggi esteriori della natura. Anche su questo ho già richiamato più volte l’attenzione.
Gli aspetti esteriori della vita umana possono persino essere inseriti in leggi calcolate. Prendiamo ad esempio le assicurazioni sulla vita. Le assicurazioni sulla vita possono prosperare solo perché è possibile calcolare la durata probabile della vita di una persona qualsiasi, diciamo di diciannove o venticinque anni. Se qualcuno vuole assicurare la propria vita, la polizza viene stipulata in base alla durata probabile della sua vita. Quindi, secondo questi calcoli, una persona che oggi ha diciannove anni vivrà ancora così e così a lungo. Questo si può determinare.
Ma pensate che questo tempo sia scaduto: non vi sentirete obbligati a morire! Due persone possono essere morte da tempo secondo questa durata di vita probabile. Ma dopo essere «morte» da tempo secondo questa durata di vita probabile, si ritrovano insieme proprio nel modo che ho descritto! Tutto questo avviene al di là di ciò che calcoliamo per la vita umana sulla base dei fatti naturali esteriori. Eppure avviene con la stessa necessità intrinseca dei fatti naturali. Non si può dire altro che: con la stessa necessità con cui si verifica qualsiasi evento naturale, un terremoto o un’eruzione vulcanica, o qualsiasi altro evento naturale, piccolo o grande che sia, con la stessa necessità due esseri umani si incontrano nella vita terrena secondo i percorsi di vita che hanno appena intrapreso.
Così che qui vediamo davvero eretto, entro il regno fisico, un nuovo regno, e in questo regno noi viviamo non solo nel benessere o nel malessere, nelle simpatie e nelle antipatie, ma viviamo in esso come nei nostri avvenimenti, nelle nostre esperienze. Siamo completamente immersi nel regno degli eventi, delle esperienze che determinano il nostro destino.
Archai, Arcangelo, Angeloi 1. Elemento costitutivo del karma:
benessere, benessere, malessere.
Dynamis, Exusiai, Kyriotetes 2° elemento costitutivo del karma:
Simpatia, antipatia.
Serafini, Cherubini, Troni 3° elemento costitutivo del karma:
Eventi, esperienze.
In questo regno agiscono le entità della prima gerarchia, i Serafini, i Cherubini e i Troni. Perché per guidare nel mondo ciò che agisce, ogni passo umano, ogni moto dell’anima, tutto ciò che è in noi, in modo che i destini degli uomini possano realizzarsi, è necessaria una forza più grande di quella che agisce nel regno vegetale, di quella che ha la gerarchia degli Angeloi, Arcangeloi, Archai, e che ha la gerarchia degli Exusiai, Kyriotetes, Dynamis. Ciò richiede un potere che appartiene alla prima gerarchia – Serafini, Cherubini e Troni – che spetta alle entità più elevate. Perché ciò che si estrinseca lì vive nel nostro vero io, nella nostra organizzazione dell’io, e si trasferisce in una vita terrena da una vita terrena precedente.
E ora pensate: voi vivete una vita terrena, fate questo o quello, per istinto, per passione, per impulso o per pensieri intelligenti o stupidi; tutto questo esiste davvero sotto forma di impulsi. Considerate che quando vivete una vita terrena, ciò che fate spinti dagli impulsi porta a questo o a quello: porta alla felicità o al danno di un altro essere umano. Poi attraversate la vita tra la morte e una nuova nascita, e in questa vita tra la morte e una nuova nascita avete la forte coscienza: se ho causato un danno a un essere umano, sono più imperfetto che se non gli avessi causato questo danno; devo compensare questo danno. Nasce in voi l’impulso e la spinta a compensare questo danno. Se avete fatto qualcosa a un essere umano che è a suo vantaggio, allora considerate ciò che è a vantaggio dell’essere umano in modo tale da dire: questo deve costituire la base per il progresso generale del mondo, questo deve portare ad ulteriori conseguenze nel mondo.
Tutto questo potete svilupparlo interiormente. Tutto questo può darvi benessere o malessere, a seconda di come plasmate l’essenza interiore del vostro corpo nella vita tra la morte e la nuova nascita. Tutto questo può portarvi a simpatie e antipatie, se formate il vostro corpo astrale in modo corrispondente con l’aiuto delle entità, gli Exusiai, i Dynamis, i Kyriotetes. Ma tutto questo non vi dà ancora il potere di trasformare in azione mondiale ciò che in una vita precedente era solo un fatto umano. Avete aiutato un essere umano o avete fatto del male a un essere umano. Ciò deve avere l’effetto che l’uomo vi si opponga in una vita successiva e che voi troviate in questa opposizione l’impulso ad avere la compensazione. Ciò che ha solo un significato morale deve diventare un fatto esteriore, deve diventare un evento esteriore nel mondo.
A tal fine sono necessarie quelle entità che trasformano, metamorfosano le azioni morali in azioni mondiali. Queste sono le entità della prima gerarchia, i Serafini, i Cherubini e i Troni. Esse trasformano ciò che proviene da noi in una vita terrena nelle nostre esperienze della prossima vita terrena. Esse agiscono in ciò che nella vita umana è evento, esperienza.
Qui abbiamo i tre elementi fondamentali del nostro karma: ciò che è la nostra composizione interiore, il nostro essere umano interiore, è soggetto alla terza gerarchia; ciò che sono le nostre simpatie e antipatie, ciò che è già in una certa relazione con il nostro ambiente, è materia della seconda gerarchia; infine, ciò che ci si presenta come la nostra vita esteriore è materia della prima, la più elevata gerarchia di esseri superiori all’uomo.
Guardiamo quindi al nesso che esiste tra l’uomo e il mondo e arriviamo alle grandi domande: come si sviluppano da questi tre elementi dell’uomo tutti i dettagli del suo destino?
L’uomo nasce in una famiglia. L’uomo nasce in un determinato luogo della Terra. Nasce in un popolo. Nasce in un contesto di fatti. Ma tutto ciò che accade quando l’uomo nasce in una famiglia, quando viene affidato agli educatori, quando nasce in un popolo, quando viene trasferito in un determinato luogo della Terra alla sua nascita, tutto ciò che interviene così profondamente nel destino, nonostante tutta la libertà umana nella vita umana, tutto questo dipende in ultima analisi in qualche modo da questi tre elementi che compongono il destino umano.
Tutte le singole domande ci sveleranno le loro risposte se consideriamo correttamente questo fondamento. Se ci chiediamo perché un uomo a venticinque anni contrae il vaiolo, forse per superare un pericolo mortale, se ci chiediamo come qualsiasi altra malattia o evento possa intervenire nella sua vita, come possa intervenire nella sua vita il sostegno di questa o quella personalità più anziana, il sostegno di questo o quel popolo, la promozione che questo o quello gli accada attraverso eventi esteriori – ovunque dovremo risalire a ciò che in tre modi compone il destino umano e che pone l’uomo nella totalità delle gerarchie dei mondi.
Solo nel regno del mondo minerale l’uomo si muove liberamente. Là è il campo della sua libertà. Quando l’uomo ne diventa consapevole, impara anche a porre nella giusta maniera la questione della libertà. Leggete nella mia «Filosofìa della libertà» quale grande importanza ho attribuito al fatto che non si domandi della libertà della volontà. Essa si trova in basso, profondamente nell’inconscio, ed è un’assurdità domandare della libertà della volontà; si può invece solo parlare della libertà dei pensieri. Ho chiarito bene questo punto nella mia «Filosofìa della libertà».
I pensieri liberi devono quindi dare impulso alla volontà, allora l’uomo è libero. Ma con i suoi pensieri l’uomo vive proprio nel mondo minerale. E con tutto il resto, con cui vive nel mondo vegetale, animale, puramente umano, è soggetto al destino. E la libertà è qualcosa di cui si può dire in realtà: l’uomo esce dai regni governati dalle gerarchie superiori ed entra nel regno che è in un certo senso libero dalle gerarchie superiori, nel regno minerale, per diventare a sua volta libero.
È lo stesso regno, quello minerale, al quale l’uomo diventa simile solo con il suo cadavere, quando lo ha abbandonato dopo aver varcato la porta della morte. L’uomo è indipendente nella sua vita terrena dal regno che può agire solo per la sua distruzione. Non c’è da stupirsi che egli sia libero in questo regno, poiché questo regno non ha altro interesse per lui che distruggerlo quando gli capita. Egli non appartiene affatto a questo regno.
L’uomo deve prima morire per poter essere, come cadavere, nel regno in cui è libero anche secondo il suo fenomeno naturale. È così che stanno le cose.
Si diventa sempre più vecchi, sempre più vecchi. Se non si verificano gli altri incidenti, che conosceremo anche dal karma, quando l’uomo muore come persona anziana, diventa simile al regno minerale come cadavere. Si entra nella sfera dell’inanimato invecchiando. Lì si separa il proprio cadavere. Non è più un essere umano, naturalmente non è più un essere umano.
Guardiamo il regno minerale: non è più Dio. Proprio come il cadavere non è più uomo, così il regno minerale non è più Dio. Che cos’è allora? La divinità è nel regno vegetale, nel regno animale, nel regno umano. Lì l’abbiamo trovata nelle sue tre gerarchie. Nel regno minerale è tanto poco quanto il cadavere umano è uomo. Il regno minerale è il cadavere divino.
Tuttavia, nel corso del nostro percorso incontreremo il fatto curioso, che oggi mi limito a segnalare, che l’uomo invecchia per diventare cadavere e gli dei ringiovaniscono per diventare cadaveri. Gli dei percorrono infatti l’altra via che noi percorriamo dopo la morte. E il regno minerale è quindi il regno più giovane. Ma è comunque quello che viene separato dagli dei. E poiché viene separato dagli dei, l’uomo può viverci come nel regno della sua libertà.
Ecco come queste cose sono collegate tra loro. E in realtà l’uomo impara a sentirsi sempre più a casa nel mondo, imparando in questo modo a porre le sue sensazioni, i suoi pensieri, i suoi sentimenti, i suoi impulsi volitivi nel giusto rapporto con il mondo. Ma solo così si vede anche come si è fatalmente inseriti nel mondo e nel rapporto con gli altri uomini.
Il significato del karma si comprende meglio se lo contrapponiamo all'altro impulso presente nella vita umana, quell'impulso che chiamiamo libertà. Poniamo innanzitutto, in modo molto approssimativo, la questione del karma. Che cosa significa? Nella vita umana registriamo vite terrene che si susseguono. Sentendo noi stessi in una determinata vita terrena, possiamo innanzitutto, almeno con il pensiero, guardare indietro e vedere come questa vita terrena attuale sia la ripetizione di una serie di vite precedenti. A questa vita terrena ne è preceduta un'altra, a questa un'altra ancora, fino a tornare a tempi in cui è impossibile, nel modo in cui è possibile farlo nell'attuale tempo terrestre, di ripetute vite terrene, perché allora, andando indietro nel tempo, inizia un periodo in cui la vita tra la nascita e la morte e quella tra la morte e una nuova nascita diventano così simili che l'enorme differenza che esiste oggi non c'è più. Oggi viviamo nel nostro corpo terrestre tra la nascita e la morte in modo tale che con la coscienza ordinaria ci sentiamo fortemente separati dal mondo spirituale. Gli uomini parlano di questo mondo spirituale partendo da questa coscienza ordinaria come di un aldilà. Gli uomini arrivano a parlare di questo mondo spirituale come se potessero metterlo in dubbio, come se potessero negarlo completamente e così via.
Tutto ciò deriva dal fatto che la vita entro l'esistenza terrena limita l'uomo al mondo esteriore dei sensi e all'intelletto, che non guarda al di là di ciò che è realmente in nesso con questa esistenza terrena. Da ciò derivano ogni sorta di controversie, che in realtà hanno tutte origine in un ignoto. Avrete spesso constatato e vissuto come la gente discuteva di monismo, dualismo e così via. È ovviamente una totale assurdità discutere su tali slogan. Quando si discute in questo modo, si ha l'impressione in questo modo, come se, per esempio, un uomo primitivo non avesse mai sentito parlare dell'aria. A chi sa che l'aria esiste e conosce la sua funzione, non verrebbe mai in mente di parlare dell'aria come di qualcosa di ultraterreno. Non gli verrebbe nemmeno in mente di dire: io sono un monista, l'aria, l'acqua e la terra sono una cosa sola; e tu sei un dualista perché nell'aria vedi ancora qualcosa che va oltre il terrestre e l'acquoso.
Tutte queste cose sono semplicemente assurde, come lo è di solito ogni discussione sui concetti. Quindi non si tratta affatto di approfondire proprio questi aspetti, ma solo di richiamare l'attenzione su di essi. Infatti, proprio come per chi non conosce ancora l'aria, l'aria non esiste, ma è qualcosa di ultraterreno, così per coloro che non conoscono ancora il mondo spirituale, che è ovunque proprio come l'aria, questo mondo spirituale è un mondo ultraterreno; per chi entra in contatto con le cose, è un mondo terreno. Si tratta quindi semplicemente di riconoscere che l'uomo, nell'attuale tempo terrestre, tra la nascita e la morte, vive nel suo corpo fisico, nella sua intera organizzazione, in modo tale che questa organizzazione gli dà una coscienza attraverso la quale egli è in un certo senso chiuso in un certo mondo di cause che però, in quanto tali, agiscono in questa esistenza fisica terrena.
Poi, tra la morte e una nuova nascita, egli vive in un altro mondo, che si può chiamare spirituale rispetto al nostro mondo fisico, nel quale non ha un corpo fisico che possa essere reso visibile ai sensi umani, ma vive in un'entità spirituale; e in questa vita tra la morte e una nuova nascita, il mondo che si attraversa tra la nascita e la morte è di nuovo estraneo, come ora il mondo spirituale è estraneo alla coscienza ordinaria.
Il morto guarda giù verso il mondo fisico, così come il vivente, cioè il vivente fisico, guarda su verso il mondo spirituale, e sono solo i sentimenti, per così dire, che sono invertiti. Mentre l'uomo tra la nascita e la morte qui nel mondo fisico ha un certo sguardo rivolto verso un altro mondo che gli dà soddisfazione per molte cose che qui in questo mondo sono insufficienti o non gli danno soddisfazione, così l'uomo tra la morte e una nuova nascita, a causa dell'immensa ricchezza degli eventi, perché sempre accade troppo in rapporto a ciò che l'uomo può sopportare, deve provare la continua nostalgia di tornare alla vita terrena, a ciò che allora è per lui la vita ultraterrena, e nella seconda metà della vita, tra la morte e una nuova nascita, attende con grande nostalgia il passaggio attraverso la nascita nell'esistenza terrena. Così come nell'esistenza terrena ha paura della morte, perché è nell'incertezza su ciò che c'è dopo la morte – nell'esistenza terrena regna infatti una grande incertezza per la coscienza ordinaria –, così nella vita tra la morte e una nuova nascita regna sulla vita terrena una certezza eccessiva, una certezza che stordisce, una certezza che rende quasi impotenti. Così l'uomo ha stati simili a sogni di impotenza che gli infondono la nostalgia di tornare sulla terra.
Questi sono solo alcuni accenni alla grande differenza che esiste tra la vita terrena e la vita tra la morte e una nuova nascita. Ma se torniamo indietro, diciamo solo al tempo egizio, dal terzo al primo millennio prima della fondazione del cristianesimo, torniamo indietro a quegli esseri umani che noi stessi eravamo in una vita terrena precedente, se torniamo indietro a quel tempo, la vita durante l'esistenza terrena era così brutalmente chiara rispetto alla nostra coscienza attuale – e attualmente gli esseri umani hanno una coscienza brutalmente chiara, sono tutti così intelligenti, gli esseri umani, non lo dico in senso ironico, sono davvero tutti molto intelligenti, gli uomini –, rispetto a questa coscienza brutalmente chiara, la coscienza degli uomini nell'antico Egitto era più onirica, non si scontrava con gli oggetti esterni come oggi, attraversava il mondo senza urtare nulla, ma era invece piena di immagini che allo stesso tempo rivelavano qualcosa dello spirituale che è nel nostro ambiente. Lo spirituale si protendeva ancora nell'esistenza fisica terrena.
Non dite: come può l'uomo, con una coscienza così onirica, non brutalmente chiara, aver potuto compiere i lavori pesanti che sono stati compiuti, per esempio, durante il periodo egizio o caldeo? Basta ricordare che a volte i pazzi, proprio in certi stati di follia, hanno un'enorme crescita delle loro forze fisiche e iniziano a trasportare cose che non potrebbero trasportare con piena coscienza. Era infatti anche la forza fisica di questi uomini, che forse esteriormente erano anche più esili degli uomini di oggi – ma non è sempre il grasso che è forte e il magro che è debole –, era anche la forza fisica degli uomini che era corrispondentemente maggiore. Solo che essi non utilizzavano questa esistenza in modo tale da osservare ogni singola cosa che facevano fisicamente, ma parallelamente a queste azioni fisiche c'erano le esperienze in cui ancora irrompeva il mondo spirituale.
E ancora, quando questi esseri umani si trovavano nella vita tra la morte e una nuova nascita, molto di più di questa vita terrestre saliva, se posso usare l'espressione «saliva», in quella vita. Oggi è estremamente difficile comunicare con gli uomini che si trovano nella vita tra la morte e una nuova nascita, perché le lingue hanno già assunto gradualmente una forma che non è più compresa dai morti. I nostri sostantivi, ad esempio, nella concezione dei morti del terreno, subito dopo la morte, significano vuoti assoluti. Capiscono solo i verbi, i termini temporali, il movimento, l'azione. E mentre qui sulla Terra siamo continuamente richiamati dalle persone di mentalità materialistica a definire tutto in modo ordinato, a delimitare ogni concetto con definizioni precise, il defunto non conosce più alcuna definizione, perché conosce solo ciò che è in movimento, non ciò che ha contorni e limiti.
Ma nei tempi antichi anche ciò che viveva sulla terra come linguaggio, come uso del pensiero, come abitudine di pensiero, era ancora tale da elevarsi nella vita tra la morte e una nuova nascita, cosicché il defunto continuava a percepire a lungo dopo la sua morte un eco di ciò che aveva vissuto qui sulla terra e anche di ciò che avveniva sulla terra dopo la sua morte.
E se andiamo ancora più indietro, al tempo dopo la catastrofe atlantica, all’VIII, IX millennio prima dell’era cristiana, allora le differenze tra la vita sulla terra e la vita – se così possiamo dire – nell’aldilà diventano ancora più piccole. E poi torniamo gradualmente a quei tempi in cui le due vite erano molto simili. Allora non si può più parlare di vite terrene ripetute.
Quindi le vite terrene ripetute hanno un limite, se guardiamo indietro. Allo stesso modo avranno un limite se guardiamo avanti, verso il futuro. Perché ciò che inizia in modo del tutto cosciente con l’antroposofia, cioè che il mondo spirituale deve penetrare nella coscienza ordinaria, avrà come conseguenza che anche nel mondo che si attraversa tra la morte e una nuova nascita, questo mondo terrestre penetrerà maggiormente, ma nonostante ciò la coscienza non sarà onirica, bensì diventerà più chiara, sempre più chiara. La differenza diventerà sempre più piccola. Così che questa vita nelle ripetute vite terrene è stata limitata tra confini esteriori, che poi conducono a un’esistenza dell’uomo di tipo completamente diverso, dove non ha senso parlare di vite terrene ripetute, perché la differenza tra la vita terrena e la vita spirituale non è così grande come lo è ora.
Ma se si suppone che dietro questa vita terrena ve ne siano molte altre – non si può dire innumerevoli, perché con un’esatta indagine delle Scienze dello Spirito si possono anche contare –, allora in queste vite terrene precedenti abbiamo avuto determinate esperienze che rappresentavano rapporti tra gli esseri umani. E gli effetti di questi rapporti tra gli esseri umani, che allora si estrinsecavano proprio in ciò che si viveva, sono presenti in questa vita terrena proprio come gli effetti di ciò che compiamo nella nostra attuale vita terrena si estendono nella prossima vita terrena.
Dobbiamo quindi cercare le cause di molte cose che ora entrano nella nostra vita nelle vite terrene precedenti. L’uomo dirà facilmente: dunque ciò che sta vivendo ora è determinato, causato. Come può allora essere un essere umano libero?
Ora, se la si considera in questi termini, la domanda è piuttosto significativa, perché tutta l’osservazione spirituale mostra proprio che la vita terrena successiva è determinata da quelle precedenti. D’altra parte, la coscienza della libertà è assolutamente presente. E se leggete la mia «Filosofia della libertà», vedrete che non si può affatto comprendere l’uomo se non si è chiari sul fatto che tutta la sua vita animica tende, è orientata, è diretta verso la libertà, ma verso una libertà che bisogna proprio comprendere correttamente.
Ora, proprio nella mia «Filosofia della libertà» troverete un’idea di libertà che è estremamente importante comprendere nel senso giusto. Si tratta del fatto che la libertà è stata sviluppata innanzitutto nel pensiero. Nel pensiero ha origine la fonte della libertà. L’uomo ha semplicemente una coscienza immediata del fatto che nel pensiero è un essere libero.
Potreste obiettare: ma oggi ci sono molte persone che dubitano della libertà. Questo dimostra solo che oggi il fanatismo teorico degli uomini è più grande di ciò che l’uomo sperimenta direttamente nella realtà. L’uomo non crede più alle sue esperienze perché è pieno zeppo di concezioni teoriche. L’uomo oggi, dall’osservazione dei processi naturali, si forma l’idea che tutto è necessariamente condizionato, che ogni effetto ha una causa, che tutto ciò che esiste ha una causa. Quindi, se io concepisco un pensiero, anche questo ha una causa. Non si pensa subito alle ripetute vite terrene, ma si pensa che ciò che sgorga da un pensiero è causato allo stesso modo di ciò che esce da una macchina.
Attraverso questa teoria della causalità generale, come viene chiamata, della causa generale, attraverso questa teoria, l’uomo oggi si rende spesso cieco al fatto che porta chiaramente in sé la coscienza della libertà. La libertà è un fatto che si sperimenta non appena si arriva veramente alla riflessione su se stessi.
Ora, ci sono anche persone che sono dell’opinione che il sistema nervoso sia semplicemente un sistema nervoso e che esso produca i pensieri dal nulla. In tal caso, i pensieri sarebbero, per così dire, come la fiamma che brucia sotto l’influsso del combustibile, risultati necessari, e non si potrebbe parlare di libertà.
Ma queste persone si contraddicono parlando. Ho già raccontato più volte qui che avevo un amico d’infanzia che in un certo periodo era fanatico di un pensiero molto materialistico e diceva: «Quando cammino, per esempio, sono i miei nervi cerebrali, attraversati da determinate cause, che producono l’effetto del camminare». Questo poteva dare adito a lunghe discussioni con questo amico d’infanzia. Alla fine gli dissi: «Sì, ma vedi, tu dici che io cammino. Perché non dici: il mio cervello cammina? Se credi davvero alla tua teoria, non dovresti mai dire: io cammino, io afferro, ma: il mio cervello afferra, il mio cervello cammina. Allora, perché menti?».
Questi sono più i teorici. Ci sono anche i pratici. Quando notano in se stessi qualche sciocchezza che non vogliono eliminare, dicono: sì, non posso eliminarla, è la mia natura. Viene da sé, non posso farci niente. Ci sono molte persone così. Si appellano alla causa immutabile della loro natura. Di solito diventano incoerenti solo quando mettono in mostra qualcosa che vorrebbero avere, per cui non hanno bisogno di scuse, ma solo di elogi; allora abbandonano questa visione.
Il fatto fondamentale dell’essere umano libero è proprio questo, può essere vissuto direttamente. Ora, già nella normale vita terrena, la questione è che facciamo molte cose, le facciamo in piena libertà, e in realtà queste cose stanno così che non possiamo lasciarle stare. Ciononostante non sentiamo che la nostra libertà sia compromessa.
Supponiamo che tu decida di costruirti una casa. Per essere costruita, la casa richiede, per esempio, un anno. Dopo un anno ci abiterete. Sentirete la vostra libertà limitata dal fatto di dovervi dire: ora la casa c’è, devo entrarci, devo viverci – è una costrizione! Non sentirete la vostra libertà limitata dal fatto di aver costruito una casa.
Queste due cose coesistono anche nella vita quotidiana: il fatto di essersi impegnati in qualcosa che poi è diventato realtà nella vita, con cui bisogna fare i conti.
Prendete ora tutto ciò che proviene dalle vostre vite terrene precedenti, tutto ciò con cui dovete fare i conti perché proviene da voi, proprio come la costruzione della casa proviene da voi, allora non sentirete alcuna limitazione della vostra libertà dal fatto che la vostra vita terrena attuale è determinata dalle vite terrene precedenti.
Ora potete dire: sì, va bene, mi costruisco una casa, ma voglio rimanere una persona libera, non voglio lasciarmi costringere da questo. Se dopo un anno non mi piace, non mi trasferirò in questa casa, la venderò. – Bene! Si potrebbe anche avere un’opinione al riguardo, si potrebbe pensare che non sai bene cosa vuoi veramente nella vita se fai così. Certamente si potrebbe anche avere questa opinione, ma prescindiamo da essa. Prescindiamo dal fatto che qualcuno sia un fanatico della libertà e continui a proporsi cose che poi non fa per libertà. Si potrebbe dire: quell’uomo non ha nemmeno la libertà di fare ciò che si è proposto. È costantemente spinto dal desiderio di essere libero ed è letteralmente perseguitato da questo fanatismo della libertà.
Si tratta davvero di non considerare queste cose in modo rigidamente teorico, ma di considerarle in modo vivo.
E passiamo ora, direi, a un concetto più complesso. Se attribuiamo la libertà all’uomo, dobbiamo attribuire la libertà anche agli altri esseri che non sono limitati nella loro libertà dai limiti della natura umana. Se saliamo agli esseri che appartengono alle gerarchie superiori, che non sono limitati dai confini della natura umana, dobbiamo cercare la libertà in loro in misura ancora maggiore. Ora, qualcuno potrebbe elaborare una teoria teologica particolare e dire: ma Dio deve pur essere libero! Eppure ha creato il mondo in un certo modo. In questo modo però è impegnato, non può cambiare ogni giorno l’ordine del mondo; quindi non sarebbe libero.
Vedete, se contrapponete in questo modo la necessità karmica interiore e la libertà, che è un fatto della nostra coscienza, che è semplicemente il risultato dell’auto-osservazione, non riuscite a uscire da un circolo vizioso. In questo modo non si esce da un circolo vizioso. Perché la questione è questa: prendiamo ancora una volta l’esempio della costruzione di una casa, anche se non voglio abusarne, ma può comunque condurci sulla pista giusta. Allora, qualcuno si costruisce una casa. Non voglio dire che io mi costruisco una casa – probabilmente non lo farò mai –, ma diciamo che qualcuno si costruisce una casa. Ebbene, con questa risoluzione egli determina in un certo modo il suo futuro. Ora, per questo futuro, quando la casa è finita e lui fa i conti con la sua precedente risoluzione, apparentemente non gli resta alcuna libertà di abitarci. Certo, è lui stesso che si è limitato questa libertà, ma apparentemente non gli resta alcuna libertà.
Ma pensate a quanta libertà vi rimane ancora entro questa casa! Siete persino liberi di essere stupidi o intelligenti al suo interno. Siete liberi di essere disgustosi o amorevoli con i vostri simili al suo interno. Siete liberi di alzarvi presto o tardi al suo interno. Forse ci sono altre necessità, ma in ogni caso, per quanto riguarda la costruzione della casa, siete liberi di alzarvi presto o tardi. Siete liberi di essere antroposofi o materialisti. Insomma, ci sono innumerevoli cose che vi restano ancora libere.
Allo stesso modo, nella vita individuale di ogni uomo, nonostante esista la necessità karmica, ci sono innumerevoli cose, molte più che in una casa, innumerevoli cose che sono libere, che sono realmente completamente nel campo della libertà.
Ora potreste forse aggiungere: bene, quindi nella vita abbiamo un certo ambito di libertà. Lo voglio evidenziare qui nel disegno, perché agli esseri umani piace, e tutt’intorno la necessità karmica (vedi disegno, in rosso). – Sì, anche quella c’è! Quindi un certo ambito di libertà racchiuso, tutt’intorno la necessità karmica.
Oggi vorrei innanzitutto presentare alcuni punti di vista più ampi in relazione all’evoluzione del karma, per poi poter approfondire gradualmente sempre più quelle cose che, se così posso dire, possono essere illustrate solo attraverso spiegazioni specifiche. Se vogliamo comprendere il corso del karma, dobbiamo poter rappresentare come l’uomo, scendendo dal mondo spirituale al mondo fisico, compone tutta la sua organizzazione.
Comprenderete che nel linguaggio attuale non esistono espressioni adeguate per descrivere processi che sono praticamente sconosciuti alla civiltà odierna, e che quindi le espressioni utilizzate per descrivere ciò che accade possono essere solo imprecise. Quando scendiamo dal mondo spirituale al mondo fisico per una vita terrena, abbiamo prima preparato il nostro corpo fisico attraverso il flusso ereditario. Vedremo come questo corpo fisico sia comunque in un certo nesso con ciò che l’uomo sperimenta tra la morte e una nuova nascita. Per oggi ci basta essere consapevoli che questo corpo fisico ci viene dato dalla Terra. Gli elementi dell’entità umana che possono essere definiti come elementi superiori — il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io — discendono invece dal mondo spirituale.
L’uomo attinge il corpo eterico, per così dire, dall’intero etere universale prima di unirsi al corpo fisico che gli è dato dalla discendenza. L’unione dell’uomo animico-spirituale, costituito dall’Io, dal corpo astrale e dal corpo eterico, con l’embrione dell’uomo fisico può avvenire solo attraverso il graduale ritiro del corpo eterico dell’organismo materno dal germe umano fisico.
L’uomo si unisce quindi al germe umano fisico dopo aver attinto il suo corpo eterico dall’etere universale. Le descrizioni più precise di questi processi ci occuperanno più avanti. Ora ci interessa piuttosto sapere da dove provengono i singoli membri dell’entità umana che l’uomo possiede durante la sua vita terrena tra la nascita e la morte.
L’organismo fisico proviene dunque dal flusso ancestrale; l’organismo eterico dall’etere universale, dal quale viene attratto. L’organismo astrale — che rimane, si direbbe, in ogni senso inconscio o subconscio all’uomo durante la vita terrena — contiene tutto ciò che è risultato della vita tra la morte e una nuova nascita.
E tra la morte e una nuova nascita, l’uomo, in base a ciò che è diventato attraverso le vite terrene precedenti, entra in relazione nei modi più diversi con altre anime umane che si trovano anch’esse tra la morte e una nuova nascita, oppure con altre entità spirituali di un ordine mondiale superiore, che non discendono sulla Terra in un corpo umano, ma hanno la loro esistenza nel mondo spirituale.
Tutto ciò che l’uomo porta con sé dalle vite terrene precedenti, secondo come era, secondo ciò che ha fatto, trova la simpatia o l’antipatia delle entità che incontra attraversando il mondo tra la morte e una nuova nascita. Per il karma non è solo di grande importanza quali simpatie e antipatie l’uomo trovi presso le entità superiori attraverso ciò che ha fatto nella vita terrena precedente, ma è soprattutto di grande importanza che l’uomo entri in relazione con quelle anime umane con cui era in relazione sulla Terra e che si verifichi un particolare riflesso tra il suo essere e l’essere di quelle anime con cui era in relazione sulla Terra.
Supponiamo che qualcuno abbia avuto un buon rapporto con un’anima che ora incontra di nuovo tra la morte e una nuova nascita. In lui, durante le vite terrene precedenti, ha vissuto tutto ciò che accompagna un buon rapporto. Questo buon rapporto si rispecchia nell’anima quando quest’anima viene incontrata tra la morte e una nuova nascita. Ed è proprio così che l’uomo, durante questo passaggio attraverso la vita tra la morte e una nuova nascita, si vede rispecchiato ovunque nelle anime con cui ora convive, perché ha convissuto con loro sulla Terra.
Se si è fatto qualcosa di buono a un essere umano, qualcosa si riflette dall’anima; se gli si è fatto qualcosa di male, qualcosa si riflette dall’anima. E si ha la sensazione — se posso usare il termine «sensazione» con la restrizione che ho fatto all’inizio della mia esposizione — di aver favorito o danneggiato quell’anima umana. Ciò che hai vissuto attraverso la promozione, ciò che hai provato per quest’anima umana, ciò che ha portato al tuo comportamento a partire dai tuoi sentimenti, le tue esperienze interiori durante l’atto di promozione, tutto questo ritorna da quest’anima; si rispecchia da quest’anima. Un’altra anima è stata danneggiata: ciò che è vissuto in te durante questo danno si rispecchia.
E in realtà si ha davanti a sé, come in un potente e ampio apparato di specchi, la propria vita terrena precedente, in particolare l’ultima, riflessa dalle anime con cui si è stati insieme. E proprio in relazione alla propria vita attiva si ha l’impressione che tutto questo si allontani da noi. Tra la morte e una nuova nascita si perde — o in realtà si è già perso da tempo — il senso dell’Io che si aveva sulla Terra nel proprio corpo; ma si acquista il senso dell’Io da tutto questo riflesso. Si continua a vivere in tutte le anime con i riflessi delle proprie azioni, con cui si è stati insieme nella vita terrena.
Sulla Terra, l’Io era in un certo senso un punto; qui, tra la morte e una nuova nascita, esso si rispecchia ovunque dall’ambiente circostante. È un’intima unione con le altre anime, ma un’unione secondo le relazioni che si sono instaurate con loro.
E tutto questo è una realtà nel mondo spirituale. Quando attraversiamo una stanza che ha molti specchi, vediamo noi stessi rispecchiati in ogni specchio; ma sappiamo anche che, secondo il linguaggio comune, ciò non esiste: quando ce ne andiamo, non rimane, non ci rispecchiamo più. Ma ciò che si rispecchia nelle anime umane rimane, continua ad esistere.
Arriva un momento, nell’ultimo terzo tra la morte e una nuova nascita, in cui formiamo il nostro corpo astrale da queste immagini speculari. Lo riuniamo nel nostro corpo astrale, in modo che, quando scendiamo dal mondo spirituale al mondo fisico, portiamo con noi nel nostro corpo astrale ciò che abbiamo accolto in noi dopo il riflesso che le nostre azioni nella vita terrena precedente hanno trovato in altre anime tra la morte e una nuova nascita.
Questo ci dà gli impulsi che ci spingono verso le anime umane o ci allontanano dalle anime umane con le quali poi rinasciamo contemporaneamente nel corpo fisico. E in questo modo — descriverò più dettagliatamente il processo in seguito, tenendo conto anche dell’Io — tra la morte e una nuova nascita si forma l’impulso al karma nella nuova vita terrena.
E lì si può seguire come un impulso di una vita si rifletta nelle altre vite. Prendiamo ad esempio l’impulso dell’amore. Possiamo compiere le nostre azioni verso gli altri esseri umani a partire da ciò che chiamiamo amore. C’è una differenza tra compiere le nostre azioni per puro senso del dovere, per convenzione, per decenza e così via, oppure compierle per amore più o meno grande.
Supponiamo che un essere umano riesca a compiere azioni in una vita terrena che sono sostenute dall’amore, che sono riscaldate dall’amore. Questo rimane come forza nella sua anima. E ciò che egli porta con sé come risultato delle sue azioni, e ciò che si rispecchia nelle anime, gli ritorna proprio come un’immagine riflessa. E quando l’uomo forma da ciò il suo corpo astrale, con il quale discende sulla Terra, l’amore della vita terrena precedente, che è fluito dall’uomo, si trasforma, tornando da altri uomini, in gioia.
Così, quando l’uomo fa qualcosa nei confronti dei suoi simili in una vita terrena che è sostenuta dall’amore, per cui l’amore fluisce da lui e accompagna le azioni che favoriscono gli altri uomini, allora la metamorfosi durante il passaggio attraverso la vita tra la morte e una nuova nascita è tale che ciò che è amore che fluisce in una vita terrena, nella vita terrena successiva si metamorfizza, si trasforma in gioia che fluisce verso l’uomo.
Quando si parla del karma in dettaglio, occorre innanzitutto distinguere tra gli eventi karmici che nella vita umana si presentano all’uomo più dall’esterno e quelli che, per così dire, salgono dall’interno dell’uomo. Il destino dell’uomo si presenta infatti come composto dai fattori più diversi. Esso dipende dalla sua costituzione fisica ed eterica; dipende da ciò che l’uomo, in base alla sua costituzione astrale e al suo Io, può provare come simpatia e antipatia verso il mondo esterno, e da ciò che, a sua volta, gli viene incontro in base a tale costituzione di simpatia e antipatia; dipende inoltre dai più svariati intrecci e coinvolgimenti in cui l’uomo si trova nel corso della sua vita. Tutto questo determina, in un determinato momento o come sintesi dell’intera esistenza, la situazione del destino umano.
Ora cercherò di ricostruire il destino complessivo dell’uomo a partire dai singoli fattori. A tal fine prenderemo oggi come punto di partenza alcuni fattori interiori dell’uomo e considereremo quel fattore che, sotto molti aspetti, è davvero determinante in primo luogo: lo stato di salute o di malattia dell’uomo, e ciò che, come base di tale stato di salute o di malattia, si manifesta nella sua forza fisica e animica, con la quale egli può adempiere ai suoi compiti e così via.
Ma se si vogliono valutare questi fattori nel modo giusto, bisogna essere in grado di guardare oltre molti dei pregiudizi della civiltà odierna. Bisogna essere capaci di approfondire maggiormente la natura originaria dell’essere umano; bisogna comprendere veramente che cosa significhi che l’essere umano, nella sua essenza più profonda, discende dai mondi spirituali e che tale essenza discende dai mondi spirituali nell’esistenza fisica terrena.
Sapete che oggi, anche nell’arte e nella poesia, per esempio, è entrato ciò che si riassume sotto il concetto di ereditarietà. E quando qualcuno si presenta al mondo con determinate caratteristiche, la prima cosa che ci si chiede è quale sia la sua ereditarietà. Se qualcuno mostra predisposizioni alla malattia, ci si chiede: com’è la situazione dal punto di vista ereditario? In un primo momento questa è certamente una domanda del tutto legittima. Ma il modo in cui oggi tali domande vengono poste significa in realtà non vedere l’essere umano; significa trascurare completamente l’essere umano. Non si vede ciò che è la vera essenza dell’essere umano e come questa essenza si sviluppa.
Naturalmente si dice che l’essere umano è innanzitutto figlio dei suoi genitori, discendente dei suoi antenati. Certamente, questo è evidente. Lo si vede già nella fisionomia esteriore, forse ancor più nei gesti; si riconosce la somiglianza con gli antenati. Ma non solo: si vede anche come l’uomo abbia il suo organismo fisico quale prodotto di ciò che gli viene trasmesso dagli antenati. Egli porta in sé questo organismo fisico, e oggi si sottolinea in modo molto, molto forte che l’uomo porta in sé tale organismo fisico.
Ciò che però non si prende in considerazione è quanto segue. Quando l’uomo nasce, egli ha certamente, in primo luogo, il suo organismo fisico dai genitori. Ma che cos’è questo organismo fisico che egli riceve dai genitori? Su questo punto, nella civiltà odierna, si pensa fondamentalmente in modo del tutto errato. Quando l’uomo attraversa il periodo del cambio dei denti, non soltanto sostituisce i primi denti con altri, ma si trova anche nel momento della vita in cui, per la prima volta, l’intera entità umana si rinnova come organizzazione.
Esiste davvero una differenza radicale tra ciò che l’uomo diventa all’età di otto o nove anni e ciò che egli era, per esempio, all’età di tre o quattro anni. È una differenza radicale. Ciò che egli era nei primi tre o quattro anni come organizzazione lo ha ereditato, gli è stato dato dai genitori. Ciò che egli diventa e che si manifesta per la prima volta nell’ottavo o nono anno di vita emerge invece, nella misura più ampia, da ciò che l’uomo ha portato con sé dal mondo spirituale.
Se si vuole rappresentare schematicamente ciò che sta alla base di questo processo, bisogna farlo in un modo che certamente sconvolgerà l’umanità odierna. Bisogna dire che l’uomo, quando nasce, riceve qualcosa come un modello per la sua organizzazione umana. Questo modello gli viene trasmesso dagli antenati: essi gli forniscono un modello. Su questo modello l’uomo sviluppa poi ciò che egli diventerà in seguito. Ma ciò che egli sviluppa è il risultato di ciò che porta con sé dai mondi spirituali.
Per quanto possa risultare scioccante per l’uomo di oggi, completamente immerso nell’educazione attuale, bisogna dire che i primi denti che l’uomo riceve sono completamente ereditari, sono prodotti dell’ereditarietà. Essi gli servono da modello secondo il quale egli elabora, ora però in base alle forze che porta con sé dal mondo spirituale, i secondi denti, che egli elabora da sé. Come avviene per i denti, così avviene per l’intero organismo.
A questo punto potrebbe sorgere spontanea la domanda: sì, ma perché noi esseri umani abbiamo bisogno di un modello? Perché non possiamo semplicemente, come era il caso nelle fasi precedenti dell’evoluzione terrestre, scendere e attirare a noi il nostro corpo eterico, che attraiamo con le nostre forze portate giù dal mondo spirituale, e perché non possiamo attirare allo stesso modo anche la materia fisica e formare il nostro corpo fisico senza una discendenza fisica?
Per il pensiero dell’uomo odierno questa è naturalmente una domanda colossalmente sciocca, una domanda folle. E tuttavia non è così. Per quanto riguarda la follia, vale già una sorta di teoria della relatività, anche se oggi la si applica solo ai movimenti, dicendo che non si può distinguere, dal punto di vista percettivo, se ci si muove con il corpo sul quale ci si trova o se si muove il corpo che si trova vicino a noi. Ciò è emerso chiaramente nel passaggio dalla vecchia concezione del mondo a quella copernicana. Ma se oggi la teoria della relatività viene applicata solo ai movimenti, essa vale già anche in relazione a questa follia di cui si è parlato: esistono due cose separate l’una dall’altra, e l’una è folle rispetto all’altra. Dipende soltanto da quale delle due sia, in senso assoluto, folle.
La domanda deve comunque essere posta di fronte ai fatti del mondo spirituale: perché l’uomo ha bisogno di un modello? Le concezioni del mondo più antiche hanno dato una risposta a questo interrogativo, ciascuna a modo suo. Solo oggi, quando non si include più la moralità nell’ordine del mondo ma la si vuole considerare soltanto una convenzione umana, non ci si pone più simili domande. Le concezioni del mondo più antiche, invece, le hanno poste e hanno persino dato una risposta. Esse dicevano: in origine l’uomo era predisposto a inserirsi nella Terra in modo tale che, così come attingeva il suo corpo eterico dalla sostanza eterica cosmica generale, così anche il suo corpo fisico si formava dalle sostanze della Terra. Ma l’uomo è caduto sotto l’influenza luciferica e arimanica e ha così perso la capacità di costruire il proprio corpo fisico a partire dalla propria essenza, dovendolo invece ricavare dalla propria discendenza.
Questo modo di ottenere un corpo fisico è, per l’uomo, il risultato del peccato originale. Questo è ciò che affermavano le concezioni del mondo più antiche; questo è il significato fondamentale del peccato originale: doversi inserire nelle condizioni ereditarie. Per il nostro tempo è necessario recuperare questi concetti, innanzitutto per prendere sul serio tali domande e, in secondo luogo, per trovare delle risposte.
È proprio così: l’uomo, nel corso della sua evoluzione terrena, non è rimasto forte come era predisposto ad essere prima dell’intervento degli influssi luciferici e arimanici. Per questo motivo, entrando nelle condizioni terrene, l’uomo non è in grado di formare subito da sé il proprio corpo fisico, ma ha bisogno di un modello, quel modello che cresce nei primi sette anni di vita. Poiché egli si orienta secondo questo modello, è naturale che qualcosa di esso rimanga in lui, in misura maggiore o minore, anche nella vita successiva. Chi, come essere umano che agisce su se stesso, dipende completamente dal modello, dimenticherà, per così dire, ciò che ha effettivamente portato con sé e si orienterà interamente al modello. Chi invece possiede una forza interiore più forte, acquisita attraverso le sue precedenti vite terrene, si orienterà meno al modello, e allora si potrà vedere come egli cambi in modo molto significativo proprio nella seconda età della vita, tra il cambio dei denti e la maturità sessuale.
La scuola, se è una vera scuola, avrà addirittura il compito di far sviluppare nell’uomo ciò che egli ha portato con sé dai mondi spirituali nell’esistenza fisica terrena. Così, ciò che l’uomo porta con sé nella vita contiene, in misura maggiore o minore, i tratti ereditari, a seconda che egli riesca oppure no a superarli.
Ora, vedete, miei cari amici, tutte le cose hanno un loro lato spirituale. Ciò che l’uomo possiede come corpo nei primi sette anni di vita è semplicemente un modello al quale egli si orienta. O le sue forze spirituali si perdono in una certa misura in ciò che gli viene imposto dal modello, ed egli rimane completamente dipendente dal modello stesso, oppure, nei primi sette anni di vita, egli elabora attraverso il modello ciò che il modello vuole modificare. Questo lavoro, questo elaborare, trova la sua espressione esteriore. Non si tratta infatti soltanto del fatto che si lavori e che questo sia il modello originario, ma del fatto che il modello originario si stacca, si sfoglia, per così dire: la tavola cade, così come cadono i primi denti; tutto cade (vedi disegno, in chiaro). Si tratta realmente del fatto che, da un lato, le forme e le forze premono sul modello, e dall’altro lato l’uomo vuole imprimere ciò che ha portato giù con sé.
Proseguendo nelle nostre considerazioni sul karma, dobbiamo innanzitutto dare uno sguardo al modo in cui il karma interviene nell’evoluzione umana; come il destino, che si intreccia con le libere azioni umane, viene effettivamente plasmato dal mondo spirituale nel suo riflesso fisico. Oggi vi dirò qualcosa su ciò che ha a che fare con l’uomo nella misura in cui egli vive sulla Terra. Abbiamo già considerato l’uomo terrestre in relazione alla sua struttura in queste conferenze. Abbiamo distinto in lui il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’organizzazione dell’Io. Ma se rivolgiamo lo sguardo all’uomo così come si presenta davanti a noi nel mondo fisico, possiamo vedere la struttura dell’uomo in modo ancora diverso.
Oggi vogliamo avvicinarci a una suddivisione dell’uomo indipendentemente da ciò che abbiamo già discusso e poi cercare di stabilire un collegamento tra ciò di cui parleremo oggi e ciò che già conosciamo. Se consideriamo l’uomo così come si presenta davanti a noi sulla Terra, semplicemente nella sua forma fisica, questa configurazione fisica ha tre membri chiaramente distinti. Di solito non si distingue questa struttura dell’uomo, perché tutto ciò che oggi si afferma come scienza guarda solo superficialmente alle cose e ai fatti, e non ha alcun senso per ciò che si manifesta quando si osservano le cose e i fatti con uno sguardo interiormente illuminato.
Nell’uomo abbiamo innanzitutto il capo. Già dal punto di vista esteriore, questo capo dell’uomo ci appare completamente diverso dal resto della figura umana. Basta rivolgere lo sguardo alla formazione dell’uomo a partire dal germe umano: la prima cosa che si vede nel corpo della madre, come embrione umano, è in realtà solo l’organizzazione della testa, del capo. Tutta l’organizzazione umana parte dalla testa, e tutto il resto che più tardi confluisce nella formazione dell’uomo è in realtà un organo accessorio del germe umano. In sostanza, l’uomo è innanzitutto la figura fisica della testa; il resto è organo accessorio. E ciò che questi organi accessori assumono nella vita successiva, l’alimentazione, la respirazione e così via, nel primo periodo embrionale dell’uomo non è affatto assicurato dall’interno del germe umano come processo di respirazione, di circolazione e così via, ma dall’esterno, dal corpo della madre, attraverso organi che in seguito cadono e che successivamente non sono più presenti nell’uomo.
Ciò che l’uomo è inizialmente è proprio il capo, è proprio la testa. Il resto è un organo accessorio. Non è esagerato affermare che l’uomo all’inizio è testa; il resto è, in fondo, un organo accessorio. E poiché in seguito ciò che prima era un organo accessorio cresce e acquista importanza per l’uomo, nella vita successiva non si distingue rigorosamente il capo, la testa, dal resto dell’organismo. Ma questa è solo una caratteristica superficiale dell’uomo. In realtà, anche nella sua forma fisica l’uomo è un essere tripartito. E tutto ciò che costituisce la sua forma originaria, il capo, rimane un membro più o meno individuale dell’uomo per tutta la sua vita terrena. Non se ne tiene conto, ma è così.
Voi direte: sì, non si dovrebbe classificare l’uomo in questo modo, decapitandolo in un certo senso, tagliandogli la testa. Che ciò avvenga nell’antroposofia era solo la convinzione del professore che rimproverava all’antroposofia di classificare l’uomo in testa, organi toracici e organi degli arti. Ma questo non è vero, non è così; piuttosto, in ciò che esteriormente è la forma della testa si trova solo l’espressione principale della forma della testa. L’uomo rimane per tutta la vita interamente testa. Gli organi di senso più importanti, gli occhi, le orecchie, gli organi dell’olfatto, gli organi del gusto, si trovano certamente nella testa; ma, per esempio, il senso del calore, il senso della pressione, il senso del tatto sono diffusi in tutto l’uomo. Questo perché non si devono distinguere spazialmente i tre membri l’uno dall’altro, ma solo nel senso che la formazione della testa appare principalmente nella testa esteriormente formata, mentre in realtà essa compenetra tutto l’uomo. E così è anche per gli altri membri. Durante tutta la vita terrena, la testa è presente anche nell’alluce, nella misura in cui l’alluce ha una sensibilità tattile o termica.
Vedete, con questo abbiamo caratterizzato inizialmente uno degli elementi dell’entità umana, quell’entità umana che si presenta a noi come sensibile. Nei miei scritti ho chiamato questa organizzazione anche organizzazione nervosa-sensoriale, per caratterizzarla in modo più intimo. Questo è uno degli elementi dell’entità umana: l’organizzazione nervosa-sensoriale.
Il secondo elemento dell’entità umana è tutto ciò che si estrinseca in un’attività ritmica. Non potete dire che l’organizzazione nervosa-sensoriale si estrinsechi in un’attività ritmica, altrimenti dovreste, per esempio, nella percezione visiva, in un determinato momento percepire una cosa, poi un’altra, poi una terza, poi una quarta, poi tornare alla prima e così via. Dovrebbe esserci un ritmo nella vostra percezione sensoriale. Ma non c’è. Al contrario, concentratevi sulla parte principale della vostra organizzazione toracica e troverete il ritmo respiratorio, il ritmo circolatorio, il ritmo digestivo e così via. Tutto questo è ritmo.
Il ritmo, con i suoi organi ritmici, è la seconda cosa che si forma nell’entità umana, che poi si diffonde in tutto l’uomo, ma ha la sua manifestazione principale negli organi del torace. L’intero essere umano è cuore, è polmone; ma i polmoni e il cuore sono localizzati, per così dire, negli organi che comunemente chiamiamo tali. È l’intero essere umano che respira. Respirate in ogni punto del vostro organismo. Si parla di respirazione cutanea. Solo che la respirazione è concentrata principalmente nell’attività dei polmoni.
Il terzo elemento è poi ciò che è l’organismo degli arti dell’uomo. Gli arti terminano nell’organismo toracico. Appaiono allo stadio embrionale come organi accessori. Si formano per ultimi. Ma sono proprio questi organi che sono maggiormente in nesso con il ricambio. Attraverso il fatto che questi organi entrano in movimento, attraverso il fatto che questi organi svolgono prevalentemente il lavoro nell’uomo, il ricambio trova la sua massima stimolazione. In questo modo abbiamo caratterizzato i tre membri che ci appaiono nella figura umana.
Ma questi tre membri sono intimamente connessi con la vita animica dell’uomo. La vita animica dell’uomo si divide in pensiero, sentire e volere. Il pensiero trova la sua organizzazione fisica preferibilmente nell’organizzazione della testa. Ma trova la sua organizzazione fisica anche nell’intero uomo, perché la testa, nel modo in cui ve l’ho appena descritto, è presente in tutto l’uomo. Il sentire è legato all’organizzazione ritmica. È un pregiudizio, anzi una vera e propria superstizione della nostra scienza odierna, che il sistema nervoso abbia qualcosa a che fare direttamente con il sentire. Il sistema nervoso non ha nulla a che fare direttamente con il sentire. Il sentire ha come organi il ritmo della respirazione e della circolazione, e i nervi non fanno altro che trasmettere la nostra rappresentazione dei nostri sentimenti. I sentimenti hanno la loro organizzazione nell’organismo ritmico, ma non sapremmo nulla dei nostri sentimenti se i nervi non ci fornissero rappresentazioni dei nostri sentimenti. E poiché i nervi ci forniscono rappresentazioni dei nostri sentimenti, l’intellettualismo odierno si è creato la superstizione che i nervi siano anche gli organi dei sentimenti. Non è così.
Ma se osserviamo nella nostra coscienza i sentimenti così come emergono dal nostro organismo ritmico e li confrontiamo con i nostri pensieri, che sono legati alla nostra organizzazione sensoriale della testa, dei nervi, allora percepiremo tra i nostri pensieri e i nostri sentimenti esattamente la stessa differenza – se solo siamo in grado di osservare – come tra i pensieri diurni che abbiamo nella vita di veglia e i sogni. I sentimenti non hanno una maggiore intensità nella coscienza rispetto ai sogni. Hanno solo una forma diversa. Si manifestano solo in modo diverso. Quando sognate in immagini, la vostra coscienza vive proprio in immagini. Ma queste immagini significano nella loro forma figurativa esattamente ciò che significano i sentimenti in un’altra forma. Così possiamo dire: la coscienza più chiara, la coscienza più luminosa, la abbiamo nelle nostre rappresentazioni, nei nostri pensieri. Abbiamo una sorta di coscienza di sogno in relazione al nostro sentire. Crediamo solo di avere una chiara coscienza dei nostri sentimenti. Non abbiamo una coscienza più chiara dei nostri sentimenti di quanta ne abbiamo dei nostri sogni. Quando ci svegliamo e ricordiamo i sogni, formando rappresentazioni coscienti, non abbiamo affatto colto il sogno. Il sogno è molto più ricco di ciò che poi ne rappresentiamo. Allo stesso modo, il mondo dei sentimenti è di per sé infinitamente più ricco di ciò che rendiamo presente in noi attraverso le rappresentazioni di questo mondo dei sentimenti.
E completamente immerso nel sonno è il volere. Questo volere è legato all’organismo metabolico dei membri, all’organismo motorio. Di questo volere conosciamo solo i pensieri. Mi faccio l’idea: «afferrerò questo orologio». Provate ad ammettere onestamente a voi stessi che vi fate l’idea «afferrerò questo orologio», e poi afferratelo: ciò che avviene dalla vostra rappresentazione giù nei muscoli e alla fine porta nuovamente a una rappresentazione, l’afferrare l’orologio, che continua la prima rappresentazione, ciò che sta tra la rappresentazione dell’intenzione e la rappresentazione della realizzazione, ciò che avviene nel vostro organismo, rimane inconscio come solo la vita nel sonno più profondo, nel sonno senza sogni, rimane inconscia.
Almeno sogniamo i nostri sentimenti. Dei nostri impulsi volitivi non abbiamo altro che ciò che abbiamo dal nostro sonno. Lei può dire: «Non ho nulla dal sonno». Beh, non sto parlando dal punto di vista fisico. In questo caso sarebbe ovviamente assurdo dire che dal sonno non ho nulla; ma anche dal punto di vista animico avete molto dal sonno. Se non dormiste mai, non arrivereste mai alla vostra coscienza dell’Io.
Basta che pensiate a quanto segue. Quando ricordate le esperienze che avete vissuto, tornate indietro nel tempo dall’istante presente. Sì, lei pensa che sia così: lei torna indietro. Ma non è così. Lei torna indietro solo fino al momento in cui si è svegliato l’ultima volta (vedi disegno). Poi ha dormito – ciò che sta in mezzo si spegne – e poi, dall’ultimo addormentarsi fino al penultimo risveglio, si ricompone il ricordo. E così si torna indietro. Guardando indietro, in realtà si deve sempre attivare l’incoscienza. Guardando indietro, dobbiamo attivare l’incoscienza per un terzo della nostra vita. Non ce ne accorgiamo. Ma è proprio come quando si ha una superficie bianca con un vuoto nero al centro. Voi vedete il vuoto nero, anche se lì non c’è nulla. Tavola 10 delle forze. Allo stesso modo, quando ricordate, anche se non c’è nulla dentro di voi, in termini di reminiscenze di vita, vedete comunque il nero, le notti che avete trascorso dormendo. La vostra coscienza si scontra sempre con questo. Questo fa sì che vi chiamiate «Io».
Nelle considerazioni sul karma, oggi, dopo aver descritto l’ultima volta più la formazione delle forze karmiche, vorrei in un certo senso gettare le basi per suscitare la comprensione del karma guardando ai singoli destini nella vita degli uomini, per cogliere la determinatezza karmica, il destino, diciamo, di questi singoli destini umani. Tali destini possono naturalmente servire solo come esempi; ma se ci si collega a destini umani concreti e si considera il karma, si può già, partendo da lì, ottenere una visione del modo in cui il karma agisce in generale sugli esseri umani. Naturalmente agisce in modo tanto vario quanto sono vari gli esseri umani sulla Terra. La configurazione karmica è assolutamente individuale. Si può quindi parlare solo per esempi, se ci si riferisce al singolo.
Oggi vorrei citare alcuni esempi che ho studiato e che mi sono diventati chiari nel loro corso karmico. È certamente un’impresa azzardata parlare in dettaglio di nessi karmici, anche se lontani, perché in realtà, quando si parla di karma, è consuetudine usare espressioni generiche: questo o quello è causato in questo o quel modo, oppure questo o quel colpo del destino deve essere ricondotto a qualcosa che l’uomo si è meritato, e cose simili. Ma le cose non sono così semplici. Proprio quando si parla di karma, si tende a banalizzare molto.
Oggi vorrei soffermarmi su alcuni esempi karmici, anche se lontani, e vorrei dire che vorrei davvero portare a termine questa impresa audace di parlare dei singoli karma, per quanto ciò sia possibile sulla base delle ricerche che mi sono state affidate. Si tratterà quindi di esempi.
Vorrei innanzitutto parlare di un famoso esteta e filosofo, Friedrich Theodor Vischer, che ho citato più volte nel corso delle mie conferenze. Oggi vorrei mettere in evidenza proprio quelle peculiarità della sua vita che posso poi scegliere come base per una discussione karmica. Friedrich Theodor Vischer crebbe con la sua formazione nell’epoca in cui in Germania fioriva la cosiddetta filosofia idealistica tedesca, il periodo di Hegel. E Friedrich Theodor Vischer, che era giovane e studiava mentre ovunque le menti erano piene del pensiero hegeliano, adottò questo modo di pensare. Era ricettivo a questo elevato modo di pensare hegeliano; gli era chiaro che il pensiero, come sosteneva Hegel, fosse effettivamente l’essenza divina del mondo; che quindi, quando pensiamo come esseri umani, vivendo nei pensieri, viviamo nella sostanza divina.
Hegel era infatti assolutamente convinto che tutta l’evoluzione terrena dipendesse dalla vita nel pensiero. Il resto ne consegue. I piani del mondo vengono elaborati dai pensatori che riflettono sul mondo. Certamente c’è molto di vero in questo. Ma in Hegel tutto questo ha un carattere molto astratto. Friedrich Theodor Vischer si era immerso in questa filosofia hegeliana. Allo stesso tempo, però, era anche una personalità nata da una tribù popolare, che portava in sé con grande chiarezza le peculiarità di questa tribù. Aveva tutte le caratteristiche di uno svevo: tutta la testardaggine, tutta la presunzione, ma anche tutto il senso di indipendenza degli svevi. Aveva anche la schiettezza degli svevi.
E proprio perché incarnava questo carattere svevo, aveva anche forti peculiarità personali. Aveva un bell’occhio blu, se si considera l’aspetto esteriore; una barba folta, un po’ ispida, ma comunque portata con un certo entusiasmo estetico. Dico che la portava con un certo entusiasmo estetico perché nei suoi scritti si esprimeva abbastanza chiaramente sulla maleducazione di quegli uomini che non portavano la barba folta. Li chiamava «facce da scimmia senza barba»; non era quindi affatto riservato. Faceva tutto questo con la tipica determinazione schietta e concisa degli svevi.
Era di statura media, non grasso, piuttosto magro; ma camminava per strada tenendo le braccia in modo tale da tenersi sempre libero il passaggio con i gomiti. Lo faceva anche come espressione della sua individualità intellettuale. Questo era l’aspetto esteriore. Era animato da un forte desiderio di indipendenza, anche personale, e non si tratteneva dal dire ciò che voleva. Così accadde una volta che, dopo essere stato calunniato da «amici» – cosa che succede molto spesso tra amici –, essendo stato denunciato al governo di Stoccarda, ricevette un severo rimprovero dal governo di Stoccarda, proprio lo stesso giorno in cui era nato suo figlio Robert, che poi si fece un nome come esteta, e lo annunciò nell’auditorium dicendo: «Signori, oggi ho ricevuto una grande bacchettata e una piccola bacchettata!».
Era tipico di lui parlare delle cose in modo molto deciso. È delizioso un suo saggio intitolato «Über Fußflegelei auf der Eisenbahn» (Sulla pulizia dei piedi in treno). Osservava con grande disapprovazione come a volte i passeggeri seduti da un lato della carrozza mettessero i piedi sul sedile dall’altro lato. Non lo sopportava affatto. C’è un suo delizioso saggio sui piedi sporchi sui treni. Preferisco non parlare oggi di tutto ciò che ha scritto nel suo libro «Moda e cinismo» sulle varie maleducazioni e scorrettezze ai balli e in altri divertimenti. Era davvero un’individualità forte.
Una volta un mio amico andò a trovarlo e bussò educatamente alla porta. Non so se fosse usanza in Svevia, ma egli non disse «Entra!», come si dice in questi casi, bensì gridò: «Glei!», cioè subito, immediatamente.
Ebbene, Friedrich Theodor Vischer si dedicò in giovane età a un compito enorme: scrivere l’estetica secondo la filosofia di Hegel. E questi cinque volumi che scrisse sono davvero un’opera singolare. C’è una rigida suddivisione in paragrafi, come era consuetudine in Hegel; ci sono le definizioni usuali. Se ve ne leggessi un brano, sbadiglierebbero tutti subito, perché non è scritto proprio in un hegelismo popolare, ma contiene definizioni come queste: il bello è l’apparizione dell’idea in forma sensibile; il sublime è l’apparizione dell’idea in forma sensibile in modo tale che l’idea prevale sulla forma sensibile; il comico è l’apparizione dell’idea in forma sensibile in modo tale che la forma sensibile prevale, e così via. Queste sono cose che sono ancora relativamente interessanti, ma si va ancora oltre.
Di fronte a queste definizioni e dichiarazioni c’è poi la cosiddetta «scritta in piccolo». La maggior parte delle persone legge l’«Estetica» di Friedrich Theodor Vischer tralasciando il testo in grande e leggendo solo quello in piccolo. E questo testo in piccolo contiene in effetti il meglio dell’estetica che sia mai stato proposto nei campi più diversi. Non c’è pedantismo, non c’è hegelismo, ma c’è lo svevo Vischer con tutta la sua arguta coscienziosità, ma anche con la sua raffinata sensibilità per tutto ciò che è bello, grandioso e sublime. Allo stesso tempo, gli eventi naturali sono descritti in modo incomparabile, in uno stile libero che è davvero esemplare. Ha davvero portato a termine quest’opera in molti anni con una coerenza ferrea.
Ora, all’epoca in cui quest’opera apparve e l’hegelismo era ancora in un certo senso sovrano, essa riscosse in realtà molto apprezzamento; naturalmente ci furono anche detrattori, ma comunque molto apprezzamento. Ma col passare del tempo quest’opera si fece un grande nemico, un nemico che la criticò in modo devastante, che non le lasciò davvero neanche un capello, che la criticò in modo brillante, esemplare: era Friedrich Theodor Vischer stesso nei suoi ultimi anni. Ed è ancora una volta, direi, delizioso leggere questa autocritica nei «Kritische Gänge» (Passeggiate critiche).
Eppure ci sono così tante cose che Friedrich Theodor Vischer ha pubblicato come esteta, come filosofo, come letterato in generale, nei suoi «Kritische Gänge» o più tardi nella bella raccolta «Altes und Neues». Quando era ancora studente, scriveva testi lirico-ironici. Nonostante tutta la grande venerazione che ho sempre nutrito per Friedrich Theodor Vischer, non ho mai potuto fare a meno di considerare ciò che ha prodotto da studente non come opera di uno studente, ma come opera di un filisteo. Ma questo risorse quando, settantenne, scrisse la sua raccolta di poesie sotto lo pseudonimo di «Schartenmayer»: roba filistea.
Divenne un filisteo primario in relazione al Faust goethiano. Del Faust goethiano nella prima parte c’era ancora qualcosa da dire; ma egli era dell’opinione che la seconda parte fosse un pasticcio raffazzonato e incollato insieme dalla vecchiaia, perché la seconda parte del Faust avrebbe dovuto essere completamente diversa. E non solo scrisse il suo «Faust, la tragedia, terza parte», in cui ironizza sulla seconda parte del Faust goethiano, ma redasse anche un vero e proprio progetto su come avrebbe dovuto essere il Faust goethiano. È roba filistea. È filisteo più o meno quanto ciò che disse Du Bois-Reymond, il grande naturalista, nel suo discorso «Goethe e non fine»: il Faust sarebbe in realtà sbagliato; sarebbe giusto se Faust non facesse tutte quelle sciocchezze come evocare gli spiriti e invocare lo spirito della terra, ma se avesse semplicemente inventato in modo onesto la macchina elettrica e la pompa d’aria e avesse reso onesta Gretchen. In modo molto simile è filisteo tutto ciò che Friedrich Theodor Vischer ha detto in riferimento al Faust goethiano.
Era, come si dice forse non nel Württemberg ma nella mia patria, l’Austria, uno «Schwabenstreich» ciò che ha fatto in relazione al Faust goethiano. Parole come queste hanno sempre un significato diverso a seconda della regione in cui vengono usate.
Ora, vedete, ciò che è significativo in quest’uomo sono questi singoli tratti. Essi costituiscono approssimativamente la sua vita. Si potrebbero anche raccontare singoli fatti, ma non voglio farlo. Vorrei piuttosto presentarvelo come personalità e vorrei poi fare una considerazione karmica su di lui sulla base di questo. Oggi vorrei solo fornirvi il materiale.
Una seconda personalità che vorrei considerare dal punto di vista karmico, come ho già detto, è Franz Schubert, il compositore di Lieder, il compositore per eccellenza. Anche in questo caso voglio mettere in evidenza i tratti che mi serviranno per la descrizione karmica. Franz Schubert è stato praticamente povero per tutta la vita. Quando Schubert era morto da tempo, a Vienna c’erano davvero molti non solo «buoni conoscenti», ma anche «amici» di Franz Schubert. Un sacco di gente parlava di lui come dello Schubert-Franzi e così via. Ma durante la sua vita non era così.
Aveva però trovato un vero amico. Questo amico, un barone von Spaun, era una personalità straordinariamente nobile. Fin dalla sua prima giovinezza si prese cura di Schubert in modo delicato. Erano già compagni di scuola. All’epoca doveva prendersi cura di lui e poi continuò così. In relazione karmica mi sembra di particolare importanza che Spaun esercitasse una professione che in realtà gli era del tutto estranea. Spaun era un uomo di grande cultura, amava ogni forma d’arte, era molto amico non solo di Schubert ma anche di Moritz von Schwind, un uomo sul quale tutto ciò che era artistico faceva davvero una grande impressione in modo delicato.
In Austria succedono cose simili; anche Grillparzer era un funzionario delle finanze. Così anche Spaun, nonostante non avesse la minima attitudine, ha lavorato tutta la vita negli uffici delle imposte. Era un funzionario dell’amministrazione finanziaria; doveva amministrare denaro, in realtà amministrare numeri, e quando raggiunse una certa età divenne addirittura direttore della lotteria. Doveva quindi occuparsi della lotteria in Austria. Era estremamente antipatico.
Ma pensate solo a cosa gestisce in realtà un direttore della lotteria. Basta pensare che un direttore della lotteria gestisce le passioni, le speranze, le speranze distrutte, le delusioni di innumerevoli persone. Un direttore della lotteria gestisce in grande stile la superstizione delle persone; un direttore della lotteria gestisce in grande stile i sogni delle persone. Pensate solo a tutto ciò che entra in gioco quando un direttore della lotteria, un direttore superiore della lotteria, prende le sue misure amministrative. Certo, quando si entra e si esce dall’ufficio non ci si fa caso, ma la realtà è lì. E chi considera il mondo reale deve assolutamente tenere conto di queste cose.
Ebbene, quest’uomo, che non aveva nulla a che fare con quella superstizione che amministrava, con quelle delusioni, nostalgie, speranze, era l’amico intimo di Schubert, partecipava al massimo grado al suo benessere materiale e spirituale. A volte ci si può davvero stupire esteriormente di ciò di cui è capace il mondo. Esiste una biografia di Schubert che descrive l’aspetto esteriore di Schubert come se fosse stato simile a un negro. Non è affatto vero. Aveva persino un viso molto simpatico. Ma era povero. Anche la cena, che consumava per lo più insieme al barone von Spaun, veniva pagata con delicatezza da quest’ultimo. E non aveva soldi per affittare un pianoforte per le sue esigenze musicali.
Nel suo aspetto esteriore – come descrive molto fedelmente anche il barone von Spaun – era in realtà misurato, quasi flemmatico. Ma in modo strano, dalla sua natura poteva emergere un vulcano interiore. È interessante notare che di solito scriveva i suoi motivi musicali più belli al mattino, dopo essersi alzato. Appena sveglio, si sedeva e scriveva i suoi motivi musicali più belli in questo modo. Il barone von Spaun lo ha visto spesso egli stesso. Perché, come spesso accade nella Vienna intellettuale, i due signori, Schubert e Spaun, amavano bere un buon bicchiere la sera, e poi faceva tardi, molto tardi. A quel punto Schubert, che abitava lontano, non poteva più tornare a casa. Rimaneva quindi in un letto molto modesto a casa di Spaun. E lì il barone von Spaun era spesso testimone di come Schubert, alzandosi, si sedeva semplicemente e trascriveva i suoi motivi musicali più belli appena sveglio.
I lineamenti relativamente tranquilli del suo viso non lasciavano trasparire quanto fosse vulcanico il fondo dell’animo di Schubert. Ma era vulcanico, ed è proprio questo particolare tratto della sua personalità che devo descrivervi come base per la considerazione del karma. Perché, vedete, una volta Schubert poté andare all’opera. Vide l’«Iphigenie» di Gluck e ne rimase estasiato al massimo grado. Il suo entusiasmo si sfogò nei confronti del suo amico Spaun durante e dopo la rappresentazione in modo forte, grandioso, ma comunque misurato. Divenne, per così dire, delicatamente emotivo, non emotivamente vulcanico. Scelgo proprio i tratti che ci servono.
Fu così che, nel momento in cui conobbe l’«Iphigenie» di Gluck, la considerò la più meravigliosa opera d’arte musicale. La performance della cantante Milder lo incantò. E riguardo al cantante Vogl disse che voleva conoscerlo solo per potersi prostrare ai suoi piedi, tanto era incantato dalla sua performance. Ebbene, la rappresentazione di Ifigenia giunse al termine. Schubert e Spaun si recarono al cosiddetto Bürgerstübl di Vienna. Credo che ci fosse anche un terzo, che ora non mi viene in mente. Sedevano tranquilli, ma di tanto in tanto parlavano con entusiasmo di ciò che avevano vissuto quella sera all’opera.
C’era un tavolo vicino al loro, al quale sedeva, tra gli altri, un professore universitario noto a quella compagnia. All’inizio arrossì leggermente quando ascoltò quella conversazione entusiasta. Il rossore diventava sempre più intenso. Poi cominciò a borbottare. Dopo aver borbottato per un po’, e visto che nessuno si era lasciato disturbare, cominciò a sbraitare e imprecare terribilmente e dichiarò al di là del tavolo, rivolgendosi a questa compagnia: «E comunque tutta l’“Iphigenie” è una schifezza, non è vera musica, e la Milder non è affatto una cantante, non ha né scale né trilli, non sa cantare. E Vogl, sembra che cammini con i piedi di un elefante!».
A quel punto Schubert era irrefrenabile. Da un momento all’altro si rischiava il peggio, la violenza fisica. Schubert, che di solito era calmo, si scatenò con tutta la sua forza e gli altri fecero davvero fatica a calmarlo.
Sì, vedete, l’importante in questa vita è che abbiamo a che fare con un uomo il cui amico è un funzionario delle finanze, addirittura direttore della lotteria, che è karmicamente legato a lui nella vita. È importante nel nesso karmico che Schubert fosse così povero, come risultava proprio da questi rapporti; è importante che Schubert non potesse muoversi in altro modo. Naturalmente viveva della sua povertà, anche in condizioni sociali limitate; non aveva l’opportunità di avere sempre un compagno di tavolo del genere, così che la sua vulcanicità non poteva sempre estrinsecarsi.
Ma se si rappresenta correttamente ciò che è realmente accaduto e si conosce la peculiarità della stirpe da cui Schubert è emerso, allora ci si può porre la domanda – cose negative del genere sono naturalmente insignificanti, ma a volte chiariscono – ci si può porre la domanda: se i rapporti fossero stati diversi – naturalmente non potevano essere diversi, ma penso si possa porre la questione in questi termini per chiarire – se Schubert non avesse avuto l’opportunità di esprimere il suo talento musicale, se non avesse trovato in Spaun un amico devoto, non avrebbe potuto diventare un teppista in una posizione subordinata? Ci si può porre la domanda: non era forse una sua predisposizione ciò che si è manifestato in modo così vulcanico quella sera al Bürgerstübl? E la vita umana non è trasparente se non si può rispondere alla domanda: come avviene in realtà la metamorfosi per cui in una vita non si estrinseca la propensione alla rissa in modo karmico, ma si diventa un raffinato musicista e la propensione alla rissa si trasforma in raffinata fantasia musicale?
Sembra paradossale, sembra grottesco, ma è una domanda che, se si considera la vita in un contesto più ampio, deve essere sollevata, perché è proprio dalla contemplazione di tali cose che sorgono le domande più profonde sul karma.
Una terza personalità che vorrei esaminare è Eugen Dühring, molto odiato ma anche amato da una piccola comunità. Mi sono occupato di questo personaggio dal punto di vista karmico e vorrei anche in questo caso fornire innanzitutto il materiale biografico. Eugen Dühring era un uomo straordinariamente dotato, che in gioventù accolse tutta una serie di scienze, in particolare dal punto di vista matematico, ma anche tutta una serie di altre scienze: economia nazionale, filosofia, meccanica, fisica e così via.
Eugen Dühring conseguì il dottorato con un interessante trattato e poi, in un libro ormai esaurito da tempo, scrisse in modo abbastanza chiaro, ma soprattutto incisivo, anche su questo argomento. Vorrei, nonostante la questione sia difficile quasi quanto la teoria della relatività – ma in fin dei conti anche della teoria della relatività hanno parlato per un certo periodo tutte le persone che non ne capivano nulla, eppure la trovavano grandiosa e la trovano tale ancora oggi – vorrei, nonostante sia difficile, dire qualcosa su questi pensieri delle prime opere di Dühring in un modo che forse si possa comprendere.
Vedete, il punto è che di solito la gente si rappresenta così: c’è lo spazio, che è infinito, e lo spazio è pieno di materia. La materia ha particelle minime. Anche il loro numero è infinito. Un numero infinito di particelle minime di materia è concentrato nello spazio cosmico, cristallizzato in qualche modo e simili. C’è il tempo infinito. Il mondo non ha avuto un inizio; non si può nemmeno dire che avrà una fine.
Questi concetti indefiniti di infinito affascinavano il giovane Dühring, che esponeva in modo davvero acuto che parlare di concetti di infinito non ha in realtà alcun significato, che anche se si deve parlare di un numero ancora così grande, per esempio di atomi o molecole del mondo, deve comunque trattarsi di un numero determinabile. Per quanto grande si possa rappresentare lo spazio cosmico, esso deve essere una grandezza misurabile, così come il tempo cosmico deve essere una grandezza misurabile, cosa che, come già detto, è stata dimostrata con grande acume.
Alla base di ciò c’è qualcosa di psicologico. Dühring voleva che il pensiero fosse chiaro in tutto, e nei concetti di infinito, in fondo, ancora oggi non c’è alcun pensiero chiaro. Dühring ha poi esteso questo concetto ad altre considerazioni, ad esempio alle cosiddette grandezze negative, ad esempio quando si possiede un patrimonio, alle grandezze negative che si contrassegnano con un segno meno. Si distinguono quindi le serie di numeri: zero, secondo una tabella 12 verso più uno ecc., secondo l’altra tabella meno uno ecc.
Dühring ha sostenuto che tutto questo parlare di numeri negativi è in realtà una sciocchezza. Cosa significa un negativo, un numero negativo? Egli dice: se ho cinque e ne tolgo uno, ottengo quattro; se ho cinque e ne tolgo due, ottengo tre; se ho cinque e ne tolgo tre, ottengo due; se ho cinque e ne tolgo quattro, ottengo uno; se ho cinque e ne tolgo cinque, ottengo zero. Ora, i sostenitori della grandezza negativa dicono: se ho cinque e ne tolgo sei, mi rimane meno uno; se ho cinque e ne tolgo sette, mi rimane meno due. Dühring dice: «Questo è un modo di pensare poco chiaro, non c’è un pensiero chiaro! Cosa significa “meno uno”? Significa che devo sottrarre sei da cinque, ma mi manca uno. Cosa significa meno due? Devo sottrarre sette da cinque, mi mancano due. Cosa significa meno tre? Devo sottrarre otto da cinque, mi mancano tre». I numeri negativi non sono quindi numeri diversi dai numeri positivi. Significano solo che quando sottraggo mi manca un determinato numero. Dühring ha poi esteso questo concetto ai più svariati termini matematici.
So bene che da giovane questo mi ha lasciato un’impressione, ha fatto una forte impressione quest’anno, perché Dühring ha dimostrato una chiarezza intellettuale davvero notevole su questi argomenti. Con la stessa acutezza intellettuale egli procedeva nell’economia politica, nella storia della filosofia, per esempio. E divenne docente all’Università di Berlino, dove teneva lezioni nell’aula più frequentata su argomenti molto vari, sull’economia politica, la filosofia, la matematica.
Ora si verificò il caso che l’Accademia delle Scienze di Gottinga bandì un premio per il miglior libro sulla storia della meccanica. In un concorso di questo tipo è consuetudine che le opere dei candidati vengano inviate in modo tale che l’autore non sia riconoscibile, ma che venga scelto un motto da riportare sulla busta. Il nome dell’autore viene nascosto all’interno; poi viene scritto un motto sulla busta. Questo viene riportato in alto e i giudici non conoscono l’autore. Ebbene, l’Accademia delle Scienze di Gottinga ha assegnato il premio per la storia della meccanica a Eugen Dühring e ha persino inviato all’autore una lettera di straordinario apprezzamento. Eugen Dühring non solo era quindi considerato un valido docente dal suo pubblico, ma era anche riconosciuto da un’istituzione accademica nel senso più eminente del termine.
Questo stesso Dühring, oltre a tutti i talenti che vi sono già evidenti da quanto vi ho raccontato, aveva anche – non si può dire altrimenti – una lingua maligna. Aveva in sé qualcosa del critico maligno su tutte le cose del mondo. In questo senso, si è imposto sempre meno e meno di moderazione. E quando è stato premiato da un’istituzione così erudita come l’Accademia delle Scienze di Gottinga, questo lo ha stimolato molto. Era una predisposizione naturale, ma lo stimolava. E così iniziò a combinare davvero due cose: un senso di giustizia straordinariamente forte, che non si può negare, ma dall’altra parte – si tende a parlare con le parole delle persone che si descrivono – sviluppò un senso di invettiva straordinariamente forte. Imprecava terribilmente. Divenne un «insultatore».
Purtroppo, proprio nel periodo in cui era così stimolato dall’insulto, ebbe la sfortuna di diventare cieco. Continuò a tenere lezioni a Berlino come docente cieco. Divenne completamente cieco. Questo non gli impedì mai di dare il massimo. Continuò la sua attività di scrittore e riuscì sempre a provvedere a se stesso, fino a un certo punto naturalmente, nonostante fosse completamente cieco.
Ma inizialmente fece conoscenza con un destino davvero tragico nella storia degli studiosi del XIX secolo: il destino di Julius Robert Mayer, il vero scopritore dell’equivalente meccanico del calore, che, come si può affermare con certezza, fu rinchiuso in manicomio, messo in camicia di forza e trattato in modo terribile dalla famiglia, dai colleghi e dagli «amici». Dühring scrisse poi il suo trattato «Robert Mayer, il Galileo del secolo XIX». Quello di Julius Robert Mayer fu davvero un destino simile a quello di Galileo.
Dühring lo scrisse da un lato con una straordinaria competenza, con un senso di giustizia davvero profondo, ma anche con un colpo secco come un flagello su tutto ciò che era stato danneggiato. La lingua gli andava sempre a traino. Ad esempio, quando sentì e lesse della costruzione del monumento a Julius Robert Mayer a Heilbronn, noto a molti di voi, e della cerimonia di inaugurazione, disse: «Questa immagine di un fantoccio che si trova nella piazza del mercato di Heilbronn è qualcosa che è stato fatto come ultimo affronto a questo Galileo del XIX secolo. Il grande uomo è seduto con le gambe accavallate. Se si volesse davvero rappresentarlo nella condizione in cui probabilmente si sarebbe trovato se avesse potuto guardare l’oratore e tutti i buoni amici che gli avevano eretto questo monumento, non bisognerebbe raffigurarlo con le gambe accavallate, ma con le mani sulla testa, in preda alla disperazione».
Avendo subito molto dolore a causa dei giornali, divenne anche un rabbioso antisemita. E anche in questo era coerente. Scrisse ad esempio il libretto «Die Überschätzung Lessings und dessen Anwaltschaft für die Juden» (La sopravvalutazione di Lessing e la sua difesa degli ebrei), in cui si esprime in modo feroce. Ma da questo è poi derivato il suo modo particolare di considerare la letteratura.
Se volete fare a voi stessi il piacere, miei cari amici, di leggere qualcosa sulla letteratura tedesca che altrimenti non potreste leggere, qualcosa di completamente diverso dagli altri trattati sulla letteratura tedesca, allora leggete i due volumi di Dühring «I grandi della letteratura moderna». Lì troverete ciò che era in Dühring, questo modo di pensare rigorosamente matematico, questa acutezza intellettuale applicata alla bella letteratura. E lì, per dimostrare il suo modo di pensare diverso da quello degli altri, ha bisogno persino di ribattezzare i grandi della vita spirituale tedesca. Ad esempio, in un capitolo su Kothe e Schiller, egli parla di Goethe e Schiller, che nel linguaggio di Dühring significa «I grandi della letteratura moderna». Dühring scrive Kothe e Schillerer e mantiene questa forma in tutti i suoi trattati.
A volte è grottesco nelle sue invenzioni lessicali. Intellektuaille – così scrive sempre, per esempio, delle persone che sono intellettualiste. L’Intellektuaille – affinità con Kanaille – ha sempre formazioni lessicali simili. Beh, alcune cose sono estremamente interessanti.
Vedete, una volta mi è successo questo. Avevo a che fare con scritti di Nietzsche ancora inediti e mi è capitato tra le mani il testo ormai da tempo pubblicato sul ritorno del simile. I manoscritti di Nietzsche non sono molto leggibili; sono arrivato a un punto e mi sono detto: questo ritorno del simile in Nietzsche ha una strana origine. Bene, andiamo all’archivio Nietzsche, dove sono conservati i suoi quaderni – all’epoca ero amico della signora Elisabeth Förster-Nietzsche –, prendiamo questo manoscritto e cerchiamo nella biblioteca, apriamo la Filosofia della realtà di Dühring e troveremo il ritorno del medesimo. Nietzsche ha infatti coniato moltissime idee come «controidee». Ho potuto verificarlo molto rapidamente. Ho preso la Filosofia della realtà che era disponibile nella biblioteca Nietzsche, ho aperto il libro e ho trovato il passo in questione – lo conoscevo, quindi l’ho trovato subito – in cui si diceva che è impossibile, partendo da una conoscenza adeguata dei fatti materiali del mondo, parlare di un ritorno delle cose, delle costellazioni che già esistevano.
Dühring cercava di dimostrare l’impossibilità del ritorno del medesimo. Nel punto in cui Dühring lo espone, sulla pagina c’è una parola che Nietzsche ha spesso scritto a margine degli scritti che ha usato in questo modo, per formare l’idea opposta: asino. Questa annotazione si trovava anche su questa pagina. E proprio in Dühring si possono trovare alcune cose che sono poi confluite nelle idee di Nietzsche, anche se in modo geniale. Non voglio con questo obiettare qualcosa contro Nietzsche, ma le cose stanno così.
Ora, ciò che colpisce in Dühring, in relazione karmica, è che egli è in grado di pensare solo matematicamente. Egli pensa in filosofia, in economia politica, pensa matematicamente anche nella matematica stessa, ma in modo matematicamente rigoroso e chiaro. Egli pensa in modo rigoroso e chiaro anche nelle scienze naturali, ma matematicamente. Non è materialista, ma è un pensatore meccanicistico, pensa il mondo secondo lo schema del meccanicismo. E ha avuto il coraggio di perseguire davvero, fino alle sue conseguenze, ciò che è onesto in un tale modo di pensare. Perché in realtà è giusto: chi pensa così non può scrivere diversamente di Goethe e Schiller, se si prescinde dalle invettive e si considera l’essenziale.
Questa è quindi la particolare predisposizione del suo pensiero. Inoltre è diventato cieco in giovane età ed è stato trattato in modo piuttosto ingiusto anche sul piano personale. È stato espulso dall’Università di Berlino. Ovviamente c’erano dei motivi. Ad esempio, quando è stata pubblicata la seconda edizione della sua Kritische Geschichte der allgemeinen Prinzipien der Mechanik (Storia critica dei principi generali della meccanica), non si è più trattenuto. La prima edizione era piuttosto blanda nel trattare i grandi nomi della meccanica, tanto che qualcuno disse: ha scritto quello che pensava potesse essere premiato da un’istituzione accademica. Ma quando uscì la seconda edizione, non si trattenne più, dato che era già stata premiata: aggiunse altro. Ora, qualcuno ha detto – Dühring lo ha ripetuto spesso – che l’Accademia di Gottinga avrebbe premiato gli artigli senza conoscere il leone a cui appartenevano. Ma il leone è poi apparso quando è uscita la seconda edizione.
C’erano cose davvero strane. Ad esempio, proprio in riferimento a Julius Robert Mayer, al suo destino alla Galileo nel XIX secolo, di cui era molto indignato, definì qualcuno che riteneva un plagiario di Julius Robert Mayer, ovvero Hermann Helmholtz, uno «scaffale universitario», uno scaffale universitario di legno. In seguito ampliò il concetto, pubblicando un giornale, Der Personalist (Il personalista). Le cose avevano un forte carattere personale. Ad esempio, si trova un ampliamento del passaggio su Helmholtz. Non parla solo del «mobiliario universitario», ma, poiché dall’autopsia era emerso che Helmholtz aveva acqua nel cervello, diceva: «Ma la testa vuota si notava già quando l’uomo era ancora in vita, non c’era bisogno di constatarlo dopo la morte».
Dühring non era certo delicato. Non si può dire che inveisse come una lavandaia, perché non c’è nulla di filisteo nel modo in cui inveisce, ma non è nemmeno geniale; semplicemente non è più un’invettiva: è un’offesa. È qualcosa di molto particolare.
Ebbene, la cecità, tutto questo modo di pensare meccanicistico, l’essere perseguitato – perché egli era perseguitato, fu espulso dall’università, e in questo furono commesse delle ingiustizie, come del resto innumerevoli ingiustizie furono commesse nei suoi confronti nel corso della sua vita –, tutto questo sono connessioni del destino di un uomo, che diventano davvero interessanti se le si considera dal punto di vista karmico.
Ora vi ho presentato queste tre personalità: Friedrich Theodor Vischer, il compositore Schubert ed Eugen Dühring, e domani vi descriverò in termini karmici ciò per cui oggi vi ho fornito il materiale, cioè vi ricondurrò al modo in cui le cose stanno realmente nel loro nesso karmico.
Ieri ho detto che, nonostante il trattamento dei singoli nessi karmici sia qualcosa di azzardato, vorrei comunque sviluppare qui alcuni esempi di tali nessi karmici, riallacciandomi alle personalità di cui ieri vi ho presentato alcuni dati biografici caratteristici. Più avanti potremo considerare dal punto di vista karmico anche personalità meno rappresentative, ma vorrei innanzitutto scegliere tali personalità perché esse rendono evidente come, nel corso karmico della vita umana, attraverso ripetute fasi esistenziali, prosegua l’evoluzione complessiva dell’umanità. Nella civiltà odierna parliamo della storia come di una corrente continua di eventi; descriviamo le cose in modo tale che ciò che è nel XX secolo lo riferiamo al XIX secolo, ciò che è nel XIX secolo lo riferiamo al XVIII secolo e così via. Il fatto che siano gli esseri umani stessi a trasportare le cose da un’epoca storica all’altra, che quindi gli esseri umani che vivono nel presente abbiano trasportato nel presente dalle epoche storiche precedenti ciò che oggi vive ed esiste, è ciò che dà realtà, è ciò che dà vita, è ciò che dà un nesso interiore vero e reale alla vita storica.
Se ci sono solo causa ed effetto, non c’è alcun nesso reale. Quando le anime umane passano da un’epoca terrena antichissima a epoche terrestri più recenti, a vite terrene sempre nuove, allora entra nell’evoluzione dell’umanità un nesso reale. Questo nesso reale si può vedere chiaramente nel suo significato quando si considerano personalità che si possono osservare proprio perché sono personalità rappresentative.
E ieri ho citato proprio il cosiddetto Schwaben-Vischer, l’esteta Friedrich Theodor Vischer, e l’ho caratterizzato in qualche modo. Ora, ho detto che volevo scegliere solo esempi per i quali disponessi di ricerche concrete. Le ricerche sono proprio quelle dell’osservazione, quelle condotte con i mezzi spirituali di cui si è già parlato e che si possono leggere nella letteratura antroposofica. E quindi, proprio nel discutere di tali cose, non è possibile alcun altro metodo se non una sorta di metodo narrativo. Perché solo ciò che si presenta alla visione immediata può essere comunicato in questo campo.
E nel momento in cui si fa riferimento a una vita terrena precedente, cessa ogni comprensione intellettuale. C’è solo la possibilità di vedere. C’è ancora un ultimo residuo di comprensione intellettuale quando si tratta di riferire la vita terrena all’ultima esperienza tra la morte e questa nascita, di riferire la vita terrena a ciò da cui è direttamente scaturita, cioè allo spirituale-animico prima della discesa sulla Terra; questo è possibile fino a un certo punto con l’intelletto. Il ricondurre una vita terrena ad un’altra è possibile solo in forma di racconto, perché lì è solo la visione a essere determinante.
E chi è in grado di guardare una personalità come quella di Schwaben-Vischer e di cogliere ciò che vive in una tale personalità come eterno, cioè che passa da una vita terrena all’altra, può, se vuole, ritrovare le giuste correnti nell’intera vita terrena, vedere emergere una tale personalità in un’esistenza terrena precedente. Tuttavia, per quanto riguarda la ricerca, si torna innanzitutto all’esperienza preterrena. Ma ora, nella mia esposizione, vorrei trattare questo ritorno all’esperienza preterrena delle tre personalità sempre in secondo luogo e richiamare innanzitutto l’attenzione su come, dietro la vita terrena attuale di una tale personalità, emerga la vita terrena precedente.
Se si vogliono ricercare tali cose, è assolutamente necessario essere privi di ogni pregiudizio. Se per qualche motivo, a causa di questa o quella opinione sulla vita terrena attuale di un essere umano o sull’ultima vita terrena di un essere umano, si illude di poter dire razionalmente che, poiché ora è così, in una vita terrena precedente deve essere stato così e così; se si formulano giudizi del genere, si sbaglia già di fatto, o almeno si rischia facilmente di sbagliare. Formare un giudizio razionale di questo tipo da un’incarnazione all’altra sarebbe proprio come quando si entra per la prima volta in una casa: si guarda fuori dalla finestra a nord, si vedono gli alberi là fuori e si vuole dedurre dagli alberi che si vedono dalla finestra a nord come sono gli alberi che si vedono dalla finestra a sud. Dovete andare alle finestre a sud e guardare gli alberi lì, e affrontare gli alberi con tutta imparzialità. Allo stesso modo dovete eliminare tutto ciò che è intellettualistico quando si tratta di comprendere quelle immaginazioni che sono semplicemente lì come immaginazioni di precedenti vite terrene corrispondenti a tali personalità.
Nel caso dello svevo Vischer si viene ricondotti alla successiva incarnazione determinante – nel mezzo possono essercene altre indifferenti, forse anche più brevi, ma questo ora non è importante – a quell’incarnazione in cui la sua attuale vita terrena, attuale in senso lato, poiché egli è già morto alla fine degli anni Ottanta, cioè la sua ultima vita terrena, è stata preparata karmicamente. Questa incarnazione risale all’incirca all’VIII secolo dopo Cristo. E precisamente lo si vede come un membro di quel popolo moresco-arabo che in quel tempo giunse dall’Africa in Sicilia, entrando in conflitto con quelle popolazioni che scendevano dal nord verso la Sicilia.
L’essenziale è che questa individualità di cui sto parlando qui, in questa precedente incarnazione determinante, aveva avuto una formazione completamente araba, una formazione araba in tutti i suoi dettagli, e precisamente in modo tale che questa formazione araba comprendeva tutto ciò che, vorrei dire artistico, forse anche non artistico, nell’arabismo, ma allo stesso tempo comprendeva tutta l’energia con cui l’elemento arabo era penetrato in Europa a quel tempo, e in particolare comprendeva un senso di appartenenza umana con un numero piuttosto elevato di altre persone appartenenti allo stesso popolo arabo.
Questa individualità, che poi nel XIX secolo ha vissuto in Friedrich Theodor Vischer, questa individualità ha cercato nell’VIII secolo uno stretto legame con molte persone appartenenti allo stesso popolo arabo e alla stessa civiltà araba, che già allora erano entrate in forte contatto con l’Europa, avevano fatto continui tentativi di stabilirsi in Sicilia e avevano dovuto combattere dure battaglie; cioè, in realtà, sono stati più gli europei a dover combattere duramente contro di loro. Questa individualità ha partecipato in larga misura a tali lotte. E si può dire che era una personalità geniale, nel senso in cui all’epoca si poteva intendere il genio.
Bene, questo innanzitutto, questa individualità nell’VIII secolo. Ma poi la cosa va avanti. Quando questa personalità attraversa la porta della morte e la vita continua tra la morte e una nuova nascita, esiste allora una comunione intima, in particolare con quelle anime con cui si è stati insieme sulla Terra. Queste sono quindi quelle di cui vi ho appena parlato, con le quali la nostra individualità in questione ha cercato nessi sociali più stretti. Ma proprio tra gli esseri umani – è difficile trovare espressioni per caratterizzare le cose sovrasensibili con il linguaggio che è naturalmente formato per i rapporti terrestri – con i quali la nostra individualità era in nesso, dopo che anche loro e gli altri avevano varcato la porta della morte, tra questi esseri umani è esistito, per tutti i secoli successivi fino al XIX secolo, un legame spirituale, una connessione spirituale.
Dalla conferenza sul karma che ho tenuto otto giorni fa avrete già appreso che ciò che accade sulla Terra viene preventivamente vissuto dalle entità delle gerarchie superiori, dai Cherubini, dai Serafini e dai Troni, e che chi vive la propria vita tra la morte e una nuova nascita guarda giù, guarda giù verso un cielo spirituale-animico, come noi guardiamo verso il cielo. Lì, vi ho detto, i Serafini, i Cherubini e i Troni vivono ciò che diventerà il nostro destino quando scenderemo di nuovo, ciò che realizzeremo secondo il nostro destino.
Ebbene, in quei nessi che si creano nel mondo spirituale, tutta questa società – che ora era naturalmente una società spirituale, nella quale era intessuta quell’individualità – sperimentò che doveva conservare attraverso i secoli un progresso dell’umanità senza essere influenzata dal cristianesimo. Ciò che sto dicendo vi sembrerà qualcosa di straordinariamente strano, perché si ha la rappresentazione che il governo mondiale sia semplice come l’uomo vuole che sia tutto e come vuole che sia ordinato. Ma il governo del mondo non è così, perché se da un lato con il mistero del Golgota viene immerso nell’evoluzione terrestre l’impulso più potente, dall’altro lato c’è anche la necessità di non far andare subito in rovina ciò che era nell’evoluzione terrestre prima del mistero del Golgota, ma di lasciarlo fluire via, cioè non voglio dire l’anticristico, ma l’acristico, ciò che non si cura affatto del cristianesimo, ma lasciarlo scorrere attraverso i secoli.
E il compito di portare avanti questa corrente per l’Europa, di continuare in un certo senso il tempo non ancora cristiano nei secoli del cristianesimo, è toccato a un certo numero di persone che nell’VIII secolo sono nate nell’arabismo, perché questo non era direttamente cristiano, ma non era nemmeno rimasto indietro come le antiche religioni pagane, bensì era andato avanti nei secoli in una certa direzione ed era comunque in grado di accogliere il cristianesimo. Lì nacquero un certo numero di anime che ora, non toccate dai rapporti terrestri, dovevano portare avanti nel mondo spirituale ciò che lo spirito umano può conoscere, ciò che lo spirito umano può sentire e percepire, separatamente dal cristianesimo. Queste anime dovevano in un certo senso incontrare il cristianesimo solo più tardi, in epoche successive dello sviluppo terrestre.
E questo è davvero qualcosa di straordinariamente significativo, qualcosa di sconvolgente e grandioso, vedere come una società relativamente grande continuasse a vivere nel mondo spirituale, lontano dall’evoluzione del cristianesimo, fino a quando, nel XIX secolo, la maggior parte di queste anime discese sulla Terra per incarnarsi. Naturalmente si trattava di individualità diverse, con le predisposizioni più disparate.
Il Vischer svevo, Friedrich Theodor Vischer, fu una delle prime anime a discendere da questa società nel XIX secolo. Egli era in realtà sottratto, fortemente sottratto, alla possibilità di conoscere molto del cristianesimo. Per contro, quando era ancora nell’esistenza preterrena, aveva la possibilità di ricevere impulsi proprio da quei capi spirituali dell’umanità che, pur essendo più o meno vicini al cristianesimo, avevano sviluppato la loro concezione del mondo, i loro impulsi vitali in un senso non propriamente cristiano.
È naturalmente paradossale parlare di queste cose come se fossero cose terrestri, ma ho detto che voglio correre il rischio. Per un’anima come quella che abbiamo ora davanti agli occhi, attraversare questa incarnazione nell’VIII secolo è stata una preparazione particolarmente buona per crescere spiritualmente nel mondo spirituale insieme ad anime come quella di Spinoza o simili, in particolare insieme a un gran numero di portatori di cultura non cristiana che hanno sviluppato la loro visione del mondo e i loro impulsi vitali in un senso non propriamente cristiano, ma in un senso spirituale molto vicino al cristianesimo, e che sono morti in quei secoli e sono saliti al mondo spirituale, in particolare anche portatori di cultura cabalistica.
E così preparata, questa anima – le altre arrivarono solo un po’ più tardi – entrò nell’esistenza terrestre nel XIX secolo. Le altre, essendo arrivate un po’ più tardi, divennero tutte portatrici della mentalità scientifica nella seconda metà del XIX secolo. Infatti, questo è il segreto, miei cari amici, della strana evoluzione del pensiero scientifico nella seconda metà del XIX secolo: quasi tutti i portatori di questa corrente scientifica, che pensava e sentiva in modo più originario, nella seconda metà del XIX secolo erano arabi nella loro vita terrena precedente, nella loro vita terrena determinante, e godevano di quell’individualità che poi è scesa come Friedrich Theodor Vischer, solo che Friedrich Theodor Vischer è sceso prima, in un certo senso come un prematuro animico-spirituale.
Ciò è profondamente radicato nel suo karma, nel suo nesso con quelle anime con cui Hegel era in nesso prima di discendere nella vita terrena. Anche Friedrich Theodor Vischer era già in nesso con queste anime nella vita spirituale. Ciò esercitò su di lui, attraverso la sua particolare inclinazione individuale, un influsso, in particolare per ciò che era il hegelismo sulla Terra. Il suo hegelismo lo preservò dal crescere in una concezione del mondo più o meno completamente materialistica e meccanicistica. Se fosse nato un po’ più tardi, come gli altri suoi compagni spirituali, con la sua estetica sarebbe finito in una direzione materialistica del tutto ordinaria.
Da ciò fu preservato da ciò che aveva vissuto nella vita preterrena e dalla sua precedente incarnazione. Ma non poté nemmeno rimanervi attaccato. Per questo scrisse proprio questa critica devastante della propria estetica, perché essa non corrispondeva del tutto al suo karma, ma era piuttosto una svolta del suo karma. Sarebbe stato del tutto conforme al suo karma nascere con gli uomini decisamente orientati al pensiero naturalistico della seconda metà del XIX secolo, che erano stati suoi compagni nella vita terrena precedente e appartenevano all’arabismo, essere della stessa corrente di pensiero.
Ma poi interviene qualcosa di singolare: attraverso una svolta del karma, che si compenserà nelle vite terrene successive di Friedrich Theodor Vischer, egli diventa inizialmente hegeliano, cioè viene strappato, sebbene predestinato dalla sua esistenza preterrena, ma non dal karma terreno, strappato dalla direzione lineare del suo karma. Ma a una certa età non ce la fa più. Deve entrare nel suo karma. Rinnega la sua estetica in cinque volumi, trova incredibilmente seducente costruire l’estetica come vogliono i naturalisti. Ha guardato la sua prima estetica dall’alto verso il basso, è partito dai principi e poi è passato al sensibile. Lui stesso critica questo approccio in modo radicale. Ora vuole costruire l’estetica dal basso verso l’alto, partendo dai fatti per arrivare gradualmente ai principi.
E noi assistiamo a una lotta enorme, vediamo come lavora alla distruzione della sua prima estetica. Vediamo il suo karma deviato e come viene respinto nel suo vero karma, cioè riunito con coloro che erano suoi compagni in una precedente vita terrena.
Ed è davvero sconvolgente e significativo vedere come Friedrich Theodor Vischer non riesca mai a portare a termine questa seconda costruzione della sua estetica, come qualcosa di caotico si insinui in tutta la sua vita spirituale. Vi ho raccontato del filisteismo, di questo strano comportamento filisteo anche nei confronti del Faust goethiano. Tutto questo entra in gioco perché egli si sente insicuro eppure vuole tornare dai suoi vecchi compagni. Basta considerare quanto sia forte l’inconscio nel karma, questo inconscio che naturalmente per un grado superiore di visione è poi un conscio.
Ma bisogna essere chiari su questo: quanto hanno odiato il Faust goethiano certi filistei naturalisti! Ricordate la frase che vi ho citato ieri di Du Bois-Reymond: che Goethe avrebbe fatto meglio a far inventare qualcosa a Faust, invece di farlo evocare spiriti, evocare lo spirito della terra, per poi farlo incontrare Mefistofele, sedurre ragazze e non sposarle. Sì, per Du Bois-Reymond sono tutte sciocchezze, e per lui Goethe avrebbe dovuto disegnare un eroe che inventa la macchina elettrica, la pompa dell’aria. Certo, allora ci sarebbe stato anche un vero sostegno sociale, il protagonista avrebbe potuto diventare sindaco di Magdeburgo. E sarebbe stato necessario soprattutto che non ci fosse la tragedia di Gretchen, così scandalosa, ma che al posto della scena nella prigione ci fosse un vero matrimonio borghese. Beh, certo, da un certo punto di vista ha la sua ragion d’essere, naturalmente; ma Goethe non intendeva certo questo.
Non è vero, Friedrich Theodor Vischer non era più in completa sicurezza quando, come ho detto, aveva sperimentato questa svolta del karma. Ma era sempre spinto indietro, e nonostante fosse uno spirito libero, il suo inconscio provava sempre un grande piacere quando sentiva i filistei inveire contro il Faust goethiano. In questo modo diventa naturalmente spiritoso; è come lanciare una palla di neve da una parte all’altra. E proprio quando si osserva una persona nelle cose in cui è possibile avvicinarsi maggiormente con l’intuizione, allora si ottengono le immaginazioni che devono condurci dietro le quinte dell’esistenza sensibile. Si ottengono.
C’è per esempio un’immagine molto bella. Da una parte ci sono i filistei di primo ordine, come per esempio Du Bois-Reymond: Goethe avrebbe dovuto rappresentare Faust come sindaco di Magdeburgo, inventare la macchina elettrica e la pompa ad aria, far sposare Gretchen. Non è vero, questi sono i filistei di primo ordine. Beh, questo è nell’inconscio, perché c’è un nesso karmico. Erano tutti anche persone morische, persone che con Friedrich Theodor Vischer erano dentro l’arabismo. Beh, era attraente per lui, si sentiva affine, ma d’altra parte non lo era; nel frattempo era stato toccato da altre correnti che avevano deviato il suo karma.
E ora, quando i filistei di primo ordine gli lanciavano palle di neve, lui rispondeva lanciandole indietro e diceva: «Qualcuno dovrebbe scrivere una tesi, per esempio, sul nesso tra i geloni della signora Christiane di Goethe e le figure simbolico-allegorico-mitologiche nella seconda parte del Faust.» Non è vero, è geniale filisteismo, filisteismo di secondo ordine.
Accogliere queste cose nel loro valore è ciò che ci allontana dal mero intellettualismo e ci avvicina piuttosto alla contemplazione. Ora, volevo innanzitutto darvi un’indicazione – tornerò ancora su questi argomenti – su come si possa comprendere una vita terrena alla luce delle vite terrene precedenti.
Per me è stato davvero di enorme e sconvolgente importanza la figura che andava in giro a Stoccarda. Ve l’ho descritta ieri: gli occhi blu meravigliosi, la barba folta di colore rosso-brunastro, le braccia tenute più o meno così. Vi ho descritto questa figura. Vedete, ora c’era questa visione a cui vi ho appena accennato, ma la statura fisica del pescatore svevo, così come andava in giro a Stoccarda, non corrispondeva, perché anche a uno sguardo occulto non sembrava affatto un arabo reincarnato.
E ho lasciato cadere la cosa più e più volte, perché è facile diventare diffidenti nei confronti delle visioni. Non posso dire scettici, perché sono lì, ma diffidenti. Si vuole averne una conferma nel modo più deciso possibile. Ho lasciato cadere la cosa più e più volte, finché l’enigma si è risolto nel modo seguente: quest’uomo – anche nella sua incarnazione precedente era un uomo – considerava come il suo ideale le persone che venivano dal nord, in particolare dalla Sicilia. Ora, in quel tempo era particolarmente grande la possibilità di innamorarsi di una persona che ci piaceva particolarmente. E così, nella sua incarnazione successiva, egli assunse le sembianze di coloro che aveva combattuto. Questo è ciò che, come ho detto, ha portato alla soluzione dell’enigma dal punto di vista della statura.
Ieri abbiamo portato davanti alla nostra anima una seconda personalità, Franz Schubert, in relazione al suo amico e mecenate, il barone von Spaun, e in relazione al suo essere elementare che da un lato poteva esplodere in casi rari, come quello che vi ho presentato, e diventare un attaccabrighe, e dall’altro era straordinariamente delicato, come un sonnambulo che al mattino, alzandosi, scriveva le sue melodie più belle. È estremamente difficile farsi un’idea di questa personalità. Ma proprio il nesso con Spaun in questo caso ne fornisce un’immagine.
Perché in Franz Schubert, se si vuole – se mi è consentita l’espressione – guardare indietro nel campo occulto per comprenderlo, si ha la sensazione, se posso esprimermi in modo banale, che Schubert sfugga sempre quando si vuole tornare alla sua precedente incarnazione. Non è facile tornare indietro, ci sfugge.
È davvero qualcosa di contrario al destino, direi, delle opere di Schubert dopo la morte di Franz Schubert, qualcosa che appare come il suo contrario. Per quanto riguarda le opere di Schubert, le composizioni, quando Schubert morì si sapeva molto poco di lui, era poco conosciuto dalla gente. Poi passarono gli anni, divenne sempre più famoso, ed era già molto tardi, negli anni Settanta, Ottanta del XIX secolo, quando ogni anno venivano pubblicate nuove opere di Franz Schubert. Era interessante, perché Schubert divenne improvvisamente, dopo la sua morte, il compositore più prolifico. Continuavano ad apparire nuove opere di lui. Si tornava sempre a Schubert.
Ma se si guarda spiritualmente alla vita di Schubert nel XIX secolo, alla sua precedente vita terrena, le tracce si perdono. Non è facile trovarlo. È invece relativamente facile trovare le tracce del barone von Spaun. E questa linea risale anch’essa all’VIII-IX secolo, ma in Spagna. Il barone von Spaun era infatti un principe castigliano considerato straordinariamente saggio, che si occupava di astrologia, astronomia nel senso dell’epoca, che aveva persino riformato e modellato tavole astronomiche, e che in un certo periodo della sua vita dovette fuggire dalla sua patria e trovare rifugio proprio presso i nemici più acerrimi del popolo castigliano dell’epoca, i Mori.
Qui dovette rimanere per qualche tempo dopo la sua fuga e lì sviluppò un rapporto straordinariamente tenero con una personalità moresca, nella quale si celava l’individualità del futuro Franz Schubert. E sicuramente quel principe castigliano sarebbe andato in rovina se all’epoca questa personalità raffinata tra i Mori non lo avesse preso a sé e non gli avesse offerto sostegno, cosicché egli poté continuare ancora per qualche tempo la sua vita terrena, con profonda soddisfazione di entrambi.
Quello che vi sto raccontando è quanto più lontano possibile da ogni speculazione intellettualistica. Vi ho anche accennato a quale fosse la deviazione. Ma questa deviazione porta effettivamente a concludere che in Franz Schubert si nasconde una personalità moresca reincarnata, e una personalità moresca del genere, una personalità proveniente dalla cerchia dei Mori, che all’epoca era piuttosto lontana dall’elaborare musicalmente la propria anima, ma che invece elaborava con la sua inclinazione più intima proprio tutto ciò che nella civiltà araba era raffinato dal punto di vista artistico e raffinato, non voglio dire pensieroso, ma raffinatamente meditativo, che è stato portato dall’Asia, ha attraversato l’Africa ed è finalmente approdato in Spagna.
In quella personalità, in quell’incarnazione, si formò soprattutto quella delicatezza d’animo senza pretese eppure energica che, si potrebbe dire, evocò artisticamente l’immaginazione fantasiosa, sonnambula, nella successiva incarnazione, nell’incarnazione di Franz Schubert. D’altra parte, però, questa personalità dovette anche partecipare alle dure lotte che ora erano in corso tra i Mori e la popolazione non mora, la popolazione castigliana, aragonese e così via. E lì si formò quella vena emotiva repressa che poi, direi, emerse solo in rare occasioni nell’esistenza di Schubert.
E mi sembra che, proprio come si può comprendere l’ultima vita terrena di Friedrich Theodor Vischer solo se la si guarda sullo sfondo del suo arabismo, così anche la peculiarità della musica di Schubert, in particolare il sottofondo di alcune delle sue composizioni liederistiche, si può comprendere solo se si ha già l’idea – non l’ho costruita, deriva dai fatti –, quando si ha già la visione: c’è qualcosa di spirituale, di asiatico che è stato illuminato per un po’ dal sole del deserto, poi chiarito in Europa, poi attraversato dal mondo spirituale tra la morte e una nuova nascita, e poi in pura umanità, prescindendo da tutti i nessi sociali artificiali, in un povero maestro di scuola.
La terza personalità di cui ho parlato ieri – come ho già detto, ora voglio solo accennare a questi argomenti, su alcuni potremo tornare più avanti – la terza personalità di cui ho parlato, Eugen Dühring, mi interessava molto perché da giovane mi ero occupato molto degli scritti di Dühring. Ero affascinato dai suoi scritti di fisica e matematica, in particolare dai suoi scritti Nuovi mezzi fondamentali e invenzioni per l’analisi, l’algebra, il calcolo funzionale e la geometria associata, dal suo trattamento della legge delle temperature di ebollizione corrispondenti, ero affascinato da queste cose.
Mi ha infastidito moltissimo un libro come Sache, Leben und Feinde (Cose, vita e nemici), in cui scrive una sorta di autobiografia. È in realtà qualcosa di terribilmente presuntuoso, ma davvero geniale nella sua presunzione; per non parlare di qualcosa che ricorda i pamphlet più selvaggi, come Die Überschätzung Lessings und dessen Anwaltschaft für die Juden (La sopravvalutazione di Lessing e la sua difesa degli ebrei). D’altra parte, ho potuto ammirare la Storia critica dei principi generali della meccanica finché non è apparso il leone, ma solo le sue zampe.
Era un po’ sgradevole, è troppo in una storia della meccanica, non è vero, tutto quel pettegolezzo, diciamo, sulla signora Helmholtz, perché alla persona in questione importava poco di Hermann Helmholtz, che Dühring aveva tanto insultato, ma importava piuttosto il pettegolezzo, sì, della cerchia della signora Helmholtz. Ma va bene, sono cose che capitano. Chiacchierano anche i circoli più diversi. Chiacchierano anche i circoli più diversi degli antroposofi. Nonostante da Natale ci dovesse essere una nuova tendenza, si possono sentire qua e là nei circoli antroposofici chiacchiere di vario genere, che sono davvero superflue e che in determinate circostanze potrebbero anche diventare spiacevoli per i chiacchieroni in questione.
Ma come ho già detto, ho tutte le sfumature per venerare, apprezzare, criticare un essere umano e di arrabbiarmi con lui, attraverso gli scritti di Dühring. Che si voglia vedere almeno lo sfondo della vita terrena precedente, come si è sviluppata una cosa del genere, lo troverete comprensibile.
Ma anche qui non è stato facile e all’inizio sono comparsi – non voglio nascondere queste cose – dei ciarlatani. Quando ci si avvicina a tali ricerche, si ricevono sempre impressioni di ogni tipo, a volte anche terribili. Una volta ero seduto al tavolo di un caffè a Budapest, dove erano riuniti la reincarnazione di Giuseppe II, Federico il Grande, la marchesa di Pompadour, Seneca, il duca di Reichstadt, Maria Antonietta, e poi durante la serata si aggiunse anche Wenzel Kaunitz. Erano seduti a quel tavolo del caffè, cioè le persone si comportavano come se fossero loro, erano convinte di essere loro.
Insomma, secondo me, quando le persone rimuginano o iniziano a fare qualsiasi sciocchezza chiaroveggente o cose simili, viene sempre fuori qualcosa del genere. Come ho detto, è facile cadere nella trappola dell’illusionismo, perché a volte si tratta davvero di partire dal punto più significativo della vita di una persona qualsiasi, cioè di una determinata vita terrena, per poterla ricondurre in modo adeguato. E con Dühring non sono riuscito a trovare per molto tempo un punto significativo.
Allora ho fatto quanto segue. Ho richiamato alla mente ciò che inizialmente mi era più simpatico in lui: la sua concezione del mondo meccanicistico-materialistica, ma in un certo senso almeno intellettuale-spirituale. Ho riflettuto su come tutto ciò abbia a che fare con un mondo spaziale finito, con un mondo temporale finito, e ho quindi ricostruito l’intera concezione del mondo di Dühring. È facile farlo. Se poi si procede in questo modo e si guarda indietro alle incarnazioni precedenti, si ottengono innumerevoli incarnazioni e di nuovo l’abbagliamento. Sì, non si trova nulla; si ottengono innumerevoli incarnazioni che naturalmente non sono e non possono essere in tale numero: sono semplici riflessi dell’incarnazione attuale. Infatti, proprio come se in una sala ci fosse uno specchio qui e uno là, si vedrebbe riflesso l’infinito.
Allora mi venne in mente di formarmi intensamente la rappresentazione: come si presenta, pensata in modo del tutto chiaro, questa concezione del mondo che ha Dühring? Lascio da parte tutto ciò che è critica astiosa, invettiva o altro trivialismo, lascio da parte tutto questo, prendo ciò che è grandioso, che mi è ancora sufficientemente antipatico come concezione del mondo, ma che mi era simpatico per il modo in cui Dühring lo sosteneva – lo immagino vividamente. Ma ora mi accingo a farmi un’idea chiara della realtà di Dühring. Egli vede tutto questo da un certo anno in poi come un cieco. Un cieco non vede affatto il mondo, e quindi lo rappresenta in modo diverso da chi vede.
E in effetti, i materialisti comuni, direi quotidiani, i meccanicisti quotidiani, sono diversi da Dühring. Dühring è geniale rispetto a loro. Davvero, tutte queste persone che hanno costruito concezioni del mondo, il grasso Vogt, Büchner, Moleschott, Spiller, Wießner, come si chiamano tutti – sì, non è vero, dodici dozzine fanno proprio dodici dozzine –, tutto questo è ancora qualcosa di diverso dal modo in cui Dühring costruisce questa concezione del mondo. Si vede anche che egli aveva già la predisposizione, la spinta verso una forma particolare di questa concezione del mondo quando ancora poteva vedere, e che questa concezione del mondo gli andava bene solo quando non poteva più vedere, quando lo spazio intorno a lui era oscurato. Perché nello spazio oscuro ci sta tutto ciò con cui Dühring ha costruito il mondo. È sbagliato pensare che ciò sia stato fatto da qualcuno che vedeva.
Ora pensate che per Dühring questa è una verità enorme – come ho detto, anche altri hanno costruito concezioni del mondo simili, centosettantaquattro su dodici dozzine di persone che costruiscono concezioni del mondo simili –, ma per Dühring è diverso, per Dühring è una verità: gli altri vedono e costruiscono concezioni del mondo come i ciechi; Dühring è cieco e crea la concezione del mondo come un cieco. Questo è qualcosa di incredibilmente sconcertante. E una volta che ci si arriva, si guarda questo uomo e si capisce: qui c’era qualcuno che interiormente, dal punto di vista dello sviluppo animico, era come un cieco, che ora diventa meccanicistico proprio perché è cieco.
Poi lo si ritrova, inizialmente – e qui si possono prendere in considerazione due incarnazioni –, lo si ritrova nel mezzo di coloro che, nell’Oriente cristiano, intorno all’VIII-IX secolo, da un lato proteggono il degrado di tutto ciò che è figurativo, diventano iconoclasti, dall’altro lato restituiscono alle immagini il loro diritto. A Costantinopoli, in particolare, si sviluppa questa lotta per una religione delle immagini o una religione senza immagini. Qui troviamo ora la successiva individualità di Dühring come un uomo che si scaglia con tutto il suo entusiasmo per una vita culturale senza immagini, con una vera natura di mercenario. E vorrei dire che nella lotta puramente fisica si vede ora in lui tutto ciò che più tardi emerge nelle sue espressioni.
Ho trovato qualcosa di estremamente interessante: nel secondo volumetto dello scritto di Julius Robert Mayer si trova una parola particolare. Si capisce bene la cosa. Dühring, in quanto iconoclasta, aveva un modo particolare di muovere la sciabola, quella sciabola ricurva che già allora si stava gradualmente diffondendo. Ho trovato una corrispondenza – è vero, dipende davvero dai dettagli figurativi – con una parola nel libro di Julius Robert Mayer. È un capitolo intitolato: «Schlichologisches», Schlichologisches nella vita universitaria tedesca e così via, dove si fanno scherzi, dove si interviene di traverso.
Proprio come ha coniato la bella espressione «Intellektuaille» in riferimento a «Kanaille», così ha coniato «Schlichologisches». Inventa le parole più disparate. Come ho già detto, da cose apparentemente secondarie si può capire molto. E per quanto possa sembrare paradossale, non si arriva al nesso delle diverse vite terrene se non si ha il senso di vedere qualcosa nei sintomi. Chi non è in grado di dedurre il carattere di una persona dal modo in cui cammina o dal modo in cui calpesta il suolo, non farà facilmente progressi in cose come quelle che sto esponendo ora. Bisogna già vedere il modo in cui questa individualità muoveva la sciabola in quel momento, vedere come entrava nelle parole che poi formava.
E ora è proprio questo Dühring, che in realtà ha inveito così tanto, in particolare contro i dotti «sviati». Diceva che gli sarebbe piaciuto non dover più usare nomi che ricordassero la vecchia scientificità. Non vuole la logica, vuole un’anti-logica, non vuole la Sophia, vuole un’anti-Sophia, non vuole la scienza, vuole un’anti-scienza. In realtà, ciò che preferirebbe è rendere tutto «anti»; lo dice espressamente. Ebbene, quest’uomo che ha inveito così terribilmente contro tutto ciò che è erudito, era proprio nell’incarnazione che sta dietro a questa incarnazione iconoclastica da mercenario, nell’incarnazione che sta dietro, quindi, ancora entro la scuola degli stoici greci, un vero filosofo stoico greco.
Proprio Dühring era nell’antichità ciò che più rimprovera: nella terza incarnazione precedente era un filosofo, e precisamente un filosofo stoico, cioè uno di quei filosofi che si ritiravano dalla vita terrena. Ma all’epoca mi era subito chiaro: moltissime forme di pensiero che si trovano in Dühring si trovano anche negli stoici. Solo che non è sempre così semplice. Si potrebbe fare un intero seminario di tesi di laurea sulla forma dei pensieri negli stoici e in Dühring.
Si arriva così all’epoca dell’iconoclastia, nel IX secolo circa, nell’Europa orientale, dove Dühring era proprio un iconoclasta, e poi al III secolo precristiano, all’antica epoca stoica del mondo greco. E ora è davvero sconvolgente: lo stoico, che diventa modesto nella vita, si ritira da ciò che non è immediatamente necessario alla vita, si rassegna, nel corso della seconda vita spirituale rinuncia alla vista nella vita terrena. E in questo diventa vero. Ed è lui che mette in scena in modo grandioso la cecità della concezione del mondo moderna.
Qualunque sia la posizione che si assuma nei confronti della concezione del mondo di Dühring, il tragico e sconvolgente è che Dühring nella sua personalità è la verità della concezione del mondo del XIX secolo, e questa verità Dühring esprime attraverso il suo essere umano. Questo stoico, che non voleva guardare il mondo, è diventato cieco; questo iconoclasta, che voleva distruggere le immagini, non può sopportare qualsiasi immagine, fa della storia della letteratura, fa della poesia ciò che è diventata nei suoi due libri sui grandi della letteratura, dove non solo Goethe e Schiller vengono esclusi, ma dove al massimo Bürger gioca ancora un certo ruolo.
Qui diventa vero ciò che altrimenti è falso. Perché altrimenti gli uomini affermano: il meccanicismo, il materialismo della seconda metà del XIX secolo, vede. No, questa è una menzogna, non vede, è cieco, e Dühring lo presenta nella sua verità.
Così una personalità rappresentativa, considerata correttamente nel suo contesto, rappresenta allo stesso tempo il karma storico mondiale, il karma che la civiltà stessa aveva nella sua concezione del mondo nella seconda metà del XIX secolo. Di queste cose continueremo a parlare la prossima volta.
Siamo nella discussione sul karma, i cammini del destino umano, e nell’ultima conferenza abbiamo considerato i nessi fatali che possono essere adatti a gettare un po’ di luce sul modo in cui il destino agisce attraverso le diverse vite terrene. Ho deciso, nonostante fosse necessaria una risoluzione difficile, di parlare di tali dettagli dei nessi karmici e vorrei continuare un po’ con tali considerazioni. Avrete notato come, nel trattare i nessi karmici, sia stato necessario discutere alcuni dettagli della vita e dell’essenza dell’uomo che altrimenti forse sarebbero passati inosservati. Vi ho mostrato un dettaglio di questo genere nel passaggio dalle peculiarità fisiche di un’incarnazione a un certo stato animico dell’incarnazione successiva in Dühring. È proprio così che quando ci si avvicina ai mondi spirituali per l’essere umano, da un lato tutto ciò che è spirituale perde la sua astrattezza, diventa potente, diventa impulsivo, efficace; al contrario, il fisico, ciò che si esprime nell’uomo anche fisicamente, perde la sua, si può dire, materialità, acquista un significato spirituale, ottiene un certo posto nel nesso complessivo della vita umana.
Come agisce in realtà il destino? Il destino agisce in modo tale da influire sull’intera unità dell’uomo. Ciò che l’uomo cerca nella vita spinto da un impulso karmico, ciò che poi si configura come destino, dipende dal fatto che le forze del destino, che passano di vita in vita, determinano la composizione del sangue nella sua finezza e fanno sì che essa regoli l’attività nervosa interna, ma stimolano anche la ricettività animico-istintiva per questo o quello. E non è facile entrare facilmente nell’intimo dei nessi fatali e karmici se non si ha interesse – naturalmente sempre dal punto di vista animico – per le singole manifestazioni di vita di un essere umano. In verità, per la considerazione karmica è altrettanto importante interessarsi a un movimento della mano quanto a un geniale talento spirituale. È altrettanto importante poter osservare – naturalmente anche dal punto di vista spirituale, attraverso il corpo astrale e l’Io – come una persona si siede, come ad esempio adempie ai propri doveri morali. È altrettanto importante se una persona aggrotta spesso la fronte o se lo fa solo leggermente, quanto lo è se è devota o empia. Molte cose che nella vita ordinaria sembrano insignificanti diventano estremamente importanti quando si comincia a considerare il destino che si snoda da una vita terrena all’altra, e molte cose che sembrano particolarmente importanti in questo o quell’uomo assumono un significato minore.
Ora, nella vita umana in generale non è così facile, per esempio, prestare attenzione alle peculiarità fisiche. Esse ci sono, e bisogna abituarsi a notarle, naturalmente senza ferire i propri simili, perché è offensivo guardare i propri simili proprio da questo punto di vista. Questo non dovrebbe mai essere il caso, ma tutto ciò che viene fatto in questa direzione dovrebbe avvenire in modo del tutto naturale. Ma se si è allenata l’attenzione, allora anche nella vita umana in generale emergono per ogni persona peculiarità particolari che appartengono alle piccole cose e che sono di importanza fondamentale per la considerazione karmica nel senso più eminente. Ma si possono osservare gli uomini in modo davvero incisivo in relazione ai loro nessi karmici solo se si possono indicare peculiarità significative.
Decenni fa, una personalità straordinariamente interessante per me, sia per quanto riguarda la vita spirituale interiore che per la vita esteriore, era il filosofo Eduard von Hartmann. Ho nutrito un profondo interesse proprio per questo filosofo. Ma se ora considero la sua vita in modo tale che questa considerazione conduca a una considerazione karmica, devo rappresentarmi ciò che è prezioso in essa più o meno nel modo seguente. Devo dire a me stesso che Eduard von Hartmann, il filosofo dell’inconscio, ha agito in filosofia in modo inizialmente esplosivo. È proprio così: un’azione così esplosiva nel campo spirituale è stata accolta dagli uomini del XIX secolo – perdonatemi se critico, ma non è mia intenzione essere severo – con grande flemma. Gli uomini del XIX secolo, e naturalmente anche dell’inizio del XX secolo, non riescono a uscire dal loro flemma rispetto a ciò che in realtà muove il mondo interiormente. L’entusiasmo è davvero difficile da trovare in modo profondo in questa nostra epoca spiritualmente così flemmatica.
Ad esempio, in un’altra serie di conferenze ho dovuto descrivere un fatto storico di questo periodo: lo scontro tra il mondo romano e il mondo germanico settentrionale al tempo delle migrazioni dei popoli, quando il cristianesimo si diffuse verso nord dalle regioni meridionali, greco-latine. Basta avere davanti agli occhi questi antenati fisici del mondo mitteleuropeo e del mondo sud-europeo per avere un’idea di quanta impulsività umana ci fosse un tempo nel mondo. Era già così che la convivenza con le forze spirituali della natura era molto vivace tra le diverse tribù germaniche che i Romani incontrarono nei primi secoli dell’era cristiana. Questi popoli avevano un atteggiamento completamente diverso nei confronti dello spirituale. Erano in gran parte ancora caratterizzati da un’istintiva inclinazione verso lo spirituale.
E mentre oggi parliamo per lo più con flemmatismo, in modo che una parola segue l’altra come se non fosse nulla, quando parliamo, queste persone riversavano nel linguaggio ciò che avevano vissuto. Per queste persone il soffio del vento era il gesto fisico di un’espressione spirituale, animica, come quando l’uomo muoveva il braccio. Si percepiva questo soffio del vento, il tremolio della luce nel vento che soffiava come espressione di Wodan. E quando si traducevano questi fatti in linguaggio, quando si inserivano queste cose nel linguaggio, si inseriva nel linguaggio il carattere di ciò che si viveva. Se volessimo esprimerlo nella tavola H in lingua moderna: Wodan soffia nel vento – analogamente a quanto si diceva nell’antica lingua, il soffio si riversa anche attraverso il linguaggio – prendete questa esperienza che trema e si agita nel linguaggio.
Quando poi l’uomo alza lo sguardo, percepisce il tuono che rimbomba dalle nuvole e dietro questo gesto, dietro questo gesto naturale del tuono, vede la corrispondente essenza spirituale ed esprime il tutto: tuono o Donar rimbomba nel tuono – nella lingua moderna si riversa ciò che in modo simile risuonava nella lingua antica. E poi, così come questi uomini sentivano lo spirituale negli effetti della natura e lo esprimevano nella loro lingua, così esprimevano, quando andavano in battaglia, la divinità che li aiutava, che viveva nelle loro membra, che viveva in tutto il loro comportamento.
E lì avevano il loro scudo, il loro potente scudo, e lì si lanciavano, si potrebbe dire, con le parole, tenendo lo scudo davanti a sé. E il fatto stesso che essi, fosse esso uno spirito buono o demoniaco, si scagliassero nella lingua, che a sua volta si smorzava e si elevava in un potente impatto e diventava violenta, esprimeva anche ciò che essi volevano, nella loro impetuosità: Ziu costringe alla discordia! Detto dietro lo scudo, con tutta la furia e la voglia di combattere, era una tempesta. Immaginatevelo detto da migliaia di gole contemporaneamente rivolte agli scudi.
Nei primi secoli, quando il sud si incontrava con l’Europa centrale, non era tanto ciò che agiva esteriormente nella battaglia ad essere efficace, quanto piuttosto quel potente fragore che si scagliava contro i Romani. Già nei primi tempi era così che un terrore irrimediabile si impadroniva dei popoli che arrivavano dal sud. Le ginocchia tremavano davanti al «Ziu zwingt Zwist» che mille gole urlavano dietro gli scudi.
E così si deve dire: certo, questi uomini sono tornati, ma sono diventati flemmatici. Molti di quelli che allora ruggivano oggi sono diventati flemmatici, flemmatici al massimo grado, hanno assunto l’atteggiamento interiore dell’anima del XIX e XX secolo. Ma se si alzassero in piedi i tipi che allora gridavano con lo stato d’animo di allora, metterebbero il berretto a punta alla loro incarnazione odierna e direbbero: ciò che c’è di flemmatico nell’uomo, che non si può scuotere, va sotto il berretto a punta, sotto il berretto da dormire, va a letto, non sulla scena dell’azione umana.
Lo dico solo per indicare quanto fosse scarsa la disponibilità a comprendere qualcosa di così esplosivo come quello che Eduard von Hartmann ha presentato nella sua Filosofìa dell’inconscio. In primo luogo, egli ha naturalmente affermato che tutto ciò che è cosciente nell’uomo, il pensiero cosciente, ha un significato minimo rispetto a ciò che governa e tesse inconsciamente nell’uomo e governa e tesse inconsciamente nella natura, ciò che non può essere elevato dalla coscienza, non penetra mai nella coscienza. Eduard von Hartmann non sapeva nulla di un’immaginazione chiaroveggente, dell’intuizione; non sapeva che l’inconscio può penetrare nella conoscenza umana. Ha quindi sottolineato come l’essenziale rimanga nell’inconscio. Ma proprio da questi presupposti egli giungeva alla convinzione che il mondo in cui viviamo è il peggiore che si possa immaginare. E ha spinto il pessimismo oltre Schopenhauer, giungendo alla conclusione che il culmine dello sviluppo culturale dovrebbe consistere nel distruggere un giorno l’intera evoluzione terrestre, il più rapidamente possibile.
Diceva solo che non voleva insistere affinché ciò avvenisse già domani, perché non ci sarebbe stato abbastanza tempo per mettere in atto tutto ciò che è necessario per distruggere davvero la Terra al punto che non ci fosse più alcuna civiltà umana, che non ha alcun valore sulla Terra. E sognava – questo è scritto nella Filosofìa dell’inconscio – che gli uomini sarebbero arrivati a inventare una grande macchina che potesse essere collocata abbastanza in profondità nella Terra da suscitare una potente esplosione che avrebbe fatto esplodere l’intera Terra, frammentandola nello spazio cosmico.
Certamente, c’erano alcune persone entusiaste di questa filosofìa dell’inconscio. Ma quando parlano di cose del genere, non si vede che ne siano afferrati con tutto il loro essere. Una cosa del genere può essere detta. È qualcosa di potente, se può essere detta. Le persone lo dicono come se dicessero «ad notam», ed è proprio questo che è terribile. Ma questo è proprio ciò che è accaduto: c’era un filosofo del genere.
E poi questo filosofo ha osservato le cose della moralità umana sulla Terra. E quest’opera sulla fenomenologia della coscienza morale è stata proprio ciò che mi ha interessato più profondamente. Ha poi scritto anche un’opera sulla coscienza religiosa, ha scritto un’estetica, ha scritto molto. E tutto questo era inizialmente qualcosa di straordinariamente interessante, proprio perché non si poteva seguire.
Ora, naturalmente, si può avere il desiderio di sapere come si pone il nesso fatale in un uomo simile. Allora si è forse tentati, in un primo momento, di addentrarsi nella sua filosofìa. Si cercherà di indovinare qualcosa dalle sue idee filosofiche in relazione alla sua vita terrena precedente. Ma non si troverà nulla. Tuttavia, proprio una personalità del genere mi interessava, mi interessava al massimo grado.
E vedete, quando si ha, per così dire, l’occultismo nel sangue, allora sorgono gli stimoli a guardare nella direzione giusta. E c’è un fatto: Eduard von Hartmann era inizialmente un soldato, un ufficiale. Nell’elenco telefonico Kürschner, accanto al titolo di dottore in filosofia e così via, fino alla sua morte compariva sempre anche la qualifica di sottotenente. Eduard von Hartmann era inizialmente un ufficiale prussiano e si dice che fosse un ottimo ufficiale.
Vedete, da un giorno all’altro questo mi è sembrato molto più essenziale, in relazione alle connessioni del destino umano, che i dettagli della sua filosofìa. I dettagli della sua filosofìa, beh, lì si tende ad accettare questo o quello, a confutare questo o quello. Ma non è niente di così significativo; chiunque abbia studiato un po’ di filosofìa può farlo. Non ne viene fuori niente di così speciale. Ma chiedersi: come mai c’era un ufficiale prussiano, che era un buon ufficiale, che durante il suo periodo di servizio militare si è interessato poco, davvero poco, alla filosofia, ma piuttosto agli esercizi con la sciabola, come mai proprio lui è diventato un filosofo rappresentativo della sua epoca? E come è diventato tale?
Sì, vedete, miei cari amici, lo è diventato perché a causa di una malattia, di un problema alle ginocchia, è stato costretto ad andare in pensione e ha trascorso tutta la sua vita successiva a soffrire per questo problema. A volte non poteva camminare, era costretto a tenere le gambe distese, a camminare poco, a stare seduto, seduto su un divano. E così, dopo aver accolto in sé la cultura contemporanea, scrisse un’opera filosofica dopo l’altra. La filosofìa di Hartmann è tutta una biblioteca. Scrisse molto.
Ma osservando la sua personalità, un giorno mi colpì l’importanza particolare del mal di ginocchio, dell’insorgenza del mal di ginocchio. Mi interessava molto di più il fatto che quell’uomo avesse sviluppato un problema alle ginocchia a una certa età, piuttosto che il suo realismo trascendentale o che dicesse: prima c’era la religione del padre, poi quella del figlio e in futuro ci sarà la religione dello spirito. Sono cose spiritose, ma più o meno si potevano trovare per strada nel XIX secolo, secolo spiritoso. Ma il fatto che uno diventi filosofo perché ha un problema al ginocchio quando è tenente è un fatto molto significativo. E finché non si riesce a risalire a cose del genere, finché ci si lascia abbagliare da ciò che sembra più evidente, non si arriva ai nessi karmici.
E quando sono riuscito a mettere in relazione in modo corretto l’intera personalità con la frattura al ginocchio, mi si è aperto lo sguardo su ciò che in questa personalità era effettivamente apparso come destino. Allora ho potuto risalire indietro. Non dalla testa di Eduard von Hartmann, ma dal suo ginocchio ho trovato la strada per le sue precedenti incarnazioni. In altre persone si parte dal naso e così via. Di solito non è ciò che si considera più importante per la vita terrena tra la nascita e la morte.
Ma qual è questo nesso? Vedete, l’uomo, così come si presenta nella vita terrena, è in realtà già, come essere fisico – ho ripetutamente richiamato l’attenzione su questo – un essere tripartito. Ha la sua organizzazione nervosa-sensoriale, che è concentrata principalmente nella testa, nel capo, ma che si estende a tutto l’uomo. Ha la sua organizzazione ritmica, che emerge in modo particolarmente evidente come ritmo della respirazione, come circolazione del sangue, ma che a sua volta si estende a tutto l’uomo e si esprime in tutto. E ha la sua organizzazione motoria degli arti, legata al ricambio, che è collegata al consumo del ricambio, alla sostituzione delle sostanze e così via. L’uomo è un essere tripartito.
E poi, con riferimento all’intero contesto della vita, ci si rende conto che, attraversando nascite e morti, ciò che si considera più importante nella vita terrena, cioè la testa, assume un significato relativamente scarso subito dopo la morte. La testa, che nel fisico è la parte più umana dell’uomo, esaurisce anche nel fisico la sua essenza in modo molto forte; mentre per il resto dell’organizzazione dell’uomo, che è inferiore nel fisico, proprio nel spirituale c’è il superiore. Nella testa l’uomo è più uomo fisico e meno uomo spirituale. Al contrario, negli altri membri della sua organizzazione, nell’organizzazione ritmica e nell’organizzazione degli arti, è più spirituale. L’uomo è più spirituale nella motricità, nell’attività dei suoi arti.
Ora, ciò che nell’uomo è facoltà intellettuale, si perde relativamente presto dopo la morte. Al contrario, ciò che nell’inconscio appartiene alle organizzazioni inferiori sotto forma spirituale-animica, diventa particolarmente importante tra la morte e una nuova nascita. Ma mentre in generale è così che da una vita terrena alla vita terrena successiva l’organizzazione che si trova al di fuori della testa, nella sua forma e nel suo contenuto spirituale, diventa proprio la testa della prossima incarnazione, ciò che è volontario nella testa dell’uomo agisce nella prossima incarnazione soprattutto nei membri. Chi in un’incarnazione è pigro nel pensiero, nella prossima incarnazione non diventerà certamente un corridore veloce, ma la pigrizia del pensiero si trasferirà nella lentezza dei membri, così come viceversa la lentezza dei membri dell’incarnazione attuale si esprime nel pensiero pigro e lento della prossima incarnazione.
Esiste quindi una metamorfosi, un’interazione delle tre diverse strutture dell’entità umana da una vita terrena all’altra, da un’incarnazione all’altra.
Quello che vi dico non è una teoria, ma è basato sui fatti della vita. Vedete, una volta, direi, c’era questo intento di Eduard von Hartmann di concentrarsi in particolare sul dolore al ginocchio, e io fui indirizzato alla sua incarnazione precedente, in cui in un determinato momento della sua vita aveva subito una sorta di insolazione. Questa insolazione fu inizialmente la causa fatale che nella vita terrena successiva si manifestò metamorfosandosi nella fragilità del ginocchio; era quindi una frattura alla testa. Un giorno non riuscì più a pensare; ebbe una sorta di paralisi cerebrale. Nella successiva incarnazione ciò si manifestò con la paralisi di uno dei membri.
E questo destino di arrivare a una paralisi cerebrale era dovuto al seguente fatto: questa individualità era infatti una di quelle che avevano partecipato alle crociate in Oriente e in Asia contro i turchi e contro gli asiatici, ma allo stesso tempo imparò ad ammirare enormemente gli asiatici. Dopo che questa individualità aveva accolto con ammirazione tutto ciò che i crociati avevano incontrato nell’Oriente in termini di grande spiritualità, dopo che questa individualità aveva accolto tutto ciò, si rese conto dell’esistenza di un uomo con il quale sentiva istintivamente di aver avuto a che fare in una vita precedente. E ciò che ora doveva essere regolato tra questa incarnazione e quella precedente era la questione morale.
Il passaggio dell’insolazione al mal di ginocchio tra le due incarnazioni sembra inizialmente essere qualcosa di puramente fisico; ma quando si tratta di destino, porta sempre la questione a qualcosa di morale, in questo caso al fatto che da un’incarnazione ancora precedente questa individualità portava in sé l’impulso di una lotta forte e furiosa contro un uomo che incontrava. E sotto il sole cocente fu accolta la persecuzione di questo avversario. Era ingiusta. Ricadde sull’individualità che perseguitava, paralizzando il cervello con la luce cocente del sole.
E ciò che doveva accadere in questa lotta, miei cari amici, derivava dal fatto che in una precedente incarnazione questa individualità era particolarmente intelligente, intelligente al massimo grado. Ora si aveva uno sguardo su un’incarnazione ancora più precedente, in cui era presente una particolare intelligenza. E il nemico che questa individualità aveva incontrato durante le crociate, questo nemico era stato messo alle strette in una precedente incarnazione da questa individualità intelligente, era stato danneggiato. In questo modo si era creato il nesso morale, si era creato l’impulso alla lotta e così via. Si tornava quindi alla morale, in quanto le forze che si erano formate risalivano proprio all’incarnazione precedente.
Si trovano così tre incarnazioni successive di un’individualità: una personalità straordinariamente intelligente e saggia in tempi molto antichi – questa è una incarnazione. A seguire un crociato che, in un determinato momento, a causa di ciò che la sua intelligenza aveva commesso, subisce una paralisi cerebrale che cancella la sua intelligenza, ma che prima di allora aveva accolto con immensa ammirazione la civiltà orientale. Terza incarnazione: un ufficiale prussiano che deve congedarsi a causa di un problema al ginocchio, non sa cosa fare, si dedica alla filosofia e scrive la più impressionante filosofìa dell’inconscio, frutto della civiltà della seconda metà del XIX secolo.
Ora, se si ha un nesso del genere, improvvisamente diventano chiare cose che prima erano completamente oscure. Perché, vedete, quando leggevo Hartmann, senza conoscere questi nessi da giovane, avevo sempre la sensazione: sì, c’è qualcosa di intelligente qui. Ma quando leggevo una pagina: sì, c’è qualcosa di terribilmente intelligente, ma l’intelligenza non è in questa pagina. Volevo sempre voltare pagina e guardare sul retro per vedere se lì c’era la cosa intelligente. Non era la cosa intelligente di oggi, era la cosa intelligente di ieri o di ieri l’altro.
Solo quando ho capito che questa intelligenza, questa particolare saggezza, risaliva a due incarnazioni precedenti e continuava ad avere effetto, mi si è accesa una lampadina. Solo allora tutta questa letteratura, la letteratura di Hartmann, che riempie una biblioteca, ha assunto un significato completamente nuovo, sapendo che l’effetto di una saggezza proveniente da un’incarnazione molto precedente continuava ad avere effetto.
E quando si conosceva Hartmann personalmente, parlando con lui, si aveva davvero la sensazione che dietro ci fosse qualcuno che non parlava ancora, ma che poi c’era un terzo che forniva effettivamente le ispirazioni. Perché a volte era disperante ascoltarlo: un ufficiale che parlava di filosofìa, senza entusiasmo, indifferente, con una certa rudezza, delle verità più alte. Solo allora si poteva capire come stavano realmente le cose, sapendo che dietro c’era la saggezza di due incarnazioni precedenti.
Certo, può sembrare irriverente raccontare cose del genere, ma non è mia intenzione essere irriverente; sono piuttosto convinto che per ogni essere umano possa essere molto prezioso avere dei nessi del genere nella propria vita, anche nel caso in cui qualcuno debba dire: nella mia terzultima incarnazione ero in realtà un tipo davvero pessimo. In questa incarnazione ero in realtà un tipo davvero pessimo! Può essere estremamente utile per la vita poter dire: ero un tipo davvero pessimo. Una volta, in qualsiasi incarnazione, anzi, non solo in qualsiasi incarnazione, si è stati davvero, in ogni circostanza, un tipo davvero pessimo! In queste cose, vedete, sono sempre escluse, come del resto nella società, le incarnazioni presenti, le incarnazioni attuali.
Ora, mi interessava molto anche il nesso fatale di Friedrich Nietzsche, perché la mia vita mi ha davvero avvicinato a questa personalità. Ho esaminato il problema Nietzsche da tutti i punti di vista; ho scritto e parlato molto di Nietzsche e ho esaminato questo Friedrich Nietzsche da tutti i punti di vista.
È stato un destino strano. L’ho visto solo una volta nella mia vita, negli anni Novanta a Naumburg, quando era già gravemente malato di mente. Nel pomeriggio, verso le tre e mezza, la sorella mi condusse nella sua stanza. Giaceva sul letto di riposo, con un occhio che non riusciva a percepire che qualcuno era davanti a lui, indifferente; con quella fronte strana, artisticamente così bella, che colpiva particolarmente.
Nonostante l’occhio fosse indifferente, si aveva comunque la sensazione di non avere davanti un pazzo, ma un uomo che aveva lavorato intensamente con la mente per tutta la mattina, aveva pranzato e ora si era sdraiato per riposarsi, per riflettere, riflettere quasi sognando su ciò che era stato elaborato nella sua anima durante la mattinata. Dal punto di vista spirituale, c’erano in realtà un corpo fisico e un corpo eterico, in particolare nelle parti superiori dell’uomo, perché l’animico-spirituale era già uscito, era rimasto attaccato al corpo solo come un filo spesso.
In fondo era già avvenuta una sorta di morte, ma una morte che non poteva compiersi completamente perché l’organizzazione fisica era così sana che il corpo astrale e l’io che volevano fuggire erano ancora trattenuti dall’enorme ricambio e dall’organizzazione ritmica di un sistema nervoso-sensoriale completamente distrutto, che non era più in grado di trattenere il corpo astrale e l’io. Così si aveva la meravigliosa impressione che il vero Nietzsche fluttuasse sopra il suo capo. Egli era lì. E laggiù c’era già qualcosa che dall’anima avrebbe potuto essere un cadavere e che non era cadavere solo perché si aggrappava ancora con tutte le sue forze all’anima, ma solo per le parti inferiori dell’uomo grazie all’organizzazione metabolica e ritmica straordinariamente sana.
Quando si vede una cosa del genere, è inevitabile che l’attenzione sia attirata dai nessi fatali nel senso più profondo. In questo caso, però, i nessi fatali venivano illuminati, direi, da una luce diversa. Non era possibile partire da qualsiasi singolo membro sofferente o simili, ma si veniva ricondotti all’intera individualità spirituale di Friedrich Nietzsche.
Nella vita di Nietzsche si possono distinguere tre periodi nettamente separati. Il primo periodo inizia quando, ancora giovanissimo, scrive La nascita della tragedia dallo spirito della musica, entusiasta dell’ascesa della musica dal mistero greco, che a sua volta deriva dalla musica. Poi, dallo stesso stato d’animo, seguono i quattro scritti: David Friedrich Strauss, il confessore e lo scrittore, Schopenhauer come educatore, L’utilità e lo svantaggio della storia per la vita, Richard Wagner a Bayreuth. È il 1876 – nel 1871 è stato scritto La nascita della tragedia dallo spirito della musica –: Richard Wagner a Bayreuth, un inno entusiastico a Richard Wagner, forse il miglior scritto mai scritto da un seguace di Richard Wagner.
Inizia una seconda epoca per Nietzsche. Scrive i suoi libri Umano, troppo umano in due volumi, Aurora e La gaia scienza. Nietzsche, che nei primi scritti fino al 1876 era idealista nel senso più alto del termine, voleva elevare tutto all’ideale, in questa seconda epoca della sua vita dice addio a ogni idealismo. Si prende gioco degli ideali. Si rende conto che se gli uomini si prefiggono degli ideali è perché sono deboli nella vita. Se uno non sa fare nulla nella vita, dice, la vita non vale nulla, bisogna inseguire un ideale. E così Nietzsche prende di mira i singoli ideali, li mette, come dice lui, sul ghiaccio, interpretando ciò che è divino nella natura come qualcosa di troppo umano, addirittura meschino. Qui Nietzsche è voltairiano, ha anche dedicato un’opera a Voltaire. Qui Nietzsche è completamente razionalista, intellettualistico. E questo dura fino al 1882/1883 circa.
Poi inizia l’ultima epoca della sua vita, in cui sviluppa idee come quella del ritorno del medesimo, in cui sviluppa Zaratustra come ideale dell’uomo. Scrive allora il suo Così parlò Zaratustra in stile inno. Riprende i suoi appunti su Wagner. È davvero qualcosa di molto strano. Una volta compreso il modo di lavorare di Nietzsche, esso appare in modo molto singolare. Leggete oggi il testo Richard Wagner a Bayreuth: è un inno entusiastico, magnifico, geniale ed entusiasmante per Richard Wagner. Nell’ultima epoca appare il libro Il caso Wagner: tutto ciò che si può dire contro Wagner è contenuto in questo scritto.
Se si vuole essere banali, si dice che Nietzsche ha cambiato idea, ha cambiato opinione. Chi ha conosciuto il contenuto dei manoscritti di Nietzsche non la pensa così. Perché se Nietzsche ha scritto alcune pagine del suo libro Richard Wagner a Bayreuth come un inno entusiastico a Wagner, ha scritto subito anche tutto ciò che aveva contro di lui, contro ciò che lui stesso aveva detto. Poi ha scritto di nuovo un inno entusiastico e poi di nuovo ciò che aveva contro. In realtà, l’intero caso Wagner era già stato scritto nel 1876. Lo ha solo messo da parte, lo ha eliminato e ha pubblicato solo ciò che era il suo inno entusiastico. Ha semplicemente ripreso i suoi vecchi appunti e li ha intervallati con alcune frasi taglienti.
Ma in quest’ultimo periodo della sua vita aveva proprio la tendenza a scagliarsi contro ciò contro cui nella prima fase della sua vita aveva smesso di scagliarsi. Probabilmente, se i manoscritti che aveva messo da parte perché non ritenuti adeguati al testo Richard Wagner a Bayreuth fossero andati distrutti in un incendio, non ci sarebbe stato Il caso Wagner.
Vedete, se si seguono queste tre epoche, si nota che sono tutte permeate da un carattere unitario. E anche l’ultimo scritto, almeno l’ultimo scritto pubblicato, Il crepuscolo degli idoli, ovvero Come si filosofìa con un martello, dove tutto, direi, viene mostrato dal suo altro lato, anche quest’ultimo scritto porta in sé qualcosa del carattere fondamentale dell’intera spiritualità nietzscheana. Solo che Nietzsche, dove lo scrive davvero, nella sua vecchiaia, diventa immaginativo, vivido. Ad esempio, vuole caratterizzare Michelet, lo scrittore francese Michelet. La caratteristica che ne dà è azzeccata: l’entusiasmo che si toglie la giacca mentre è entusiasta. Da un certo punto di vista, coglie perfettamente Michelet. Cose simili si trovano in Il crepuscolo degli idoli, in modo vivido.
Ora, una volta che si ha questa immagine terribilmente sconvolgente dell’individualità di Nietzsche che aleggia sopra la corporeità, si è spinti a dire degli scritti: sì, in realtà danno l’impressione che Nietzsche non fosse mai stato completamente presente con la sua corporeità umana quando ha scritto le sue frasi, come se fosse sempre stato – non scriveva seduto, ma camminando, in particolare durante le sue escursioni a piedi – fuori dal suo corpo. Avrete questa impressione più forte in alcune parti della quarta parte di Così parlò Zaratustra, dove avrete direttamente la sensazione che non si scrive così quando il corpo è regolato, ma solo quando il corpo non è più regolato, quando si è con l’animico al di fuori del corpo.
Si ha la sensazione che nella produzione spirituale Nietzsche lasci sempre indietro il suo corpo. E questo era anche nelle sue abitudini di vita. In particolare, gli piaceva assumere il cloralio per entrare in un certo stato d’animo, uno stato d’animo indipendente dal fisico. Certamente, questa nostalgia di diventare indipendente dal fisico nello stato d’animo era causata dal fatto che il fisico era spesso malato, che ad esempio soffriva di un mal di testa molto prolungato e cose simili.
Ma tutto ciò dà un’immagine uniforme di Nietzsche nella sua incarnazione alla fine del XIX secolo, che poi lo portò alla follia, tanto che alla fine non sapeva più chi fosse. Ci sono infatti lettere a Georg Brandes in cui Nietzsche firma o «Il Crocifisso» – cioè, egli si considera il crocifisso – oppure guarda se stesso come un uomo oggettivamente esterno a lui, trova un dio che passeggia sul Po e firma «Dioniso». Questa separazione dal corpo, quando si produce spiritualmente, si rivela poi come qualcosa di particolarmente caratteristico di questa personalità, di questa incarnazione di questa individualità.
E se ci si compenetra con questo immaginativo-interiore, allora si viene ricondotti ad un’incarnazione non molto lontana nel tempo. È proprio la peculiarità di molte personalità di questo tipo, che appaiono particolarmente rappresentative, che le loro incarnazioni non risalgono di solito a molto tempo fa, ma relativamente poco tempo fa, proprio in tempi recenti. Ed ecco che si arriva all’esistenza di Nietzsche, dove questa individualità era un francescano, un francescano ascetico che praticava intensamente l’autoflagellazione del corpo.
Ora si ha l’enigma. Lo sguardo cade su un uomo nel caratteristico abito francescano, che giace per ore davanti all’altare, pregando fino a ferirsi le ginocchia scivolando su di esse, implorando misericordia, mortificandosi terribilmente. Attraverso il dolore, in particolare quello autoinflitto, si entra in forte contatto con il proprio corpo fisico. Si diventa particolarmente consapevoli del corpo fisico quando si soffre, perché il corpo astrale, dopo il corpo dolorante, lo desidera particolarmente, vuole compenetrarlo.
Questo dare così tanto alla preparazione del corpo alla salvezza in una incarnazione ha fatto sì che l’anima non volesse più essere nel corpo nella prossima incarnazione.
Vedete, in casi caratteristici esistono nessi fatali. Si può anche dire che essi si verificano in realtà in modo diverso da come si crede comunemente. Non si può speculare sulle vite terrene successive. Di solito si finisce per trovare qualcosa di sbagliato. Ma quando si arriva alla verità, essa illumina la vita nel senso più eminente del termine.
E proprio perché una considerazione oggettiva in questo ambito può stimolare a vedere il karma nella giusta luce, non ho esitato, nonostante i suoi aspetti discutibili, a sviluppare davanti a voi singoli nessi karmici concreti, che credo possano gettare una luce forte proprio sull’essenza del karma umano, del destino umano. Bene, domani continueremo.
Nell’osservare i nessi karmici, ultimamente ho seguito la regola di partire da determinate personalità che potete incontrare in tempi recenti, per poi cercare di risalire alle vite terrene precedenti. Oggi, per integrare gli esempi concreti dei nessi karmici, vorrei partire invece da determinate personalità storiche del passato e poi risalire da queste personalità storiche del passato fino al tempo successivo, sia nel tempo successivo della storia che nella vita fino al presente. Vorrei quindi fornire una rappresentazione storica di determinati nessi, permeata da considerazioni karmiche.
Se si segue lo sviluppo del cristianesimo dalla sua fondazione sulla terra fino all’Europa, se si seguono i diversi percorsi che hanno avuto gli impulsi cristiani, ci si imbatte in un’altra corrente spirituale religiosa che, anche se oggi è meno evidente, ha esercitato un’influenza straordinariamente profonda, vorrei dire, proprio sotto la superficie degli eventi storici esteriori, sulla civiltà europea. È ciò che è noto con il nome di maomettanesimo, la religione maomettana sorta poco più di mezzo millennio dopo la fondazione del cristianesimo, con tutto ciò che è connesso alla vita che si è collegata alla nascita di questa religione maomettana.
Vediamo innanzitutto come Maometto fonda una sorta di monoteismo, una sorta di religione che, come l’ebraismo, guarda in modo rigoroso a una divinità unica che abbraccia il mondo. C’è un Dio unico che anche Maometto vuole annunciare. È qualcosa che parte dall’Arabia come un potente impulso e si diffonde in modo ampio e penetrante in Asia, attraverso l’Africa fino all’Europa attraverso la Spagna.
Chi oggi osserva la civiltà attuale giudicherà molte cose di questa civiltà in modo errato, se non tiene conto di come, proprio attraverso la deviazione causata dalle conquiste arabe, tutto ciò che alla fine ha trovato la sua forza d’urto attraverso l’azione di Maometto abbia influito sulla civiltà europea, senza che la forma del sentire religioso con cui la cosa era connessa abbia fatto il suo ingresso in Europa.
Se si guarda alla forma religiosa in cui il maomettanesimo si è manifestato nella sua forma araba, si ha innanzitutto il monoteismo rigido, la divinità unica onnipotente, che racchiude in sé un elemento fatalistico per la vita religiosa. Il destino degli uomini è determinato a priori. L’uomo deve sottomettersi a questo destino, o almeno sapere di esservi sottomesso. Questa è la forma religiosa.
Ma questo arabismo – chiamiamolo così – ha prodotto anche qualcosa di completamente diverso. È curioso che da un lato questo arabismo si diffonda in modo bellicoso, che i popoli siano turbati da ciò che proviene dall’arabismo bellicoso. D’altra parte, però, è altrettanto curioso notare come quasi tutto il primo millennio dalla fondazione dell’Islam sia stato caratterizzato dall’arabismo come vettore di civiltà.
Se guardiamo, ad esempio, al periodo in cui, entro i confini dell’Europa, Carlo Magno esercitò, diciamo così, il suo massimo influsso, troviamo dall’altra parte dell’Asia, nella residenza di Bagdad, una civiltà meravigliosa, una vita spirituale davvero grandiosa. Si direbbe che mentre Carlo Magno, proveniente da ambienti primitivi – egli stesso impara a malapena a scrivere – cerca di diffondere una certa istruzione molto elementare, vediamo una cultura spirituale elevata dall’altra parte dell’Asia, a Bagdad.
Vediamo persino come un enorme rispetto per questa cultura spirituale si estenda fino all’ambiente circostante Carlo Magno. Vediamo in quel periodo – è il periodo in cui il regno di Carlo Magno è calcolato dal 768 all’814 – nel periodo dal 786 all’809 a Bagdad, alla guida di una grande civiltà, Harun al Raschid. Vediamo Harun al Raschid, l’uomo intensamente lodato dai poeti, che era il centro di un ampio circolo di scienziati e artisti, che era lui stesso un uomo di grande cultura, che non aveva al suo seguito solo persone primitive come Einhard, che era vicino a Carlo Magno, ma che riuniva attorno a sé personalità di spicco nel campo delle scienze e delle arti.
Vediamo Harun al Raschid in Asia, dove domina, non diciamo dominare, ma dare impulso a una grande civiltà. E vediamo come in questa cultura spirituale, di cui Harun al Raschid è l’anima, si sviluppi ciò che si è diffuso in Asia in una corrente continua fin dall’aristotelismo. La filosofìa aristotelica, la scienza naturale aristotelica, hanno trovato diffusione anche in Asia. Sono state elaborate con intuizione orientale, con immaginazione orientale, con visione orientale.
La troviamo efficace in tutto il Vicino Oriente fino quasi oltre il confine indiano, e la troviamo elaborata in modo tale che, ad esempio, alla corte di Harun al Raschid veniva coltivato un sistema medico molto esteso e diffuso. Vediamo in modo profondamente filosofico ciò che era stato fondato con una sorta di furore religioso da Maometto, lo vediamo emergere in modo magnifico, intenso e penetrante tra gli studiosi, i poeti, i naturalisti, i medici che vivevano alla corte di Harun al Raschid.
Lì si coltivava la matematica, si coltivava la geografia. Purtroppo nella storia europea questo viene sottolineato troppo poco e di solito ci si dimentica, al di là delle primitività, diciamo, della corte franca di Carlo Magno, di ciò che c’era laggiù in Asia.
E se consideriamo ciò che si è sviluppato in linea retta dal maomettanesimo, abbiamo davanti a noi un quadro curioso. Il maomettanesimo nasce alla Mecca e prosegue a Medina. Si diffonde nelle regioni di Damasco, Bagdad e così via fino a tutto il Vicino Oriente. Lo vediamo dominare nel modo che ho appena descritto. Abbiamo così, per così dire, una linea lungo la quale si diffonde il maomettanesimo, dall’Arabia verso nord, attraverso l’Asia Minore.
Gli arabi assediano continuamente Costantinopoli. Bussano alle porte dell’Europa. Vogliono, per così dire, spingere la loro forza d’urto dall’Europa orientale verso il centro dell’Europa. E dall’altra parte abbiamo l’arabismo che si diffonde attraverso il Nord Africa fino alla Spagna. Da lì, attraverso la Spagna, esso raggiunge in un certo senso l’Europa dall’altra parte.
Abbiamo effettivamente la curiosa situazione che, come in una tabella culturale, l’Europa deve essere abbracciata dall’arabismo. Da un lato abbiamo il cristianesimo che si diffonde da Roma, dal sud, nella forma romana, e dalla Grecia quello che poi, diciamo, si manifesta nella traduzione della Bibbia di Uliliano e così via; questo lo abbiamo al centro. E come in una biforcazione abbiamo il cristianesimo europeo che abbraccia il maomettanesimo.
E tutto ciò che viene raccontato nella storia dell’Europa dalle gesta di Carlo Magno per la promozione del cristianesimo può essere considerato solo nel senso che, mentre Carlo Magno fa molto per diffondere e promuovere il cristianesimo nel centro dell’Europa, contemporaneamente con lui in Asia esiste quell’enorme centro culturale di cui ho parlato: il centro culturale di Harun al Raschid.
Se si considera questa cosa dal punto di vista puramente storico-esteriore, cosa si presenta? Si presenta il fatto che vengono combattute guerre lungo la linea che si estende dal Nord Africa alla penisola iberica, che attraverso la Spagna arrivano i seguaci dell’arabismo, che vengono respinti dai rappresentanti del cristianesimo europeo, da Carlo Martello, da Carlo Magno stesso. Si apprende poi che, in un certo senso, riversandosi sulla grandezza del maomettanesimo, il turco accoglie la forma religiosa, ma cancella tutto ciò che esiste di alta cultura, come quella che Harun al Raschid ha impulsato.
Così si vede che, grazie alla resistenza opposta dalla popolazione guerriera europea cristiana, quelle correnti di cui abbiamo appena parlato vanno gradualmente scomparendo. E quando si arriva alla fine del primo millennio, rimane ancora il pericolo turco in Europa, ma in realtà non ha più molto a che vedere con ciò che intendiamo qui, perché da quel momento in poi non si parla più dell’espansione dell’arabismo.
Se si considera la storia puramente esteriore, si potrebbe giungere alla conclusione che gli europei hanno respinto l’arabismo. Ci sono state battaglie come quella di Tours e Poitiers e così via, gli arabi sono stati sconfitti dall’altra parte, dalla parte di Costantinopoli, e si potrebbe credere che con ciò l’arabismo sia effettivamente scomparso dalla storia mondiale.
Ma d’altra parte, se ci si addentra in ciò che regna nella civiltà scientifica europea e, sotto molti aspetti, anche in quella artistica, si incontra comunque l’arabismo, ma come se fosse sepolto, riversato segretamente nel cristianesimo.
Da dove viene questo? Vedete, miei cari amici, le cose avvengono diversamente nella vita spirituale rispetto a come si manifestano esteriormente negli eventi ordinari della storia mondiale. Sotto la superficie della vita storica ordinaria scorrono le grandi correnti in cui hanno agito le individualità degli uomini che erano presenti in un’epoca e che poi riappaiono continuamente, nascendo in una comunità linguistica completamente diversa, in correnti di pensiero completamente diverse, ma con gli stessi tipi fondamentali del loro agire.
Ciò che hanno sviluppato in modo grandioso in un’epoca precedente, perché esisteva la possibilità di movimento, devono porlo nel mondo in epoche successive con grandi ostacoli e impedimenti. Devono accontentarsi di molte cose che sembrano piccole rispetto a ciò che hanno realizzato in grande nelle epoche precedenti, ma è lo stesso fondamento dell’anima, secondo l’umore dell’anima fondamentale, ciò che le individualità umane portano con sé da un’epoca all’altra.
Solo che non sempre si riconosce ciò che viene portato con sé, perché si tende a immaginare troppo facilmente che una vita terrena successiva debba essere molto simile a una precedente. Ci sono persino persone che credono che un musicista debba rinascere musicista, un filosofo filosofo, un giardiniere giardiniere e così via. Ma non è così. Le forze che vengono trasferite da una vita terrena all’altra riposano negli strati più profondi della vita animica umana.
E se si considera questo, si giunge alla conclusione che l’arabismo non è ancora estinto. Qualche tempo fa ho potuto dimostrarvi qui, con l’esempio di Friedrich Theodor Vischer e di Schubert, come attraverso il trasferimento delle individualità ciò che è stato elaborato e realizzato in un’epoca precedente continui in una forma completamente diversa in un’epoca successiva.
Ebbene, l’arabismo non è affatto scomparso nella realtà, ma piuttosto molte individualità che erano radicate nell’arabismo vivono all’interno della civiltà europea, perché sono semplicemente nate tra gli europei, hanno vissuto addirittura come personalità di spicco, come è stato possibile in Europa in epoca successiva.
È più facile partire da un personaggio storico per ritrovarlo, piuttosto che seguire il percorso inverso che ho descritto nelle ultime conferenze, dove si risale dalle incarnazioni successive a quelle precedenti. Se si considera l’individualità di Harun al Raschid, se la si conosce interiormente, se la si conosce, come si dice, nella luce astrale, come era presente come individualità spirituale nel suo tempo, nel IX secolo, se si considera ciò che era ancora dietro le quinte della storia mondiale, ciò che si è sviluppato solo con quello splendore che ho descritto sulla superficie della storia, allora si seguono i tempi, il corso del tempo, e si trova un’individualità come quella che era in Harun al Raschid attraverso la morte, partecipando, guardando in un certo senso dal mondo spirituale ciò che accade sulla terra: l’estinzione esteriore dell’arabismo, partecipando fatalmente dall’altra parte a questa estinzione.
Si scopre come una tale individualità attraversi il mondo spirituale e riapparisse, forse non con lo stesso splendore, ma con uno stato d’animo che ha già una tipica somiglianza con quello che c’era prima.
E così vediamo Harun al Raschid risorgere nella storia della vita spirituale europea. E appare come una personalità di nuovo molto conosciuta, appare come Lord Bacone di Verulam. Ho trattato questo Lord Bacone nei nessi più diversi. Tutto ciò che in un certo senso era impulsività pratica in Harun al Raschid, che egli trasmetteva alle persone che lo circondavano, viene trasmesso in forma più astratta, perché siamo in un’epoca astratta, da Lord Bacone alle singole scienze.
Come Harun al Raschid è uno spirito universale per il fatto che ha riunito intorno a sé i singoli spiriti speciali, così Lord Bacone – con il suo ispiratore alle spalle, naturalmente, ma essendo egli stesso adatto ad essere ispirato in questo modo – è una personalità che può agire in modo universalistico.
E se con questa conoscenza di un nesso storico karmico si guarda ora nuovamente a Bacone e ai suoi scritti, allora si trova il motivo per cui questi in realtà suonano così poco cristiani e così fortemente arabi. Sì, solo così si scopre la giusta sfumatura araba in questi scritti di Lord Bacone.
E anche molte cose relative al carattere di Lord Bacone, che ha subito tante contestazioni, si possono spiegare se si vede in Lord Bacone il re Harun al Raschid reincarnato. È dalla pratica di vita, dalla pratica culturale che regnava alla corte di Harun al Raschid a Bagdad, davanti alla quale persino Carlo Magno si inchinò a ragione, che è diventato ciò che poi era però uno scienziato astratto in Lord Bacone.
Ma poi ci si è inchinati davanti a Bacone. E si direbbe che chi studia il gesto con cui la civiltà europea si è comportata nei confronti di Harun al Raschid nell’VIII e IX secolo, e poi studia il gesto con cui la scientificità europea si è comportata nei confronti di Lord Bacone, ha l’impressione che gli uomini abbiano semplicemente cambiato direzione. Durante il tempo di Harun al Raschid guardavano verso est, poi si sono voltati verso l’Europa centrale e hanno guardato verso ovest, verso Lord Bacone.
E così, di epoca in epoca, l’individualità umana porta con sé ciò che forse esteriormente, nella vita storica, è scomparso come l’arabismo. Ma esso vive, nel suo atteggiamento fondamentale continua a vivere. E così come la vita esteriore di un uomo è diversa da quella che lo ha preceduto, altrettanto diverso è ciò che si manifesta storicamente attraverso una tale personalità.
Se aprite i libri di storia, troverete che il 711 è un evento particolarmente importante nella lotta tra l’Europa e l’arabismo che si sta abbattendo sulla Spagna. Ṭāriq, comandante degli arabi, si pone dall’Africa. Arriva nel luogo che ha preso il nome da lui: Gebel al-Ṭāriq, poi chiamato Gibilterra. Nel 711 ha luogo la battaglia di Jerez de la Frontera, un’importante avanzata dell’arabismo all’inizio dell’VIII secolo contro la Spagna. Si svolgono battaglie vere e proprie, in cui la fortuna della guerra oscilla tra i popoli che sono arrivati attraverso la Spagna e gli antichi abitanti del luogo, e gli arabi che ora avanzano.
E già allora in Spagna viveva qualcosa di un rispetto straordinariamente forte per la cultura, diremmo oggi, degli arabi che avanzavano. Naturalmente in Europa non si voleva sottomettersi a loro; ma ciò che essi portavano con sé in termini di civiltà era già, in un certo senso, un riflesso di ciò che poi visse in un così alto splendore sotto Hārūn al-Rashīd. In un uomo come Ṭāriq abbiamo ancora lo stato d’animo che vuole estrinsecarsi nella tempesta della guerra, ciò che è insito nell’arabismo. Esteriormente si vede la tempesta della guerra. Ma solo su questa via della guerra si muovono alte correnti culturali, un alto contenuto culturale. Anche esteriormente, l’arte e la scienza fioriscono in Spagna grazie a questi arabi.
Molti resti di questo arabismo continuarono a vivere nella vita spirituale europea; la storia spagnola smise presto di svolgere il suo ruolo nell’Europa occidentale. Vediamo tuttavia, nell’Europa occidentale, innanzitutto nella stessa Spagna, come la fortuna della guerra vada avanti e indietro, come la Spagna continui a combattere; vediamo ancora in persone come Spinoza quanto sia profondo l’influsso della civiltà araba. Non si può capire Spinoza se non si vede la sua origine proprio nell’arabismo.
Si vede come questo si diffonda in Inghilterra. Ma lì si esaurisce, lì si ferma. Sfogliamo le descrizioni che ci vengono fornite dei conflitti bellici tra l’Europa e gli arabi, continuiamo nella storia e scopriamo che, esteriormente, tutto ciò si esaurisce. Ma sotto la superficie della storia non si esaurisce, bensì si diffonde nella vita spirituale.
E ancora una volta questo Ṭāriq porta, nell’armonico inferiore del divenire storico, ciò che, si potrebbe dire, ha originariamente portato in Spagna sulle ali tempestose della guerra. Gli arabi non volevano certo solo uccidere persone nelle loro campagne belliche, ma volevano proprio diffondere l’arabismo. Avevano compiti culturali. Ciò che un tale Ṭāriq ha portato in Spagna all’inizio del secolo, lo porta con sé quando attraversa la porta della morte, vive nuovamente il suo esaurimento storico esteriore nelle regioni dell’Europa occidentale e riappare nel XIX secolo, imprimendo all’arabismo una forma moderna, sotto le sembianze di Charles Darwin.
Improvvisamente si diffonde una luce su ciò che altrimenti, direi, appare storicamente come sparato a bruciapelo, se si segue in questo modo il trasferimento di ciò che è storia esistente in una forma completamente diversa, da un tempo precedente a uno successivo.
All’inizio può sembrare paradossale, ma il paradosso svanirà sempre più man mano che vi addentrerete nei fatti concreti. Provate a rileggere Darwin con lo sguardo affinato da queste considerazioni e vi colpirà: accidenti, Darwin scrive proprio cose che Ṭāriq avrebbe potuto vedere durante il suo viaggio in Europa. Proprio in questi piccoli dettagli sentirete come una vita si rifletta nell’altra.
E vedete, ciò che è stato coltivato con grande intensità nel Vicino Oriente fin dai tempi antichi è l’astronomia sotto forma di astrologia; ma non si deve identificare l’astrologia di allora con quella pratica dilettantesca che è stata coltivata in seguito e che oggi viene spesso presentata come astrologia. Bisogna invece potersi fare un’idea delle profonde intuizioni che in quei tempi erano presenti nella struttura spirituale dell’universo e che si sono espresse in modo del tutto particolare proprio tra gli arabi, quando erano musulmani, quando hanno continuato in vari modi la dinastia fondata da Maometto. Proprio l’astronomia e l’astrologia, nella loro forma antica, erano coltivate in quel periodo.
E così vediamo che, quando la residenza viene trasferita da Damasco a Bagdad, nel IX secolo regna al-Maʾmūn. Durante il regno di al-Maʾmūn – tutti erano successori del Profeta – vediamo che l’astrologia era particolarmente coltivata, nel modo in cui poi è passata in forma dilettantistica in Europa in tutti i tipi di trattati. Le cose furono ritrovate più tardi; sono arrivate qui attraverso le crociate, ma sono state terribilmente snaturate. In realtà, però, si trattava di qualcosa di grandioso.
E se cerchiamo tra quei personaggi che non sono citati nella storia, ma che hanno vissuto nell’ambiente di al-Maʾmūn, dall’813 all’833, a Bagdad, proprio lì dove si coltivavano l’astrologia e l’astronomia, troviamo una personalità brillante, profondamente fidata di al-Maʾmūn – il nome non è menzionato storicamente, ma è anche irrilevante –, una personalità che godeva della massima stima, alla quale ci si rivolgeva sempre quando si trattava di leggere qualcosa nelle stelle. Molte misure furono prese nella vita sociale esteriore secondo ciò che tali celebrità, come questo studioso alla corte di al-Maʾmūn, sapevano dire dalle stelle.
E ancora, se si segue la linea lungo la quale si evolve l’anima di questo studioso della corte di al-Maʾmūn a Bagdad, se si segue questa strada, si arriva fino al moderno astronomo Laplace. E così in Laplace riappare una delle personalità che vivevano alla corte del califfo al-Maʾmūn.
Si vorrebbe dire che i grandi impulsi, e anche i piccoli impulsi – non è necessario elencarli tutti –, i grandi e i piccoli impulsi che sono confluiti da questa biforcazione verso l’Europa, dopo che il divenire storico esteriore era già esaurito, ci mostrano come l’arabismo continui a vivere in modo spirituale, come questa biforcazione continui ad agire.
Sapete, miei cari amici, che Maometto stesso fondò la sede principale del maomettanesimo, Medina, dove poi fu la residenza dei suoi successori. In seguito questa residenza fu trasferita a Damasco, come ho già detto. E vediamo poi come questa residenza venga trasferita da Medina a Damasco; vediamo come da Damasco, attraverso l’Asia Minore fino alle porte dell’Europa, fino a Costantinopoli, i generali dei successori di Maometto avanzino e portino sulle ali della guerra ciò che hanno appreso dalla vita religiosa di Maometto in termini di civiltà significativa, ma che è permeato proprio da ciò che è giunto dall’Asia attraverso Alessandro, dall’aristotelismo dalla Grecia, dalla Macedonia, da tutti i possibili centri di civiltà.
E qui accade anche qualcosa di curioso. Qui l’invasione turca cancella completamente ciò che è stato portato dall’arabismo. I crociati trovano solo rudimenti, solo resti, ma non correnti culturali sovrane: i turchi le cancellano. Ciò che si propaga attraverso l’Africa e la Spagna verso ovest, invece, si diffonde in una sorta di quiete culturale, di quiete civilizzatrice; lì si trovano sempre punti di contatto. Il sapiente di al-Maʾmūn, Hārūn al-Rashīd stesso, Ṭāriq, trovarono come anime la possibilità di collegare ciò che portavano nell’anima a ciò che era già presente, poiché nell’anima, quando ha attraversato la porta della morte, rimane sempre una certa forza creativa per i campi in cui si è agito. Anche se questa può essere modificata da altri impulsi del destino, continua comunque ad agire; se viene modificata, agisce come nostalgia e simili. Ma proprio perché si credeva in un rigoroso determinismo dovuto all’elemento arabo, quando si presentò la possibilità di continuare in modo spirituale ciò che inizialmente doveva essere impulsato in modo bellicoso, si presentò anche la possibilità di portare queste correnti spirituali in particolare in Francia e in Inghilterra. Laplace, Darwin, Bacone e molti altri spiriti simili potrebbero essere citati in questo senso.
Ma qui, in Oriente, tutto è stato ottuso, vorrei dire; in Oriente l’arabismo ha potuto bussare solo in modo molto scarso alla porta dell’Europa, non ha potuto andare oltre. Allora quelle personalità che erano passate attraverso la porta della morte, dopo aver operato in questo campo, hanno vissuto qualcosa come un respingimento, come un non poter andare avanti. L’opera terrestre fu distrutta. Ciò provocò persino una certa paralisi della vita animica tra la morte e una nuova nascita. E qui si presenta ora qualcosa di particolarmente interessante.
Vediamo come, poco dopo il Profeta, la residenza venga trasferita da Medina a Damasco, come i generali dei successori del Profeta si radunino lì ma vengano respinti ripetutamente, come qui non riescano a ottenere gli stessi risultati che ottengono là, verso occidente. E così vediamo molto presto che uno dei successori del Profeta, nel 661, è Muʿāwiya. Muʿāwiya, uno dei successori del Profeta, regna a Damasco ed è completamente immerso in quello stato d’animo che da un lato nasce dal monoteismo dell’arabismo, ma anche dal determinismo che poi è diventato sempre più fatalismo. Ma già allora regnava, anche se direi in modo più mistico, più interiore, il mondo greco giunto in Asia, l’aristotelismo. E Muʿāwiya, che da un lato inviava i suoi generali fino a Costantinopoli e dall’altro tentava anche qualcosa in Africa, ma senza ottenere nulla di particolare, era allo stesso tempo un uomo sensato, ma un uomo che in realtà non otteneva molto esteriormente, nemmeno nei campi spirituali.
Come vedete, egli non regnò a lungo dopo Maometto. Era quindi ancora completamente immerso nel maomettanesimo, nell’elemento religioso dell’arabismo. È uno dei rappresentanti del maomettanesimo di allora, ma uno che sta proprio uscendo dalla rigida forma religiosa del maomettanesimo ed entrando in quel modo di pensare che poi, spogliandosi della forma religiosa, è emerso nella scienza, nella bella scienza dell’Occidente. È già uno spirito rappresentativo, questo Muʿāwiya nel primo secolo dopo Maometto, uno spirito che non pensa più come Maometto, che ha solo l’ispirazione di Maometto, che non ha ancora spogliato il nocciolo religioso vero e proprio del maomettanesimo, ma lo ha già trasferito nella forma del pensiero, nella forma logica. Egli appartiene soprattutto a coloro che ora volevano con tutto il loro ardore passare in Europa, avanzare verso l’Occidente. Chi segue le campagne militari e le forze impiegate attive proprio sotto Muʿāwiya vedrà che questa volontà di avanzare verso l’Occidente era allora collegata a una forza d’urto incredibilmente forte, che è stata solo smorzata.
Quando poi uno spirito di questo tipo attraversa la porta della morte e continua a vivere, naturalmente continua a vivere anche questa forza d’urto. E se si continua a seguire il percorso, si ha soprattutto l’impressione che questa individualità attraversi la vita tra la morte e una nuova nascita in modo tale che gran parte di ciò che è rimasto nostalgia si formi come progetti universali per una vita futura; ma progetti universali che non assumono una forma molto concreta. Poiché tutto è stato smorzato, non assumono una forma concreta.
Ora, lo confesso, devo sempre pormi la domanda: devo o non devo? Ma penso che non serva a nulla parlare di queste cose solo in astrazioni. E così tutte le considerazioni di opportunità devono essere messe da parte per parlare, nei casi concreti, delle cose che ci sono. Che il mondo prenda la cosa come può prenderla. Per la diffusione dell’antroposofia esistono necessità spirituali interiori. Ci si conforma a ciò che viene stimolato, per così dire, dalle necessità spirituali, e non si insegue alcuna “opportunità” esteriore; l’opportunismo ha già danneggiato abbastanza la Società Antroposofica e non deve essere perseguito in futuro. E anche se le cose dovessero apparire piuttosto paradossali, in futuro dovranno essere dette chiaramente.
Se si segue questo Muʿāwiya, che era dunque uno dei successori più vicini al Profeta, nel corso della storia, seguendolo nella corrente sotterranea e vedendo come riappaia, si trova Woodrow Wilson. E in modo sconvolgente il presente si ricongiunge al passato. Improvvisamente si crea un collegamento tra il presente e il passato. E allora si può vedere, se si guarda, per così dire, sul mare degli eventi storici, come emerga l’onda Muʿāwiya, come emerga l’onda Woodrow Wilson, e come la corrente sotterranea continui attraverso il mare, mostrando che la stessa corrente è presente.
Solo così, penso, la storia diventa comprensibile, quando si vede come da un’epoca all’altra venga trasferito ciò che realmente accade. Cercate il modo, direi astratto e ottuso, dei Quattordici Punti — naturalmente non si tratta qui di una valutazione politica — ma cercate ora, dopo che la questione è stata chiarita, questo modo ottuso di abbandonarsi a Quattordici Punti astratti nella configurazione dell’anima, e chiedetevi poi se una tale configurazione dell’anima potesse essere presente con tale intensità in un altro luogo che non fosse in un seguace di Maometto. E prendete il fatalismo già sviluppato da Muʿāwiya, trasferitelo nell’epoca dell’astrattezza moderna e sentite la somiglianza con il musulmano: Allah lo ha rivelato, Allah lo realizzerà, l’unica salvezza. E provate a comprendere correttamente alcune parole pronunciate dal portatore dei Quattordici Punti: troverete, cum grano salis, una corrispondenza quasi letterale.
Così, guardando gli uomini, possiamo già parlare di una reincarnazione delle idee. Solo allora si comprende veramente il divenire della storia.
Le considerazioni sul karma che abbiamo fatto qui e che negli ultimi tempi ci hanno condotto a casi molto precisi di nessi karmici, devono servire a raccogliere materiale per una valutazione non solo dei nessi tra singoli individui, ma anche dei nessi storici. Per questo motivo vorrei aggiungere oggi e domani alcuni esempi a quelli che ho trattato finora, oggi alcuni preparativi e domani le considerazioni karmiche.
Avrete notato che l’osservazione del nesso tra una vita terrena e l’altra deve sempre basarsi su sintomi ben precisi, su fatti individuali da cui si deve partire e che poi conducono a vedere i nessi concreti. E nei casi azzardati che ho citato vi ho anche mostrato dove cercare in particolare questi singoli punti di riferimento.
Oggi, come ho detto, vorrei prepararvi alla conferenza di domani presentandovi alcuni casi che saranno risolti solo domani.
Vorrei innanzitutto sottolineare il particolare interesse che l’una o l’altra personalità può suscitare. Citerò personaggi storici e personaggi della vita quotidiana. Il particolare interesse che tali personalità possono suscitare in noi può già indurci, in un certo senso, a cercare i nessi della vita. E chi sa cercarli nel modo giusto, può anche trovarli. Avrete infatti notato, proprio dal modo in cui ho esposto la questione, che è essenziale cercare nel modo giusto.
Ora, senza lasciarci scoraggiare da ciò che è azzardato, ma continuando a fare queste considerazioni audaci, è indubbio che, a prescindere dal giudizio che si possa dare su questo personaggio, si tratta di una personalità europea interessante del XIX secolo.
Garibaldi è una personalità europea interessante del XIX secolo, che naturalmente si inserì in modo molto singolare nel contesto storico del XIX secolo. Oggi vogliamo considerarlo in modo preparatorio, come ho detto, e vorrei presentarvi in particolare gli aspetti che possono condurre l’osservatore delle Scienze dello Spirito ai nessi che vorremo esaminare domani.
Garibaldi è una personalità che ha vissuto in modo straordinario tutto il XIX secolo, nato nel 1807 e attivo in una posizione di rilievo fino alla seconda metà del XIX secolo. Ciò significa già un’espressione caratteristica dell’uomo, in particolare per questo periodo del XIX secolo.
Se ora consideriamo i tratti spirituali essenziali di questa vita, troviamo che egli è figlio di un uomo povero di Nizza, un uomo povero che deve prestare servizi di navigazione, un bambino che ha poca inclinazione a partecipare a ciò che l’educazione comune offre all’uomo, un bambino che in realtà non è un buon studente, ma ha un vivo interesse per le più svariate questioni umane. Ciò che gli veniva offerto a scuola lo spingeva in larga misura a non prestare attenzione in classe, ma piuttosto a marinare la scuola. Ma quando riusciva a procurarsi un libro che lo interessava, nonostante preferisse di gran lunga giocare sulla riva del fiume o nei boschi quando l’insegnante cercava di insegnare il mondo ai bambini a modo suo, non riusciva a staccarsi da quel libro che aveva suscitato il suo particolare interesse. Poteva stare sdraiato a lungo con la schiena per terra e la pancia rivolta verso il sole, saltando anche il pranzo, e immergersi completamente in un libro del genere.
Ma ciò che più lo interessava era il mondo. Iniziň presto a crescere nella professione del padre e partecipò, prima in posizione dipendente, poi in posizione autonoma, ai viaggi in mare con le navi, navigando il mare Adriatico e ha fatto tutto ciò che era possibile fare nella prima metà del XIX secolo. Era un’epoca in cui il liberalismo e la democrazia non avevano ancora imposto regole di polizia anche in mare, ma c’era ancora una certa libertà nella vita delle persone. Allora, come succede quando si può fare più o meno quello che si vuole, gli è capitato, credo tre o quattro volte, di essere catturato dai pirati e di finire prigioniero dei pirati. Ma oltre ad essere geniale, era anche intelligente e riuscì sempre a fuggire, e molto rapidamente.
Cresciuto così, ha vissuto praticamente sempre nel grande mondo – come ho già detto, non voglio fornire una biografia, ma solo citare alcuni tratti caratteristici che domani potranno portare a una riflessione essenziale – e ebbe un’impressione particolarmente vivida di ciò che poteva derivare dalla sua essenza come rapporto interiore con il mondo quando, già abbastanza maturo, fu portato a terra da suo padre, proprio a Roma, dove poi osservò l’Italia. Deve esserci stato qualcosa di speciale che ha attraversato la sua anima proprio in questa osservazione dell’Italia da Roma.
Quando navigava con i suoi marinai attraverso il mare, dalle persone, che erano per lo più molto vivaci, ma non avevano un interesse particolare, cioè erano addormentate per le condizioni del tempo, a volte riceveva un’impressione che poteva portarlo alla disperazione, perché la gente non aveva entusiasmo per la vera umanità, che in lui era emersa in modo particolarmente geniale e cordiale già in giovane età.
E così qualcosa – si direbbe quasi una visione – deve aver attraversato la sua anima in quel momento, mentre approdava a Roma, prefigurando il ruolo che avrebbe poi avuto nella liberazione dell’Italia. E dalle sue condizioni di vita nella prima metà del XIX secolo è diventato ciò che allora era più facile diventare: un fanatico anticattolico, anticlericale e repubblicano fanatico, un uomo che si era chiaramente prefissato di fare tutto il possibile per portare la felicità all’umanità nel modo che gli era possibile, e che si era davvero impegnato a farlo.
Quando poi ha partecipato a tutti i movimenti che erano sempre presenti in Italia nella prima metà del XIX secolo, movimenti all’interno di circoli ristretti, gli è capitato di leggere per la prima volta il suo nome sul giornale. All’epoca, credo che avesse già trent’anni o giù di lì. All’epoca, leggere il proprio nome sul giornale significava molto più che oggi. Ma lui ha avuto un destino particolare in relazione alla lettura del suo nome sul giornale, perché lo ha letto proprio quando è stata annunciata la sua condanna a morte. Quindi è stato lui stesso a leggere per primo la sua condanna a morte sul giornale. È comunque un tratto caratteristico, perché non tutti vivono un’esperienza del genere, vero?
Ebbene, non gli fu concesso – e questo è molto caratteristico, perché già allora il suo entusiasmo era evidente – non gli fu concesso di intervenire nei rapporti tra l’Italia e l’Europa, ma il destino gli impose di andare prima in America e di partecipare a vari movimenti di libertà fino al 1848 circa. Ma rimase sempre un uomo molto singolare, dotato di caratteristiche individuali molto particolari.
Se già ciò che ho appena menzionato è un tratto piuttosto singolare della sua vita, ovvero il fatto che il suo nome apparve per la prima volta sui giornali in occasione dell’annuncio della sua condanna a morte, egli visse anche un altro fatto biografico che si può definire individuale, qualcosa che capita a pochissime persone. Infatti, ha conosciuto la donna con cui ha poi costruito la sua felicità per molti anni in un modo molto particolare, ovvero da lontano, in mare, mentre era su una nave, guardando la terraferma con un cannocchiale. Anche questo è un modo di innamorarsi che non capita proprio a tutti: attraverso un cannocchiale.
Ma poi il destino gli ha reso particolarmente facile conoscere presto colei che aveva definito la sua anima gemella a prima vista – ma, come ho detto, a prima vista attraverso il cannocchiale. Infatti, naturalmente, si diresse subito verso la terraferma, nella direzione che aveva visto attraverso il cannocchiale, e lì fu invitato a pranzo da un uomo. E guarda un po’, subito dopo – lui aveva accettato l’invito – si scoprì che era il padre della persona che aveva visto attraverso il cannocchiale. Ora, lei sapeva solo il portoghese, lui solo l’italiano; ma il biografo assicura, e sembra anche vero, che la giovane donna, nonostante sapesse solo il portoghese, capì immediatamente la sua breve dichiarazione d’amore, che lui le fece anche a voce, e che sembra essere consistita solo nelle seguenti parole: «Dobbiamo unirci per la vita» – detto in italiano – e che lei abbia capito subito questa dichiarazione d’amore. E in effetti ne nacque una convivenza che durò per molto, molto tempo.
Questa personalità prese parte a tutti i viaggi terribilmente avventurosi che egli compì in Sudamerica, e ci sono tratti che fanno un’impressione sconvolgente. Uno di questi, ad esempio, è il fatto che si diffuse la voce che Garibaldi fosse stato ucciso in battaglia. Allora la donna si precipitò sul campo di battaglia e sollevò ogni testa per vedere se fosse Garibaldi. Dopo molto tempo, dopo averlo cercato in modo avventuroso, lo ritrovò vivo.
Ma è davvero sconvolgente che, durante questo viaggio avventuroso alla ricerca di Garibaldi, che durò molto tempo, ella abbia dato alla luce suo figlio senza alcun aiuto e che, per tenerlo al caldo, lo abbia legato con un nastro al collo e lo abbia tenuto al caldo contro il proprio petto per molto tempo. In questa attività americana di Garibaldi si sono verificati davvero i tratti più sconvolgenti.
Quando poi, in Europa, verso la metà del XIX secolo, giunse il momento in cui i popoli furono pervasi da diversi impulsi di libertà, Garibaldi non riuscì più a rimanere in America e tornò in patria. Ed è ormai risaputo come contribuì in modo intensissimo e vivace, reclutando corpi franchi nelle condizioni più difficili, a ciò che poi divenne l’Italia, e non solo contribuì, ma fu il vero artefice di ciò che accadde.
E qui emerge con particolare forza un tratto della sua vita, del suo carattere. Era un uomo indipendente sotto ogni aspetto, un uomo che, direi, in modo ingenuo, pensava sempre in grande in tutte le circostanze della vita e si preoccupava solo di ciò che scaturiva dai suoi impulsi più intimi. Ed è davvero molto strano come abbia fatto di tutto per portare la dinastia di Vittorio Emanuele alla guida del Regno d’Italia, mentre in realtà l’unificazione dell’Italia, la liberazione dell’Italia, è partita proprio da lui.
Queste cose, come conquistò Napoli, la Sicilia con un esercito relativamente piccolo, indisciplinato, ma entusiasta, come poi il futuro re d’Italia dovette solo entrare nei territori conquistati da Garibaldi per la corona, ma come in fondo non sia stato fatto nulla da parte della famiglia reale e del suo entourage per rendere il giusto merito a ciò che Garibaldi aveva fatto, sono fatti che possono davvero lasciare un segno profondo. Perché, in fondo, se si volesse esprimere in modo banale, bisognerebbe dire: la dinastia sabauda doveva tutto a Garibaldi, ed è stata estremamente ingrata nei suoi confronti, limitandosi a usare verso di lui solo quelle cortesie a cui non poteva sottrarsi, quelle che erano necessarie.
Ad esempio, proprio durante l’ingresso a Napoli. Garibaldi aveva conquistato Napoli per la dinastia ed era considerato dai napoletani il vero liberatore, al cui apparire scoppiava ovunque una tempesta di giubilo. Sarebbe stato impensabile che il futuro re d’Italia entrasse a Napoli senza Garibaldi. Sarebbe stato del tutto impensabile. Ma i consiglieri erano decisamente contrari. Certo, in alcuni consiglieri simili c’è molta miopia; ma se Vittorio Emanuele non avesse avuto un certo istinto e non avesse lasciato Garibaldi nella sua camicia rossa al suo fianco durante l’ingresso a Napoli, sarebbe stato sicuramente accolto con fischi invece che con il giubilo che è stato riservato a Garibaldi, non al re d’Italia. Questo è qualcosa che si può affermare con assoluta e precisa certezza, se fosse entrato a Napoli senza Garibaldi.
In realtà è stato così praticamente ad ogni passo. In una delle marce, più nell’Italia centrale, è stato Garibaldi a fare tutto. I comandanti reali con il re sono arrivati — non so, si dice in questi casi, per usare un eufemismo — troppo tardi: Garibaldi aveva già sistemato tutto. Ma quando l’esercito con i comandanti decorati di medaglie apparve e incontrò l’esercito di Garibaldi, che non portava medaglie ed era anche piuttosto modesto nell’abbigliamento, i comandanti dichiararono: sì, non si può cavalcare insieme a loro, non si può fare, non è possibile.
Ma Vittorio Emanuele, come ho già detto, aveva un certo istinto. Chiamò Garibaldi al suo fianco e i comandanti, che prima facevano il naso storto, dovettero mescolarsi a quelli che si schieravano nell’esercito di Garibaldi. Questi comandanti sembrano essersi sentiti malissimo, sembra che abbiano avuto dei crampi allo stomaco. E poi non ci fu più nulla da fare: quando fu il momento di entrare in città, Garibaldi, che in realtà aveva fatto tutto, dovette chiudere la fila come retroguardia. Dovettero lasciare che gli altri marciassero davanti. È un caso in cui le persone non avevano fatto nulla, ma entrarono per prime, e poi Garibaldi con i suoi garibaldini.
L’essenziale sono queste strane concatenazioni del destino. Proprio in queste concatenazioni del destino dovete vedere ciò che porta ai nessi karmici. Perché, in fondo, non ha nulla a che vedere direttamente con la libertà o la mancanza di libertà dell’uomo il fatto che si trovi il proprio nome stampato sulla condanna a morte o che si trovi la propria moglie attraverso un cannocchiale. Si tratta di coincidenze del destino che corrono parallele a ciò che è comunque sempre presente nell’uomo come libertà. Ma queste cose, di cui si può essere certi che sono coincidenze del destino, sono allo stesso tempo i grandi stimoli per studiare in modo pratico l’essenza del karma.
Beh, direi che anche le cose secondarie della vita sono caratteristiche di personaggi del genere. In personaggi del genere le cose secondarie sono davvero importanti. Vedete, Garibaldi era quello che si definisce un bell’uomo. Aveva dei bellissimi capelli biondo scuro, era davvero molto bello. I capelli erano ricci, biondo scuro, ed erano molto amati dalle donne. Beh, come ho già detto, dai pochi tratti che vi ho descritto di colei che aveva scelto attraverso il cannocchiale, si può dire solo il meglio, il più interessante, il più devoto; ma sembra che fosse gelosa! Sembra che questo tratto non le sia del tutto estraneo.
Che cosa fece Garibaldi quando, a quanto pare, un giorno la gelosia assunse dimensioni tali? Si fece tagliare i suoi bei capelli biondi fino alle radici, si fece rasare la testa. Era ancora in America. Sono tutti tratti che mostrano davvero come le necessità del destino si inseriscano nella vita.
Garibaldi divenne poi una figura di spicco in Europa grazie a ciò che aveva fatto in Italia, e chi oggi viaggia attraverso l’Italia sa bene che, viaggiando di città in città, si passa da un monumento a Garibaldi all’altro. Ma ci sono stati tempi in Europa in cui, anche al di fuori dell’Italia, il nome Garibaldi era pronunciato con enorme interesse e grande devozione, in cui persino le signore a Colonia o a Magonza o altrove indossavano camicette rosse in onore di Garibaldi, perché la camicetta rossa era proprio il costume dei garibaldini – per non parlare di Londra, dove la camicetta rossa era diventata di moda.
Ma questo tratto è interessante: quando poi scoppiò la guerra franco-prussiana nel 1870, Garibaldi, ormai anziano, si mise a disposizione dei francesi. Ed è interessante che egli fosse in realtà l’unico che, in una certa occasione, nonostante fosse esperto solo nelle guerre di liberazione che aveva combattuto in Italia e in America, riuscì comunque, in una guerra relativamente regolare, a catturare una bandiera tedesca in modo tale che dovette essere estratta da un ammasso di persone che l’avevano completamente ricoperta, cercando di proteggerla con i propri corpi. Garibaldi conquistò la bandiera.
Ma poiché aveva un enorme rispetto per il fatto che quelle persone si fossero gettate sulla bandiera con i propri corpi, dopo averla conquistata la restituì ai proprietari. Tuttavia, quando si presentò a una riunione, fu fischiato per questo gesto.
Non è vero: non solo una vita interessante, ma davvero un uomo che si distingue in modo incredibilmente caratteristico da tutti gli altri grandi personaggi del XIX secolo! Gli altri, in questo campo, non erano certamente così originali, così elementari e così spinti da impulsi primitivi e tuttavia geniali. Erano forse in grado di guidare grandi masse di soldati, di essere più attivi, ma un entusiasmo così genuino e originario per ciò che si perseguiva in questo modo non era presente in nessuno in quell’epoca, già così profondamente immersa nel materialismo.
Ebbene, questa è una delle personalità che vorrei presentarvi. Come ho detto, oggi vi fornirò i preparativi, domani cercherò di darvi le soluzioni.
Un’altra personalità vi è molto nota di nome, ma proprio questa personalità è di straordinario interesse per lo studio del karma: si tratta di Lessing.
Vorrei dire che proprio le circostanze della vita di Lessing mi hanno sempre interessato in modo straordinario. Lessing è in realtà, si potrebbe dire, il fondatore del giornalismo migliore, quel giornalismo che ha sostanza, quel giornalismo che vuole anche qualcosa.
Lessing si sforza di introdurre nel dramma la vita borghese, quella vita che è superiore all’elemento sovraborghese che prima di lui, all’interno del suo circolo culturale, costituiva l’unico oggetto per il poeta, per il drammaturgo; quella vita che è superiore al ceto, che è in nesso con i destini degli uomini in quanto uomini, non con i destini degli uomini nella misura in cui questi hanno una posizione sociale e simili. Lessing voleva portare in scena i conflitti puramente umani.
In tal modo ha affrontato alcuni grandi problemi, come quello di cercare di stabilire i confini della pittura e della poesia nel suo «Laocoonte». Ma la cosa più interessante è il modo, direi incisivo, con cui Lessing ha difeso l’idea della tolleranza. Basta dare un’occhiata al suo «Nathan il saggio» per vedere come in Lessing l’idea della tolleranza viva in modo eminente, come egli abbia voluto mostrare, nel suo «Nathan», intrecciando la favola dei tre anelli, come le diverse religioni si siano smarrite, come le tre religioni principali si siano allontanate dalla loro forma originaria, come in realtà nessuna delle tre sia autentica e come si debba cercare quella autentica, che è andata perduta. Qui la tolleranza è quindi collegata a un’idea straordinariamente profonda.
Ma poi, in Lessing, è interessante questa conversazione massonica «Ernst und Falk» e altro che deriva dalla massoneria. Ciò che Lessing ha realizzato come ricercatore storico della vita religiosa, come critico della vita religiosa, è qualcosa che, per chi è in grado di giudicare il significato di una cosa del genere nel XVIII secolo, è semplicemente sconvolgente. Bisogna solo riuscire a rappresentarsi davanti all’anima tutta la personalità di Lessing.
Ma non è possibile farlo se, da un lato, si vuole leggere, per esempio, l’opera in due volumi di Erich Schmidt su Lessing, considerata definitiva, perché lì non viene descritto Lessing, ma un pupazzo composto da diversi arti umani, al quale viene attribuita la paternità del «Nathan» e del «Laocoonte». Sono solo affermazioni che colui che viene trattato biograficamente abbia scritto quelle cose. E le altre biografie di Lessing sono scritte in modo simile.
Si ottiene un’impressione approssimativa di Lessing se si considera la forza con cui lancia le sue frasi per colpire l’avversario. Inizialmente sviluppa una polemica elegante, ma allo stesso tempo sempre pertinente, contro la civiltà mitteleuropea. A questo proposito, è necessario considerare una peculiare sfumatura del suo carattere proprio quando si vuole approfondire il contesto della sua vita.
Da un lato, chi ha un senso per l’asprezza, per l’asprezza spesso caustica che emerge in scritti come la «Drammaturgia amburghese», ad esempio, non troverà facilmente la strada – ma bisogna trovarla per capire Lessing – a ciò che Lessing scrive in una lettera quando nasce suo figlio, che muore subito dopo la nascita. Più o meno così: sì, si è subito congedato da questo mondo di afflizioni. Ha fatto la cosa migliore che un essere umano possa fare. Più o meno così dice; non posso citarlo alla lettera.
Significa esprimere il dolore in un modo incredibilmente audace, che però non fa sentire il dolore meno profondo di chi è in grado solo di piangerlo. Il fatto che esprimesse il dolore in questo modo, questa capacità di ritirarsi in se stesso nel dolore, era allo stesso tempo propria di colui che sapeva spingersi avanti nel modo più intenso quando voleva sviluppare la sua polemica. Per questo è così straziante leggere proprio quella lettera che Lessing scrisse quando suo figlio morì subito dopo la nascita e sua moglie era gravemente malata.
Questo Lessing ebbe questo strano destino – e ciò è semplicemente caratteristico, se si vuole cercare in lui il nesso karmico – di diventare amico, a Berlino, di un uomo che era, si direbbe, in ogni aspetto della vita l’opposto di Lessing: Nicolai.
Vedete, Lessing, del quale si può dire – anche se non è del tutto vero, ma è comunque caratteristico di lui – che non ha mai sognato perché il suo intelletto era così acuto, è proprio per questo che, come vedremo domani, è una personalità straordinariamente significativa per chi indaga spiritualmente, grazie ai suoi nessi spirituali. Ma c’era qualcosa in Lessing che rendeva ogni sua frase deliziosa nella sua struttura, nella precisione con cui metteva al tappeto l’avversario. Il contrario era vero per Nicolai.
Nicolai è il tipo del filisteo, un vero filisteo. Era amico di Lessing, ma era un filisteo particolare, un filisteo che aveva visioni, visioni molto strane. Lessing, il geniale, non aveva visioni, nemmeno sogni. Ma il filisteo Nicolai soffriva proprio di visioni. Venivano e se ne andavano solo quando gli venivano poste delle sanguisughe. Quando non funzionava più, gli venivano poste delle sanguisughe al filisteo Nicolai, affinché non fosse più assalito dal mondo spirituale.
Fichte ha scritto un testo molto interessante contro Nicolai. In realtà voleva descrivere in modo sintomatico il filisteismo tedesco nella personalità di Nicolai. Ma quel Nicolai era proprio l’amico di Lessing.
Beh, c’è un altro tratto molto curioso in Lessing. Lessing, per quanto riguarda la sua concezione del mondo, si è occupato molto di due filosofi, Spinoza e Leibniz. Devo dire che a volte ho scelto come passatempo la lettura di scritti in cui, da una parte, si dimostra che Lessing era leibniziano e, dall’altra, si dimostra con ragioni ancora più solide che era spinozista. Si contrappongono nel mondo.
E si può dire che in realtà non è possibile distinguere se Lessing, uomo acuto, fosse leibniziano o spinozista, che sono cose opposte: Spinoza, panteista, monistico; Leibniz, monadico, quindi esseri singoli, completamente individualisti. Ma non si può distinguere se Lessing fosse leibniziano o spinozista. Così che, se si esamina Lessing in questa direzione, non si giunge in realtà a un giudizio definitivo. Non si può giungere a un giudizio definitivo.
Questo Lessing, alla fine della sua vita, ha scritto lo strano scritto «L’educazione del genere umano», dove alla fine, si direbbe, appare in modo del tutto solitario l’idea delle vite terrene ripetute. Lo scritto tratta dell’educazione del genere umano in modo tale che l’umanità attraversa successivamente epoche di evoluzione, di civiltà: come gli dèi diedero agli uomini il primo libro elementare, l’Antico Testamento; come poi venne il secondo libro elementare, il Nuovo Testamento; come in futuro verrà un terzo libro per l’educazione del genere umano.
Ma poi il testo si conclude con una breve descrizione del fatto che l’uomo vive in ripetute vite terrene. E poi ancora, in un modo che deriva interamente dal carattere di Lessing, egli dice: se questa idea delle vite terrene ripetute – egli non usa questa espressione, ma è proprio così – dovesse essere così assurda, perché è apparsa agli uomini nei primi tempi, quando non erano ancora corrotti dalla saggezza scolastica?
L’opera si conclude poi in un vero e proprio panegirico sulle vite terrene ripetute e termina con le belle parole che indicano come l’uomo passi da una vita terrena all’altra, che poi si esauriscono in: «Non è forse mia l’eternità?».
Quando si vive insieme alla gente, si incontrano sempre, forse ancora oggi, persone che in realtà apprezzavano molto Lessing, ma che si sono allontanate dallo scritto «L’educazione del genere umano». In realtà non si può capire quale sia la disposizione d’animo di queste persone. Apprezzano al massimo un uomo così geniale, ma rifiutano proprio ciò che egli offre all’umanità nella sua età più matura. È diventato vecchio, senile – dicono – non si può più seguirlo – dicono. Sì, è vero, in questo modo si può eliminare tutto!
Ma in realtà nessuno ha il diritto di riconoscere Lessing se non riconosce questo scritto, che è stato redatto da lui come spirito maturo. E nel caso di Lessing non c’è alcuna possibilità di non riconoscere un’idea così lapidaria come quella delle vite terrene ripetute.
Capirete, miei cari amici, che proprio questa personalità è estremamente interessante in relazione al karma, in relazione al suo passaggio attraverso le diverse vite terrene. Infatti, nella seconda metà del XVIII secolo, l’idea delle vite terrene ripetute non era un’idea universalmente accettata. Già in Lessing essa è quasi come un colpo sparato a bruciapelo, come un’idea geniale che balena all’improvviso.
E non si può dire che sia possibile in qualche modo spiegarla con l’educazione o con qualcosa che possa aver avuto influsso su questa particolare vita di Lessing e, a sua volta, su questa vita di Lessing in età avanzata. Ciò induce a chiedersi: come può essere la vita terrena precedente di un uomo al quale, a una certa età, sorge improvvisamente l’idea della vita terrena ripetuta, estranea alla civiltà che lo circonda, e sorge in modo tale che l’uomo stesso fa riferimento a come essa esistesse in tempi remoti; cioè adduce in realtà motivi interiori che hanno a che fare con la propria vita terrena fino a tempi molto remoti, nonostante Lessing, nella sua coscienza superiore ordinaria, non avesse certamente alcun presentimento di tali nessi?
Ma le cose che non si conoscono esistono comunque. Se esistessero solo le cose che alcuni conoscono, il mondo sarebbe molto povero di eventi e di esseri. Questa è la seconda domanda che ci occupa in relazione al karma.
Vorrei sollevare una terza domanda, perché forse può essere particolarmente istruttiva nel nesso karmico attraverso la descrizione dei rapporti concreti. Tra le personalità che mi erano vicine come insegnanti nella mia giovinezza, ne ho descritta una che ho rappresentato solo come doveva essere rappresentata in quel contesto, ma che oggi vorrei descrivere con alcuni tratti che possono essere sintomatici e significativi per lo studio del karma.
Sono stato condotto allo studio del karma proprio di questa personalità nel modo seguente. È di nuovo azzardato raccontare questo, ma non credo che, nel nesso in cui oggi si trova la vita spirituale che deve partire dall’antroposofia, si possano evitare queste cose azzardate.
Vedete, ciò che vi racconto mi è diventato chiaro solo dopo alcuni anni in cui non avevo più visto la persona in questione, che era stata un mio caro insegnante fino all’età di diciotto anni. Avevo però sempre continuato a seguire la sua vita, ero rimasto sempre molto vicino a lui. Ora, in un determinato momento della mia vita, ebbi motivo di seguire questa vita per un motivo ben preciso.
In un determinato momento, infatti, attraverso un altro contesto di vita, cominciai a interessarmi straordinariamente alla vita di Lord Byron. E in quel periodo imparai anche a conoscere persone che erano straordinari appassionati di Byron. Tra questi c’era, ad esempio, la poetessa di cui avrò ancora molto da dire nella mia autobiografia, Marie Eugenie delle Grazie. Era un’appassionata di Byron in una certa fase della sua vita.
Poi c’era un altro appassionato di Byron, una personalità curiosa, uno strano miscuglio di tutte le caratteristiche possibili: Eugen Heinrich Schmitt. A molti di coloro che si sono occupati della storia dell’antroposofia sarà sicuramente capitato di imbattersi nel nome di Eugen Heinrich Schmitt.
Ebbene, Eugen Heinrich Schmitt divenne famoso a Vienna negli anni Ottanta, quando lo conobbi subito dopo che aveva scritto il suo premiato saggio sulla dialettica di Hegel, bandito dalla Società Hegel di Berlino. Allora arrivò a Vienna questo Eugen Heinrich Schmitt, alto e magro, un uomo che, anche se esteriormente in modo molto appariscente, era davvero pervaso da un forte entusiasmo, un entusiasmo che a volte, come ho detto, assumeva forme molto forti anche esteriormente, ma era proprio un entusiasta.
Questo è qualcosa che forse mi ha dato una scossa. Pensai di fare un piacere a Eugen Heinrich Schmitt e, dato che proprio in quel periodo aveva scritto il suo articolo entusiasta su Lord Byron, lo portai da un’altra appassionata di Byron, Marie Eugenie delle Grazie. A quel punto iniziò una discussione terribilmente appassionata su Byron. In realtà erano d’accordo, ma discutevano animatamente. Tutti gli altri presenti rimasero in silenzio.
C’era un bel gruppo di teologi della facoltà cattolica di Vienna che si riunivano lì ogni settimana, che si conoscevano molto bene e con cui ero diventato molto amico. Noi altri stavamo tutti in silenzio. Ma quei due continuavano a parlare di Byron in questo modo: c’era un tavolo, un po’ allungato, dove era seduta delle Grazie, e qui era seduto Eugen Heinrich Schmitt, che gesticolava vivacemente. All’improvviso la sedia sotto di lui si spostò, egli cadde sotto il tavolo, con i piedi che arrivarono fino a delle Grazie. Posso dire che fu uno shock.
Ma questo shock scatenò in me una cosa molto particolare – voglio raccontarlo in modo davvero oggettivo e storico – scatenò in me una cosa molto particolare: tutto ciò che era stato detto su Byron mi fece sentire il bisogno vivissimo di sapere quali potessero essere i nessi karmici di Byron. Naturalmente non era così facile.
Ma è proprio come se l’immagine di quella conversazione con Eugen Heinrich Schmitt, che aveva un piede deformato, mi avesse portato al piede di Byron, che era un piede storpio, come sapete: trascinava il piede perché era più corto. E da lì mi dissi: anche il mio amato maestro aveva un piede così, e bisogna indagare i nessi karmici. Vi ho già mostrato, con un esempio, con una ferita alla gamba di Eduard von Hartmann, come si può risalire a tali caratteristiche.
Ora potevo immaginare più facilmente il destino di questa persona a me vicina, che aveva proprio un piede simile, e naturalmente era molto notevole che questa caratteristica, quella di avere un piede storpio, fosse presente sia in Byron sia nell’altro. Ma per il resto erano completamente diversi: Byron, il poeta geniale, di natura avventurosa nonostante la genialità, o forse proprio a causa di essa; e l’altro, che era un geometra eccellente, come raramente se ne trovano in tali istituti di insegnamento, che si poteva davvero ammirare per la sua fantasia geometrica e per la sua padronanza della geometria descrittiva.
Insomma, potevo pormi il problema karmico di questa apparente questione fisica secondaria in due uomini animicamente completamente diversi; ma ciò portava ora effettivamente i due problemi, nel trattare l’uno e l’altro, Byron e il mio insegnante di geometria, in nesso tra loro e a risolvere così il problema.
Oggi volevo presentarvi questi casi come esempi caratteristici, e domani passeremo alla considerazione karmica di questi casi.
Ebbene, miei cari amici, ieri vi ho descritto una serie di personalità e, in una descrizione di questo tipo, è necessario ricorrere a personalità più note, affinché le cose possano essere verificate almeno nella loro apparenza esteriore. Ho quindi descritto una serie di personalità più note, proprio in base a quei tratti caratteriali che offrono allo studioso delle Scienze dello Spirito la possibilità di fornire punti di riferimento per seguire i nessi karmici. E questa volta – parleremo ancora più dettagliatamente di queste cose nelle varianti più disparate – ho scelto personalità sulle quali posso discutere un problema ben preciso, un problema che ho incontrato all’interno della società.
Vorrei formulare in modo molto asciutto questo problema che, come ho detto, è stato sollevato da altri, dal seno della società.
Si fa infatti notare ad ogni occasione – giustamente, naturalmente – che in passato sono esistiti personaggi iniziati, personaggi iniziati con una grande saggezza, ad un alto grado di evoluzione e così via, e allora sorge la domanda: sì, se la vita degli uomini si ripete continuamente, dove sono ora, nel presente, questi personaggi un tempo iniziati? Non si trovano forse nell’ambiente degli uomini del presente, tra coloro che, per così dire, sono destinati a vivere la loro reincarnazione in questo tempo?
Per questo ho scelto esempi che mi consentono di discutere contemporaneamente questa domanda. Vedete, vi ho presentato l’immagine, per quanto ci serve in questo momento, dell’eroe della libertà italiano Garibaldi, e credo che, se prendete ciò che ho discusso ieri e aggiungete tutto ciò che sapete già in abbondanza su questa personalità, troverete proprio in questa personalità molti aspetti misteriosi, molti che sollevano grandi e significative domande.
Prendiamo solo alcuni tratti che ieri vi hanno talvolta persino divertito, che ho citato: la conoscenza, attraverso il cannocchiale, di una compagna di vita per molti anni; la scoperta della condanna a morte attraverso il nome stampato per la prima volta. Ma c’è anche qualcos’altro di sorprendente in Garibaldi: la compagna che ha trovato nel modo descritto e che gli è rimasta accanto in modo così eroico, come ho raccontato ieri, è stata proprio la sua compagna per molti anni. Quindi, attraverso il cannocchiale poteva vedere qualcosa di molto bello.
Più tardi ella morì ed egli si sposò una seconda volta, questa volta non attraverso un cannocchiale, perché una cosa del genere si fa solo una volta nella vita, anche se si è Garibaldi, ma questa volta in modo del tutto normale, borghese, come si fa tra buoni cittadini. Ma il matrimonio durò solo un giorno per Garibaldi! Quindi vedete, c’è anche questo secondo aspetto sorprendente nel rapporto di Garibaldi con le normali condizioni borghesi di questo mondo.
Ma c’è anche qualcos’altro. Le cose che vi sto descrivendo sono tali che chi è abituato a indagini occulte di questo tipo, direi, le trova utili per avere indizi così forti da poter davvero guardare indietro in una vita precedente o in una serie di vite precedenti. Ma c’è ancora qualcos’altro che si presenta soprattutto come un problema grave.
Vedete, Garibaldi era in realtà, per la sua indole – l’ho già chiarito ieri – un repubblicano, un repubblicano fino al midollo. Ma si è impegnato così tanto per la liberazione dell’Italia che in realtà non ha accettato di fare dell’Italia una repubblica, bensì un regno sotto Vittorio Emanuele. Questo ha qualcosa di straordinariamente sorprendente. Se si guarda all’intera figura di Garibaldi e si considera questo aspetto, c’è qualcosa di straordinariamente sorprendente.
Da un lato c’era Vittorio Emanuele, che come re poteva naturalmente stare solo alla testa dello Stato italiano liberato. Dall’altro lato c’era Mazzini, che era anche molto legato a Garibaldi, era suo amico, che per un certo periodo era stato alla testa di una repubblica italiana che avrebbe dovuto essere istituita, che voleva solo fondare una repubblica italiana.
E i rapporti karmici di Garibaldi non si risolvono affatto se non si arriva prima a un certo nesso. E questo nesso è il seguente. Nel giro di pochi anni – Garibaldi, come sapete, nacque nel 1807 a Nizza – nacquero, in un raggio di pochi chilometri quadrati, si potrebbe dire, quattro uomini che ebbero poi un chiaro legame nella loro vita nel corso degli eventi europei. A Nizza, all’inizio del XIX secolo, nasce Garibaldi. A Genova, non lontano da lì, Mazzini. A Torino, non lontano da lì, Cavour. E dalla casa Savoia, sempre non lontano da lì, Vittorio Emanuele. Sono molto vicini tra loro per età e per luogo di nascita. Ed è attraverso tutti e quattro che insieme, anche se non con idee concordi, anzi nemmeno con un reciproco trattamento concordante, ma che insieme costituiscono ciò che poi è diventata l’Italia moderna.
Già il corso esteriore della storia ci induce a dire: queste quattro personalità sono state riunite, in modo evidente, per rappresentare un destino comune non solo per se stesse, ma per il mondo.
Il più importante tra loro è senza dubbio Garibaldi stesso. Se si considerano tutti i rapporti umani, il più importante tra loro è Garibaldi. Ma la spiritualità di Garibaldi si manifesta in modo elementare. La spiritualità di Mazzini è di tipo filosofico-studioso, quella di Cavour è di tipo giuridico-studioso, e quella di Vittorio Emanuele… Beh… Il più significativo tra loro è proprio Garibaldi, considerando tutti i rapporti umani, e in lui c’è qualcosa che si manifesta con una forza elementare, tanto che non è facile essere psicologi di fronte a una tale spiritualità.
Non si può esserlo se non si sa effettivamente da dove vengono le cose, se le si considera dal punto di vista della psicologia personale di una vita terrena.
Ora torno alla domanda: dove sono gli iniziati di un tempo? Perché si dirà che non ci sono. Sì, miei cari amici, se oggi fosse dato in misura più ampia agli uomini – devo parlare in modo un po’ paradossale a questo proposito – di nascere direttamente a diciassette, diciotto anni, in modo che a diciassette, diciotto anni scendessero dal mondo spirituale e trovassero corpi di diciassette, diciotto anni in qualche modo – sto dicendo naturalmente qualcosa di paradossale – o se almeno fosse risparmiato agli uomini di passare attraverso la scuola costituita nel modo odierno, allora trovereste che negli uomini odierni potrebbero apparire gli antichi iniziati.
Ma proprio come non è possibile agli iniziati, nelle normali condizioni terrene, nutrirsi con un pezzo di ghiaccio quando hanno bisogno di pane, allo stesso modo non è possibile manifestare direttamente le condizioni di saggezza dei tempi antichi nella forma in cui ci si aspetta, in un corpo che è stato educato nel senso della civiltà odierna fino al diciassettesimo, diciottesimo anno di vita. Questo non è possibile in tutto il mondo, almeno non dove regna la civiltà. Entrano in gioco cose che sono completamente al di fuori dell’orizzonte dell’uomo colto di oggi.
Se, come è consuetudine oggi, dobbiamo acquisire le nostre attuali conoscenze di lettura e scrittura a partire dal sesto, settimo anno di vita, ciò costituisce una tale tortura per l’anima, che vuole svilupparsi secondo la sua particolare natura, che – sì, posso solo dire ciò che ho già detto nella mia biografia – devo il superamento di molti ostacoli al fatto che a dodici anni non sapevo scrivere senza commettere errori di ortografia, non scrivevo dunque correttamente. L’ho menzionato nella mia autobiografia, perché la capacità di scrivere come si richiede oggi uccide alcune peculiarità dell’essere umano.
Bisogna parlare in modo così paradossale. È una verità. Non c’è nulla da fare, è una verità. E così accade che proprio le individualità altamente sviluppate del passato possano essere conosciute nella loro rinascita solo da chi guarda alle manifestazioni della natura umana che, attraverso l’attuale forma di civiltà, si manifestano più dietro l’uomo che nell’uomo.
E in questo senso Garibaldi è proprio un esempio straordinariamente calzante. Gli uomini civilizzati, compresi Cavour o almeno i seguaci di Cavour, che cosa pensavano di Garibaldi? Che fosse un pazzo, un tipo strambo con cui era impossibile discutere in modo ragionevole. Questo è ciò che bisogna tenere presente, perché molte delle sue conclusioni, nel modo in cui parlava alle persone che sono ossessionate dalla civiltà odierna, erano, per lo meno, illogiche. In realtà, già nell’aspetto esteriore di questa personalità c’era molto di illogico. Molte cose non quadravano.
E solo chi riesce in un certo senso a vedere dietro una personalità, a vedere ciò che nelle vite terrene precedenti è potuto entrare nel corpo e ciò che in questa vita terrena, poiché la civiltà attuale rende i corpi inadatti, non è potuto entrare nel corpo, solo chi riesce a vedere questo può farsi una rappresentazione di che cosa sia in realtà una personalità del genere. Un altro non ci arriva nemmeno, perché la cosa più importante in una personalità del genere sta in realtà dietro alle espressioni che possono essere fatte in modo esteriore.
Un valido – i presenti sono sempre esclusi – un valido filisteo, diciamo, che si esprime semplicemente come ha imparato, in cui si vede quindi un riflesso del suo apprendimento scolastico e di altro tipo e della sua educazione, può essere fotografato secondo il suo tipo spirituale-morale. Lui è lì. Ma un essere umano che, con un’anima saggia e completa che proviene da tempi antichi, tale che quest’anima non può esprimersi nel corpo, non può essere giudicato in base a ciò che esce dal suo corpo con i mezzi della civiltà odierna. Questo non è possibile soprattutto nel caso di Garibaldi.
Bisogna in un certo senso – intendo solo in senso figurato – accogliere la cosa come certe immagini spiritiche, dietro le quali si vede un fantòma; così appare una personalità del genere: prima di tutto secondo il suo valore civile, e poi dietro – come qualcosa di spirituale, come una percezione spirituale – ciò che non può entrare nel corpo.
Se si tiene conto di tutto questo, in particolare se ci si lascia trasportare dall’osservazione delle cose che vi ho esposto in modo particolare, allora lo sguardo su Garibaldi ricade effettivamente sulla vita di un vero iniziato, che si estrinseca esteriormente solo in modo completamente diverso, proprio perché non può entrare completamente nel corpo. E alla fine le cose non vi sembreranno poi così sorprendenti, se si tiene conto proprio delle caratteristiche che ho sottolineato.
Bisogna essere un po’ estranei a ciò che ci è stato insegnato oggi, bisogna essere un po’ «estraniati dalla terra» per guardare attraverso un cannocchiale i rapporti borghesi, cosa che altrimenti non è usuale, e cose simili. C’è qualcosa in queste caratteristiche che si distingue dall’ordinario stare all’interno di questi rapporti borghesi.
Così, con Garibaldi, veniamo ricondotti a una vita iniziatica, e proprio a una vita iniziatica, miei cari amici, in un mistero come quello che ho descritto qui alcuni mesi fa, partendo dall’Irlanda. Vi ho descritto i misteri irlandesi, che hanno origine in Irlanda, ma bisogna cercarli in una succursale non molto lontana da qui, cioè in Alsazia, nell’Alsazia odierna; lì troviamo, in un certo grado di iniziazione, proprio Garibaldi.
Ed è abbastanza sicuro che tra questa incarnazione, che dobbiamo cercare nel IX secolo dopo Cristo, e l’ultima nel XIX secolo, non ce ne sia stata nessun’altra, che ci sia stato un lungo soggiorno nel mondo spirituale. Questo è ciò che si presenta come il mistero di questa personalità.
Questa personalità ha accolto ciò che vi ho descritto come i beni di saggezza di Ibernia, e in misura molto elevata. Era ancora all’interno dell’isola irlandese, il luogo dei misteri, e ha guidato egli stesso l’insediamento che poi è giunto in Europa.
Naturalmente, proprio come, diciamo, attraverso qualsiasi specchio, ciò che si riflette diventa diverso a seconda della forma dello specchio, così ciò che allora era presente in un campo che comprendeva il mondo fisico e il mondo spirituale sovrastante, e in cui operava un tale iniziato nel modo che ho descritto mesi fa, si manifestò nel modo in cui poteva svilupparsi nel XIX secolo, da un certo punto di vista della civiltà.
E bisogna abituarsi a non cercare, in un filosofo, in un poeta o in un artista che si trova in un’epoca passata, un filosofo, un poeta o un artista dell’epoca attuale. I rapporti non cambiano l’individualità dell’uomo. Questa individualità passa da una vita terrena all’altra. Ma il modo in cui queste individualità possono estrinsecarsi dipende da ciò che è possibile in un’epoca.
Permettetemi di inserire un esempio che potrebbe illustrarvi questo concetto. Ernst Haeckel è una personalità molto nota. Ernst Haeckel è noto come un entusiasta rappresentante di un certo monismo materialistico, entusiasta, si potrebbe dire, fino al fanatismo. Non ho bisogno di presentare le sue caratteristiche, perché è sufficientemente noto.
Ma se si risale alla precedente incarnazione di questa personalità, si trova quel papa che dal monaco Ildebrando è diventato Gregorio VII. Vi faccio questo esempio per mostrarvi come, a seconda delle condizioni culturali di una determinata epoca, una stessa individualità possa manifestarsi in modo diverso all’esteriore.
Non sarebbe facile arrivare a cercare, nel rappresentante del monismo materialista del XIX secolo, quel papa. Ma il modo in cui ci si vive con i mezzi esteriori della civiltà del piano fisico interessa al mondo spirituale in misura molto minore di quanto si pensi. Dietro la personalità di Haeckel e dietro la personalità del monaco Ildebrando c’è qualcosa che è molto più simile, molto più affine di quanto lo siano le loro differenze, se uno vuole portare il cattolicesimo al potere nella sua forma più estrema e l’altro combatte il cattolicesimo nella sua forma più estrema. Per il mondo spirituale non è una differenza così grande.
Nel mondo spirituale ciò che conta è un contesto umano completamente diverso da queste cose che, in fondo, hanno significato solo nel mondo fisico.
Quindi non dovete stupirvi, miei cari amici, se in Garibaldi si può vedere un vero iniziato di un’epoca precedente, come ho detto, del IX secolo, e se questo, nel XIX secolo, si è espresso in un modo che solo nel XIX secolo poteva esprimersi. Perché ciò che è importante per il modo in cui un essere umano si pone nel mondo è il suo temperamento, il modo in cui si presenta con i suoi tratti caratteriali.
Sì, se ciò che era il contenuto dell’anima di Garibaldi in una precedente incarnazione fosse emerso nel XIX secolo con il temperamento di Garibaldi, allora sarebbe stato semplicemente un pazzo per le persone del XIX secolo. Sarebbe stato considerato un pazzo, un folle. Ciò che è stato in grado di manifestare è proprio ciò che è diventato nella vita esteriore.
Ma subito si presentano spiegazioni luminose per altri nessi karmici, se si ha la direzione verso una certa direzione. Gli altri tre di cui vi ho parlato, che sono stati riuniti con lui in un angolo di terra più o meno nello stesso decennio, questi altri tre erano suoi allievi all’epoca, notate bene, suoi allievi, raccolti da tutte le direzioni: uno dal lontano nord, l’altro dal lontano est, il terzo dal lontano ovest; raccolti da tutti gli angoli della terra, erano suoi allievi.
Ora, proprio nei misteri irlandesi esisteva un obbligo ben preciso per un certo grado di iniziazione. Questo obbligo stabiliva che l’iniziato dovesse continuare a promuovere i propri allievi in tutte le loro successive vite terrene, senza abbandonarli. Se quindi, a causa dei loro particolari rapporti karmici, essi ricompaiono contemporaneamente con lui nella vita terrena, ciò significa che egli deve vivere insieme a loro il destino, che il loro tipo di karma deve essere posto in conto al suo. Se l’individualità che era in Vittorio Emanuele non fosse stata collegata a Garibaldi come maestro di Vittorio Emanuele, suo antico allievo, allora Garibaldi sarebbe diventato repubblicano e avrebbe fondato la Repubblica Italiana. Ma dietro queste cose puramente astratte e di principio c’è la vita umana vivente, che va da un’esistenza terrena all’altra. Dietro c’è questo obbligo dell’anziano iniziato nei confronti dei suoi allievi, e quindi questa contraddizione.
Secondo i concetti, secondo le idee che Garibaldi trovò nel XIX secolo, era naturale che diventasse repubblicano. Che altro avrebbe potuto diventare? Ho conosciuto tanti repubblicani che erano fedeli servitori di qualche principe. Erano repubblicani nel loro intimo, perché semplicemente in un certo periodo del XIX secolo – ormai lontano, ma quando ero ragazzo – tutte le persone che si consideravano ragionevoli erano repubblicane. Dicevano: «Siamo repubblicani, naturalmente, solo che non possiamo mostrarlo al mondo esterno». Ma dentro di sé erano tutti repubblicani. Solo che Garibaldi era ovviamente uno di quelli che lo dimostrava anche al mondo esterno; ma non resistette fino alla fine. E tutti quelli che erano entusiasti di lui non riuscivano a capire perché non fosse riuscito a perseverare. Perché no? Perché non poteva allontanare da sé Vittorio Emanuele, che era legato a lui karmicamente, nel modo che ho descritto. Doveva favorirlo. E quello era l’unico modo in cui poteva farlo.
E allo stesso modo anche gli altri due, Cavour e Mazzini, erano legati a lui karmicamente, ed egli poteva fare solo ciò che essi erano in grado di compiere. Ciò che quindi poteva emergere da tutti e quattro insieme, solo quello poteva compiere. Non poteva seguire unilateralmente la sua direzione. E proprio da un fatto così profondamente significativo, miei cari amici, potete vedere come molte cose che si incontrano nella vita possano essere spiegate solo dai retroscena occulti.
Non avete mai conosciuto persone che, in un determinato momento della loro vita, fanno qualcosa che vi è inspiegabile? Non ve lo sareste mai aspettato da loro. Non riuscite a spiegarvelo con il loro carattere. E non è spiegabile con il loro carattere. Se seguissero il loro carattere personale, farebbero qualcosa di diverso. In questo avete perfettamente ragione. Ma accanto a loro vive un’altra persona con la quale sono legati karmicamente, nel modo che ho descritto per Garibaldi. Perché fanno quello che fanno? La vita diventa realmente comprensibile solo a partire da questi suoi fondamenti occulti. Così che proprio questa personalità ci riconduce, si può dire, ai misteri ibernici. Sembra paradossale, ma è proprio così: quando si guarda al mondo spirituale, ciò che si incontra nella vita terrena esteriore è spesso una maya.
E molti esseri umani che si vedono spesso nella vita quotidiana, con cui si ha spesso a che fare nella vita quotidiana: se si potesse dire loro tutto ciò che si può imparare da loro, se si potesse guardare attraverso di loro alla loro individualità, sarebbero estremamente stupiti; sarebbero davvero estremamente stupiti. Perché ciò che un uomo esprime, specialmente nell’epoca attuale, per i motivi che ho indicato, è solo una minima parte di ciò che un uomo è realmente dopo la sua vita terrena precedente. Ci sono molti misteri nelle cose di cui sto parlando ora.
E prendete la seconda personalità di cui ieri ho dato una breve caratteristica: Lessing, che alla fine della sua vita si presenta con l’annuncio delle vite terrene ripetute. Con lui si viene riportati molto, molto indietro, fino all’antichità greca, quando i misteri dell’antica Grecia erano ancora in pieno splendore. Lessing era un iniziato. Ma nel XVIII secolo non poté immergersi completamente nel corpo. Così, ripetendo questa precedente vita terrena nell’antica Grecia, nel XIII secolo era membro dell’ordine dei Domenicani, un eccellente scolastico che aveva accolto in sé la precisione concettuale; e poi, nel XVIII secolo, divenne in realtà il primo giornalista dell’Europa centrale.
Ma in realtà, sia il dramma sulla tolleranza «Nathan il saggio», sia in particolare qualcosa come la «Drammaturgia amburghese» – leggete solo alcuni capitoli – e poi «L’educazione del genere umano», sono comprensibili solo se si parte dal presupposto che tutte e tre le incarnazioni di questa personalità vi hanno lavorato: il vecchio iniziato greco – leggete il bellissimo trattato di Lessing «Come gli antichi concepivano la morte» –, poi lo scolastico educato in un aristotelismo medievale, e infine colui che, avendo tutto questo nell’anima, è cresciuto nella civiltà del XVIII secolo. E anche un fatto piuttosto evidente salta all’occhio se si considera ciò che ho detto.
È davvero curioso che tutta la vita di Lessing appaia come una ricerca. Egli stesso ha espresso questo carattere della sua natura, della sua entità spirituale, con la famosa frase che viene citata continuamente, anche se in un’accezione filistea, poiché tutti i filistei, che non amano aspirare a qualcosa di preciso, la ripetono dopo di lui: «E se Dio tenesse nella sua mano destra tutta la verità e nella sinistra l’eterna ricerca della verità, mi prostrerei davanti a lui e direi: Padre, dammi ciò che hai nella tua mano sinistra». Questo poteva dirlo Lessing; ma se lo ripete un filisteo, è naturalmente qualcosa di terribile.
Ma è importante che tutta la sua vita sia stata una ricerca, una ricerca intensa, che, se si è onesti, si deve esprimere dicendo: in realtà ci si imbatte in molte frasi di Lessing, proprio le più geniali, solo che la gente non osa inciampare, perché Lessing è considerato una grande figura nei libri di storia e di letteratura. In realtà si inciampa, o meglio ci si impala; solo che la gente non lo ammette. Naturalmente bisogna poi conoscere Lessing di persona. Perché se si prende in mano il libro in due volumi su Lessing di Erich Schmidt, non si rimane infilzati dalle frasi, anche se Erich Schmidt le cita letteralmente. Sono ancora le frasi di Lessing, nella loro formulazione letterale, ma ciò che sta prima o dopo toglie loro ogni acuminatezza.
E questo ricercatore arriva solo alla fine della sua vita terrena a scrivere «L’educazione del genere umano», che si conclude con l’idea delle vite terrene ripetute. Perché questo? Sì, vedete, dovete rendervi conto di una cosa del genere attraverso un altro fatto, che ho già trattato una volta. Nella rivista «Das Reich», pubblicata dal nostro amico Bernus, ho trattato «Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz» e ho fatto notare che un ragazzo di diciassette, diciotto anni ha scritto questo libro. Il ragazzo non capiva nulla, ma proprio nulla. Ce n’è una prova esteriore. Ha scritto queste Nozze chimiche fino all’ultima pagina, che però non c’è. Non c’è nemmeno oggi, ma lui ha scritto le Nozze chimiche – e non ne capiva nulla. Se avesse capito qualcosa, avrebbe dovuto averne la comprensione negli anni successivi. Ma il ragazzo è diventato un valido pastore svevo del Württemberg che, si può anche dire, ha scritto scritti edificanti e teologici al di sotto della media, scritti che sono ben lontani dall’avere qualcosa del contenuto delle Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz. Che non sia stato il futuro pastore svevo a scrivere con la sua anima queste Nozze chimiche lo dimostra la vita stessa, perché questo è uno scritto profondamente ispirativo.
Quindi non si ha sempre a che fare con la personalità di un uomo quando uno spirito si esprime attraverso un uomo. C’è solo una certa differenza tra il coraggioso pastore svevo Valentin Andreae, che ha scritto gli scritti teologici filistei, e Lessing. Se Lessing, trasportato nel XVIII secolo, fosse stato Valentin Andreae, forse anche lui avrebbe scritto in gioventù un bel trattato sull’educazione del genere umano con l’idea delle vite terrene ripetute. Ma egli non era Valentin Andreae, era Lessing, quel Lessing che non aveva visioni, anzi, come si dice, non aveva nemmeno sogni. Egli ha mandato via l’ispiratore, naturalmente nell’inconscio. Se questi avesse voluto venire da lui in gioventù, avrebbe detto: «Vattene, non ho niente a che fare con te». Egli seguì il suo normale percorso educativo umano nel XVIII secolo. E solo così, in età avanzata, è diventato maturo per comprendere ciò che era sempre stato in lui durante la sua vita da Lessing. È stato come se Valentin Andreae avesse mandato via l’ispiratore e non avesse scritto banali scritti teologici edificanti, ma avesse aspettato fino alla vecchiaia e poi avesse scritto coscientemente Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz.
Le singole vite terrene sono così concatenate. E un giorno si dovrà arrivare alla piena coscienza che è proprio così. Se si prende una singola vita umana – che sia quella di Goethe, Lessing, Spencer, Shakespeare o Darwin – e si considera ciò che è emerso da questa vita umana, è come se si strappasse un fiore dal suo stelo e si credesse che possa esistere da solo. Una singola vita terrena non è spiegabile in sé; bisogna trovare la spiegazione proprio nel fondo delle vite terrene ripetute.
È interessante la vita delle due personalità di cui ho parlato ieri, Lord Byron da un lato e – mi perdoni se divento personale – il mio insegnante di geometria dall’altro. Avevano in comune solo la struttura del piede, ma questa struttura è davvero degna di nota. Se si segue questa struttura del piede in modo occulto, essa conduce, in modo simile a quanto ho esposto per Eduard von Hartmann, alla particolare costituzione della testa in una vita terrena precedente. E certamente non si possono raccontare queste cose se non così come si presentano alla vista; l’ho già detto in altre occasioni. Non possono esserci prove logiche esteriori, in senso comune, per queste cose.
Se si segue la vita di questi due uomini, sembra davvero che la vita terrena che entrambi hanno avuto nel XIX secolo sia stata spostata. Perché innanzitutto c’è una contraddizione con qualcosa che ho detto qui alcune settimane fa: che in certi cicli di conferenze coloro che una volta erano contemporanei si incarnano nuovamente come contemporanei. Naturalmente ci sono delle eccezioni. Non è possibile trattare le cose secondo uno «schema prestabilito». Questo non è possibile nemmeno sul piano fisico, a meno che non si voglia diventare proprio parte dello schema. Ma nei confronti del mondo spirituale, miei cari amici, questo è assolutamente impossibile. Esistono delle regole, ma non schemi rigidi. Tutto è individuale.
E così, proprio nel caso di queste due personalità, si viene riportati alla vita terrena che hanno condotto insieme. Non avrei mai trovato Byron in questa vita terrena precedente se non avessi trovato al suo fianco il mio insegnante di geometria. Byron era geniale; questo insegnante di geometria non era geniale nel suo genere. Non era affatto geniale, ma era un eccellente geometra, il migliore che abbia mai conosciuto in vita mia, perché era un vero geometra.
Davvero, non è vero? Di un pittore si sa che c’è qualcosa di unilaterale; di un musicista si sa che è unilaterale, perché le persone sono importanti solo se sono unilaterali. Ma un geometra dei nostri tempi non è di solito unilaterale. Un geometra conosce tutta la matematica e, quando costruisce qualcosa di geometrico, sa sempre come formulare le equazioni di queste cose, ne conosce la matematica, il calcolo.
Questo insegnante di geometria di cui vi sto parlando era un eccellente geometra, ma non era affatto un matematico. Non capiva niente, per esempio, della geometria analitica. Non sapeva nulla della geometria analitica, della geometria computazionale che ha a che fare con le equazioni; faceva cose infantili. Una volta è stato persino molto divertente. Quell’uomo era talmente un costruttore che, con un metodo costruttivo, era giunto alla conclusione che il cerchio è il luogo geometrico dei quozienti costanti. Lo aveva scoperto in modo costruttivo e, poiché nessuno prima di lui lo aveva scoperto in modo costruttivo, si considerava lo scopritore di questa cosa. E noi ragazzi, che naturalmente, a meno che non fossimo dei filistei, avevamo anche una buona dose di esuberanza, noi ragazzi sapevamo che nel nostro libro di analisi c’era scritto che si doveva formulare un’equazione del genere e che il cerchio ne sarebbe risultato. E naturalmente cogliemmo l’occasione per non chiamare più il cerchio cerchio, ma per dargli il nome del nostro insegnante di geometria: la linea N.-N., dicevamo – non voglio dire il nome.
Davvero, aveva la geniale unilateralità del geometra costruttivo. Era anche questo che lo rendeva così significativo, così incisivo. Gli uomini dell’epoca attuale sono davvero incomprensibili; non sono così concisi, ce ne sono tanti che sono come anguille. Ma lui non era un’anguilla, era un uomo con gli spigoli, anche nella sua configurazione esteriore. Aveva un viso di forma approssimativamente quadrata, una testa molto interessante, completamente quadrata, senza nulla di arrotondato. Davvero, si poteva studiare il rettangolo nelle sue caratteristiche costruttive sul viso di quest’uomo. Era molto interessante.
Ora questa personalità si presenta alla nostra vista proprio accanto a Byron, e si viene riportati indietro nel tempo, in un’epoca molto antica dell’Europa orientale, circa uno o due secoli prima delle crociate. Ora vi racconto una storia – chi c’era se lo ricorderà – che riguarda il tempo in cui l’imperatore romano Costantino fondò Costantinopoli. Egli fece trasferire da Roma a Costantinopoli il palladio portato dall’Asia, da Troia. Ciò avvenne con un fasto incredibile. Questo palladio era considerato un oggetto sacro, qualcosa che conferiva forza a chi lo possedeva. A Roma erano davvero convinti che, finché il palladio fosse rimasto sotto una colonna in un luogo importante della città, lì risiedesse la forza di Roma; erano convinti che questa forza fosse stata portata da Troia, un tempo potente, ma poi distrutta dai Greci.
Costantino, che voleva trasferire il potere romano a Costantinopoli, fece portare con grande sfarzo questo palladio a Costantinopoli, naturalmente all’inizio in gran segreto. Lo fece collocare, murare e coprire con una colonna proveniente dall’Egitto, sotto la quale giaceva il palladio. Poi fece restaurare questa antica colonna e vi collocò in cima una vecchia statua di Apollo, che però era stata modificata in modo tale da assomigliare all’imperatore Costantino dell’epoca. Poi fece prendere i chiodi dalla croce di Cristo e con essi realizzò una corona di raggi per la statua, che era una vecchia statua di Apollo, ma che doveva rappresentare lui. E così il palladio fu trasferito a Costantinopoli.
Ora, c’è una leggenda che si è formata in modo strano in seguito, ma che in realtà è molto, molto antica. È stata solo rinnovata e trasformata in seguito, sulla base del testamento di Pietro il Grande, ma risale a tempi molto antichi: cioè che un giorno il palladio sarebbe arrivato da Costantinopoli più a nord-est. Da ciò nacque nella Russia successiva l’idea che il palladio dovesse essere trasferito dalla capitale Costantinopoli alla Russia. Allora ciò che era legato ad esso, ciò che era stato corrotto solo sotto il dominio turco, sarebbe passato al dominio dell’Europa orientale.
Ebbene, queste due personalità, queste due individualità, impararono a conoscere questa leggenda nei tempi antichi – come ho detto, uno o due secoli prima delle crociate, non ho potuto stabilirlo con esattezza – e furono loro che si misero in viaggio dall’odierna Russia verso Costantinopoli per acquisire in qualche modo il palladio e portarlo nell’Europa orientale. Ma non accadde. Non poteva accadere, perché il palladio era ben custodito e le personalità che sapevano dove si trovava non avrebbero mai permesso che venisse sottratto.
Un dolore immenso si impadronì di questi due uomini. E ciò che penetrò come un raggio nell’uno e nell’altro paralizzò letteralmente le loro menti in quel periodo. Questo si manifestò in uno dei due, Lord Byron, che, come Achille vulnerabile al tallone, aveva un piede malformato, ma in compenso possedeva la genialità della testa, che era semplicemente la compensazione per la paralisi nella precedente vita terrena; mentre l’altro, a causa della testa paralizzata, aveva il piede difettoso, il piede storpio.
Ma, vedete, di solito non si sa che l’uomo non ha la geometria, la matematica, solo nella testa. Se non misuraste l’angolo con i piedi, la testa non avrebbe la percezione. Non avreste alcuna nozione di geometria se non camminaste e non afferraste con la geometria. Tutto questo esce dalla testa e emerge nelle rappresentazioni. E chi ha un piede come quello del mio insegnante di geometria ha una forte capacità di attenzione, di riprodurre nella sua testa la costituzione geometrica dell’organismo motorio, dell’organismo degli arti.
E se ci si immergeva in questo insegnante di geometria, in tutta la sua configurazione mentale, si aveva un’impressione umana significativa. E davvero c’era qualcosa di affascinante in lui quando, in fondo, faceva tutto come un costruttore geometrico, come se il resto del mondo non esistesse. Era un uomo incredibilmente libero e, stando con lui – bastava osservarlo attentamente – veniva in mente qualcosa come se una forza magica interiore avesse agito su di lui e lo avesse portato a questa cosiddetta unilateralità.
Ora, nel caso di Lord Byron – ho citato il secondo solo perché non avrei potuto conoscere Lord Byron se lui non mi avesse messo sulla strada giusta – si vede invece l’effetto del karma. Un tempo egli giunse dall’Oriente per portare il palladio. Quando nasce in Occidente, va per aiutare a realizzare la libertà, il palladio spirituale, nel XIX secolo. E se ne va attratto dalla stessa regione terrestre, almeno dalla stessa direzione che aveva seguito un tempo dall’altra parte.
C’è qualcosa di veramente sconvolgente nel vedere come una stessa individualità, in una vita terrena, giunga nella stessa località della Terra da una parte e, in un’altra vita terrena, dall’altra parte; in una vita terrena chiamata da ciò che era profondamente immerso nel mito secondo le concezioni dell’epoca, nell’altra vita terrena attratta da ciò che l’età dell’Illuminismo aveva prodotto come grande ideale. C’è qualcosa di incredibilmente sconvolgente in questo.
E sconvolgenti sono in realtà le cose che derivano dai nessi karmici. Sono sempre sconvolgenti. E in questo campo conosceremo ancora molte cose sconvolgenti, sorprendenti, paradossali. Per oggi volevo solo presentarvi ciò che può rendervi davvero comprensibile quanto possano essere strani i nessi tra vite terrene precedenti e successive nell’umanità.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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