Qualche tempo fa, trovandoci qui riuniti, abbiamo potuto studiare le correnti più profonde del Cristianesimo dal punto di vista del Vangelo di Giovanni, e abbiamo veduto sorgere davanti al nostro sguardo spirituale le poderose immagini e idee che l’uomo può acquistare quando approfondisce questo documento dell’umanità, unico nel suo genere. In diverse occasioni abbiamo rilevato, come si scoprano le più intime profondità del Cristianesimo quando lo si studi col Vangelo di Giovanni alla mano. E fra coloro che hanno ascoltato quel ciclo di conferenze, oppure qualche altro ciclo sul medesimo Vangelo, qualcuno potrebbe chiedersi: È ora possibile che i punti di vista, che sotto molti riguardi veramente si devono considerare come i più profondi, e che si possono acquistare dal Vangelo di Giovanni, possano allargarsi e approfondirsi in qualche modo mediante lo studio di altri documenti cristiani, p. es. degli altri tre Vangeli, di Luca, di Matteo e di Marco? Chi ama adagiarsi nelle teorie, si chiederà: È possibile, ed è necessario, che, dopo esserci resi coscienti che nel Vangelo di Giovanni ci si presentano le più recondite profondità delle verità cristiane, si continui ancora a trattare dell’essenza del Cristianesimo partendo dagli altri Vangeli, e soprattutto dal punto di vista di quello meno profondo, cioè quello di Luca?
Chi ponesse siffatta domanda, e ritenesse essenziale questo suo punto di vista, cadrebbe in un grandissimo errore. Non solo è vero che il Cristianesimo come tale è incommensurabile nella sua essenza, e che si può illuminarlo dai più diversi punti di vista, ma è pure vero e appunto questo ciclo di conferenze lo dimostrerà — che, quantunque il Vangelo di Giovanni sia un documento infinitamente profondo, vi sono cose che da quello non si possono imparare, e che può invece insegnarci il Vangelo di Luca. Ciò che allora, quando tenni le conferenze sul Vangelo di Giovanni, ci siamo abituati a denominare le profonde idee del Cristianesimo, è ben lungi dall'essere il Cristianesimo nella sua completa profondità; ma esiste la possibilità di penetrare in quelle profondità da un altro punto di partenza. E questo altro punto di partenza lo potremo acquistare, se porremo il Vangelo di Luca, dal punto di vista antroposofico occulto, al centro delle nostre considerazioni.
Prendiamo dunque a esaminare alcuni fatti, i quali ci faranno comprendere che vi è davvero qualcosa da acquistare dallo studio del Vangelo di Luca anche dopo avere scandagliato le profondità di quello di Giovanni. E prendiamo le mosse da ciò che, studiandolo, ci risulta a ogni riga del Vangelo di Giovanni, e cioè che, per lo studioso di antroposofia, i Vangeli si presentano come documenti composti da individui, i quali, penetrando col loro sguardo molto addentro nell’essenza della vita e dell’esistenza, contemplarono le profondità dell’universo come iniziati, come chiaroveggenti. Come iniziati e come chiaroveggenti.
Quando parliamo così, genericamente, possiamo adoperare questi due termini «iniziato» e «chiaroveggente» l'uno accanto all’altro, come equivalenti.
Ma se continuando il nostro studio antroposofico vogliamo procedere oltre, a strati più profondi della vita spirituale, dobbiamo pur distinguere l’iniziato dal chiaroveggente (distinzione che a ragione da principio non facciamo), dobbiamo pur distinguerli come due categorie diverse di uomini che hanno trovato la via alle regioni supersensibili dell’esistenza.
Vi è, sotto certi rapporti, una differenza tra un iniziato e un chiaroveggente quantunque nulla si opponga a che l’iniziato sia in pari tempo un chiaroveggente, e il chiaroveggente sia al tempo stesso in certo grado un iniziato. Se volete distinguere esattamente tra queste due categorie di uomini — tra l’iniziato e il chiaroveggente — dovete ricordarvi di ciò che è spiegato nel mio libro «L’Iniziazione. — Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori», e cioè che, in sostanza, vi sono tre gradini pei quali si giunge al di là della visione ordinaria del mondo.
La conoscenza che anzitutto è accessibile all’uomo è quella che considera il mondo per mezzo dei sensi e che, per mezzo dell’intelletto e delle altre forze dell’anima, si appropria ciò che ha guardato. Al di là di questo, vi sono altri tre gradi di conoscenza del mondo: il primo è quello della cosidetta conoscenza immaginativa, il secondo è quello della conoscenza ispirativa e il terzo è quello della conoscenza intuitiva, interpretando la parola «intuitiva» nel suo vero significato occulto.
Orbene, chi possiede la «conoscenza immaginativa»? Possiede la conoscenza immaginativa colui che, davanti al suo sguardo spirituale, vede allargarsi in immagini ciò che sta dietro al mondo dei sensi, come in un poderoso quadro cosmico di immagini, che non somigliano affatto a ciò che si chiama «immagine» nella vita ordinaria. Queste immagini della conoscenza immaginativa hanno la peculiarità di non sottostare a quelle che chiamiamo le leggi dello spazio tridimensionale, e hanno pure altre peculiarità che è difficile paragonare con quelle che sono proprie al mondo dei sensi.
Il mondo immaginativo è tale, che per formarcene una rappresentazione dobbiamo pensare quanto segue: supponiamo che dinanzi a noi stia una pianta, e che noi si sia in grado di trarne tutto ciò che è percepibile al senso della vista come «colore», sì che il colore ondeggi assolutamente libero nell’aria. Se ci limitiamo a trarre dalla pianta il colore che in essa si trova lasciandolo ondeggiare liberamente, avremo davanti a noi una morta forma di colore. Ma per il chiaroveggente questa forma di colore non resta affatto una morta immagine di colore; anzi, quando egli trae fuori dall’oggetto ciò che in esso è colore, allora, grazie alla preparazione ch’egli ha compiuta, questa forma di colore comincia a essere vivificata dallo spirito precisamente come era vivificata nel mondo dei sensi dalla materialità della pianta. L’uomo allora ha davanti a sé, non una morta forma di colore, bensì luce colorata liberamente ondeggiante, scintillante e rutilante nei più svariati modi, ma internamente vivificata. Ogni colore diviene l’espressione delle peculiarità di un’entità animico-spirituale non percepibile nel mondo dei sensi; vale a dire che per il chiaroveggente il colore della pianta fisica comincia a diventare l’espressione di entità animico-spirituali. Pensate dunque un mondo siffatto, riempito di tali forme di colore fluttuanti nei più svariati modi, in eterna trasformazione e trasfigurazione; ma non fermate il vostro sguardo ai colori, come se guardaste un quadro di scintillanti riflessi colorati, bensì pensate tutto ciò come l’espressione di entità animico-spirituali, in modo da dirvi: «Se qui sfolgora una figura di colore verde, è per me l’espressione di una intelligenza che sta dietro ad essa; se là sfolgora una figura di colore rosso chiaro, essa è per me l’espressione di un’entità passionale, ecc.».
Pensate dunque tutto questo mare di colori interpenetrantisi (potrei, nello stesso modo, prendere un altro esempio e dire: un mare di sensazioni di suoni o di odori o di sapori, poiché tutto ciò è l’espressione di entità animico-spirituali nascoste) e allora avete ciò che si chiama il mondo immaginativo. Non è ciò che s’intende comunemente per «immaginazione» cioè una fantasia; è un mondo reale che viene però percepito in modo diverso da come si percepisce il mondo dei sensi.
In questo mondo immaginativo si presenta all’uomo tutto ciò che sta dietro al mondo dei sensi e che coi suoi «sensi sensibili», se vogliamo usare questa espressione, egli non percepisce, p. es., il corpo eterico e il corpo astrale dell’uomo. Colui che da chiaroveggente impara a conoscere il mondo per mezzo di questa conoscenza immaginativa, impara a conoscere delle entità superiori, ma dal loro lato, per così dire, esteriore: come quando andando per la strada vedete passare degli uomini, e imparate a conoscerli dal loro stato esteriore sensibile. Imparate però a conoscerli più esattamente se avete occasione di parlare con loro, perché allora quegli uomini, con le loro parole, vi esprimono ben più di ciò che vedete se semplicemente li guardate incontrandoli per la strada. Non potete vedere, per es., se l’uomo che incontrate per la via porti nella sua anima la gioia o il dolore, l’entusiasmo o la pena; mentre potete apprenderlo se parlate con lui. Nel primo caso, attraverso dò che potete vedere a sua insaputa, egli vi manifesta il suo lato esteriore, nel secondo caso, egli stesso si manifesta a voi. Così è per le entità del mondo supersensibile. Chi da chiaroveggente impara a conoscere le entità del mondo supersensibile, per mezzo della conoscenza immaginativa, impara, per così dire, a conoscerne soltanto il lato esteriore animico-spirituale. Invece egli sente queste entità stesse esprimersi, quando ascende dalla conoscenza immaginativa a quella dell’ispirazione; allora si stabilisce un vero rapporto tra lui e quegli esseri. Ed essi gli manifestano, dall’intimo della loro entità, chi sono e che cosa sono. Perciò l’ispirazione è un grado di conoscenza superiore alla semplice immaginazione, e quando si ascende fino all’ispirazione s’impara molto di più intorno agli esseri del mondo animico-spirituale, che non per mezzo della sola conoscenza immaginativa.
Un grado di conoscenza ancora superiore è l’intuizione (questa parola non va intesa nel senso abituale in cui la si adopera per tutto ciò che di meno chiaro ci viene alla mente, ma va intesa nel suo vero significato occulto). L’intuizione, nel senso occulto, è un modo di conoscenza, per il quale non soltanto si può spiritualmente ascoltare ciò che gli esseri spirituali ci comunicano per virtù propria, ma per il quale ci si unifica con quegli esseri, ci si immerge nella loro entità medesima. Questo è un grado molto alto di conoscenza spirituale; esso richiede che l’uomo abbia prima sviluppato in sé l’amore per tutti gli esseri. A tale grado l’uomo non fa più nessuna differenza fra sé stesso e le altre entità dell’ambiente spirituale; egli ha, per così dire, effuso la propria entità in tutto l’ambiente spirituale, sicché veramente non è più al di fuori degli esseri che stanno in relazione spirituale con lui, bensì nell’interno di essi; sta veramente in essi. E poiché ciò può verificarsi soltanto di fronte a un mondo divino-spirituale, il termine «intuizione» cioè «stare in Dio» è perfettamente giustificato. Dunque a tutta prima ci appaiono tre gradi di conoscenza del mondo supersensibile: l’Immaginazione, l’Ispirazione e l’Intuizione.
Naturalmente l’uomo ha la possibilità di appropriarsi questi tre gradi della conoscenza supersensibile. Ma può darsi che un dato uomo, in una data incarnazione, arrivi soltanto fino al grado dell’Immaginazione; in tal caso gli resteranno nascoste le regioni del mondo spirituale per raggiungere le quali occorrono l’ispirazione e l’intuizione. Quell’uomo è un «chiaroveggente». Al tempo nostro, in generale, non si suole condurre gli uomini senz’altro ai gradi superiori della conoscenza supersensibile, senza farli prima passare per il grado dell’immaginazione; sicché per le nostre circostanze attuali ben difficilmente può avvenire che qualcuno «tralasci» il grado dell’immaginazione, per venir condotto direttamente all’ispirazione o all’intuizione. Ma ciò che oggidì non sarebbe più opportuno, poteva avvenire in altre epoche dell’evoluzione umana — e avveniva effettivamente.
Vi furono epoche nell’evoluzione umana, in cui questi diversi gradi si ripartivano, per così dire, tra individui diversi — l’immaginazione da una parte, l’ispirazione e l’intuizione dall’altra. Vi furono, per es., delle scuole di Misteri, in cui taluni uomini avevano aperto il loro occhio spirituale in modo da essere chiaroveggenti per il campo dell’immaginazione, vale a dire che era loro divenuto accessibile il mondo simbolico delle immagini. Quegli uomini, giunti a tal grado di chiaroveggenza, rinunciavano, per quella incarnazione, a raggiungere i gradi più elevati dell’ispirazione e dell’intuizione, e perciò si rendevano atti a guardare con tanta maggiore chiarezza ed esattezza il mondo immaginativo. Si allenavano, per così dire, in misura del tutto speciale a contemplare il mondo dell’immaginazione. Ma un’altra cosa era per essi necessaria. Chi vuole contemplare solo il mondo immaginativo e rinunzia a salire più in alto, ai mondi dell’ispirazione e dell’intuizione, vive in certo modo in un mondo dell’incertezza. Questo mondo della fluttuante immaginazione è, per così dire, «senza sponde», e, se si resta abbandonati a sè stessi, si nuota dentro in esso, in qua e in là, con l’anima, senza vera esatta conoscenza di una direzione e di uno scopo. Ne conseguiva la necessità, nei tempi e nei popoli dove taluni rinunciavano ai gradi superiori della conoscenza, che i chiaroveggenti, gli uomini dotati di conoscenza immaginativa, si vincolassero con devozione completa alle loro Guide, a coloro che avevano sviluppato le facoltà spirituali dell’ispirazione e dell’intuizione. Perché soltanto l’ispirazione e l’intuizione dànno sicurezza per il mondo spirituale, così da far conoscere esattamente: «La via conduce là! La mèta è là!» Quando invece gli manca la conoscenza dell’ispirazione, l’uomo non può sapere dove la via conduca e dove egli debba andare per raggiungere una mèta; perciò gli è necessario affidarsi all’esperta direzione di qualcuno che lo sappia. Per questo è stato pure sempre giustamente affermato che chi a tutta prima si eleva alla conoscenza immaginativa, deve intimamente vincolarsi al «Guru», al Maestro, il quale gli indica la direzione e la mèta che da sè non può scoprire. D’altro canto però fu necessario, in date epoche (oggi ciò non si fa più), di far «saltare», in certo modo, a taluni il grado dell’immaginazione, per condurli direttamente all’ispirazione e, se possibile, all’intuizione. Questi individui rinunciavano a vedere intorno a sè le figurazioni immaginative del mondo spirituale; si dedicavano soltanto a quelle impressioni dal mondo spirituale che sono emanazioni dell’interiorità delle entità spirituali. Essi ascoltavano con le orecchie dello spirito ciò che dicono le entità del mondo spirituale. Era come se sentiste parlare un uomo da dietro una parete; voi non lo vedete, ma ne udite le parole. Esiste veramente questa possibilità che taluni rinuncino a vedere nel mondo spirituale, per venire invece più rapidamente condotti ad ascoltare spiritualmente le parole delle entità spirituali. Che uno veda o non veda le figure del mondo immaginativo, se egli è in grado di intendere con l’orecchio spirituale ciò che le entità del mondo spirituale dicono di sè stesse, si può dire che egli possiede la «parola interiore», in contrapposto alla «parola esteriore» che si scambia tra uomo e uomo nel mondo fisico.
Vi sono dunque degli uomini i quali, senza vedere il mondo immaginativo, posseggono la «parola interiore», che ascoltano, cioè, i detti delle entità spirituali e sono in grado di comunicarli. Nei Misteri, in tempi passati, nell'evoluzione umana, queste due specie di esperienze supersensibili cooperavano insieme. E poiché colui che possedeva l’una specie di conoscenza supersensibile rinunciava ad acquistare l’altra, e perciò ognuno poteva perfezionarsi maggiormente nella propria, ne risultò, in determinate epoche, in seno ai Misteri, una bella, una meravigliosa cooperazione. V'erano dei chiaroveggenti «immaginativi» particolarmente educati a guardare il mondo delle immagini. Ve n’erano altri che avevano saltato il grado dell’immaginazione, e si erano educati particolarmente ad accogliere nell’anima la «parola interiore» che viene sperimentata mercè l’ispirazione. Così l’uno poteva comunicare all’altro quello che aveva sperimentato grazie alla sua speciale preparazione. Ciò era possibile perchè allora tra uomo e uomo esisteva un grado di fiducia, che oggidì non è possibile, semplicemente perchè l’evoluzione dell’epoca è diversa. Gli uomini non hanno più la fiducia reciproca che occorre, perchè l’uno possa contentarsi di ascoltare ciò che l’altro narra delle sue visioni nel mondo immaginativo, per aggiungervi poi quello ch’egli stesso ha appreso per mezzo dell’ispirazione, sicuro che le descrizioni dell’altro siano giuste. Oggidì ciascuno vuole vedere da sè; ed è una caratteristica giustificata dell’epoca nostra; ben pochi si contenterebbero come una volta di sviluppare unilateralmente l’immaginazione, perciò è necessario che gli uomini attuali vengano a poco a poco condotti attraverso tutti e tre i'gradi della conoscenza superiore senza ometterne alcuno.
A ciascun grado della conoscenza supersensibile noi troviamo grandi segreti che si ricollegano a quello che chiamiamo l’avvento del Cristo, sicché tanto la conoscenza immaginativa, quanto l’ispirazione e l’intuizione, hanno molte, infinite cose da dire intorno a quel grande fatto.
Se dunque partendo da questo punto di vista noi rivolgiamo il nostro sguardo ai quattro Vangeli, possiamo dire che il Vangelo di Giovanni è scritto dal punto di vista di un iniziato che è penetrato nei misteri dell’Universo fin su all’intuizione, e descrive quindi l’avvento del Cristo come apparve alla visione supersensibile elevata fino all’intuizione. Ma chi penetra più addentro nelle peculiarità del Vangelo di Giovanni, dovrà riconoscere (come vedremo appunto in questo ciclo) che tutto ciò che in esso si presenta in modo particolarmente chiaro e spiccato è detto dal punto di vista dell’ispirazione e dell’intuizione, mentre tutto ciò che risulta dalle figure dell’immaginazione è invece pallido e indistinto. Sicché l’autore del Vangelo di Giovanni (a prescindere da quello che egli tuttavia ha introdotto d’immaginativo) lo possiamo chiamare il messo di tutto ciò che, riguardo all’avvento del Cristo, consta a colui che possiede la Parola interiore, fino all’intuizione. Infatti in sostanza egli ci parla così da caratterizzarci i Misteri del Regno di Cristo, come arricchiti dalla Parola interiore ovvero dal Logos. A base del Vangelo di Giovanni sta una conoscenza ispirativo-intuitiva.
Per gli altri tre Vangeli il caso è diverso. E nessuno degli altri tre Evangelisti ha espresso ciò che aveva da dire con la chiarezza di Luca. Precede il Vangelo di Luca una breve, meravigliosa introduzione, un’introduzione che dice all’incirca così: Molti uomini si sono accinti, prima dell’Evangelista Luca, a raccogliere e a narrare ogni sorta di storie che circolavano intorno agli eventi di Palestina, ed ora, per ordinare e precisare quella narrazione, l’autore stesso del Vangelo di Luca intraprende a narrare quello (e qui vengono parole di grande importanza) che «sono in grado di comunicare coloro che da principio ne furono testimoni oculari e divennero ministri della Parola». Dunque l’Evangelista Luca vuole comunicare ciò che hanno da dire coloro i quali furono testimoni oculari e ministri della Parola. Il Vangelo di Luca, parlando di «coloro che furono testimoni oculari», ossia che videro essi stessi, intende coloro che possiedono la conoscenza immaginativa, che possono penetrare nel mondo delle immagini e vi percepiscono l’avvenimento del Cristo, che sono particolarmente educati a contemplare attraverso a tali immagini, e che vedono da sè, esattamente e chiaramente. Luca pone le loro comunicazioni a base del suo Vangelo. E furono «ministri della Parola». Espressione significativa! Egli non dice «possessori della Parola», perchè tali sarebbero coloro che avessero la piena conoscenza ispirata, bensì «ministri» o «servi» della Parola, ministri dunque di coloro che non dispongono in ugual misura delle immaginazioni che si possono vedere da sè, ma che hanno a disposizione le manifestazioni del mondo dell’ispirazione. Ad essi, ai «ministri» viene comunicato ciò che l’ispirato percepisce; essi possono annunziarlo perchè i loro maestri ispirati glielo hanno detto. Essi sono «ministri», non possessori della Parola. Così il Vangelo di Luca si fonda sulle comunicazioni di coloro, i quali vedono da sè, sperimentano da sè nei mondi immaginativi, e che hanno imparato ad esprimere ciò che vedono nel mondo dell’immaginazione, coi mezzi posseduti dall’ispirato, coloro dunque che si sono fatti «ministri» o «servi» della Parola. Ecco un nuovo esempio di quanto esattamente parlino i Vangeli e di come se ne debba comprendere letteralmente ogni parola. Tutto è esatto e preciso in questi documenti scritti sulle basi della scienza spirituale, e spesso l’uomo moderno non ha che una pallida idea della precisione ed esattezza con le quali vengono scelte le parole in questi documenti.
Ma anche questa volta — come sempre quando intraprendiamo simili considerazioni dal punto di vista antroposofico — dobbiamo ricordare che per la scienza dello Spirito i Vangeli non sono veramente la «fonte» della conoscenza. Chi sta strettamente sul terreno della scienza dello Spirito non riconosce la verità di una notizia, per il solo fatto che essa sta scritta nei Vangeli. L’occultista non attinge la sua conoscenza da alcun documento scritto, ma da ciò che gli vien fornito dall’indagine spirituale del suo tempo. Ciò che al tempo nostro gli esseri del mondo spirituale hanno da dire agli iniziati e ai chiaroveggenti è la fonte per la vera scienza dello Spirito, per gl’iniziati e per i chiaroveggenti. E in un certo senso, queste fonti sono oggi le medesime degli antichi tempi di cui vi ho parlato; perciò anche oggidì si possono chiamare chiaroveggenti coloro, che hanno la visione del mondo immaginativo, mentre si possono chiamare «iniziati» soltanto coloro, che possono elevarsi al grado dell’ispirazione e dell’intuizione. Sicché anche iper questi tempi il vocabolo «chiaroveggente» non è sinonimo di «iniziato».
Ciò che incontriamo nel Vangelo di Giovanni poteva fondarsi soltanto sull’indagine dell’iniziato in grado di salire fino alla conoscenza ispirativa e intuitiva. Ciò che incontriamo negli altri Vangeli, poteva fondarsi sulle comunicazioni degli uomini immaginativi: chiaroveggenti, ma non iniziati, i quali dunque non potevano ancora salire da sè al mondo dell’ispirazione e dell’intuizione. Dunque se ci atteniamo strettamente alla differenza sopra indicata, possiamo dire che il Vangelo di Giovanni è basato sull’iniziazione, e gli altri tre sopratutto quello di Luca (secondo la sua stessa dichiarazione) — sulla chiaroveggenza. E appunto perchè si basa particolarmente sulla chiaroveggenza, perchè trae partito da tutto ciò che il più esperto chiaroveggente può vedere, il Vangelo di Luca ci offre un’immagine precisa di ciò che nel Vangelo di Giovanni può apparirci soltanto in pallide immagini.
Per rilevare ancor meglio la differenza vorrei dire quanto segue:
Supponete, ciò che però difficilmente potrebbe accadere che oggidì un uomo venisse iniziato così che gli si aprissero i mondi dell’ispirazione e dell’intuizione, — ma senza che egli fosse chiaroveggente in modo da conoscere il mondo dell’immaginazione. Supponete che costui incontrasse un altro uomo che non fosse iniziato, ma che, per una qualsiasi ragione, potesse vedere il mondo immaginativo in tutta la sua estensione. Quest’ultimo potrebbe comunicare al primo molto di ciò che egli è in grado di vedere, e che il primo può essere in grado di spiegare per mezzo dell’ispirazione, ma senza vederlo da sè, poiché gli manca la chiaroveggenza.
Oggi sono molto numerosi gli uomini che sono chiaroveggenti senza essere iniziati; invece ben difficilmente avviene il contrario; pure potrebbe darsi che un iniziato avesse il dono della chiaroveggenza, ma che per una qualsiasi ragione non potesse arrivare, in singoli casi, alla visione delle immaginazioni; allora un chiaroveggente potrebbe comunicargli molti fatti che gli sono rimasti sconosciuti.
Dobbiamo sempre di nuovo nettamente affermare che l’antroposofia o scienza dello Spirito poggia unicamente sulle indagini degli iniziati, e che nè il Vangelo di Giovanni nè gli altri Vangeli sono le fonti della sua conoscenza. Fonte della conoscenza antroposofica è solo ciò che oggi è possibile indagare senza alcun documento storico. In seguito poi ci accostiamo ai documenti e cerchiamo di confrontare con essi i risultati dell’indagine spirituale odierna. Ciò che l’indagine spirituale può scoprire oggi — e sempre — intorno al fatto del Cristo, noi lo ritroviamo grandiosamente espresso nel Vangelo di Giovanni. Ecco la ragione perchè questo Vangelo ci è così immensamente prezioso, perchè ci mostra che allora vi era uno che sapeva scrivere cosi come scrive anche oggi colui .che è iniziato ai mondi spirituali. Dalle profondità dei secoli giunge a noi la medesima voce che può farsi sentire oggidì. Anche per gli altri Vangeli, incluso quello di Luca, si può dire all’incirca la medesima cosa. Le immagini che Luca ci descrive non sono per noi la fonte della conoscenza dei mondi spirituali; fonte di conoscenza è per noi, ciò che l’elevazione ai mondi spirituali ci dà di per sè stessa. E quando parliamo dell’Evento del Cristo, è fonte di conoscenza, per noi, anche quel grande quadro di figurazioni e immaginazioni che ci si palesa quando rivolgiamo lo sguardo a ciò che sta all’inizio della nostra èra. Confrontiamo poi quello che a noi si palesa di per sè stesso con le figurazioni e le immaginazioni che ci vengono descritte nel Vangelo di Luca. Questo ciclo di conferenze ci mostrerà il rapporto fra le immaginazioni che l’uomo odierno si acquista e le descrizioni che ci vengono presentate nel Vangelo di Luca.
E', infatti, vero che per l’indagine spirituale che si estende agli eventi del passato vi è una sola fonte, la quale non risiede nei documenti esteriori. La scienza dello Spirito non ha le sue fonti nè in pietre scavate dalla terra, nè in documenti conservati negli archivi, nè in cronache di storici, siano essi ispirati o no. Fonte della scienza dello Spirito è per noi ciò che siamo in grado di leggere noi stessi nella cronaca imperitura, nella Cronaca dell’Akasha. Esiste la possibilità di conoscere ciò che è avvenuto, senza alcun documento esteriore. L’uomo può dunque scegliere due vie per conoscere il passato; l’una sta nel servirsi di documenti esterni: storici, se vuole notizia di eventi esteriori, religiosi, se vuole notizia di fatti religiosi. L’altra via sta nel ricercare che cosa possono dire coloro che da sè si sono dischiusa la visione di quella cronaca imperitura che chiamiamo la Cronaca dell’Akasha, di quel grandioso panorama in cui tutto ciò che è avvenuto nel corso dell’evoluzione universale, terrestre ed umana sta registrato in una scrittura incancellabile.
Colui che s’inalza nei mondi spirituali impara a poco a poco a leggere questa Cronaca. Essa non è una scrittura ordinaria. Pensate che si svolga davanti ai vostri occhi spirituali il corso degli avvenimenti del passato. Immaginatevi che Cesare Augusto con tutte le sue gesta vi stia dinanzi, come in un’imagine nebulosa, e che tutto ciò che allora accadde, comparisca davanti al vostro sguardo spirituale. Così il passato sta dinanzi all’occultista, e ad ogni momento egli può apprenderlo di bel nuovo. Non gli occorrono testimonianze esteriori, basta che egli diriga il suo sguardo a un determinato punto del divenire cosmico o umano, e gli avvenimenti accaduti gli si mostrano in un quadro spirituale. Così lo sguardo spirituale può spaziare attraverso le età del passato, e ciò che esso vede viene poi registrato come frutto dell’indagine spirituale.
Che cosa accadde a quei tempi che iniziarono la nostra èra?
Ciò che allora accadde viene percepito dallo sguardo spirituale e ci racconta, p. es., il Vangelo di Luca. L’occultista riconosce così che anche allora esistevano uomini che potevano vedere spiritualmente, che vedevano appunto ciò che era accaduto in passato; e noi possiamo confrontare ciò che essi ci raccontano degli eventi di allora con ciò che risulta a noi quando riguardiamo indietro alla Cronaca dell’Akasha di quel tempo. Richiamiamo sempre davanti all’anima il fatto, che noi non attingiamo le nostre notizie da queste sacre Scritture, ma dall’indagine spirituale stessa, e che rintracciamo poi nelle Scritture quello che dall’indagine spirituale ci è risultato. Ciò aumenta per:noi il valore delle Scritture poiché possiamo giudicare noi stessi della verità del loro contenuto; esse s’ingrandiscono ai nostri occhi come espressione della verità, poiché noi stessi siamo in grado di constatare la verità. Non è lecito però asserire siffatte cose senza aggiungere in pari tempo che questa «lettura della Cronaca dell’Akasha» è tutt’altro che facile: non è certo facile come l’osservare: i fatti del mondo fisico. Con un esempio vorrei mostrarvi quali sono le difficoltà che si incontrano nella lettura della Cronaca dell’Akasha; e l’uomo stesso mi servirà di esempio.
Sappiamo già dai primi elementi dell’antroposofia che l’uomo è costituito dal corpo fisico, dal corpo eterico, dal corpo astrale e dall’Io. Colui che osserva l’uomo durante la veglia diurna ha tutto ciò davanti a sé in un’unità. Nel momento in cui non si osserva più l’uomo durante la veglia diurna, ma per osservarlo diventa necessario salire ai mondi superiori, subito le difficoltà cominciano. Se, per esempio, nella notte vogliamo vedere l’uomo completo, se vogliamo vedere il corpo astrale, che sguardo spirituale paragonare con quanto allora è fuori del corpo fisico, dobbiamo salire nel mondo delle immaginazioni, e là troviamo! l’entità dell’uomo divisa in due diversi arti separati tra loro; Ciò che ora dirò avverrà in rarissimi casi, perchè l’osservare l’uomo è ancora relativamente facile; ma servirà a darvi un’idea delle difficoltà che si presentano.
Pensate che qualcuno entri in un ambiente dove dormono molti uomini. Egli vedrà giacere nei letti i corpi fisici, e, se è dotato di chiaroveggenza, i corpi eterici; poi, se chiaroveggentemente si eleva, vedrà i corpi astrali. Ma il mondo astrale è un mondo dove regna la permeabilità. Lassù nel mondo astrale! i corpi astrali si interpenetrano l’un l’altro. E potrebbe accadere — sebbene al chiaroveggente esperto non accadrà facilmente — che, guardando un gruppo di uomini dormenti, egli non distingua più quale corpo astrale appartenga a un dato corpo fisico. Ho detto: non sarà facile che ciò accada, perchè questo genere di osservazione è relativamente elementare, e perchè l’uomo che vi giunge viene ben preparato a saper distinguere in un caso simile.
Ma le difficoltà diventano grandi, quando nei mondi superiori si osservino, invece dell’uomo, altre entità spirituali. Anzi sono già grandi per l’uomo, quando non lo si studia come uomo attuale, bensì nella sua entità completa che passa da un’incarnazione all’altra. Se voi dunque osservate un uomo attualmente vivente chiedendovi: «dove era il suo Io nell’incarnazione precedente?» dovete attraversare il mondo Devacanico per giungere alla sua precedente incarnazione. E dovete poter determinare quale è l’Io che ha sempre appartenuto alle incarnazioni precedenti di quell’uomo. In tal caso occorre già essere in grado di collegare la complicazione dell’Io continuativo, con le sue diverse tappe quaggiù sulla Terra. Qui è già molto facile sbagliare; quando, cioè, si cerchi la dimora di un Io nei corpi precedenti. Quando dunque si sale nei mondi superiori, non è punto facile collegare tutto ciò che appartiene a un uomo: tenere insieme cioè quello che appartiene a una data personalità, con quello che delle sue precedenti incarnazioni è registrato nella Cronaca dell’Akasha.
Supponiamo che voi conosceste un certo Tizio e voleste sapere, da chiaroveggente oppure da iniziato, chi furono gli antenati fisici di questo Tizio. Supponiamo che ogni documento fisico esteriore fosse perduto, e che poteste fondarvi soltanto sulla Cronaca dell’Akasha, che doveste quindi cercare nell’Akasha per rintracciare gli antenati fisici, padre, madre, nonno, ecc. di quell’uomo, e determinare come il corpo fisico si sia sviluppato nella linea di discendenza fisica. Dopo di questa potrebbe poi sorgere un’altra domanda: «quali furono le incarnazioni precedenti di quell’uomo?» Per rispondere a questo si deve percorrere tutt’altra via che per trovare gli antenati fisici. Per giungere alle incarnazioni precedenti dell’Io si dovrà forse risalire per lunghe, lunghissime epoche. Nessuno dei due è una creatura del tutto nuova, nè il corpo fisico, quale sta dinanzi a noi, poiché discende per linea ereditaria fisica dagli antenati; nè l’Io, perchè si riattacca alle precedenti incarnazioni. Ecco già due correnti. E ciò che vale per il corpo fisico e per l’Io vale pure per i due corpi che stanno in mezzo, cioè il corpo eterico e l’astrale. La maggior parte di voi saprà già che anche il corpo eterico non è una creatura del tutto nuova, ma che anch’esso può aver percorso una via attraverso le forme più svariate. Vi ho detto come il corpo eterico di Zarathustra sia ricomparso nel corpo eterico di Mosè. È il medesimo corpo eterico; dunque, se si cercano i predecessori fisici di Mosè si troverà una linea; se si cercassero invece i predecessori del corpo eterico di Mosè si troverebbe un’altra linea, si personalità, con che delle sue precedenti risalirebbe cioè al corpo eterico di Zarathustra e ad altri corpi eterici. E precisamente come si devono seguire per il corpo eterico correnti del tutto diverse che per il corpo fisico, così pure è per il corpo astrale. Possiamo partire da ciascun arto della natura umana e seguire le più svariate correnti. Dunque si può dire: il corpo eterico è la rincorporazione eterica di un corpo eterico che era in tutt’altra individualità, non nella medesima, nella quale era prima incorporato quell’Io. Lo stesso possiamo dire per il corpo astrale.
Quando saliamo ai mondi superiori per investigare un uomo riguardo ai suoi arti precedenti, vediamo le singole correnti divergere. L’una ci conduce in questa direzione, l’altra in quella, e giungiamo nel mondo spirituale a processi molto complicati. Orbene, se qualcuno vuol comprendere un uomo completamente, dal punto di vista dell’indagine spirituale, non può parlarne soltanto come di un discendente dei suoi antenati, — non può dire soltanto da quale essere derivi il suo corpo eterico, e da quale il suo corpo astrale; ma deve descrivere completamente la via che questi quattro arti hanno percorsa, fino al punto in cui si sono congiunti insieme nell’entità attuale. Ciò non si può fare tutto in una volta. Qualcuno può, per es., seguire la via percorsa dal corpo eterico, e ottenere per tal modo schiarimenti importanti. Un altro potrà poi seguire la via percorsa dal corpo astrale. L’uno potrà dar più importanza al corpo eterico, l’altro più al corpo astrale e secondo questo redigere le sue narrazioni. Per chi non osserva tutto ciò che i chiaroveggenti dicono di una data entità, farà precisamente lo stesso se uno dice una cosa e l’altro un’altra: gli sembrerà che si tratti sempre della medesima narrazione. Per lui chi descrive soltanto la personalità fisica, o chi descrive invece il corpo eterico, tratterà sempre dello stesso Tizio. Ma ciò potrà darvi ormai un’idea di tutta la complicazione di circostanze che ci si presenta quando vogliamo descrivere secondo l’indagine dei chiaroveggenti, degl’iniziati, l’essenza di un qualsiasi fatto, sia dell’uomo, sia di qualsiasi altra entità. Dovevo dire ciò che ho detto per dimostrare che solo l’indagine più vasta e plurilaterale della Cronaca dell’Akasha potrà presentarci chiaramente un’entità davanti all’occhio spirituale.
Quell’Entità che sta dinanzi a noi anche nel senso in cui ce la descrive il Vangelo di S. Giovanni, indifferentemente se prima o dopo il battesimo nel Giordano sia che la chiamiamo «Gesù di Nazareth» prima del battesimo, o «Cristo» dopo il battesimo — così come sta dinanzi a noi, ha un Io, un corpo astrale, un corpo eterico e un corpo fisico. Possiamo descriverla completamente, dal punto di vista della Cronaca dell’Akasha, soltanto se rintracciamo le vie che questi quattro arti dell’Entità «Gesù Cristo» di allora hanno percorso nell’evoluzione umana. Solo allora possiamo intenderla giustamente. Qui si tratta di comprendere pienamente le comunicazioni intorno al fatto del Cristo dal punto di vista dell’indagine spirituale odierna, e di mettere in luce ciò che nei quattro Vangeli apparentemente sembra in contrasto.
Ho spesso accennato alle ragioni perchè l’indagine odierna, puramente materialistica, non può riconoscere l’altissimo valore di verità del Vangelo di Giovanni; perchè non può comprendere che un iniziato più alto veda diversamente e più profondamente degli altri. Coloro ai quali il Vangelo di Giovanni non va a genio, cercano di stabilire una specie di armonia fra gli altri tre, i Vangeli sinottici. Ma stabilire quest’armonia è un compito ben difficile, se si prendono per base soltanto gli avvenimenti materiali esteriori. Perchè la vita di Gesù di Nazareth prima del battesimo di Giovanni e ne studieremo la particolare importanza nella prossima conferenza — ci viene descritta, come già sappiamo, da due degli Evangelisti: Matteo e Luca. Per l'osservazione materialistica esteriore vi sono, tra questi due, differenze molto grandi, per nulla minori di quelle che si osservano fra i tre Vangeli sinottici e il Vangelo di Giovanni.
Prendete la narrazione dei fatti nel Vangelo di Matteo. Anzitutto la nascita del creatore del Cristianesimo viene preannunziata; poi la nascita avviene; giungono dall’Oriente dei Magi che hanno veduto la stella la quale li guida fino al luogo dove nasce il Redentore; ciò desta sospetti in Erode che ordina il massacro dei bambini di Betlemme, per sfuggire al quale i genitori del Redentore con il Bambino fuggono in Egitto. Dopo morto Erode, Giuseppe, padre di Gesù, riceve l’avvertimento che può ritornarsene indietro, e allora, per timore del successore di Erode, egli si reca non a Betlemme, ma a Nazareth.
Prescindo per oggi dall’annunziazione del Battista. Ma voglio accennare al fatto che, se confrontiamo i due Vangeli di Matteo e di Luca, vi troviamo molto diversamente preannunziata la nascita di Gesù di Nazareth; secondo Matteo viene preannunziata a Giuseppe, secondo Luca a Maria. Inoltre nel Vangelo di Luca troviamo detto che i genitori di Gesù di Nazareth dimorano originariamente in Nazareth e poi occasionalmente si recano a Betlemme, per sottostare al censimento; mentre vi si trovano, nasce Gesù. Dopo otto giorni ha luogo la circoncisione; non vi è alcun cenno di fuga in Egitto, e dopo un certo tempo, non molto lungo, il Bambino viene presentato al Tempio.; là vediamo compiersi il sacrificio di rito,. dopo di che i genitori del Bambino rientrano in Nazareth e vi fanno dimora. E poi ci viene raccontato un fatto notevole: che in Gerusalemme, dove i suoi genitori si erano recati per una visita, Gesù dodicenne resta indietro nel Tempio, ed essi lo cercano e lo ritrovano nel Tempio in mezzo a coloro che spiegano la Scrittura; e che egli appare loro versato nell’interpretazione delle Sacre Scritture, intelligente e savio nel Circolo dei Dottori. Dopo di che troviamo narrato che essi riconducono il fanciullo a casa con loro, ch’egli continua a crescere; e null’altro di speciale apprendiamo di lui fino al battesimo nel Giordano.
Abbiamo dunque due storie di Gesù di Nazareth prima che egli accogliesse in sè il Cristo. Chi vuole riunirle deve chiedersi anzitutto come gli riesca di accordare il racconto che Giuseppe e Maria immediatamente dopo la nascita vengono indotti a fuggire col Bambino in Egitto, e più tardi a ritornare. Come può accordare questa notizia, dico, secondo la visione materialista corrente, con la presentazione al Tempio descritta invece da Luca?
Questo che alla concezione fisica ci appare come una perfetta contraddizione, noi lo troveremo vero, alla luce della scienza dello Spirito. Entrambe le versioni sono vere, quantunque nel mondo fisico appaiano contraddittorie. Appunto i tre Vangeli sinottici di Matteo, Marco e Luca dovrebbero costringere gli uomini alla comprensione spirituale della realtà degli avvenimenti umani. Perchè gli uomini dovrebbero comprendere che non si arriva a nulla se, di fronte a questi documenti, non ci si ferma a riflettere sulle apparenti contraddizioni, e se si parla di «fantasia» ogniqualvolta si esca dal campo delle cose reali.
Dunque questa volta appunto ci si offrirà l’occasione di trattare argomenti che il Vangelo di Giovanni non ci diede occasione di trattare, e cioè dei fatti avvenuti prima del battesimo nel Giordano, prima che l’Entità Cristo penetrasse dentro i tre corpi di Gesù di Nazareth. E molti importanti segreti della natura del Cristianesimo ci verranno svelati, appunto dal sentire spiegare, mediante le indagini nella Cronaca dell’Akasha, quale fosse l’Entità di Gesù di Nazareth, prima che il Cristo assumesse i suoi tre corpi.
Cominceremo la prossima volta a esaminare la natura e la vita di Gesù di Nazareth secondo la Cronaca dell’Akasha, e poi ci chiederemo: che rapporto corre fra ciò che possiamo apprendere da questa fonte intorno alla vera entità di Gesù di Nazareth e ciò che troviamo esposto nel Vangelo di Luca come narrazione fatta da coloro, che allora «videro da sè stessi», e furono ministri della Parola, del Logos?
Il Vangelo di Giovanni è sempre stato, attraverso le diverse epoche dello sviluppo del Cristianesimo, la Scrittura che ha prodotto l’impressione più viva su tutti coloro, che hanno cercato di approfondirsi molto, di concentrarsi intimamente nelle correnti universali cristiane. Perciò esso è stato il documento di tutti i mistici cristiani che hanno cercato d’imitare nella propria vita ciò che il Vangelo di Giovanni ci rappresenta nella personalità e nell’entità di Gesù Cristo.
Di fronte al Vangelo di Luca, l’umanità cristiana si è comportata, attraverso i secoli, in modo alquanto diverso. E questo, esaminato da un altro punto di vista, corrisponde, in fondo, alle differenze già altra volta accennate tra il Vangelo di Giovanni e quello di Luca. Se il Vangelo di Giovanni fu, sotto certi riguardi, il documento dei mistici, il Vangelo di Luca fu sempre una specie di documento di edificazione per tutti, anche per coloro, i quali si elevavano direttamente dalla semplicità e dall’ingenuità del loro cuore nelle sfere del sentire cristiano. Il Vangelo di Luca passa attraverso i tempi come un libro di edificazione. Esso fu sempre fonte di consolazione interiore per tutti gli uomini oppressi dal dolore, perchè ci parla tanto del grande Consolatore, del grande Benefattore dell’umanità, del Salvatore degli oppressi e degli afflitti. Il Vangelo di Luca fu sempre il documento, al quale particolarmente rivolsero l’animo coloro, che volevano compenetrarsi dell’amore cristiano, perchè in esso più che in qualsiasi altra scrittura cristiana — viene descritta la potenza e l’efficacia dell'amore. E coloro che in un modo qualsiasi sono coscienti (e possono esserlo, in sostanza, tutti gli uomini) di aver aggravato il proprio cuore di qualche fallo, hanno sempre trovato edificazione, conforto e sollievo all’anima oppressa, nell’annunzio del Vangelo di Luca, che Gesù Cristo non è venuto soltanto per i giusti, ma anche per i peccatori, che Egli ha mangiato alla stessa tavola coi peccatori e coi pubblicani! Se per subire l’azione del Vangelo di Giovanni occorre un’alta preparazione, si può dire, che nessun’anima è troppo bassa o troppo immatura per non sentire pienamente tutto il calore, che emana dal Vangelo di Luca. Così il Vangelo di Luca è sempre stato un libro per tutti, capace di edificare anche l’animo più infantile. Tutto dò che nell’anima umana resta infantile — dalla primissima età fino alla più tarda vecchiaia — si è sempre sentito attirato verso il Vangelo di Luca. E soprattutto, ciò che delle verità cristiane è stato rappresentato pittoricamente, ciò che delle verità cristiane è stato preso dalla pittura come soggetto dell'arte per fare più profondo appello ai cuori umani: tutto ciò (benché molto sia derivato pure dagli altri Vangeli) noi lo troviamo nel Vangelo di Luca, e da lì lo vediamo fluire nell’arte. Tutte le profonde relazioni fra Gesù Cristo e Giovanni Battista, che ebbero così svariate rappresentazioni artistiche, scaturirono dalla fonte di questo libro imperituro.
Chi da questo punto di vista subisce l'azione del Vangelo di Luca, troverà che dal principio alla fine esso è come immerso nel principio dell’amore, della compassione, dell’innocenza anzi, fino a un certo grado, della infantilità. Dove mai troviamo espressa con tanto calore questa infantilità, come appunto nella storia dell’infanzia di Gesù di Nazareth, quale ci viene raccontata da Luca? La ragione di ciò ci apparirà chiara, quando a poco a poco penetreremo in questo libro meraviglioso.
Oggi sarà necessario esporre diversi fatti, che potranno forse a tutta prima sembrare contraddizione ia coloro, che, su questo o altri argomenti, hanno già sentito altre mie conferenze. Ma aspettate di sentire anche le conferenze dei prossimi giorni, e troverete armonia con quanto finora vi ho detto intorno a Gesù Cristo e a Gesù di Nazareth. Non si può, in una volta sola, esporre la verità in tutta la sua complicata ampiezza, e oggi sarà necessario mostrare un lato delle verità cristiane, che potrà apparire in contraddizione con quell’altro lato della verità, che ho potuto esporvi in altre occasioni. Occorre scegliere la via in modo da sviluppare singolarmente le varie correnti di verità, per poi mostrare come esse si trovino fra loro in completo accordo e armonia. Naturalmente, non ho potuto accennare che a una parte della verità nei diversi cicli di conferenze tenuti fin qui — soprattutto perchè finora, e con intenzione, abbiamo sempre preso come punto di partenza il Vangelo di Giovanni. Ma questa parte rimane pur sempre verità, e ciò lo constateremo, ripetutamente, nei prossimi giorni. Oggi ci toccherà esaminare un’altra parte delle verità cristiane, che più delle altre vi riuscirà nuova.
Il Vangelo di Luca, in un passo meraviglioso, ci narra, che ai pastori nei campi appare visibilmente un angelo, il quale annunzia che è nato il «Redentore del mondo», e dopo che l'angelo ha dato il suo annuncio, si associa a lui «una moltitudine dell’esercito celeste». Rappresentatevi dunque quest’immagine: i pastori, che guardano in alto e hanno la visione del «cielo aperto», e le entità del mondo spirituale che dinanzi a loro si manifestano in possenti immagini.
Che cosa viene annunziato ai pastori?
Ciò che viene loro annunziato - è rivestito di parole monumentali; parole che furono pronunziate attraverso tutta l’evoluzione umana e divennero il motto di Natale dell’evoluzione cristiana. — Quelle parole che risuonano incontro ai pastori, giustamente tradotte, sarebbero press’a poco le seguenti: «si manifestano le entità spirituali dalle altezze, affinchè la pace regni giù sulla Terra fra gli uomini che sono compenetrati di buona volontà». È errata la parola «gloria», che generalmente viene qui usata. La traduzione giusta è quella che ho data or ora. E dovrebbe essere nettamente rilevato il contrasto: che ciò che i pastori vedono è la manifestazione delle entità spirituali dalle altezze, e che essa avviene in quel momento, affinchè la pace entri nei cuori umani, che sono compenetrati di buona volontà. — In sostanza, in queste parole giustamente comprese» stanno, come vedremo, molti dei misteri del Cristianesimo. Ma occorreranno alcuni elementi per illuminare queste parole paradigmatiche. Prima di tutto sarà necessario considerare le notizie, che il chiaroveggente ricava dalla Cronaca dell’Akasha. Si tratta anzitutto di studiare con l’occhio spirituale aperto, l’epoca, in cui Gesù Cristo appare all’umanità, e di chiederci: come ci si presenta ciò, che allora è penetrato spiritualmente nell’evoluzione della Terra, se noi lo seguiamo in tutto il suo divenire storico, se ci chiediamo donde è venuto?
Tutto un insieme di correnti spirituali confluì allora dalle direzioni più diverse entro l'evoluzione umana. Svariate concezioni dell’universo erano apparse, nel corso dei tempi, nelle diverse regioni della Ferra; ora tutto ciò che prima si era manifestato in molti luoghi della Terra confluì in Palestina e si espresse in un modo o nell’altro negli avvenimenti che ivi si svolsero, così che possiamo chiederci: dove conducono le correnti che vediamo riunirsi insieme come in un centro in quegli avvenimenti in Palestina?
Abbiamo già mostrato come il Vangelo di Luca ci dia la cosidetta «conoscenza immaginativa», e come questa conoscenza si ottenga in immagini. E appunto un’immagine ci viene presentata nel passo citato del Vangelo di Luca: appare in alto, sopra i pastori, la manifestazione delle entità spirituali dalle altezze dapprima l’immagine di un essere spirituale, di un angelo, e poi di una moltitudine di angeli.
Qui dobbiamo formulare la domanda: l’uomo chiaroveggente, che sia in pari tempo iniziato ai misteri dell’esistenza, come considera questa immagine, ch’egli può sempre ricostruirsi, quando guarda indietro nella Cronaca dell’Akasha? Che cos’è, che appare in tal modo ai pastori? Che cosa vi è in quella schiera di angeli, e donde viene? Ciò che si mostra in quell’immagine è una delle grandi correnti spirituali, che è fluita attraverso l’evoluzione umana, elevandosi gradatamente sempre più, sì che al tempo degli avvenimenti di Palestina non poteva più risplendere sulla Terra, se non dalle altezze spirituali. Se noi — nel decifrare la Cronaca dell’Akasha — partiamo da questa «moltitudine di angeli» apparsa ai pastori, veniamo ricondotti a una delle più grandi correnti spirituali della evoluzione dell’umanità che finalmente si era diffusa sulla Terra, parecchi secoli prima dell’apparizione di Gesù Cristo, sotto il nome di «Buddhismo». Per quanto strano ciò possa sembrare, colui che per mezzo della Cronaca dell’Akasha, partendo da quella rivelazione ai pastori, persegue a ritroso la via verso epoche umane precedenti, viene appunto ricondotto a ciò, che fu l’«illuminazione» del grande Buddha. Riapparve nella rivelazione ai' pastori la luce, che un India risplendette agli uomini, la grande visione universale che un tempo, laggiù, aveva commosso gli spiriti e i cuori come religione della compassione e dell’amore, e che ancora oggidì è alimento spirituale per gran parte dell'umanità. Anche questo doveva fluire nella rivelazione di Palestina. Possiamo comprendere ciò che il Vangelo di Luca ci racconta in principio, soltanto se (partendo anche qui dall’indagine scientifico-spirituale), — gettiamo uno sguardo a ciò che fu il Buddha per l’umanità, e a ciò che la sua rivelazione produsse nel corso dell’evoluzione dell’umanità.
Rendiamoci conto di quanto segue:
Quando, 5 o 6 secoli avanti la nostra èra, il Buddha rinacque nell’estremo Oriente, apparve in lui un’individualità che già molte e molte volte era stata rincarnata, e che attraverso le sue molteplici incarnazioni era progredita fino a un altissimo grado di evoluzione umana. Il Buddha potè essere allora ciò che fu, soltanto perchè nelle sue incarnazioni precedenti egli aveva già raggiunto nel senso migliore un alto, un altissimo grado di evoluzione. Quel grado di evoluzione di un’entità nell’universo, che era stato raggiunto dal Buddha, si chiama con espressione orientale «Bodhisattwa». Già nelle conferenze del 1909 «Le Gerarchie Spirituali» ho indicato il rapporto dei Bodhisattwa con l’intiera evoluzione cosmica; poi a Monaco nelle conferenze sull’«Oriente alla luce dell’Occidente», ho parlato dell’essere dei Bodhisattwa da diversi punti di vista; oggi ne parleremo ancora sotto un altro aspetto; e a poco a poco troverete l'armonia fra queste singole verità.
Colui che diventava «Buddha», doveva essere stato prima «Bodhisattwa». Il grado di Bodhisattwa è dunque il grado, che precede quello di Buddha nell’evoluzione individuale. Vogliamo ora esaminare l’essere del Bodhisattwa dal punto di vista dell’evoluzione dell’umanità. Lo comprenderemo soltanto, se partendo dal punto di vista della scienza dello Spirito, approfondiremo il nostro studio sull’evoluzione dell’umanità.
Le facoltà e le capacità che gli uomini sviluppano in una data epoca, non sono state sempre da essi possedute. È miope colui che giudica le cose, senza saper guardare al di là della propria epoca, credendo, che già in tempi primordiali esistessero le stesse facoltà che gli uomini hanno oggidì. Le facoltà umane, — ciò che gli uomini possono sapere e fare — si cambiano di epoca in epoca. Oggidì le facoltà umane sono sviluppate in modo, che l’uomo, per mezzo del proprio giudizio, può conoscere questo o quello, e dire con ragione: «io riconosco la tale o la tal’ altra verità; la riconosco per mezzo del mio intelletto e della mia ragione; posso distinguere ciò che è morale o immorale, ciò che in un certo rapporto è logico o illogico». Ma si sbaglierebbe, credendo che siano sempre state inerenti alla natura umana queste facoltà di discernere il logico dall’illogico, il morale dall’immorale. Esse sono venute formandosi, sviluppandosi a poco a poco. Come il bambino apprende dai genitori e dai maestri, così l’uomo ha dovuto apprendere ciò, che oggi possiede come capacità sua propria, da entità, le quali, pure essendo incarnate fra gli uomini, erano per le loro capacità spirituali superiormente evolute, e potevano, entro i Misteri, aver rapporti con entità spirituali divine al di sopra di loro. Vi furono sempre individualità siffatte, che per quanto incarnate in un corpo fisico, pure potevano mettersi in comunicazione con individualità superiori. Per esempio, prima che gli uomini avessero acquistato la capacità del pensiero logico, per la quale oggidì possono pensare logicamente da sè, dovettero ascoltare dei maestri. Questi maestri sapevano pensare logicamente, non per mezzo di determinate facoltà che si sviluppano nel corpo fisico, ma soltanto per il fatto, che nei Misteri avevano rapporti con entità spirituali divine dimoranti nelle regioni superiori. Vi furono effettivamente maestri, che, per le rivelazioni che ricevevano da mondi superiori, insegnarono ciò che è logico e morale prima che gli uomini sulla Terra fossero in grado di pensare logicamente, o di trovare per mezzo della loro propria natura ciò ch’è morale. Bodhisattwa si chiama appunto una data categoria di questi esseri, che si trovano bensì incarnati nel corpo fisico, ma che hanno rapporti con entità divino-spirituali, a fine di poter portare giù sulla Terra e di comunicare agli uomini ciò che da quelle imparano. Sono, dunque, entità incarnate in un corpo umano, che con le loro facoltà arrivano così in alto, da potersi mettere in relazione con le entità spirituali-divine.
Prima che il «Buddha» divenisse un «Buddha» egli fu appunto un «Bodhisattwa», cioè un’individualità, che nei Misteri poteva avere rapporti con le entità superiori, divine. Una tale entità, quale è il Bodhisattwa, ricevette una volta nel mondo superiore — in lontane epoche primordiali dell’evoluzione della Terra una determinata missione, alla quale poi si attenne.
Se applichiamo questo al Buddha, diremo: come Bodhisattwa ebbe un determinato compito. Quando la Terra si trovava ancora in uno stato primitivo di evoluzione, ancora prima dell’epoca atlantea e di quella lemurica, venne assegnata a quell’Essere, che si incarnò poi come Buddha nel sesto secolo prima dell’èra volgare, una determinata missione, alla quale egli si attenne. Per tutti i tempi la sua azione dovette esplicarsi, di epoca in epoca, comunicando via via all’evoluzione terrestre quel tanto che essa, secondo i suoi abitanti, era in grado di accogliere. Ognuna di siffatte entità cioè ogni Bodhisattwa raggiunge dunque un momento, in cui la missione ricevuta in epoche primitive è per così dire compiuta, in cui arriva cioè al punto, in cui tutto ciò che «dall’alto» egli ha potuto far fluire nell’umanità è diventato una sua facoltà umana. Infatti, ciò che oggi è facoltà umana era prima facoltà di entità spirituali divine, che i Bodhisattwa portarono giù agli uomini dalle altezze spirituali. Un siffatto missionario spirituale arriva dunque a un punto, nel quale può dirsi: «io ho compiuto la mia missione; all’umanità è dato ormai quello a cui per lunghissime epoche era stata preparata», Arrivato a questo punto, il Bodhisattwa può diventare «Buddha». Vale a dire che per lui è venuto il momento, in cui come quella entità e con quella missione, egli non ha più da incarnarsi in un corpo fisico umano; il momento in cui s’incarna per l’ultima volta in un corpo fisico umano. Questo momento era giunto per il Buddha. Ciò che egli aveva avuto da compiere prima di allora, lo aveva ricondotto sempre di nuovo giù sulla Terra. Ma l’incarnazione, in cui ricevette l’illuminazione che lo rese Buddha, fu l’ultima sua incarnazione da Bodhisattwa. Visse allora rivestito di un corpo umano, il quale aveva sviluppato al massimo grado le facoltà, che prima venivano insegnate dall’alto, e che d’ora innanzi a poco a poco dovevano diventare facoltà proprie dell’uomo. Quando, attraverso alla sua evoluzione precedente, un Bodhisattwa è arrivato al punto da rendere un corpo umano perfetto, tanto da potere sviluppare le facoltà inerenti alla sua missione di Bodhisattwa, egli non ha più bisogno di rincarnarsi. Allora rimane nelle regioni spirituali, e da lì opera sugli uomini, guidandone e promuovendone il progresso. E allora gli uomini hanno il compito di continuare a sviluppare ciò, che prima discendeva loro da sfere celesti, dicendo a sè stessi: «noi dobbiamo ora evolverci in modo da sviluppare in noi quelle facoltà, che vediamo per la prima volta pienamente raggiunte nell’incarnazione, in cui il Bodhisattwa divenne Buddha. Questo appunto significa «essere Buddha», significa rappresentare in un singolo individuo quello di cui il Bodhisattwa è capace; cioè mostrare come questa Entità, che di epoca in epoca ha operato in qualità di Bodhisattwa, si comporti da singolo uomo, quando tutto ciò che prima fluiva dalle altezze celesti, si è interiorizzato nella natura umana. Questo mostrò il Buddha. Se il Bodhisattwa si fosse ritirato prima della sua missione, gli uomini non avrebbero più potuto essere beneficati dal fatto che determinate facoltà venivano loro dall’alto. Ma, dopo che l’evoluzione fu progredita al punto da rendere possibile l’esistenza di queste facoltà in un singolo esemplare umano sulla Terra, venne pure creata in germe la possibilità, che gli uomini in avvenire sviluppassero queste facoltà in sè stessi. Così quell’individualità, che prima si era venuta sviluppando come Bodhisattwa, e che, finché fu Bodhisattwa, non era completamente penetrata dentro la forma umana, ma ne emergeva fino alle sfere celesti, penetrò una volta completamente dentro un corpo umano, così da venirne interamente afferrata. Ma dopo di ciò, essa torna a ritirarsene. Perchè ormai — con questa incarnazione di Buddha — è data all’umanità una certa somma di rivelazioni, che devono d’ora innanzi svilupparsi da sè in seno ad essa. Perciò l’Essere del Bodhisattwa — dopo diventato Buddha può ritirarsi dalla Terra in date regioni spirituali, e trattenervisi, per continuare a dirigere le vicende umane da lì, dove soltanto certe facoltà chiaroveggenti possono ancora vederlo.
Quale fu dunque il compito di quella meravigliosa, grande, possente Individualità, che ordinariamente si chiama il Buddha?
Se veramente vogliamo esaminare, nel senso del vero esoterismo, il compito, la missione del Buddha, dobbiamo dirci quanto segue: tutta la facoltà di conoscenza dell’umanità si è venuta sviluppando a poco a poco. Abbiamo spesso parlato del fatto, che all’epoca atlantea gran parte dell’umanità poteva chiaroveggentemente guardare nei mondi spirituali, e che ancora all’epoca postatlantea sussistevano alcuni residui di quell’antica chiaroveggenza. Discendendo dall’epoca atlantea fin giù all’epoca antica indiana, e poi all’antica persiana, all’epoca egizio-caldaica, e perfino ancora alla greco-latina, troviamo numerosi uomini (molto più numerosi che non si supponga attualmente) dotati di residui dell’antica chiaroveggenza, cioè della facoltà di percepire le profondità occulte dell’esistenza, e di spaziare collo sguardo nel piano astrale. Ancora all’epoca greco-latina era naturale per gran parte degli uomini vedere il corpo eterico umano, e in specie la testa circondata da quella nube eterica, che andò poi a poco a poco nascondendosi nell’interno idei capo. Ma l’umanità doveva giungere a quella forma di conoscenza, che divenne gradatamente la completa conoscenza sensibile, quella conoscenza che si acquista per mezzo dei sensi esterni e delle facoltà spirituali rivolte verso detti sensi. L’uomo dovette via via discendere del tutto dal mondo spirituale e giungere alla semplice osservazione dei sensi, al pensiero logico, razionale. A poco a poco l’uomo dovette giungere a questa conoscenza non chiaroveggente, perchè era necessario che egli la traversasse, a fine di poter più tardi riacquistare la conoscenza chiaroveggente, ormai riunita però con quanto aveva acquistato per mezzo dei sensi e dell’intelletto. In tale epoca noi viviamo attualmente. Noi guardiamo indietro ad un passato, nel quale l’umanità era chiaroveggente, e guardiamo avanti all’avvenire, in cui l’umanità ridiverrà chiaroveggente. Ma durante questo intervallo della nostra epoca, la maggioranza degli uomini è limitata a ciò che percepisce coi sensi e che comprende con l’intelletto e con la ragione. A dir vero, però, vi è un certo culmine anche nella visione sensibile e nella conoscenza intellettuale e razionale. Vi sono dovunque dei «gradi» nella conoscenza. Vi è il tale che, in una data incarnazione della sua esistenza terrena, ha una ben limitata visione di ciò che è «morale»; che sviluppa ben poca compassione per i suoi simili; noi lo chiameremo un uomo di basso livello morale. Un altro passa nella vita dotato di facoltà intellettuali poco sviluppate; noi lo chiameremo un uomo di basso livello intellettuale. Ma noi sappiamo che queste facoltà intellettuali di conoscenza possono salire fino a un altissimo grado. Dall’uomo che è poco morale e poco intellettuale, fino all’uomo che, nel senso di Fichte, chiamiamo un «genio morale», e che si sviluppa fino alla più alta fantasia morale, abbiamo ogni possibile grado intermedio; e sappiamo di poterci sviluppare fino a questa cima della perfezione umana attuale, senza possedere facoltà di chiaroveggenza — soltanto mercè la nobilitazione delle forze, di cui l’uomo comune dispone.
Questi gradi dovettero dapprima venir conquistati dall’umanità nel corso dell’evoluzione terrena. L’uomo dei tempi antichi non avrebbe potuto raggiungere da sè ciò che oggidì l’uomo già arriva a conoscere, fino a un certo grado, per intelligenza propria, ciò che raggiunge per propria forza morale: la verità cioè, che si deve avere compassione dei dolori di un altro uomo. Oggi si può dire, che il sano senso morale umano si apre a questa cognizione anche senza chiaro-veggenza; e gli uomini si eleveranno sempre più al riconoscimento, che la compassione è la virtù suprema, e che senza amore l’umanità non potrebbe progredire oltre.
Si può dire che oggi ciò può venire riconosciuto dal senso morale dell’uomo, che in avvenire andrà sempre più affinandosi. Ma dobbiamo guardare indietro a epoche, in cui il senso morale non era ancora in grado di riconoscere tali cose da sè. Vi fu un tempo, in cui gli uomini non avrebbero assolutamente potuto riconoscere da sè, che la compassione e l’amore sarebbero stati necessari al supremo sviluppo dell’anima umana. Perciò dovettero incarnarsi in forme umane delle entità spirituali, e fra le altre i Bodhisattwa, che ricevevano dai mondi superiori le rivelazioni della forza attiva della compassione e dell’amore, ed erano in grado d’indicare agli uomini, non ancora maturi per saperlo per forze proprie, come dovessero contenersi riguardo alla compassione e all’amore. Per epoche ed epoche dovette venire insegnato dalle altezze celesti ciò che oggidì gli uomini riconoscono per forze proprie, cioè l’alta virtù della compassione e dell’amore, a cui il senso morale si innalza. E il Maestro dell’amore e della compassione fu, a quei tempi, quando gli uomini stessi ancora non ne conoscevano la natura, quel Bodhisattwa che s’incarnò poi per l’ultima volta in Gotama Buddha. Prima di essere Buddha, egli fu il Bodhisattwa che insegnò l’amore, la compassione e tutto ciò che con essi! si collega durante tutte le epoche descritte, nelle quali gli uomini erano ancora in certo modo chiaroveggenti per natura. Egli, come Bodhisattwa, s’incarnò in quei corpi umani chiaroveggenti. E quando poi s’incarnò come «Buddha», guardando chiaroveggentemente dall’una all’altra di quelle precedenti incarnazioni, egli potè dire come l’anima si sentisse nel suo intimo allorché guardava dentro le profondità dell’esistenza che si celano dietro alle apparenze dei sensi. Con queste facoltà, già acquistate nelle incarnazioni precedenti, egli rinacque come Gotama nella stirpe dei Sakia, alla quale apparteneva suo padre Suddhodana. Quando Gotama nacque come tale, era ancora Bodhisattwa, apparve cioè a quel grado di evoluzione,; fino al quale era giunto nelle precedenti incarnazioni. Colui che si chiama comunemente il «Buddha» nacque dunque come Bodhisattwa, da suo padre Suddhodana e da sua madre Mayadevi; nascendo appunto come «Bodhisattwa», ebbe da fanciullo altissime facoltà di chiaroveggenza, ed era capace di penetrare nelle profondità dell’esistenza.
Rendiamoci conto, che questo «guardare nelle profondità dell’esistenza» prese a poco a poco, nel corso dell’evoluzione umana, forme specialissime. Fu missione dell’evoluzione umana sulla Terra di far retrocedere a poco a poco l’antica facoltà di chiaroveggenza ottusa. Ciò che di essa a un certo punto ancora sopravviveva, non ne era certo la parte migliore già molto prima perdutasi — ma era per lo più una visione molto bassa del mondo astrale: la visione di quelle potenze demoniache, che per mezzo delle sue passioni e dei suoi istinti tirano l’uomo in giù in una sfera inferiore. Mediante l’iniziazione noi possiamo penetrare con lo sguardo nel mondo spirituale e scorgervi le forze e le entità, che sono connesse coi migliori pensieri e sentimenti umani; ma vi scorgiamo pure le potenze spirituali, che stanno dietro alle sfrenate passioni, alla sensualità selvaggia e al divorante egoismo. La visione di tali potenze demoniache, che stanno dietro alle degradanti passioni umane, era tutto ciò che ancora sussisteva nelle masse umane (non già negli «iniziati»). Chi percepisce il mondo spirituale vede tutto ciò da sè; l'uomo non può raggiungere l'una visione senza l'altra; ciò dipende dallo sviluppo delle facoltà umane.
Il Buddha dovette naturalmente, come Bodhisattwa, incarnarsi in un corpo umano, organizzato come lo erano i corpi umani di allora. S’incarnò in un corpo, che gli dava la facoltà di guardare profondamente nei sostrati astrali dell’esistenza. Già da fanciullo era capace di vedere, tutte le forze astrali, che stanno a base della passione violenta, della cupida e divorante sensualità. Lo avevano preservato dalla Visione del mondo esterno con la sua corruzione fisica, i suoi tormenti e le sue sofferenze. Rinchiuso nel palazzo, protetto contro tutto, veniva carezzato e guastato come i pregiudizi correnti ritenevano dovuto alla sua condizione; ma questa clausura acuiva tanto maggiormente la sua facoltà di visione. E mentre egli era così attentamente vigilato e tenuto lontano da tutto ciò che poteva ricordare la malattia e il dolore, nella sua segregazione egli aveva l’occhio spirituale aperto alle immagini astrali; gli facevano ridda attorno immagini astrali di tutte le passioni selvagge, che possono degradare l’uomo. Chi è capace di leggere con occhio spirituale, con vero esoterismo, la biografia del Buddha, sebbene conservata exotericamente, lo capirà da sè, dopo udito ciò che ora abbiamo detto; perchè va notato, che molte delle narrazioni exoteriche non si possono comprendere, se non si è capaci di penetrare nei sostrati esoterici di esse. E fra le notizie exoteriche meno comprensibili, sono appunto quelle intorno alla vita del Buddha. Non è forse strano trovare nelle biografie del Buddha la notizia ch’egli, nel suo palazzo, era circondato da «quarantamila ballerine e da quarantottomila donne»? Ciò si trova oggi descritto perfino in libri, che si possono comperare per pochi centesimi; ma si vede, che i loro autori non sono troppo meravigliati di questo harem di «quarantamila ballerine e quarantottomila donne». Che significa ciò? La gente non sa che in queste parole sta un accenno a esperienze avute dal Buddha, per mezzo della visione astrale, nella massima misura in cui siffatte esperienze possano riversarsi in un cuore umano! Non sa ch’egli, fin dall’infanzia, se non sperimentò tutto i] dolore e la sofferenza che travagliavano l’umanità fisica al di fuori del suo palazzo, perchè ne fu a tutta prima preservato, pure ne ebbe la visione sotto l’aspetto di forze spirituali nel mondo spirituale.
Egli vedeva tutto ciò, perchè si era incarnato in un corpo, conforme alle possibilità di quell’epoca; e fin dal principio fu invulnerabile a tutte le più terribili fantasmagorie e illusioni che lo circondavano, perchè nelle sue incarnazioni precedenti si era elevato fino all’altezza di un Bodhisattwa. Ma appunto perchè in questa sua incarnazione umana egli viveva con individualità di Bodhisattwa, si sentiva spinto fuori, a vedere tutto ciò, a cui accennava ogni singola immagine di quel mondo astrale che lo circondava nel suo palazzo. Ogni singola immagine lo spingeva fuori a vedere il mondo, ad abbandonare, per così dire, la sua prigione. Questa era la forza motrice della sua anima, perchè in lui viveva come Bodhisattwa un’alta forza spirituale: viveva in lui appunto quella forza spirituale, ch’è connessa con la missione d’insegnare all’umanità tutta la forza della compassione e dell’amore e tutto ciò che vi si riattacca. A questo scopo egli stesso doveva imparare a conoscere nel mondo l’umanità; doveva vederla in quel mondo, in cui appunto essa ha da sperimentare, per virtù del proprio senso morale, la dottrina della compassione e dell’amore. Egli doveva imparare a conoscere l’umanità nel mondo fisico, doveva salire da Bodhisattwa a Buddha come uomo fra gli uomini, e a questo poteva riuscire solamente col distogliersi da tutte le facoltà rimastegli da incarnazioni precedenti, e coll’uscire fuori sul piano fisico, per vivervi con gli uomini in modo da essere loro un modello, un ideale,, un esempio, appunto per lo sviluppo di quelle speciali qualità.
Per passare in questo senso dal grado di Bodhisattwa a quello di Buddha occorrono naturalmente parecchi gradini intermedi di evoluzione intermedia, e ciò non si fa dall'oggi al domani. Egli si sentiva incalzato a uscire dal palazzo reale, e la sua biografia ci dice che un giorno, essendo, per così dire, evaso dal suo palazzo-prigione, trovò un vecchio. Fino allora era stato contornato solamente da immagini di gioventù; era stato condotto a credere soltanto all'esistenza della rigogliosa forza giovanile. Ora, in quel vecchio, imparava a conoscere ciò che è, sul piano fisico, la «vecchiaia». E via via imparò a conoscere un malato e poi un cadavere, cioè «la morte» sul piano fisico. Tutto ciò si presentò davanti alla sua anima, ora che potè veramente prendere visione del piano fisico. E qui, questa leggenda, che si manifesta anch’essa più verace di qualsiasi scienza esteriore, racconta, in modo molto significativo, quanto segue di ciò che era il Buddha: quando egli uscì in carrozza dal palazzo reale venne tirato da un cavallo, il quale si addolorò talmente, ch’egli volesse ora abbandonare l’ambiente dov’era nato, che ne morì di dolore, e fu poi trasferito nel mondo spirituale come entità spirituale. In questa immagine si esprime una profonda verità. Condurrebbe troppo lontano, il volere spiegare oggi diffusamente perchè si adopera appunto il cavallo per significare una forza spirituale umana. Ricorderò soltanto, che Platone dice di tenere per le redini un cavallo, allorché vuole esprimere con un’immagine talune facoltà umane, che sono ancora date dall’alto e non ancora sviluppate dall’interiorità stessa dell’uomo. Quando il Buddha esce dal palazzo reale, egli lascia dietro a sè le facoltà che non si sono sviluppate dall’interiorità vera e propria dell’anima; le lascia nei mondi spirituali, dai quali esse lo avevano finora guidato. Queste facoltà sono rappresentate dal cavallo che muore di dolore quando egli lo abbandona, e che viene poi trasportato nel mondo spirituale. Ma solo a poco a poco il Buddha può diventare ciò che doveva diventare nella sua ultima incarnazione sulla Terra. Deve pure imparare a conoscere sul piano fisico ciò che, come Bodhisattwa, aveva imparato soltanto attraverso la visione spirituale.
Impara anzitutto a conoscere due maestri: l’uno è un rappresentante di quell’antica concezione universale indiana, che si chiama filosofia Sankhya; l’altro è un rappresentante della filosofia Yoga. Il Buddha impara a conoscerli entrambi e s’immerge nei loro insegnamenti; vive in essi. Perchè, per quanto elevato uno possa essere, deve anzitutto orientarsi in tutto ciò che di esteriore l’umanità si è conquistata; seppure un Bodhisattwa possa impararlo più rapidamente di un altro, deve tuttavia impararlo. Se oggi rinascesse il Bodhisattwa, che visse circa 6-7 secoli prima della nostra èra, egli dovrebbe pure, come i bambini imparano a scuola, apprendere anzitutto quello che si è svolto sulla Terra nel frattempo, mentre egli viveva nelle sfere celesti. Così il Buddha dovette allora imparare anche ciò che era avvenuto dopo la sua precedente incarnazione.
Dall’uno dei maestri imparò il Sankhya, dall’altro lo Yoga. Si orientò così nelle concezioni dell’universo, che per molti davano allora la soluzione dei problemi della vita, e sentì in se ciò che l’anima poteva sperimentare sotto l’azione di quelle filosofie. Nel Sankhya potè accogliere una sottile e logica concezione filosofica del mondo fisico, ma quanto più vi si immergeva, tanto meno se ne sentiva soddisfatto. In ultima analisi era come la trama di una tessitura, mancante di vita vivente. Il Buddha sentì che non in quella tradizionale filosofia del Sankhya, ma altrove egli doveva cercare la fonte di ciò che aveva da compiere, in quella incarnazione. L’altra filosofia era lo Yoga di Patanjali, che cercava l’unione col divino, per mezzo di dati processi animici interiori. Egli si immerse pure nella filosofia dello Yoga, la accolse in sè, ne fece parte del proprio essere; ma anche questa lo lasciò insoddisfatto, perchè riconobbe che lo Yoga era bensì il retaggio tramandato dagli antichi tempi, ma che gli uomini avevano bisogno di facoltà nuove; dovevano giungere in sè stessi a uno sviluppo morale. Dopo esperimentato lo Yoga nella propria anima, il Buddha vide che anch’esso non poteva essere la fonte per la sua missione di allora.
Dopo di ciò arrivò presso cinque eremiti. Costoro avevano cercato di penetrare i segreti dell’esistenza attraverso rigorosissima autodisciplina, privazioni e mortificazioni. Il Buddha tentò anche tale via, ma trovò che nemmeno questa poteva essere la fonte della sua missione in quell’epoca. Per un certo tempo si sottopose alle medesime privazioni e mortificazioni dei monaci, e com’essi patì la fame. Si credeva allora di eliminare così dalla vita umana l’avidità, e di evocare le forze più profonde che sorgono appunto quando il corpo è indebolito dal digiuno, e che dalle profondità della corporeità umana possono condurre rapidamente nel mondo spirituale. Ma appunto perchè il Buddha aveva raggiunto il suo grado di evoluzione, egli vedeva la vanità di quelle mortificazioni e di quei digiuni. Appunto perchè era il Bodhisattwa, egli — grazie all' evoluzione compiuta in incarnazioni precedenti aveva portato il suo corpo umano di allora fino al culmine massimo di sviluppo al quale un uomo potesse allora arrivare. Perciò gli era pure dato di sperimentare ciò che un uomo deve sperimentare, quando percorre appunto quella via nelle sfere spirituali. Chi sale fino a una certa altezza delle filosofie Sankhaya o Yoga, senza avere sviluppato ciò, che il Buddha aveva sperimentato precedentemente, chi vuol salire alle pure altezze dello spirito divino per mezzo del pensiero logico, senza aver prima acquistato, come il Buddha, il senso morale, viene a trovarsi dinanzi a quella tentazione, che il Buddha subì a guisa di prova, e che d viene narrata come la tentazione per mezzo del demone Màra. Allora l'uomo arriva là, dove tutti i demoni dell'orgoglio, della vanità, dell'ambizione lo compenetrano. Il Buddha imparò a conoscere tutto ciò, vide davanti a sè la figura di Màra, del demone dell’ambizione e dell’orgoglio; ma poiché aveva raggiunto l’alto grado di Bodhisattwa, lo riconobbe, e fu invulnerabile ad esso. E potè dirsi: se gli uomini continueranno a evolversi per le vie antiche, senza il nuovo impulso della dottrina dell’amore e della compassione, senza acquistare il senso morale interiormente attivo, dovranno, — poiché non tutti sono Bodhisattwa, — cadere in balìa del demone Mara, che semina nelle anime tutte le forze dell’orgoglio e dell’ambizione. Ecco ciò che il Buddha sperimentò in sè stesso, allorché percorse fino alle ultime conseguenze le filosofie del Sankhya e dello Yoga. Più tardi poi, quando giunse dai monaci, ebbe un’altra esperienza. Sperimentò che il demonio assume un’altra figura, cioè mostra all’uomo tutto ciò che è possesso esteriore fisico, «i regni del mondo e le sue pompe», per distoglierlo dal mondo spirituale. E sperimentò, come appunto sulla via della mortificazione si soccomba a questa tentazione, allorché il demone Mara gli si fece incontro dicendogli: «Non lasciarti indurre ad abbandonare tutto quanto possedesti da principe; ritorna indietro al palazzo del Re». Un altro sarebbe soggiaciuto, ma il Buddha era così avanzato, da poter ravvisare il seduttore. Egli potè sperimentare, che cosa sarebbe accaduto dell’umanità,, se aveste continuato, come per il passato, a percorrere la via verso lo Spirito soltanto attraverso i digiuni e le mortificazioni. Egli stesso ne èra ormai preservato, e poteva quindi mostrare agli uomini il grande pericolo che sarebbe derivato dal voler penetrare nei mondi spirituali soltanto per via di digiuni e di altri mezzi esterni, senza il grande fondamento del senso morale interiormente attivo.
Così il Buddha, mentre era ancora Bodhisattwa,; era progredito fino a quei due punti di confine dell'evoluzione umana, che sarebbe meglio che l’uomo, appunto perchè non è un Bodhisattwa, evitasse, addirittura. Volendo tradurre ciò in linguaggio comune, si potrebbe dire: «la suprema sapienza è splendida; la suprema sapienza è bella. Ma avvicinati ad essa con schietto cuore, con nobili sensi, con animo purificato; altrimenti verrà sopra di te il demone della superbia, della vanità, dell’ambizione!» E l’altro insegnamento è: «non cercare di penetrare nel mondo spirituale per qualsiasi via esteriore per mezzo di digiuni e mortificazioni, prima di avere sufficientemente purificato il tuo senso morale; altrimenti il tentatore si accosterà a te dall’altro lato!» Questi sono i due insegnamenti, che dal Buddha emanano la loro luce fino all’epoca nostra. Così il Buddha, fin dal tempo in cui era Bodhisattwa, ci dice ciò che appartiene essenzialmente alla sua missione. Poiché la sua missione fu di portare all'umanità questo senso morale, quando gli uomini non erano ancora capaci di svilupparlo dal loro proprio cuore. Perciò, dopo che ebbe imparato a conoscere il pericolo dell'ascetismo per l’umanità, abbandonò i cinque eremiti e si recò là, dove, concentrandosi interiormente, nel modo che è adeguato all’epoca nostra, in quelle facoltà della natura umana che possono venire sviluppate senza l’antica chiaroveggenza, senza ciò che era retaggio del passato, egli potè produrre i massimi effetti che l’umanità sarà mai in grado di produrre, appunto per mezzo di tali facoltà.
Sotto l’albero del Bodhi, nel ventinovesimo anno della sua vita, dopo che il Buddha ebbe lasciato la via dell’ascesi unilaterale, in sette giorni di meditazione gli si dischiusero le grandi verità, che l’uomo scopre quando in silenziosa concentrazione interiore cerca ciò che le attuali capacità umane sono in grado di dargli. Gli si dischiusero i grandi insegnamenti ch’egli diede nelle così dette «quattro Verità», e quel grande insegnamento della compassione e dell’amore, ch’egli insegnò nell’«ottuplice sentiero». Di questi insegnamenti del Buddha ci occuperemo ancora. Per oggi constatiamo che essi sono una parafrasi del senso morale, della più pura dottrina della compassione e dell’amore. Allora, quando sotto l’albero del «Bodhi» il Bodhisattwa dell’India passò dal grado di Bodhisattwa a quello di Buddha, le dottrine della compassione e dell’amore sorsero per la prima volta nell’umanità come capacità propriamente umana, e da allora in poi gli uomini furono in grado di sviluppare la dottrina della compassione e dell’amore dalla propria interiorità. Questo è l’essenziale. Perciò ancora poco tempo prima di morire, Buddha disse ai suoi intimi scolari; «Non doletevi che il Maestro vi abbandoni. Io vi lascio qualche cosa: vi lascio la legge della saggezza e la legge della disciplina; queste in avvenire vi sostituiranno il Maestro». Ciò non significa altro che: « finora il Bodhisattwa vi ha insegnato ciò che in quelle leggi è espresso; ora, dopo raggiunta la sua ultima incarnazione sulla Terra, egli può ritirarsi, perchè gli uomini avranno immerso nel proprio cuore ciò che prima venne loro insegnato dal Bodhisattwa, e dall'intimo del proprio cuore potranno svilupparlo come religione della compassione e dell'amore». Ciò accadde allora, nell’antica India, quando in una meditazione durata sette giorni il Bodhisattwa divenne Buddha. E questo, in diverse forme, egli insegnò ai discepoli che gli stavano intorno. In quali forme egli lo versasse, diremo in seguito.
Oggi abbiamo dovuto esaminare tutto ciò che accadde sei secoli avanti la nostra èra, perchè non capiremmo la via del Cristianesimo, e specialmente l’Evangelista Luca che questa via ha così bene descritta, se per mezzo della Cronaca dell’Akasha non potessimo risalire all’indietro l’evoluzione degli avvenimenti di Palestina fino alla predica di Benares. Da quando il Buddha divenne «Buddha» non ebbe più bisogno di discendere sulla Terra; da allora in poi fu un’entità spirituale, librata nei mondi spirituali, dai quali doveva intervenire in tutto quanto accadeva sulla Terra. E allorché il più importante evento si preparava sulla Terra, e i pastori si trovavano nei campi, apparve un’individualità a dar loro, dalle altezze celesti, l’annuncio che si trova appunto nel Vangelo di Luca; a quell’angelo si aggiunse poi una «moltitudine celeste». Che cos’era quella moltitudine?
Quello che appare là ai pastori in un’immagine, è il Buddha glorificato, il Bodhisattwa degli antichi tempi; quello che appare ai pastori .nella sua figura spirituale è l’Essere, che per millenni e millenni aveva portato agli uomini il messaggio dell’amore e della compassione. Ora, dopo vissuta la sua ultima incarnazione sulla Terra, esso stava librato nelle altezze spirituali, e apparve nel cielo ai pastori accanto all’angelo, che annunciava loro l’avvenimento di Palestina.
Questo c’insegna l’indagine spirituale. Essa ci mostra, aleggiante in alto sui pastori, il Bodhisattwa glorificato degli antichi tempi. La Cronaca dell’Akasha ci dice che in Palestina, nella «città di Davide», nacque un bambino da una coppia appartenente alla linea sacerdotale della casa di Davide. Questo bambino che notatelo bene — almeno dal lato paterno discendeva dalla linea sacerdotale della casa di Davide, era prescelto a ricevere in sè, fin dalla sua nascita, la luce e la forza, che il Buddha poteva irradiare dopo essere stato innalzato alle altezze dello Spirito. Dunque, guardando, insieme ai pastori, il presepio dove è nato «Gesù di Nazareth» (come usualmente lo si chiama), e vedendo sin da principio l’aureola di gloria sopra il Bambino, noi sappiamo che in questa immagine si esprime la forza del Bodhisattwa che è diventato Buddha; forza che prima era affluita nella umanità, e che ora agiva su di essa dalle altezze spirituali, e che esercitò la sua azione massima allora, quando si irradiò sul Bambino di Betlemme affinchè esso potesse prendere il suo posto nell’evoluzione umana..
Un tempo, quando nell’antica India era nata questa individualità, che dalle altezze spirituali irradiava ora la sua forza sul Bambino della coppia davidica, vale a dire quando il Buddha era nato come Bodhisattwa, un savio aveva veduto in tutta la sua grandiosità ciò che ora abbiamo descritto. E ciò che aveva veduto dapprima nei mondi spirituali indusse quel savio, di nome Asita, a entrare nel palazzo del Re e a ricercare il Bodhisattwa bambino. Vedendo il Bambino, predisse la sua potente missione di Buddha, annunziando, con grande costernazione del Re, che il Fanciullo non avrebbe regnato sul trono di suo padre, ma sarebbe diventato Buddha. Dopo di che si mise a piangere, e, richiesto se una sventura sovrastasse al Bambino, Asita rispose: «No, piango, perchè sono così vecchio, che non potrò più vedere il giorno che questo Salvatore, il Bodhisattwa, camminerà sulla Terra come Buddha». Asita morì difatti prima che il Bodhisattwa divenisse Buddha, sicché dal suo punto di vista di allora, il suo pianto era giustificato. Ma quell’Asita, che allora aveva potuto vedere il Bodhisattwa bambino nel palazzo di Suddhodana, rinacque più tardi nella personalità di Simeone, che ci appare nella «presentazione al Tempio» del Vangelo di Luca. Il Vangelo di Luca dice infatti, che Simeone, quando il Bambino gli venne portato, «fu mosso dallo Spirito». Era lui quell’Asita che aveva pianto, perchè nell’altra sua incarnazione era stato già troppo vecchio per assistere alla trasformazione del Bodhisattwa in Buddha. Ora gli veniva concesso di vedere questa Individualità nel suo superiore grado di evoluzione. E ora, dopo che «lo Spirito gli fu conferito», egli potè vedere l’aureola di gloria del Bodhisattwa glorificato aleggiare sopra il Fanciullo della stirpe di Davide, quando venne presentato al tempio. Disse quindi a sè stesso: «Ora non hai più bisogno di piangere, poiché vedi ciò che allora non potesti vedere; vedi ora aleggiare su questo Fanciullo il tuo Salvatore glorificato! E adesso, oh Signore, fa pure morire il tuo servitore in pace».
Chi legge il Vangelo di Luca, e ne subisce l’azione, a tutta prima potrà avere soltanto una sensazione di ciò ch’esso contiene, ma a poco a poco comincerà a presentire, che veramente grandi possenti sfere spirituali gli muovono incontro da questo Vangelo. E dopo ciò che abbiamo sentito nella conferenza precedente, ci apparirà spiegabilissimo che sia così. Perchè l'investigazione spirituale ci ha mostrato come la concezione buddistica dell’universo che tutto ciò che all’umanità essa aveva da dare, sia fluita dentro il Vangelo di Luca. Si può ben dire, che è Buddhismo ciò che dal Vangelo di Luca fluisce agli uomini. Ma da quel documento il «Buddhismo» giunge a noi in una forma del tutto speciale; in modo, cioè, da essere comprensibile — come abbiamo accennato anche all’animo più ingenuo e più semplice.
Abbiamo già veduto nella conferenza precedente e ci risulterà ancora più chiaramente oggi, che il Buddhismo come tale, apparso nel mondo come dottrina del gran Buddha, è una concezione del mondo che, così com’è, può venir compresa soltanto da colui, che sa spiccare il volo fino alle idee più elevate, fino alle pure altezze eteriche dello Spirito. Per comprendere il Buddhismo stesso, occorre una grande preparazione. Nel Vangelo di Luca, invece, la vera sostanza spirituale è contenuta così da poter agire in certo modo su qualsiasi animo, che abbia imparato a comprendere e a sentire le più elementari rappresentazioni e idee umane. Anche di questo vedremo la ragione, quando avremo approfondito il mistero del Vangelo di Luca.
Da questo Vangelo, dunque, le conquiste spirituali del Buddhismo ci vengono incontro in una forma più elevata, come innalzate a un grado ancora più alto della forma primitiva in cui erano 'state donate all’umanità nell’India lontana, circa 600 anni prima della nostra èra. Mostriamo, con alcuni esempi, in che cosa consista questa elevazione del Buddhismo.
Abbiamo chiamato ieri il Buddhismo «la più pura dottrina della compassione e dell’amore». Di fatto, da quel punto del mondo dove il Buddha ha agito, fluisce un evangelo d’amore, un evangelo di compassione, in tutta l’evoluzione spirituale della Terra. L’evangelo dell’amore, della compassione, ci appare vivente nel vero buddhista, quando al suo caldo cuore partecipa a tutto il dolore che incontra nel mondo in ogni essere che ha vita. Qui ci appare anzitutto l’amore buddhistico, la compassione buddhistica, in tutto il senso della parola. Ma, dal Vangelo di Luca, vediamo fluirci incontro qualcosa, che è ancora maggiore di quell’amore e di quella compassione universale. È ciò che possiamo chiamare: la trasmutazione della compassione e dell’amore in quell’azione che è necessaria all’anima.
Il buddhista vuole la «compassione» nel senso più eminente della parola; l’amore operante è invece ciò che vuole sviluppare colui che vive nel senso del Vangelo di Luca. Il buddhista è capace di sentire col malato le sue sofferenze; dal Vangelo di Luca giunge all’uomo l'invito a intervenire con la propria attività a sanare il male, fin dove può. Il Buddhismo insegna a comprendere tutto quanto vivifica l’anima umana; il Vangelo di Luca dà la straordinaria ingiunzione di non giudicare, di fare più che a noi non venga fatto. Dare più che non si riceva! L’amore trasformato in azione, ecco ciò che deve apparirci come un’elevazione ancora superiore, quantunque ciò che il Vangelo di Luca contiene sia il più puro, il più schietto Buddhismo.
Occorreva appunto il cuore dell’Evangelista Luca per descrivere questo lato del Cristianesimo, cioè il Buddhismo elevato dal Cristianesimo a un livello superiore. Più che ad altri era possibile all’Evangelista Luca comprendere il Cristo Gesù, come medico dell’anima e del corpo, e trovare l’intonazione giusta per parlare di Lui alle profondità del cuore; perchè egli stesso era stato medico, e, dal punto di vista di un medico dell’anima e del corpo, rilevò e scrisse ciò che su Gesù Cristo aveva da dire. Questo si paleserà sempre più, quanto più ci approfondiremo nel Vangelo di Luca. Ma un’altra cosa ci colpirà, specialmente notando che questo Vangelo di Luca agisce, come abbiamo già detto, persino sull’animo più ingenuo: ci colpirà il fatto che l’alta dottrina buddistica, che solo un’intelligenza e un insieme animico maturo possono comprendere, ci appare nel Vangelo di Luca come ringiovanita, come rinata da una fonte di gioventù. Il Buddhismo ci si palesa come un frutto dell’albero dell’umanità; ma quando lo ritroviamo nel Vangelo di Luca, esso ci appare come il nuovo fiore, come il ringiovanimento di ciò che prima esisteva. Perciò dobbiamo chiederci: come è avvenuto questo ringiovanimento del Buddhismo? Per poterlo comprendere occorre dirigere uno sguardo più preciso sulle dottrine del grande Buddha stesso, ed esaminare col nostro occhio spirituale, mercè la nostra preparazione di scienza spirituale, ciò che ha commosso l’anima del Buddha.
Anzitutto teniamo ben presente che il Buddha si è sviluppato dal «Bodhisattwa», cioè da un’alta entità capace di penetrare con lo sguardo nei misteri dell’esistenza. Pel fatto che il Buddha era stato un Bodhisattwa, egli aveva partecipato a tutti i processi dell’evoluzione umana attraverso gli antichi tempi. Quando l’umanità proseguì la sua esistenza nell’epoca post-atlantea, per fondare la prima civiltà post-atlantea e continuarla, il Buddha, come Bodhisattwa, già vi assisteva, comunicando agli uomini, come intermediario dei mondi spirituali, ciò di cui ieri abbiamo parlato. Egli partecipava all’evoluzione umana già nei tempi atlantei, e ancora prima, ai tempi lemurici. Ed avendo raggiunto un grado così alto di evoluzione, gli fu possibile ricordare, a poco a poco, durante la sua vita di Bodhisattwa, nei 29 anni dopo la sua ultima nascita, prima di diventare il «Buddha», tutti gli eventi e tutte le comunità, per le quali era passato prima d’incarnarsi in India per l’ultima volta. Egli potè riguardare indietro alla sua opera in pro dell’umanità, alla sua esistenza nei mondi divino-spirituali, dedicata a far discendere sulla Terra ciò che egli doveva portare agli uomini. Già prima abbiamo accennato, che anche un’Individualità così elevata deve se pur brevemente ripetere ancora una volta ciò che già ha imparato. Così anche il Buddha ci descrive il suo graduale progresso da Bodhisattwa, mentre la sua visione, la sua illuminazione spirituale, andava facendosi sempre più perfetta.
Ci viene narrato, com’egli descrivesse ciò ai suoi fedeli. Per descrivere la via percorsa dalla sua anima, a fine di ricordarsi di nuovo gradualmente ciò che nei tempi antichi aveva sperimentato, egli diceva: «Vi fu un tempo, o monaci, in cui dai mondi spirituali mi apparve come uno splendore di luce universale; ma ancora io non potevo distinguervi nulla, non forme, non immagini: la mia illuminazione non era ancora abbastanza pura. Poi cominciai a vedere non solo la luce, ma dentro la luce singole forme e singole immagini; ma ancora non potevo distinguere, che cosa quelle forme e quelle immagini significassero: la mia illuminazione non era ancora abbastanza pura. Poi cominciai a riconoscere, che in quelle forme, in quelle immagini si esprimevano entità spirituali; ma ancora non potevo distinguere, a quali regni del mondo spirituale quelle entità appartenessero: la mia illuminazione non era ancora abbastanza pura. Poi imparai a conoscere, a quali diversi regni del mondo spirituale appartenevano quelle singole entità spirituali; ma ancora non potevo distinguere, con quali azioni esse si fossero conquistato il loro posto nei regni spirituali, e quali fossero i loro stati d’animo: perchè la mia illuminazione non era ancora abbastanza pura. Poi venne per me il tempo, in cui fui capace di distinguere quali azioni avessero posto quelle entità spirituali in quei regni, e quali fossero gli stati d’animo di queste; ma ancora non potevo discernere insieme a quali entità spirituali io stesso avessi convissuto in passato, e quali rapporti io avessi avuto con loro. Perchè la mia illuminazione non era ancora pura abbastanza. Poi venne il tempo in cui potei sapere: con queste e quelle entità ho convissuto nella tale e tal’ altra epoca, ed ebbi questo e quello da fare con esse. Ora sapevo quali erano state le mie vite passate. Ora la mia illuminazione era pura!»
Con ciò il Buddha mostrava ai suoi discepoli, come egli gradualmente avesse lavorato a raggiungere una conoscenza che aveva già avuta prima, ma che in ogni incarnazione occorre nuovamente riconquistare, secondo le condizioni dell’epoca — e che ora egli aveva dovuto riconquistare in modo conforme alla sua completa discesa in un corpo fisico umano. Se sentiamo tutto ciò, sorgerà in noi un presentimento della grandezza e dell’importanza di quell’Individualità, che s’incarnò allora nel figlio del re della stirpe dei Salda. Ma il Buddha sapeva altresì che ciò che per tal modo egli poteva riconoscere e in cui poteva penetrare con la sua visione, era un mondo, in cui gli uomini con la loro visione ordinaria non avrebbero più potuto penetrare nell’immediato presente e nel prossimo avvenire. Solo degl’«iniziati», quale del resto era il Buddha stesso, possono guardare nel mondo spirituale; ma l’umanità normale aveva perduto questa possibilità. I resti ereditari dell’antica chiaroveggenza erano andati sempre più diminuendo. E poiché il Buddha non aveva soltanto da narrare ciò che l'iniziato può dire, ma aveva anzitutto la missione di parlare agli uomini delle forze che devono scaturire dall’anima stessa dell’uomo, così egli non poteva soltanto accennare ai risultati della propria illuminazione, ma diceva a sè stesso: «Io devo parlare di ciò a cui gli uomini possono giungere per mezzo di un’evoluzione — invero superiore ma pure di un’evoluzione della propria entità interiore, un’evoluzione di ciò che esiste in quest’epoca». A poco a poco, nel corso dell’evoluzione terrena, gli uomini riconosceranno dal profondo della propria anima e del proprio cuore il contenuto della dottrina del Buddha, come qualcosa che la loro stessa ragione e il loro stesso sentimento palesa ad essi. Ma molto, molto tempo dovrà ancora passare, prima che tutti gli uomini divengano maturi per trarre fuori dalla propria anima, ciò che il Buddha per primo ha enunciato come conoscenza puramente umana. Perchè altro è sviluppare in seguito talune facoltà, altro è trarle fuori per la prima volta dai profondi sostrati dell’anima umana.
Prendiamo un altro esempio. Oggi l’uomo, da giovanetto, si appropria le regole logiche, le regole del pensiero logico. Il pensare logicamente è oggi una delle facoltà umane generali, che l’uomo sviluppa dalla sua interiorità: ma affinchè questa facoltà potesse sorgere per la prima volta da un petto umano, fu necessario il grande spirito del pensatore greco Aristotile. Il trarre fuori per la prima volta qualche facoltà dai sostrati dell’anima umana è ben diverso dal trarla dopo che per un certo periodo essa è venuta sviluppandosi nell’umanità.
Orbene, ciò che il Buddha aveva da dire agli uomini è fra le più sublimi dottrine che sieno state date nel corso di lunghissime epoche. Perciò, per realizzarla per la prima volta in un uomo, occorreva il grande animo di un Bodhisattwa, di un essere così altamente illuminato; solo chi era illuminato nel senso più alto, poteva per primo far nascere nella sua anima ciò che a poco a poco doveva diventare patrimonio generale dell’umanità: cioè, l’alta dottrina della compassione e dell’amore, e tutto ciò che vi si connette. Ciò che il Buddha aveva da dire, egli doveva rivestirlo di parole familiari per l’umanità di allora, e specialmente per i suoi conterranei.
Abbiamo già accennato come, nell’antica India, venissero insegnate, al tempo del Buddha, le filosofie del Sankhya e dello Yoga. Queste avevano formato le espressioni e le idee correnti; erano in voga, e dovevano venir adoperate da colui che aveva qualcosa di nuovo da dare. Di quei concetti allora in uso, il Buddha doveva rivestire ciò che viveva nella sua anima. Va da sè che quelle rappresentazioni e quei concetti ricevettero poi da lui una forma del tutto nuova; ma egli dovette servirsene; perchè tutta l’evoluzione deve svolgersi in modo che il futuro sia fondato sul passato. Così il Buddha manifestò la sua sublime sapienza con le espressioni comuni della dottrina indiana allora in uso. E ora dobbiamo cercare di ottenere una visione di ciò che allora, sotto l’albero del Bodhi, nei suoi sette giorni di illuminazione, il Buddha sperimentò come sua dottrina, quella che doveva diventare la più intima dottrina dell’umanità. Tentiamo una volta, se pure con pensieri approssimativi, di porre davanti all’anima nostra ciò che, come espressione del pensiero delle più profonde esperienze animiche, attraversò l’animo del Buddha, quando egli ricevette la sua illuminazione sotto l’albero del Bodhi.
Allora egli potè dirsi all’incirca quanto segue: Vi furono antichi tempi nell’evoluzione umana, in cui molti uomini erano dotati di una ottusa chiaroveggenza crepuscolare; e vi furono tempi ancora più antichi, in cui tutti gli uomini erano chiaroveggenti. Che cosa significa essere dotati di un’ottusa, crepuscolare chiaroveggenza? Che cosa significa, in genere, essere «chiaroveggenti?» Significa: sapersi servire degli organi del proprio corpo eterico. Quando si è in grado di servirsi soltanto degli organi del proprio corpo astrale, si può bensì sentire interiormente, sperimentare interiormente i più profondi misteri; ma non si possono «vedere». Soltanto quando ciò che viene sperimentato nel corpo astrale riesce, per così dire, a lasciare la propria impronta nel corpo eterico, soltanto allora può verificarsi la chiaroveggenza. Anche l’antica chiaroveggenza crepuscolare dell’umanità si produceva per il fatto, che il corpo eterico, non essendo ancora interamente penetrato nel corpo fisico, aveva organi, dei quali l’umanità antica ancora sapeva servirsi. Dunque, che cosa ha perduto l’umanità nel corso dei tempi? Essa ha perduto la facoltà di sapersi servire degli organi del corpo eterico. Essa dovette via via contentarsi di servirsi solamente degli organi esteriori del corpo fisico e di sperimentare poi nel corpo astrale, come pensieri, sensazioni, sentimenti e rappresentazioni, ciò che il corpo fisico trasmette. Tutto ciò passava allora per l’anima grande del Buddha come espressione di quello che sperimentava. Egli si diceva: Dunque gli uomini hanno perduto la facoltà di servirsi degli organi del loro corpo eterico. Essi sperimentano nel loro corpo astrale ciò che del mondo esteriore apprendono attraverso gli strumenti del loro corpo fisico.
Ora il Buddha poteva porsi una domanda importante: «Se l’occhio avverte il colore rosso, se l’orecchio ode qualche suono, se il palato ha qualche impressione di gusto, allora, in condizioni normali, queste sensazioni che si presentano all’uomo, diventano sue rappresentazioni, vengono interiormente sperimentate dal corpo astrale. Ma se venissero sperimentate soltanto così, gli uomini non potrebbero, nello stato normale, avere in più ciò che si chiama sofferenza e dolore. Se l’uomo si abbandonasse semplicemente alle impressioni del mondo esterno, così come esso agisce sui suoi sensi, come gli appare nelle sue luci e nei suoi colori, nei suoi suoni, ecc., egli andrebbe per il mondo senza sentire alcun dolore per queste impressioni. L’uomo può sentir dolore e sofferenza soltanto in determinate condizioni».
Il grande Buddha investigava perciò quali fossero le condizioni, nelle quali l’uomo sperimenta dolore e sofferenza, pene e affanni. «Quand’è che le impressioni del mondo esterno diventano dolorose? E perchè lo diventano in date circostanze?»
Egli diceva a sè stesso: Se guardiamo indietro ai tempi antichi, noi troviamo che l’uomo, mentre viveva sulla Terra in incarnazioni precedenti, subì da due parti nella sua natura interiore, nel suo corpo astrale, l’influsso di talune entità. Quelle entità che chiamiamo luciferiche agirono sulla natura umana, nel corso delle incarnazioni, attraverso l’epoca lemurica e atlantea, sicché nel corso dei tempi l’uomo ha accolto nel suo corpo astrale le impressioni e gl’influssi delle entità luciferiche. Dall’epoca atlantea in poi agirono sull’uomo anche quelle altre entità che stavano sotto la direzione di Arimane. Così l’uomo, nelle sue incarnazioni precedenti, ha subito gli influssi delle potenze, che noi chiamiamo luciferiche e arimaniche. Se tali entità non avessero agito sull’uomo, questi non avrebbe potuto acquistarsi nè la libertà, nè il dono di discernere fra il bene e il male, nè la libera determinazione della propria volontà. Da un punto di vista superiore, è bene che questi influssi abbiano agito in tal modo sull’uomo; ma per certi riguardi hanno anche condotto l’uomo giù dalle altezze spirituali, più addentro nella esistenza materiale di quanto sarebbe disceso altrimenti.
Per questa ragione — si diceva il gran Buddha — l’uomo ha in sè taluni influssi, che sono eredità dell’azione di Lucifero da un lato, e di Arimane dall’altro.
Questi influssi esistono in lui come residui di incarnazioni precedenti; egli li porta in sè. Quando l’uomo, per mezzo della sua antica ottusa chiaroveggenza, poteva ancora guardare nel mondo spirituale, vedeva gl’influssi di Lucifero e Arimane, e poteva distinguere nettamente: ecco, da qui viene un influsso di Lucifero; da lì un influsso di Arimane. E potendo così percepire nel mondo astrale i dannosi influssi luciferici e arimanici, l’uomo era in grado di rendersene conto e di difendersene. Egli sapeva pure come era venuto in contatto con queste entità. Vi era stata un’epoca, diceva il Buddha, in cui gli uomini sapevano donde venissero questi influssi, che fin dagli antichi tempi essi portano in sè dall’una all’altra incarnazione: ma, insieme con l’antica chiaroveggenza, è andata perduta anche la conoscenza di queste entità; e poiché gli uomini perdettero la chiaroveggenza, subentrò pure l’ignoranza di ciò che da un’incarnazione all’altra ha agito sopra la loro anima. Al posto della conoscenza chiaroveggente di prima è subentrata l'ignoranza; l’oscurità avvolge l’uomo; egli non può più penetrare con lo sguardo là, donde gli vengono questi influssi di Lucifero e Arimane; ma egli li porta in sè! Egli porta in sè qualche cosa, intorno a cui nulla sa. Naturalmente, sarebbe ingenuo negare la realtà e l’azione di ciò che esiste, anche se non se ne sa nulla. Nell’uomo sono attivi gli influssi penetrati in lui da una incarnazione all’altra; sono in lui, e agiscono durante tutta la vita; ma egli nulla ne sa. Così diceva a sè stesso il grande Buddha.
Come agiscono questi influssi nell’uomo?
Se pure l’uomo non li può riconoscere, egli li sente; vi è in lui una forza che è l’espressione di ciò che ha continuato a vivere in lui da un’incarnazione all’altra, e che si è elevata fino alla esistenza attuale. Ciò che rappresenta questa forza, la cui vera natura l’uomo non può naturalmente riconoscere, è la cupidigia della vita esteriore, l’avidità di percepire nel mondo, la sete di vita, la bramosìa di vita. Gli antichi influssi luciferici e arimanici agiscono nell’uomo così: come sete, come bramosìa di vita. E questa «sete di esistenza», continua da una incarnazione all’altra. — Questo è ciò che il gran Buddha diceva; solo ai suoi discepoli più intimi spiegava più precisamente di che cosa si trattava.
Come egli descrivesse ciò che così sentiva, si può comprendere solamente dopo essere già passati per una certa preparazione con l’aiuto della scienza dello Spirito. Sappiamo già che quando l’uomo muore, nel momento in cui la morte avviene, il suo Io e il suo corpo astrale abbandonano il suo corpo eterico e il suo corpo fisico. Allora l’uomo ha, per un certo tempo, quel grande quadro di ricordi della vita testé finita, che gli si presenta come una immagine poderosa. Poi, come sappiamo, egli si spoglia della parte principale del corpo eterico come di un secondo cadavere, e del corpo eterico resta come un estratto, un’essenza, che l’uomo porta seco attraverso il periodo del Kamaloka e del Devachan, e riprende poi con sé nella prossima vita. Ma mentre l’uomo è nel Kamaloka, in questo estratto di vita si imprime tutto ciò che l’uomo ha sperimentato in fatto di azioni, tutto ciò che agisce come Karma umano, e per cui egli ha da creare un pareggio. Tutto ciò, in certo modo, si collega con questo estratto del corpo eterico, che passa da un’incarnazione all’altra. Quello che l’uomo porta da un’incarnazione all’altra, è contenuto nell’estratto del corpo eterico, e l’uomo se lo riporta seco, quando rinasce a una nuova esistenza terrena. Ciò che noi chiamiamo «corpo eterico», viene chiamato nella letteratura orientale «Linga sharira», È dunque un estratto di Linga sharira, che l’uomo porta seco da un’incarnazione all’altra.
Orbene, il Buddha poteva dire: «Guardate l’uomo che nasce: egli porta con sè, nel suo Linga sharira, ciò che vi si è depositato come residuo delle precedenti incarnazioni; tutto ciò è iscritto nel suo Linga sharira; in questo Linga sharira giace tutto ciò di cui l’uomo nulla sa, nel ciclo attuale dell’umanità, ciò su cui si stende la tenebra dell’ignoranza, ma che, quando l’uomo entra nell’esistenza, si manifesta come sete di esistenza, come bramosìa di vita. Il Buddha vedeva in ciò che si chiama «la sete di vivere», qualche cosa che ha origine da incarnazioni precedenti e che spinge l’uomo alla smania di godere il mondo; non solamente a peregrinare, come un viandante, in mezzo al mondo dei colori, dei suoni e delle altre impressioni, ma altresì a desiderarle, a bramare questo mondo. Questa tendenza, questa forza che esiste nell’uomo come eredità delle incarnazioni precedenti, il Buddha e i suoi discepoli la chiamano «Samskara». E il Buddha diceva: «La caratteristica dell’uomo attuale è l’ignoranza di qualche cosa d’importante, che è in lui. Questa ignoranza fa sì, che ciò che si paleserebbe all’uomo come proveniente dalle entità luciferiche e arimaniche, con le quali egli potrebbe altrimenti mettersi in rapporto, si trasmuti in sete di vivere, e, anzitutto, in tutte le forze sopite che oscuramente si agitano in lui e che provengono da incarnazioni precedenti». Ciò si chiamava «Samskara» alla scuola del gran Buddha, Sotto l’influsso di questo Samskara, si forma il pensiero umano attuale, così che l’uomo, nell’attuale ciclo dell’umanità, non ha la possibilità — così, senz’altro — di pensare obbiettivamente. — Osservate quali sottili differenze il Buddha faceva rivelare ai suoi discepoli: la differenza fra il pensare obbiettivo, che guarda soltanto alla «cosa» e il pensare che subisce l'influsso delle forze che provengono dal Linga sharira. Riflettete un po’ su tutte le «opinioni», che vi formate intorno alle cose; quante sono formate solo perchè le cose vi piacciono, e quante perchè considerate le cose obbiettivamente. Tutto ciò che ci si appropria come verità, non perchè si pensa obbiettivamente intorno a una cosa, ma perchè si portano con sé, da passate incarnazioni, le antiche tendenze, tutto ciò, per il Buddha, forma «un interiore organo del pensiero». Quest’organo del pensiero è il complesso di ciò che l’uomo pensa, per il fatto che nelle incarnazioni precedenti ha avuto queste o quelle esperienze che sono rimaste come residui nel suo Linga sharira. Dunque, nell’interiorità dell’uomo, il Buddha vedeva una specie di organo del pensiero, formato dal complesso del Samskara, e diceva: «È questa sostanza di pensiero che forma nell’uomo attuale ciò che si chiama la sua individualità attuale», ossia, secondo il Buddhismo, «Nome e forma», ovvero Namarupa; in un’altra scuola filosofica è chiamato Ahamkara.
Così, all’incirca, il Buddha diceva ai suoi discepoli: «Allorché in tempi antichissimi gli uomini erano ancora chiaroveggenti e potevano percepire il mondo che sta dietro all’esistenza fisica, ciò che vedevano, sotto un certo riguardo, era identico, perchè il mondo oggettivo è uguale per tutti. Ma quando l’ignoranza si stese sul mondo come tenebra, ciascuno portò seco delle disposizioni individuali che lo distinguevano dagli altri. Ciò faceva di ciascun individuo un essere, che si può adeguatamente qualificare come dotato di «questa o di quella forma dell’anima». Ognuno aveva un nome determinato che lo distingueva dagli altri, un «Ahamkara». E' ciò che per tal modo è generato nell’interiorità dell’uomo per effetto di quanto si è portato seco dalle incarnazioni precedenti, ciò che ha formato «Nome e Forma», l’individualità, formata ora dall’interiore Mànas e i cinque organi dei sensi, i cosidetti «sei organi». — Notate bene, il Buddha non diceva: «l’occhio è formato soltanto dall’interno», bensì diceva: «nell’occhio è incorporato qualcosa, che era nel Linga sharira quale residuo di stadii precedenti di esistenza». Perciò la visione dell’occhio non è pura; esso vedrebbe il mondo esteriore in maniera diversa, se interiormente non fosse compenetrato di ciò che è rimasto da stadii passati dell’esistenza. Perciò l’orecchio non ha percezioni pure, ma intorbidite dai residui di stadii precedenti di esistenza; e ne deriva, come effetto, il desiderio che si insinua dappertutto, la bramosìa di vedere questo o quello, di sentire questo o quello, di gustare o percepire in un determinato modo. Così in tutto quanto si presenta all’uomo nel ciclo attuale, si insinua, come residuo di incarnazioni precedenti, «il desiderio». Se il desiderio, quale residuo di passate incarnazioni, non si mescolasse in ogni cosa così diceva press’a poco il Buddha —, l’uomo guarderebbe, come un essere, per così dire, divino, il mondo, e lascerebbe agire su di sè il mondo senza mai chiedere, senza mai desiderare di più di quanto gli viene offerto. Egli non oltrepasserebbe con il suo sapere ciò che gli viene donato dalle potenze divine; non farebbe alcuna differenza fra sè stesso e il mondo esteriore e si sentirebbe come un membro di esso. Perchè la sola ragione, per cui l’uomo si sente separato dal resto del mondo, è che egli vuole avere altro, e di più, di ciò che il resto del mondo spontaneamente gli offre in fatto di godimenti. Ciò fa penetrare nella sua anima la coscienza, ch’egli è qualche cosa di diverso dal mondo. Se si contentasse di ciò, che è nel mondo, egli non si differenzierebbe dal mondo, sentirebbe la propria esistenza continuarsi nel mondo esteriore. L’uomo non conoscerebbe mai ciò che si chiama il contatto del mondo esteriore; non sarebbe separato dal mondo, quindi non potrebbe nemmeno venire in contatto con esso. Dalla formazione di questi «sei organi», deriva il «contatto col mondo esteriore»; sicché da questi sei organi è sorto gradatamente il «contatto», e, solo in seguito al contatto, è sorto ciò che nella nostra vita si chiama la sensazione, e per via della sensazione «l’attaccamento al mondo esteriore». E dal fatto che l’uomo brama di attaccarsi al mondo esteriore, nasce il dolore, la sofferenza, l’affanno, la pena.
Ecco ciò che il Buddha diceva ai suoi discepoli riguardo all’«uomo interiore», che è causa del dolore, della sofferenza e degli affanni, che esistono nel mondo degli uomini. Era una teoria elevatissima, squisita, ma una teoria che scaturiva immediatamente dalla vita; perchè un «illuminato» l’aveva sentita come la più profonda verità sull’umanità attuale., A colui che come Bodhisattwa aveva guidato per millennii e millennii l’umanità secondo la dottrina della compassione e dell’amore, si era rivelata ora, dopo ch’egli era divenuto Buddha, la vera e propria natura del dolore dell’umanità attuale, e delle sue cause, Perciò egli fu capace di vedere perchè gli uomini soffrono, e di spiegarlo ai suoi intimi discepoli. E quando fu tanto avanzato da sperimentare ciò che è il germe dell’essere dell’uomo per il ciclo attuale dell’umanità, riassunse tutto in quella celebre predica con la quale iniziò la sua attività come Buddha: la predica di Benares, Con questa, egli cominciò a insegnare in modo popolare ciò che prima aveva comunicato ai suoi discepoli in maniera più intima:
«Colui che riconosce le cause di questa vita umana, sa che la vita, quale è, deve contenere il dolore, la sofferenza. Il primo insegnamento che ho da darvi, è quello del «dolore» che è nel mondo. Il secondo insegnamento è quello delle cause del dolore. In che cosa risiedono queste cause del dolore? Nel fatto, che dentro l’uomo si insinua il desiderio, la sete dell’esistenza, derivante da ciò che gli è rimasto da incarnazioni precedenti. «La sete di vivere» è la causa del dolore. Il terzo insegnamento è questo: come si può togliere il dolore dal mondo? Naturalmente col toglierne dal mondo la «causa», cioè collo spegnere la sete di vivere, che deriva dall’ignoranza; perchè gli uomini sono passati dalla conoscenza chiaroveggente di prima all’ignoranza, ed è quest’ignoranza che nasconde loro il mondo spirituale. L’ignoranza è quella che produce la sete di vivere, e questa a sua volta è la causa del dolore, della sofferenza, delle pene, degli affanni. Perchè questi possano scomparire dal mondo, occorre che scomparisca la sete di vivere. L’antica conoscenza è scomparsa dal mondo, gli uomini non sono più in grado di servirsi degli organi del loro corpo eterico. Ma una nuova conoscenza è possibile all’uomo: quella che l’uomo si appropria, quando si immerge totalmente in ciò che il corpo astrale può dargli per mezzo delle sue forze più profonde, con l’aiuto di quanto gli organi esteriori dei sensi gli permettono di osservare nel mondo fisico esterno. E ciò che per mezzo di quest’osservazione viene suscitato nel corpo astrale, nelle sue forze più profonde, che si sviluppa dunque attraverso l’uso del corpo fisico, non già da esso, ciò soltanto può per ora aiutare l’uomo a dargli una conoscenza, perchè questa conoscenza dapprima gli è donata». Così, all’incirca, diceva il Buddha nel suo grande discorso iniziale.
Egli Voleva dunque dire: «Io devo trasmettere all’umanità quella conoscenza che è raggiungibile mediante il massimo sviluppo delle forze del corpo astrale!» Perciò egli doveva insegnare, che cosa l’uomo può raggiungere per mezzo di una energica concentrazione e immersione nelle forze del corpo astrale. Per tal modo egli raggiunge una conoscenza che ora gli spetta, che ora gli è possibile, ma che non ha nulla a che fare con gli influssi provenienti da incarnazioni passate. Il sapere che il Buddha voleva dare agli uomini è un sapere che non ha nulla a che fare col Samskara che, abbandonato all’ignoranza, dorme oscuramente nell’anima umana: è un sapere che ci si può appropriare, allorché si svegliano in una incarnazione tutte le forze che sono nel corpo astrale. Diceva il Buddha: «La causa del dolore nel mondo proviene dal fatto, che dalle incarnazioni precedenti è rimasto indietro qualcosa di cui l’uomo nulla sa. Ciò ch’egli ha in sé come residuo di incarnazioni precedenti è la causa per la quale l’ignoranza in lui si estende sul mondo, per la quale egli soffre dolore. Ma quando egli diventa cosciente delle forze che giacciono nel suo corpo astrale e nelle quali può penetrare, allora, se vuole, egli può appropriarsi una conoscenza che è rimasta indipendente da tutto il passato, una conoscenza sua propria!»
Questa conoscenza il grande Buddha voleva trasmettere agli uomini, e gliela trasmise nel cosidetto «ottuplice sentiero». In esso egli vuole indicare le forze che l’uomo ha da sviluppare a fine di raggiungere, nell’attuale ciclo umano, una conoscenza non influenzata dalle continue rincarnazioni. Il Buddha stesso, mercè la forza che si era acquistata, aveva elevato la sua anima a ciò che si può raggiungere per mezzo delle forze più intense del corpo astrale; e nell’«ottuplice sentiero» volle segnare all’umanità la via, per la quale giungere ad una conoscenza non influenzata dal Samskara. Così la definiva:
«L’uomo giunge a una siffatta conoscenza del mondo, quando si forma un retto giudizio sulle cose, un’opinione che nulla abbia a che fare con la simpatia o l’antipatia, o col fatto che le cose gli piacciono; quando cerca — secondo le sue forze puramente determinato da ciò che dall’esterno gli si offre di formarsi di ogni cosa, un retto giudizio. Questa è la prima cosa che occorre: «un retto giudizio». La seconda è quella di diventare indipendente dai residui delle incarnazioni precedenti, di sforzarsi anche di giudicare secondo il nostro retto giudizio, — di giudicare solamente secondo la giusta opinione che di una cosa ci siamo formati, e non secondo altri influssi.
Dunque la seconda cosa che occorre è «il retto giudizio». La terza è di sforzarci, quando comunichiamo col mondo, di esprimere correttamente quello che vogliamo comunicare, quello di cui ci siamo formati una giusta opinione e un retto giudizio; di non mettere nelle nostre parole e in qualsiasi nostra manifestazione niente altro all’infuori del nostro retto giudizio, e di ciò che deve essere pronunciato. Questo è «la retta parola» secondo il Buddha. In quarto luogo, è necessario che ci sforziamo di compiere le nostre azioni seguendo, con le nostre simpatie e antipatie, non ciò che oscuramente si agita in noi come Samskara, ma ciò che abbiamo conquistato come giusta opinione, retto giudizio e retta parola; questo dobbiamo mettere in azione. Questa è dunque «la giusta azione», il giusto modo di agire. La quinta cosa che occorre all’uomo per liberarsi da ciò che vive in lui, è di acquistare il suo giusto posto, la giusta posizione nel mondo. Che cosa il Buddha intendesse con ciò, possiamo spiegarcelo col dire: vi sono tanti uomini che sono malcontenti del loro compito nel mondo, che credono che il loro posto dovrebbe essere diverso. L’uomo dovrebbe invece acquistare la capacità di trarre tutto il bene possibile, nel senso migliore, da quella posizione in cui è nato, o in cui il destino l’ha messo, la capacità cioè di acquistare il «posto migliore». Chi non si sente pago del posto che occupa, non può trarne la forza che lo conduca a bene operare nel mondo. Questo il Buddha chiama acquistare «la giusta posizione». La sesta cosa consiste nel cercare, che quello che in tal modo noi ci appropriamo per mezzo della giusta opinione, del retto giudizio, ecc. diventi in noi un’abitudine. Quando nasciamo nel mondo, abbiamo determinate abitudini. Il bambino mostra date tendenze e abitudini. Ma l’uomo dovrebbe sforzarsi, non di conservare le abitudini che gli derivano dal Samskara, ma di acquistare le abitudini che a poco a poco può appropriarsi in virtù della giusta opinione, del retto giudizio, della retta parola, ecc. Queste sono le «giuste abitudini», che noi dobbiamo acquistare. La settima cosa è di mettere ordine nella nostra vita col non dimenticare quel che si è fatto ieri nelle nostre azioni di oggi. Noi non riusciremmo a nulla, se ogni volta dovessimo imparare di bel nuovo tutte le nostre abilità. L’uomo deve cercare di sviluppare il ricordo, la memoria di tutte le cose della sua esistenza. Deve sempre mettere in valore ciò che ha già imparato, deve annodare il presente al passato. Dunque — nel mondo buddistico — l’uomo, nell’ottuplice sentiero, deve acquistarsi «la giusta memoria». E l’ottava cosa è ciò che l’uomo acquista quando si abbandona alla contemplazione delle cose, puramente, senza preferenze per l’una o l’altra opinione, senza ascoltare ciò che sussiste in lui da incarnazioni precedenti; quando con purezza si immerge nelle cose e ascolta ciò che le cose stesse gli dicono. Questa è la «retta contemplazione».
Ecco «l’ottuplice sentiero», del quale il Buddha disse ai suoi seguaci, che l’osservanza di esso porta a poco a poco a spegnere la sete dell’esistenza, causa del dolore, e dà all’anima qualche cosa che la libera da tutti quei residui delle vite precedenti, che la rendono schiava.
Con ciò abbiamo potuto accogliere in noi qualche cosa dell’origine e di tutto lo spirito dei Buddhismo; così abbiamo pure riconosciuto l’importanza del fatto, che dall’antico Bodhisattwa sia provenuto il Buddha. Noi sappiamo, che l’antico Bodhisattwa ha sempre versato nell’umanità tutto ciò che è connesso con la sua missione. Negli antichi tempi, prima che il Buddha entrasse nel mondo, l’umanità non era nemmeno in grado di adoperare le forze interiori in modo che la retta parola, il retto giudizio ecc. avessero potuto risultare spontaneamente. Era necessario, che gli influssi dei mondi spirituali scendessero sull’uomo per prepararlo, e questa fu l’opera del Bodhisattwa.
Il fatto che il Bodhisattwa ora diventasse Buddha costituì dunque un avvenimento unico nel suo genere; egli che prima, per sì lungo tempo, aveva versato nell’umanità ciò che ora insegnava, introduceva finalmente nel mondo un corpo tale, che da sè stesso era in grado di sviluppare le forze che prima avevano potuto essere largite solamente dall’alto. Nascendo come Gotama Buddha, il Buddha mise nel mondo il suo corpo come un primo corpo di questo genere.
Così tutto ciò che prima egli aveva versato dall’alto, ora per una volta fu veramente nel mondo. Ma un fatto simile ha una grande, vastissima importanza per tutta l’evoluzione terrestre, il fatto, cioè, che quello che per epoche ed epoche è stato versato dall’alto sulla Terra, sia esistito una volta in un uomo, abbia veramente preso dimora in un uomo vivente sulla Terra. Perchè, da allora in poi, ciò costituisce una forza, che può trasmettersi a tutti gli uomini. E nel corpo di Gotama Buddha, per tutti i tempi, risiedono le cause, per cui gli uomini potranno sviluppare in sè, per tutto l'avvenire, le forze dell’ottuplice sentiero, così che questo ottuplice sentiero possa divenire proprietà di ogni uomo. Il fatto che il Buddha abbia vissuto sulla Terra diede agli uomini la possibilità di pensare giustamente! E tutto ciò che in questo senso avverrà, finché tutta l’umanità si sarà conquistata l'ottuplice sentiero, sarà dovuto all’esistenza del Buddha. Ciò che il Buddha aveva in sè, egli lo ha donato all’uomo come nutrimento spirituale.
Generalmente siffatte cose non sono ancora oggidì riconosciute dalla scienza esteriore. Ma spesso le più infantili fiabe e leggende narrano questi grandi fatti dell’evoluzione umana. Già molte volte e sotto diversi aspetti l'ho fatto notare che le fiabe e le leggende sono spesso più sagge e più scientifiche della nostra scienza obbiettiva. La profondità dell’anima umana ha sempre sentito una verità tutta speciale in un’entità come quella del Bodhisattwa; ha sempre sentito come un fatto particolarmente importante che, dapprima, fluisce giù dall’alto qualcosa che a poco a poco diviene possesso dell’anima umana, e poi, dall'anima umana, irradia nuovamente nello spazio universale. Coloro che erano in grado di sentirlo più o meno oscuramente, si dicevano: «come i raggi del sole splendono nello spazio celeste, così una volta la forza del Bodhisattwa irradiò dall’alto sulla Terra le forze della dottrina dell'amore e della compassione, le forze dell’ottuplice sentiero; più tardi però il Bodhisattwa prese dimora in un corpo umano, e donò all’uomo ciò che questi, anticamente, già possedeva, e che vive ora nell’umanità e si riflette nello spazio cosmico, come la luce riflette nello spazio cosmico i raggi del sole». Per esprimere questa verità riguardo al Bodhisattwa, si formò nei paesi dov’egli visse una leggenda singolare. Questo grande avvenimento veniva raccontato nella seguente semplice narrazione.
Una volta il Buddha visse come lepre; era un tempo, in cui tutti gli altri esseri cercavano alimento, ma ogni alimento era esaurito. I vegetali, che per la lepre erano un nutrimento adeguato, non servivano agli altri che erano carnivori. Allora la lepre, che in realtà era il Buddha, vedendo venire un Bramino, decise di sacrificarsi e di offrire sè stessa come alimento. In quell'istante sopraggiunse il Dio Sakra, il quale vide la grande azione della lepre. Si formò allora una fenditura nel monte, che accolse in sè la lepre. Quindi il Dio prese una tintura e dipinse nella luna l’immagine di quella lepre. E da quella volta in poi, si può vedere nella luna l’immagine del Buddha come lepre. (In occidente non si parla della lepre, ma dell’uomo, che si vede nella luna).
Ma ciò è narrato ancora più chiaramente in una fiaba dei Calmucchi: «Nella luna sta una lepre, che una volta giunse lassù, perchè il Buddha si sacrificò e lo spirito stesso della Terra disegnò nella luna l’immagine della lepre». Così viene espressa la grande verità del Bodhisattwa, ch’è diventato Buddha, e del sacrificio del Buddha, che consiste nell’aver dato all’umanità, come alimento, ciò ch’era prima contenuto suo proprio, così che ormai egli può irradiarsi nel mondo partendo dai cuori stessi degli uomini.
Abbiamo detto, che quando un’entità come quella del Bodhisattwa divenuto Buddha (e questa dottrina è quella di tutti coloro che sanno) ha superato il grado di Bodhisattwa per divenire Buddha, ha passato per la sua ultima incarnazione sulla Terra, quella in cui tutto il suo essere si effonde in un corpo umano. Un essere siffatto non passa più per una simile incarnazione. Perciò il Buddha potè dire, quando sentì che cosa significasse la sua esistenza di allora: «Questa è l’ultima delle incarnazioni; non vi sarà più altra incarnazione sulla Terra!» Però sarebbe errato credere, che, per conseguenza, un simile essere si ritiri completamente dall’esistenza terrena; al contrario, continua ad agire in essa; ma non entra più direttamente in un corpo fisico, bensì assume un altro corpo — di entità astrale, o di entità eterica — e continua a far penetrare la sua azione nel mondo. Il modo come egli agisce dopo aver passato l’ultima sua incarnazione, può essere il seguente.
Un uomo ordinario costituito da corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, può, per così dire, venir compenetrato da un essere siffatto. Un essere siffatto, che non discende più fino a un corpo fisico, ma possiede ancora un corpo astrale, può penetrare e incorporarsi nel corpo astrale di un altro uomo.
Allora agisce in quell’uomo terreno, e costui può divenire una personalità importante, perchè ora agiscono in lui le forze di un’entità che ha già compiuto la sua ultima incarnazione sulla Terra. Così una simile entità astrale si congiunge con l’entità astrale di un qualche uomo sulla Terra; una tale congiunzione può avvenire nel modo più complicato. Quando il Buddha apparve come immagine ai pastori in forma di «schiere celesti», egli non era in un corpo fisico, sibbene in un corpo astrale. Aveva assunto un corpo, mediante il quale egli poteva ugualmente agire sulla Terra.
In un essere siffatto, che è ormai diventato un Buddha, si distingue un triplice corpo:
1° Quel corpo che egli possiede prima di diventare Buddha, quando ancora agisce come Bodhisattwa dall’alto; un corpo che non contiene tutti gli elementi, mediante i quali quell’essere può agire. Quest’essere sta ancora in alto, nelle altezze, ed è collegato con la sua missione precedente, come lo era il Bodhisattwa nel Buddha, prima di aver trasformato questa missione in quella di Buddha. Fintanto che un siffatto essere si trova in tale corpo, il suo corpo si chiama un Dharmakaya.
2° Quel corpo, che un siffatto essere si forma; che egli ha con sè, e nel quale porta ad espressione nel corpo fisico tutto ciò che egli ha in sè: questo corpo si chiama «il corpo della perfezione» o Sambhoyakaya.
3° Quel corpo che una siffatta entità assume, dopo essere passata per il perfezionamento, e con cui può ormai agire dall’alto sulla Terra nel modo descritto, questo si chiama un Nirmanakaya.
Possiamo dunque dire che il «Nirmanakaya» del Buddha apparve ai pastori sotto forma delle «schiere angeliche». Il Buddha risplendette nel suo Nirmanakaya e in questa guisa si manifestò ai pastori. Ma egli doveva cercare ancora più oltre la via per agire sugli eventi di Palestina in quell’epoca importante, e ciò avvenne nel modo seguente.
Per comprenderlo, dobbiamo brevemente richiamarci alla memoria ciò che già conosciamo sulla natura dell’uomo, dalle precedenti conferenze di scienza spirituale. Sappiamo come la scienza dello Spirito distingua parecchie «nascite». Quando ha luogo ciò che si chiama la «nascita fisica», l’uomo si spoglia, per così dire, dell’involucro materno fisico; al settimo anno si spoglia dell’involucro eterico che fino allora, cioè fino al cambiamento dei denti, lo circonda precisamente come l’involucro materno fisico fino alla nascita fisica; e con la maturità sessuale, cioè verso il 14-15.mo anno, (al tempo nostro) l’uomo si spoglia di ciò che lo ha circondato fino allora come un involucro astrale. Perciò soltanto col settimo anno il corpo eterico dell’uomo nasce veramente come corpo libero verso l’esteriore, e il corpo astrale nasce alla maturità sessuale; l’involucro astrale esteriore viene allora eliminato. Osserviamo ora, che cos’è che viene eliminato con la maturità sessuale. Nelle contrade, in cui si svolse l'avvenimento di Palestina, questo momento si presentava un po’ prima, normalmente al dodicesimo anno; allora dunque veniva eliminata la matrice astrale. Nella vita ordinaria questo involucro viene eliminato e abbandonato al mondo astrale esteriore. In quel fanciullo che discendeva dalla linea sacerdotale della stirpe di Davide, la cosa andò diversamente. Col dodicesimo anno, il suo involucro astrale si staccò, ma non si disciolse nel mondo astrale universale. Così qual'era, come involucro astrale protettore del fanciullo, con tutte le forze vivificatrici che vi erano penetrate nel periodo fra la seconda dentizione e la pubertà, esso si unì allora col Nirmanakaya del Buddha. Ciò ch’era apparso risplendente dall’alto nella schiera d’angeli, si unì con l’involucro astrale che si staccava dal dodicenne Gesù, si unì con tutte le forze giovanili che mantengono giovane una creatura nel periodo fra la seconda dentizione e la pubertà. Il Nirmanakaya del Buddha, che dalla nascita in poi adombrava il fanciullo Gesù, divenne una cosa sola con ciò, che di questo fanciullo si staccò all’età della pubertà, cioè col suo giovanile involucro materno astrale; lo accolse, se lo assimilò e con esso si ringiovanì. E mercè questo ringiovanimento divenne possibile, che ciò che prima il Buddha aveva dato al mondo, potesse ora riapparire nel bambino Gesù, con un carattere d’ingenuità infantile. Questo fanciullo ha infatti acquistato la possibilità di parlare da bambino delle alte dottrine della compassione e dell’amore, che oggi abbiamo esposte nella loro complicazione. Nella scena del Tempio, il fanciullo Gesù potè parlare in modo da stupire tutti coloro che lo ascoltavano, appunto perchè lo adombrava il Nirmanakaya del Buddha, rinfrescato come da una fonte di gioventù, dall’involucro astrale materno del fanciullo stesso.
Queste sono cose, che lo scienziato dello spirito può sapere, e che l’autore del Vangelo di Luca ha misteriosamente descritte nella singolare scena del fanciullo dodicenne Gesù nel Tempio, dove improvvisamente diventa un altro. Per questo nel Vangelo di Luca il Buddhismo viene insegnato in un modo comprensibile perfino alla più infantile ingenuità. Questo dobbiamo comprendere; allora sapremo, perchè il Buddha attraverso al fanciullo Gesù non parla più come parlava prima. Così come parlava prima, parla in quest’epoca il Re tibetano Kanisha, che laggiù nell’India antica raccoglie un sinodo e fa predicare l’antico Buddhismo come dottrina ortodossa. Ma il Buddha stesso, nel frattempo, è progredito!
Egli ha accolto in sè le forze dell’involucro astrale materno del fanciullo Gesù, e con ciò è divenuto capace di parlare in un modo nuovo alle anime degli uomini.
Così il Vangelo di Luca contiene il Buddhismo in una nuova forma; il Buddhismo ringiovanito; e perciò esso esprime in forma spontaneamente comprensibile per le anime più semplici, la religione della compassione e dell’amore. Noi possiamo leggerlo; ciò che abbiamo detto è stato misteriosamente espresso dall’Evangelista Luca. Ma quel Vangelo contiene ben altro ancora. Oggi abbiamo potuto esporre soltanto una parte di ciò che la scena del Tempio significa, ma dovremo illuminare ancora molto più a fondo, i sostrati di questo mistero, derivandone pure la luce necessaria per illuminare anche i periodi precedenti e quelli successivi della vita di Gesù di Nazareth.
I fatti di cui parleremo, e che stanno a base dei Vangeli — e specialmente del Vangelo di Luca — diventeranno nelle prossime conferenze sempre più sottili. Per cui vi prego — ed ora ancora più del solito — di tener conto della consecutività delle nostre conferenze, il cui contenuto procede in un modo seguito dall’una all’altra, di guisa che non riesce possibile comprenderne alcuna, se non si tiene conto del nesso che la collega con le altre. Ciò vale soprattutto per questa conferenza e per la prossima; solo dopo averle ascoltate entrambe, potrete chiedervi come si colleghino le diverse cose in esse esposte, con ciò che in altri cicli è stato già detto in ordine a, questo tema.
Abbiamo concluso l’altra volta col dire, che il Nirmanakaya del Buddha si è mostrato al nostro mondo nel momento, che il Vangelo di Luca descrive come l’annuncio ai pastori. E abbiamo accennato, che quel ringiovanimento della concezione buddistica dell’universo, che è fluito nel Cristianesimo, e che per tal mezzo venne dato al mondo, fu prodotto dal fatto, che nel caso di Gesù, la matrice astrale, che al giungere della pubertà si stacca dall’adolescente, fu accolta dal Nirmanakaya del Buddha, e divenne una cosa sola con esso, nel dodicesimo anno della vita di Gesù.
Perciò, da quel momento in poi, abbiamo a che fare con una entità determinata, realmente composta del Nirmanakaya, del corpo spirituale del Buddha e di quella matrice astrale, che si staccò dal fanciullo Gesù giunto al dodicesimo anno.
Ora ci dobbiamo porre la seguente questione: quando, nell’evoluzione ordinaria dell’uomo, questo involucro materno astrale si distacca, quando «nasce» il vero e proprio corpo astrale dell’uomo, l’involucro astrale si dissolve nel mondo astrale universale. Questo involucro astrale materno, quale è nell’uomo normale del nostro ciclo d’evoluzione, non sarebbe adatto a essere incorporato in una entità così elevata, com’era il Buddha nel suo Nirmanakaya. Dunque, quell’involucro materno astrale che fu abbandonato da Gesù e che unendosi col Nirmanakaya del Buddha ringiovanì tutto il Buddhismo, doveva avere qualche particolarità speciale. In altre parole: il fanciullo Gesù doveva avere in sè un’entità del tutto speciale, perchè da essa, nei primi dodici anni di vita, irradiassero le forze, che, accolte nell’involucro astrale, potessero poi avere quella potenza di ringiovanimento, della quale abbiamo parlato l’altra volta. Non doveva dunque trattarsi di un essere umano ordinario,, bensì di un’entità del tutto speciale, che si sviluppò nel bambino Gesù dalla nascita fino al dodicesimo anno, e fu poi in grado di irradiare nell’involucro astrale materno, che si distaccava, tutte le forze che produssero quel ringiovanimento.
Se vogliamo farci un’idea come possa prodursi il fenomeno, che un bambino agisca sui suoi involucri in modo tutto diverso da ciò che avviene in condizioni normali, dobbiamo a tutta prima servirci di un paragone; voglio dunque mostrarvi, con un paragone, che cosa veramente accadesse allora.
Se seguiamo una vita umana, che si svolga normalmente, dalla nascita fino alle età successive, diciamo fino al 20mo, 30mo, 40mo anno, vedremo come si vengano a poco a poco manifestando le singole forze, che nella vita embrionale e alla nascita esistono soltanto in germe: il bambino cresce fisicamente, ma cresce anche spiritualmente; le sue forze animiche si sviluppano a poco a poco. (Come ciò si svolga, potete leggerlo nel mio scritto: «L’educazione del fanciullo dal punto di vista della scienza dello Spirito»). Cercate di mettervi chiaramente davanti agli occhi, come nel bambino si sviluppino gradualmente le forze del sentimento e dell’intelletto; come col 7mo, col 14mo e 21mo anno- queste o quelle forze, che prima non esistevano, si manifestino, o si manifestino in misura maggiore di prima. Cercate dunque di rappresentarvi come ciò avvenga nel corso normale della vita umana, e poi pensate, invece, come sarebbe se si volesse dare a un uomo che nasce la possibilità di svilupparsi non del tutto normalmente, come è di regola nel nostro ciclo d’evoluzione e come deve avvenire nella vita normale; ma si volesse invece dargli artificialmente la possibilità di afferrare, con una freschezza del tutto speciale, ciò che un altro normalmente impara p. es. da 12 a 18 anni; di appropriarselo non come ordinariamente avviene, bensì in modo che compenetri la sua anima con particolare freschezza, così che l’anima se ne impossessi con forza inventiva, e continui a sviluppare le cose, con una certa creatività. E supponiamo che artificialmente volessimo rendere quell’uomo in particolar modo produttivo. In tal caso non dovremmo da bambino lasciarlo crescere come ordinariamente crescono i bambini. Supponiamo dunque di voler fare un ipotetico «esperimento di vita». Ma voglio notare espressamente, che quest’esempio è scelto solo come ipotesi, e non come cosa da eseguirsi; me ne servo come di un paragone, non già per indicarlo come un ideale educativo. Se, dunque, volessimo fare di un uomo uno spirito particolarmente inventivo, che non solamente sapesse vivificare le facoltà del pensiero, ma che in età più avanzata potesse creativamente continuare a svilupparle portandole a una superiore produttività, dovremmo anzitutto impedire che questo bambino, a cominciare dal sesto o settimo anno, imparasse come imparano gli altri bambini, cominciasse a studiare le stesse nozioni scolastiche che gli altri apprendono; dovremmo cercare, anzi, che di tutto ciò che generalmente si insegna a quell’età gli venisse insegnato il meno possibile; dovremmo tenerlo fino al 10mo, 11mo anno ai giochi infantili, insegnandogli il minor numero possibile di cognizioni scolastiche; così che, possibilmente, a nove anni non sapesse ancora far le somme, e a otto leggesse molto male. Poi verso l’ottavo o nono anno dovremmo cominciare a insegnargli tutto ciò, che generalmente si comincia a insegnare ai bambini nel sesto o settimo anno. Allora le forze dell’uomo si sono già sviluppate in tutt’altra maniera; l’anima adopera in modo diverso ciò che le viene insegnato. Un bambino siffatto si conserverebbe fino al 1Omo, 11mo anno le forze infantili, che altrimenti vengono soffocate dall’insegnamento normale, e a quell’età si getterebbe sulle cose che gli sono insegnate con una forza animica molto più viva, afferrandole in ben altra maniera. Con questo mezzo, le sue facoltà verrebbero trasformate in facoltà particolarmente produttive. Si dovrebbe, dunque, a questo scopo, mantenere infantile un bambino possibilmente a lungo; allora il chiaroveggente potrebbe osservare, che l’involucro astrale materno, che si distacca alla pubertà, ha in realtà tutt’altre forze che di solito; ha in sè forze fresche e giovanili. E questo involucro astrale materno potrebbe essere utilizzato da un’entità, quale, nel caso nostro, il Nirmanakaya del Buddha. Per mezzo di un esperimento siffatto si otterrebbe non solamente un prolungamento dell’età giovanile, ma altresì che talune forze infantili, giovanili, penetrassero nell’involucro astrale materno e potessero poi venire adoperate nel mondo così che un essere, che discende da altezze spirituali, possa nutrirsene e ringiovanirsi. Ma gli uomini non dovrebbero ancora fare un simile esperimento. Esso non è un ideale educativo. Oggi ancora gli uomini devono lasciare certe cose agli Dei, per così dire. Gli Dei sanno farle; gli uomini non sanno ancora farle nel modo giusto. E se vi capita di sentire raccontare, che una data persona, destinata ad agire in modo fecondo in un dato campo, si è mostrata per molto tempo deficiente, è stata per molti anni ritenuta sciocca, e soltanto più tardi si è sviluppata, allora vuol dire che gli Dei hanno fatto un simile esperimento, conservando al di là del normale l’infantilità di quell’individuo, e rendendolo capace d’imparare solo più tardi ciò che nella vita normale s’impara prima. Quando, per esempio, dei bambini sono molto svegli e afferrano facilmente ciò che si racconta loro, mentre quando si mettono a scuola non vogliono impararvi nulla, è il caso in cui gli Dei fanno l’esperimento, di cui abbiamo parlato.
Qualche cosa di simile — ma su scala infinitamente più vasta — doveva accadere per quel fanciullo Gesù, che stava crescendo, e che più tardi doveva cedere al Nirmanakaya del Buddha un involucro astrale materno così immensamente fecondo. E ciò accadde veramente. Qui tocchiamo un fatto misterioso, di fronte al quale ognuno è libero di credere, o di non credere, ima che oggidì può venire esposto a chi ha già avuto una certa preparazione antroposofica, e che può anche venir preso in esame. Esaminatelo alla luce di tutti i fatti, che i Vangeli e anche la storia esteriore vi offrono, e lo troverete confermato dai fatti esteriori del piano fisico, purché sappiate interrogarli giustamente, e non vogliate giudicare troppo affrettatamente. I fatti, che l’occultista racconta e che sono dati dai mondi superiori, egli li trasmette all’umanità come un pegno, e, se li attinge alle giuste fonti, può dire: «Esaminateli pure con quanta severità volete; se li esaminerete nel modo giusto, li troverete dovunque confermati da ciò, che nel mondo fisico vi insegneranno i documenti scritti o i fatti delle scienze naturali».
Doveva dunque avvenire, che alla coppia dei genitori, di cui parla il Vangelo di Luca, nascesse un bambino di natura del tutto speciale, un bambino che già portava con sè forme giovanili, forze infantili specialissime, e che poteva conservarle fresche e sane, in tutti i sensi, al medesimo grado di forza. Ciò doveva avvenire. Senonchè, in condizioni ordinarie, non era possibile trovare nè un bambino nè una coppia di genitori, nei quali vi fossero in tanta abbondanza e freschezza le forze infantili e giovanili, che allora si erano rese necessarie. Tenendo conto soltanto delle condizioni normali, non si sarebbero potuti trovare, in tutta la cerchia dell’umanità di allora, l’individualità! e i genitori adatti a una simile incarnazione, se non fosse stata data la possibilità di un fatto speciale. Questa possibilità noi possiamo comprenderla solamente ricordando quello che abbiamo imparato nella nostra preparazione antroposofica.
Sappiamo che, attraverso differenti epoche, l’umanità attuale discende da un’umanità primordiale, che chiamiamo l’umanità dell’antica Atlantide; e questa umanità dell’antica epoca atlantea discende a sua volta dall’umanità dell’epoca lemurica. La scienza dello Spirito è in grado di segnalarci ben altri eventi dell’evoluzione umana, oltre a quelli studiati dalle scienze naturali, esteriori, che si connettono soltanto coi fatti sensibili. La scienza dello Spirito ci mostra, che l’umanità è passata per lo stadio della civiltà greco-latina, che fu preceduta dalla civiltà egizio-caldaica, e questa a sua volta dalla civiltà persiana e indiana antica. Risalendo attraverso tutte queste civiltà, giungiamo a quella grande immensa catastrofe, che una volta sconvolse la nostra Terra e mutò interamente il suo aspetto. Prima, un vasto continente si stendeva nelle regioni, in cui oggi si stende l’oceano Atlantico: quel continente era l’antica «Atlantide». E le regioni, che oggi sono abitate dall’umanità europea, asiatica e africana, erano ancora, in massima parte, coperte dal mare. A cagione della grande catastrofe atlantea, che si svolse nell’elemento acqueo della Terra, la faccia di quest’ultima fu mutata. Prima d’allora, l’umanità era stabilita e si sviluppava in massima parte nell’Atlantide, ed era costituita da uomini, il cui organismo era diverso dall’attuale; di questo abbiamo spesso parlato. Quando poi l’epoca della catastrofe atlantea si avvicinò, i grandi sacerdoti e condottieri chiaroveggenti dell’umanità la previdero, e perciò avviarono gli uomini verso oriente, e in parte anche verso occidente. Coloro ch’essi guidarono verso occidente furono i predecessori della popolazione americana. Dobbiamo dunque ricercare i primogenitori della nostra umanità fra gli antichi Atlantei. Questi uomini che dimoravano nell’Atlantide erano poi la progenie di altri uomini più antichi, i quali, a loro volta, erano molto diversi da loro, e dimoravano sopra un continente situato fra l’Asia, l’Africa e l’Australia d’oggi, cioè nell’antica «Lemuria» (Vedi «La Scienza occulta»).
Se, per mezzo della Cronaca dell’Akasha, risaliamo anche ai più lontani tempi del passato, troviamo sempre meravigliosamente confermato in essa tutto quello che da un’altra parte ci viene narrato dalla Bibbia e da tanti altri documenti religiosi; allora soltanto impariamo a comprendere nel giusto modo quei documenti religiosi. Quale problema non è stato, per esempio, per la scienza esteriore, quello di risolvere se vi sia qualche verità in ciò che si legge nella Bibbia intorno ad Adamo ed Eva, quella «unica coppia umana», dalla quale tutta l’umanità avrebbe avuto origine!
È stato un problema che, dal punto di vista scientifico, fu molto discusso, specialmente intorno alla metà del secolo decimonono. Noi sappiamo riassumendo ciò che la Cronaca dell’Akasha ci dice — che la Terra ha una lunga preistoria, e che anche l’epoca lemurica fu preceduta da un’altra epoca. Sappiamo che la Terra è la rincorporazione di altri stati planetari: l’antica Luna, l’antico Sole e l’antico Saturno. Sappiamo inoltre che la Terra, nella sua grande evoluzione, ai tre corpi sviluppati dall’uomo durante le tre precedenti incarnazioni terrestri, — corpo fisico su Saturno, corpo eterico sul Sole e corpo astrale sulla Luna aveva il compito di aggiungere nel periodo terrestre l’Io, il quarto membro dell’umana entità. Tutto quanto precedette l’epoca lemurica non fu che una preparazione per questa missione terrestre. Allora, nell’epoca lemurica, l’uomo si andò formando in guisa, da divenire capace di sviluppare il quarto membro, l’egoità; cominciò dunque a formarsi il primo germe per lo sviluppo di un Io nei tre corpi, che si era già prima acquistati. Possiamo, pendo, dire: mediante le trasformazioni che avvennero sulla Terra, venne esercitata sull’uomo l’azione necessaria, affinchè egli potesse diventare portatore dell’Io. Prima dell’epoca lemurica, la Terra era pure abitata; vi erano sulla Terra uomini di tutt’altra forma, i quali però ancora non erano «portatori di un Io», poiché veramente avevano sviluppato soltanto il corpo fisico, l’eterico e l’astrale, che si erano portati seco dalle evoluzioni di Saturno, Sole e Luna. E noi sappiamo per quali processi di tutto il Cosmo l’uomo sia stato condotto fino a questo grado di maturità nella sua evoluzione. Sappiamo, che al principio della nostra evoluzione attuale la Terra era unita col sole e con la luna, e che più tardi il sole si distaccò, lasciando dietro a sè un corpo planetario, che comprende la Terra e la Luna attuali. Sappiamo inoltre che, se la Terra fosse rimasta unita con la Luna, tutto ciò che esiste nell’uomo sarebbe stato indurito, mummificato, sarebbe divenuto legnoso. Per evitare questo, dovettero venire espulse tutte le sostanze e le entità lunari. Così la forma umana venne salvata dall’irrigidimento, e divenne possibile all’uomo di assumere la figura attuale. Soltanto dopo il distacco della Luna gli venne data la possibilità di diventare «portatore dell’Io». Ma ciò non avvenne a un tratto. Prima, a poco a poco, si separò dalla Terra il Sole. Quindi vi fu un periodo, mentre la luna era ancora contenuta nella Terra, in cui le condizioni erano tali, da non permettere un ulteriore progresso umano; la materia fisica andava densificandosi sempre più, così che l’uomo si avviò anch’esso verso l’indurimento. Le anime umane, che si trovavano allora a stadii inferiori di sviluppo, percorrevano già una via analoga a quella, che l’anima umana percorre attualmente; passavano cioè per successive incarnazioni, abbandonando di tanto in tanto i corpi esteriori, vivendo per un certo tempo nel mondo spirituale, per ricomparire poi in una nuova incarnazione. Ma, prima che la luna si staccasse dalla Terra, avvenne un fatto molto 'speciale, si stabilì una condizione molto difficile per l’ulteriore progresso della Terra. Avvenne, cioè, che talune anime umane, dopo aver abbandonato il loro corpo e attraversato il periodo spirituale, volendo ora nuovamente rincarnarsi, trovarono giù sulla Terra una sostanza umana tanto dura, tanto irrigidita, da non potervisi incarnare. Vi fu veramente un’epoca, in cui le anime, che volevano ridiscendere sulla Terra, non trovarono più la possibilità di rincarnarsi, perchè i corpi terrestri non erano adatti per esse. Solo le anime più forti poterono domare le materie e sostanze induritesi nel frattempo, e incarnarsi sulla Terra. Le altre furono costrette a ritornare nel mondo spirituale senza poter discendere. Vi furono epoche siffatte prima che avvenisse il distacco della Luna. Ma il numero delle anime forti, in grado di assoggettare la materia e di continuare a popolare la Terra, divenne sempre minore. Vi fu, dunque, prima dell’epoca lemurica, un periodo, in cui la Terra divenne deserta, in cui gli uomini divennero sempre meno numerosi sulla Terra, perchè le anime che volevano discendere, non trovavano corpi adatti.
Che cosa avvenne dunque di queste anime che non potevano trovare corpi adatti?
Vennero trasportate verso altri pianeti, che si erano venuti formando nel frattempo dalla sostanza comune. Talune vennero portate su Saturno, altre su Giove, Marte, Venere o Mercurio, sicché giunse un momento per la Terra, come un grande inverno della Terra, durante il quale soltanto le anime più forti furono in grado di dimorarvi. Le anime più deboli dovettero, per così dire, essere ospitate da altri pianeti appartenenti al nostro sistema solare. Durante l’epoca lemurica, vi fu effettivamente un periodo, nel quale si può dirlo almeno approssimativamente vi fu un’unica coppia umana, una coppia principale, che si era conservata la forza di domare quella sostanza umana ribelle, e di incarnarsi sulla Terra; di «resistere» per così dire per tutto il periodo terrestre. Questo fu appunto il tempo, in cui la Luna si separò dalla Terra. E, grazie al distacco della Luna, divenne nuovamente possibile, che la materia umana si raffinasse e ridivenisse atta ad accogliere anime umane più deboli; sicché i discendenti di quell’una coppia principale furono nuovamente in condizione di incarnarsi in una materia più molle di quella trovata da coloro, che avevano vissuto prima della scissione della Luna. Allora, a poco a poco, tutte le anime che erano emigrate su Marte, Giove, Venere, ecc. ritornarono sulla Terra, e, col moltiplicarsi degli uomini originati da quella coppia principale, le anime ritornate a poco a poco dallo spazio cosmico sulla Terra divennero discendenti di essa. Così la Terra si ripopolò. E durante l’ultima epoca lemurica fin molto avanti nell’epoca atlantea, continuarono a discendere, sempre più numerose, le anime che avevano dimorato sugli altri pianeti, in attesa che giungesse il tempo di ridiscendere sulla Terra. In questo modo la Terra si ripopolò, e nacque quella popolazione atlantea, che veniva guidata dagli iniziati atlantici negli Oracoli.
Di questi Oracoli ho narrato quanto segue:
Esistevano nell’antica Atlantide dei santuari, donde si dirigeva l’umanità. — Erano divisi in modo, che si potevano chiamare gli uni «Oracoli di Marte», altri «Oracoli di Giove», altri «Oracoli di Saturno», ecc. Ve n’erano diversi, perchè diversi erano gli uomini. Per quelle anime che prima avevano aspettato su Marte, si doveva creare insegnamento e guida negli Oracoli di Marte; per quelle che avevano aspettato su Giove, — negli Oracoli di Giove, e così via. Solo pochi eletti potevano venire istruiti durante l’epoca atlantea, nel grande, centrale Oracolo solare, e cioè coloro, che come discendenza erano più prossimi a quell’una coppia principale, che aveva potuto resistere alla crisi della Terra, a quella coppia capostipite, che la Bibbia ci presenta col nome di «Adamo ed Eva». Troviamo qui nella Bibbia un fatto che corrisponde perfettamente ai fatti della Cronaca dell’Akasha, sicché la Bibbia viene confermata anche nei punti, dove racconta cose apparentemente inverosimili. A capo del grande Oracolo, che aveva la sopraintendenza sugli altri, e che viene chiamato l’Oracolo «solare», stava il sommo degli iniziati atlantei, il grande Iniziato del sole, ch’era in pari tempo il «Manu», la Guida della popolazione atlantea. Ed era colui che, all’approssimarsi della catastrofe atlantea? doveva imporsi il compito di emigrare in oriente con gli uomini che a ciò gli parevano adatti, per fondarvi un punto di origine per la civiltà postatlantea. Anzitutto però questo iniziato aveva sempre, fra i diversi uomini che egli raccoglieva direttamente intorno alla sua persona, dei discendenti, possibilmente diretti, di quelle anime capo-stipiti, che avevano superato l’inverno della Terra, cioè dei discendenti diretti di «Adamo ed Eva», della coppia primordiale. Essi venivano particolarmente educati e curati nell’ambiente del grande Iniziato dell’Oracolo solare. Tutta la loro istruzione veniva diretta e condotta in modo, che, nel momento giusto dell’evoluzione umana, dal santuario che il gran Manu, l’Iniziato dell’Oracolo solare, dirigeva, vi fosse sempre la possibilità di far fluire nel mondo gl’influssi adeguati. Poniamo che in un dato momento dell’evoluzione umana fosse divenuto necessario dare un ringiovanimento alla cultura; dare un nuovo impulso a ciò che l’umanità aveva per molto tempo conservato come tradizione e ch’era ormai «invecchiato», infondere un nuovo elemento nella civiltà umana: ebbene, i provvedimenti necessari a questo scopo dovevano prendersi immediatamente dal santuario dell’Iniziato dell’Oracolo solare, e si prendevano nel modo più vario. Nel primo tempo della civiltà postatlantea, venivano mandati direttamente qua e là degli uomini appositamente preparati, a portare fuori nel mondo ciò che a questo o a quel popolo abbisognava. Da questo Oracolo, nascosto in una certa regione dell’Asia, veniva sempre provveduto, a che le singole civiltà potessero ricevere gli influssi nel modo adeguato.
Ora, 5 o 6 secoli dopo la vita del gran Buddha, giunse un’epoca del tutto speciale, in cui si presentò la necessità di ringiovanire il Buddhismo. Quello che il Grande Buddha aveva annunziato come una concezione dell’universo, antica, matura e giunta a un culmine eccelso, doveva venir portato ad attraversare un’onda di gioventù, così da poter apparire davanti all’umanità in forma fresca e ringiovanita. Dovevano venire arrecate all’umanità forze giovanili del tutto spedali. Siffatte forze non si potevano trovare in una qualsiasi individualità, che lavorasse fuori nel mondo. Colui che lavora per il mondo consuma le sue forze, e appunto il consumare le forze significa «invecchiare,». Potremmo risalire indietro nei tempi e troveremmo il sorgere di una civiltà dopo l’altra: prima l’antica civiltà indiana, poi la persiana antica, poi l’egizio-caldaica, ecc., e dovunque troveremmo grandi importantissimi condottieri di uomini. Tutti quei Capi hanno dato le loro forze migliori per far progredire la stirpe umana. I grandi sacri Rishis hanno dato le loro forze migliori; Zarathustra, il fondatore della civiltà persiana, ha dato le sue forze migliori; Ermete, Mosè, i capi della civiltà caldaica, tutti hanno dato le loro forze migliori. Tutti furono, in un certo senso, per virtù di quello che poterono compiere, le giuste e migliori Guide di quei tempi. Prendiamo una qualunque personalità dell’antica India: essa si era sempre di bel nuovo rincarnata, era ricomparsa in questa o in quella incarnazione, nell’epoca persiana, egizio-caldaica, e, rincarnandosi, la sua anima si era fatta sempre più vecchia, sempre più matura; si era elevata a forze di più in più mature ma aveva perduto le fresche forze giovanili. Si possono maturare, si possono compiere azioni immense, quando si è diventati una vecchia anima, che per molte e molte incarnazioni ha lavorato su sè stessa; ma l’anima intanto è diventata vecchia. Si possono dare grandi insegnamenti, grande aiuto all’umanità, ma si paga questo elevato sviluppo, con la perdita della freschezza e della forza giovanile. Guardiamo per esempio uno dei sommi, che hanno agito nel corso dell’evoluzione umana: Zarathustra. Fu lui, che da immense profondità del mondo spirituale potè dare alla sua epoca il grande messaggio dello Spirito solare; fu lui, che additò all'umanità del suo tempo il grande Spirito che più tardi appare come Cristo; fu lui, che disse: «Egli è nel sole, Ahura Mazdao; Egli si avvicinerà alla Terra», e altre grandi parole piene di significato; solo la conoscenza spirituale più profonda, la sviluppatissima chiaroveggenza di Zarathustra potè contemplare quella Entità, che. i sacri Rishis chiamavano «Vishva Karman», dicendo ch’essa era ancora al di là della loro sfera. Egli, Zarathustra, la chiamò «Ahura Mazdao», annunciandone l’immensa importanza per l’evoluzione umana. Nel corpo di Zarathustra viveva uno spirito che era già immensamente maturo, quando egli fondò la civiltà persiana antica!
Possiamo immaginarci questa individualità, che attraverso le sue incarnazioni seguenti salì sempre più in alto, e diventò sempre più matura, e sempre più vecchia, e sempre più atta a compiere i massimi sacrifici per l’umanità. Quelli fra voi, che hanno già udito altre mie conferenze, sapranno come Zarathustra abbia ceduto il suo corpo astrale, che rivisse più tardi nel Capo della civiltà egizia, Ermete, e come abbia ceduto il suo corpo eterico al Capo del popolo ebraico antico, Mosè. Tutto ciò si può compiere soltanto quando si ha un’anima poderosamente sviluppata. Allora si può diventare un’individualità così altamente evoluta, come fu Zarathustra, il quale poi, seicento anni prima della nostra èra, allorché il Buddha operò in India, visse e insegnò in Caldea, col nome del grande maestro Nazarathos o Zarathas, che fu pure il maestro di Pitagora. Tutto questo egli potè diventare, e fino a questo punto potè andarsi sempre più maturando quella grande anima, che era stata il capo e il fondatore della civiltà persiana. Ma quel che era divenuto necessario, ora che il Buddhismo doveva essere ringiovanito, quest’anima non lo poteva offrire. Essa non poteva fornire le forze completamente e giovanilmente fresche, che dovevano segnalarsi appunto per il fatto, di potersi sviluppare nella loro fanciullezza fino alla pubertà, per poter esser poi cedute al Nirmanakaya del Buddha. Ciò sarebbe stato impossibile all'entità di Zarathustra; appunto perchè attraverso alle sue incarnazioni era salita così in alto, non le sarebbe stato possibile di svilupparsi in un bambino, al principio della nostra èra, in modo da rendere possibile ciò che doveva avvenire. Se dunque cerchiamo fra tutte le individualità che si sviluppavano allora, non ne troviamo in nessun luogo una, che potesse nascere in quel tempo, avendo in sè la forza di svilupparsi in modo da potere offrire nel suo dodicesimo anno le energie fresche di gioventù, capaci di ringiovanire il Buddhismo. Abbiamo appunto rivolto lo sguardo alla grande, unica, individualità di Zarathustra, per citare qualcosa di straordinario, e possiamo dire: perfino l’individualità di Zarathustra è inadatta a vivificare il corpo di Gesù fino all’epoca, in cui l’involucro materno astrale viene deposto, perchè possa unirsi col Nirmanakaya del Buddha. Donde proveniva dunque la grande forza vivificatrice del corpo di Gesù?
Proveniva dalla grande Loggia-Madre dell’umanità, diretta dal Manu, dal grande Iniziato solare. Nel bambino che nacque a quei genitori che il Vangelo di Luca chiama «Giuseppe» e «Maria», venne immessa una grande forza individuale, che era stata coltivata e curata nella gran Loggia-Madre, nel grande Oracolo solare. Venne immessa in questo bambino la migliore, la più forte di quelle individualità. Quale individualità?
Se vogliamo conoscere l’individualità che venne allora immessa nel Bambino Gesù, dobbiamo risalire indietro, molto lontano, fino all’epoca che precede l'influsso luciferico sull’umanità, prima che l’influsso luciferico penetrasse nel corpo astrale degli uomini. L’influsso luciferico si accostò agli uomini nella medesima epoca, in cui la coppia umana primordiale popolò la Terra. Questa coppia capo-stipite fu abbastanza forte per vincere, per così dire, la sostanza umana, e incarnarsi in essa, ma non fu abbastanza forte per opporre resistenza all’influsso luciferico. L’influsso luciferico si accostò ed estese i suoi effetti anche al corpo astrale di questa coppia; e ne venne come conseguenza, che diventò impossibile lasciare che tutte le forze contenute in «Adamo ed Eva» scorressero attraverso il sangue giù per le generazioni dei loro discendenti. Si dovette consentire, che il corpo fisico si riproducesse attraverso tutte le generazioni; ma del corpo eterico la Direzione dell’umanità trattenne indietro una parte. Si esprimeva questo fatto dicendo: «Gli uomini hanno gustato dell’albero della conoscenza del bene e del male» (vale a dire di ciò che proveniva dall’influsso luciferico), ma si aggiungeva: «Dobbiamo ora toglier loro la possibilità di gustare altresì dell’Albero della Vita». Questo significa, che una certa somma delle forze del corpo' eterico venne trattenuta indietro, e non scorse più nelle generazioni dei discendenti. Esisteva dunque in «Adamo» una certa somma di forze, che dopo il peccato gli vennero tolte. Questa parte ancora innocente di Adamo, venne conservata nella gran Loggia-Madre della umanità, venne ivi curata e coltivata. Questa era, per così dire, l’anima adamitica, prima che fosse toccata dal peccato dell’uomo, quando ancora non era intricata in ciò che fece cadere gli uomini nel peccato. Queste forze primordiali dell’individualità di Adamo vennero conservate. Continuarono a esistere e vennero ora guidate come un «Io provvisorio», là dove il bambino di Giuseppe e di Maria doveva nascere; sicché nei primi anni quel Bambino ebbe in sé le forze del progenitore originario dell’umanità terrestre.
Oh! quest’anima era stata conservata molto giovane! essa non era stata condotta attraverso le molte incarnazioni; era stata tenuta indietro a un grado molto molto arretrato, come è stato artificialmente tenuto indietro il bambino nell’ipotetico tentativo di educazione, di cui abbiamo parlato più sopra. Chi rivisse dunque nel piccolo bambino nato a Giuseppe e a Maria? Il progenitore dell'umanità, l’«Antico Adamo», ma come nuovo Adamo! Paolo già lo sapeva, ed è ciò che si nasconde dietro alle sue parole, e lo sapeva anche Luca, l’autore del Vangelo, che era un discepolo di Paolo. Perciò Luca ne parla in modo affatto speciale. Egli sapeva, che qualcosa di speciale era necessario per poter condurre giù nell’umanità questa sostanza spirituale: egli sapeva, che era necessaria una consanguineità, che risalisse fino ad Adamo. Perciò Luca dà una genealogia di Giuseppe che risale ad Adamo, il quale proviene immediatamente dal mondo spirituale stesso; perciò Luca dice di Adamo, «che fu di Dio»; lo chiama «figlio di Dio». La genealogia data da Luca risale fino a Dio. Appunto in quello che chiamiamo il capitolo della genealogia di Luca, si nasconde un importante mistero, e cioè, che un sangue comune dovette scorrere giù attraverso le generazioni ed essere conservato in successione ininterrotta fino ai discendenti più lontani, affinchè, quando i tempi fossero stati maturi, anche lo Spirito potesse essere condotto giù ai discendenti stessi. Così si collegò col corpo che nacque a Giuseppe e a Maria, quello spirito infinitamente giovane, quello spirito intatto da tutte le vicende terrene, quella giovane anima, le cui forze provenivano dall’antica Lemuria. Solo questo spirito era forte abbastanza per irradiarsi interamente nel seno materno astrale, e lasciar ad esso, nel momento del distacco, le forze che ad esso occorrevano per unirsi in maniera feconda col Nirmanakaya del Buddha.
Possiamo dunque chiedere: che cosa ci descrive veramente il Vangelo di Luca, quando comincia a parlare di Gesù di Nazareth?
Ci descrive anzitutto un uomo, che per la parentela del sangue derivava il suo corpo fisico da Adamo, cioè dall’epoca in cui, durante lo spopolamento della Terra, una coppia aveva salvato tutta l’umanità sulla Terra. E ci descrive inoltre, mettendosi interamente dal punto di vista della rincarnazione, quella di un’anima che più di ogni altra aveva lungamente aspettato prima di rincarnarsi. Nel fanciullo Gesù ritroviamo l’anima adamitica di prima del peccato, che più a lungo aveva aspettato a rincarnarsi. Possiamo dunque dire, per quanto fantastico ciò possa apparire all’umanità di oggi, che l’individualità la quale, dalla gran Loggia-Madre dell’umanità, venne condotta nel Bambino Gesù, non solamente discendeva dalle generazioni umane fisicamente più antiche, ma era pure la rincarnazione del primo membro dell’umanità. Ora sappiamo chi era colui, che fu presentato al Tempio e mostrato a Simeone, chi era colui che Luca chiama «figlio di Dio». Egli non parla dell’uomo attuale, ma testimonia che quest’uomo è la rincarnazione di colui, che era vissuto come il più antico progenitore capo-stipite della consanguineità di tutte le generazioni.
Se riassumiamo tutto ciò, dobbiamo ora dire: «visse in India nel quinto o sesto secolo prima della nostra èra, il grande Bodhisattwa, il quale ebbe la missione di portare all’umanità quelle verità, che poi a poco a poco dovevano nascere in seno all’umanità stessa. Egli ne diede l’impulso, e perciò divenne allora Buddha; per conseguenza egli non si presenta più in un corpo terrestre interamente corrispondente alla sua individualità, ma riappare nel Nirmanakaya, nel corpo delle trasformazioni, che giunge solo fino al mondo eterico-astrale. Allora viene visto sotto l’aspetto di una «moltitudine di angeli», dai pastori che per un momento divengono chiaroveggenti, perchè debbono vedere ciò che viene loro annunziato. Egli si protende sul bambino che nasce a.Giuseppe e a Maria. E v’ha una ragione, perchè egli si protenda appunto su questo bambino. Ciò che il grande Buddha potè portare all’umanità, doveva presentarsi in una forma matura; è difficile a comprendere; si trova a considerevoli altezze spirituali. Affinchè potesse ora diventare generalmente fecondo, occorreva che una forza completamente fresca e giovanile si riversasse in ciò che il Buddha si era fino allora conquistato. Egli dovette suggere questa forza dalla Terra, col chinarsi verso un bambino umano, che potesse dargli tutte le forze giovanili emananti dalla matrice astrale, che era in via di distaccarsi. Questo essere umano gli si offrì con la nascita di un bambino, dal quale, attraverso le serie delle generazioni e della consanguineità, egli, meglio di chiunque altro, poteva risalire fino al progenitore dell’umanità e che egli poteva anche riallacciare all’antica, ma giovane anima dell’umanità dell’epoca lemurica e designare come il nuovo Adamo rincarnato. Questo bambino, che aveva un’anima che era l’anima-madre dell’umanità, mantenuta giovane attraverso tutte le epoche, visse così da irradiare tutte le forze giovanili nel corpo astrale, che poi si distaccò, e salì a unirsi col Nirmanakaya del Buddha.
Questi però non sono ancora tutti i fatti, per mezzo dei quali possiamo comprendere il meraviglioso mistero di Palestina; questo non ce ne dà che un aspetto. Ora comprendiamo chi era Colui che nacque in Betlemme, allorché Giuseppe e Maria vi giunsero da Nazareth, e che fu annunciato ai pastori. Ma ciò non è ancora tutto. Al principio della nostra èra avvennero molte cose strane e importanti, per portare a compimento il più grande evento dell’evoluzione dell’umanità; e per rendere comprensibile ciò che gradualmente condusse a questo massimo fra gli avvenimenti, dobbiamo ancora considerare quanto segue.
Esisteva in seno all’antico popolo ebraico la stirpe di Davide. Quelle che noi chiamiamo «le generazioni davidiche», provenivano tutte dal loro capo-stipite Davide. Ora, troviamo nella Bibbia che Davide aveva due figli: Salomone e Nathan. Da Davide discendono perciò due serie di generazioni, la «linea salomonica» e la «linea natanica». Dunque — trascurando gli anelli di mezzo della catena — possiamo dire: all’inizio della nostra èra vivevano in Palestina i discendenti, tanto della linea salomonica, quanto della linea natanica, della stirpe di Davide. E visse in Nazareth, come discendente di quella linea che chiamiamo la linea «natanica» della stirpe di Davide, un uomo di nome «Giuseppe». Egli ha per moglie una «Maria». E vive in Betlemme un discendente della linea «salomonica» della stirpe di Davide, il quale pure si chiama «Giuseppe». Non vi è nulla di specialmente strano nel fatto, che vi siano due uomini della stirpe di Davide, i quali entrambi si chiamano «Giuseppe», e che sono entrambi sposati con una «Maria», come la chiama la Bibbia. Abbiamo dunque in Palestina all’inizio della nostra èra due coppie di genitori; entrambe portano i nomi di «Giuseppe e Maria». L’una coppia trae la sua origine dalla linea salomonica della stirpe di Davide, e cioè dalla «linea regale»; E altra, quella di Nazareth, trae la sua origine dalla linea natanica, cioè dalla «linea sacerdotale». Questa coppia della linea natanica, è quella che ha il bambino, di cui oggi e l’altra volta ho parlato. Ed è questo il bambino, che fornì la matrice astrale che potè essere accolta dal Nirmanakaya del Buddha. Questa coppia discendente dalla linea natanica, si recava, quando il bambino nacque, da Nazareth a Betlemme «per il censimento» come racconta Luca. Questa coppia è quella, di cui parla il libro delle generazioni del Vangelo di Luca. — L’altra coppia che in origine non viveva affatto in Nazareth (i Vangeli vanno sempre presi alla lettera!), dimorava in Betlemme, e di questa ci narra lo scrittore del Vangelo di Matteo. (I Vangeli narrano sempre la verità; non occorre affatto sofisticarvi sopra. Per mezzo della scienza dello Spirito gli uomini verranno ben ricondotti a prendere i Vangeli alla lettera!)
A questa coppia della linea salomonica nasce pure un bambino, che anch’esso si chiama «Gesù», e anche questo cela dentro la sua corporeità un’entità possente. Ma questo bambino aveva dapprima un altro compito. La saggezza del mondo è profonda! Questo bambino non era chiamato a cedere alla sua matrice astrale le sue fresche forze giovanili, bensì era chiamato a portare all’umanità ciò che si può portate solamente quando si è un’anima matura. Questo bambino venne guidato da tutte le forze che partecipavano a questo evento, in modo da poter divenire l’incarnazione di quella entità, che già era vissuta in Persia, dove aveva rivelato Ahura-Mazdao, che più tardi aveva ceduto a Ermete il suo corpo astrale, e il suo corpo eterico a Mosè, e che era poi ricomparsa come il grande Maestro di Pitagora, Zarathas o Nazarathos, il grande Maestro dell’antica Caldea; non era altro che l’individualità di Zarathustra. L’Io di Zarathustra si incarnò nuovamente nel bambino, di cui l’Evangelista Matteo narra, che esso nacque da una coppia, Giuseppe e Maria, discendente dalla linea regale, dalla linea salomonica della stirpe di Davide, e dimorante fin dal principio in Betlemme.
Cosi troviamo una parte della verità in Matteo, l’altra parte della verità in Luca. Dobbiamo prenderli entrambi alla lettera perchè la verità del mondo è complessa. Ora sappiamo chi fosse colui che nacque dalla linea sacerdotale della casa di Davide. Ma sappiamo pure, che dalla linea regale nacque quella individualità che col nome di Zarathustra aveva anticamente insegnato in Persia, fondandovi la magìa dell’antico regno di Persia, la magìa regale. Così vissero l’una accanto all’altra le due individualità: la giovane individualità di Adamo, nel bambino della linea sacerdotale della Casa di Davide, e l’individualità di Zarathustra, nel bambino della linea regale della stirpe di Davide. Come e perchè tutto ciò avvenisse, e come l’evoluzione venisse guidata più oltre, diremo in seguito.
Le grandi correnti spirituali dell’umanità, che si svolgono nel mondo, hanno tutte una loro particolare missione. Esse non percorrono il mondo isolatamente; ma restano separate solo per determinate epoche per poi incrociarsi e fecondarsi reciprocamente nei modi più svariati. Un siffatto grande, poderoso confluire di correnti spirituali dell’umanità, noi lo vediamo particolarmente nell’avvenimento di Palestina. Nostro compito è, per l’appunto, di rappresentarci questo evento nell’anima con sempre maggiore chiarezza. Le diverse concezioni del mondo non seguono le loro vie, nel modo che potremmo astrattamente immaginarci, quasi fossero tracciate per aria, per riunirsi poi in un dato punto, bensì passano attraverso entità, attraverso individualità. Là dove sorge per la prima volta una nuova concezione del mondo, essa deve venire per il tramite di un’individualità. Là dove delle correnti spirituali confluiscono e si fecondano reciprocamente, deve verificarsi qualcosa di speciale anche negli individui che ne sono i portatori. Nell’ultima conferenza può essere sembrato molto complesso il modo come s’incontrano effettivamente nell’evento di Palestina le due grandi correnti del «Buddhismo» e dello «Zarathustrismo». Se volessimo parlare solo astrattamente e non toccare concretamente i fatti, basterebbe mostrare come si colleghino fra loro quelle due concezioni del mondo. Ma come antroposofi abbiamo il compito, sia di indicare le individualità che furono portatrici di quelle due concezioni del mondo, sia di indicare che cosa viveva in esse; perchè l’antroposofo deve dall’astratto passare sempre più al concreto. Non deve quindi farvi meraviglia, che un fatto così grande, così immenso, richiedesse pure una grande complessità esteriore di circostanze; che lo Zarathustrismo e il Buddhismo non potessero così senz’altro fondersi insieme, ma che la loro unione dovesse venire lentamente e gradualmente preparata.
Abbiamo veduto dunque il Buddhismo penetrare e operare nella personalità del Bambino, nato a Giuseppe e a Maria dalla linea natanica della casa di Davide, che il Vangelo di Luca ci descrive. Dall’altro lato, vediamo l’altra coppia, Giuseppe e Maria col Bambino-Gesù, discendenti dalla linea salomonica della stirpe di Davide, e dimoranti, dapprima in Betlemme, che ci descrive il Vangelo di Matteo. Questo Bambino-Gesù della linea salomonica è il portatore dell’individualità che una volta, quand’era stato Zarathustra, aveva fondato la civiltà persiana antica. Sicché all’inizio della nostra èra abbiamo, l’una accanto all’altra, come effettive individualità, le due correnti, del Buddhismo, da un lato, quale ci viene mostrato nel Vangelo di Luca, e dello Zarathustrismo dall’altro lato, quale ci viene mostrato da Matteo, nel Gesù della linea salomonica della stirpe di Davide. Le nascite dei due Bambini non sono precisamente contemporanee.
Oggi dovrò dire cose, che naturalmente non si trovano nei Vangeli; però l’apprendere dalla Cronaca dell’Akasha fatti, che i Vangeli stessi non potevano ancora narrare, ma dei quali mostrano gli effetti e le conseguenze, farà appunto comprendere i Vangeli più esattamente. Ricordiamoci che per tutti i Vangeli hanno valore le ultime parole del Vangelo di Giovanni «tutti i libri della Terra non basterebbero a contenere tutti i fatti, che ci sarebbero da narrare». E le rivelazioni, che l’umanità ha ricevuto per mezzo del cristianesimo, non sono tali da potersi considerare esaurite e registrate una volta per sempre nei libri, nè sono state date al mondo in forma di libro completo e finito. Quelle parole: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo», sono vere; Cristo è con noi, non come un morto, bensì come un vivente. E coloro, ai quali sono stati aperti gli occhi spirituali, possono sempre di nuovo apprendere da Lui stesso ciò ch’egli ha da dare.
Il Cristianesimo è una corrente spirituale vivente, e le sue rivelazioni continueranno, finché gli uomini saranno in grado di accoglierle. Oggi, dunque, narreremo alcuni fatti, che nelle loro conseguenze si trovano nei Vangeli, ma che non vi si trovano narrati direttamente. Voi però li potrete esaminare alla luce dei fatti esteriori e li troverete confermati.
Le nascite dei due Bambini Gesù avvennero a pochi mesi di distanza l’una dall’altra. Ma, tanto il Gesù del Vangelo di Luca quanto pure Giovanni, nacquero tanto più tardi, che la così detta «strage degli innocenti di Betlemme» non potè colpirli. Infatti, non avete mai pensato, leggendo della strage di Betlemme, come mai fu possibile che Giovanni» sopravvivesse. I fatti sono tali, che potrete trovarne la conferma. Pensate un po’: il Gesù del Vangelo di Matteo viene condotto dai suoi genitori in Egitto, e poco prima, o contemporaneamente, nasce Giovanni. Questi secondo ciò che comunemente si crede — resta in Palestina, dove veramente avrebbe dovuto soggiacere al decreto di Erode; egli avrebbe dunque dovuto morire per l’eccidio commesso da Erode, sicché non avrebbe potuto essere vivo più tardi. Vedete che si deve proprio riflettere su tutte queste cose; perchè se allora furono veramente uccisi tutti i bambini al di sotto dei due anni, Giovanni avrebbe dovuto venire ucciso esso pure. Ma di ciò avrete la spiegazione, se considerate i fatti della Cronaca dell’Akasha,, i quali vi mostrano che gli eventi narrati dal Vangelo di Matteo, e quelli del Vangelo di Luca, non avvengono nel medesimo tempo, sicché la nascita del Gesù natanico non cade più nel tempo della «strage di Betlemme». E così è pure di Giovanni. Sono solo pochi mesi di differenza, ma bastano per rendere possibili questi fatti. Così pure imparerete a comprendere, dai fatti più intimi, il Gesù del Vangelo di Matteo. In questo Bambino si rincarna l’individualità, che abbiamo imparato a conoscere come lo Zarathustra della civiltà persiana antica. Sappiamo di questo Zarathustra, ch’egli è colui che diede al suo popolo persiano la grande dottrina di Ahura Mazdao, il sommo Spirito solare. Sappiamo che dobbiamo rappresentarci questo Essere solare come la parte animico-spirituale di ciò, di cui il sole fisico esteriore è la parte fisica. Perciò Zarathustra potè dire: «Non guardate solamente lo splendore del sole fisico; ma guardate l’Essere possente, che irradia su di noi i suoi benefici effetti spirituali, come il sole fisico irradia i suoi benefici effetti nella luce e nel calore!» «Ahura Mazdao», che più tardi con altro nome si chiamò il Cristo, fu da Zarathustra annunciato al popolo persiano. Non lo annunciò ancora come un Essere che dimorava sulla Terra; non potè che accennare al sole, dicendo: «Egli dimora lassù; va a poco a poco avvicinandosi alla Terra, e un giorno dimorerà sulla Terra entro un corpo».
Qui ci si può rivelare pure la grande, poderosa differenza tra lo Zarathustrismo e il Buddhismo. Finché restano separate, vi è fra queste due correnti una profonda differenza, ma le differenze si pareggiano nel momento, in cui le due correnti confluiscono mercè gli eventi di Palestina e vengono ringiovanite. Volgiamo ancora una volta lo sguardo a ciò, che il Buddha aveva da dare al mondo. Abbiamo enunciato la dottrina del Buddha come «l’ottuplice sentiero», ossia ciò che l’anima umana ha da accogliere come suo contenuto, se vuole sfuggire ai cattivi effetti del Karma. La dottrina, che il Buddha diede al mondo, è quella della compassione e dell’amore, che gli uomini devono sviluppare nel corso del tempo dall’intimo del loro animo e per moralità propria. Vi ho detto pure, che il momento, in cui l'Essere del Bodhisattwa apparve nel Buddha, è un momento unico nel suo genere. Se allora il Bodhisattwa non fosse apparso interamente nel corpo del grande Gotama Buddha, non avrebbe potuto passare nell’anima dei singoli uomini ciò che chiamiamo «Dharma», o legge, vale a dire, ciò che l’uomo può trarre da sè stesso e sviluppare soltanto se elimina da sè il suo contenuto astrale, per liberarsi da tutti i cattivi effetti del Karma. Questo ci viene raccontato pure in modo meraviglioso nella leggenda del Buddha, dov'è detto che il Buddha arriva a «far girare la ruota della legge». Vuol dire, che veramente dall’illuminazione del Bodhisattwa, che diventa Buddha, parte una corrente che si effonde su tutta l’umanità; e la conseguenza ne fu, che da allora gli uomini poterono sviluppare dalla propria anima il Dharma e inalzarsi a poco a poco all’ottuplice sentiero, in tutta la sua profondità. L’origine di ciò sta nel fatto, che il Buddha per primo sviluppò la dottrina, che doveva essere posta a base del senso morale degli uomini della Terra. Tale era il compito di questo Bodhisattwa. E ci rendiamo conto di come siano assegnati i singoli compiti alle grandi individualità, quando troviamo originariamente nel Buddhismo, in modo grande e poderoso, tutto ciò che l’uomo può sperimentare nella sua anima, come grande ideale proprio.
La predica del Buddha contiene appunto quello che è l’ideale dell’anima umana, ciò che l’uomo è e può essere. Ma ciò doveva bastare per questa individualità. Tutto nel Buddhismo è interiorità; tutto si riferisce all’uomo e alla sua evoluzione, e non troviamo, nel vero Buddhismo originale, nulla di ciò che possiamo chiamare «insegnamenti cosmologici», sebbene più tardi vi siano stati introdotti, poiché tutto deve venir concatenato. Ma la vera e propria missione del Bodhisattwa era di portare all’uomo la dottrina dell’interiorità della propria anima. Così, in talune prediche, il Buddha perfino rifiuta di dare notizie speciali delle concatenazioni cosmiche. Tutto vi viene plasmato in modo, che l’anima umana, lasciando agire su di sè la dottrina del Buddha, possa divenire sempre migliore. L’uomo viene considerato come un essere a sè, prescindendo dal grande seno materno dell’universo, dal quale è nato. E appunto perchè questa era la speciale missione del Bodhisattwa, la dottrina del Buddha, quando viene riconosciuta per vera, diffonde tale intimo calore nell’anima umana; perciò appare impregnata di sentimento, così interiormente calda, allorché si presenta — ringiovanita nel Vangelo gli Luca.
Tutt’altro compito aVeva invece l’individualità ch’era stata incarnata come Zarathustra nell’antico popolo persiano. Zarathustra insegnava il Dio esteriore, cercava di comprendere e di penetrare spiritualmente il gran cosmo. Buddha rivolgeva lo sguardo all’interiorità e diceva: «Quando l’uomo si evolve, sorgono a poco a poco dall’ignoranza, dal non-sapere, i «sei organi» che abbiamo enumerati, cioè i cinque organi dei sensi e il Manas. Ma tutto quello che si trova nell’uomo è nato dal grande universo. Noi non avremmo un occhio che sente la luce, se la luce non avesse generato l’occhio, traendolo dall’organismo. «L’occhio è creato dalla luce per la luce» dice Goethe. Questa è una profonda verità. Da organi indifferenziati, che prima esistevano nel corpo umano, la luce ha formato l’occhio. Così tutte le forze spirituali nel mondo agiscono formativamente sull’uomo. Ciò che in lui vi è d’interiore fu dapprima organizzato dalle forze divino-spirituali. Per ogni interiorità vi è dunque un’esteriorità. Le forze che più tardi si trovano nell’uomo, fluiscono anzitutto in lui dal di fuori. E Zarathustra aveva il compito di insegnare ciò che è esteriore, ciò che è nell’ambiente che circonda l’uomo. Perciò parlava per es. degli «Amschaspands», dei grandi Genii, enumerandone a tutta prima sei — veramente sono dodici, ma gli altri sei sono occulti. Questi Amschaspands lavorano organizzando dal di fuori, e sono i costruttori e i formatori degli organi umani. Zarathustra mostrava come dietro gli organi dei sensi umani stiano i creatori degli uomini. Egli accennava ai grandi Genii, alle forze che noi troviamo fuori di noi. Buddha invece accennava alle forze che agiscono dentro l’uomo, alle forze occulte nell’uomo. Ma Zarathustra accennava inoltre a quelle forze ed entità che stanno sotto gli Amschaspands, che egli chiamava i 28 «Izards», o «Izeds», e che anch’essi agiscono sull’uomo dal di fuori, per collaborare al suo organismo interiore. Dunque, anche con ciò Zarathustra accennava alla spiritualità che è nel cosmo, alle concatenazioni esteriori. E mentre il Buddha indicava l’interiorità dell’uomo, la vera e propria sostanza del pensiero, dalla quale i pensieri sorgono entro l’anima umana, Zarathustra indicava i «Farohards» o «Ferruers» o «Frawashar», i «pensieri creatori» che ci circondano al di fuori, che sono sparsi dovunque nel mondo. Perchè ciò che l’uomo possiede in fatto di pensieri è contenuto dovunque nel mondò. Zarathustra dunque aveva da annunziare una concezione del mondo, che doveva occuparsi di decifrare, di analizzare il mondo esteriore. Egli doveva dare una concezione del mondo a un popolo che doveva metter mano al mondo esteriore ed elaborarlo. La missione di Zarathustra si accorda compieta-mente con le particolarità del carattere del popolo paleo-persiano. Potremmo anche dire, che toccò a Zarathustra educare l’attività esteriore del mondo a vigorìa e abilità, per quanto possa averlo fatto in modo che ripugna forse all’uomo odierno. Fu missione di Zarathustra generare forza, capacità e sicurezza per l’azione esteriore, insegnando che l’uomo non soltanto è al sicuro nella sua interiorità, ma ch’egli riposa in seno a un mondo spirituale-divino, e che può dire a sè stesso: «Dovunque tu ti trovi nel cosmo, tu non sei solo! Sei in mezzo a un mondo pervaso di Spirito e sei una parte degli Spiriti e degli Dei dell’universo; tu sei nato dallo Spirito e riposi in seno ad esso; con ogni tuo respiro, assorbì Spirito divino, e con ogni espirazione puoi fare un sacrificio al grande Spirito!» Perciò in conformità della sua missione, anche l’iniziazione di Zarathustra doveva essere diversa da quella degli altri grandi missionari dell’umanità.
Ricordiamoci, che cosa fu in grado di compiere quest’individualità, che era incarnata in Zarathustra. Essa era giunta a tale altezza di evoluzione, da poter preparare in certo modo la civiltà, che doveva seguire quella persiana, cioè la civiltà egizia. Zarathustra ebbe due discepoli: uno fu l’individualità che più tardi ricomparve come Ermete egizio, e l’altro fu l’individualità che ricomparve più tardi come Mosè. E quando quelle due individualità s’incarnarono nell’umanità per proseguire l’opera loro, il corpo astrale di Zarathustra, che egli aveva offerto in sacrificio, venne incorporato in Ermete. Nell’egizio Hermes o Ermete, abbiamo una incarnazione del corpo astrale di Zarathustra. Ermete portava in sè il corpo astrale di Zarathustra, che gli venne trasmesso, affinchè tutta la scienza del mondo esteriore, che Zarathustra aveva accolta in sè, potesse risorgere nel mondo esteriore. A Mosè venne trasmesso il corpo eterico di Zarathustra; e poiché col corpo eterico sta connesso tutto ciò che si sviluppa nel tempo, così Mosè, quando divenne cosciente dei misteri del suo corpo eterico, potè risvegliare i processi avvenuti nel tempo, nei quadri grandi e poderosi che ci mostra la Bibbia nella «Genesi». Così Zarathustra continuò ad agire per la potenza della sua individualità, inaugurando ed influenzando la civiltà egizia, e la civiltà ebraica antica che da quella derivò. Ma una siffatta individualità è chiamata a grandi cose, anche per il suo Io. L’Io di Zarathustra si rincarnò sempre di nuovo in molte altre personalità. Perchè un’individualità così avanzata è sempre in grado di consacrarsi un nuovo corpo astrale, e di render forte un corpo eterico, anche quando abbia ceduto i corpi che erano suoi in origine. Così anche Zarathustra si rincarnò, e riapparve 600 anni prima della nostra èra, nell’antica Caldea, come Zarathas o Nazarathos, che fu maestro della scuola occulta in Caldea, e maestro di Pitagora, e potè acquistarsi una visione vasta e potente del mondo esteriore. Se sappiamo immergerci con vera comprensione nella saggezza dei Caldei, mediante ciò che, non l'antropologia, ma l’antroposofia ci offre, avremo un’idea di ciò che Zarathustra, come Zarathas, potè insegnare nelle scuole occulte degli antichi Caldei. Tutto ciò che Zarathustra potè insegnare e dare al mondo era rivolto, come abbiamo veduto, al mondo esterno, mirava a portare l’ordine e l'armonia nel mondo esterno. Perciò fu pure missione di Zarathustra l'arte di formare e di organizzare dei regni, nel modo corrispondente al progresso dell’umanità, e tutto ciò che rende possibile l'ordine sociale. Sicché coloro, che furono discepoli di Zarathustra, poterono a ragione venir chiamati, non soltanto grandi «Magi», grandi «Iniziati», ma possono sempre venir chiamati pure «Re», e cioè individui, che sanno l'arte di ordinare gli assetti sociali. Nelle scuole dei Caldei si sviluppò un immenso attaccamento per l’individualità (non per la personalità) di Zarathustra. Quei saggi dell’oriente si sentivano legati colla loro grande Guida. Vedevano in lui l'Astro dell’umanità; perchè «Zoroaster» vuol dire «Stella d’oro» o «Stella di splendore». Vedevano in lui un riflesso del sole stesso. E alla loro profonda sapienza non poteva restar celata la rinascita del loro maestro in Betlemme.
Allora, vennero guidati dal loro «Astro» e gli portarono i segni esteriori di quanto egli aveva potuto dare di meglio all’umanità. Il meglio che si poteva dare a un uomo della corrente di Zarathustra, era la sapienza del mondo esteriore, dei misteri del cosmo, accolti nel corpo astrale umano, nel pensare, sentire e volere ; sicché i discepoli di Zarathustra volevano compenetrare le forze della loro anima, il loro pensare, sentire e volere, con quella sapienza che si può assorbire dalla profondità del mondo divino-spirituale. Si aveva come simbolo di questa sapienza, che ci si può appropriare coll’assorbire i misteri del mondo esterno, l’oro, l’incenso e la mirra: l’oro come simbolo del pensiero, l’incenso per la devozione che ci compenetra come sentimento, e la mirra per la forza del volere. Così essi dimostravano la loro appartenenza al Maestro comparendo dinanzi a Lui, alla sua rinascita in Betlemme. Perciò l’autore del Vangelo di Matteo ci dice effettivamente il vero, quando narra come i savii, in mezzo ai quali Zarathustra aveva operato, sapessero che egli era ricomparso fra gli uomini, e come essi esprimessero la loro parentela con lui, mercè i tre simboli di ciò che di meglio egli aveva loro dato: l’oro, l’incenso e la mirra.
Ora si trattava di questo: che Zarathustra, nella persona di Gesù della linea salomonica della stirpe di Davide, potesse agire con energia, a fine di ridare all’umanità, in una forma ringiovanita, tutto ciò che già precedentemente le aveva dato. A ciò era necessario, che egli raccogliesse tutta la forza da lui già prima posseduta. Non poteva quindi da bel principio nascere in un corpo, che derivasse dalla linea sacerdotale della casa di Davide, ma soltanto in un corpo che derivasse dalla linea regale. Nel Vangelo di Matteo troviamo infatti espressa l’affinità del nome di Re nell’antica Persia, con l’origine di quel bambino nel quale Zarathustra s’incarnò. A questi avvenimenti hanno sempre accennato anche gli antichi libri di sapienza dell’Asia minore. Chi veramente comprende tali scritture, le legge diversamente da coloro che non conoscono i fatti e quindi confondono tutte le cose. Abbiamo, per es., nell’antico Testamento due profezie. Una negli' Apocrifi di Enoch, che accenna piuttosto al Messia natanico della linea sacerdotale, e una nei Salmi, che accenna al Messia della linea regale. Ogni particolare in queste scritture si accorda coi fatti, che possiamo ottenere dalla Cronaca dell’Akasha. Ma ora Zarathustra doveva raccogliere tutte le singole forze, che egli aveva altre volte possedute. Alla civiltà egizia e all’antica civiltà ebraica, a Ermete e a Mosè, egli aveva ceduto ciò che vi era nel suo corpo astrale e nel suo corpo eterico, e con ciò egli doveva ora nuovamente riunirsi. Egli dovette, in certo qual modo, andare a riprendere dall’Egitto le forze del suo corpo eterico. Qui ci viene dischiuso un profondo mistero: il Gesù della linea salomonica della casa di Davide, che è Zarathustra rincarnato, deve venir condotto in Egitto e vi viene difatti condotto! — poiché là stanno le forze, che sono emanate dal suo corpo eterico e dal suo corpo astrale, che egli ha cedute prima a Ermete e poi a Mosè. Poiché egli aveva agito sulla cultura egizia, egli doveva, per così dire, andare nuovamente a riprendersi là le forze che vi aveva lasciate. Da ciò la «fuga in Egitto» e ciò che spiritualmente avvenne; l’assorbimento di tutte le forze di cui ora egli abbisognava per poter dare energicamente all’umanità, in forma ringiovanita, ciò che le aveva già dato nei tempi passati.
Così noi vediamo il Gesù betlemitico, quello cioè i cui genitori stavano prima in Betlemme, giustamente descritto da Matteo. Soltanto Luca racconta che i genitori del suo Gesù avevano dimora in Nazareth, che si recarono a Betlemme per un censimento, e che in quel breve lasso di tempo Gesù (secondo Luca) venne alla luce, dopo di che i genitori ritornarono a Nazareth. Invece nel Vangelo di Matteo si narra solo, che Gesù nasce in Betlemme, e che egli deve venir condotto in Egitto. E solo dopo il ritorno dall’Egitto i suoi genitori si stabiliscono in Nazareth, affinchè il Gesù, che è lo Zarathustra rincarnato, dimori vicino a colui, che rappresenta l’altra corrente, il Buddhismo. Così le due concezioni del mondo vengono riunite nella realtà concreta.
Là dove i Vangeli diventano molto profondi, ci mostrano pure in tutta la sua profondità quello di cui si tratta. Ciò che nell’Uomo si riconnette maggiormente con la volontà e con la forza, con l’elemento «regale» (se adoperiamo l’espressione tecnicamente), viene trasmesso nell’ereditarietà esteriore (come ben sapevano coloro che conoscevano i misteri dell’esistenza) dall’elemento paterno. Ciò che invece si riconnette con l’elemento interiore, con la saggezza e con la mobilità interiore dello spirito, viene trasmesso dall’elemento materno. Goethe, che vide così addentro nei misteri dell’esistenza, ci mostra questa correlazione con le seguenti parole: «Del babbo ho la statura e la seria condotta nella vita; della mammina ho la natura gaia e la voglia di favoleggiare». Questa è una verità che spesso potrete trovare confermata nel mondo. La statura, la figura esteriore, ciò che nella figura esteriore immediatamente si esprime, e «la seria condotta della vita», e ciò che si connette col carattere dell’Io, si eredita dall’elemento paterno. Per questo il Gesù salomonico dovette anzitutto ereditare dall’elemento paterno la forza, perchè fu sempre sua missione di portare nel mondo le forze divine, che lo irradiano dallo spazio. Ciò viene espresso nel modo più grandioso nel Vangelo di Matteo, dove, quale avvenimento importantissimo, viene annunciato dal mondo spirituale, che un’Individualità speciale si incarnerà; e non viene già annunciato a Maria, sibbene al padre, a Giuseppe. Non si deve credere, che ciò sia detto a caso; anzi contiene le più profonde verità. Nel Gesù della linea natanica si trasmisero invece le qualità interiori che derivano dalla madre. Per questo il Gesù del Vangelo di Luca dovette venire annunciato alla madre, come realmente narra quel Vangelo. Così profondamente si esprimono» i fatti nelle scritture religiose!
Anche in tutti gli altri fatti che vengono narrati, si esprimono cose importantissime. Deve sorgere anzitutto all’umanità il precursore di Gesù di Nazareth il Battista Giovanni. Solo nel corso del tempo potremo penetrare l’individualità del Battista. Prendiamolo anzitutto quale ci si presenta nell’immagine di un preannunziatore di ciò, che doveva venire per mezzo di Gesù. Egli deve preannunziarlo sintetizzando, con infinita, grandiosa forza, tutto ciò che era contenuto nell’antica rivelazione, nella legge esteriore. Il Battista richiede dagli uomini che essi seguano ciò che sta scritto nella legge, ciò che è invecchiato nella civiltà, e che essi hanno dimenticato, ciò che è maturo, ma che gli uomini non osservano più: questo vuol portar loro il Battista. Perciò egli deve avere in sè anzitutto la forza, che può possedere un’anima che nasce al mondo «matura», più che matura. Egli viene generato da genitori vecchi; viene generato in modo, che sin dal principio il suo corpo astrale è puro, rispetto a tutte le forze che abbassano l’uomo; è puro, perchè nella coppia dei suoi genitori vecchi non agiscono le passioni. Ecco nuovamente una saggezza profonda, che il Vangelo di Luca ci addita. Anche a questa individualità provvede la grande Loggia-Madre dell’umanità. Di là, donde il Grande Manu guida e dirige i grandi processi spirituali, le correnti vengono dirette dove sono necessarie. Un Io, quale è quello di Giovanni Battista, viene fatto nascere in un corpo sotto l’immediata direzione della gran Loggia-Madre dell’umanità, che è il centro della vita spirituale terrestre. L’Io di Giovanni proviene dallo stesso centro, da cui proviene l’essere animico del Bambino Gesù del Vangelo di Luca; solo che a questo vengono trasmesse in prevalenza le qualità, che non erano ancora compenetrate dall’Io divenuto egoistico: vale a dire, che è un’anima giovane che viene diretta là dove deve incarnarsi l’Adamo rinato. Vi apparirà strano che in questo caso, dalla Gran Loggia-Madre, un’anima abbia potuto essere condotta a incarnarsi, senza veramente avere un Io formato. Eppure, il medesimo Io, che, in sostanza, non viene dato al Gesù del Vangelo di Luca, viene dato invece al corpo di Giovanni Battista, sicché fin dal principio l’essere animico che vive nel Gesù del Vangelo di Luca e l’Io che vive in Giovanni Battista hanno fra loro un rapporto interiore. Normalmente, quando l’embrione umano sta sviluppandosi nel seno materno, l’Io fin dalla terza settimana si unisce con gli altri principi dell’organismo umano; ma soltanto negli ultimi mesi prima della nascita entra a poco a poco in attività. Allora soltanto l’Io diventa una forza motrice interiore. Perchè nei casi normali, nei quali l’Io opera nel modo ordinario per mettere in movimento l’embrione umano, si ha a che fare con un Io che proviene da incarnazioni precedenti e che mette in movimento l’embrione umano. Qui invece, nel caso di Giovanni, si tratta di un Io che sta in connessione con l’entità animica del Gesù natanico. Perciò nel Vangelo di Luca troviamo che la madre di Gesù deve recarsi dalla madre del Battista Giovanni, quando questa si trova nel sesto mese di gravidanza; e ciò che di solito viene stimolato dal proprio Io dentro la propria personalità viene qui stimolato dal di fuori, dall’altro embrione. Allorché gli si avvicina la donna che porta in sé Gesù, il Bambino di Elisabetta comincia a muoversi, perchè esso è l’Io, per mezzo del quale viene stimolato il Bambino nell’altra Madre. Così profonda è la connessione fra colui che doveva operare per la riunione delle due correnti spirituali, e colui che doveva preannunciarlo!
Vediamo, così, come in realtà, al principio della nostra èra, avvengano fatti straordinariamente grandiosi. Gli uomini, in generale, vorrebbero che la verità fosse «semplice»; ciò deriva dalla loro inerzia, che è restìa a formarsi molti concetti; ma le verità massime non sono percepibili che col massimo sforzo delle forze spirituali. Se un uomo deve già fare grandissimi sforzi per descrivere una macchina, non può pretendere di trovare semplici le verità superiori. La verità è grande e perciò complessa, e dobbiamo adoperare tutte le nostre forze spirituali, se vogliamo a poco a poco comprendere le verità, che si riferiscono all’avvenimento di Palestina. Nessuno sollevi dunque la obiezione, che le cose vengano qui descritte in modo troppo complesso: vengono descritte quali sono, e sono tali, perchè si tratta appunto del fatto più grande di tutta l’evoluzione terrestre.
Vi sono dunque due Bambini Gesù: uno è figlio della coppia natanica Giuseppe e Maria; e lo vediamo nascere da una madre giovane (in ebraico si sarebbe adoperata qui la parola «alma»), perchè colui che doveva operare come anima giovane doveva nascere da una madre giovanissima. Con questo figlio la coppia natanica, dopo il ritorno da Betlemme, prende nuovamente dimora in Nazareth. Essi non hanno altri figli; poiché questa Madre era tenuta in serbo per essere madre unicamente di questo Gesù. Poi abbiamo il Gesù della coppia Giuseppe e Maria della linea salomonica. Questa coppia, dopo ritornata dall’Egitto e trasferitasi a Nazareth, ebbe ancora molti figlioli, che troviamo nominati nel Vangelo di Marco: Simone, Giuda, Giuseppe, Jacopo e anche due sorelle. I due bambini Gesù crescono. Quello che nasconde in sè l’individualità di Zarathustra, si sviluppa gradualmente, portando a rapidissima maturazione le forze ch’egli deve sviluppare, per il fatto che nel suo corpo è attiva una individualità così possente. Quell’altra individualità, che è attiva nel corpo dell’altro Gesù, è di natura diversa. La parte più importante in essa è il Nirmanakaya del Buddha, che adombra il bambino tanto che è detto (Luca, II, V. 40): «Il fanciullo cresceva e si fortificava pieno di sapienza» (cioè nel suo corpo eterico era compenetrato di sapienza), «e la grazia di Dio era su di lui». Ma cresceva in modo da sviluppare molto lentamente le facoltà umane comuni, atte a comprendere e a conoscere il mondo esterno. Volgarmente, considerando soltanto le forze rivolte alla comprensione e alla conoscenza del mondo esterno, si sarebbe qualificato appunto questo Gesù come un bambino relativamente arretrato. In compenso, però, appunto in questo fanciullo si sviluppava ciò che scendeva su di lui dal Nirmanakaya del Buddha che lo adombrava; si sviluppava cioè una profondità di vita interiore incomparabile, una profondità di sentimento, che agiva in maniera straordinaria su tutto l’ambiente circostante. Vediamo quindi svilupparsi nel Gesù natanico un’Entità dotata della massima profondità di sentimento; mentre vediamo crescere nel Gesù salomonico un’individualità straordinariamente matura, dotata della più profonda comprensione del mondo.
Alla madre del Gesù natanico, il Bambino dal sentimento profondo, erano state dette cose molto importanti. Già Simeone, nel trovarsi davanti al Neonato, e vedendolo adombrato da colui che gli era stato negato di vedere in India all’epoca in cui era diventato Buddha, aveva predetto tutto ciò che di grande doveva ora compiersi; ma disse pure le grandi importanti parole della «spada che alla Madre doveva trafiggere il cuore». Anche queste parole si riferiscono a cosa, che vogliamo ancora oggi cercare di capire.
I due bambini crebbero e si svilupparono entrambi, fino circa al loro dodicesimo anno, nella più immediata vicinanza e fra le amichevoli relazioni dei genitori. Allorché il Gesù natanico si avvicinò al dodicesimo anno, i suoi genitori si recarono a Gerusalemme «secondo l’usanza - come viene detto — per prendere parte alle feste pasquali, e condussero seco il Fanciullo, come era l'uso quando i fanciulli raggiungevano la maturità. Ora nel Vangelo di Luca si trova narrato il fatto straordinariamente misterioso «di Gesù dodicenne nel Tempio». Vi si legge, che quando i genitori se ne ritornavano dalla festa, ad un tratto si accorsero che il fanciullo mancava, e non avendolo trovato nella compagnia, tornarono indietro e lo trovarono nel Tempio, seduto in mezzo ai grandi maestri, che faceva tutti stupire con la sua sapienza.
Che cos’era accaduto? Interroghiamo in proposito l’imperitura Cronaca dell’Akasha.
I fatti del mondo sono tutt’altro che semplici. Ciò che era accaduto là avviene anche altre volte nel mondo, in maniera diversa. Accade che, giunta a un certo grado di evoluzione, un’individualità abbisogni di condizioni diverse da quelle che le erano, state date da principio! Perciò si presenta qua o là il fatto, che un uomo si sviluppi fino ad una certa età, e poi a un tratto venga colto da uno svenimento e rimanga come morto. Avviene allora in lui una trasformazione: il suo proprio Io lo abbandona, e subentra un altro Io nella sua corporeità. Un siffatto mutamento dell’«Io» avviene pure in altri casi; è un fenomeno che ogni occultista conosce. Nel caso del dodicenne Gesù avviene quanto segue: l’egoità ch’era quella di Zarathustra e che fino allora aveva adoperato il corpo del Gesù della linea salomonica della stirpe di Davide per giungere all’altezza dei suoi tempi, esce dal corpo del fanciullo Gesù salomonico e si trasferisce nel Gesù natanico, il quale da ciò appare trasformato. I genitori non lo riconoscono, non comprendono le sue parole. Perchè ora dal Gesù natanico parla l’Io di Zarathustra, che si è trasferito in esso. Questo è il momento, in cui il Nirmanakaya del Buddha si unisce coll’involucro astrale materno che si è staccato, ed è pure il momento in cui l’Io di Zarathustra si unisce col Gesù natanico. Ora E Io di Zarathustra vive nel Gesù natanico. Ed è questo fanciullo, in tal modo trasformato che i genitori non possono comprenderlo, ch’essi riconducono ora a casa loro.
Qualche tempo dopo, la madre di questo fanciullo morì; sicché questo fanciullo, nel quale ora dimorava l’Io di Zarathustra, rimane orfano di madre. Vedremo come il fatto che questa madre morisse, lasciando orfano di sé il fanciullo, indichi una concatenazione di cose particolarmente profonda. Anche l’altro fanciullo, dopo che l’Io di Zarathustra l’ebbe abbandonato, non potè continuare a vivere in condizioni ordinarie. Il Giuseppe della linea salomonica era morto già prima, e la madre del Gesù salomonico coi suoi figli: Jacopo, Giuseppe, Giuda e Simone e le due figlie, venne accolta nella casa di Giuseppe natanico; sicché ora Zarathustra viveva nuovamente con quella famiglia, nella quale si era incarnato, tranne il padre. Così le due famiglie si sono riunite in una; e la madre coi fratelli (possiamo chiamarli così, perchè rispetto all’Io sono fratelli) vive nella casa del Giuseppe natanico con quel Gesù, la cui città natale però, rispetto al corpo, era Nazareth. E così visse insieme con essi.
Vediamo così il confluire insieme del Buddhismo e dello Zarathustrismo nella realtà concreta: poiché il corpo che albergava la matura anima dell’Io di Zarathustra potè accogliere e unire cori sé stesso ciò che era risultato dal fatto che il Nirmanakaya del Buddha aveva assunto l’involucro astrale materno abbandonato dal Gesù natanico. Così Vediamo ora crescere in «Gesù di Nazareth» un’individualità che porta in sé l’egoità di Zarathustra, irradiata e pervasa di spirito per opera del ringiovanito Nirmanakaya del Buddha. Nell’anima di Gesù di Nazareth, vediamo vivere in tal modo ciò ch’è la congiunzione del Buddhismo e dello Zarathustrismo. E poiché relativamente presto morì anche il Giuseppe della linea natanica, così in realtà il fanciullo Gesù-Zarathustra è orfano; egli si sente orfano. Egli non è ciò che sarebbe secondo la sua origine corporea; nello spirito egli è lo Zarathustra rinato. Secondo l’origine corporea, suo padre è il Giuseppe della linea natanica, e il mondo, con la sua visione esteriore, doveva tenerlo per tale. Luca racconta con precisione, e dobbiamo prendere alla lettera le sue parole: «E avvenne che come tutto il popolo si era fatto battezzare, e Gesù pure si era fatto battezzare e stava pregando, il cielo si aperse, e lo Spirito Santo scese su lui in forma corporea a guisa di colomba, e venne una voce dal cielo che diceva: «Tu sei il mio diletto Figliuolo, oggi ti ho generato!». E Gesù, quando cominciò a operare, aveva all’incirca trent’anni, e...».
Ora non viene semplicemente detto ch’egli è un «figlio» di Giuseppe, ma viene detto: «... ed era tenuto per figlio di Giuseppe», o come è detto in altra versione: «era figliuolo (come lo si supponeva) di Giuseppe». (Luca III, v. 21). Difatti l'Io originariamente incarnato nel Gesù salomonico non aveva in sostanza nulla a che fare col Giuseppe natanico.
Ora, abbiamo dinnanzi a noi in «Gesù di Nazareth» un’entità unica, che ha un’interiorità grande, possente, in cui si riuniscono tutti i benefici che riconosciamo nel Buddhismo e nello Zarathustrismo. Quella interiorità era chiamata ad opere immense, poderose; ben diversa doveva essere la sua sorte da quella degli altri, che Giovanni battezzava nel Giordano. E vedremo come più tardi questa interiorità dovesse accogliere nel Giordano l’Individualità del Cristo. In quel momento la parte immortale della madre originaria del Gesù natanico tornò a scendere e trasformò l’altra madre, ch’era stata accolta nella casa del Giuseppe natanico, e la rese nuovamente vergine; così che al battesimo nel Giordano venne restituita a Gesù l’anima di quella madre, ch’egli aveva perduta. Sicché la madre che gli è rimasta nasconde ora in sé l’anima della sua madre originaria, di quella che viene chiamata nella Bibbia «Maria benedetta».
Ci sarà relativamente facile di comprendere i particolari del Vangelo di Luca, se avremo preparato adeguatamente il terreno, di guisa che, sentendo, in certo modo, vivere davanti a noi le entità e le individualità di cui dobbiamo parlare, si possa conseguire giusta conoscenza di esse. Perciò non vi dispiaccia se facciamo, per così dire, molta «preistoria». Dobbiamo, anzitutto, imparare a conoscere, in tutta la complessità della sua natura, la grande figura, che sta a centro dei Vangeli, e anche altre cose, senza le quali mai potremmo comprendere quello che ci si presenta poi con grande semplicità nel Vangelo di Luca.
Qui dobbiamo prima di tutto ricordare l’importanza, e ne abbiamo già parlato nelle conferenze precedenti, di quella entità, unica nel suo genere, che chiamiamo il Buddha, e della quale abbiamo detto, che salì dal grado di Bodhisattwa a quello di Buddha nel quinto o sesto secolo prima dell’èra volgare. Abbiamo descritto quale significato ciò avesse per l’umanità, e questo significato vogliamo richiamarci nuovamente e più precisamente dinanzi all’anima.
Ciò ch’era il contenuto della dottrina del Buddha doveva una volta divenire proprietà dell’umanità. Se ritornassimo indietro ai tempi prima del Buddha, dovremmo dire: In tutte le epoche antecedenti, non poteva esistere sulla Terra un uomo capace di trovare in sè stesso quella dottrina della compassione e dell’amore, che si esprime nell'ottuplice sentiero». L’evoluzione umana non ci a ancora così progredita, che un’anima potesse trovare queste verità immergendosi nella propria riflessione, nel proprio sentimento. Tutto, nel mondo, è in via di divenire, tutto ha un principio, e per ogni cosa che deve sorgere, bisogna preparare le cause. In qual modo gli uomini dei tempi antichi potevano seguire, p. es., i principii dell’ottuplice sentiero? Lo potevano solamente, perchè quei principii venivano loro in certo modo trasmessi, infusi, dalle scuole occulte degli iniziati e dei veggenti. Il Bodhisattwa insegnava appunto in seno ai Misteri, entro le scuole occulte dei veggenti, perchè in quelle scuole era data la possibilità di innalzarsi ai mondi superiori e di ricevere quello, che ancora non poteva essere dato all’intelletto umano esteriore, all’anima Umana esteriore, perchè in quegli antichi tempi doveva venir infuso, per così dire, al resto dell’umanità, da coloro che potevano partecipare alla grazia di un diretto rapporto coi maestri nelle scuole occulte. La vita degli uomini doveva venir influenzata in modo da svolgersi nel senso di quei principii, anche se gli uomini non avevano in sè la capacità di scoprirli. Gli uomini che vivevano fuori dei Misteri, seguivano dunque in certo modo incoscientemente ciò che veniva loro anche dato quasi incoscientemente da coloro, che ne avevano la possibilità nelle scuole occulte. Non esisteva ancora sulla Terra un corpo umano, che, anche se tutta la spiritualità vi fosse penetrata, avrebbe potuto essere organizzato in modo da mettere l’uomo in grado, per virtù propria, di trovare il contenuto dell’ottuplice sentiero. Questo doveva essere una rivelazione dall’alto, trasmessa attraverso alle vie adeguate. Da ciò segue però, che Un Essere come il Bodhisattwa, prima dell’epoca del Buddha, non era affatto in condizione di poter adoperare completamente un corpo umano. Egli non poteva trovare sulla Terra un corpo, nel quale incarnare tutte le facoltà, mercè le quali avrebbe dovuto agire sugli uomini. Un simile corpo umano non esisteva. Che cosa era dunque necessario? Come si incorporava questo Bodhisattwa? Dobbiamo pure esaminare una volta questa quistione.
Egli non incorporava completamente ciò che egli era come entità spirituale. Se si fosse esaminato chiaroveggentemente un corpo animato da un Bodhisattwa, lo si sarebbe veduto racchiudere solo in parte l’entità del Bodhisattwa, la quale, come corpo eterico, emergeva molto al di là dell’involucro umano, mantenendo così il suo collegamento con lo Spirito, che non abbandonava mai completamente.
Il Bodhisattwa, dunque, non abbandonava mai completamente il mondo spirituale; viveva al tempo stesso in un corpo spirituale e in un corpo fisico. E il passaggio da Bodhisattwa a Buddha consistette appunto in questo: che ora per la prima volta vi fu un corpo nel quale il Bodhisattwa potè entrare completamente, per sviluppare dentro di esso le sue facoltà. Con ciò egli aveva posto dinanzi agli uomini una forma umana, che essi dovevano sforzarsi di uguagliare, così da divenire capaci di trovare pure in sè la dottrina dell’ottuplice sentiero, come il Bodhisattwa l’aveva trovata da sè sotto l’albero del Bodhi. Esaminando dunque nelle sue precedenti incarnazioni l’entità incarnata nel Buddha, si sarebbe dovuto dire, che essa era tale da dover in parte rimanere nel mondo spirituale, e da poter immergere nel corpo solo una parte della propria entità. Soltanto allora, nel quinto e sesto secolo prima della nostra èra, vi fu il primo organismo umano, nel quale il Bodhisattwa potè entrare completamente, mostrando così come esempio all’umanità, ch’essa stessa avrebbe d’ora innanzi potuto trovare nel senso morale della propria anima, l'ottuplice sentiero. Tutte le religioni e le concezioni del mondo conobbero questo fenomeno di esseri umani, che con una parte della loro entità stanno m i mondi spirituali. Sapevano che vi sono delle entità, per le quali E essere umano è, in certo modo, troppo angusto, per accogliere tutta l’individualità che deve operare sulla Terra. Questo genere di collegamento delle individualità superiori di siffatte entità con un corpo fisico si chiamava nelle concezioni del mondo dell’Asia anteriore «essere riempiti dallo Spirito Santo». È questo un ben determinato termine tecnico. E nei linguaggi in uso nell’Asia anteriore, si sarebbe detto, di un Bodhisattwa incarnato sulla Terra, «ch’egli è riempito dallo Spirito Santo», vale a dire, che le forze che costituiscono quell’entità non sono da essa interamente contenute; che qualche cosa di spirituale agisce dal di fuori. Si potrebbe dunque ben dire, che, nelle sue precedenti incarnazioni, il Buddha «era riempito dallo Spirito Santo».
Se abbiamo capito questo, potremo pure comprendere ciò che troviamo in principio del Vangelo di Luca, e di cui abbiamo già trattato nella conferenza precedente. Sappiamo che nel corpo eterico di uno dei due Bambini Gesù, quello fisicamente generato nella linea natanica della Casa di Davide, viveva la parte rimasta fino allora intatta, di quel corpo eterico, ch’era stato sottratto all’umanità al sopraggiungere dell’evento, che chiamiamo «la caduta nel peccato». La sostanza eterica dunque ch’era stata sottratta ad Adamo prima della caduta nel peccato, era stata conservata, e venne immersa in quel Bambino. Ciò doveva avvenire affinchè potesse esservi un’entità abbastanza giovane, abbastanza incontaminata da tutte le esperienze dell’evoluzione terrestre, per poter accogliere tutto quello che doveva accogliere. Forse che un uomo qualunque, passato per tutte le incarnazioni, dall’epoca lemurica in poi, avrebbe potuto accogliere in sè l’adombramento del Nirmanakaya del Buddha? Mai più. E tanto meno avrebbe potuto accogliere quello, che più tardi doveva penetrare in esso. Doveva esservi perciò un corpo umano sublimato, quale poteva formarsi soltanto per il fatto, che appunto nel corpo eterico 'di questo Bambino Gesù venne immersa la sostanza eterica di Adamo, incontaminata da tutte le esperienze terrestri. Perciò questa sostanza eterica era connessa pure con tutte le forze che avevano operato nell’evoluzione umana prima del peccato, le quali svilupparono ora un’immensa potenza nel Bambino. Ciò rese possibile quel meraviglioso influsso, di cui già abbiamo parlato, che la Madre del Gesù natanico esercitò sulla madre di Giovanni Battista, e anche su Giovanni stesso prima della sua nascita. Dobbiamo renderci conto, quale entità sia veramente '«Giovanni Battista». Possiamo comprendere quest’entità solamente se ci poniamo dinanzi all’anima la differenza che passa fra quella singolare rivelazione che ha avuto luogo ih India per mezzo del Buddha (che per il nostro scopo abbiamo sufficientemente descritta) e l’altra, che venne data all’antico popolo ebraico per mezzo di Mosè e dei suoi successori, i Profeti.
Per mezzo del Buddha venne dato all’umanità ciò che l’anima può trovare come leggi proprie, ciò ch’essa può stabilire a fine di purificarsi e di salire alla massima altezza morale raggiungibile sulla Terra. Il Buddha annunziò la Legge dell’anima, «Dharma», e l’annunciò nel modo, in cui l’uomo, giunto al sommo grado di evoluzione della natura umana, la può trovare traendola dall’anima stessa. Il Buddha fu colui, che per primo la trasse dalle profondità interiori. Ma l’evoluzione umana non è rettilinea; le più diverse correnti di coltura devono reciprocamente fecondarsi. Ciò che doveva accadere in Asia anteriore, cioè l’evento del Cristo, rendeva necessario, in certa guisa, che colà l’evoluzione rimanesse indietro in confronto all’India, per poter accogliere più tardi in maniera più fresca ciò che all'India era stato dato in altro modo. In Asia anteriore dovette, per così dire, venir creato un popolo, che rimanesse più indietro degli altri popoli orientali, che si sviluppasse in tutt’altra maniera. Se, operando secondo la saggezza universale, i popoli orientali erano stati sviluppati al punto da poter vedere il Bodhisattwa come Buddha, gli uomini dell’Asia anteriore e specialmente quelli dell’antico popolo ebraico — avevano dovuto essere trattenuti a un grado più basso, infantile; questo era necessario. Perchè nell’evoluzione umana si dovette compiere su vasta scala ciò che possiamo osservare in piccolo nel caso seguente: se un uomo si è sviluppato fino ad una certa maturità, diciamo fino al ventesimo anno, egli si è appropriato date qualità. Ma queste qualità acquistate costituiscono al tempo stesso, sotto certi rapporti, un legame, un ostacolo. Se l’uomo a una certa età si è appropriato talune facoltà, queste hanno la particolarità di volersi mantenere al loro gradino, di voler trattenere l’uomo a quel livello; esse lo vincolano. E più tardi, quando avrà Trent’anni, non gli sarà facile salire al di sopra di quel gradino, che si è conquistato quando ne aveva venti. Se invece un altro uomo, a vent’anni, si è ancora conquistato ben poco da sè — e solo più tardi impara dal primo quelle facoltà, allora questo secondo uomo, che si è più a lungo mantenuto infantile, potrà con maggiore facilità salire a quel livello e a trent’anni si troverà a un grado alquanto più avanzato del primo. Chi è capace di osservare la vita, troverà che è così: le facoltà acquisite, che ci siamo appropriate intimamente, costituiscono più tardi un legame, mentre ciò che non abbiamo unito così strettamente con la nostra anima, ciò che ci siamo appropriati più esteriormente, ci vincola meno. Se l’umanità ha da progredire, occorre sempre che venga provveduto, affinchè vi sia una corrente di coltura che interiormente accolga ed elabori una certa somma di facoltà, mentre le deve scorrere accanto un’altra corrente, che in certo modo venga trattenuta più indietro nella sua evoluzione. Allora abbiamo una corrente di civiltà, che sviluppa certe facoltà fino a un determinato grado; queste facoltà sono dunque amalgamate coll’essenza più intima di questa corrente e della natura umana. L’evoluzione procede; sorge qualcosa di nuovo; ma questa corrente non sarebbe capace di salire da sè a un grado più elevato, perciò deve esser provveduto, affinchè un’altra corrente le possa scorrere accanto.
Questa seconda è restata in certo modo più indietro nello sviluppo; non ha affatto raggiunto il livello della prima; ora invece progredisce e accoglie dall’altra ciò che quella ha conquistato, e appunto perchè nel frattempo si è mantenuta giovane, può in seguito salire più in alto; così l’una ha fecondato l’altra. Nell’evoluzione umana le correnti spirituali devono scorrere l’una accanto all’altra, e la direzione spirituale del mondo ha da provvedere perchè ciò avvenga.
Come poteva la direzione spirituale dell’umanità provvedere affinchè, accanto alla corrente che trovò la sua espressione nel grande Buddha, ne scorresse un’altra che solo più tardi accogliesse ciò che il Buddhismo portò all’umanità?
A ciò poteva provvedere solo col togliere alla corrente, che chiamiamo l’antica ebraica, la possibilità di produrre degli uomini, che per virtù del proprio senso morale sviluppassero il Dharma, vale a dire che arrivassero all’ottuplice sentiero. Questa corrente non doveva avere un «Buddha». Ciò che il Buddha portò alla sua corrente spirituale come interiorità, dovette venir dato all’altra corrente spirituale dall’esterno. Perciò, molto tempo prima dell’apparizione del Buddha, alla popolazione dell’Asia anteriore venne data la «legge», non interiormente, sibbene esteriormente, mediante la rivelazione del «Decalogo» o Legge dei dieci comandamenti. Ciò che ad un’altra corrente umana doveva pervenire come possesso interiore, venne dato all’antico popolo ebraico nel «Decalogo», come una serie di leggi esteriori, come qualche cosa che si riceve dal di fuori, che non è ancora amalgamato con l’anima. Perciò colui che apparteneva all’antico popolo ebraico sentiva i comandamenti come cosa che gli era stata data dal cielo a motivo dell’infantilità del suo grado di sviluppo. Il popolo indiano era stato educato a riconoscere che gli uomini generano il Dharma, la legge dell’anima, da sè stessi; mentre l’antico popolo ebraico era stato formato in modo, da obbedire alla legge che gli veniva data dall’esterno. Il popolo ebraico costituisce così una meravigliosa integrazione di ciò che Zarathustra aveva fatto per la sua civiltà e per tutte le civiltà che ne sono derivate.
Abbiamo già rilevato che Zarathustra aveva rivolto lo sguardo al mondo esterno. Mentre nel Buddha abbiamo dottrine profonde sulla nobilitazione dell’interiorità umana, troviamo in Zarathustra la grande poderosa dottrina intorno al cosmo e a tutto ciò che ci deve spiegare l’universo, dal cui seno siamo nati. Se lo sguardo del Buddha era rivolto verso l’interiore, lo sguardo di chi apparteneva al popolo di Zarathustra era diretto al mondo esterno, per penetrare spiritualmente in esso. Cerchiamo un po’ di approfondire ciò che da Zarathustra venne dato dal suo primo apparire, quando portò l’annuncio di Ahura Mazdao, fino all’epoca successiva, quando apparve come Nazarathos. Egli diede insegnamenti sempre più profondi intorno alle grandi leggi spirituali e alle entità dell’universo. In certo modo, furono soltanto accenni quelli che lo Zarathustra della civiltà persiana diede intorno allo Spirito solare; ma più tardi vennero da lui stesso sviluppati, quali ci appaiono nella meravigliosa e oggi così poco compresa dottrina caldaica dell’universo e delle cause spirituali, dalle quali sortimmo la nostra origine. Se noi esaminiamo queste dottrine intorno al cosmo, esse ci mostrano una peculiarità importante. Quando Zarathustra parlò all’antico popolo persiano delle cause spirituali esteriori del mondo sensibile, mostrò agli uomini le due forze: Ormuzd e Arimane, ossia «Angra Mainyus», le quali in tutto l’universo lavorano l’una contro l’altra. Ma non si sarebbe potuto trovare in questa dottrina ciò che potremmo chiamare: il calore morale compenetrante l’anima.
Per la concezione persiana, l’uomo è, per così dire, intessuto in tutto il processo cosmico. Quello che viene combinato entro l’anima umana è una questione tra Ormuzd e Arimane che lavorano l’uno contro l’altro. Se nell’anima umana infuriano le passioni, si è perchè quei due lottano l’uno contro l’altro. Ciò che è anima umana interiore, non veniva ancora riconosciuto. Era una dottrina cosmica che veniva data. Quando si parlava di «Bene» e di «Male», si intendevano gli influssi buoni ed utili, e gli influssi dannosi, che si trovano di fronte nel cosmo e che si manifestano pure nell’uomo. La «concezione morale del mondo» non era ancora, in certo modo, accolta in questa dottrina, che si volgeva verso l’esteriore. In questa dottrina s’imparavano a conoscere tutte le entità che governano il mondo sensibile tutto quello che di eccellente, di luminoso, e tutto quello che di tenebroso, di dannoso domina il mondo. Dentro a tutto ciò l’uomo si sentiva intessuto. Ma il vero elemento morale, al quale l’uomo partecipa con sua anima, egli non lo sentiva ancora nella propria anima, come lo sentì più tardi. Trovandosi di fronte a un uomo «cattivo», si sentiva p. es. ilio attraverso di lui fluivano le forze delle entità cattive del mondo; lo si sentiva «posseduto» da quelle entità malvagie del mondo. Nè si poteva dire che la colpa fosse sua. Si sentiva l’uomo intessuto in un sistema universale non ancora pervaso di qualità morali. Questa era la peculiarità di una dottrina, che rivolgeva lo sguardo anzitutto verso l’esteriore, sebbene fosse sguardo spirituale! Perciò la dottrina ebraica costituisce una così meravigliosa integrazione di questa dottrina cosmologica, perchè in ciò che dal di fuori è stato rivelato introduceva l’elemento morale, che dava la possibilità di connettere un significato col concetto della «colpa», del «demerito dell’uomo». Prima dell’elemento ebraico, di un uomo cattivo si poteva dire soltanto che era ossesso da forze cattive. La rivelazione del Decalogo ha reso possibile distinguere fra coloro che osservavano la legge e coloro che non la osservavano. Sorge il concetto della colpa, del demerito. Ma il modo, come esso nasce nell’evoluzione umana, può essere sentito ponendo dinanzi alla nostra anima qualcosa che esprima chiaramente l’incertezza, in cui ancora si trovavano gli uomini su ciò che veramente significa l’idea della colpa; qualcosa in cui l’incertezza intorno all’idea della colpa diventa tragica. Leggete il libro di Giobbe e lasciatelo agire su di voi, e osserverete l’incertezza sul concetto di colpa, e il dubbio su quel che si debba veramente pensare quando una sventura ci colpisce. Eppure vi troverete già l’albeggiare del nuovo concetto della colpa.
Così appunto all’antico popolo ebreo venne dato l’elemento morale come una rivelazione dal di fuori come le altre rivelazioni sugli altri regni della Natura. Ciò potè avvenire soltanto per il fatto, che Zarathustra aveva provveduto a che l'opera sua venisse continuata, come vi ho raccontato, colla trasmissione del suo corpo eterico a Mosè e del suo corpo astrale a Ermete. Con ciò Mosè divenne capace di percepire ciò che opera nel mondo esterno, allo stesso modo come ne era stato capace Zarathustra, solo che nel percepire non sentiva soltanto forze indifferenti, neutrali, ma ciò che regge il mondo in senso morale, ciò che può diventare precetto. Perciò il popolo ebraico viveva in modo, che nella sua cultura si celava ciò che possiamo chiamare: obbedienza, sottomissione alla legge — mentre l’altra corrente spirituale del Buddha celava in sè l’ideale di trovare la direzione per la vita umana nell’«ottuplice sentiero». Ma questo antico popolo ebraico doveva pure venir conservato fino al giusto momento, che stiamo appunto descrivendo, cioè fino alla comparsa del Principio-Cristo. Esso dovette, per così dire, venir preservato- dalla rivelazione del Buddha e mantenuto in uno stato di civiltà meno maturo. Perciò, in seno all’antico popolo ebraico, dovettero trovarsi delle persone che, come uomini, non si trovavano in grado di accogliere l’intera entità di una individualità chiamata a rappresentare la «Legge». Non poteva sorgere in seno all’antico popolo ebraico una personalità quale era il Buddha. Fu possibile giungere alla legge soltanto per un’illuminazione dal di fuori — per il fatto che Mosè, avendo in sè il corpo eterico di Zarathustra, poteva ricevere ciò che non viene generato dall’anima propria. Non era possibile al popolo ebraico far sorgere la legge dal proprio cuore. Ma l’opera di Mosè doveva essere continuata, alla stessa guisa come va continuata qualsiasi altra opera, affinchè al giusto momento porti i suoi giusti frutti. Perciò dovevano sorgere nell’antico popolo ebraico quelle individualità, che conosciamo come i Profeti e i Veggenti; uno dei più importanti dei quali è Elia.
Come dobbiamo rappresentarci una personalità siffatta?
Elia doveva essere in seno al popolo ebraico uno dei vicarii di ciò che Mosè aveva iniziato. Ma dalla vera e propria sostanza del popolo non potevano venir generati degli uomini del tutto compenetrati di ciò che la legge di Mosè conteneva e che si poteva ricevere soltanto come una rivelazione dall’alto. Ciò che abbiamo descritto come una necessità per l’epoca indiana, e anche come la particolare natura del Bodhisattwa, doveva dunque sempre di bel nuovo presentarsi anche nel popolo ebraico; dovevano esserci delle individualità, che non si immergevano completamente nella personalità umana, che con una parte della loro entità erano nella personalità terrena — e con l’altra parte nel mondo spirituale. Elia era appunto una individualità siffatta. In ciò che troviamo sul piano fisico come la personalità di Elia, l’entità di Elia è contenuta solo parzialmente. L’egoità di Elia non può penetrare interamente nel corpo fisico di Elia. Egli è una personalità della quale si deve dire, che è «riempita dallo Spirito». E sarebbe impossibile far sorgere un fenomeno come quello di Elia per mezzo delle sole forze normali, mediante le quali un uomo viene ordinariamente posto nel mondo. Quando un uomo deve entrare nel mondo, nei casi normali, l’entità umana si sviluppa nel corpo materno, per via di processi fisici, in modo che in un dato momento l’individualità, che già prima era stata incarnata, semplicemente si collega con l’entità fisica. Nell’uomo normale tutto percorre, per così dire, una via diritta, senza che intervengano forze speciali all’infuori della via normale. Ciò non può essere nel caso di un’individualità come quella di Elia. Qui dovevano intervenire altre forze che si occupano di quella i parte della individualità, che si aderge nel mondo spirituale. Qui si doveva agire dal di fuori sull’uomo, che si. andava sviluppando. Perciò siffatte individualità, quando si incarnano nel mondo, appaiono «ispirate», «mosse dallo Spirito». Esse appaiono come personalità estatiche, che - trascendono di molto ciò che la loro intelligenza ordinaria può loro suggerire. Tutti i profeti dell’antico testamento appaiono tali. Lo «Spirito» li muove; l'Io non può sempre rendersi conto di ciò che fa. Lo Spirito vive nella personalità e viene mantenuto dal di fuori. Siffatte personalità si ritirano di tanto in tanto nella solitudine, e allora quella parte dell’Io, di cui la personalità abbisogna, si ritira, mentre dal di fuori parla lo Spirito. La personalità, in uno stato incosciente, testatico, ascolta le ispirazioni che dall’alto le giungono. Questo avveniva specialmente per Elia. Ciò che durante la sua vita viveva come Elia, che la sua bocca pronunciava, che la sua mano accennava, non proveniva soltanto dalla parte che viveva in lui; ma era rivelazione di entità divino-spirituali che stavano dietro.
Allorché questa entità rinacque, dovette collegarsi col corpo del bambino che aveva da nascere da Zaccaria e Elisabetta. Sappiamo dal Vangelo stesso, che in Giovanni Battista dobbiamo riconoscere Elia rinato. Ma abbiamo a che fare con un’individualità che dalle sue precedenti incarnazioni non era abituata a sviluppare tutto ciò che doveva nascere, mediante le forze che vi sono nel corso normale della vita, nel quale, mentre il corpo fisico umano si sviluppa nel seno materno, si muove la forza interiore dell’Io, ciò che è interiormente legato con esso. L’individualità di Elia non aveva ancora mai sperimentato questo in epoche precedenti; non era ancora mai discesa fino a quel punto. L’Io non era stato mosso dalle proprie forze, come nelle condizioni normali, bensì dal di fuori. E ciò doveva nuovamente accadere ora. Ma l’Io di questa Entità è già più fuori del mondo spirituale, è già più collegata alla Terra delle entità che prima avevano guidato Elia.
Non si doveva forse ora creare il trapasso per il collegamento della corrente del Buddha con la corrente di Zarathustra? Tutto doveva essere ringiovanito. Ora doveva agire dal di fuori appunto quell’entità, che si era congiunta con la Terra e con le sue vicende, quale Buddha, e che ora nel suo Nirmanakaya era unito col Gesù natanico. Questa entità, che da un lato era congiunta con la Terra, ma dall’altro lato ne era lontana perchè agiva soltanto nel Nirmanakaya; che viveva «al di là» della Terra, perchè era di nuovo risalita e aleggiava sopra il capo del Gesù natanico, questa entità doveva ora agire dal di fuori e sviluppare la forza dell’Io di Giovanni Battista. Era dunque il Nirmanakaya del Buddha che agiva sullo sviluppo della forza dell’Io di Giovanni, così come prima le forze spirituali avevano operato su Elia. Allora l’entità di Elia, in date epoche, era stata rapita in estasi; Dio parlava in essa, riempiendo il suo Io di una forza reale, ch’essa poteva poi comunicare al mondo esterno. Ora nuovamente vi era un’entità spirituale, che aleggiava sopra il Gesù natanico quale Nirmanakaya del Buddha, e questa entità, quando Giovanni doveva nascere, agì su Elisabetta, mosse dentro il suo seno l’embrione di Giovanni, nel sesto mese della gravidanza, e ne destò l’Io. Solo che questa forza essendo ora più prossima alla Terra — non produsse soltanto un’ispirazione, ma la vera conformazione dell’Io di Giovanni. Sotto l’influsso della visita di colei che qui viene chiamata «Maria», l’Io di Giovanni Battista si mosse. Così il Nirmanakaya del Buddha, risvegliatore e liberatore fin dentro la sostanza fisica, agisce sull’Io dell’antico Elia, sull’Io attuale di Giovanni Battista.
Che cosa possiamo ora sperare?
Come, altra volta, nel nono secolo avanti la nostra èra, Elia aveva pronunciato le sue possenti parole, ch’erano veramente «parole di Dio», e fatto con la mano gesti, ch’erano «gesti di Dio», questo doveva ora ripetersi similmente per Giovanni Battista, poiché in lui riviveva ciò ch’era prima vissuto in Elia. Ciò che era nel Nirmanakaya del Buddha, agiva come ispirazione dentro l'Io di Giovanni Battista! Ciò che si era annunciato ai pastori, ciò che aleggiava sopra il Gesù natanico, immergeva la sua forza in Giovanni Battista. E la predica di Giovanni Battista è anzitutto la predica del Buddha risvegliato. Troviamo qualcosa di molto singolare, che profondamente commuove l'anima nostra, se ripensiamo alla predica di Benares, dove il Buddha parlò del dolore della vita, e della liberazione dal dolore della vita, mercé l'ottuplice sentiero, che l'anima deve cercare. Allora il Buddha annunciò l'ottuplice sentiero, ch’egli aveva riconosciuto, e spesso continuava la sua predicazione dicendo: «Finora voi avete avuto la dottrina dei Brahmani che fanno derivare la loro origine da Brahma stesso. Essi affermano di essere superiori agli altri uomini, perchè hanno sì nobile origine. Questi Brahmani dicono che l'uomo trae il proprio valore dalla sua origine. Io invece vi dico: l'uomo ha valore per ciò ch’egli stesso fa di sè, e non per ciò che è stato posto in lui dalla sua origine. Egli si rende degno della grande saggezza del mondo, mediante ciò ch’egli stesso fa di sè come individuo!» Buddha suscitò l’ira dei Brahmani appunto perchè accennò alla qualità individuale dicendo: «In verità io vi dico, che per quanto uno si chiami «Brahmano», non è questo che importa; quello che importa è, che vi purifichiate mercè le vostre proprie forze personali!» Questo era — se non la lettera il senso di molti discorsi del Buddha. E poi, egli proseguiva generalmente questo insegnamento col dimostrare come l’uomo, se comprende il mondo della sofferenza, possa sentire compassione, possa confortare, aiutare e prendere parte alla sorte degli altri, appunto perchè sa di soffrire il medesimo loro dolore.
E ora il Buddha era nel suo Nirmanakaya, irradiava dall’alto il Gesù natanico e continuava la sua predica, facendo risonare le parole dalla bocca di Giovanni Battista. Ciò che la bocca di Giovanni pronunciava, era sotto l’ispirazione del Buddha. E ci appaiono come la continuazione della predica tenuta altra volta dal Buddha, le parole di Giovanni: «Oh voi che vi date tanta importanza, perchè vi ritenete discendenti da coloro, che al servizio delle potenze spirituali vengono chiamati «figli del serpente» e fate appello alla «sapienza del serpente», chi mai vi ha portato a ciò? Solo così credete di portare frutti degni di pentimento, dicendo: «noi abbiamo Abraham per padre!...» (ora Giovanni continuava la predica del Buddha): «Non dite, noi abbiamo Abraham per padre, ma diventate veri uomini in qualunque posto vi troviate nel mondo. Al posto della pietra, su cui poggia il vostro piede, può venir suscitato un vero uomo. Imperocché, in verità io vi dico, che può Dio da queste pietre suscitar figliuoli ad Abraham!» E poi egli aggiunge, veramente continuando la predica del Buddha: «Chi ha due vesti, ne dia a chi non ne ha». Essi vennero a lui e gli chiesero: «Maestro, che abbiamo da fare?...», precisamente come i monaci erano andati dal Buddha, chiedendogli che cosa dovessero fare. Tutte queste sono parole che appaiono come parole del Buddha o come la loro continuazione.
Così queste entità appaiono sul piano fisico nel corso dei tempi, e così impariamo a comprendere l’unità delle religioni e delle rivelazioni spirituali dell’umanità. Noi non impariamo a conoscere ciò che fu il Buddha, tenendoci attaccati alle tradizioni, ma ascoltando ciò che il Buddha veramente dice; cinque o sei secoli prima della nostra èra, il Buddha parlò così, come lo ascoltiamo nella predica di Benares. Ma, la bocca del Buddha non è ammutolita! Egli parla pure là. dove non è più incarnato, dove ispira attraverso il Nirmanakaya. E dalla bocca di Giovanni Battista noi ascoltiamo ciò che il Buddha aveva da dire sei secoli più tardi, dopo aver vissuto in un corpo fisico. Questa è l’unità delle Religioni. Noi dobbiamo cercare, nel corso dell’evoluzione umana, ogni religione nel punto giusto, e rintracciare in essa ciò che è vivente, non ciò che è morto! perchè tutto continua a evolversi. Questo dobbiamo imparare a comprendere. Ma colui, che non vuole sentire la parola del Buddha dalla bocca di Giovanni Battista, somiglia a un uomo, che avendo visto prima il germoglio di un rosaio, non vuole più riconoscerlo quando il rosaio è in fiore, e si rifiuta di credere, che sia la medesima pianta. Ciò che era vivente nel germoglio, fiorisce ora nel rosaio. E ciò che era vivente nella predica di Benares, fiorì più tardi nella predica di Giovanni Battista sulle rive del Giordano.
Con ciò abbiamo imparato a conoscere nella sua essenza un’altra individualità, che ci si presenta nell’epoca in cui così efficacemente ci parla il Vangelo di Luca. Impariamo a conoscere questi Vangeli soltanto se a poco a poco ci solleviamo al punto da capirne veramente ogni parola nel senso in cui è stata scritta. E Luca stesso, nell’introduzione, ci dice che egli intende raccontare le comunicazioni di coloro, che hanno veduto da sè. Ora questi veggenti vedevano da sè le vere circostanze, come a poco a poco, attraverso ai tempi, si andarono formando, non vedevano soltanto ciò che avviene sul piano fisico. Colui che vede soltanto ciò che avviene sul piano fisico potrebbe dire cinque o sei secoli avanti la nostra èra, visse in India un uomo, che era figlio del Re Suddhodana e che fu chiamato il «Buddha», e una volta visse pure «Giovanni Battista». Potrebbe dire così, senza però trovare ciò che unisce i due. Questo si può trovare soltanto nel mondo spirituale. Ma Luca dice che egli racconta secondo coloro «che hanno veduto», che erano veggenti. Non basta dunque che noi semplicemente accettiamo le parole delle Scritture religiose; dobbiamo anche imparare a leggere nel senso dovuto, e perciò occorre che le individualità di cui si tratta, ci stiano davanti all’anima nel modo più evidente, cioè, che noi sappiamo tutto ciò che in esse è fluito.
E ancora un’altra cosa veniva insegnata: qualunque sia la individualità che discende sulla Terra, essa deve svilupparsi secondo le facoltà inerenti al corpo, nel quale si incarna; essa deve tenerne conto. Supponiamo che oggi volesse discendere un’entità elevata; essa potrebbe fare assegnamento soltanto sulle possibilità che appunto oggi un corpo umano può offrire. Solo il veggente può riconoscere ciò che tale individualità è veramente, poiché il veggente può seguire i fili più profondi che si intessono nell’intimo dell’essere: una siffatta entità che si trova a un alto grado di sapienza deve però, attraverso l’infanzia, maturare il suo corpo, affinchè in un dato momento possa in esso manifestarsi ciò che l’entità era già stata in parecchie incarnazioni. Se vuole suscitare negli uomini particolari sentimenti, la sua incarnazione terrena dovrà pure essere conforme alla sua missione, in modo che il corpo possa sopportarla. I mondi spirituali sono ben diversi dal mondo fisico. Se una entità vuole annunciare la salvezza dal dolore, la redenzione dalla sofferenza, deve provare tutta la profondità del dolore, per poter trovare le parole adeguate nel senso umano. Ciò che più tardi quella entità, che si nascondeva nel corpo del Gesù natanico, aveva da dire, era un messaggio per tutta l’umanità. Era qualcosa che doveva far superare all’umanità la stretta consanguineità di prima. Non già che volesse togliere, annullare i legami tra padre e figlio, fra fratello e sorella, ma voleva aggiungere all’amore legato alla consanguineità, ciò che si chiama l’amore umano universale, che lega un’anima all’altra, che è superiore a tutti i vincoli del sangue. Questo è dò che doveva portare l’entità che si mostrò più tardi nel Gesù natanico. Doveva portare un amore, un approfondimento dell’amore che nulla ha a che fare con la parentela del sangue. Ma a questo scopo l’entità che viveva nel corpo del Gesù natanico doveva anzitutto sperimentare essa stessa, che cosa fosse il non sentire alcun legame, il non sentirsi connesso con altri per via del sangue. Allora poteva sentire puramente ciò che si svolge fra uomo e uomo. Ma prima doveva sentirsi libera da ogni vincolo di consanguineità, anzi perfino dalla possibilità di una consanguineità. L’individualità del Gesù natanico doveva trovarsi dinanzi al mondo, non solamente come uomo «senza patria» al pari del Buddha, che dalla patria era uscito fuori fra stranieri, ma addirittura staccato da ogni connessione famigliare, da tutto ciò che in qualche modo ha a che fare con i legami del sangue. Dovette provare tutto il profondo dolore, che si prova quando si è detto addio a tutto ciò che Ordinariamente è caro agli uomini, e si rimane soli. Dalla grande solitudine, abbandonati i vincoli famigliari, doveva parlare quell’individualità che viveva nel Gesù natanico. Chi era quell’entità?
È l’entità che era vissuta, fino al dodicesimo anno circa nel Gesù salomonico, è l’individualità, lo spirito di Zarathustra. Suo padre era morto presto; il fanciullo era orfano di padre. All’infuori di lui, la sua famiglia contava altri fratelli e sorelle. Egli vive in seno a questa famiglia fintantoché egli, Zarathustra, sta nel corpo del Gesù salomonico. Poi a dodici anni abbandona quella famiglia, rinuncia alla madre, ai fratelli e alle sorelle, per passare nel corpo del Gesù natanico. Allora, anche questa madre muore, e più tardi anche il padre. E quando uscì nel mondo per compiervi la sua opera, egli prese congedo da tutto ciò che ha a che fare coi vincoli del sangue. Ora non è soltanto orfano del tutto, non solo ha lasciato i fratelli e le sorelle, ma, come entità di Zarathustra, ha dovuto rinunciare perfino ad avere mai dei discendenti, a crearsi una famiglia. Perchè l’entità di Zarathustra non solo ha abbandonato padre e madre, fratelli e sorelle, ma altresì il proprio corpo, per entrare in un altro corpo, nel corpo, cioè, del Gesù natanico; essa poteva compiere un’azione preparatoria per una entità ancora maggiore, la quale poi nel corpo del Gesù natanico si preparò alla grande missione di annunciare «l’amore umano universale». E quando, poi, la madre e i fratelli di questa entità si appressarono, e qualcuno le disse: «tua madre e i tuoi fratelli stanno là fuori e ti vogliono vedere», essa potè rispondere dal profondo dell’anima, in modo che non è possibile! fraintendere, dinanzi a tutto il popolo, senza per questo offendere alcuna pietà filiale o fraterna: «No, essi non sono tali», poiché Zarathustra aveva abbandonato persino il corpo che si riconnetteva a quella famiglia. E potè dire, accennando a coloro che erano con lui in libera comunione d’anima: «Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano e compiono la parola di Dio».
Fino a questo punto le scritture religiose vanno prese alla lettera! Affinchè uno potesse una volta annunciare l’amore umano universale, fu d’uopo che egli fosse venuto veramente incarnato una volta in forma tale, da sperimentare l’abbandono di tutto ciò che si fonda sulla parentela del sangue. Verso questa Figura si elevano i nostri sentimenti, così da avvicinarsi ad essa come a persona umana a questa Figura che discende da sublimi altezze spirituali e si fa espressione di esperienze e di patimenti, umani. Perciò i nostri cuori le palpitano incontro. E quanto più spiritualmente la intenderemo, tanto meglio la comprenderemo, e tanto più i nostri cuori batteranno per essa e le nostre anime giubileranno pensando ad essa.
Nelle conferenze precedenti abbiamo cercato di formarci delle rappresentazioni intorno alle entità principali, delle quali parla il Vangelo di Luca. Ci siamo formati vasti concetti su ciò che sta a (base di questa Scrittura. Ma una cosa ci occorre ancora: seguire l’ulteriore evoluzione dell'Entità principale di questo Vangelo e della nostra Terra stessa: del Cristo Gesù. Anzitutto sarà necessario ricordare ciò che già è stato detto, cioè, che riguardo al corpo, il Cristo Gesù di cui parla il Vangelo di Luca, nasce come Gesù natanico della Casa di Davide. Questo bambino cresce all’incirca fino al dodicesimo anno, quando nel suo corpo penetra quella egoità che altra volta prese corpo in quella personalità che iniziò la civiltà persiana; dal dodicesimo anno in poi abbiamo dunque nel corpo del Gesù natanico, V Io di Zarathustra. Ora sarà nostro compito seguire più precisamente l’evoluzione di questa entità, ricordando cose, per le quali siamo già stati preparati dalle nostre precedenti considerazioni scientifico-spirituali.
Sappiamo già che, normalmente, l’evoluzione dell’uomo procede in modo, che il primo settennio della vita costituisce un periodo importante; un altro periodo importante dello sviluppo umano cade fra il settimo e il quattordicesimo anno circa, cioè fino alla pubertà; segue un periodo dai 14 ai 21 anni, poi un altro fino ai 28, e quindi un altro ancora fino ai 35 anni. Non si deve, naturalmente, credere con pedanteria, che questi periodi scadano esattamente col compiersi dell’anno. Il primo periodo tanto importante finisce col mutamento dei denti, intorno al settimo anno; e il trapasso dal primo al secondo periodo non avviene da un giorno all’altro, ma a poco a poco, nell’età del mutamento dei denti. Lo stesso avviene per gli altri periodi, ma a poco a poco. Ora noi sappiamo, che al termine del settimo anno avviene spiritualmente qualcosa di simile a ciò che si verifica fisicamente quando si abbandona il corpo materno, cioè, una specie di nascita eterica. Col quattordicesimo anno, con la pubertà, si verifica una nascita astrale; diventa libero ciò che è il corpo astrale dell'uomo. Quando dunque osserviamo più precisamente lo sviluppo umano, seguendolo con gli occhi dello spirito, esso ci si presenta molto più complicato, che non all’osservazione ordinaria della vita, cui sfuggono le importanti differenze nel complesso della vita umana, che si presentano poi anche più tardi, negli anni maturi. Oggidì si crede, che nell’uomo, da una certa età ,in poi, ben poco avvenga di nuovo. Ma questa opinione si fonda sopra un’osservazione grossolana. In verità, se osserviamo più sottilmente, possiamo percepire talune differenze nello sviluppo umano anche nell’età più avanzata.
Quando l’involucro materno fisico viene abbandonato, nasce veramente solo il corpo fisico dell’uomo; sicché ciò che si presenta libero nei primi sette anni della vita è il corpo fisico. Nelle diverse mie conferenze sull’educazione del bambino, ho rivelato quanto sia importante, per l’educatore, di conoscere appunto questo fatto. Poi, quando viene rimosso l’involucro eterico, resta libero il corpo eterico; e quando, col quattordicesimo anno, viene abbandonato l’involucro materno astrale, resta libero il corpo astrale. Ma volendo parlare esattamente, possiamo comprendere l’entità umana soltanto se partiamo dalla suddivisione indicata nella mia «Teosofia». In questa si indica una divisione ulteriore degli arti superiori animici della natura umana; al corpo eterico si connette il cosidetto «corpo senziente», e veramente soltanto al ventunesimo anno — volendo precisare — il corpo senziente si rende completamente libero rispetto al mondo esterno. Col ventunesimo anno si libera a poco a poco nell’uomo ciò che si chiama «l'anima senziente»; col ventottesimo anno si libera l'anima razionale e più tardi l’anima cosciente. Così avviene nell’uomo attuale. E chi osserva la vita umana, guidato dalla conoscenza della scienza dello Spirito, sa molto bene che questi stadii di evoluzione esistono. E coloro, che sono le grandi Guide dell’umanità, sanno pure perchè il 35mo anno sia così importante. Dante sapeva perchè accennava particolarmente al suo 35mo anno, quando dichiarò d’aver avuto in quell’anno le poderose visioni che descrisse nel suo poema universale. Difatti fin dal principio della Divina Commedia troviamo l’accenno all’età di 35 anni, in cui gli apparvero le visioni. A quell’età, l’entità umana arriva al punto di potere pienamente adoperare come strumenti le facoltà connesse col corpo senziente, coll’anima senziente e coll’anima razionale. Coloro, che con precisione hanno parlato dell’uomo nel senso della nostra evoluzione, hanno sempre conosciuto questa suddivisione. Presso gli orientali la cosa era alquanto diversa i periodi si spostano un poco. Perciò per la civiltà orientale era giusto non fare queste medesime differenze nella suddivisione. Ma in occidente si dovettero sempre fare. I Greci, p. es., hanno solo adoperato parole alquanto diverse per indicare le medesime cose. Volendo indicare ciò che è dell’anima, cominciavano da ciò che noi chiamiamo «corpo vitale» e lo chiamavano «Treptikon»; chiamavano, con espressione molto significativa, Esthetikon, ciò che noi chiamiamo il «corpo senziente»; chiamavano Orektikon la nostra «anima senziente»; «Kinetikon» l’anima razionale, e Dionetikon ciò che è «l’anima cosciente», il bene più prezioso, ciò che l’uomo si conquista ora. Così abbiamo davanti a noi l’evoluzione dell’uomo, se la consideriamo in modo esatto e preciso.
Orbene, per certe circostanze che in parte ci si chiariranno oggi stesso, lo sviluppo del Gesù natanico era stato alquanto accelerato e anticipato. Questo era reso possibile anche dal fatto, che nei suoi paesi la maturità sessuale giungeva più presto. Ma vi erano inoltre ragioni particolari, per le quali in lui si manifestò già a 12 anni ciò che ordinariamente avviene a 14; e se calcoliamo ancora sette anni dopo, accadde in lui a 19 anni ciò che di solito ha luogo a 21; e così pure si verificò a 26 e 33, ciò che avviene di solito a 28 e a 35 anni.
Condizione normale Gesù Natanico
Corpo fisico 1-7
Corpo eterico (Treptikon) 7-14 12
Corpo astrale o corpo
senziente (Aisthetikon) 14-21 19
Anima senziente (Orektikon) 21-28 26
Anima razionale (Kinetikon) 28-35 33
Anima cosciente (Dionetikon)
Abbiamo dunque davanti a noi come schema della evoluzione dell’Essere che è il centro della vita terrestre. Consideriamo ora che, fino al dodicesimo anno, abbiamo corporeamente dinanzi a noi il «Gesù natanico», ma che dal 12.mo anno in avanti nel Gesù natanico vive l’Io di Zarathustra. Che cosa significa ciò veramente? Significa soltanto che questo Io, questo Io maturo, elaborò, dal dodicesimo anno in poi, il corpo astrale, l’anima senziente e l’anima razionale del Gesù natanico, nel modo come poteva elaborare le facoltà umane solamente un Io così maturo, passato, attraverso alle diverse incarnazioni, per tutte le vicende dell’Io di Zarathustra. Abbiamo dunque davanti a noi quel fatto meraviglioso, che l’Io di Zarathustra s’incarna a dodici anni nel corpo del Gesù natanico, e ne elabora nel modo più sottile possibile le qualità animiche. Si sviluppa dunque un corpo senziente, che è in grado di alzare lo sguardo al cosmo, in modo da avere le sensazioni dell’antico Ahura Mazdao e di ciò che questi è secondo la sua entità spirituale; si sviluppa un’anima senziente in grado di albergare in sè il sapere, la saggezza sviluppatasi nell’umanità a poco a poco, sulla base della dottrina di Ahura-Mazdao; e si sviluppa poi un’anima razionale, che poteva comprendere tutto ciò, che poteva cioè afferrare in concetti, in parole, in parole facili a capirsi, ciò che prima l’umanità aveva raggiunto soltanto dal di fuori, attraverso alle sue correnti spirituali. Così si sviluppò questo Gesù natanico, che conteneva in sè l’Io di Zarathustra 3 e continuò a svilupparsi in questo modo fino all’approssimarsi del trentesimo anno. Allora avviene un fatto nuovo. Avviene un’altra volta — ora però in maniera più importante, più universale — quel fenomeno, che in un certo modo è già avvenuto nel Gesù natanico a dodici anni, cioè, la sua interiorità viene riempita da una nuova egoità. Verso il trentesimo anno, l’Io di Zarathustra ha compiuto il suo compito intorno all’anima del Gesù natanico, ne lui sviluppato le facoltà al massimo grado. Allora egli ha, per così dire, compiuto la sua missione intorno a quell’anima; l’ha compenetrata di tutto quanto si era conquistato nelle sue precedenti incarnazioni, e può dire ormai: «Il mio compito è compiuto!» Allora un giorno l’Io di Zarathustra abbandonò il corpo di Gesù natanico.
Questo Io di Zarathustra visse dunque fino al dodicesimo anno nel corpo del Gesù salomonico. Da allora in poi, questo bambino non avrebbe più potuto continuare a svilupparsi sulla Terra. Essendo stato abbandonato dall’Io di Zarathustra che in lui aveva dimorato, egli si fermò, per così dire, al punto in cui si trovava. Certamente aveva raggiunto un’alta e rara maturità, albergando un Io così sublime. Chi avesse osservato esternamente il bambino Gesù salomonico, lo avrebbe trovato eminentemente precoce. Ma dal momento, in cui l’Io di Zarathustra lo abbandonò, egli si fermò, non potè più svilupparsi. E giunto, relativamente presto, il giorno in cui la madre del Gesù natanico morì e le sue membra spirituali vennero trasportate nel mondo spirituale, essa prese con sè quanto vi era nel fanciullo salomonico di valore eterno e di forza plasmatrice. Anche questo fanciullo salomonico morì press’a poco al tempo medesimo, in cui morì la madre del Gesù natanico.
Era un involucro eterico ben prezioso, quello che abbandonò allora il corpo del Gesù salomonico. Noi sappiamo, che il corpo eterico consegue il suo particolare sviluppo dal momento in cui il bambino ha superato all’incirca il settimo anno, fra il settimo anno e la pubertà. Era quello dunque un corpo eterico, elaborato dalle forze possedute dall’Io di Zarathustra. Sappiamo che, alla morte, il corpo eterico abbandona il corpo fisico, e tutto ciò che non è idoneo per l’eternità viene eliminato nella vita umana normale, e soltanto una specie di estratto del corpo eterico viene introdotto nel mondo spirituale. Nel Gesù salomonico, la massima parte del corpo eterico era idonea per l’eternità. E l’intero corpo eterico di quel fanciullo venne portato seco nel mondo spirituale dalla madre del Gesù natanico. Senonchè il corpo eterico è l’edificatore e il plasmatore del corpo fisico umano. E possiamo rappresentarci che in realtà vi era una profonda affinità fra questo corpo eterico del Gesù salomonico, ora portato nel mondo spirituale, e l’Io di Zarathustra: poiché nel pellegrinaggio terreno, fino ai dodici anni, erano stati uniti. E quando, per lo sviluppo raggiunto da Gesù di Nazareth, l’Io di Zarathustra abbandonò il suo corpo, si recò, per così dire, fuori del corpo del Gesù natanico, entrarono in azione le forze d’attrazione fra l’Io di Zarathustra e il corpo eterico proveniente dal Bambino Gesù salomonico. Questi tornarono a riunirsi e si costruirono un nuovo corpo fisico. L’Io di Zarathustra era tanto maturo da non aver bisogno di un ulteriore passaggio attraverso al: Devachan; e fu in grado, con l’aiuto di quel corpo eterico or ora caratterizzato, di ricostruirsi, dopo un periodo di tempo relativamente breve, un nuovo corpo fisico. Nacque così, per la prima volta, quell’essere che ricomparve poi sempre di bel nuovo, e sempre a intervalli relativamente brevi fra ogni sua morte fisica e ogni nuova nascita. Così che questo essere, quando abbandonava il corpo fisico nella morte, tornava presto a rincarnarsi sulla Terra. Questa entità, die nel modo descritto si era nuovamente riunita al proprio corpo eterico prima deposto, accompagnò da allora in poi la storia dell’umanità. Diventò, come potete immaginare, il più grande aiuto di coloro che volevano comprendere il grande evento di Palestina. Questa individualità percorre i tempi sotto il nome di Maestro Gesù; sicché lo Zarathustra, l’Io di Zarathustra, dopo ritrovato il suo corpo eterico, cominciò la sua carriera attraverso l’evoluzione umana come «Maestro Gesù», il quale da allora in poi vive sulla nostra Terra rincarnandosi sempre di nuovo; egli è la guida e la direzione di quella corrente spirituale, che chiamiamo la corrente cristiana. Egli è l’ispiratore di coloro, che vogliono comprendere l’evolversi del cristianesimo vivente; e ih seno alle scuole esoteriche ispirò coloro, che avevano da coltivare le dottrine del cristianesimo in modo continuativo. È Lui che sta dietro alle grandi figure spirituali del cristianesimo, sempre insegnando il significato del grande Evento di Palestina.
Ormai quell’Io di Zarathustra che aveva vivificato il corpo del Gesù natanico dal dodicesimo fino al trentesimo anno, si trovava fuori di quel corpo. Un’altra entità vi penetrò ora. Il momento in cui ciò avvenne, in cui cioè un «Io sommo» per così dire — penetrò nel Gesù natanico al posto dell’Io di Zarathustra, questo momento ci viene descritto in tutti i Vangeli come il Battesimo di Giovanni nel Giordano. Già parlando del Vangelo di Giovanni ho fatto osservare, che «il battesimo» era in quei tempi antichi cosa ben diversa da ciò che divenne più tardi, quando fu ridotto a puro simbolo. Veniva anche eseguito da Giovanni Battista in tutt’altro modo. I battezzandi venivano immersi nell’acqua con tutto il loro corpo; l’intiera corporeità subiva il Battesimo. Ora voi sapete già dalle diverse conferenze antroposofiche preparatorie, che un fatto simile può produrre conseguenze affatto speciali. Già nella vita ordinaria, quando un uomo, p. es., sta per annegare, e ricevè un trauma psichico, gli succede di Veder dinanzi a sè, come in un gran quadro, la sua vita passata. Ciò deriva dal fatto, che per un momento accade ciò che altrimenti si verifica solo dopo la morte: il corpo eterico si stacca dal corpo fisico, si libera dalle potenze del corpo fisico. Questo si verifica in quasi tutti i battezzati da Giovanni, e si produsse specialmente nel battesimo del Gesù natanico. Il suo corpo eterico venne tratto fuori e in quel momento potè immergersi nel corpo del Gesù natanico e impossessarsi di Esso quell’alta Entità che chiamiamo il Cristo. Sicché dal momento del battesimo nel Giordano, il Gesù natanico è compenetrato dall’Entità del Cristo. Questo significano le parole che stanno nei manoscritti dei vangeli più antichi: «Questo è il mio diletto Figlio, oggi io l’ho generato!» Cioè: è stato ora generato il «Figlio del Cielo, il Cristo». Il fecondatore era la Divinità Una, che pervade tutto il mondo, e fecondato era il corpo e tutto l’organismo del Gesù natanico, che era stato preparato a ricevere dalle Altezze il germe fecondatore. — «Questo è il mio diletto Figlio, oggi l’ho generato!» così stava scritto negli antichi manoscritti evangelici, e così dovrebbe in realtà stare scritto nei Vangeli.
Chi è questa Entità, che si congiunse allora col corpo eterico del Gesù natanico?
Anche questa entità del Cristo non possiamo comprenderla, se volgiamo il nostro sguardo soltanto all’evoluzione della Terra. Questa Entità del Cristo è quella che dobbiamo chiamare la Guida delle Entità spirituali, che al momento della separazione del Sole dalla Terra uscirono col Sole fuori dalla Terra e si fondarono una dimora più elevata, per agire sulla Terra da lassù, cioè, dal sole, — dal di fuori. Se dunque ci trasportiamo indietro all’epoca terrestre precristiana, che trascorse dal momento in cui il Sole si separò dalla Terra, fino alla comparsa del Cristo sulla medesima, dobbiamo dire: L’uomo, guardando in su verso il sole, avrebbe dovuto sentire, quando fosse stato abbastanza maturo nei suoi sentimenti, ciò che Zarathustra aveva insegnato: che tutto quanto penetra in noi nella luce e nel calore del sole, non è che la veste fisica di quelle alte entità spirituali, che stanno dietro alla luce solare, perchè dietro alla luce solare si nascondono le irradiazioni di forze spirituali, che dal sole penetrano nella Terra. Ora il Capo di tutte le entità che dal sole versano la loro azione benefica sulla Terra, è appunto l’Essere, che più tardi fu chiamato il «Cristo». Nei tempi precristiani, Esso non era dunque da cercarsi sulla Terra, bensì sul Sole. E Zarathustra aveva ragione di collocarlo nel sole, chiamandolo Ahura-Mazdao, e dicendo: «Se noi peregriniamo sulla Terra, non lo troviamo, questo Spirito della luce; ma se guardiamo al sole, allora sì, perchè ciò che spiritualmente vive sul sole, è Ahura-Mazdao; e ciò che si versa su noi come luce, è il corpo dello Spirito solare, di Ahura Mazdao, come il corpo fisico umano è il corpo dello spirito umano». Ma questo Essere elevato andò avvicinandosi sempre più, attraverso ai grandi processi cosmici, alla sfera terrestre. Si poteva sempre più sentire chiaroveggentemente E avvicinarsi del Cristo alla Terra; e un chiaro riconoscimento del Cristo avvenne, allorché il grande predecessore del Cristo Gesù, Mosè, ricevette le sue rivelazioni sul Sinai in mezzo al fuoco dei fulmini.
Che cosa significavano queste rivelazioni di Mosè?
Significavano, che l’Entità-Cristo, che andava avvicinandosi alla Terra, si mostrava anzitutto come in un’immagine riflessa. Figuriamoci, spiritualizzato, il processo che percepiamo nella luna piena ad ogni plenilunio. Guardando la luna piena, noi ne vediamo irradiare, riflessi, i raggi del sole. Ciò che vediamo irradiare da essa, è luce solare; solo che noi la chiamiamo «luce lunare», perchè ci appare riflessa dalla luna. Chi è Colui che Mosè vedeva nel roveto ardente e nel fuoco sul Sinai? Il «Cristo»! Ma come noi non vediamo nella luna la luce solare diretta, bensì riflessa, così egli vedeva il Cristo in un’«immagine riflessa». E come noi chiamiamo «luce lunare» la luce del sole, quando la vediamo riflessa dalla luna, così allora il «Cristo» veniva chiamato «Jahveh o Jehovah». Perciò Jahveh o Jehovah non è altro che il riflesso del Cristo, prima che Egli stesso discendesse sulla Terra.
Così il Cristo si annunziava indirettamente all’essere umano non ancora in grado di contemplarlo nella sua entità vera e propria; così nel plenilunio, che altrimenti sarebbe oscuro, la luce del isole si annunzia attraverso ai raggi lunari. Jahveh o Jehovah è il Cristo — ma non veduto direttamente, bensì come luce riflessa.
Il Cristo doveva avvicinarsi sempre più alla conoscenza umana, alla percezione umana. E cioè, Egli stesso doveva per un certo tempo peregrinare sulla Terra, essere uomo fra gli uomini, diventare addirittura un abitante umano della nostra Terra, così come prima si era manifestato dagli spazii cosmici agl’iniziati. Ma per giungere a questo, si doveva attendere il momento giusto. L’esistenza del Cristo era sempre stata nota là dove si penetrava nella sapienza del mondo. E poiché Egli si era manifestato nei modi più diversi, lo si era anche denominato coi più diversi nomi. Zarathustra lo aveva chiamato «Ahura Mazdao», perchè a lui si manifestava nella veste della luce solare. I grandi Maestri dell’umanità apparsi in India nella prima epoca dopo la catastrofe atlantea, i sacri Rishis, essendo iniziati, sapevano anch’essi di questo Essere; sapevano però, che in quell’epoca non lo si poteva ancora raggiungere con la sapienza terrena, che solo in epoca successiva sarebbe stato accessibile alla sapienza terrena. Perciò la formula per quell’epoca era questa: che quell’Essere viveva al di là della regione dei sette Rishis. Lo si chiamava «Visva Karman». Così anch’essi insegnarono di quell’Essere, che denominavano Visva Karman, o che Zarathustra chiamò Ahura Mazdao. Questi sono nomi diversi per quell’Entità, che da altezze spirituali, da dimore cosmiche, andava gradualmente avvicinandosi alla Terra. — Ma l'evoluzione umana doveva venir preparata, affinchè un corpo potesse accogliere questo Essere. Occorreva elio un’entità, qual’era quella che viveva in Zarathustra, si maturasse da incarnazione a incarnazione, per poi elaborare, in un corpo puro come ora quello di Gesù di Nazareth, le facoltà del corpo senziente, dell’anima senziente e dell’anima razionale, affinchè questo Gesù di Nazareth divenisse atto ad accogliere in sè quella Entità così elevata. Ciò dovette essere preparato a poco a poco. Affinchè un’anima sensibile e un’anima razionale potessero venire preparate a questo modo, era necessario che un Io passasse per le molte vicende ed esperienze, per le quali era passato Zarathustra, e trasformasse nel Gesù natanico le facoltà di cui sopra si è parlato. Ciò non sarebbe stato possibile prima. Perchè sul Bambino Gesù natanico non doveva lavorare soltanto l’Io di Zarathustra, ma altresì quell’entità altissima, che abbiamo caratterizzata come il Nirmanakaya del Buddha e che lavorò specialmente dal di fuori, dalla nascita fino al dodicesimo anno. Ma anzitutto occorreva che essa stessa esistesse. Doveva quel Bodhisattwa stesso essere prima salito al grado di Buddha, per potere sviluppare in sè il corpo del Nirmanakaya, a fine di poter elaborare il fanciullo Gesù natanico dalla nascita fino al dodicesimo anno. Il Bodhisattwa stesso doveva prima ascendere al grado di «Buddha», per avere in sè la forza di rendere un corpo maturo per quel grande evento. Al momento, in cui divenne Buddha, egli non era ancora arrivato a sviluppare questa facoltà. Prima gli occorreva ancora trascorrere la sua vita come Buddha.
Se una volta l’umanità comprenderà veramente quali grandi tesori di sapienza siano conservati nelle leggende, potrà leggere in varii luoghi, come tutto ciò che noi decifriamo dalla Cronaca dell’Akasha sia contenuto in modo meraviglioso nelle antiche leggende. Ci viene raccontato, e con ragione, che l’Entità del Cristo veniva insegnata anche nell’India antica come un’entità cosmica al di là della sfera dei sette sacri Rishis. Essi sapevano che questa entità viveva nelle superne sfere e che solo a poco a poco si avvicinava alla Terra. Anche Zarathustra sapeva, che dalla Terra doveva rivolgere lo sguardo verso il sole; e il popolo ebraico-antico era in grado, per le qualità e le facoltà da noi precedentemente rilevate, di ricevere per primo la rivelazione dell’immagine riflessa del Cristo. — Ci viene accennato pure, e precisamente in una narrazione riguardante il Buddha,, come il Buddha, allorché stava appunto preparandosi al passaggio da Bodishattwa a Buddha, venisse in contatto col Visva Karman, che più tardi fu chiamato il Cristo. La leggenda narra ch’egli, avvicinandosi al suo ventinovesimo anno, uscì in carrozza dal suo palazzo, dov’era stato fino allora custodito e curato. Vide anzitutto un vecchio, poi un malato, poi un cadavere, imparando così a poco a poco a conoscere la miseria della vita; poi vide un monaco che aveva abbandonato quella vita in cui regnano la vecchiaia, la malattia e la morte. Allora egli risolvette — così narra la leggenda, 'che presenta una profonda verità di non uscire tosto fuori nel mondo, bensì, di ritornare prima indietro ancora una volta. Ma in quell’uscita, dice la leggenda, egli venne adornato e fregiato, dalle altezze spirituali, di quella forza che versava giù sulla Terra il Dio-artista Visva Karman, il quale gli apparve. Il Bodhisattwa venne adornato della forza dello stesso Visva Karman, che più tardi fu chiamato il «Cristo». Per lui dunque il Cristo era ancora qualcosa di esteriore, non era ancora congiunto con lui. Anche il Bodhisattwa si avvicinava verso quel tempo al trentesimo anno; ma non avrebbe allora potuto ancora completamente operare l’accoglimento del Cristo in un corpo umano.
A questo fine doveva prima rendersi maturo, e si rese maturo appunto attraverso alla sua esistenza da Buddha. E quando apparve nel Nirmanakaya, ebbe il compito di rendere maturo il corpo del Gesù natanico, ch’egli stesso però non assunse, a ricevere in sè il Visva Karman, il Cristo. Così lo forze dell’evoluzione terrestre avevano cooperato insieme a produrre il grande Evento.
Ora deve salirci alle labbra una domanda:,In che rapporto sta il Cristo, il «Visva Karman», con delle entità come i «Bodhisattwa», delle quali faceva parte, p. es., quel Bodhisattwa che più tardi divenne Buddha?
Con questa domanda giungiamo alla soglia di uno dei più grandi misteri della nostra evoluzione terrestre. Per i sentimenti degli uomini attuali è generalmente difficile anche solo di presentire quale immensa cosa si nasconde dietro questo Mistero. Di tali entità, quale è il Bodhisattwa che divenne poi «Buddha» e che ebbe la missione di introdurre nell’umanità la grande dottrina della compassione e dell’amore, ne esistono dodici, in rapporto col nostro Cosmo, al quale la Terra appartiene. Quel Bodhisattwa che divenne Buddha cinque o sei secoli prima della nostra èra, è uno di questi dodici. Tutti i Bodhisattwa hanno una determinata missione. Come questo ebbe la missione di portare sulla Terra la dottrina della compassione e dell’amore, così anche gli altri hanno le loro missioni, che devono venir compiute nelle diverse epoche terrestri. Il Buddha è così intimamente unito alla missione terrestre, perchè lo sviluppo del sentimento morale è appunto il compito della nostra epoca, a partire da quel momento, in cui 5 o 6 secoli prima della nostra èra, il Bodhisattwa apparve, fino al momento in cui egli verrà rilevato dal suo successore, quel Bodhisattwa che più tardi dovrà vivere sulla Terra come Maitreya Buddha. Così procede l’evoluzione: i Bodhisattwa discendono per incorporare di tanto in tanto nell’evoluzione terrestre ciò che è l’oggetto della loro missione. Se si abbracciasse con lo sguardo tutta l’evoluzione terrestre, si troverebbero appunto dodici di tali Bodhisattwa. Essi appartengono a quella possente comunità di Spiriti, che manda di tanto in tanto sulla Terra uno dei Bodhisattwa, come un messo speciale, come uno dei grandi Maestri. Dobbiamo, per così dire, riconoscere come una Loggia dirigente di tutta la nostra evoluzione terrestre, questa grande Loggia di dodici Bodhisattwa. Questi Bodhisattwa si possono comprendere, nella loro essenza, col concetto che — a gradi meno alti dell’esistenza abbiamo di un «Maestro». Essi sono appunto «maestri», grandi ispiratori di questa o di quella parte di ciò che gli uomini devono ancora acquistarsi.
Donde ricevono i Bodhisattwa quello che di epoca in epoca essi hanno da annunziare?
Se poteste penetrare con lo sguardo nella grande Loggia spirituale dei Bodhisattwa, nel circolo dei dodici Bodhisattwa, trovereste che in mezzo a questi dodici Bodhisattwa sta, nel nostro Universo, un tredicesimo essere, che non possiamo chiamare un maestro nello stesso senso come i dodici Bodhisattwa, ma che dobbiamo chiamare l’Essere, dal quale la Sapienza stessa, sostanzialmente, emana. È giusto perciò dire, quando si vuole spiegare la realtà della cosa: I dodici Bodhisattwa siedono nella Grande Loggia spirituale intorno al loro Centro; essi sono immersi nella «contemplazione» della grande Entità, che versa in loro tutto ciò, che, come loro missione, essi hanno poi da, portare dentro l’evoluzione terrestre. Così, da questo Tredicesimo, sgorga ciò che gli altri hanno da insegnare. Essi sono i «maestri», gli ispiratori; il Tredicesimo, come entità, è egli stesso ciò che gli altri insegnano. Essi, di epoca in epoca, parlano di Lui rivelandolo. Questo Tredicesimo è lo stesso, che gli antichi Rishis chiamavano «Visva Karman», che Zarathustra chiamò «Ahura Mazdao»; è colui che noi chiamiamo il Cristo. Egli é il Condottiero, la Guida della grande Loggia dei Bodhisattwa; e tutto il coro dei Bodhisattwa annunzia la dottrina del Cristo, del Visva Karman! — Colui che cinque o sei secoli prima della nostra èra, da Bodhisattwa divenne Buddha, era stato ornato con le forze del Visva Karman. Invece Colui, che quale Gesù natanico aveva accolto in sè il Cristo, non fu solamente «adornato», ma «unto», vale a dire compenetrato dal Visva Karman, dal Cristo!
Dovunque gli uomini ebbero una lontana idea, o anche, attraverso all’iniziazione, una conoscenza di questi fatti, di questi grandi misteri dell’evoluzione umana, questo mistero si rifletté come in un simbolo, come in un’immagine. Vediamo, p. es., come in quei poco conosciuti Misteri del Nord dell’Europa, i Misteri dei «Trotti», venisse creato, prima dell’apparire del cristianesimo, un simbolo terreno del fatto spirituale della Loggia dei dodici Bodhisattwa. Nei misteri dei Trotti, ai tempi antichi dell’Europa, vi era sempre, fra coloro che entro l’evoluzione spirituale erano i maestri, una comunità di dodici. Questi erano gli Annunziatori. E fra loro vi era un Tredicesimo, che non sempre insegnava, ma che per la semplice sua presenza irradiava la saggezza, che gli altri ricevevano. Questa era l’immagine terrena di un fatto celeste, spirituale. Anche nella poesia «I Misteri», nella quale Goethe ha fatto cenno della sua ispirazione rosicruciana, troviamo dodici, che stanno attorno a un Tredicesimo, e vediamo che questi non ha bisogno di essere un grande maestro, perchè, dopo che il Tredicesimo sarà partito da loro, i dodici dovranno eleggere come tredicesimo il fratello: Marco, in tutta la sua semplicità. Egli sarà il latore, non di una dottrina, bensì della sostanza spirituale stessa. Così fu dovunque si ebbe sentore, oppure conoscenza, di questo altissimo fatto.
Col battesimo nel Giordano era dunque venuto per E evoluzione umana il momento, in cui questo celeste «Tredicesimo» doveva apparire sulla Terra come la sostanza spirituale stessa di cui tutti gli altri — i Bodhisattwa e il Buddha — avevano insegnato la dottrina; e le preparazioni più grandiose erano state necessarie, affinchè questa entità potesse immergersi in un corpo umano. Questo è il mistero del Battesimo nel Giordano. E questo è E Essere che d viene descritto nei Vangeli: Visva Karman, l’Ahura Mazdao, ovvero il Cristo,—come fu chiamato più tardi, — nel corpo del Gesù natanico. Come tale, questo Essere doveva peregrinare per tre anni sulla Terra in figura umana, uomo fra gli uomini, in quell’Entità umana così provata, che fino al suo trentesimo anno era passata per tutto ciò che qui abbiamo narrato. Questo Gesù natanico era compenetrato e illuminato da quell’Entità, la quale si nascondeva prima nei luminosi e riscaldanti raggi del sole, che si versavano risplendendo dal cosmo; da quell’Entità, che si era una volta dipartita dalla Terra al suo separarsi dal Sole.
Ormai però possiamo porci un’altra domanda, e cioè: Perchè questa Entità ha aspettato tanto, prima di riunirsi coll’evoluzione umana sulla Terra? Perchè non vi è discesa più presto? Perchè non compenetrò prima di allora un corpo eterico umano, come lo compenetrò al Battesimo di Giovanni nel Giordano?
Questo lo potremo capire, se si cerca d’intendere in modo più esatto quell’evento, che l’Antico Testamento ci descrive come la «caduta nel peccato».
Questo evento consiste in ciò, che talune entità, le quali erano rimaste ferme al livello dell’antica evoluzione lunare, penetrarono durante l’antica epoca lemurica nel corpo umano astrale. Questo fu allora compenetrato dalle entità luciferiche; ciò che ci viene rappresentato figuratamente nella caduta nel Peccato in Paradiso. Pel fatto, che queste forze penetrarono nel corpo astrale umano, l’uomo rimase impigliato più profondamente nelle vicende terrene, di ciò che sarebbe stato altrimenti. Se non avesse ricevuto questo influsso luciferico, egli avrebbe compiuto la sua carriera sulla Terra in altezze più elevate, meno irretito, per così dire, nella materia terrena. Perciò l’uomo discese sulla Terra, prima del tempo che veramente avrebbe dovuto. E se null’altro avesse avuto luogo, se fosse avvenuto soltanto ciò che ora abbiamo detto, tutto l’effetto delle forze luciferiche radicatesi allora nel corpo astrale dell’uomo, si sarebbe fatto valere pure nel corpo eterico. Le Potenze cosmiche dovettero impedire questo, e lo fecero mercè un provvedimento affatto speciale. (Nel mio libro «La Scienza Occulta» viene spiegato anche da un altro aspetto ciò che qui s’intende). L’uomo non poteva rimanere tale quale era dopo che aveva accolto le forze: luciferiche nel suo corpo astrale. Doveva venir preservato dall’azione delle forze luciferiche sul suo corpo eterico. Ciò si raggiunse allora, col rendere l’uomo incapace di adoperare completamente il suo corpo eterico. Una parte del corpo eterico venne 'sottratta all’arbitrio dell’uomo. Se questo beneficio degli Dei non fosse venuto, se l’uomo avesse conservato il potere sull’intiero suo corpo eterico, egli non avrebbe mai potuto trovare in modo giusto la via attraverso l’evoluzione terrestre. Certe parti del corpo eterico umano dovettero allora venir tratte fuori e messe in serbo per tempi successivi. Cerchiamo ora di ravvisare, col nostro occhio spirituale, di quali parti si trattava.
L’uomo consta, anzitutto di quelle parti che vediamo anche fuori nel mondo: l’elemento solido, o «terra», l’elemento liquido, o «acqua» e l’elemento gassoso, o «aria». Questi sono gli elementi, che formano il corpo fisico umano, come formano tutto ciò che è fisico. Ciò che è «eterico» comincia col primo stato eterico, che chiamiamo lo stato dell’etere-fuoco, o «fuoco» addirittura.
Il fuoco o calore, ciò che la fisica odierna considera non come qualche cosa di sostanziale, ma come solo movimento, è però il primo stato dell’etere. Il secondo stato dell’etere è l’etere-luce, o «luce» senz’altro; e il terzo è ciò che, a tutta prima, non appare nemmeno all’uomo nella sua forma originaria; nel mondo fisico l’uomo può percepire solo un riflesso, quasi un’ombra di questo etere, come suono. Ma a base di ciò che esteriormente è «suono», sta qualcosa di più sottile, di eterico, qualcosa di spirituale; sicché dobbiamo qualificare il suono fisico come una mera ombra del suono spirituale, dell'etere-suono ovvero etere numerico. La quarta regione eterica è il vero e proprio etere-vita, è quello che sta a base di tutto ciò che è «Vita». Nell’uomo fisico qual’è attualmente, tutto quello che è «animico» s’imprime nella sua corporeità fisica e nella sua corporeità eterica. Ma tutto ciò che è animico è, per così dire, ripartito fra le diverse sostanze dell’eterico. Ciò che chiamiamo Volontà, si esprime etericamente in quello che chiamiamo «Fuoco». Chi è'anche minimamente ricettivo per certe correlazioni proprie alle sensazioni, sentirà che si ha un certo diritto di dire, che la volontà che si esprime fisicamente nel sangue, vive nell’elemento eterico del fuoco; fisicamente essa si esprime nel sangue, e sotto certe condizioni nel movimento del sangue. Ciò che chiamiamo sentimento, si esprime nella parte del corpo eterico che corrisponde all’etere-luce. Perciò il chiaroveggente dell’eterico, vede gl’impulsi volitivi dell’uomo come fiamme guizzanti nel suo corpo eterico o irradianti nel corpo astrale; mentre vede i sentimenti come forme di luce. Ma ciò che l’uomo sperimenta nella sua anima come suo pensiero, e che esprime nelle parole, non sono che ombre del pensiero come vi sarà facile comprendere, poiché anche il suono fisico non è che un’ombra di un elemento superiore. Le «parole» hanno il loro organo nell’etere-suono. A base delle nostre parole sono i pensieri; le parole sono forme di espressione per i pensieri. Queste forme di espressione riempiono lo 'spazio eterico, in quanto mandano le loro vibrazioni attraverso l’etere-suono. Ma ciò che è «suono» è appunto soltanto come un’ombra delle vere vibrazioni di pensiero. E ciò che è l’interiorità di tutti i nostri pensieri, ciò che dà il senso ai nostri pensieri, appartiene, riguardo allo stato eterico, all'etere-vita propriamente detto.
Senso — Etere-Vita
Pensiero —Etere-Suono
–––––––––––––––––––––––––
Sentimento — Etere-Luce
Volontà — Etere-Fuoco
Aria
Acqua
Terra
Di queste quattro forme di etere, al tempo lemurico, dopo l’influsso luciferico, vennero lasciate a volontaria e libera disposizione degli uomini solo le due inferiori: l’etere-fuoco e l’etere-luce; mentre le due specie di etere superiori vennero sottratte all’uomo. Questo è il significato interiore della narrazione biblica che dice: Dopo che gli uomini per l’influsso luciferico ebbero acquistato il discernimento del bene e del male, ciò che figuratamente si esprime col gustare dell’«albero della conoscenza», venne loro vietato di gustare dell’«albero della vita». Vale a dire, venne tolto loro quello che avrebbe per atto di libera volontà compenetrato l’etere-pensiero e l’etere-senso. Perciò gli uomini, da allora in poi, dovettero svilupparsi nel modo seguente: fu posto in balìa di ogni uomo ciò che corrisponde al suo volere: difatti l’uomo può far valere la sua volontà come «sua personale», e così pure i suoi sentimenti. Il sentimento e la volontà sono dati in balìa del singolo per la sua personalità; da qui proviene il carattere individuale del mondo del sentimento e del mondo della volontà. Questo carattere individuale viene meno non appena saliamo dal sentimento al pensiero anzi già nell’espressione dei pensieri, nelle parole sul piano fisico. Mentre ogni uomo ha personalmente i suoi sentimenti e la sua volontà, entriamo tosto in un elemento universale, non appena saliamo nel mondo della parola e nel mondo del pensiero. Non può, Ciascuno di noi, farsi ì proprii pensieri. Se i pensieri fossero individuali quanto i sentimenti, noi non ci comprenderemmo mai. Il pensiero e il senso vennero dunque sottratti all’arbitrio umano e tenuti provvisoriamente in serbo nella sfera degli Dei, per venir dati agli uomini solo più tardi. Possiamo perciò trovare dovunque, sulla superficie della Terra, degli uomini individuali con sentimenti individuali e individuali impulsi di volontà; ma dovunque, presso ciascun popolo, troviamo uguale pensiero, e uguale linguaggio. Dove vi è un linguaggio comune, domina una comune divinità di popolo. Questa sfera è sottratta all’arbitrio umano; ivi agiscono provvisoriamente gli Dei.
Quando dunque Zarathustra coi suoi discepoli accennava al regno dello Spirito, poteva dire: «Dal cielo si riversa il calore, il «fuoco; dal cielo si riversa la luce. Queste sono le vesti di Ahura Mazdao. Ma dietro queste vesti si cela ciò dm ancora non è disceso, ciò che ancora è rimasto su, nelle sfere spirituali, ciòcche ha solo gettato un’ombra nei pensieri fisici e nelle parole fisiche degli uomini». Dietro il calore del sole, dietro la luce del Sole, si nasconde ciò che vive noi suono, nel senso, ciò che si rivelava soltanto a coloro, che erano capaci di guardare dietro la luce, e che sta alla parola terrena come la Parola celeste sta a quelle parti della Vita, che vennero provvisoriamente sottratte all’arbitrio umano. Zarathustra perciò disse i «Guardate in alto verso Ahura Mazdao: vedete come esso si manifesta nella veste fisica della luce e del calore. Ma dietro ad esso sta la divina Parola creatrice. E questa si va avvicinando alla Terra»!
Che cosa è Visva Karman? Che cosa è Ahura Mazdao? Che cosa è il Cristo nella sua vera Figura?
È la divina Parola creatrice. Perciò nella dottrina di Zarathustra incontriamo la singolare notizia, che Zarathustra viene iniziato per percepire nella luce il suo Ahura-Mazdao, ma altresì la «divina Parola creatrice», Honofer, che doveva discendere sulla Terra e che soltanto al Battesimo di Giovanni discese in un singolo corpo eterico umano. Ciò che era stato messo in serbo fin dall’epoca lemurica, la Parola, la Parola Spirito, penetrò dalle altezze eteriche entro il corpo eterico del Gesù Natanico, al battesimo di Giovanni. E quando il battesimo fu compiuto, che cosa era avvenuto? La «parola» era divenuta carne! — Che cosa avevano sempre annunziato gli esseri come Zarathustra, o coloro che conoscevano i suoi misteri? Come veggenti annunziarono «la Parola», che si cela dietro al calore e alla luce. Furono cioè «Ministri della Parola». E l’autore del Vangelo di Luca annotò ciò che i «veggenti» avevano annunziato, divenendo così «Ministri della Parola».
Così vediamo nuovamente un esempio di come i Vangeli vadano presi alla lettera. Ciò che dunque, a cagione del principio luciferico, aveva dovuto così a lungo venir sottratto all’umanità, era diventato carne in una singola personalità anzitutto , era disceso sulla Terra, per vivere sulla Terra. Perciò questa Entità è il sommo modello di coloro, che a poco a poco comprenderanno la sua natura. La nostra sapienza terrena deve prendere a esempio i Bodhisattwa. Questi hanno sempre il compito di annunziare, chi è Colui che sta come Tredicesimo in mezzo ad essi. E noi dobbiamo raccogliere la nostra scienza spirituale, e dobbiamo adoperare la nostra saggezza, le nostre cognizioni, i risultati dell’indagine occulta, per penetrare nell’essenza e nella natura del Visva Karman, dell’Ahura-Mazdao — del Cristo!
Abbiamo cercato di formarci delle rappresentazioni di ciò che sta veramente a base dei primi capitoli del Vangelo di Luca. Solo se si conoscono i processi svoltisi entro l’evoluzione umana, e dei quali abbiamo dovuto occuparci così a lungo per caratterizzarli minutamente, si può decifrare ciò che l’autore del Vangelo di Luca ha raccontato come una specie di «preistoria» del grande Avvenimento del Cristo. Ci mettiamo così in grado di sapere chi fu Colui, che poi, al trentesimo anno della sua vita, accolse in sè quel principio cosmico, che pure abbiamo caratterizzato come Principio-Cristo. È però necessario per comprendere quello che l’Evangelista Luca ci narra della personalità e dell’azione del Cristo Gesù, cioè di quella Individualità che operò poi per tre anni nel mondo, e che rappresentò il «Cristo» dentro un corpo umano, — è però necessario accennare con alcuni tratti all’evoluzione dell’umanità, considerandone taluni caratteri di cui l’epoca nostra sa così poco farsi un’idea. La nostra epoca è, sotto molti riguardi, straordinariamente miope, e crede che le leggi che stanno a base dell’evoluzione umana e di tutto quanto avviene nell’umanità oggi, oppure nel corso di due o tre secoli, sieno sempre state, e che ciò che non vale per oggi non abbia «mai» avuto valore. Perciò riesce così difficile, agli uomini di oggi, di comprendere e di accogliere spregiudicatamente delle narrazioni, che si riferiscono a un passato, qual’è quello in cui il Cristo visse' sulla Terra.
Lo scrittore del Vangelo di Luca ci racconta le azioni del Cristo Gesù sulla Terra. Ce le racconta in modo, che noi, se approfondiamo veramente il senso della sua narrazione, dovremmo acquistare sempre più un’idea di ciò che veramente era allora l’evoluzione dell’umanità. Dobbiamo nuovamente rivolgere la nostra attenzione a quello che già spesso abbiamo detto nel corso delle nostre considerazioni antroposofiche: che, cioè, l’umanità attuale ha preso le mosse anzitutto dalla catastrofe atlantea, che i nostri progenitori — cioè le nostre stesse anime in altri corpi — hanno vissuto nell’antica Atlantide, su quel continente che dobbiamo cercare fra l’Europa e l’Africa da una parte e l’America dall’altra. Poi venne la grande catastrofe atlantea, che trasformò la faccia della Terra. Le masse umane, partendo dall’Atlantide, emigrarono verso oriente e verso occidente, e popolarono la Terra, così come l’abbiamo descritto per l’epoca atlantea. Sorsero così nell’epoca postatlantea le diverse civiltà che abbiamo caratterizzate come l’antica civiltà indiana,, .la persiana antica, l’egizio-caldaica, la greco-latina, e quella in cui viviamo oggidì. Orbene, ci si forma un’idea del tutto falsa dell’evoluzione umana, se si crede che l’uomo sia stato sempre costituito così come lo è oggi durante questo periodo dell’evoluzione postatlantea. Al contrario, egli è andato continuamente trasformandosi; la natura umana subì importanti e profondi mutamenti. I documenti storici esteriori non dànno notizia se non di pochi millennii. Solo quell’unica fonte, inaccessibile all’indagine esteriore, che chiamiamo la Cronaca dell’Akasha, e che abbiamo un poco caratterizzata anche in questo ciclo di conferenze, ci dà notizia dell’evoluzione, a cominciare dalla catastrofe atlantea. — Ivi troviamo che, dopo la catastrofe atlantea, si sviluppò anzitutto la civiltà antica indiana, durante la quale gli uomini vivevano ancora, relativamente, nel loro corpo eterico, e non così addentro nel loro corpo fisico come più tardi. La grandissima maggioranza della popolazione indiana era chiaroveggente, di una chiaroveggenza ottusa crepuscolare, senza però avere ancora sviluppato l’attuale coscienza dell’Io. La coscienza era simile a una coscienza di sogno; ma in compenso era una coscienza che ancora penetrava nei sostrati dell’esistenza, nel mondo spirituale. Ora noi siamo soliti rilevare tutto ciò che si connette con la conoscenza e con la forma della conoscenza, poiché il saperlo è necessario agli uomini di oggi, per aiutarli a procedere oltre verso l’avvenire. Noi rileviamo sempre come questi nostri progenitori dell’antica India conoscessero e vedessero il mondo, e come essi fossero molto più chiaroveggenti che non gli uomini delle epoche successive. Se però vogliamo comprendere il Vangelo di Luca, dobbiamo mettere in rilievo ancora un’altra qualità di quei nostri progenitori.
In quel tempo, quando il corpo eterico emergeva ancora da ogni parte fuori dal corpo fisico, e non era ancora così fortemente congiunto con esso, come lo è oggidì, tutte le forze animiche e le qualità dell’uomo avevano un potere molto maggiore sul corpo fisico. Ma quanto più il corpo eterico penetrò nel corpo fisico, tanto più debole diventò, tanto meno potere esercitò sul corpo fisico stesso. Negli antichi atlantei la parte del corpo eterico corrispondente alla testa emergeva ancora grandemente al di sopra del corpo fisico; in certa misura succedeva così anche negli antichi indiani. Questo permetteva loro, da un canto, di sviluppare la coscienza chiaroveggente, dall’altro però di avere anche un grande potere sui processi del corpo fisico. Se paragoniamo un corpo indiano antico con un corpo del tempo nostro, troviamo che attualmente il corpo eterico è giunto al massimo della sua penetrazione entro il corpo fisico, del suo collegamento coi fatti del corpo fisico. Oggi tocchiamo ormai al limite, dove il corpo eterico nuovamente esce dal corpo fisico, se ne libera e diventa più indipendente; e quanto più l’umanità procederà verso l’avvenire, tanto più il corpo eterico uscirà fuori dal corpo fisico; oggi l’umanità ha già un poco oltrepassato il punto di massima comunione fra il corpo eterico e il corpo fisico. Se paragoniamo un antico corpo indiano con un corpo attuale, possiamo dire che nel primo il corpo eterico è ancora relativamente libero, che l’anima può sviluppare delle forze che agiscono entro il corpo fisico, e che il corpo eterico accoglie le forze dell’anima perchè non è ancora tanto legato al corpo fisico; in compenso però domina anche maggiormente il corpo fisico. Ne deriva come conseguenza, che le azioni, che a quel tempo vengono esercitate sull’anima, si ripercuotono in misura enorme anche sul corpo. Quando durante l’epoca indiana un uomo che odiava un altro uomo pronunciava una parola piena di odio, quella parola «pungeva» l’altro; agiva fin dentro la sua compagine fisica. L’anima agiva ancora sul corpo eterico e l’eterico sul corpo fisico. Questa forza venne tolta al corpo eterico. E se, d’altro canto, veniva pronunciata una parola di amore, ciò aveva un’azione dilatante, riscaldante, dischiudente sull’altro uomo, e così pure sul corpo fisico. Era perciò allora di molta importanza dire una parola di amore piuttosto che una parola piena di odio, perchè ciò agiva su tutti i processi del corpo. Quest’azione andò sempre più affievolendosi, quanto più addentro il corpo eterico penetrava nel corpo fisico. Oggidì la cosa è diversa. Oggi una parola che noi diciamo, agisce a tutta prima solo sull’anima, e sono ormai molto rari gli uomini, che sentono una parola dura e astiosa come se irrigidisse in loro qualche cosa, e una parola amorevole come se li dilatasse e li rendesse beati. Quei singolari effetti, che noi possiamo ancora oggi sentire nel nostro cuore fisico come conseguenza di una parola di amore o di odio, erano stati di una intensità immensa all’inizio della nostra evoluzione postatlantea. Di questi effetti che si potevano ottenere allora sull’anima, si poteva trarre ben altro partito che non si possa oggidì, perchè oggi non fa gran differenza il modo come una parola viene pronunciata. Per quanto amore si possa mettere in una parola, quando essa va a urtare contro l’organismo umano attuale, viene sempre, più o meno, respinta; non può penetrarvi; perchè ciò non dipende soltanto dal modo come viene detta, ma anche dal modo come può venire accolta.
Oggidì dunque non è possibile agire così immediatamente sull’anima dell’uomo da penetrare fin dentro a tutto il suo organismo fisico. Non è possibile in modo immediato. Però in un certo qual modo diventerà nuovamente possibile; poiché ci avviciniamo a un avvenire, nel quale ciò che è spirituale riacquisterà la sua importanza. Già oggi possiamo accennare come queste cose saranno in avvenire.
Nel nostro ciclo umano attuale, possiamo oggidì fare ben poco, affinchè l’amore, la benevolenza, la saggezza che vivono nella nostra anima si riversino in modo immediato in un’altr’anima, acquistando in essa quella forza che agisce fin dentro il corpo fisico. Oggi dobbiamo dirci, che solo a poco a poco possiamo produrre un simile effetto. Questo modo di agire spiritualmente ricomincia. E comincia appunto sul terreno, dove viene piantata la concezione scientifico-spirituale del mondo; perchè questa concezione è il principio del rafforzamento dell’azione dell’anima. Solo in pochi casi è possibile oggi che una parola ottenga degli effetti fisici. È però possibile che delle persone si riuniscano per accogliere nella loro anima una somma di verità spirituali. Queste verità spirituali si rinforzeranno a poco a poco, acquisteranno potenza nelle anime e in tal modo forza di' operare anche dentro l’organismo fisico e di formarlo a loro immagine. Sicché in avvenire l’elemento animico-spirituale riacquisterà una gran potenza sul fisico e lo plasmerà secondo la propria immagine.
In quegli antichissimi tempi della civiltà primordiale indiana, anche quelle che, p. es., si chiamano le «guarigioni» erano diverse da quel che furono più tardi; poiché tutto ciò è connesso con quanto abbiamo detto or ora. Siccome con quello che operava sull’anima, si poteva ottenere un enorme effetto sul corpo, si poteva con la Parola compenetrata dal giusto impulso di volontà agire sull’anima di un altro in modo tale, che l’anima di quest’ultimo a sua volta trasmetteva l’azione sul corpo eterico e questo sul corpo fisico. Se si aveva un’idea dell’effetto che si voleva produrre sull’altro si poteva, in un organismo malato, produrre l’effetto corrispondente sull’anima, e attraverso questa, sul corpo fisico, arrecando così la salute. Ora pensate tutto questo elevato al massimo grado, perchè il medico indiano dominava particolarmente quelle influenze e quell’azione sulle anime, e vi renderete conto che all’epoca indiana il «guarire» era un processo molto più spirituale che non possa essere ora e dico espressamente: che non possa essere ora. Ma, avviandoci verso il futuro, ci riavviciniamo nuovamente a siffatti modi di operare. Questa concezione del mondo, questa somma di verità corrispondenti al grande contenuto spirituale del mondo, che abbiamo attinta dalle altezze cosmiche spirituali, fluirà entro le anime umane, e, andando E umanità incontro all’avvenire, diventerà essa stessa un rimedio curativo alimentato dall’interiorità più profonda dell’uomo. La scienza dello Spirito sarà sempre più, in avvenire, il grande farmaco delle anime. Solamente dobbiamo comprendere, che l’umanità percorse una via discendente nella sua evoluzione, che gli influssi spirituali andarono sempre più ritirandosi, e che ci troviamo in un bassofondo dell’evoluzione, dal quale potremo solo a poco a poco risollevarci alle altezze alle quali una volta ci trovavamo. — Lentissimamente andarono perdendosi quegli influssi, che nell’antica India esistevano ancora a così alto grado. Per esempio, nell’antica civiltà egizia, esistevano ancora organismi siffatti, sui quali si poteva operare per influsso di un’anima sull’altra. Quanto più si risalisse il passato dell’antica ,civiltà egizia, tanto più si troverebbero gli influssi di un’anima sull’altra, trasmissibili anche all’organismo fisico. Molto meno essi esistevano nell’antica epoca persiana. Poiché questa aveva un altro compito; era cioè chiamata a dare il primo impulso alla penetrazione nel mondo fisico. In rapporto alle facoltà, che ho or ora caratterizzate, la civiltà egizia è molto più affine alla civiltà indiana che non alla persiana. In quest’ultima l’anima comincia già a rinchiudersi sempre più in sé stessa, ad avere sempre minor potere sull’organismo esteriore, perchè aveva sempre più da formare in sè stessa l’autocoscienza. Perciò a quella tendenza che si era conservata il dominio sullo spirito doveva unirsi un’altra corrente di cultura, prevalentemente fondata sull’approfondimento interiore, sulla formazione dell’autocoscienza, e queste due correnti dovevano trovare una specie di pareggio in quella che chiamiamo l’epoca greco-latina. Questo è il quarto periodo di civiltà postatlantea, nel quale l’umanità è già così profondamente discesa nel mondo fisico, che si può stabilire una specie di equilibrio tra il fisico e l’animico-spirituale. Vale a dire che in questa quarta civiltà, l’anima e lo spirito hanno sul corpo all’incirca altrettanto dominio, quanto il corpo ha dominio sull’anima. È avvenuto una specie di pareggio tra i due: l’umanità è discesa fino a uno stato d’equilibrio.
Ora però l’umanità deve nuovamente passare per una specie di prova mondiale, prima di poter risalire nelle altezze spirituali. Da ciò è derivato che l’umanità, dopo l’epoca greco-latina, discese realmente ancora più profondamente dentro la materialità fisica. Tutto ciò che ha a che fare col fisico, col corporeo, è disceso ancora più in basso. Nell’epoca in cui viviamo — la quinta epoca postatlantea, l’uomo venne in sostanza cacciato più giù, al di sotto della linea di equilibrio, e potè, a tutta prima, elevarsi soltanto interiormente, accogliendo una consapevolezza del mondo spirituale, che aveva un carattere piuttosto teorico. Egli dovette rafforzarsi interiormente. Così vediamo, nell’epoca greco-latina, uno stato di relativo equilibrio, mentre ora, all’epoca nostra, il fisico ha ottenuto il predominio, e signoreggia sull’animico-spirituale. Vediamo l’elemento animico-spirituale divenuto, in certo senso, impotente; non può più essere accolto, se non teoricamente. L’interiorità dell’uomo ha dovuto limitarsi, durante questi secoli, a rafforzarsi internamente, con un rafforzamento che non si svolge nella coscienza manifesta. Dovrà a poco a poco rafforzarsi talmente, da potere sviluppare al riguardo anche una nuova coscienza. E quando un certo grado di forza sarà stato raggiunto ciò che avverrà nella gesta epoca di civiltà postatlantea — allora, per il fatto che l’uomo sarà andato accogliendo sempre maggiore nutrimento spirituale, da questo nutrimento spirituale deriverà alla sua anima e al suo spirito, non più una saggezza teorica, ma una saggezza vivente, una verità vivente. Allora lo spirito sarà tanto forte, da poter nuovamente — ma ora dall’altra parte — conquistare il dominio sopra il corpo fisico.
Come possiamo dunque, da questo punto di vista, spiegare veramente la missione della scienza dello Spirito per l’umanità?
Se all’epoca nostra la scienza dello Spirito diventerà sempre più una cosa vivente nell’interno dell’anima, una cosa capace di stimolare non soltanto l’intelletto umano, ma di riscaldare sempre più l’anima, allora l’anima si rafforzerà talmente da ottenere il dominio sul fisico. Per raggiungere ciò, sono naturalmente necessari degli stadii di transizione, che a tutta prima si presentano come stadii di decadenza, come dei danni. Ma queste sono forme di transizione, che cederanno il posto a quello stato futuro, in cui gli uomini accoglieranno entro le loro idee la vita spirituale, in cui l’umanità nel suo complesso riconquisterà il dominio dell’anima e (dello spirito su ciò che è fisico e materiale. E ciascun uomo, che oggidì non soltanto, s’interessa alle cognizioni della saggezza spirituale perchè esse stimolano il suo intelletto, ma che è capace di entusiasmarsi per queste verità, e di derivarne una soddisfazione intima e viva, sarà un precursore di quegli uomini, che nuovamente riconquisteranno il giusto dominio dell’anima sul corpo. — Al tempo nostro possiamo già indicare le grandi verità che riguardano dei fatti come quelli che P anima nostra ha passati in rassegna in questi ultimi giorni: quei fatti grandiosi, cioè, del confluire dell’elemento buddistico con l'elemento zaratustriano, e tutti gli altri fatti che avvennero all'inizio della nostra èra in Palestina.
Abbiamo potuto mostrare come la Saggezza, nel progredire del mondo, si sia creata quelle due figuro infantili del Gesù natanico e del Gesù salomonico, e per mezzo di quei processi grandiosi abbia fatto confluire insieme le correnti universali, elio prima erano fluite separatamente sulla Terra.
Vi possono essere due modi di considerare tutto ciò che abbiamo lasciato agire su di noi nelle nostre riunioni precedenti. Qualcuno potrebbe dire: «tutto questo a tutta prima ha un’apparenza alquanto fantastica per la nostra coscienza attuale; ma se metto sul piatto della bilancia tutti gli effetti esteriori che realmente esistono, tutto ciò mi appare molto plausibile, e i Vangeli mi sembrano spiegabili soltanto, se prendo come presupposto questo che viene rilevato dalla Cronaca dell’Akasha». Qualcuno può, p. es., sentire interesse per ciò che gli si racconta intorno alle figure dei due Gesù, può sentirsene appagato e dire: «ecco, ora posso spiegarmi molte cose, che prima non potevo spiegarmi». E un altro a sua volta potrebbe dire: «per me ora vi è ancora dell’altro; se abbraccio con lo sguardo tutti questi processi, se riepilogo tutto ciò che l’indagine occulta mi racconta di quel meraviglioso intervento del Nirmanakaya del Buddha che sta dietro alla rivelazione dei pastori nella notte di Natale ecc. ecc., e se contemplo anche l’altra corrente e vedo la «stella» guidare i seguaci di Zarathustra allorché il loro capo riapparve sulla Terra, — se osservo come le correnti universali vadano a confluire l’una nell’altra, come si congiunga ciò che prima scorreva separatamente; se lascio agire tutto ciò sulla mia anima, ne risento anzitutto una grande impressione: l’impressione che tutto ciò è indescrivibilmente bello nel corso del divenire del mondo!» Anche questa impressione si può avere, che tutto ciò è meraviglioso, splendido, grandioso! In verità, abbiamo qui qualche cosa che può, per così dire, accendere la nostra anima, infiammarla per la bellezza dei reali processi del mondo.
E questo è il meglio che noi possiamo guadagnare dalle grandi verità! Le «piccole» verità appagheranno il nostro bisogno di conoscenza — e le «grandi» verità riscalderanno la nostra anima, così che diremo: «Ciò che percorre così i processi cosmici è in pari tempo qualcosa d’immensamente bello!» E se lo sentiamo così in tutta la sua bellezza, in tutta la sua grandiosità, comincerà allora a prendere radice in noi, a superare la mera comprensione teorica. — Come dice infatti Gesù, secondo il Vangelo di Luca?
«Il seminatore uscì a seminare la sua semenza; e mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada, fu calpestata, e gli uccelli del cielo la beccarono. E un’altra cadde sulla roccia; e come fu nata seccò, perchè non aveva umidità. E un’altra cadde in mezzo alle spine; e le spine crebbero insieme al seme e l’affogarono. E un’altra cadde nella terra buona, e crebbe e fruttò il cento per uno». (Luca, Vili v. 5-8).
Lo stesso è della concezione antroposofica; anche ad essa si può applicare ciò che il Cristo Gesù disse ai suoi discepoli, come spiegazione di questa parabola del seminatore. Il seminatore è il regno degli Dei, il regno dei Cieli, il regno dello Spirito. Questo regno dello Spirito deve penetrare come un seme nelle anime umane, deve diventare attivo sulla Terra. Vi sono degli uomini che hanno in sé soltanto quelle forze animiche, che respingono la visione spirituale del mondo, il regno delle entità divino-spirituali. Il seme viene divorato dagli avversari dentro l’anima umana; viene subito respinto, prima ancora di potere in qualsiasi modo germogliare. Ciò vale per molti, rispetto alle parole del Cristo Gesù —, e Vale pure oggidì per molti, rispetto a ciò che l’antroposofia ha da portare nel mondo: essa viene respinta, gli uccelli la divorano per così dire — e non U lasciano nemmeno penetrare nel terreno. Poi può accadere — sia per la parola del Cristo Gesù, sia per la parola della sapienza spirituale che essa venga bensì rivelata a un'anima, ma che questa non sia abbastanza profonda per assimilarla. Quest’anima è sufficientemente preparata per comprendere la plausibilità di tali verità; ma non abbastanza per congiungerle con la sua propria sostanza ed entità. Forse essa sarà anche in grado di passare ad altri quella sapienza, ma non l’ha assimilata in modo da unificarsi con essa; la semente è caduta sulla roccia, e non può germogliare. E la terza semente è caduta nel cespuglio di spine; ivi germoglia bensì, ma non può crescere. Ciò significa spiega il Cristo Gesù che vi sono uomini, la cui anima è così riempita dalle cure e dagli interessi della vita quotidiana, che pure essendo in grado di capire la parola della verità spirituale, questa vi resta soffocata da quegl’interessi, come da un cespuglio di spine. Anche oggidì vi sono anime, e sono molto numerose, che volentieri elaborerebbero in sè le verità della scienza dello Spirito, se il resto, la vita esteriore, non le prendesse in modo da assorbirle continuamente. E solo pochi sono in grado di .sviluppare le verità spirituali liberamente, come si sviluppa il quarto seme della parabola. Questi sono coloro che cominciano a sentire l’elemento antroposofico come una verità vivente, che l’accolgono nell’anima come elemento vitale, e vivono completamente in esso; questi sono al tempo stesso i preparatori dell’azione delle verità spirituali nell’avvenire. Nessuno però, che non abbia la giusta fiducia, e la giusta convinzione della verità e dell’efficienza di questa saggezza spirituale, per sua propria forza animica interiore, potrà mai venirne persuaso da alcunché di esteriore. Infatti, è forse una prova contro l’efficienza della saggezza spirituale se oggidì essa non agisce ancora fisicamente su tanti e tanti uomini? Al contrario, si potrebbe dire: è una prova della sanità della sapienza spirituale, che spesso essa tocchi in modo negativo i corpi fisici così massicci nei quali va ad imbattersi. Se un uomo, fisicamente debole, nato in città, e abituato fin da bambino a respirare soltanto aria cittadina, ciò che ha appunto indebolito la sua salute, non risana quando viene portato nell’aria pungente e vibrante della montagna, ma forse anzi se ne ammala gravemente, — ciò non costituisce una prova contro la salubrità dell’aria montanina; così non costituisce una prova contro l’efficienza delle verità spirituali, se esse, penetrando in certi organismi
umani, vi possono portare del danno — anche transitoriamente. Perchè esse, penetrando in ciò che da secoli e millennii si è accumulato per eredità nei corpi umani, non vi trovano se non ciò che ad esse non è adatto. Sotto questo riguardo non possiamo ancora cercare le prove nel mondo esteriore; dobbiamo penetrare in queste verità e
acquistarcene noi la forte convinzione. Per quanti indizi e prove si possano trovare nel mondo esterno dobbiamo avere la possibilità di penetrare nell’interno, dobbiamo formare in noi la persuasione! e dire a noi stessi: se qua o là queste verità antroposofiche esercitano un effetto troppo energico, ciò avviene perchè gli uomini che le ricevono sono in condizione malsana. La sapienza spirituale è sana ugualmente, — ma non sempre sono sani gli uomini. Perciò è comprensibile, che non tutta la sapienza spirituale che potrà accostarsi agli uomini nel corso del tempo venga già oggi rivelata. Verrà ben provveduto, affinchè il danno non sia troppo grande: non si mandano a un tratto i figli della città all’aria di montagna troppo vibrata per essi! Perciò può venire comunicato solo di tanto in tanto ciò che la normalità degli uomini può sopportare.
Se venisse rivelato intieramente ciò che esiste in fatto di cognizioni anche più profonde, gli uomini dotati di certi organismi ne resterebbero spezzati, come, la malferma salute fisica nell’aria di montagna. Solo a poco a poco le grandi verità possono venir rivelate all’umanità; ma questa rivelazione avverrà, e produrrà un vasto risanamento nelle condizioni dell’umanità.
Tutto ciò sta dietro a quello che noi comprendiamo nel concetto di «movimento scientifico-spirituale». Gli uomini devono lentamente riconquistarsi ciò che hanno dovuto perdere: la signoria dell’anima e dello spirito sulla materia. Lentamente essa si era andata perdendo, dalla civiltà indiana fino all’epoca greco-latina. Ancora all’epoca greco-latina esistevano uomini, i quali — come eredità dei tempi antichi — avevano il corpo eterico emergente dal corpo fisico, e in tutto il loro organismo erano accessibili agli influssi animico-spirituali. Perciò il Cristo Gesù doveva apparire appunto in quell’epoca. Se venisse all’epoca nostra, non potrebbe operare come operò allora, non potrebbe come allora presentarsi come grande modello al mondo. Al tempo nostro troverebbe degli organismi umani immersi molto più addentro nella materia fisica. Egli stesso dovrebbe oggidì discendere in un organismo fisico, nel quale quel poderoso influsso dell’animico-spirituale sulla materia non potrebbe più verificarsi. Ciò vale non soltanto per il Cristo Gesù, ma altresì per tutti gli altri avventi del genere; e non possiamo comprendere l’evoluzione umana, se non la illuminiamo da questo punto di vista. Ciò vale, p. es., anche per il Buddha e per la sua comparsa sulla Terra. Abbiamo veduto, quale missione avesse il Buddha. Egli ha mostrato per primo ciò che si può chiamare «la grande dottrina dell’amore e della compassione» e tutto ciò che vi si connette e che viene descritto nel-l’«ottuplice sentiero». Credete che, se il Buddha comparisse oggi, potrebbe fare lo stesso nella medesima maniera? No. Perchè oggi non sarebbe possibile l’esistenza di un organismo fisico che permettesse al Buddha quell’evoluzione, per la quale egli passò a quel tempo. Gli organismi fisici si trasformano continuamente. Doveva venire scelto esattamente quel momento per collocare nel mondo quell’organismo esemplare, affinchè il Buddha potesse discendere e adoperare quell’organismo umano, per compiere una volta quell’atto poderoso dell’«ottuplice sentiero», il cui effetto deve perdurare, perchè gli uomini se ne possano spiritualmente compenetrare. Oggi tocca all’umanità di far suo a poco a poco l’ottuplice sentiero nell’anima e nello spirito. È strano a dirsi, pure è così: tutto ciò che da allora in poi l’umanità ha prodotto in fatto di dottrine morali e filosofiche, non è che un debole principio per raggiungere ciò che il Buddha una volta aveva messo al mondo. Per quanto gli uomini ammirino tutte le possibili filosofie, per quanto si esaltino per il Kantismo ed altre cose simili, tutto ciò è un’inezia, è qualcosa di elementare di fronte ai principii così vasti e comprensivi dell’ottuplice sentiero. E solo a poco a poco l’umanità potrà risollevarsi fino a comprendere ciò che sta dietro alle parole dell’ottuplice sentiero. Una manifestazione siffatta viene anzitutto presentata al mondo al giusto momento come un fatto generale; da questo poi l’evoluzione si svolge; l’umanità lo prende come un punto di partenza per raggiungere poi, dopo lungo tempio, ciò che prima le era stato messo davanti come esempio grandioso. Così il Buddha visse al suo tempo e portò al mondo la dottrina dell’amore e della compassione come un segno per le generazioni future, che si conquisteranno via via la capacità di riconoscere per forza propria ciò che è contenuto nell’ottuplice sentiero. E nella sesta epoca di civiltà, saranno già numerosi gli uomini che tale facoltà possederanno. Oh! c’è ancora da percorrere una via abbastanza lunga, prima che gli uomini possano dirsi: «l’esempio che il Buddha ci ha dato nel quinto e sesto secolo avanti la nostra èra, noi lo possiamo ora seguire, per virtù della nostra anima stessa, siamo ora diventati simili al Buddha nella nostra anima».
Così l’umanità deve arrivare al vertice a poco a poco. I primi seguaci sono coloro che, con una individualità corrispondente, sorgono in una grande epoca e poi ne portano seco i retaggi, per poterne comprendere il valore. Il resto della massa umana procede a poco a poco e raggiunge solo molto più tardi ciò che le è stato indicato come un segno da raggiungere. Ma allora, quando buon numero di uomini saranno arrivati a possedere come cosa propria, per conoscenza autogena della propria anima, l’ottuplice sentiero non solo come una dottrina che ricavano dal Buddhismo, — allora quei medesimi uomini saranno già molto avanzati sotto altri riguardi. Leggete nel libro «L’Iniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori» come lo sviluppo del fiore di loto a 16 foglie sia connesso coll’ottuplice sentiero. Gli uomini saranno allora arrivati a sviluppare appunto il fiore di loto a 16 petali, attraverso all’ottuplice sentiero. Le due cose sono strettamente collegate. Per chi è capace di penetrare con lo sguardo entro l’evoluzione umana, esiste un segno che indica fino a qual punto l’umanità si è evoluta; essa è (evoluta tanto, quanto ha sviluppato il fiore di loto a 16 foglie, il quale sarà uno dei primi organi, di cui gli uomini si serviranno in avvenire. E quando quest’organo sarà sviluppato, si sarà anche stabilito un certo dominio dell’anima e dello spirito sopra il fisico. Oggi, solo colui che intraprende un’evoluzione spirituale nel senso esoterico, può dire di essere sulla via di far veramente suo nel giusto modo l’ottuplice sentiero. Gli altri lo «studiano»; — ciò ch’è naturalmente molto utile, perchè serve d’incitamento.
Vediamo però così, che, in sostanza, l’elemento animico-spirituale può agire soltanto in quegli uomini, che già cominciano a unire organicamente con la propria anima la sapienza spirituale che viene loro data. E si può dire che, nella medesima misura in cui diventa vera e propria esperienza dell’anima, l’ottuplice sentiero reagisce poi sul fisico.
E ora i sapientoni materialisti dei nostri giorni potranno venirci a dire: «Guarda il tale che aveva iniziato un’evoluzione occulta, ossia, aveva incominciato a rendere viva in sè nel senso che tu dici la saggezza spirituale; eppure è morto a 50 anni! essa non ha certo servito a prolungargli la vita»! Questa è una verità veramente «sapiente», che si può sempre sentirsi dire. È peccato solo che chi dice così non consideri mai l’aspetto inverso, e cioè: quanto sarebbe vissuto quel tale se non avesse intrapreso uno sviluppo occulto? forse sarebbe vissuto solo fino a 40 anni? — Questo quesito occorre risolvere anzitutto. Si constata sempre soltanto ciò che è avvenuto, senza tener conto di ciò che non è avvenuto. L’essenziale è di considerare le cose a questo modo.
A poco a poco, dunque, il dominio dell’animico-spirituale sul fisico era andato svanendo fino all’epoca greco-latina in cui apparve il Cristo, quando ancora esistevano abbastanza uomini, nei quali si poteva vedere l’azione dello spirito sul fisico. Il Cristo dovette comparire allora. Fosse apparso più tardi, non si sarebbero più potuti mostrare i segni, che vennero mostrati allora. Un’apparizione così grande doveva venire nel mondo precisamente all’epoca giusta.
Che cosa significa dunque la venuta del Cristo nel mondo? La venuta del Cristo nel mondo significa che l’uomo, col comprendere il Cristo nel giusto modo, impara a servirsi pienamente della sua autocoscienza, impara a compenetrare interamente la sua coscienza dell’Io, così che il suo Io acquista completamente il dominio su tutto ciò che è in lui. E sarà questo Io, - questo Io cosciente di sè stesso — che si riconquisterà di nuovo ciò che attraverso i tempi è andato perduto per l’umanità. Ma precisamente come l’ottuplice sentiero dovette una prima volta venir collocato nel mondo per opera del Buddha, così occorreva che, prima della fine degli antichi tempi, venisse mostrato visibilmente il dominio di questo principio dell’Io su tutti i processi della corporeità esteriore, che possono esistere nel mondo. Al tempo nostro non potrebbe più accadere, che, venendo il Principio-Cristo nel mondo, si spargesse nell’ambiente circostante quella poderosa azione risanatrice, che venne esercitata allora. Ci voleva un’epoca, in cui vi erano ancora uomini dai corpi eterici così emergenti, che dalla semplice parola o da semplici contatti potessero ricevere quegli effetti poderosi, dei quali oggidì non potrebbe più esistere che una debole eco. L’umanità cominciò a sviluppare l’Io, per potere dapprima comprendere il Cristo, e poi, partendo da questo punto, riconquistare ciò che aveva perduto. Si doveva mostrare, per mezzo degli ultimi esemplari dell’umanità antica, l’azione possente che l’Io, ora pienamente esistente in un uomo — nel Cristo Gesù (come una volta, alla fine del periodo terreno, lo sarà pure negli altri uomini) — esercitava, in tutti i campi, sugli uomini di quell’epoca, Questo ci rappresenta l’autore del Vangelo di Luca, per mostrarci che il Cristo portò allora nel mondo un Io, il quale compenetrava il corpo fisico, l’eterico e l’astrale umano, in modo tale da poter esercitare un’azione capace di aver influenza anche risanatrice su tutta l’organizzazione corporea. Occorreva presentare questo fatto, per mostrare che quando gli uomini si saranno appropriati in avvenire, nel volgere di migliaia di secoli, tutta la forza che potrà emanare dall’Io del Cristo, promanerà da questi «Io» umani un’azione, così come a suo tempo venne irradiata dal Cristo sull’umanità. Ciò dovette venir mostrato in ogni campo; ma poteva venir mostrato solamente per l’umanità di allora.
Venne mostrato che esistono malattie, le quali hanno origine nel corpo astrale umano. Il modo come si estrinsecano è collegato con l’entità dell’intiero uomo. Se l’uomo oggi ha cattive qualità morali, in generale esse sono limitate all’anima. Perchè l’anima non ha più oggidì quel dominio sul corpo, che aveva all’epoca del Cristo Gesù, non è facile che ogni peccato divenga pure una malattia esteriore. Ma a poco a poco ci riavviciniamo a quello stato, in cui il corpo eterico torna a staccarsi perciò comincia per l’umanità un’epoca, in cui occorre far molta attenzione, affinchè le imperfezioni dell’anima nel senso morale e intellettuale non si manifestino fisicamente come malattie. Quest’epoca comincia già. E molte di quelle malattie mezzo animiche, mezzo fisiche, che conosciamo come malattie «nervose» del nostro tempo, indicano appunto il principiare di quest’epoca. Naturalmente negli uomini di oggi, che hanno accolto la disarmonia del mondo esterno nei loro desideri e nel loro pensiero, queste cose si manifesteranno solamente come fenomeni d’«isterismo» e simili. Ma ciò si collega con la natura particolare dell’evoluzione spirituale a cui andiamo incontro, per staccarci dal corpo eterico. All’epoca, in cui il Cristo apparve sulla Terra, vi erano intorno a lui numerosi uomini, nei quali i peccati specialmente però i peccati del carattere provenienti da cattive qualità precedenti, si estrinsecavano in malattie. Ciò che, in sostanza, vive come peccato nel corpo astrale, appare come malattia, viene chiamato nel Vangelo di Luca «possessione»; l’uomo è posseduto, perchè attira spiriti estranei entro il suo corpo astrale, sicché non è più padrone di dominare tutta la sua umanità per mezzo delle sue qualità migliori. Questo si manifestava in alto grado a quei tempi, negli uomini che avevano ancora alla maniera antica la separazione del corpo eterico dal corpo fisico; in essi le qualità cattive producevano, come ce lo descrive il Vangelo di Luca, delle forme di malattie, le quali si manifestavano come possessione. Ma il Vangelo di Luca ci mostra pure come quegli uomini venissero risanati dalla vicinanza e dall’esortazione di quell’Individualità, che era nel Cristo-Gesù, ci mostra come venisse cacciato fuori da loro ciò che agiva come Male; questi fatti ci vengono presentati come esempi dell’azione risanatrice, che, alla fine del periodo terrestre, le qualità buone eserciteranno su tutte le altre qualità dell’uomo. Generalmente non si osservano le finezze, che stanno nascoste dietro a molte cose, e non si osserva, come si parli pure di tutt’altre infermità, p. es. nel capitolo che s’intitola «guarigione di un paralitico». (È giusto adoperare la parola «paralitico» e non «gottoso» come talvolta si dice, perchè nel testo greco è usata la parola «paralelymenos», che significa appunto uno, che è paralizzato nelle sue membra). A quei tempi, si sapeva ancora che queste infermità provengono da qualità del corpo eterico. E col raccontarci che il Cristo Gesù guarisce anche coloro che sono paralizzati, ci Vien fatto intendere che, mercè le forze della sua Individualità, Egli raggiunge degli effetti non solo nei corpi astrali, ma financo nei corpi eterici, sicché anche gli uomini, che sono offesi nel corpo eterico, possono subire un’azione risanatrice. Appunto là dove il Cristo parla del «peccato più profondo», che si addentra fin nel corpo eterico, adopera un’espressione speciale, la quale mostra con evidenza come anzitutto debba venir rimosso l’elemento spirituale che produce l’infermità. Egli, infatti, non dice subito al paralitico: «alzati e cammina!», ma prende di mira la causa che agisce come malattia fino dentro il corpo eterico, e dice: «I tuoi peccati ti sono rimessi!» Vale a dire che, prima di tutto, deve essere allontanato il peccato, che si è introdotto nel corpo eterico e lo ha corroso. Ma l’indagine biblica ordinaria non fa queste distinzioni più sottili; non Vede che qui viene dimostrato come quest’individualità avesse un’influenza non solo sui misteri del corpo astrale, ma anche su quelli del corpo eterico — e perfino sui misteri del corpo fisico. — E perchè a questo proposito parliamo dei misteri del corpo fisico come di misteri — per così dire — superiori? Perfino per la vita esteriore, l’azione fra un corpo astrale e un altro corpo astrale! è a tutta prima la più manifesta. Potete far del male a un uomo col dirgli, p. es., una parola piena di odio. Questo è un processo nel suo corpo astrale. Egli ascolta la parola offensiva e la sente come una sofferenza nel suo corpo astrale. Qui abbiamo l’interferenza fra un corpo astrale e l’altro. Invece l’interferenza fra un corpo eterico e l’altro è già molto più recondita; in essa intercorrono influenze già molto più sottili fra uomo e uomo, le quali oggidì non vengono generalmente osservate. Ma le influenze più occulte di tutte, sono quelle dirette al corpo fisico, perchè la densa materialità del corpo fisico nasconde al massimo grado l’azione dello spirito.
Ora però deve venirci mostrato altresì, che Gesù Cristo ha dominio sopra il corpo fisico: e come ci viene mostrato? Qui tocchiamo un capitolo, che riuscirebbe affatto incomprensibile all’uomo odierno dal pensiero materialistico. (È un bene, che a questo ciclo di conferenze non siano presenti che studiosi di antroposofia già preparati; poiché, se entrasse improvvisamente l’uomo della strada, giudicherebbe follìa completa quello che diciamo oggi, anche se considerasse solo mezza follìa o un quarto di follia le altre nostre affermazioni».
Il Cristo Gesù mostra ch’egli sa penetrare con lo sguardo attraverso la corporeità fisica, ed esercitarvi la sua azione. Il che viene mostrato dal fatto che egli risana con la sua forza anche le malattie, che hanno radice nel corpo fisico. Ma perciò occorre conoscere gli effetti misteriosi, che operano dal corpo fisico di un uomo su quello di un altro uomo, quando si vogliono rimuovere le malattie del corpo fisico. Se si vuole agire spiritualmente, non si può considerare l’uomo come un essere isolato dentro la sua pelle. Spesso già abbiamo detto che il nostro dito è più saggio di noi. Il nostro dito sa che il nostro sangue può scorrere in esso solo se scorre convenientemente per tutto il corpo, e sa pure che si disseccherebbe se venisse separato dal resto dell’organismo. Così l’uomo dovrebbe pure sapere — se conoscesse le condizioni del suo corpo — che in ordine al suo organismo fisico egli appartiene a tutta l’umanità, che vi è continua reciproca azione di un uomo sul-l’altro, e che non è possibile separare la propria salute come singolo individuo umano — dalla salute dell’umanità intera. Riguardo agli effetti più grossolani, converranno in ciò anche gli uomini d’oggi, ma riguardo agli effetti più sottili no, perchè non possono conoscere i fatti. Ma qui nel Vangelo di Luca si accenna appunto agli effetti più sottili. Leggiamo un po’ l’ottavo capitolo, dove si dice: «Al suo ritorno, Gesù fu accolto dalla folla, perchè tutti l’aspettavano. Ed ecco venire un uomo, chiamato Giairo, che era capo della sinagoga; il quale, gittatosi ai piedi di Gesù, si diè a pregarlo che andasse a casa sua, perchè aveva una figliuola unica di circa dodici anni, che se ne stava morendo. Or mentre Gesù v’andava, la moltitudine l’affollava. E una donna, che soffriva di perdite di sangue già da dodici anni e aveva speso nei medici tutta la sua sostanza senza poter essere guarita da alcuno, accostatasi per di dietro, gli toccò il lembo della veste, e in quell’istante il suo flusso ristagnò».
Dunque il Cristo Gesù ha da guarire la figliolina dodicenne di Giairo. Come potrà essere guarita, se è già presso a morire? Questo fatto si può comprendere solamente, se si sa come la sua malattia fisica sia collegata con un altro fenomeno in un’altra persona, e come non la si possa guarire se non si rivolge lo sguardo a quell’altro fenomeno. Poiché quando la fanciulla ora dodicenne — nacque, vi era un certo rapporto fra lei e un’altra persona, un rapporto profondamente radicato nel Karma. Perciò ci viene raccontato, che per di dietro si accostò al Cristo una donna, che da dodici anni era afflitta da una certa infermità, e gli toccò il lembo della veste. Perchè viene qui nominata questa donna? Perchè nel suo Karma era legata con la figlia di Giairo! Quella fanciulla dodicenne e la donna da dodici anni malata hanno fra loro un legame Karmico! E non per nulla ci viene presentato qui, come un mistero numerico, il fatto che quella donna inferma di una malattia che dura da dodici anni si accosta a Gesù, e viene guarita, e che soltanto dopò di ciò Egli potè entrare nella casa di Giairo, e soltanto dopo di ciò la fanciulla dodicenne, che già si dava per morta, potè venir risanata.
Così profondamente si deve penetrare nelle cose per afferrare il Karma che lega uomo a uomo. Si può allora vedere come venga mostrata la terza maniera di operare da parte del Cristo Gesù — quella sull’intiero organismo umano. Specialmente in riguardo a questo, si deve osservare l’attività superiore del Cristo, come ce la mostra il Vangelo di Luca.
Così ci viene additato in maniera evidente come l’entità Io del Cristo operasse su tutti gli altri arti dell’uomo. Questo è ciò che importa. E l’Evangelista Luca, che specialmente in queste parti mira alla narrazione delle guarigioni, volle mostrare come l’azione risanatrice dell’Io rappresenti lo sviluppo dell’Io a un alto culmine dell’evoluzione umana; e mostra infatti come il Cristo dovesse agire sul corpo astrale, sul corpo eterico e sul corpo fisico degli uomini. Luca ha indicato il grande ideale dell’evoluzione umana: «guardate al vostro avvenire: oggi il Vostro Io, fino al punto in cui si è sviluppato, è ancora debole: ha ancora scarso dominio sul resto. Ma a poco a poco acquisterà signoria sul corpo astrale, sul corpo eterico e sul corpo fisico — e li trasformerà. Davanti a voi sta il grande ideale del Cristo, che mostra all’umanità quale possa essere il dominio dell’Io sul corpo astrale, sul corpo eterico e sul corpo fisico!»
Queste sono le verità, che stanno a base dei Vangeli, e che solo coloro potevano scrivere, che non si appoggiavano su documenti esteriori, ma sulla testimonianza di quelli, che «vedevano da sè» ed erano «ministri della Parola». Solo a poco a poco l’umanità si convincerà di quello che sta dietro ai Vangeli. Ma allora gradualmente si approprierà con tale forza e intensità ciò che sta a base dei documenti religiosi, che ne irradierà veramente un effetto su tutti gli altri arti dell’organismo umano.
Già dalla conferenza di ieri vi sarà apparso chiaro, che un documento qual’è il Vangelo di Luca si può comprendere solamente se si comprende l’evoluzione dell’umanità in quel senso superiore, che è proprio della scienza dello Spirito, se cioè si prendono veramente in considerazione i mutamenti che si sono compiuti nel corso dell’evoluzione umana e che hanno trasformato tutto l’uomo nel suo organismo. Se vogliamo comprendere quel processo radicale che si è compiuto per l’umanità al tempo del Cristo Gesù — e questo è necessario, per intendere il Vangelo di Luca occorre confrontarlo con quello non così rapido ma che si compie più gradualmente al tempo nostro e che tuttavia è esso pure distintamente percepibile per colui che è capace di vedere.
Per comprenderlo, dobbiamo anzitutto staccarci radicalmente da un altro giudizio, che così spesso viene formulato, e a cui l’inerzia umana si attacca così volentieri; il giudizio, cioè, che la natura, o l’evoluzione, non fanno dei «salti». Questo detto, nel senso che gli viene attribuito ordinariamente, non potrebbe essere più falso. La natura fa continuamente dei salti! E questo è appunto l’essenziale, che avvengono dei salti. Guardiamo p. es. come si sviluppa il germe d’una pianta: quando fa germogliare la prima fogliuzza, fa un salto importante. Altro salto importante ha luogo, quando la pianta passa dalla foglia al fiore; poi ancora, quando passa dalla parte esterna alla parte interna del fiore, e un altro salto importantissimo avviene nella formazione del frutto. Avvengono continuamente dei salti, e chi non ne tiene conto non comprenderà la natura. Chi, studiando l’evoluzione umana, osserva che in un dato secolo essa procede a passi di lumaca, crederà ch’essa debba procedere con la stessa lentezza in ogni tempo. Ma può assolutamente darsi che l’evoluzione proceda lentamente in una data epoca, come avviene nella pianta verde dalla prima foglia verde fino all’ultima. Ma come poi nella pianta dopo l’ultima foglia avviene un salto, quando spunta il fiore, così avvengono continuamente dei salti nell’evoluzione umana. E un tal salto importante avvenne al momento, in cui il Cristo Gesù comparve sulla terra. Avvenne un salto tale, che in tempo relativamente breve, le facoltà dell’antica chiaroveggenza e il dominio dello spirito sul corpo si trasformarono, in modo che restarono molto diminuiti la forza chiaroveggente e il dominio dello spirituale-animico sul corporeo. Perciò prima che quel rivolgimento avvenisse, dovette venire ancora una volta ricapitolato ciò che esisteva come eredità dei tempi antichi. In questa doveva operare il Cristo. Dopo di che, il nuovo poteva venire accolto nell’umanità, e lentamente, a poco a poco svilupparsi.
In un altro campo avviene anche ai tempi nostri un salto, che, sebbene non così rapido, è tuttavia sempre un salto. Quantunque si svolga in un periodo più lungo, pure, a chi vuol comprendere l’epoca nostra, deve apparire assolutamente evidente. Possiamo farcene una giusta idea se ascoltiamo le persone che — partendo da questo o da quel campo spirituale, giungono alla scienza dello Spirito. Avviene spesso, p. es. che un rappresentante di una qualsiasi comunità religiosa venga a una conferenza antroposofica. Ciò che espongo è assolutamente spiegabile, e non voglio esprimere nessun biasimo. Quella persona dunque ascolta la conferenza che, poniamo, tratta appunto della natura del cristianesimo — e poi dice: «Tutto ciò è molto bello, e in sostanza non contraddice affatto a ciò che anche noi diciamo dal pulpito o dalla cattedra; ma noi lo diciamo in modo, che tutti lo possano capire. Invece ciò che 'voi dite qui, possono capirlo solo singoli individui!» Capita spesso di sentir parlare così. Chi così parla, e crede che l’unico modo possibile sia il suo modo di comprendere o di predicare il cristianesimo, non tiene conto di una cosa, e cioè che si ha il dovere di giudicare non secondo le proprie preferenze, ma secondo i fatti. E una volta ho dovuto rispondere a una di queste persone: «Ella crede forse di annunziare la verità cristiana per tatti gli uomini. Ma in queste cose ciò che noi crediamo non conta, contano i fatti. Vengono forse tutti in chiesa da Lei? I fatti provano il contrario! Orbene la scienza dello Spirito non è fatta per coloro, ai quali Lei dà ciò che loro occorre; è fatta per quelli che hanno bisogno di qualcos’altro». Noi dobbiamo appunto giudicare secondo i fatti, e non secondo le nostre preferenze; ma riesce generalmente molto difficile agli uomini distinguere le loro preferenze dai fatti.
Se dunque questi uomini non potessero assolutamente venir guariti dall’idea ch’essi soli sono dal lato della ragione, e dal loro orrore per tutti quelli che parlano diversamente, e se di fronte a loro la vita spirituale non potesse sorgere, che cosa accadrebbe? Accadrebbe, che andrebbe sempre aumentando il numero degli uomini, che non possono sentire il modo antico di annunciare i fatti spirituali, il modo che fu in uso finora nelle diverse correnti spirituali. Sempre minore sarebbe il numero di uomini che andrebbero laddove si sente parlare di queste cose. E se allora non vi fosse una corrente di scienza dello Spirito, questi uomini non avrebbero più nulla, non avrebbero più nulla che potesse appagare i loro bisogni spirituali: perirebbero, perchè non verrebbe loro dato alcun nutrimento. La forma in cui ci viene preparato il cibo spirituale che riceviamo, non dipende dalla volontà di un singolo, ma dall’evoluzione. Attualmente siamo giunti a uno stato di fatto e a un momento, in cui gli uomini vogliono, essere soddisfatti nei loro bisogni spirituali, nell’interpretazione idei Vangeli ecc. Ma ciò che importa non è come noi vogliamo dare il nutrimento spirituale, ma come l’anima umana lo domanda. Oggidì è nata la nostalgia dell’anima umana per l’antroposofia. E non è per colpa di coloro che vogliono insegnare qualcosa d’altro, che essi non arrivano a soddisfare ai bisogni spirituali dell'epoca; perchè, il numero dei loro ascoltatori andrà sempre più diminuendo. Noi viviamo in un’epoca, in cui svanisce sempre più noi cuori umani la possibilità di accettare la Bibbia così come venne accettata durante gli ultimi quattro o cinque secoli della civiltà europea. O l’umanità riceverà l’antroposofia e attraverso ad essa imparerà a comprendere la Bibbia in un senso nuovo,-oppure gli uomini arriveranno al punto — come avviene a molti di coloro che non conoscono l’antroposofia di non potere più ascoltare la Bibbia. L’umanità perderebbe completamente la Bibbia, la Bibbia scomparirebbe, e beni spirituali immensi andrebbero perduti per l’umanità —( i beni spirituali più importanti della nostra evoluzione terrestre. Questo si deve intendere. Tocchiamo appunto a un «salto» nella nostra evoluzione: il cuore umano domanda la spiegazione antroposofica della Bibbia. Se verrà all’umanità questa spiegazione antroposofica della Bibbia, questa; per il bene dell’umanità, resterà conservata; se questa spiegazione non le verrà, la Bibbia andrà perduta. Questo dovrebbero dirsi coloro, che credono di dover assolutamente conservare le loro preferenze, il loro modo tradizionale di prendere la Bibbia. Così possiamo caratterizzare il salto, che noi facciamo attualmente nell’evoluzione umana. Se sappiamo questo fatto, nulla potrà trattenerci nel nostro lavoro per la corrente antroposofica, poiché la riconosceremo una necessità per l’evoluzione umana.
Ora quel che avviene adesso, considerato da un punto di vista superiore, è una cosa relativamente piccola in confronto di ciò che avvenne allora, quando il Cristo Gesù apparve sulla Terra. A quell’epoca nell’evoluzione dell’umanità esistevano ancora, per così dire, gli ultimi residui di quell’evoluzione, che si era svolta dai tempi primordiali, perfino dall’incarnazione precedente della nostra Terra. L’uomo si sviluppava, in massima parte, nel suo corpo fisico, nel suo corpo eterico e nel suo corpo astrale; egli si era bensì incorporato l’Io già da molto tempo, ma a quell’epoca l’Io rappresentava ancora una parte secondaria. L’Io pienamente auto-cosciente era ancora coperto dai tre involucri: corpo fisico, eterico e astrale, fino al tempo in cui comparve il Cristo Gesù.
Supponiamo che il Cristo Gesù non fosse venuto sulla Terra. Che cosa sarebbe accaduto? L’evoluzione umana sarebbe progredita in modo, che l’Io sarebbe emerso completamente. Ma nella stessa misura in cui l’Io sarebbe emerso, sarebbero andate svanendo tutte le precedenti elevate facoltà degli altri tre corpi, astrale, eterico e fisico. Tutta l’antica chiaroveggenza, tutto l’antico dominio dell’anima e dello spirito sul corpo, sarebbero svaniti; poiché ciò era una necessità dell’evoluzione. L’uomo sarebbe diventato un Io auto-cosciente ma un Io che sempre più avrebbe condotto l’uomo all’egoismo; a far morire, a fare scomparire l’amore dalla Terra. Gli uomini sarebbero divenuti ugualmente degli «Io», ma degli «Io», completamente egoistici. Questo è l’essenziale: l’umanità in quel punto era matura per salire allo sviluppo del Sè, dell’Io; ma appunto per ciò non era più suscettibile di subire influssi alla maniera antica. Per es. nell’antica evoluzione ebraica, la «Legge», la rivelazione del Sinai, poteva agire per il fatto, che l’Io non era ancora del tutto emerso, e che al corpo astrale, l’elemento più alto che allora ci fosse, veniva instillato e impresso ciò ch’esso doveva fare e sentire per agire giustamente nel mondo esterno: così la legge del Sinai era stata come una rivelazione preparatoria, ma come un ultimo preannunzio prima di quel periodo, prima che l’Io fosse completamente emerso. Dopo che l’Io era emerso, se null’altro fosse intervenuto, l’uomo avrebbe guardato soltanto al suo Io. L’umanità ora appunto matura per lo sviluppo dell'Io, ma così l’Io sarebbe stato vuoto, sarebbe stato un Io che avrebbe pensato solamente a sè stesso e non avrebbe voluto far nulla per gli altri uomini, o por il mondo.
Dare il contenuto a questo Io, stimolarlo a poco a poco a svilupparsi in modo da poter irradiare da sè quella forza che chiamiamo la forza dell’amore, questa fu l’azione del Cristo sulla Terra. Senza il Cristo, l’Io sarebbe diventato come un recipiente vuoto; grazie all’apparire del Cristo, l’Io è come una coppa, che va sempre più, riempiendosi d’amore. Perciò Cristo potè dire a chi l’attorniava (S. Luca 12, 54-57): «Quando vedete alzarsi le nuvole, voi subito dite che tempo farà; così giudicate il tempo dai segni esteriori. Ma i segni del tempo, voi non li comprendete! perchè se li comprendeste, e sapeste giudicare ciò che accade intorno a voi, sapreste che nell’Io deve penetrare il Dio, che lo compenetra e lo impregna; allora non direste: ci basta per vivere ciò che ci è stato tramandato dai tempi antichi: ciò che proviene dal passato, ve lo dànno gli Scribi e i Farisei, i quali vogliono conservare e non lasciar aggiungere nulla a ciò che già prima gli uomini avevano ricevuto. Ma questo è un lievito che non opererà più nulla nell’evoluzione dell’umanità. E colui che dice: «io voglio fermarmi a Mosè e ai Profeti», non capisce i segni del tempo; non sa quale trapasso si compia nell’umanità»! Questo diceva con parole molto significative il Cristo Gesù al mondo circostante: che volere o meno diventare cristiani, non dipendeva dalla preferenza del singolo individuo, ma dalla necessità del progresso evolutivo dell’umanità. Egli voleva far comprendere, per mezzo di discorsi come quelli detti «dei segni dei tempi» che ci vengono trasmessi nel Vangelo di Luca, che l’antico lievito degli Scribi e dei Farisei, i quali soltanto conservano il vecchio, non è più sufficiente. Possono crederlo sufficiente solo coloro, che non sentono il dovere di giudicare secondo ciò che viene insegnato, tenendo conto dei bisogni dell’evoluzione del mondo, ma che insegnano secondo le loro preferenze. Perciò il Cristo Gesù chiamò ciò che gli Scribi e i Farisei volevano, una «menzogna», qualcosa che non corrisponde più al mondo esteriore. Questo sarebbe veramente il significato di quell’espressione.
Il miglior modo di porre davanti alla nostra anima la forza di sentimento del suo discorso, sta nel paragonarlo ai processi corrispondenti dell’epoca nostra. Come si dovrebbe parlare ora, riguardo al già detto, se si volesse pienamente applicare all’epoca nostra ciò che Gesù Cristo disse degli Scribi e dei Farisei! Abbiamo all’epoca nostra qualcosa di analogo agli Scribi? Sì, abbiamo qualcosa di analogo! Sono coloro che non vogliono procedere alla spiegazione più profonda dei Vangeli, che vogliono fermarsi a ciò, che le loro facoltà (acquisite senza la scienza dello Spirito) possono dir loro intorno ai Vangeli; sono coloro che nelle profondità dei Vangeli non vogliono penetrare per mezzo della scienza dello Spirito. Questo, in sostanza, è il caso, dovunque si tenti d’interpretare i Vangeli, sia nel modo più progredito, quanto nel senso più antico; perchè la forza per poter interpretare i Vangeli cresce unicamente sul terreno, della scienza dello Spirito. Solo dalla scienza dello Spirito si può ottenere la verità sui Vangeli!
E per questo, tutte le odierne indagini intorno ai Vangeli sono così sconsolanti, ci lasciano così freddi, se veramente vogliamo ricercare la verità. Solo che oggidì agli «Scribi» e ai «Farisei» si è aggiunta una terza specie di uomini, gli scienziati naturalisti; sicché oggi possiamo parlare di tre categorie, che vogliono escludere ciò che conduce alla spiritualità, che vogliono fare a meno delle facoltà, che l’uomo può acquistare per giungere alle basi spirituali dei fenomeni naturali. E coloro che pure si devono colpire ai tempi nostri, se si vuol parlare secondo il Cristo Gesù, siedono oggidì per lo più sulle cattedre; l’interpretazione dei fenomeni naturali sta nelle loro mani, ed essi rifiutano le spiegazioni spirituali. Sono essi che impediscono il progresso dell’evoluzione umana; perchè il progresso dell’umanità viene impedito, ovunque non si vogliano riconoscere nel senso accennato i segni del tempo. All’atto di seguire il Cristo Gesù, corrisponderebbe ai tempi nostri quello di trovare il coraggio di opporsi — come Egli si oppose a coloro che volevano lasciar valere soltanto Mosè e il Profeti, — a tutti coloro che vogliono fermare il progresso umano col combattere l’interpretazione antroposofica delle scritture da un lato, e delle opere della natura dall’altro. Sono veramente, alle volte, persone di buona volontà, che vorrebbero riuscire a conciliare vagamente questo e quello. A tutte queste persone dovrebbe' crescere nel cuore ciò che disse il Cristo Gesù, secondo la narrazione del Vangelo di Luca.
Fra le più belle e più efficaci parabole del Vangelo di Luca, è quella che di solito viene chiamata «la parabola del fattore infedele» (cap. 16). In essa viene narrato: «Eravi un ricco che aveva un fattore, il quale fu accusato dinanzi a lui, come se dissipato avesse i suoi beni. Decise quindi di licenziarlo. Questi ne fu oltremodo costernato e disse dentro di sé: che cosa devo fare ora? Io non posso già mantenermi col lavorare la terra, perchè non ne sono capace: nè posso fare il mendicante, perchè di ciò mi vergogno. Allora pensò: «mentre facevo il fattore, ho sempre trattato le persone con le quali venivo in contatto, pensando solamente agl’interessi del mio signore». Esse non mi amano, perchè non badavo ai loro interessi; devo fare qualcosa, affinchè esse mi ricettino in casa loro e io non perisca; farò qualcosa affinchè esse vedano che ho della benevolenza per loro». Allora andò da uno dei debitori del suo signore e gli domandò: «Di quanto vai tu debitore?», e gli cancellò la metà del suo debito. Lo stesso fece con gli altri. Così cercò di ottenere la benevolenza dei debitori, affinchè quando il suo padrone lo cacciasse via egli potesse trovare accoglienza presso gli altri e non morire di fame. Questo era lo scopo. Ora il Vangelo dice forse con grande stupore di alcuni lettori (Verso 8): «E il Signore lodò il fattore infedele, perchè prudentemente aveva operato» (ci sono stati anche alcuni, fra coloro che oggi spiegano i Vangeli, che sono stati in dubbio, quale «signore» sia qui inteso, quantunque sia chiaramente detto che Gesù stesso lodò il fattore per la sua accortezza). E poi continua: «perchè i figlioli di questo mondo sono, nella loro generazione, più prudenti dei figlioli della luce». Così sta scritto da secoli nella Bibbia.
Vien fatto di chiederci, se mai qualcuno abbia riflettuto, che cosa possa voler dire: «i figlioli di questo mondo sono più prudenti dei figlioli della luce, nella loro generazione?» «Nella loro generazione» sta scritto dappertutto nelle diverse traduzioni della Bibbia. Se qualcuno traducesse il testo greco, possedendo solo un poco di conoscenza, (dovrebbe naturalmente tradurlo correttamente), la versione giusta suonerebbe così: «perchè i figlioli di questo mondo sono più prudenti che i figlioli della luce alla loro maniera!» Questo vuol dire: «secondo la loro maniera, i figlioli del mondo sono più prudenti che i figlioli della luce». Sono più avveduti, secondo il modo loro di comprendere, intendeva dire il Cristo. Coloro, che da secoli hanno tradotto questo passo, hanno semplicemente scambiato l’indicazione «alla loro maniera» con una parola, che certamente in greco è molto simile all’altra; l’hanno scambiata con la parola «generazione», perchè in certi casi si adoperava questa parola anche per l’altro concetto. È possibile vien fatto di domandarci — che per secoli si sia trascinato avanti un errore simile e che oggi sorgano nuovi traduttori, di cui si lodano le traduzioni bibliche e la premura che si sono dati per ristabilire il testo giusto, e che pure ricadano ancora nello stesso errore? Questo, p. es., è il caso di Weizzacker. Per quanto strano sia, si direbbe che gli uomini disimparano le loro elementari cognizioni scolastiche, quando si accingono a investigare la forma vera dei documenti biblici!
Anzitutto la concezione universale della scienza dello Spirito dovrà condurre a restituire al mondo i documenti biblici, quali realmente sono. Perchè oggi il mondo non possiede la Bibbia! e non può farsi alcuna idea, di che cosa sono i libri biblici. Si potrebbe addirittura chiedere: sono questi i libri della Bibbia? No, appunto nelle parti essenziali, non lo sono! Voglio mostrarvelo ancora più da vicino.
Che cosa si vuole esprimere veramente con quella parabola del «fattore infedele»? Vi è detto chiaramente. Il fattore ha pensato: se io devo andarmene di qui, devo rendermi grato presso la gente. Egli ha riconosciuto che non si può servire a «due padroni». «Così voi dovete riconoscere, disse il Cristo a chi gli stava intorno, che voi pure non potete servire a due padroni, cioè, a colui che come Dio deve oggi penetrare nei cuori, e a colui che hanno finora annunciato gli Scribi interpreti dei libri dei Profeti; perchè voi non potete servire al tempo stesso il Dio che deve entrare nelle vostre anime come principio-Cristo e che ha da dare all’evoluzione dell’umanità un potente impulso di progresso, e il Dio che come ostacolo si opporrebbe a quella evoluzione». Poiché tutto ciò che in un’epoca passata era giusto, diventa un ostacolo nell’evoluzione successiva. L’evoluzione consiste, in certo modo, appunto nel fatto, che quello che è giusto per un’epoca diventa un ostacolo, quando viene trasportato in un’epoca successiva. A quel tempo, le forze che dirigono gli «ostacoli» si chiamavano con un’espressione tecnica «Mammona». «Voi non potete servire al Dio che vuole il progresso, e a Mammona,* il Dio degli ostacoli». Guardate il fattore; egli ha riconosciuto, da figlio del mondo, come nemmeno col Mammona ordinario si possano servire due padroni. Così voi dovete riconoscere, mentre vi elevate e divenite figliuoli della luce, che non potete servire a due padroni!»
Allo stesso modo, colui che vive al tempo nostro, dove riconoscere, che non è possibile un accomodamento fra il Mammona del tempo nostro gli Scribi e gli scienziati naturalisti — e quella corrente, che oggi ha da dare all’umanità l’alimento di cui abbisogna. Questo è parlare cristiano. Questo è rivestito di parole adatte ai giorni nostri, ciò che il Cristo Gesù volle dire a chi lo attorniava secondo il Vangelo di Luca — con la parabola del fattore infedele, col dire che non si possono servire due padroni.
Noi dobbiamo comprendere i Vangeli in modo vivente. La scienza dello Spirito stessa deve diventare qualcosa di vivente! Perciò tutto quanto essa tocca, deve acquistare vita sotto il suo influsso. Il Vangelo deve essere per noi qualche cosa che fluisce dentro, nelle nostre proprie facoltà spirituali. Non basta che noi parliamo a parole del fatto che ai tempi del Cristo Gesù si potevano respingere gli Scribi e i Farisei, perchè, così facendo, penseremmo di nuovo solo a tempi passati. Dobbiamo sapere come vivificare al tempo nostro, come seguire al tempo nostro, quello che Cristo Gesù insegnò allora intorno al Dio «Mammona». Questa è la comprensione viva. Ed è anche ciò che ha parte così profonda e importante in quanto il Vangelo di Luca ci racconta. Perchè con la concezione che or ora abbiamo esposta con la parabola che si trova soltanto nel Vangelo di Luca — si connette uno dei concetti più importanti di tutto il Vangelo. E possiamo imprimerci nell’anima questo importantissimo fra tutti i concetti del Vangelo, solo se siamo in grado di rappresentarci ancora una volta in un determinato modo, diversamente, il rapporto fra il Buddha e l’impulso ch’egli ha dato, e il Cristo Gesù.
Abbiamo detto che il Buddha presentò all’umanità la grande dottrina della compassione e dell’amore. Qui abbiamo uno dei casi, in cui ciò che nell’occultismo viene detto, deve essere preso molto esattamente, altrimenti qualcuno potrebbe dire: «una volta tu dici che il Cristo ha portato l’amore sulla Terra; un’altra volta si sente dire invece, che il Buddha ha portato la dottrina dell’amore». Ma si può dire forse che nei due casi viene detta la medesima cosa? Una volta dico che Buddha portò sulla Terra la dottrina dell’amore, l’altra volta invece dico: che il Cristo portò sulla Terra l’amore stesso come una forza viva. Questa è la grande differenza! Quando sono in quistione le cose più profonde per l’umanità, bisogna ascoltare con massima precisione: altrimenti accade che le cose, comunicate in un luogo, quando vengono diffuse, riappaiono in tutt’altra forma in un altro luogo, e che si sente poi dire: «già, quello lì, per non far torto a nessuno, ha messo innanzi addirittura due nunzi dell’amore!» Nel campo dell’occultismo, occorre appunto ascoltare con grande precisione. E se veramente comprendiamo le importanti verità rivestite così in parole, esse ci appaiono nella giusta luce.
Noi sappiamo, che nell’ottuplice sentiero è contenuta la parafrasi della grande dottrina della compassione o dell’amore, quale la portò il Buddha; e ci chiediamo quale mèta rappresenti veramente questo ottuplice sentiero! Possiamo porre la domanda anche così: dove arriva l’uomo, che veramente, dalle profondità della sua anima, si propone come ideale di vita l’ottuplice sentiero, quando si pone dinanzi questa mèta, dicendosi: «Come posso perfezionarmi al massimo possibile? Come posso nel miglior modo purificare e raffinare il mio Io? Che cosa devo fare per collocare il mio Io nel mondo nella più perfetta maniera' possibile?» Egli si dirà: «Se io osservo tutto ciò che viene detto nell’ottuplice sentiero, il mio Io diverrà l’Io più perfetto che si possa concepire; perchè in esso tutto mira alla purificazione e alla nobilitazione dell’Io; tutto ciò che può irradiare da questo meraviglioso ottuplice sentiero deve, per così dire, elaborarsi penetrando dentro di noi; tutto è lavoro del nostro Io per il proprio perfezionamento». Questo è l’essenziale. Se dunque l’umanità continuasse a sviluppare in sè ciò che il Buddha mise in movimento come «ruota della legge», essa giungerebbe a poco a poco ad avere degli Io per quanto possibile perfetti, e a sapere quali sono gli «Io» più perfetti. Nel pensiero, come sapienza, l’umanità avrebbe gli Io più perfetti. Potremmo anche dire: Buddha portò all’umanità la sapienza dell’amore e della compassione, e se noi compenetriamo il nostro corpo astrale in modo ch’esso diventi interamente un prodotto dell’ottuplice sentiero, sapremo ciò che dobbiamo sapere intorno alle leggi della dottrina dell’ottuplice sentiero. Ma vi è una differenza fra la sapienza, il «pensiero», e la forza viva che opera. E vi è una differenza fra il sapere come l’Io deve essere, e il lasciar penetrare in sè la forza viva, che poi dall’Io può nuovamente riversarsi sul mondo intero, così come dal Cristo fluì la forza viva che operò sui corpi astrali, fisici ed eterici di coloro che lo attorniavano. L’impulso portato dal grande Buddha, rese possibile all’umanità di sapere quale sia il contenuto della dottrina della compassione e dell’amore. Ma ciò che portò il Cristo non è a tutta prima una «dottrina», è forza viva. Egli stesso si è dato; è disceso non per riversarsi solamente dentro il corpo astrale degli uomini, ma nell’Io, affinchè questo avesse la forza di irradiare da sè la sostanzialità dell’amore. Il Cristo ha portato alla Terra la sostanzialità, il contenuto «vivo» dell’amore, non solo il contenuto di «sapienza». È di ciò che si tratta.
Sono ormai mille novecento anni più circa cinque secoli, da che il gran Buddha visse sulla Terra. E altri tremila anni circa passeranno per l’evoluzione terrestre così c’insegnano i fatti occulti —, dopo di che gran numero d’uomini saranno giunti al punto di potere sviluppare l’ottuplice sentiero, la sapienza del Buddha, per virtù della loro stessa mentalità morale, della loro propria anima, del loro proprio cuore. Occorreva che il Buddha una volta ci fosse. Da lui partì quella forza che ia poco a poco gli uomini svilupperanno come la saggezza dell’ottuplice sentiero; essi la possederanno come loro proprietà fra circa tremila anni a partire da adesso. Allora gli uomini potranno sviluppare da sè questa dottrina, non solo accoglierla dal di fuori, ma svilupparla da sè e dirsi: Questo ottuplice sentiero germoglia da noi stessi, quale saggezza della compassione e dell’amore.
Se null’altro fosse sopravvenuto se soltanto il Buddha avesse «messo in moto la ruota della Legge» — come dice il termine tecnico, allora, fra tremila anni, l’umanità avrebbe raggiunto ugualmente la facoltà di «sapere» la dottrina della compassione e dell’amore. Ma è ben altro raggiungere anche la forza per viverla veramente. E questa è la differenza; non si tratta solo di «sapere» la compassione e l’amore, si tratta anche, sotto l’influsso di un’Individualità, di sviluppare questa «forza». Questa facoltà emanò dal Cristo. Egli versò negli uomini l’amore stesso, che andrà sempre crescendo. E quando gli uomini saranno giunti alla fine della loro evoluzione, essi in sapienza sapranno quale sia il contenuto della compassione e dell’amore; e questo lo dovranno al Buddha. Ma avranno al tempo stesso la facoltà di fare sgorgare dall’Io l’amore sopra l’umanità: e di questo l’umanità andrà debitrice al Cristo.
Così questi due dovettero collaborare insieme, e ciò è stato descritto, per rendere comprensibile il Vangelo di Luca. Ma questo ci appare fin dall’inizio, se sappiamo interpretare nel giusto senso le parole che ci vengono date nel Vangelo di Luca. Ecco i pastori che accorrono per ricevere la rivelazione. Lassù vi è la «moltitudine angelica», che altro non è, se non l’espressione immaginativa spirituale per il Nirmanakaya del Buddha. Che cosa viene loro annunziato di ciò che è lassù? La «manifestazione dalle altezze, del Dio pieno di sapienza!» Questo annuncia loto il Nirmanakaya del Buddha, che aleggia come moltitudine angelica sopra il Fanciullo Gesù natanico. Ma altro ancora viene aggiunto: «E pace giù in terra agli uomini, che sono compenetrati da una buona volontà», vale a dire a quegli uomini, nei quali germoglia la vera forza viva dell’amore. Questo è ciò, che a poco a poco deve avverarsi sulla Terra, mercè l’impulso dato dal Cristo. Egli ha portato la forza viva in aggiunta a ciò che fu la «rivelazione dalle superne sfere». Questo egli portò dentro in ogni cuore umano; a ogni anima umana portò qualche cosa, di cui quest’anima umana poteva traboccare. Egli non le diede soltanto una dottrina, da potersi accogliere come pensiero e come idea, bensì una forza che può riversarsi fuori dell’anima umana. Ed è precisamente questa Forza-Cristo che può operare nell’anima umana e che può scorrere fuori da essa; nel Vangelo di Luca e negli altri Vangeli, viene sempre indicata come la «forza della Fede». Questa é la Fede nel senso dei Vangeli. Ha la fede colui, che accoglie in sè il Cristo in modo che il Cristo viva in lui, che il suo Io viva in lui non solo come un recipiente vuoto, ma come un recipiente che è pieno di un contenuto traboccante. E questo contenuto traboccante non è altro che l'Amore.
Perchè Cristo potè dare con le sue parole quel grande esempio della «guarigione per mezzo della parola?» Perchè Egli per primo mise in moto la «ruota dell’amore» (non la ruota della «Legge») come una forza, e una libera facoltà dell'anima umana; perchè aveva in sè l'amore a un così sommo grado, così traboccante e rigurgitante, Che si riversava intorno a Lui sopra coloro che dovevano essere risanati, perchè la parola ch’Egli pronunciava, «alzati e cammina» oppure «i tuoi peccati ti sono rimessi» o qualunque altra parola, indifferentemente sgorgava dal suo amore prorompente, dalla sua interiorità. Egli pronunciava parole che provenivano dalla «sovrabbondanza dell’amore», oltre la misura dell’Io. E Cristo chiamava «credenti» coloro ch’erano capaci di accogliere in sè almeno un poco questo fatto. Solo questo pensiero dobbiamo collegare ora con questo concetto della fede — uno dei più essenziali del Nuovo Testamento. «Fede» è la capacità di trascendere sè stesso, di rigurgitare al di là di ciò che l'Io può fare a tutta prima per il proprio perfezionamento. Perciò il Cristo, dopo essere penetrato nel corpo del Gesù natanico ed essersi ivi collegato con la forza del Buddha, non insegna: «come può F Io perfezionarsi il più possibile?» bensì: «come può l'Io traboccare? andare al di là di sè stesso?» Egli lo dice spesso con le più semplici parole, come sono in generale le parole del Vangelo di Luca, che possono parlare ai cuori più ingenui. Egli dice: «non basta che voi diate soltanto a coloro di cui sapete per certo che ve ne faranno restituzione; questo lo fanno pure i peccatori. Quando danno, sapendo per certo che potranno riavere ciò che hanno dato, non lo fanno ancora per sovrabbondanza di amore. Ma quando voi date ben sapendo che non vi sarà restituito, allora lo fate per vero amore; perchè questo è l’amore che non avvolge e chiude l’Io, «ma da esso si sprigiona come forza che scorre dall’uomo». E nei modi più svariati e più diversi il Cristo dice come l’Io debba traboccare spumeggiando, come debba operare nel mondo l’esubero dell’Io, quale sentimento che prorompe per virtù spontanea.
Dove parla di questo «amore spumeggiante» il Vangelo di Luca usa le parole più fervide. Il Vangelo di Luca' contiene questa forza di amore che trabocca, purché noi lasciamo che le parole di esso operino su noi in modo da farcelo trovare, questo amore traboccante, affinchè esso compenetri tutte le nostre parole in guisa, ch’esse 'abbiano la forza di esercitare un’azione nel mondo esteriore. — Un altro Evangelista, che, partendo dalle sue particolari condizioni, ha accentuato poco la nota dell’amore traboccante, ha tuttavia, per lo meno in brevi parole, sintetizzato questo segreto del cristianesimo dicendo: che l’amore deve sgorgare dalla sovrabbondanza dell’Io e ch’esso deve naturalmente anche fluire in tutto ciò che diciamo e operiamo. Nel Vangelo di Matteo abbiamo ancora, nella traduzione latina, le autentiche parole originali, come breve sintesi di tutte le belle glorificazioni dell’amore contenute nel Vangelo di Luca: «Ex abundantia cordis os loquitur!» «La bocca parla per la sovrabbondanza del cuore!» Uno dei sommi ideali cristiani! La bocca parla per il traboccare del cuore, per ciò che il cuore non trattiene dentro di sè. Il cuore viene mosso dal sangue, e il sangue è l’espressione dell’Io. Questo vuol dire dunque; la tua parola sgorghi da un Io rigurgitante, che irradi! forza tutt’intorno — perchè questa forza è la forza della fede -, da questa forza sgorghi la tua parola! Allora le tue parole saranno tali da contenere veramente la forza del Cristo. — La bocca parla per il traboccare del cuore: questa è una- sentenza fondamentale dell’essenza del cristianesimo. E ora leggiamo come è espressa questa sentenza nella Bibbia di oggi. «La bocca parla dal pieno del cuore».
Queste sono parole, che hanno servito per secoli a nascondere una sentenza fondamentale del cristianesimo. L’umanità non 'ha scoperto, quale assurdo sia il dire che il cuore, quando è «pieno», trabocca. Di 'solito, a questo,' mondo, le cose traboccano quando sono più che «piene», quando rigurgitano. Perciò l’umanità (sia detto senza idea di critica) si è necessariamente rinchiusa in una rappresentazione, che ha addirittura nascosto una sentenza importantissima, capitale, del cristianesimo, e non si è nemmeno accorta, che in questo passo vien detta una cosa impossibile. Quando si dice che la lingua tedesca non comporta la traduzione letterale di «Ex abundantia cordis os loquitur», «dalla sovrabbondanza del cuore la bocca parla» e lo si prova dicendo che nemmeno si può dire: «dalla sovrabbondanza della stufa la camera si scalda», si dice appunto un assurdo. Perchè se riscaldate la stufa in modo che il calore arrivi solo fino alle sue pareti, la camera non si scalda; si scalda soltanto, se il calore sovrabbonda al di là della stufa. Qui c’imbattiamo dunque in un fatto importante: che una sentenza cardinale del cristianesimo, sulla quale poggia una parte del Vangelo di Luca, viene oscurata, così che -in un punto di grande importanza l’umanità non ha ciò che sta nel Vangelo.
Questa forza, che può traboccare dal cuore umano, è la «forza del Cristo». «Cuore» sta qui per «Io». Ciò che l’Io può creare al di là di sè stesso, fluisce fuori per mezzo della parola. Solo alla fine dell’evoluzione terrestre, l’Io sarà tale da avere in sè tutto il Cristo. Per ora il Cristo è qualche cosa, che sovrabbonda fuori dal cuore. Se si vuole avere il cuore soltanto «piena», non si ha affatto il Cristo. Perciò appunto si nasconde il cristianesimo, quando non si prende questa sentenza in tutta la sua serietà e la sua dignità. Le cose più importanti, l’essenza del cristianesimo, appariranno nella giusta luce grazie a ciò ,che l’antroposofia ha da dire come spiegazione delle grandi scritture del cristianesimo. Con la lettura del mondo spirituale nella Cronaca dell’Akasha, essa scopre il senso originario, ed è perciò in grado di leggere questi documenti nella loro realtà.
E ora capiremo, come l’umanità proceda innanzi nell’avvenire. Colui che si è sviluppato da Bodhisattwa a Buddha cinque o sei secoli prima della nostra èra, è salito per questo fatto nel mondo spirituale così da agire ormai come Nirmanakaya. Con ciò egli è stato elevato a un gradino superiore e non ha più bisogno di discendere in un corpo fisico. Quei mezzi di azione ch’egli aveva da Bodhisattwa, esistono nuovamente in altra maniera. Quando allora da Bodhisattwa divenne Buddha, trasmise a un altro l’ufficio di Bodhisattwa. Un altro divenne allora il suo successore, un altro divenne Bodhisattwa. Questo viene espresso dalla leggenda buddhistica, per mezzo di un’immagine, che per il cristianesimo più profondo è una profonda verità. Viene narrato, che l’individualità del Bodhisattwa, prima di discendere giù sulla Terra per divenirvi Buddha, si tolse la tiara celeste e la pose sul capo del Bodhisattwa suo successore. E il Bodhisattwa successivo continua ad agire con una missione alquanto diversa. Anche a lui è prefisso di diventare un «Buddha». Appunto nell’epoca in cui numerosi uomini avranno sviluppato per virtù propria la dottrina dell’ottuplice sentiero fra circa tremila anni diventerà Buddha colui, che divenne Bodhisattwa cinque o sei secoli prima di Cristo. La sua missione gli venne affidata cinque o sei secoli prima di Cristo quando il suo predecessore divenne Buddha -, ed egli diventerà Buddha fra ,3000 anni a contare dalla nostra epoca. Questi è colui, che la dottrina orientale conosce come il Maitreya-Buddha. Affinchè il Bodhisattwa attuale 'possa diventare Buddha, occorre che gran numero di uomini abbia sviluppato dal proprio cuore la dottrina dell’ottuplice sentiero. Numerosi uomini saranno allora tanto saggi, da potervi riuscire. Allora colui, che oggi è Bodhisattwa, porterà nel mondo una nuova forza. Se però fino allora null’altro intervenisse, egli troverebbe bensì degli uomini, che per concentrazione interiore potrebbero concepire la dottrina dell’ottuplice sentiero, ma non troverebbe uomini che dall’essenza più profonda della loro anima abbiano il traboccare spumeggiante della forza d’amore, l’amore vivente. Questa forza vivente dell’amore doveva affluire nel frattempo, affinchè il Buddha Maitreya potesse trovare non solamente uomini che comprendono che cos’è l’amore, ma uomini che hanno in sè la forza dell’amore. Perciò doveva discendere sulla Terra il Cristo — un’Entità, che visse sulla Terra solo tre anni, ma che non vi era mai stata incarnata prima, come avete potuto apprendere da tutte le comunicazioni fatte fin qui. La presenza del Cristo sulla Terra durante tre anni, — dal battesimo di Giovanni fino al Mistero del Golgotha, fece sì che sulla Terra l’amore si riverserà sempre più nel cuore, nell’anima umana, con altre parole, nell’Io umano; sicché gli uomini diverranno sempre più compenetrati dal Cristo, affinchè alla fine dell’evoluzione terrena, l’Io dell’uomo sia un Io completamente riempito dal Cristo. Come la dottrina dell’amore e della compassione dovette dapprima venir suscitata per opera del Bodhisattwa, così la sostanza dell’amore dovette venir portata sulla Terra da Colui, che la portava giù dalle altezze celesti, e che a poco a poco la fa diventare proprietà dell’Io umano stesso. Noi non possiamo dire, che «l’amore» non vi fosse stato anche prima. Ma non vi era quell’amore, che poteva essere immediato possesso dell’Io umano; era un amore che veniva ispirato, che il Cristo riversava giù dalle altezze cosmiche, che penetrava incoscientemente, come incoscientemente penetrava prima la dottrina dell’ottuplice sentiero emanata dal Bodhisattwa. Il rapporto che corre fra il Buddha e l’ottuplice sentiero, è uguale a quello che corre fra l’Essere che è il Cristo, e ciò che Egli era prima di poter discendere ad assumere figura umana. L’assumere figura umana fu per il Cristo un progresso. Questo è l’essenziale. E quando il successore del Buddha, che oggi è un Bodhisattwa, (egli è ben noto a coloro che sono esperti nella scienza dello Spirito, e verrà il giorno in cui si potrà parlare diffusamente di queste cose, e in cui si potrà anche fare il nome di questo Bodhisattwa che diverrà poi il Maitreya Buddha; per ora dobbiamo limitarci ad accennarlo, perchè già sono molti i fatti, sconosciuti al mondo esterno, che abbiamo esposto) quando questo Bodhisattwa apparirà sulla Terra e diventerà il Maitreya Buddha, egli troverà sulla Terra la seminagione del Cristo. Questi saranno gli uomini che diranno: «Non solo la mia testa è ricolma della sapienza dell’ottuplice sentiero; non solamente ho la dottrina, la sapienza dell’amore, ma il mio cuore è pieno della sostanza vivente dell’amore, di ciò che trabocca e irradia fuori nel mondo». Allora, con siffatti uomini, il Maitreya Buddha potrà eseguire la sua ulteriore missione nell’evoluzione del mondo.
Così le cose si integrano, e così soltanto comprendiamo nelle sue profondità il Vangelo di Luca. Esso non ci parla di una «dottrina», ci parla di quella Entità che sostanzialmente penetrò negli esseri terrestri, nell’organismo umano. Questo è un fatto, che in occultismo si esprime col dire: I Bodhisattwa che diventano Buddha potrebbero redimere gli uomini della Terra, per quanto riguarda lo spirito, per mezzo della sapienza; ma non potrebbero mai redimere l’intiero uomo. Perchè l’uomo intiero può venir redento soltanto se il suo organismo viene compenetrato, non solo dalla sapienza, ma dalla calda forza dell’amore. Compito del Cristo fu di redimere le anime per mezzo del torrente di amore, ch’Egli portò sulla Terra. Portare «la sapienza dell’amore» fu compito dei Bodhisattwa e dei Buddha; portare all’umanità la «forza dell’amore» fu compito del Cristo. Questa è una distinzione, che bisogna fare.
Oggi vogliamo far convergere le differenti cognizioni acquistate nel corso di queste conferenze sul punto culminante dell’intiero insieme, quale, col Vangelo di Luca alla mano, ci risulta dall’indagine spirituale; su quel punto culminante, che chiamiamo «Il Mistero del Golgotha».
Abbiamo cercato l’ultima volta di dare una descrizione profonda di ciò che veramente è successo in quel periodo dell’evoluzione umana in cui il Cristo si aggirò per tre anni sulla Terra, e nelle conferenze precedenti abbiamo cercato di caratterizzare come in genere abbia potuto effettuarsi questo evento, grazie al confluire di quelle correnti spirituali che abbiamo considerate. L’Evangelista Luca ci caratterizza appunto in modo meraviglioso tutta la missione del Cristo Gesù sulla Terra, sol che sappiamo vedere ciò che egli ci descrive, alla luce delle cognizioni che si attingono dalla Cronaca dell’Akasha.
Ora qualcuno potrebbe porre la domanda: Come va — poiché la corrente spirituale buddhistica si intesse del tutto organicamente nella dottrina cristiana come va che nella dottrina cristiana non si trovano accenni alla grande legge del «Karma», a quel pareggio che avviene nel corso delle singole incarnazioni dell’uomo? Ma sarebbe solo un malinteso voler credere che ciò che dobbiamo riconoscere per mezzo della legge del Karma non sia contenuto in ciò che il Vangelo di Luca ci comunica; vi è contenuto. Solo dobbiamo renderci conto, se vogliamo comprendere giustamente una cosa simile, che i bisogni delle anime umane sono diversi nelle diverse epoche, e che i grandi missionari dell’evoluzione universale non hanno sempre il compito di dare agli uomini la verità assoluta in forma astratta, in quanto essa non verrebbe nemmeno compresa dagli uomini nei diversi stadii di maturità. I grandi missionari devono parlare agli uomini in modo da dar loro al tempo opportuno ciò che a essi è adeguato. In quello che l’umanità ha ricevuto mercè l’intervento del gran Buddha, è contenuta tutta la saggezza che, collegandosi con la dottrina della compassione e dell’amore e con la parafrasi di questa dottrina nell’ottuplice sentiero, può condurre a una saggia comprensione dell’insegnamento del Karma. E se per questa via non ci si arriva, vuol dire che non si cerca abbastanza profondamente e completamente, entro l’anima umana, ciò che conduce alla dottrina del Karma e a quella della rincarnazione che a questa si ricollega.
Ieri abbiamo narrato come, fra tremila anni circa, una gran parte dell’umanità sarà progredita al punto di poter arrivare per virtù propria alla dottrina dell’ottuplice sentiero, e possiamo oggi aggiungere conseguentemente anche a quella del Karma e della rincarnazione. Ma questo deve avvenire a poco a poco, gradatamente. Perchè come non può sbocciare il fiore dalla pianta appena messo il seme in terra, ma deve prima svilupparsi secondo necessarie leggi, a foglia a foglia, così è necessario, che l’evoluzione spirituale che attraversa l’umanità, proceda di grado in grado, sicché tutto ciò che avviene succeda sempre a tempo giusto.
Chi, pervaso dalle capacità che l’antroposofia può dargli, si immerge oggi nella propria anima, trova necessaria la dottrina del Karma e della rincarnazione. Ricordate però, che l’evoluzione non avviene invano, e che veramente solo all’epoca nostra le anime sono ridiventate atte a trovare in sé ciò che si chiama la dottrina del Karma e della rincarnazione.
Non sarebbe stato bene, che questa dottrina fosse stata annunziata esotericamente qualche secolo prima; nè sarebbe stato bene per l’evoluzione dell’umanità, che ciò che oggi è il contenuto della scienza dello Spirito, di cui le anime umane sono assetate, e con cui è collegata l’investigazione dei sostrati profondi dei Vangeli, fosse stato annunziato apertamente all’umanità già un paio di secoli Addietro. Occorreva prima che le anime umane ne divenissero assetate, e sviluppassero le facoltà necessarie ad accogliere la dottrina del Karma e della rincarnazione; occorreva che queste anime fossero già passate per incarnazioni precedenti, anche nell’epoca post-cristiana, e avessero sperimentato ciò che si sperimenta prima di essere maturi per la dottrina del Karma e della rincarnazione. Se nei primi secoli del cristianesimo si fosse annunciata così apertamente come si fa oggi la dottrina del Karma e della rincarnazione sarebbe stato, per l’evoluzione umana, come se si chiedesse a una pianta di fare spuntare immediatamente il fiore, invece delle foglie verdi. — Così l’umanità è venuta gradualmente maturandosi ad accogliere in sé la dottrina del Karma e della rincarnazione nel suo contenuto spirituale. Perciò non c’è affatto da meravigliarsi, che in ciò che nei Vangeli è stato dato da secoli all’umanità, vi sia parecchio che dà un’immagine completamente falsa del cristianesimo. Il Vangelo è stato dato agli uomini, sotto un certo riguardo, precocemente, e solo oggidì l’umanità va maturandosi a sviluppare nel-l’anima tutte le facoltà, che possono condurre alla comprensione di ciò che veramente i Vangeli contengono. Era assolutamente necessario, che ciò che si diede come rivelazione del Cristo Gesù, tenesse conto delle condizioni, della disposizione delle anime umane di allora; per cui non si insegnarono allora la rincarnazione e il Karma come dottrine astratte, ma si versarono nell’anima umana sentimenti tali, che per essi le anime si resero mature a poco a poco ad accogliere la dottrina della rincarnazione e del Karma. Questo vale quanto dire, che a quell’epoca si dovette comunicare ciò che poteva condurre a poco a poco alla comprensione della dottrina della rincarnazione e del Karma, e non la dottrina stessa.
Dicevano questo, il Cristo Gesù e coloro che lo circondavano? Per comprendere ciò, dobbiamo aprire il Vangelo di Luca e porcelo davanti all’anima in maniera giusta. E se lo poniamo giustamente dinanzi all’anima, con comprensione per queste cose, potremo leggere come proprio la legge del Karma sia stata allora annunciata agli uomini.
«Beati voi che siete poveri, perchè vostro è il Regno dei Cieli. Beati voi che avete adesso fame, perchè sarete satollati. Beati voi che ora piangete, perchè riderete. Beati sarete allora quando gli uomini vi odieranno e scomunicheranno, e vi diranno improperi e rigetteranno come abominevole il vostro nome, a causa del Figliolo dell’uomo. Rallegratevi allora e tripudiate; perchè, mirate come grande è la mercede vostra nei mondi spirituali» (Luca VI, 20-23).
Qui abbiamo la dottrina del «pareggio», che, senza trattare in modo astratto di Karma e di rincarnazione, si dà tuttavia premura di far penetrare nelle anime la certezza fondata sul sentimento, che colui che ancora per un certo tempo deve soffrire — in qualsiasi campo — la fame, ne avrà il compenso. Questi sentimenti dovevano fluire nelle anime umane. E le anime che vivevano allora e nelle quali questa dottrina era stata versata in questa forma, divennero, quando tornarono a incarnarsi, mature ad accogliere come sapienza la dottrina del Karma e della rincarnazione. Così a quel tempo dovette fluire nelle anime ciò che in esse doveva maturarsi; perchè era venuta un’epoca completamente nuova, un’epoca in cui gli uomini si accingevano, in piena maturità, a sviluppare il loro lo, la loro autocoscienza.
Mentre prima gli uomini ricevevano le rivelazioni e ne subivano gli effetti nel corpo astrale, nel corpo eterico e nel corpo fisico, ora dovevano diventare pienamente coscienti nel loro Io. Ma solo a poco a poco questo doveva riempirsi delle forze che gli erano destinate. Ma solo quell’Io, che allora visse sulla Terra e (che era stato preparato nella sua corporeità, poteva avverare in sè l’universale Principio-Cristo; quell’Io che — come Gesù natanico - aveva incarnato in sè l’individualità di Zarathustra. Ora a poco a poco gli altri uomini devono sviluppare, seguendo il Cristo, ciò che allora visse per tre anni sulla Terra in quella personalità. Il Cristo Gesù potè allora inoculare nell’umanità soltanto una disposizione, un germe, e questo germe doveva poi a poco a poco crescere e svilupparsi. A ciò venne pure provveduto, col far sì che, nei momenti adeguati, potessero sempre apparire in seno all’evoluzione umana coloro che potevano portare all’umanità quello per cui essa si sarebbe resa matura in un tempo successivo. Colui che comparve allora sulla Terra come «Cristo» dovette provvedere affinchè l’umanità ricevesse, subito dopo la sua comparsa, l’«annunzio», nel modo che ad essa allora era dato di comprendere; ma doveva pure provvedere a che più tardi comparissero delle individualità che provvedessero in senso spirituale alle anime a misura che si sarebbero fatte più mature.
Lo scrittore del Vangelo di Giovanni ci descrive il modo come il Cristo ha provveduto per i tempi successivi al Mistero del Golgotha. Egli ci mostra come il Cristo stesso «risvegliasse» in Lazzaro quell’individualità, che poi continuò a operare come Giovanni e diede la dottrina in quella forma che abbiamo descritta nelle conferenze sul «Vangelo di Giovanni». Ma il Cristo doveva pure provvedere a che in tempi posteriori potesse venire quella individualità che sarebbe atta a portare praticamente nell’umanità, in conformità dell’ulteriore evoluzione, ciò per cui gli uomini andavano a poco a poco maturandosi. A questo fine però il Cristo doveva risvegliare un’individualità. Lo scrittore del Vangelo di Luca ci descrive fedelmente come ciò avvenisse.
Mentre dice che vuole descrivere ciò che dell’evento di Palestina erano in grado di narrare allora i chiaroveggenti immaginativi e ispirati, egli accenna in pari tempo a ciò che verrà un giorno insegnato da un altro, ma solo in avvenire.
E per descriverci questo misterioso processo, lo scrittore del Vangelo di Luca ha pure intessuto nel suo documento un «risveglio». Ciò che leggiamo intorno al «risveglio del giovanetto di Main» contiene il segreto della continuità dell’azione del cristianesimo. Mentre nel racconto della guarigione della figlia di Giairo, che vi ho spiegato avanti ieri per lo meno sommariamente, i misteri che ad essa si connettono sono così profondi, che il Cristo Gesù prende con sè solo pochi uomini per assistere al processo della guarigione, e poi ingiunge loro di non raccontarlo, vediamo invece svolgersi un altro «risveglio» in modo da venire subito narrato. Il primo processo era una guarigione che presupponeva, in colui che la compieva, una profonda penetrazione nei processi della vita fisica. L’altro era un risveglio, una iniziazione. Quella individualità che è contenuta nel corpo del giovinetto di Nain, deve subire un’iniziazione di genere affatto speciale. Vi sono diverse specie di iniziazione. Per una di queste, colui che è stato iniziato vede folgorare in sè le cognizioni dei mondi superiori immediatamente dopo il processo d’iniziazione; e può penetrare con la sua visione nei processi e nelle leggi dei mondi spirituali. Ma secondo un altro modo di iniziazione, può a tutta prima immergersi nell’anima in quistione soltanto un germe, sicché quest’anima deve aspettare un’altra incarnazione, perchè solo in questa incarnazione successiva il germe spunta e l’uomo diventa un iniziato nel vero senso della parola. Una simile iniziazione venne compiuta nel giovanetto di Nain. Allora, durante l’evento di Palestina, la sua anima fu trasformata; ma non aveva ancora la coscienza di essere salita nei mondi superiori. Solo nel-l’incarnazione successiva germogliarono le forze che allora erano state piantate in quell’anima. Qui, in una conferenza exoterica, non si possono fare nomi, si può solo accennare che quella individualità, che Cristo Gesù aveva risvegliato nel giovanetto di Nain, si risvegliò più tardi in un grandissimo maestro di religione; e che per tal modo potè sorgere più tardi un nuovo Maestro del cristianesimo, con quelle forze che allora erano state immerse nella sua anima.
Così il Cristo ha provveduto pure a che più tardi potesse apparire un’individualità che facesse progredire il cristianesimo. E questa individualità, che venne risvegliata nel giovanetto di Nain, è chiamata di poi a compenetrare sempre più il cristianesimo colle dottrine della rincarnazione e del Karma; a collegare col cristianesimo quelle dottrine che allora, quando il Cristo stesso visse sulla Terra, non poterono ancora venire esplicitamente insegnate come sapienza, perchè dovevano prima venire immerse nelle anime umane per le Vie del sentimento. Il Cristo Gesù, — anche secondo il Vangelo di Luca — dice effettivamente, e a sufficienza, come nell’evoluzione umana sia penetrato qualche cosa di completamente nuovo, il divenire cosciente dell’Io. Egli mostra basta saperlo leggere che prima gli uomini non vedevano il mondo spirituale fluire dentro il loro Io auto-cosciente, ma se ne sentivano compenetrare per mezzo dei loro corpi fisico, eterico e astrale, e che vi era sempre un certo grado d’inconsapevolezza, quando delle forze divino-spirituali affluivano nel mondo antico negli uomini. Tutto ciò doveva ora mutarsi. Prima — nella corrente in cui il Cristo Gesù stesso si trovava collocato in pieno — gli uomini dovevano ricevere la legge del Sinai, che poteva parlare soltanto al corpo astrale umano. Essa veniva data all’uomo in modo da agire bensì in lui; ma non per immediata virtù delle forze del suo Io. Queste forze erano divenute possibili solo ai tempi del Cristo Gesù, perchè solo allora gli uomini giungevano alla coscienza del loro Io. A questo accenna il Cristo Gesù anche nel Vangelo di Luca, là doVe dice che gli uomini devono prima rendersi compieta-mente maturi ad accogliere nella loro anima un principio del tutto nuovo. Vi accenna là dove parla del suo precursore, Giovanni Battista.
Come considerava Cristo stesso questa individualità di Giovanni?
Egli diceva che Giovanni aveva missione di caratterizzare agli uomini nella forma più pura e più nobile — prima della venuta del Cristo stesso ciò ch’era l’antico insegnamento dei Profeti, ciò che di puro o di nobile proveniva dai tempi antichi. Egli considerava Giovanni come l’ultimo per così dire che in forma purissima e nobilissima recasse ancora ciò che apparteneva al passato. «La legge e i Profeti» arrivano fino a Giovanni. Giovanni doveva porre un’ultima Volta dinanzi agli uomini ciò che l’antica dottrina e l’antico contenuto dell’anima poteva recare loro. Come doveva infatti agire questo antico contenuto dell’anima ai tempi che precedettero la venuta del Principio-Cristo?
Qui abbiamo qualcosa che un giorno diventerà pure dottrina della scienza naturale moderna, se questa si lascerà un poco inspirare da ciò che è la scienza dello Spirito, cosa che oggi le apparirebbe ancora molto singolare. (Devo qui accennare a qualcosa che naturalmente posso soltanto sfiorare, ma che vi mostrerà in quali profondità la scienza dello Spirito sia chiamata a portare la sua luce, appunto nei riguardi della scienza naturale). Se guardate oggi nel campo della scienza naturale, e vedete come quest’ultima vuole penetrare nei misteri dell’esistenza umana, per mezzo delle facoltà limitate del pensiero umano, troverete che essa afferma che la cooperazione del germe maschile e di quello femminile porta alla creazione dell’intiero homo! È precisamente una tendenza fondamentale della scienza naturale moderna, di voler dimostrare come l’intiero uomo provenga dalla cooperazione del germe, maschile e di quello femminile. La microscopia scruta minuziosamente le sostanze per determinare quali qualità possano provenire dal germe maschile, e quali dal germe femminile, ed è soddisfatta se crede di poter dimostrare come l’uomo sorga per la cooperazione del germe maschile e di quello femminile. Ma la scienza naturale verrà portata per forza propria a riconoscere che solo una parte dell’entità umana viene determinata dalla cooperazione del germe maschile e del femminile, e che effettivamente all’uomo odierno, nel ciclo attuale dell’evoluzione, anche quando sappia precisamente quel che proviene dall’un germe e quel che proviene dall’altro, non è riuscito di regola di dare la spiegazione dell’intiero uomo. Vi e in ogni uomo qualche cosa, che non viene suscitata dal germe, e che nasce, per così dire, «virginalmente», che si versa nella germinazione da tutt’altre sfere. Viene a congiungersi col germe dell’uomo qualcosa che non proviene dal padre e dalla madre, e che nondimeno gli appartiene, e che è destinato a lui, che si riversa in un Io, e che può venir nobilitato, se accoglie il Principio Cristo. È nato virginalmente nell’uomo ciò che nel corso dell’evoluzione umana si collega col Cristo; e sta in connessione - la scienza naturale lo riconoscerà un giorno coi proprii mezzi - con quell’importante trapasso che avvenne al tempo del Cristo Gesù. Prima di allora non poteva esservi nulla nell’interiorità dell’uomo che non vi giungesse per la via del germe. Avviene Veramente nel corso del tempo una trasformazione nell’evoluzione dell’Io. L’umanità è diventata diversa da allora; solo che essa deve sviluppare a poco a poco e nobilitare, mercè l’accoglimento del Principio-Cristo, quello che da allora si va aggiungendo agli elementi costitutivi provenienti dal solo germe.
Con ciò ci accostiamo a una verità molto sottile. E per colui che conosce la scienza naturale moderna è meraviglioso e interessante vedere come ci siano già oggi dei campi, in cui gli investigatori della natura verranno, per così dire, a cozzare contro il fatto, che v’ha nell’uomo qualcosa che i non proviene dal germe. Le condizioni a ciò necessarie già esistono, ma l’intelletto degli scienziati non è ancora abbastanza progredito per riconoscere giustamente quel che è dato dai loro stessi esperimenti, dalle loro stesse osservazioni. Perchè in ciò che avviene obbiettivamente negli esperimenti, è in azione qualcosa di più. di ciò che l’odierna scienza riconosce. Questa andrebbe poco lontano se fosse lasciata soltanto all’abilità degli scienziati. Ma dietro ogni scienziato che lavora nel laboratorio, nel gabinetto o nella clinica, stanno le Potenze direttrici e guidatrici del mondo, le quali fanno affiorare alla superficie ciò che lo scienziato stesso non comprende, e di cui egli è soltanto uno strumento. È dunque perfettamente vero, che perfino l’indagine obiettiva è guidata dai «Maestri», cioè dalle Individualità superiori. Queste cose, però, non vengono ordinariamente osservate, ma verranno osservate quando le facoltà coscienti degli scienziati saranno compenetrate della dottrina spirituale della scienza dello Spirito.
Per il fatto che è avvenuto quello che appunto ho descritto, una grande trasformazione sì è verificata nelle facoltà umane dall’apparire del Cristo sulla Terra in poi. Prima l’uomo poteva valersi soltanto delle facoltà che gli venivano dal germe paterno e materno; perchè esse sole sono tali, da formarsi dentro l’uomo. Quando ci troviamo tra la nascita e la morte sviluppiamo in facoltà ciò che noi siamo come corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale. Prima del tempo del Cristo Gesù gli strumenti che l’uomo Volgeva a proprio uso potevano costituirsi esclusivamente dal germe; dopo venne ad aggiungersi ciò che nasce virginalmente, che non è affatto suscitato dal germe. Può naturalmente recare molto danno il fatto, che un uomo sia dedito solamente alla concezione materialistica. Se egli invece si abbandona al calore che emana dal Principio-Cristo, il nuovo elemento può venire nobilitato, e l’uomo lo porta poi seco nelle incarnazioni successive in modo sempre più elevato.
Ma ciò che ora ho detto presuppone che noi comprendiamo come in tutte le rivelazioni che precedettero quella del Cristo, vi fosse qualcosa che era legato alle facoltà provenienti dalla discendenza, che l’uomo riceveva col germe; e presuppone inoltre, che noi ci rendiamo coscienti che il Cristo Gesù doveva parlare a quelle facoltà, che non hanno nulla a che fare col germe terreno, ma che si collegano col germe che viene dai mondi divini. Tutti coloro che sorsero prima del Cristo Gesù, poterono servirsi, per parlare agli uomini, soltanto di quelle facoltà, che erano state loro trasmesse nella loro entità terrena, per mezzo delle disposizioni germinali. Tutti i profeti e gli annunziatori per elevati che fossero anche quando discendevano come Bodhisattwa, dovevano per predicare servirsi delle facoltà trasmesse per la via del germe. Il Cristo Gesù, invece, parlò a quell’elemento umano che non passa attraverso il germe, ma che proviene dal regno del Divino. A questo Egli accenna, secondo il Vangelo di Luca, quando parla ai suoi discepoli sull’essere di Giovanni Battista, dicendo: «io vi dico, che non esiste un profeta più grande di Giovanni tra coloro «che sono nati di donna»; cioè tra coloro, dei quali, come li vediamo dinanzi a noi, si può spiegare l’entità col fatto che essa è sorta per nascita fisica dal germe maschile e da quello femminile. Ma egli continua: «la più piccola parte di ciò che non è nato da donna, che dal Regno di Dio si unisce all’uomo, è più grande di Giovanni». Tanta profondità si nasconde dietro siffatte parole! Quando gli uomini studieranno la Bibbia, illuminata dall’essenza della scienza dello Spirito, vedranno, ch’essa contiene delle verità fisiologiche più grandi di tutto quanto possa oggigiorno scoprire l’imperfettissimo pensiero fisiologico moderno. In una sentenza come quella testé citata, vi è l’impulso alla conoscenza di una delle massime verità fisiologiche. Così profonda è la Bibbia, se la comprendiamo secondo verità!
Ciò che or ora ho detto, il Cristo Gesù lo spiega anche in altra forma nei modi più svariati. Egli vuole accennare come ciò che per suo mezzo deve penetrare e vivere nel mondo, sia cosa del tutto nuova, del tutto diversa da ciò che mai fosse stato prima annunciato, perchè viene rivelata grazie a facoltà che hanno origine dai Regni celesti e che non abbiamo avute per via di eredità. Egli accenna come sia difficile per gli uomini sollevarsi a poco a poco alla comprensione di siffatta dottrina, di siffatto Vangelo; come essi chiederanno di arrivare alla convinzione per le stesse vie che si usavano una volta. Egli dice loro però al tempo stesso: non si può convincervi nell’antica maniera di quanto di nuovo ora è venuto, della verità nuova, perchè ciò che poteva servire di testimonianza per la forma antica, non potrebbe rendervi persuasi della nuova. Modi e forme, -nel senso dell’antica verità, trovano la loro massima espressione, secondo la capacità dell’uomo di comprenderla, nel simbolismo del segno di Giona. In questo segno viene simbolizzato alla maniera antica come l’uomo si elevi gradualmente alla conoscenza e penetri nei mondi spirituali; ovvero, per parlare biblicamente, come egli diventi Profeta. Questa è la maniera antica di giungere all’iniziazione: anzitutto maturare la propria anima — preparare tutto ciò che può rendere l’anima matura; — poi per tre giorni e mezzo essere immersi in una condizione, in cui si è completamente sottratti al mondo esterno e anche agli strumenti coi quali si percepisce il mondo esterno. Perciò coloro che dovevano essere condotti su nel mondo spirituale, venivano dapprima accuratamente preparati; la loro anima veniva preparata alla conoscenza della vita spirituale; poi venivano sottratti per tre giorni e mezzo al mondo, e condotti in pari tempo in un luogo dove anche coi loro sensi esteriori nulla potevano percepire, dove il loro corpo era in uno stato simile a morte; e dopo tre giorni e mezzo venivano nuovamente risvegliati; allora l'anima loro veniva richiamata dentro il corpo. Così questi uomini erano capaci di ricordarsi di ciò che avevano ricevuto come visione dei mondi superiori, e di dare essi stessi notizie dei mondi spirituali. Questo era il grande Mistero dell’Iniziazione: che l’anima lungamente preparata veniva condotta fuori dal corpo, per tre giorni e mezzo, in un mondo diverso; rimaneva esclusa dal mondo esterno e penetrava nel mondo spirituale. Vi furono sempre nei popoli uomini siffatti, in grado di annunziare il mondo spirituale; erano coloro che avevano sperimentato quello che la Bibbia narra «di Giona che giace in seno alla balena». A tanto un uomo veniva preparato, e più tardi, quando compariva davanti al popolo, come iniziato all’antica maniera, portava il segno che portavano coloro che potevano essi stessi sperimentare il mondo spirituale: il «segno di Giona». Questa era una delle forme d’iniziazione. «Nel senso antico» — diceva il Cristo — «non vi è altro segno che il segno di Giona». E secondo il Vangelo di Luca Egli si esprime ancora più chiaramente: «Vi è certo ancora, come eredità dei tempi antichi, la possibilità di divenire chiaroveggenti, senza propria cooperazione, senza iniziazione, in modo oscuro, crepuscolare; e di venir condotti nel mondo spirituale per rivelazione dall’alto». Egli voleva accennare al fatto, che accanto a quella or ora descritta, vi è nel mondo spirituale una seconda specie di iniziati; che, cioè, vi erano degli uomini, i quali si aggiravano fra gli altri uomini, e che, per il solo fatto di avere dietro di sè un’adeguata prosapia, erano capaci, senza essere passati per una speciale iniziazione, di ricevere dall’alto delle rivelazioni in una specie di superiore stato di trance. Il Cristo indicava che questo doppio modo di trasportarsi nel mondo spirituale è tramandato dai tempi antichi. Egli diceva: «Ricordatevi del re Salomone». In questo Egli voleva designare un’individualità di quella specie, che senza propria cooperazione, per rivelazione dall’alto, poteva guardare nel mondo spirituale. Perciò la «Regina di Saba» che va dal Re Salomone, è la portatrice della sapienza dall’alto, la rappresentante di coloro che sono predestinati ad avere tutti i retaggi di quella oscura, crepuscolare chiaroveggenza, che tutti gli uomini avevano posseduta all'epoca atlantea. — Vi erano queste due specie di iniziati; l'una, rappresentata da Salomone e dalla simbolica visita fattagli dalla Regina di Saba, dalla Regina del Mezzogiorno; l'altra specie era quella che avveniva nel segno di Giona, cioè l’iniziazione antica, in cui si percorreva per tre giorni e mezzo il mondo spirituale nella più completa segregazione dal mondo esteriore. Il Cristo aggiunge ancora: «Qui vi è più che Salomone, qui vi è più che Giona», e con ciò accenna al fatto, che qualcosa di nuovo è venuto nel mondo; che non viene più parlato al corpo eterico solamente dal di fuori, per via di rivelazioni, come nel caso di Salomone. E neppure viene parlato ai corpi eterici dal di dentro, per via di rivelazione che il corpo astrale, adeguatamente preparato, può comunicare al corpo eterico, come nel caso di coloro che sono simboleggiati col segno di Giona. «Qui vi è qualcosa per cui l’uomo, se si rende a ciò maturo nel suo Io, si collega con ciò che appartiene al Regno dei Cieli», perchè le forze dai Regni celesti si collegano con la parte virginale dell’anima umana, che appartiene ai Regni celesti, e che gli uomini possono guastare quando deviano dal Principio-Cristo, ma che possono pure curare e coltivare, se si compenetrano di ciò che emana dal Principio-Cristo.
Così, secondo il Vangelo di Luca, il Cristo Gesù inserisce nella sua dottrina ciò che come nuovo elemento venne allora sulla Terra, e noi vediamo come, per virtù dell’evento di Palestina, tutte le antiche maniere di annunciazione del Regno di Dio si siano mutate. Perciò Egli dice a coloro, dei quali poteva presumere che, grazie alla loro preparazione, sarebbero un poco in grado di comprenderlo: «In verità vi sono taluni fra voi, che possono vedere il Regno di Dio, e non solo come Salomone per via di rivelazione, o d’iniziazione nel segno di Giona; se questi fra voi non giungessero oltre, non arriverebbero mai a vedere in questa incarnazione il Regno di Dio; prima dovrebbero morire». Vale a dire che, prima della loro morte, essi non vedrebbero il Regno di Dio, se non venissero iniziati; ma allora dovrebbero passare per uno stato simile alla morte.
Ma il Cristo voleva mostrare che vi sono anche uomini capaci di vedere i Regni dei cieli, prima di morire, grazie a ciò che ora è venuto nel mondo come nuovo elemento.
I discepoli a tutta prima non compresero di che cosa si trattasse. Ma Egli voleva mostrar loro, che erano essi coloro che prima di morire di morte naturale o di quella morte della quale prima si moriva nell’iniziazione — conoscerebbero i misteri dei Regni celesti. — Questo è quel passo meraviglioso del Vangelo di Luca, dove il Cristo parla di una rivelazione superiore e dice: «Io però vi dico, in verità, che alcuni di coloro che sono qui presenti non morranno prima d’aver veduto i Regni dei Cieli» (Luca, IX, 27). Questo non compresero i discepoli: che essi, cioè, ch’erano attorno a lui, erano prescelti a sperimentare l’azione potente idi quell’Io, del Principio-Cristo, mercè il quale dovevano penetrare direttamente nel mondo spirituale. Il mondo spirituale doveva palesarsi a loro senza il segno di Salomone e senza il segno di Giona.
È ciò avvenuto?
A queste parole tien dietro immediatamente la scena della Trasfigurazione, in cui tre discepoli — Pietro, Giacomo e Giovanni — vengono condotti su nel mondo spirituale, dove si palesa loro ciò che nel mondo spirituale esiste come Mosè ed Elia, e in pari tempo la spiritualità stessa che vive nel Cristo Gesù. Essi guardano per un momento nel mondo spirituale, per ricevere la prova che è possibile gettare lo sguardo nel mondo spirituale senza A il segno di Salomone e senza il segno di Giona. Ma al tempo stesso apparisce chiaro ch’essi sono ancora principianti, perchè si addormentano subito dopo che, per la potenza di ciò che stava accadendo, sono stati strappati fuori dai loro corpi astrali. Perciò il Cristo li trova addormentati. — Così doveva mostrarsi quale fosse il terzo modo di penetrare nel mondo spirituale, oltre quello che avveniva nel segno di Salomone o nel segno di Giona. Questo sapeva appunto colui, ch’era capace d’interpretare per quell’epoca i segni dei tempi. Sapeva che l’Io doveva svilupparsi, ch’esso doveva ora venir inspirato direttamente, e che le forze divine dovevano agire direttamente dentro l’Io. In pari tempo però doveva mostrarsi come gli uomini di allora, anche se esemplari di primissimo ordine, non erano capaci di accogliere in sè il Principio-Cristo. Con la trasfigurazione si voleva segnare un inizio a questo riguardo, mostrando però al contempo che a tutta prima; i discepoli non erano capaci di accogliere interamente il Principio-Cristo. Perciò le loro forze vengono subito meno, non appena essi vogliono adoperare il Principio-Cristo per risanare un uomo posseduto da uno spirito cattivo; e non vi riescono. Allora il Cristo accenna al fatto ch’essi sono soltanto ad un inizio, col dire: «Io dovrò restare con voi ancora molto tempo, finché le vostre forze possano fluire anche negli altri uomini». Ed Egli risana allora colui che i discepoli non avevano potuto sanare. Dopo di che Egli dice, richiamandoli ancora una volta al mistero che stava dietro a tutto ciò: «Ora è venuto il tempo che il Figlio dell’Uomo sta per essere dato nelle mani degli uomini», in cui, cioè, quello che gli uomini devono sviluppare dal proprio interno, nella loro missione terrestre, deve a poco a poco fluire in loro; in cui l’Io umano deve venir consegnato all’uomo, quell’Io che, nella sua forma più alta, essi dovrebbero riconoscere nel Cristo. «Voi ascoltate attentamente quel che sto per dirvi: il Figliuolo dell’Uomo sta per esser dato nelle mani degli uomini. Ma essi non capivano quel suo dire, che era velato per loro, per modo che non ne afferravano il senso» (Luca, IX, 44-45).
Orbene, quanti hanno finora compreso questa parola?
Ma un numero sempre maggiore di uomini la comprenderà; comprenderà che allora l’Io, il Figliolo dell’Uomo, dovette esser consegnato agli uomini. E ciò che per quell’epoca si poteva aggiungere come spiegazione, il Cristo Gesù ve lo aggiunge. Egli dice: L’uomo attuale, quale sta dinanzi a noi, è un prodotto di quelle antiche forze che erano attive quando ancora le entità luciferiche non avevano operato nell’uomo; poi vennero le entità luciferiche e trascinarono l’uomo in basso. Tutto ciò si è immerso nelle facoltà che sono oggi proprie dell’uomo. Attraverso tutto quanto proviene dal germe, si è, prima della nostra epoca, mescolato nella coscienza dell’uomo qualcosa che lo ha trascinato giù in una sfera più bassa. L’uomo è un essere duplice. Quello però che egli ha sviluppato finora in fatto di coscienza è completamente compenetrato da elementi antichi, dalle forze luciferiche. Solo ciò, in cui si trova l’incosciente che domina nell’uomo, è quello che — come un ultimo residuo dell’evoluzione attraverso Saturno, Sole e Luna, — quando ancora non esistevano le forze luciferiche penetra oggi come parte virginale nell’uomo; ma non può collegarsi con l’uomo, senza quello che quest’ultimo può sviluppare in sè per mezzo del Principio-Cristo. L’uomo, quale, sta davanti a noi, è anzitutto un risultato dell’ereditarietà, una confluenza di ciò che proviene dai germi. E mentre così viene crescendo, egli è a priori una dualità. Senonchè questa dualità è già intrisa di forze luciferiche. Ma finché l’uomo non è illuminato dall’autocoscienza, finché non è capace ancora di distinguere pienamente, per virtù del proprio lo, tra Bene e Male, egli mostra ancora, attraverso al velo di ciò che è sopraggiunto più tardi, la primiera sua natura. Solo ciò che nell’uomo di oggi è ancora infantile, ha ancora un ultimo resto di quell’entità che l’uomo ebbe prima di soggiacere all’influsso delle entità luciferiche. Perciò l’uomo ci si presenta oggi con una parte «bambina» e una parte «adulta». La parte «adulta» è quella compenetrata dalle entità luciferiche; ma fa valere il suo influsso fin dalla primissima predisposizione del germe. Le forze luciferiche compenetrano già anche il bambino; sicché nella vita ordinaria non può palesarsi quello che già precedentemente, prima dell’influsso luciferico, venne immerso nell’uomo; spetta alla forza-Cristo di risvegliarlo. La forza-Cristo deve collegarsi con quelle che sono le forze migliori della natura infantile dell’uomo. Essa non può congiungersi alle facoltà che l’uomo ha guastate, a ciò che ha origine dall’entità nata da mero intelletto; ma deve congiungersi a ciò che è rimasto nella natura infantile degli antichi tempi: questa è la parte migliore dell’uomo. Questa la forza-Cristo deve nuovamente rigenerare, per poi fecondare il resto.
«Ma sorse tra loro il pensiero, chi di loro fosse il più grande», cioè chi fosse maggiormente adatto ad accogliere in sè il Principio-Cristo. «Ma Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «Chi riceve questo bambino nel nome mio» — cioè chi nel nome del Cristo si collega con ciò che è rimasto dai tempi pre-luciferici — «quegli riceve me -, e chi riceve me, riceve colui che mi ha mandato», cioè, che ha mandato questa parte dell’uomo sulla Terra. Qui ci viene mostrata tutta la grande importanza di ciò che è rimasto «infantile» nell’uomo, che deve venir curato e coltivato nella natura umana. Si può dire: l’uomo che sta qui davanti a me, ha veramente buonissime disposizioni. Ci si può dare ogni pena per sviluppare queste disposizioni, allo stesso modo come si cerca di progredire anche nella vita ordinaria. Invece, come si fa oggi, non si tiene conto di ciò che esiste nelle profondità dell’uomo, mentre si dovrebbe guardare a ciò che è rimasto infantile in lui; perchè è per tal tramite che, grazie alla virtù cristiana, vengono riaccese le altre facoltà. Dobbiamo dare saviezza alla parte bambina, affinchè anche le altre facoltà riacquistino saviezza. Ognuno, sotto questo riguardo, porta in sè la natura infantile, e questa, quando sia attiva, sarà anche suscettibile di collegarsi col Principio-Cristo. Invece le forze che stanno sotto l’influsso luciferico, anche se elevatissime, quando agiscono da sole nell’uomo, non faranno oggidì che respingere e deridere ciò che può vivere sulla Terra come Forza-Cristo, come Egli stesso predisse.
Così, proprio secondo il Vangelo di Luca, ci viene posto chiaramente dinanzi all’anima il senso della nuova rivelazione. Quando l’uomo che portava sulla fronte il segno di Giona, un iniziato antico, passava in mezzo agli uomini, lo si riconosceva come uno che aveva da annunziare i mondi spirituali. Ma solo coloro, ch’erano stati istruiti in proposito, sapevano quale aspetto dovesse avere un uomo siffatto; occorre una speciale preparazione per comprendere il «segno di Giona». Ma occorreva una nuova preparazione, — più che il segno di Salomone e più che il segno di 'Giona — per preparare una nuova maniera di comprensione, una nuova maniera di maturare l’anima. I contemporanei del Cristo Gesù potevano dapprima comprendere solo la maniera antica. E la maniera ancora nota ai più era quella che fu portata da Giovanni Battista. Ma riusciva del tutto strano alla gente, che il Cristo Gesù portasse ora qualcosa di totalmente nuovo, ch’Egli cercasse anime tra coloro, che avevano un aspetto ben diverso da quello che per simili uomini si era usi immaginarsi. La gente aveva presupposto ch’Egli frequenterebbe coloro che si esercitavano alla maniera antica, e che ad essi annuncierebbe la sua dottrina. Perciò non potevano comprendere ch’Egli frequentasse coloro ch’essi consideravano «peccatori». Ma Egli diceva loro: «Se io annunciassi alla maniera antica ciò che di totalmente nuovo ho da dare all’umanità, se al posto della forma antica non subentrasse pure una forma del tutto nuova, sarebbe come se volessi cucire una toppa nuova sopra un abito vecchio, o se prendessi del vino nuovo per versarlo in otri vecchi. Ciò che ora deve essere dato all’umanità, ciò che è più del segno di Salomone o del segno di Giona, va versato in otri nuovi, in forme nuove. E voi dovete spoltrirvi acciocché comprendiate nella nuova forma la nuova rivelazione».
Coloro i quali dovevano comprendere, dovevano comprendere per virtù del possente influsso dell’Io; non già per quello che avevano imparato, ma per quello che era penetrato in essi dall’Entità spirituale del Cristo. Ma a questo non erano eletti gli uomini ch’erano preparati nel senso delle dottrine antiche; bensì coloro ch’erano passati per incarnazioni e incarnazioni, e nondimeno apparivano gente semplice, che poteva comprendere mercè la forza della fede che li aveva compenetrati. Perciò anche davanti ad essi dovette venir posto un «segno» che valesse per gli occhi di tutti. Quello che per secoli e millenni! si era svolto nei Templi dei Misteri, come passaggio per la «morte mistica», dovette svolgersi sul grande teatro della storia del mondo. Tutto ciò che si era compiuto misteriosamente nei grandi Templi d’iniziazione uscì ora fuori e si palesò in un unico avvenimento sul Golgotha. Ciò che prima si presentava soltanto davanti agl’iniziati, durante i tre giorni e mezzo, allorché si effettuava un’antica iniziazione, si palesò ora con somma intensità a tutta l’umanità. Perciò colui, che conosceva i fatti, doveva descrivere il processo del Golgotha, qual’era: cioè, come l’iniziazione antica trasformata in storia, trasportata sulla ribalta esteriore della storia del mondo. Ecco ciò che si è compiuto sul Golgotha! Quel che i pochi iniziati avevano veduto prima nei Templi d’iniziazione, cioè, il riposo per tre giorni e mezzo in uno stato simile a morte — e che aveva dato loro la convinzione, che l’elemento spirituale vincerà sempre quello corporeo, e che la parte animico-spirituale dell’uomo appartiene a un mondo spirituale dovette ora svolgersi dinanzi agli occhi di tutti. L’avvenimento del Golgotha è un’iniziazione, trasportata sul piano della storia del mondo. Ma con ciò quest’iniziazione non venne compiuta soltanto per coloro che assistettero allora a quell’avvenimento, ma per tutta l’umanità. E quel che fluì da quella morte sulla croce, scorre da lì nell’intiera umanità. Una corrente di vita spirituale scaturisce dalle goccie di sangue versate sul Golgotha dalle ferite del Cristo, e da là fluisce dentro tutta l’umanità. Perchè doveva penetrare nell’umanità come forza, ciò che come «sapienza» era provenuto da altri annunziatori. Questa è la grande differenza tra l’avvenimento del Golgotha e la dottrina degli altri fondatori di religioni.
Occorre una comprensione più profonda di quella odierna, per afferrare ciò che allora avvenne sul Golgotha. Ciò a cui fisicamente venne legato l’Io umano, quando l'evoluzione terrestre ebbe principio, è il sangue. Il sangue è l’espressione esteriore dell’Io umano. Gli uomini avrebbero sempre più rafforzato il loro Io; e se non fosse comparso il Cristo, sarebbero caduti nell’egoismo dell’evoluzione. Da questi pericoli li preservò l’avvenimento del Golgotha. Che cosa occorreva che si versasse? La sostanzialità sovrabbondante dell’Io: il sangue doveva essere versato! Quel che ebbe principio sul Monte degli Olivi quando le goccie di sudore del Redentore caddero a terra, simili a goccie di sangue, dovette proseguire sul Golgotha con lo sgorgare del sangue dalle ferite del Cristo Gesù. Il sangue che allora venne versato, è il «segno» che sta a indicare l’eccedenza di egoismo nella natura umana che dovette venir sacrificato. Perciò dobbiamo penetrare più profondamente nell’importanza spirituale del sacrificio del Golgotha. Ciò che avvenne sul Golgotha non è percepibile al chimico, che vede le cose solo esteriormente e intellettualmente. Se qualcuno avesse analizzato chimicamente il sangue versato sul Golgotha, vi avrebbe trovato le medesime sostanze che si trovano nel sangue di altri uomini. Ma chi investiga questo sangue coi mezzi dell’indagine occulta, trova che in realtà è un altro sangue. A causa dell’eccedenza di sangue dell’umanità, gli uomini avrebbero dovuto corrompersi nell’egoismo, se non fosse venuto l’infinito amore e questo sangue non si fosse potuto versare. L’infinito amore è mescolato al sangue versato sul Golgotha, e l’investigatore occulto trova questo infinito amore che compenetrava interamente il sangue del Golgotha. E siccome lo scrittore del Vangelo di Luca voleva descrivere particolarmente come sia venuto nel mondo, per opera del Cristo, l’infinito amore, che deve a poco a poco scacciare l’egoismo, così egli si limita a questo compito.
Ciascun Evangelista descrive appunto ciò che deve descrivere secondo la parte speciale che gli compete. Se potessimo illuminare ancora più profondamente queste concatenazioni, vedremmo cadere tutte le contradizioni che l’indagine materialistica potrebbe forse trovarvi, come abbiamo visto cadere le contradizioni, nella preistoria di Gesù di Nazareth, dopo che abbiamo studiato le vere condizioni della sua gioventù. Ciascuno degli Evangelisti descrive ciò che secondo il suo punto di ’vista gli stava particolarmente a cuore; perciò Luca descrive quello che i suoi informatori, testimoni oculari e ministri della Parola, hanno potuto percepire secondo la loro speciale preparazione. Altro è ciò che gli altri Evangelisti percepiscono: lo scrittore del Vangelo di Luca percepisce quello che é quell’effusione di amore che perdona anche quando ad esso vien fatto ciò che vi é di più terribile per il mondo fisico. Così che, pienamente appropriate, risuonano giù dalla croce del Golgotha le parole che sono l’espressione di questo ideale di amore — parole di perdono per ciò che di più orribile poteva essere fatto: «Padre, perdona loro, poiché non sanno quel che si fanno»! Colui che sulla croce del Golgotha compie l’incommensurabile missione, mosso da infinito amore per coloro che lo hanno crocifisso, invoca, per loro, perdono.
Poi, ancora una volta abbiamo il Vangelo della potenza e della fede. Doveva venir corroborato, che vi è nella umana natura qualcosa che da essa può emanare, e di cui l’esistenza è sufficiente a strappare l’uomo al mondo dei sensi, per quanto strettamente egli possa essere legato con esso. Immaginiamoci un uomo, che per ogni specie di delitti si sia così impigliato nel mondo dei sensi, che la giustizia del mondo materiale gli ha inflitto il suo castigo, ma supponiamo che egli si sia conservato ciò che può far germogliare in lui la forza della fede: quest’uomo si distinguerà da un altro, che non sia in grado di far germogliare in sè la fede, come uno dei due ladroni si distingue dall’altro. L’un d’essi non ha la fede; su di questo il castigo si compie. L’altro invece ha questa fede, come una debole luce che risplende nel mondo spirituale; egli non può dunque perdere il contatto con la spiritualità. Gli viene perciò detto: «Oggi stesso, poiché sai di essere collegato col mondo spirituale, sarai meco in Paradiso!» Così, nel Vangelo di Luca, risuona dalla croce, insieme alla verità dell’amore, anche la verità della fede e della speranza.
E poi vi è ancora un’altra cosa che deve compiersi da quella regione dell’anima, che ci vuole particolarmente descrivere lo scrittore del Vangelo di Luca.
L’uomo, se compenetrato di quell’amore che fluì giù dalla croce del Golgotha, può guardare al futuro e dire: sulla Terra l’evoluzione deve gradualmente svolgersi in modo, che ciò che vive in me come spirito, trasformi a poco a poco tutta l’esistenza terrena fisica. Ciò che v’era prima dell’influsso luciferico, il Principio-Padre, lo Spirito che riceviamo, noi lo restituiremo a poco a poco al Principio-Padre; ma lasceremo compenetrare tutto il nostro spirito dal Principio-Cristo, e le nostre mani esprimeranno ciò che come chiara e precisa immagine vive nelle nostre anime. Come le nostre mani non sono create da noi, ma dal Principio-Padre, così verranno compenetrate dal Principio-Cristo. E, in quanto gli uomini passeranno per incarnazioni e incarnazioni, penetrerà a poco a poco, in ciò che essi compiranno nei loro corpi esteriori, la spiritualità che fluisce giù dal Mistero del Golgotha — fin dentro nel Principio-Padre, di guisa che il mondo esterno sarà compenetrato dal Principio-Cristo. Gli uomini vivranno la serenità che si manifestò dalla croce del Golgotha, e che conduce alla suprema speranza per l’avvenire, all’ideale che dice: «Io faccio germogliare in me la fede, io faccio germogliare in me l’amore; allora la fede e l’amore vivranno in me, e io so che, se abbastanza forti, essi compenetreranno tutto il mondo esteriore. E so pure che allora il Principio-Padre, che è in me, sarà compenetrato da essi». La speranza nell’avvenire dell’umanità, si aggiungerà alla «Fede» e all’«Amore», e gli uomini comprenderanno, che andando verso l’avvenire, dovranno acquistarsi quella serenità che dice: «Se io ho la fede, se io ho l’amore, posso abbandonarmi alla speranza, che ciò che del Cristo Gesù è in me, a poco a poco si trasmetterà al di fuori». Allora gli uomini capiranno le parole che come altissimo ideale risuonano giù dalla croce: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito!»
Così le parole dell’Amore, le parole della Fede e della Speranza risuonano giù dalla croce secondo il Vangelo, nel quale viene descritto come nell’anima di Gesù di Nazareth siano confluite le correnti spirituali che prima erano separate. Ciò che prima era cresciuto nell’umanità come «sapienza», è ora fluito in essa come forza dell’anima, come alto ideale del Cristo. Ed è compito dell’anima umana di comprendere sempre meglio quello che ci viene annunziato da un documento quale è il Vangelo di Luca, affinchè diventino sempre più vivi nelle anime umane i suoni così profondamente penetranti che vibrano nelle tre parole che risuonano dalla croce. Quando gli uomini, con le facoltà che si svilupperanno in loro per virtù delle verità spirituali che la scienza dello Spirito può darci, sentiranno in modo, che dalla croce scenda a ‘loro non più un messaggio morto, ma una parola vivente, diranno: cominciamo a comprendere come una parola vivente sia contenuta in un documento religioso quale è quello scritto da Luca. Così la scienza dello Spirito deve a poco a poco svelare ciò che giace nascosto nei documenti religiosi.
* * *
Attraverso a questa serie di conferenze abbiamo cercato di investigare, per quanto possibile, il profondo significato del Vangelo di Luca. Naturalmente, anche rispetto a questo Vangelo, un ciclo di conferenze non è sufficiente a rivelare tutto. Voi comprenderete perciò, che molto è rimasto di non spiegato; senza contare poi che molto deve restare non spiegato in un documento di contenuto così universale. Ma se vi metterete sulla via che un siffatto ciclo di conferenze addita, potrete anche penetrare sempre più profondamente in simili verità, e le vostre 'anime andranno sempre più maturandosi per ricevere quella parola vivente, che sta nascosta dietro alla parola esteriore. La scienza dello Spirito o antroposofia non è una dottrina nuova. Essa è uno strumento per comprendere ciò che anzitutto è dato all’umanità. Così la scienza dello Spirito è per noi uno strumento per comprendere i documenti religiosi della rivelazione cristiana. Se comprendete in questo senso la scienza dello Spirito non direte più: questa è teosofia cristiana — quell’altra è un’altra teosofia! «Non vi è che un’unica teosofia o scienza dello Spirito, un unico strumento per l’annuncio della verità! E noi ce ne avvaliamo per scoprire i tesori della vita spirituale dell’umanità. La stessa scienza dello Spirito l’adoperiamo per spiegare ora la Bhagavad Gita, ora il Vangelo di Luca. Questa è la grandezza della corrente scientifico-spirituale, che essa può penetrare in ogni tesoro che esiste nel campo spirituale dell’umanità; ma noi la comprenderemmo falsamente, se volessimo respingere una qualsiasi delle rivelazioni che furono date all’umanità. Prendete appunto in questo senso la rivelazione del Vangelo di Luca, e comprendete come esso sia del tutto compenetrato dall’Ispirazione dell’Amore. Allora ciò, che per mezzo della scienza dello Spirito imparerete sempre meglio a conoscere nel Vangelo di Luca si riverserà nell’anima vostra, e non soltanto vi aiuterà a penetrare nei misteri del mondo circostante, in quello che ci rivelano i sostrati spirituali dell’esistenza, ma di siffatta comprensione della scienza dello Spirito, capace di compenetrare anche il Vangelo di Luca, affluirà a voi altresì dò che asseverano le profonde fondamentali parole: «e pace alle anime degli uomini nei quali vive una buona volontà!» Perchè più di qualunque altro documento il Vangelo di Luca, se lo comprendiamo intieramente, è per l’appunto atto a versare nell’anima umana quel caldo amore, per virtù del quale la pace vive sulla Terra, l’immagine più bella che possa riflettere il manifestarsi sulla Terra dei misteri divini. Ciò che può manifestarsi deve riflettersi sulla Terra, e nell’immagine riflessa risollevarsi alle altezze spirituali. Se in questo modo impariamo a conoscere la scienza dello Spirito, essa potrà rivelarci i misteri delle entità divino-spirituali, e dell’esistenza spirituale; e nelle nostre anime vivrà l’immagine riflessa di queste rivelazioni: amore e pace: la più bella immagine che sulla Terra rifletta ciò che ad essa fluisce dall’alto!
Così noi possiamo far nostre le parole del Vangelo di Luca che risuonano allorché il Nirmanakaya del Buddha versa la sua forza sul fanciullo Gesù natanico. Le rivelazioni si riversano giù sulla Terra dai mondi spirituali; e dai cuori umani vengono riflesse come amore e come pace, in quella misura in cui gli uomini si sviluppano a ciò che veramente il Principio-Cristo può portare a compimento, per mezzo della buona volontà sgorgante dal centro umano, dall’Io umano.
Questo — se comprendiamo il Vangelo di Luca, — ci risuona limpidamente, e in pari tempo ci fluisce pieno di calore dalle seguenti parole: «La rivelazione dei mondi spirituali dalle altezze, e la sua immagine riflessa dai cuori umani porta la pace a quegli uomini, che sulla Terra vogliono, dalla propria interiorità, sviluppare la vera buona volontà nel corso dell’evoluzione terrestre».
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
Libera AntroposofiaArchivio digitale della Scienza dello Spirito di Rudolf SteinerInfo e ContattiTutti i contenuti presenti in questa piattaforma sono esenti da copyright
o sono stati legalmente concessi dai tenenti diritto.