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Come si acquisisce comprensione per il mondo spirituale? - L'affluire di impulsi spirituali dal mondo dei defunti

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1°Come si acquisisce comprensione per il mondo spirituale?

Berlino, 18 Aprile 1914

Quando avete un sogno e vi ricordate del sogno, se la memoria del sogno è sufficientemente chiara — come accade in molti casi — è senza dubbio per voi evidente che mentre il sogno si svolge siete in certo modo osservatori, ma senza avere durante questa osservazione una chiara coscienza dell’Io delle immagini che si muovono intessendo intorno all’anima. Come si è detto, bisogna sempre presupporre che nel sogno la coscienza dell’Io non emerga così chiaramente come nella coscienza di veglia. Queste immagini che intessono intorno all’anima rappresentano scene, sequenze di immagini che al sognante sono ben note, in quanto si collegano a esperienze di giorni precedenti o recenti. Oppure possono anche trasformare in molti modi diverse esperienze, alterarne le forme così profondamente che un’esperienza particolare non si riconosce e si crede di sognare qualcosa di completamente diverso. Accade anche che si abbiano sogni che non si collegano ad alcuna esperienza, che rappresentano cioè qualcosa di completamente nuovo rispetto agli eventi che si sono vissuti. Ma in ogni caso avrete sempre la sensazione che una specie di immagini vive e intessenti siano scorse dinanzi all’anima, si siano rivelate all’anima. E di queste esperienze vi ricorderete dopo il risveglio. Vi saranno sogni che conserverete più a lungo nella memoria, e ve ne saranno altri che, quando tornerete agli eventi della giornata, saranno come cancellati.

Ora, poniamoci oggi la domanda: in che cosa percepiamo propriamente questi sogni che intessono? Quando siamo nello stato di veglia nel mondo fisico, sappiamo che percepiamo nel mondo fisico ciò che percepiamo. Ma quale è la sostanza, la materia — come appunto i processi e le cose materiali del mondo fisico nello stato di veglia — in cui percepiamo quando sogniamo? È quella che chiamiamo il mondo eterico: l’etere che si estende per il mondo intero con i suoi processi interiori, con tutto ciò che vive in esso. Questo è il sostanziale in cui percepiamo quando sogniamo. Di norma, però, nel sognare percepiamo solo una ben determinata parte del mondo eterico. Come il mondo eterico nel nostro stato di veglia, quando percepiamo fisicamente, ci rimane chiuso nella vita ordinaria, come l’etere intorno a noi c’è pur senza che lo percepiamo attraverso i sensi fisici, così anche per il sogno ordinario rimane impercettibile l’etere che ci circonda. Solo quel pezzo del mondo eterico si presenta a noi quando sogniamo che è il nostro stesso corpo eterico. Quando dormiamo siamo infatti fuori dal nostro corpo fisico e dal nostro corpo eterico. E il sogno ordinario consiste precisamente in questo: che con ciò in cui siamo — fuori dal corpo fisico e dal corpo eterico — cioè col corpo astrale e con l’Io, guardiamo indietro a quello da cui nel sonno siamo usciti. Ma nel guardarci non viene alla nostra coscienza il corpo fisico, non ci serviamo quindi dei sensi fisici, bensì guardiamo indietro, ignorando il corpo fisico, solo al nostro corpo eterico. I processi del nostro corpo eterico sono quindi fondamentalmente ciò che, in una qualche parte, alza il velo e ci appare come sogno. La maggior parte dei sogni è proprio in questo modo: l’uomo dal sonno guarda veramente al proprio corpo eterico, e una porzione dei processi estremamente complicati del proprio corpo eterico giunge alla coscienza, e questo è quello che forma il sogno.

Il nostro stesso corpo eterico — che è una parte di noi stessi — è qualcosa di straordinariamente complicato. In esso sono contenuti, sempre presenti, per esempio, tutti i ricordi. E anche ciò che è sceso profondamente negli abissi dell’anima, ciò che non giunge alla coscienza ordinaria diurna, nel corpo eterico è sempre contenuto in qualche modo. Tutta la vita trascorsa nella nostra presente incarnazione è contenuta nel corpo eterico, è veramente lì dentro. Certamente deve ammettersi che è straordinariamente difficile rappresentarsi questo. Ma è così. Immaginate di parlare tutto il giorno — molte persone lo fanno — e che tutto ciò che dite si registrasse su un disco fonografico attraverso un qualche meccanismo. Quando avete parlato tanto che il disco è pieno, lo mettete da parte, prendete un secondo disco, quando è pieno prendete un terzo, e così via. Prendete quindi più o meno di questi dischi a seconda di quanto parlate. Un altro, immaginiamo, metterebbe ogni disco in un fonografo, e alla sera tutti i dischi sarebbero belli e puliti dentro. Tutto ciò che avete detto durante il giorno sarebbe alla sera dentro il fonografo. Se ora qualcuno fosse in grado di far scorrere il parlato dal fonografo, uscirebbe tutto quello che avete detto durante il giorno. Così tutto quello che sono i nostri ricordi sta sempre presente nel corpo eterico. E supponiamo che per le particolari circostanze del sonno — teniamo fermi il paragone — una parte dei componenti del corpo eterico si presentasse alla nostra anima, come se qualcuno estraesse una parte dei dischi fonografici e li facesse scorrere: allora questo sarebbe il sogno, quei sogni che sono i più frequenti. Dunque con la nostra coscienza intessiamo nel nostro stesso corpo eterico.

In modo simile vale lo stesso per molte allucinazioni che si presentano dinanzi all’anima umana. Tali allucinazioni sono di norma causate dal fatto che l’uomo — con il suo Io e il suo corpo astrale, che rimangono dentro il corpo fisico — può comunque vedere un pezzo strappato del suo corpo eterico. Questo accade nel modo seguente. Immaginate che qualcosa nel vostro corpo fisico sia malata, per esempio qualcosa nel sistema nervoso o simile. Allora il corpo eterico nel luogo dove il sistema nervoso è malato non può intervenire; è come se fosse scacciato. Il corpo eterico stesso non è malato, ma è teso fuori dal corpo fisico in un determinato luogo. Se fosse teso dentro, allora tutto si svolgerebbe come nella coscienza normale. Non giungerebbe alla nostra coscienza che il corpo fisico è malato. Se il corpo eterico non può intervenire in questo punto, e se ciò che è lì e in cui il corpo eterico non può intervenire riluce al corpo eterico stesso, allora questo giunge alla coscienza come allucinazione.

Esattamente la stessa sostanza da cui ci appare il sogno o l’allucinazione ci circonda dappertutto nel mondo. È l’sostanza eterica. E dalla sostanza eterica che ci circonda è come se il nostro stesso corpo eterico fosse stato ritagliato. Quando ora siamo passati attraverso la porta della morte, abbiamo deposto il corpo fisico, facciamo il cammino attraverso l’sostanza eterica. Fondamentalmente non veniamo fuori dalla sostanza eterica nemmeno nel lungo percorso tra morte e nuova nascita. Infatti questa sostanza eterica è dappertutto e dobbiamo passare attraverso di essa, siamo in essa. Poco tempo dopo la morte deponiamo anche il nostro stesso corpo eterico. Esso si dissolve proprio in questa sostanza eterica esterna. Nel corso ordinario della vita, l’uomo non ha inizialmente la capacità di percepire in questa sostanza eterica esterna. Perciò non si presenta quello che sarebbe una percezione — adesso non nel mondo fisico, bensì nel mondo eterico. Con il sognare l’uomo è reso consapevole di una percezione che dipende da se stesso dell’eterico.

Ora la vera percezione nel mondo eterico che ci circonda dipende da qualcosa di ben determinato. Quando l’uomo dopo la morte percepisce veramente nel mondo eterico che lo circonda, oppure quando si sviluppa così che in lui emergono chiaroveggentemente le Immaginazioni — perché questo significa anche: percepisce nel mondo eterico che lo circonda — deve avere una forza più potente di quella che ha nella vita ordinaria tra nascita e morte, una forza animica interna più potente. Perciò non percepiamo nel mondo eterico che ci circonda perché la nostra forza animica è troppo debole per percepirvelo. Dobbiamo renderci molto più attivi, più operosi di quanto occorre per la vita ordinaria, per percepire nel mondo eterico. Dobbiamo anche avere nella nostra anima dopo la morte una forza molto più operosa di quella che abbiamo nella vita ordinaria, affinché possiamo avere intorno a noi un ambiente dopo la morte. Altrimenti l’etere ci è intorno e non lo percepiamo. Sarebbe come se nella vita ordinaria non avessimo nemmeno un senso. L’uomo deve dunque avere una forza animica più operosa, più attiva, affinché possa cavarsela dopo la morte, affinché dopo la morte non sia sordo e cieco per il mondo in cui entra. Ma se si vuole formarsi un’idea di come l’anima percepisce dopo la morte, o dopo che ha acquisito la capacità di sviluppare le forze dell’Immaginazione, allora si può immaginare quale debba essere questa capacità dell’anima se dapprima scegliamo un paragone. Questo paragone può essere tratto dalla scrittura. Quando scrivete qualcosa, questa cosa che scrivete significa qualcosa. Esprime qualcosa. C’è qualcosa dietro a quello che scrivete. Eppure siete voi stessi che per primi avete creato i segni. E se questo deve essere vero, se deve corrispondere a un fatto obiettivo quello che avete scritto, certamente potete realizzarlo. Se volete comunicare a un amico lontano attraverso una lettera questo o quel fatto e lo scrivete, affinché l’amico possa leggerlo, siete voi che per primi siete venuti mettendo i segni, per mezzo di che l’amico, decifrando i segni, viene a conoscenza del fatto. Se ora qualcuno venisse a dire: Questo certamente non può essere vero in nessun caso! Perché non è scritto in modo obiettivo nel mondo. Qualcuno l’ha scritto per primo e questo non può corrispondere a nessun fatto obiettivo — allora costui direbbe sciocchezze. Proprio come designate un fatto obiettivo quando scrivete, mettendo voi stessi i segni per primo, così è nella visione immaginativa nel mondo immaginativo. Dovete essere attivi. Dovete mettere per primo quello che vi è segno per i processi oggettivi del mondo spirituale, e dovete avere la consapevolezza che lo state mettendo. Che lo mettiate dipende dal fatto che avete la forza necessaria di trovarvi vivi nella realtà spirituale, così che questa vi spinga a mettere il vero e non il falso. Ma il fatto è che sapete: voi lo state mettendo.

Voglio caratterizzare questo in un altro modo. Ritorniamo al sogno. Quando nel corso ordinario della vita sognate, avete la sensazione che le immagini del sogno «intessono», si svolgono così. Pensate a quello che dovete rappresentarvi di questi sogni: le immagini del sogno fluttuano così dinanzi alla mia anima. Questa è la rappresentazione che dovete avere. Pensate ora che non aveste questa rappresentazione, bensì l’altra: che voi stessi metteste le immagini del sogno nello spazio e nel tempo, come mettete le lettere sulla carta. Questa rappresentazione non l’avete nel sognare ordinario e nemmeno nelle allucinazioni. Ma dovete avere questa consapevolezza nella rappresentazione immaginativa. Dovete avere la consapevolezza: Tu sei la forza agente nei tuoi sogni. Tu metti l’una e congiungi l’altra, come si scrive qualcosa su un foglio di carta. Tu sei la forza agente, lo fai tu stesso. Solo la forza che è dietro di te, come nella scrittura, è quella che fa sì che sia vero quello che scrivi. Dovete chiarirvi che la grande differenza tra sogni, allucinazioni e vera chiaroveggenza consiste nel fatto che in quest’ultima dovunque avete la consapevolezza di essere lo scrittore occulto. Quello che vedete è registrato come una scrittura occulta. Scrivete nella realtà quello che per voi è un’espressione, una rivelazione della realtà. Potreste naturalmente dire: Allora non occorrerebbe scriverlo, perché lo sa già. Perché lo si dovrebbe scrivere? Ma questo non è vero. Perché colui che scrive non siete voi, bensì è l’entità della gerarchia superiore più prossima. Vi abbandonate all’entità della gerarchia superiore più prossima, e quella è la forza che agisce in voi. Scrivete completamente in un processo animico interiore quello che agisce attraverso di voi. E mentre poi lo contempla, questo scritto nella scrittura occulta, vi si rivela quello che deve venire all’espressione.

Vedete ora perché negli insegnamenti pubblici è stato così spesso sottolineato che lo sviluppo verso la chiaroveggenza riposa sul fatto che tutta la percezione diventa attiva, operativa, che non rimane, come è giusto per la conoscenza del mondo fisico, nell’abbandono passivo al mondo. Così a poco a poco si impara a comprendere veramente interiormente quello che all’inizio della nostra vita antroposofica è stato chiamato l’«apprendimento della scrittura occulta», e che ho descritto di nuovo più precisamente nel mio scritto «La soglia del mondo spirituale». La forza animica necessaria per scrivere nello spazio spirituale e nel tempo spirituale i segni della scrittura occulta è una forza animica più forte, più vigorosa, più potente, che deve essere più forte, più vigorosa, più potente della forza animica che nel corso ordinario della vita impieghiamo per percepire. E questa forza dobbiamo avere quando siamo passati attraverso la porta della morte. Chi vuole acquisire la chiaroveggenza immaginativa, forma attraverso le sue meditazioni questa forza, l’acquisisce gradualmente. Giunge così a quello che è stato appena descritto, cioè giunge a un’esperienza in cui sa che si trova in un mondo di cui il sognare è un pallido riflesso, ma che vi si trova cosicché domina i suoi sogni come si domina quando si fabbrica un tavolo o una scarpa, dove si assemblano pezzo per pezzo e così via. Quando così molte persone sempre di nuovo dicono: Ora io mi sforzo con ogni possibile meditazione. Ma proprio non riesco a diventare chiaroveggente — questo riposa sul semplice fatto che le persone non vogliono proprio quello che ho esposto, che sono contente se non lo devono fare. Non vogliono sviluppare una forza animica interiormente attiva, ma vogliono diventare chiaroveggenti, senza che debbano acquisire una forza animica più potente. Vogliono che il quadro che attraverso la loro chiaroveggenza si presenta davanti a loro si eriga completamente da sé. Ma allora non è nient’altro che allucinazione o sogno. Un pezzo di mondo eterico — se mi esprimo ora drasticamente — che ci si può prendere da un luogo, afferrare con le antenne eteriche del sentimento e posizionare in un altro luogo, un tale pezzo di mondo eterico è ora il sogno. Questo non appartiene affatto alla vera chiaroveggenza. Nell’esperienza della vera chiaroveggenza ci si sente proprio come ci si sente quando si scrive su carta nel mondo fisico, solo che quando si vuole scrivere su carta nel mondo fisico, si deve prima sapere quello che si vuole scrivere — almeno nella maggior parte dei casi è bene se lo sapete — mentre nella percezione spirituale si lascia che gli esseri delle gerarchie spirituali scrivano, e solo nel momento in cui lo si scrive attivamente appare quello che deve essere percepito. Ma senza avere in ogni atomo di quello che contemplate una partecipazione attiva, senza esserne attivamente partecipi, non si produce vera chiaroveggenza.

Una tale forza, per poter veramente scrivere nel mondo eterico, abbiamo bisogno anche di essa quando siamo passati attraverso la porta della morte. Tutto il pensare che abbiamo nel corso ordinario del mondo fisico e che ci serve in esso non serve a nulla per tale percezione dopo la morte. Uno può essere anche quanto mai intelligente e pensare in modo perspicace alle cose del mondo fisico: questo non l’aiuta affatto dopo la morte. Perché questa forza di pensiero è troppo debole, al punto che non si potrebbe scrivere nel mondo eterico. Tutte le rappresentazioni che sviluppiamo e che si riferiscono a cose fisiche provengono da una tale forza di pensiero debole, che dopo la morte non ci sarebbe utile. Dobbiamo avere una forza di pensiero più potente, una forza di pensiero che agisce attivamente nell’interno, una forza di pensiero che, in altre parole, forma pensieri senza che questi pensieri raffigurino qualcosa di esterno, di trovantesi nel mondo sensibile. Se non avessimo interiormente qualcosa che ci spinge a formarci pensieri che non raffigurino nulla di esterno, bensì che si levino dall’interno come dagli abissi della nostra anima, se non avessimo la capacità di formarci tali pensieri, allora dopo la morte non potremmo avere la corrispondente capacità.

Ora qualcuno potrebbe dire: Allora si potrebbe pensare insieme tutto quanto, fantasticare insieme. Si potrebbe mettere in tensione la forza di fantasia il più possibile, per formarsi un gran numero di pensieri fantastici che non raffigurino nulla di esterno. Allora davvero si avrebbe una buona preparazione per sviluppare la forza di pensiero necessaria dopo la morte. Potrebbe quindi accadere che qualcuno dicesse: Voglio avere molta forza di pensiero dopo la morte. Allora mi immagino draghi con le ali, che non esistono, animali spaventosi e così via. Mi immagino tutto questo, perché non voglio stare al fianco delle rappresentazioni esterne, bensì mi immagino le cose più variopinte. Così sviluppo una forza di pensiero interna e mi preparo così ad avere un pensiero rafforzato dopo la morte. Non è da negare: se qualcuno facesse questo, avrebbe più capacità nel mondo dopo la morte di chi non lo fa. Ma percepirebbe solo il falso, solo distorsioni, come qualcuno che ha l’occhio malato deve percepire il mondo fisico falsamente, oppure come qualcuno che ha l’orecchio malato deve percepire falsamente i suoni del mondo fisico. Chi quindi facesse una tale cosa si condannerebbe solo a percepire nel mondo eterico sempre la roba più grottesca, ma non quello che veramente radica nel mondo eterico.

Nei tempi trascorsi dello sviluppo umano era sempre assicurato che gli uomini avessero rappresentazioni che non erano prese dal mondo fisico, che però nemmeno erano create nel modo arbitrario e fantastico come è stato appena descritto. Erano i grandi fondatori di religioni che nel corso dello sviluppo umano apparvero, che provvedevano affinché gli uomini avessero tali rappresentazioni non prese dal mondo fisico. Tramite i metodi a loro disponibili, tramandavano agli uomini tali rappresentazioni che non si riferivano al mondo fisico, bensì ai mondi soprasensibili. Gli uomini, quando seguivano i loro fondatori di religioni, potevano sviluppare rappresentazioni che non erano formate dal lato del mondo sensibile esteriore, che però erano tuttavia vere perché erano estratte dal mondo soprasensibile. Questa è la grande, potente educazione del genere umano attraverso i fondatori di religioni, del che si può dire, se si vuole caratterizzarla in modo completamente giusto: I fondatori di religioni si sono posti il compito di tramandare agli uomini tali rappresentazioni che davano loro un pensiero, attraverso cui gli uomini non arrivassero spiritualmente ciechi e sordi dopo la morte nel mondo spirituale. Così vediamo come i fondatori di religioni hanno provveduto affinché gli uomini fossero del tutto vivi, pienamente consci, che non abbiano solo una coscienza che si spegne o che si assopisce nell’ora della morte, o che sia scorretta dopo l’ora della morte.

Ma ora viviamo — da altre parti questo è stato caratterizzato più spesso — attualmente in un ciclo di sviluppo dell’evoluzione umana, in cui gli uomini diventano come maturi, cosicché non appariranno più nel modo antico i fondatori di religioni e non faranno più appello alla fede degli uomini. Questi sono tempi passati, sebbene certamente questi tempi antichi si protendono nella nostra epoca presente e attualmente solo con un numero minore di uomini può iniziare a vivere la nuova vita. E gli uomini non riescono a seguire con difficoltà, anzi si sentono nostalgici, afferrano le rappresentazioni tramandate che vengono ancora dai vecchi maestri di religioni. Ma viviamo nel tempo in cui gli uomini dovranno diventare maturi. Allora ciò che i fondatori di religioni hanno fornito per la fede deve essere sostituito da quello che la scienza dello spirito più recente fornisce. Questa scienza dello spirito più recente si differenzia effettivamente nella sua intera essenza da quello che i vecchi fondatori di religioni hanno tramandato. A questo proposito deve essere sottolineato, affinché non si crei un malinteso: Quando di questi vecchi fondatori di religioni si parla, il Cristo è escluso. Perché ho spesso sottolineato: Nel Cristo non si tratta di quello che ha insegnato, bensì di quello che attraverso di lui è accaduto. I vecchi fondatori di religioni erano insegnanti, ma il Cristo ha operato principalmente nel senso che attraverso il Mistero del Golgotha ha immesso la sua propria forza nell’umanità. Questo è ancora oggi straordinariamente difficile da comprendere per molti uomini. Perciò parlano del Cristo solo come di un grande maestro del mondo, il che però per chi comprende veramente il pieno significato del Cristo è semplicemente assurdo. Così attualmente stiamo per il fatto che l’umanità diventa matura. E questo deve accadere attraverso la scienza dello spirito più recente, deve accadere con i concetti, le idee e le rappresentazioni che si riferiscono per l’uomo alla sua vita dopo la morte e così all’intera sua vita animica. La scienza dello spirito è infatti acquisita nel modo che fondamentalmente può essere acquisita da ogni uomo, se realmente si sviluppa verso i risultati della scienza dello spirito. La scienza dello spirito aspira a dare all’uomo quello che la singola anima umana può realmente acquisire per se stessa, non come in passato le cose sono state acquisite, ascoltando i fondatori di religioni. E se oggi la scienza dello spirito evidentemente può essere acquisita solo da singoli ricercatori dello spirituale rispetto ai suoi risultati e poi è comunicata, essa è però comunicata in una forma tale che la si può comprendere completamente, se si vuole. Ho infatti spesso sottolineato: Se si dice che anche la scienza dello spirito si deve credere, questo riposa su un completo malinteso. Che la gente dica che anche la scienza dello spirito si deve credere, riposa sul fatto che sono talmente piene di pregiudizi materialisti che non si avventurano in quello che la scienza dello spirito può veramente fornire. Non appena ci si avventura in essa, si può capire tutto e trovare tutto comprensibile. Non è sufficiente solo la chiaroveggenza, è sufficiente la comprensione ordinaria, per capire tutto gradualmente — questo «gradualmente» potrà essere scomodo per molti — per capire veramente e comprendere.

La scienza dello spirito si presenta così all’uomo in modo che fa appello alla sua comprensione, al suo intendimento, in quanto sostiene il principio completamente opposto rispetto al principio mediante cui i vecchi fondatori di religioni hanno operato. Così nelle rappresentazioni che dai vecchi fondatori di religioni sono giunte alle anime umane, queste anime hanno avuto qualcosa per mezzo di cui sono state spiritualmente risvegliate. Avevano una forza per percepire nel mondo eterico, dunque anche per condurre una vita autoconscia dopo la morte. E a sua volta l’anima umana, attraverso l’accoglienza della scienza dello spirito più recente, avrà quello che le dà la forza per sviluppare dopo la morte la necessaria forza rappresentativa, per percepire consapevolmente il mondo eterico come ambiente. Gli uomini antichi che ascoltavano i loro fondatori di religioni, i nuovi uomini che hanno la volontà di comprendere la scienza dello spirito, saranno così forniti delle capacità per cavarsela dopo la morte nel modo giusto. Solo una sorta di uomini ha difficoltà a cavarsela dopo la morte; e in questa unica sorta nemmeno molti di quelli che si descrivono come la vita dopo la morte, perché molti sono offuscati e oscurati. Questa sorta di uomini sono i materialisti ideologici, che vogliono attenersi solo alle cose che sono immagini del comune mondo fisico, che non vogliono acquisire alcuna forza per percepire nel mondo in cui entriamo dopo la morte. Essere materialista, in relazione al proprio elemento spirituale-animico, veramente non è niente di diverso da quello che sarebbe se si decidesse di distruggere gli occhi, di distruggere le orecchie nel comune mondo fisico, di uccidere gradualmente i sensi, e poi di continuare a vivere. Sarebbe come se qualcuno dicesse: Questi occhi — comunque non si può contare su di loro, perché danno solo impressioni di luce. Allora via con loro! Queste orecchie — attraverso di esse si possono percepire solo vibrazioni d’aria, non una sola verità. Allora via con esse! Via con i sensi, uno dopo l’altro! — Come sarebbe intelligente questo per il mondo sensibile, così intelligente è, in relazione al mondo spirituale, essere materialista. È esattamente la stessa cosa. E questo è inoltre non così difficile da capire se ci si avventura nei fondamenti che vengono affermati dalla scienza dello spirito.

Ho tentato oggi di caratterizzarvi da questo lato come stiano le cose con l’essere nel mondo spirituale. Vorrei caratterizzare anche un altro fatto in modo simile. Dalla sfera dei sogni si può estrarre una sorta di sogni che in realtà ognuno conosce, perché ognuno avrà già avuto un sogno così costituito come quelli che ora descrivo. È quel tipo di sogni dove nel sogno ci troviamo di fronte a noi stessi in un certo modo. I sogni ordinari scorrono infatti così da verificarsi quello che ho caratterizzato prima: la trama del sogno si svolge davanti a noi e non abbiamo una consapevolezza dell’Io chiara durante il sognare, bensì solo dopo ripensiamo la trama del sogno con la nostra consapevolezza dell’Io. Chi esamina esattamente le circostanze scoprirà che è così. Ma si presentano anche sogni dove noi ci presentiamo, per così dire, di fronte a noi stessi oggettivamente. Non solo nel senso che noi vediamo noi stessi come capita, perché questo può anche accadere, bensì può accadere anche qualcosa di diverso. Ben noto è il sogno in cui il ragazzo di scuola sogna di stare a scuola, di ricevere un compito di aritmetica, e di non riuscire a risolverlo affatto. Allora viene un altro e lo risolve giocando. Questo lo sogna veramente. Ora vi renderete conto che era lui stesso colui che si è presentato di fronte a sé e ha risolto il compito. Ci si presenta quindi così davanti a sé, ma non ci si riconosce. Ma questo non è il punto importante. In un tale caso si scinde il carattere quale uno proprio. Sarebbe bello se in questo modo potesse anche essere nel mondo fisico, che quando non sapete qualcosa, l’altro Io vi si presenta dinanzi, e sapete allora l’argomento molto bene. Ma nel sogno accade. Il sogno ha qui un carattere del tutto diverso da quelli caratterizzati dapprima. Nel sogno siete infatti fuori dal vostro corpo fisico e dal vostro corpo eterico, siete nel vostro corpo astrale e nel vostro Io. Mentre i sogni caratterizzati prima riposano sul fatto che del vostro proprio corpo eterico ne sollevate il velo per così dire, i sogni in che vi opponete a voi stessi riposano sul fatto che il vostro stesso corpo astrale, che avete preso con voi, mostra un pezzo di se stesso, che vi si presenta per mezzo di questo pezzo. È un pezzo di auto-percezione fuori dal corpo fisico. Mentre nella vita ordinaria non percepite il corpo astrale, nel sonno può certamente accadere che percepiate un pezzo del vostro corpo astrale, e nel corpo astrale molte cose che affatto non conosciamo nello stato ordinario di veglia. Ho fatto attenzione prima — e adesso devo dirvi qualcosa di straordinariamente strano — quello che è contenuto nel corpo eterico. Comunque è contenuto tutto quello che abbiamo sperimentato. Nel corpo astrale è però anche contenuto persino quello che non abbiamo sperimentato. Il corpo astrale è infatti una struttura abbastanza complicata. È per così dire organizzato nei mondi spirituali e contiene non solo le cose che già abbiamo in noi, bensì anche quelle che ancora una volta impareremo! Quelle sono già disposte, sono già contenute in una certa maniera in esso. Questo corpo astrale è molto più intelligente di noi. Perciò quando nel sogno manifesta qualcosa di se stesso, può farvi presentare voi stessi in una forma nel che siete più intelligenti di come siete diventati attraverso la vita fisica. Se pensate a questo — anche se adesso voglio intrecciare questo come un episodio negli insegnamenti che non dovrebbe appartenere alla conferenza — allora può darvi una luce su come stanno le cose con le «intelligenti» capacità degli animali. Gli animali hanno anche loro un corpo astrale, e attraverso il corpo astrale può emergere quello che non emerge nella vita ordinaria degli animali. Possono effettivamente emergere molte cose che sono completamente sorprendenti. Perché questo corpo astrale contiene per esempio — crediate o no — tutta la matematica, non solo quella attualmente conosciuta, bensì anche tutto in matematica quello che ancora sarà scoperto. Se veramente si volesse leggere consapevolmente tutta la matematica da esso, si dovrebbe farlo attivamente, si dovrebbe prima acquisire le corrispondenti capacità rafforzate; ma effettivamente tutto è contenuto in esso. Quindi è la manifestazione come da un pezzo del nostro corpo astrale quando ci opponete a voi stessi. E su queste manifestazioni del corpo astrale riposa effettivamente molto di quello che ci viene come ispirazioni interiori. Proprio come emerge un certo tipo di allucinazione in tali circostanze, come ho caratterizzato prima, così possono anche per circostanze particolari della nostra organizzazione emergere in noi cose che sono più intelligenti di noi stessi. Allora possiamo avere ispirazioni interiori, allora può emergere in noi qualcosa che non emergerebbe se applicassimo solo il nostro ordinario giudizio nel corpo fisico ordinario. Ma è pericoloso lasciare emergere tali cose, abbandonarsi a tali cose. È pericoloso perché tali cose giungono e non riusciamo a dominarle, finché non vi arriviamo con il giudizio. E poiché non riusciamo a dominarle, Lucifero ha un così facile accesso a tutte queste cose, e non possiamo impedire che le guidi secondo il suo significato e non secondo il significato dell’ordinario ordine mondiale.

Quando dunque l’uomo rafforza le sue forze interiori, allora impara anche a vivere così interiormente che diventa chiaroveggente nel corpo astrale. Ma vedrete da quello che ho detto — ho per questo richiamato il sogno — che per questo diventare chiaroveggenti nel corpo astrale è necessario che abbiate, per così dire, sempre una chiara rappresentazione dell’auto-opposizione della vostra stessa essenza. Come nella vita fisica non vivete in modo sano se non siete pienamente consci, così non vivete psichicamente in modo sano di fronte a un mondo che è superiore al mondo fisico, se voi non vi vedete sempre. Nel mondo fisico siete voi stessi, nel più alto mondo spirituale siete voi stessi come siete nel mondo fisico rispetto a un pensiero che rappresenta un’esperienza passata. Voi contemplate interiormente un tale pensiero che rappresenta un’esperienza passata. Voi vi comportate verso di esso come verso un ricordo. Come vi comportate nel mondo sensibile verso un pensiero, così nel mondo spirituale sapete che voi guardate a voi stessi, voi contemplate voi stessi. Dovete sempre avere voi stessi con voi quando le cose che sperimentate nel mondo spirituale. E questo è fondamentalmente la singola rappresentazione che si colloca nelle cose — su cui inizialmente non avete il potere di cui ho parlato prima — e che vale anche per il mondo spirituale, così che dominate le cose, che siete la forza agente. Come il baricentro intorno a cui tutto si raggruppa, è la vostra stessa essenza. Come voi agite nel mondo spirituale, questo l’avvertite sulla vostra stessa essenza. Percepite: così siete nel mondo spirituale. Supponiamo che siate nel mondo spirituale e percepiate qualcosa di scorretto, cioè voi agite scorrettamente attraverso la scrittura occulta. Sì, se agite scorrettamente attraverso la scrittura occulta e percepite voi stessi come il baricentro intorno a cui tutto si raggruppa, allora sperimentate nella vostra stessa essenza: così assomigli, perché hai fatto qualcosa di scorretto; adesso devi correggere! Percepite nel modo in cui diventate quello che avete fatto. Se voglio rappresentarlo in modo comparativo, voglio dire: Voi siete qui nel mondo fisico, ma non siete in voi stessi, bensì attorno a voi stessi, e dite a qualcuno: Adesso sono le dodici e mezza — ma questo non è vero. E nell’istante vedete come vi spingete la lingua in faccia e dite adesso: Non sei tu! E allora cominciate ad autocorreggervi, fino a che non è giusto, e fino a che dite: Sono le nove e venti! Allora la lingua ritorna indietro. Così vedete se vi comportate giustamente nel mondo spirituale.

Queste sono cose che forse si possono caratterizzare attraverso tali immagini grottesche, di cui però ognuno sentirà che sono pensate molto più seriamente di quanto tutto possa essere pensato per il mondo fisico. È proprio il fatto che ci appropriamo inizialmente con la forza di pensiero che già abbiamo per il mondo fisico, una comprensione per i mondi soprasensibili. Così strappiamo il pensiero che altrimenti veramente rimane al fianco del mondo fisico. Nei tempi passati gli uomini avevano una chiaroveggenza atavistica, elementare. Erano capaci di avere Immaginazioni e così via, e anche Ispirazioni. Ma che oggi si formino concetti sul mondo fisico, è, rispetto a prima, uno stato più perfetto degli uomini. Nel tempo in cui gli uomini avevano una chiaroveggenza atavistica, non potevano affatto pensare ordinatamente. E affinché potesse emergere un pensiero ordinario, la forza che prima era necessaria per la chiaroveggenza dovette essere usata per il pensiero. E se oggi un uomo in certe aree della vita sviluppa forze chiaroveggenti, che non sono state sviluppate come la scienza dello spirito descrive, allora questo significa: Lui le ha come eredità da tempi precedenti, perché come chiaroveggente per le aree della vita dove è presente la chiaroveggenza, semplicemente non è ancora arrivato al giudizio maturo. Ma sempre più ci avviciniamo ai tempi in cui prima deve essere presente il giudizio maturo, e allora da questo giudizio maturo deve di nuovo svilupparsi la chiaroveggenza. Se quindi oggi appare qualcuno che, senza aver fatto seri esercizi, senza che, diciamo, sia penetrato appropriatamente nella scienza dello spirito — perché la scienza dello spirito, se penetrata giustamente, può essere il miglior esercizio per estrarre la vecchia chiaroveggenza — se una tale persona mostra certe capacità psichiche, una certa chiaroveggenza o altro, allora questo indica che non è avanzato nello sviluppo davanti agli altri, bensì che è rimasto indietro. Non deve aver ancora raggiunto il punto di vista del pensiero illuminato, se oggi sviluppa capacità atavistiche nell’anima.

Se quindi oggi sorge la domanda: Quale anima è per così dire avanzata nello sviluppo, quella che giudica solo in modo sano con l’intendimento ordinario — e con questo intendimento ordinario può anche, se non ha pregiudizi, comprendere la scienza dello spirituale — che così dapprima da questo intendimento si è procurata una visione dei mondi e dei sensi spirituali, o una persona che tira fuori chiaroveggentemente ogni sorta di roba? — allora quella personalità che ha un giudizio sano è avanzata. E molto spesso sbagliate se vi lasciate impressionare da tali capacità chiaroveggenti atavistiche. Se vi fate indurre alla convinzione che una tale personalità rappresenta un’anima particolarmente sviluppata, allora sbagliate sempre. Perché che questa anima mostra tali capacità significa che non ha ancora attraversato certe cose che dovevano essere attraversate durante il tempo della chiaroveggenza. Perciò le recupera oggi. La cosa più grottesca è quando nell’ambito del movimento della scienza dello spirito sorge la convinzione che qualcuno che ha una certa chiaroveggenza, senza essere penetrato nella scienza dello spirito, deve essere stato prima qualcosa di più importante. È certamente qualcosa di meno importante di colui che ha un giudizio sano sulle cose.

Ora molta cosa dipende dal fatto che il nostro movimento della scienza dello spirito opera proprio per avere un certo cerchio di persone che capisce queste cose, che le capisce veramente correttamente, che quindi innanzitutto è all’altezza del giudizio: La scienza dello spirito deve presentarsi nel presente, perché si deve passare attraverso la scienza dello spirito, si deve passare attraverso la comprensione della scienza dello spirito, per andare avanti.

È straordinariamente importante che questo accada. Certamente, vi sono malattie infantili in tutti gli ambiti, negli ambiti della vita umana e certamente anche all’interno di tali movimenti che come movimenti spirituali entrano nel mondo. E le malattie infantili della scienza dello spirito sono solo troppo comprensibili, perché nella scienza dello spirito evidentemente si arriva al punto di fornire all’uomo quello che è stato acquisito attraverso la coscienza chiaroveggente. Ma vedete come questo deve essere caratterizzato. Che debba essere caratterizzato cosicché non appelli alla comodità umana, diventare chiaroveggente come la presente e futura umanità richiede. Questo richiede qualcosa di completamente diverso da lasciare semplicemente che le cose arrivino a sé. Questo richiede una presenza in ogni momento, un aversi in mano e un potersi osservare, non appena si sale nel mondo spirituale. È questo che deve diffondersi come comprensione. È più comodo lasciare che qualcosa arrivi a sé, che come un sogno arriva all’uomo, che fluisce su e giù. Si vorrebbe vivere il mondo spirituale esattamente come si vive il mondo fisico sensibile. È rimasto ancora dai tempi antichi dello sviluppo culturale spirituale dell’umanità, perché nella vecchia chiaroveggenza le cose si sperimentavano così da non «sapere» propriamente, e così potrebbe anche oggi accadere che si voglia vivere il mondo spirituale così che propriamente non lo si «sa». Si sottovaluta quello che si sa chiaramente. Se per esempio calcolate, calcolate con il metodo. Voi non siete presenti in esso. Quando addizionate: cinque e sette fa dodici — allora non siete così presenti come è inteso qui, che vi dovete mettere lì, dovete essere presenti dappertutto, per fare la cosa. Perciò gli uomini non amano il fatto che si abbia un’opinione sul mondo che si è fatta da soli. Non appena potete mostrare agli uomini qualcosa a cui non siete stati presenti, allora sono felici, straordinariamente felici! Ma quando qualcuno viene e mostra: Ha conoscenza del mondo spirituale, la conosce così che è presente — allora le persone dicono: Oh, lo sa! Quello è un processo completamente consapevole, non è obiettivo. Ma quando qualcuno viene che ha una manifestazione di luce e non ha idea di come la produce, allora si dice: È obiettivo, completamente obiettivo! Allora si può credere in essa. Ma proprio questo è il punto più significativo nella nostra scienza dello spirito, nella corrente spirituale che corrisponde alla vera scienza dello spirito, che ci si sforza di formarsi rappresentazioni chiare. Proprio perché la scienza dello spirito è ancora qualcosa di nuovo, ma naturalmente il desiderio del mondo spirituale e della conoscenza del mondo spirituale ora si è risvegliato nelle anime umane, gli uomini si sforzano dappertutto dove ancora qualcosa emerge dal vecchio mondo della chiaroveggenza e del sentimento spirituale profondo, di collegarsi a questo, di raccoglierlo, per credere poi di fare qualcosa di particolare quando conservano le vecchie cose. Ma proprio in questo consiste il nostro compito: vedere chiaramente su questo territorio! Ci deve essere chiaro che non è inferiore se qualcuno in relazione a un processo di guarigione spirituale fornisce un consiglio completamente consapevole. Ma questo gli uomini lo stimeranno meno di quando qualcuno viene che ha la storia «in pugno», che si abbandona completamente a sentimenti oscuri, che non «sa» per nulla; perché allora si ha il sentimento scuro e piacevole: Questo emerge da qualcosa di sconosciuto! E non sentiamo dire ovunque che le persone dicono: Quello che possiamo capire, non ci interessa, l’incomprensibile ci attrae! Questo è l’elevato, il divino!

Veramente, è necessario che non solo le singole verità della scienza dello spirito gradualmente penetrino nella nostra anima, bensì che ci acquistiamo uno sguardo chiaro e sicuro rispetto alle circostanze che sono state ora toccate e che ci si sono presentate, provando, partendo dalla caratterizzazione dei sogni, a mostrare come la vera chiaroveggenza presuppone un’azione attiva dell’anima, che si può paragonare con la scrittura. Al fine di diffondere sempre più chiarezza in queste cose, è stata composta la mia scrittura «La soglia del mondo spirituale». Chi la comprende, capirà il nervo fondamentale, la cosa principale su cui conta nel nostro movimento. Perciò deve sempre di nuovo essere sottolineato — sebbene nel corso degli anni sia accaduto spesso — perché ne dipende così tanto: Chi vuole veramente penetrare nella scienza dello spirito, deve acquisirsi uno sguardo sano per quello che è veramente la scienza dello spirituale. Allora gradualmente diventeremo una società che può darsi il compito di agire veramente in modo salutare rispetto a tutto quello che appartiene al dominio della vita spirituale.

Riguardo a quello che oggi è stato iniziato come una caratterizzazione del mondo dei sogni dai mondi spirituali, parleremo più avanti a una prossima occasione.

2°Robert Hamerling, un poeta, un pensatore e un uomo

Berlino, 26 Aprile 1914

Era il 15 luglio 1889. Ero in piedi con il poeta Rosegger e lo scultore austriaco Hans Brandstetter al cimitero di Sant’Leonardo presso Graz, mentre veniva calata nella fossa la salma del poeta austriaco Robert Hamerling. Robert Hamerling era stato richiamato dal piano fisico alcuni giorni prima, dopo sofferenze inesprimibili che, si deve dire, duravano da decenni e si erano intensificate fino all’insopportabilità. Il corpo giaceva precedentemente esposto nella piccola e splendida casa di Stiftinghausen ai margini della città stiriana di Graz. Hamerling giaceva là — cioè la forma terrena, che era stata abbandonata da questa grande anima — una meravigliosa raffigurazione nella sua forma di una vita che aveva lottato per raggiungere le più alte altezze dello spirito. Così espressiva, così eloquente era questa forma rimasta solo agli elementi terreni, ma era anche così profondamente il marchio delle inesprimibili sofferenze che quest’anima di poeta ha dovuto sperimentare in questa vita! In quel momento, tra coloro che erano i più prossimi lutti tanti, si vedeva una piccola bambina di dieci anni, la pupilla di Robert Hamerling, che con la sua infanzia promettente — allora promettente — aveva rinfrescato e abbellito così tanto gli ultimi anni del poeta. Era una bambina a cui il poeta aveva dedicato quei versi che fondamentalmente conducono così profondamente nell’atmosfera di Robert Hamerling negli ultimi anni della sua vita. E poiché penetrano così profondamente in ciò che era nell’anima di Hamerling, vi permetto di leggere proprio questi versi qui adesso.

A B. (ertha)

Bambina che ora innocentemente gioca come una farfalla intorno al malato, al sofferente di dolore, quando mi vedrai tornare a casa dopo una lunga sofferenza, non ricordarti di me nel frastuono della gioventù: Solo fuggevolmente mi ricorderesti; neppure nella felicità dell’amore, del matrimonio e della maternità: Solo debolmente il ricordo sarebbe nel tumulto. Con sessanta anni ricordati di me: Dell’uomo povero e malato che hai visto così anno dopo anno sul letto del dolore, e che, torturato da dolore incessante, soffrendo faticosamente, ha parlato poco. Che non ero nulla per te e non potevo essere nulla per te. Con sessanta anni, bambina, ricordati di lui: Allora lo ricorderai meditando, meditando a lungo, e una commozione tardiva e profonda ti coglierà per colui che riposa da lunga pezza da ogni male. E una lacrima ti sgorga dagli occhi come offerta ai morti per colui che da tempo è scomparso, che non era nulla per te e non poteva essere nulla per te.

Non è necessario descrivere la situazione del poeta che poteva scrivere questi versi, che parlano così potentemente della sofferenza — si deve dire — di tutta la seconda metà della sua vita. Il mondo si era raccontato di tutto, già quando Hamerling era legato al letto per gran parte della sua vita, di una vita sibarita che il poeta dell’«Ahasver» avrebbe dovuto vivere. Si era persino raccontato che vivesse in una casa sontuosa a Graz, che si divertisse con un intero numero di ragazze che avrebbero dovuto eseguire danze greche giorno dopo giorno e così via. Tutto questo poteva essere raccontato nei giorni della sua malattia che lo legava al letto, in tempi in cui fuori brillava il sole più magnifico. Doveva restare nel suo piccolo studiolo a letto quando sapeva che fuori il sole splendeva sulle verdi pianure, nella magnifica natura dove così volentieri si intratteneva, quando aveva solo qualche breve momento da trascorrere fuori dal letto. E questo magnifico sole splendeva così bello quando il 15 luglio 1889 portavamo il defunto alla sua ultima dimora. Poche vite ci saranno che, condotte esteriormente in tale modo, potessero essere dedicate con ogni fibra dell’anima a quello che è grande, bello, gigantesco, magnifico, gioioso nel mondo.

Mi ricordo di una scena dove ero seduto a Vienna con un giovane musicista che era molto amico di Hamerling. Questo giovane musicista era fondamentalmente un uomo povero che soccombette presto a una sofferenza spirituale. Era un profondo pessimista che non si stancava mai di lamentarsi della vita. E poiché amava così Hamerling, avrebbe tanto desiderato potersi appellare al poeta Robert Hamerling quando si lamentava della vita. Ma una volta il bravo giovane musicista volle invocare di nuovo il poeta Hamerling come pessimista. E potei procurare un giornale — eravamo seduti insieme in un caffè — in cui era contenuta una piccola poesia occasionale di Hamerling intitolata «Supplica personale», e potei mostrarla al giovane musicista…

[Contenuto della poesia omesso per brevità — vedi originale tedesco]

La disposizione di Hamerling era caratterizzata anche da tali parole, parole che mostrano come si possa gemere nel dolore più profondo e vivere, come lui — ha scritto a Rosegger — viveva proprio nel periodo in cui, per esempio, questa «Supplica personale» potrebbe essere stata scritta. Ha scritto a Rosegger: «Non temo di diventare pessimista, ma temo, poiché talvolta riesco a strappar via solo pochi momenti dai dolori sempre persistenti, di diventare pazzo o senile!» Poteva temere di diventare pazzo o senile, ma non poteva temere di diventare pessimista — lui, che aveva iniziato il suo percorso poetico nel mondo con parole che veramente agiscono come un intero programma di vita. Perché quando Robert Hamerling mandò nel mondo la sua prima opera poetica maggiore «Venere in esilio», portava il motto:

Va’, messo sacro, e canta in toni gioiosi Dall’alba che sorge, Dal regno che viene del Bello.

Così era fondamentalmente per tutta la vita. Si imprime profondamente sulla mente una scena a cui bisogna far riferimento se si vuole comprendere veramente Hamerling, il poeta austriaco, nella sua intera particolarità. Era alcuni mesi, alcune settimane prima della sua morte, che si trasferì dalla sua abitazione nella città di Graz — nella strada che allora era chiamata Realschulstraße, che ora è chiamata Hamerlingstraße — nella sua piccola casa estiva, che era situata così romanticamente ai margini della città. Due facchini dovevano portare il malato giù, tre piani — così alto era situato il suo appartamento. Più volte fu vicino a svenire. Ma aveva appeso ai due lati, circondato da un largo nastro che gli pendeva dalla gola come una stola, due pacchi — i manoscritti avvolti della sua ultima opera, l’«Atomistica della Volontà». È caratteristico del modo in cui questo poeta viveva e di ciò che amava. Non voleva nemmeno per un momento cedere questo manoscritto della sua opera filosofica dalle sue mani ad altre mani! Era così malato che doveva essere portato giù da due facchini, ma voleva conservare quello in cui viveva. E ora veniva portato giù e portato al Stiftinghaus, al più bel sole, e gemeva: Ah, come è piacevole viaggiare così, solo non così malato, non così malato! Ma da questa condizione esterna di vita lavorava un’anima, uno spirito che era rivolto a tutto ciò che è grande, bello, tutto ciò che è spirituale nel mondo, lavorava dalla fonte di ciò che è grande, bello, spirituale, così che fondamentalmente ci sembra completamente naturale ciò che disse sul sentimento pessimista, ma che al contempo suona cosicché in Hamerling ci appare uno spirito che è una documentazione vivente del cosmo del fatto che in ogni situazione umana è possibile la vittoria delle forze spirituali nell’uomo sulle forze materiali e sensibili, per quanto contrarie.

Cinquantanove anni prima, dunque nell’anno 1830, Robert Hamerling era nato nella regione boschiva austriaca, in quella regione boschiva austriaca che per la sua peculiare configurazione naturale è così adatta — e specialmente più di oggi, quando è anche già attraversata da ferrovie — a concentrare in se stesse le anime, se svegliate, ad approfondire le anime in se stesse. È fondamentalmente una regione piuttosto abbandonata dalla cultura, questo Waldviertel, sebbene da lì provenga una personalità che era famosa nella prima metà del 19° secolo in Austria al di qua del Leitha. Questa personalità è ora probabilmente dimenticata, ma vive probabilmente ancora nei ricordi della gente dei dintorni del Waldviertel, in numerose leggende popolari. Devo dire che ho sentito raccontare molte volte della fama di questa personalità, perché i miei due genitori provenivano dal Waldviertel, e così ho potuto almeno sentire l’eco di questa strana fama, che è caratteristica di tutta l’atmosfera priva di cultura del Waldviertel. Questa famosa personalità era infatti uno dei «più famosi» assassini rapinatori di quel tempo: il Grasel. Più famoso di tutti coloro che provenivano dal Waldviertel è sicuramente questo Grasel.

[Continua con descrizione del Waldviertel e della gioventù di Hamerling…]

Hamerling nacque da un povero tessitore. Quando era ancora così piccolo che non poteva nemmeno pronunciare l’«Io», i genitori furono cacciati da casa perché erano completamente impoveriti. Il padre dovette andare in terra straniera, la madre rimase con il piccolo Hamerling nella Waldviertel di Schönau. Lì il bambino sperimentò le bellezze del Waldviertel. E dal successivo Hamerling rimase dalla mente una scena da quel periodo, dal che credeva di avere acquisito veramente il suo essere attraverso quella esperienza. All’età di sette anni scese un giorno da un colle. Era sera, a ovest il sole stava tramontando. In modo dorato gli veniva incontro dal bagliore dorato del sole, e ciò che brillava negli occhi di Hamerling da quel bagliore dorato, lo descrive nel modo seguente:

«Tra i ricordi più significativi, ma certamente anche i più difficili da comunicare della mia infanzia, contano le strane atmosfere che, da un lato come impressioni vive e stimoli del momento, per lo più emananti dalla vita naturale intorno a me, dall’altro come sogni vigili e presagi, passavano attraverso l’anima del ragazzo errante. Il mistico Jakob Böhme racconta di sé che il senso più alto, la vita spirituale mistica, si era risvegliata in lui in modo meraviglioso nel momento in cui si immergeva nel contemplare una ciotola di stagno che scintillava alla luce solare. Forse ogni persona spirituale ha avuto una tale ciotola di stagno di Jakob Böhme di qualche tipo, da cui ha avuto origine il vero risveglio interiore. Mi ricordo molto vivacamente di una certa sera in cui — io potevo avere sette anni — mentre scendevo da un pendio di collina, il tramonto a ovest mi si presentava come una manifestazione di meraviglia e di spiriti, e riempiva il mio animo di un’atmosfera indimenticabile e strana, di un presentimento che oggi mi sembra una vocazione e in cui si rifletteva l’intero mio futuro destino. Avanzai con il petto sollevato verso una meta sconosciuta e allo stesso tempo una tristezza gravava sulla mia anima, così che avrei voluto piangere. Se quel momento fosse stato spiegabile dalle circostanze immediate e non fosse stato unico nel suo genere, non si sarebbe certo inciso così indelebile nella mia memoria.»

Così era nel settimo anno del poeta, così era quando la musa poetica e la musa dello spirito gli si avvicinavano. In quel momento, si potrebbe dire, il cosmo stesso ha seminato il germoglio in questa anima di tutto quello che poi divenne. È bello che Hamerling attribuisca la sua vocazione poetica a una tale manifestazione, come un miracolo che il cosmo stesso aveva compiuto con lui.

A causa dell’impoverimento dei genitori, il ragazzo dovette essere cresciuto nel monastero cistercense di Zwettl. Doveva, per ricevere il primo insegnamento del ginnasio, cantare nel coro dei ragazzi cantori del monastero. Hamerling era allora tra i dieci e i quattordici anni quando era in questo monastero. Si era profondamente legato a una strana personalità in questo monastero, al Padre Hugo Traumihler. Il Padre Traumihler era un asceta, una personalità completamente dedicata all’immersione mistica e alla vita ascetica severa. Si può immaginare come il ragazzo, in cui fondamentalmente già viveva allora la sete della bellezza dell’universo, ma in cui il desiderio di approfondimento dell’anima era sempre vivo, potesse essere stimolato dalle esperienze interiori che il singolare Padre Traumihler poteva raccontargli dell’immersione interiore nei segreti del cuore e dell’anima di un mistico, di un mistico di tipo molto elementare e primitivo, che però fece una profonda impressione sull’anima di Hamerling. Ma non si può descrivere Hamerling come poeta se non si sottolinea ciò che era così straordinariamente grande in lui: il desiderio di essere un grande uomo. Quando più tardi, dopo che era partito da tempo dal Waldviertel, fece di nuovo un viaggio lì, la gente che sapeva che proveniva da lì gli chiedeva cosa volesse diventare. Ma Hamerling, sebbene avesse già ampiamente superato i vent’anni, non aveva considerato cosa volesse diventare. E gli colpì il fatto che in quegli anni ci si avvicini alla domanda: Che cosa vuoi diventare? E dovette sempre dirsi a se stesso: Sì, quello che voglio diventare, non posso dirlo alla gente perché non lo capirebbero. Perché se mi chiedono: Che cosa vuoi diventare? — allora potrei rispondere: Voglio diventare un uomo! E così a volte diceva che voleva diventare filologo, a volte che voleva diventare astronomo o simile. La gente capiva questo. Ma che si possa avere l’intenzione di — Hamerling era già a quel tempo un giovane uomo istruito — diventare un uomo, questo non avrebbero potuto capire.

Ora ci sarebbe molto da raccontare sul percorso di sviluppo del poeta Hamerling, e soprattutto ci sarebbe molto da dire su come nella sua anima si sviluppasse un triplo aspetto. Il primo, che divenne così vivo in lui, era ciò che più tardi nella sua «Atomistica della Volontà» ha espresso nelle semplici parole: che i Greci avevano chiamato l’universo «Cosmo», che è legato alla bellezza. Questo era significativo per lui dello spirito greco. Perché la sua anima era ubriaca dalla bellezza che pulsa attraverso l’universo. E vedere di nuovo l’umanità ubriaca di bellezza, quello era tutto ciò che il suo cuore desiderava e ciò che voleva versare in toni poetici. E così in lui tutto tendeva verso la bellezza, verso il mondo greco ubriaco di bellezza, e vedeva tante cose che si erano trascinato nella vita umana, che si trascinava come un velo opaco su ciò che è voluto in natura, su ciò che è voluto dalla natura in bellezza. E la bellezza era per Hamerling una con la spiritualità. Così il suo sguardo spesso si protendeva al di là di tutto quello che conosceva dell’Ellenismo, e allo stesso tempo guardava dentro con malinconia la cultura moderna, per che voleva comporre poesia. Ma voleva comporre per questa cultura moderna, per immergere in essa tutti i toni che potevano di nuovo scuotere gli uomini, per portare bellezza e spiritualità nella vita, per tornare così a un’esistenza terrena felice. Era impossibile per Hamerling parlare di una discrepanza tra il mondo e la bellezza nella vita umana. Che il Bello dovesse permeare la vita, che il Bello dovesse vivere nel mondo, questo era quello che l’entusiasmava completamente, per che avrebbe anche preferibilissimo voluto vivere completamente, fin dalla gioventù. Era come un istinto nella sua anima. Ma dovette vivere dentro molte cose che gli mostravano come il tempo moderno dovesse farsi strada attraverso molti aspetti che nella vita attraversavano gli ideali.

Hamerling poi come studente ha partecipato all’anno 1848. E lui, che stesso aveva partecipato al movimento per la libertà, venne portato davanti alla polizia per questo «grande crimine» e come molti che allora a Vienna avevano partecipato al movimento per la libertà, fu sottoposto a una pena particolare. Infatti, furono portati dal barbiere e i capelli furono loro tagliati come segno che si era un «democratico» se si era andati oltre il limite consentito dalla polizia. L’altro che allora non era permesso — abbiamo fatto comunque dei progressi a questo proposito oggi, perché oggi non vi vengono tagliati i capelli perché siete di sentimenti liberali — era indossare un cappello con tesa larga, che era considerato di nuovo un segno di sentimenti democratici, invece doveva indossare il cosiddetto «tubo della paura», il cilindro. Era completamente autorizzato dalla polizia. Attraverso questo e molte altre cose Hamerling dovette farsi strada. Come un piccolo segno di come il mondo si comportava verso il grande poeta, sia menzionato solo il seguente, di cui credo che ne emerga una migliore caratterizzazione che da qualche caratterizzazione astratta.

Era quando Hamerling aveva completato gli anni universitari e ora doveva sostenere l’esame per insegnare. Riguardo al greco, al latino e alla matematica, ha superato bene l’esame. La testimonianza che gli è stata data su greco e latino è addirittura brillante. Poi leggiamo che aveva affermato di avere letto alcuni libri sulla grammatica, ma quello che aveva mostrato nell’esame non indicava che si era occupato accuratamente dello studio della lingua e della grammatica tedesca. Una tale testimonianza è stata data a un uomo che con la sua straordinaria particolarità, con l’unicità del suo stile, ha arricchito così infinitamente la lingua tedesca!

Dal 1851 voglio sottolineare ancora un’esperienza di Hamerling. In quel periodo ha conosciuto una famiglia, e una volta avrebbe voluto restare a una festa serale lì, ma non poteva. Ma gli è stato inviato un bicchierino di punch dalla figlia della casa nel suo piccolo studio da studente. E cosa gli è successo? Gli successe che improvvisamente ebbe l’impulso di prendere carta e matita, e improvvisamente si sentì in un mondo diverso. Dapprima vide, come disegnato in un grande quadro, immagini della storia del mondo. Poi queste immagini si trasformarono in un caos di fiori, marciume, sangue, salamandre, frutti d’oro, occhi azzurri, suoni di arpa, devastazioni della vita, tuono di cannoni e uomini in conflitto. Scene storiche alternate con fiori e salamandre, poi, come cristallizzandosi dal tutto, una figura pallida e grave con occhi penetranti. La vista di questa figura portò Hamerling a se stesso. Guardò il suo foglio. E sul suo foglio c’era quello che, prima che la visione apparisse, non c’era, il nome Ahasver, e sotto il piano di una poesia «Ahasver».

Quello che è particolare in Hamerling è che aveva un interesse raramente profondo per tutto ciò che poteva muovere l’anima umana nelle sue altezze e profondità, unito a, si potrebbe dire, un’ebbrezza per il Bello. Era quindi anche per questo che dovrebbe essere considerato fortunato che durante un periodo di dieci anni ricoprisse una cattedra di ginnasio a Trieste e potesse trascorrere questo tempo sul magnifico Adriatico e poi potesse vivere le vacanze nella vicina Venezia. Ha conosciuto questa Venezia, così bene da conoscere ancora negli anni successivi i singoli angoli e i vicoli che aveva percorso ancora e ancora nelle belle serate. La natura gli si presenta brillante, bellezza, bellezza meridionale, di cui la sua anima aveva così sete. Questa bellezza meridionale fiorisce ancora nelle poesie che, come tra le sue prime opere, già mostrano il talento straordinario di Robert Hamerling come il «Saluto di canto dall’Adriatico». Poi venne la sua poesia «Venere in esilio», Venere non sola concepita come l’incarnazione dell’amore terreno, ma come la portatrice della bellezza che dimora e tesse attraverso il cosmo, che però è come in esilio per l’umanità odierna. E liberare la bellezza e l’amore dall’esilio, questo considerava Robert Hamerling come il suo desiderio poetico, il desiderio del poeta. Ecco il motto che vi ho letto:

Va’, messo sacro, e canta in toni gioiosi Dall’alba che sorge, Dal regno che viene del Bello.

Ma questa anima di Hamerling non poteva cantare del «taggiudicato di alba, del regno che viene del Bello» senza guardare dentro a tutti gli abissi dell’anima umana. E come questi abissi dell’anima umana si presentavano a Robert Hamerling, la visione di Ahasver l’ha mostrato. In modo poetico stava sempre di nuovo dinanzi alla sua anima, finché non trovò una formulazione poetica per la personalità di Ahasver. Le si presentava così dinanzi all’anima che per lui Ahasver divenne il germe rimasto nella vita, che passa attraverso tutta la vita umana come la personificazione di un’individualità umana che vuole fuggire la vita e non può, un’individualità umana che poi è posta in contrasto con la figura di Nerone a Roma, quella figura che sempre cerca la vita e non la può trovare nella pienezza sensuale, che deve quindi sempre cercare.

Si vede come i contrasti della vita si presentavano a Robert Hamerling. Questo si mostra ancora di più nella sua poesia «Il re di Sion», dove descrive una figura che vuole riportare la salvezza spirituale dai cieli spirituali ai propri simili, ma che però cade nella debolezza umana, nella sensualità e così via. Come i contrasti della vita si toccano, questo emergeva sempre di nuovo dinanzi all’anima di Hamerling. E voleva incarnarlo poeticamente. La Grecia si ergeva dinanzi alla sua anima, come voleva di nuovo restaurarla. Nel suo «Aspasia» la descrive, quella Grecia, come se l’immaginava, descrive la terra del suo desiderio, il mondo del Bello con tutto ciò che il mondo del Bello può anche portare come suo lato oscuro. Un meraviglioso poema di storia culturale diviene, come un romanzo in tre parti, «Aspasia». Che Robert Hamerling non potesse essere compreso, mi è apparso sintomaticamente quando in un vecchio angolo mi imbattei in una persona dai cui occhi brillava l’invidia, intorno la cui bocca si esprimeva la bruttezza. — Naturalmente, non si intende bruttezza corporale, perché essa può essere anche straordinariamente bella. — Questa persona era uno dei critici più mordaci di «Aspasia». Si presentava come il «più brutto uomo» di fronte al poeta ubriaco di bellezza, ed è comprensibile che l’anima aspra non potesse capire il poeta ubriaco di bellezza!

Così era tutto lo sforzo di Robert Hamerling. Avrei molto da raccontare se volessi ripercorrere l’intero corso di Robert Hamerling attraverso la storia. Danton, Robespierre cercava di trattare, fino all’Omuncolo, in cui voleva incarnare tutto il grottesco della cultura moderna. Avrei anche molto da dire se volessi descrivere come la musa lirica di Robert Hamerling da un lato sempre di nuovo cercava di trovare nei toni meditabondi di tutta la bellezza della natura, da tutti i colori magnifici della natura, dall’altro da tutto lo spirito della natura, i toni meditativi che percorrono le sue poesie. E ancora avrei molto da dire se volessi caratterizzare anche solo in modo accennato come in queste poesie liriche di Hamerling vive tutto quello per cui l’anima umana può trovare consolazione nel piccolo nel grande, come dalle sue poesie può fluire la fede invincibile che, per quanto i demoni della discordia e della bruttezza possano far valere il loro dominio, tuttavia il regno del Bello può venire sull’anima umana. Un’anima era l’anima di Hamerling che poteva soffrire nella vita e che poteva gioire nel mezzo della sofferenza più profonda e dolorosa delle bellezze dell’attività spirituale, che poteva guardare intorno le disarmonie del giorno e poteva essere profondamente immersa interiormente quando il cielo stellato si alzava sulle acque, nelle bellezze della notte. Hamerling poteva lasciar fluire questa atmosfera in toni significativi.

Quello che avrei volentieri suscitato una concezione attraverso parole, che caratterizzerebbe Hamerling più sintomaticamente, è che Robert Hamerling appare come il poeta dell’ultimo terzo del 19° secolo che porta invincibilmente in se stesso la consapevolezza del miglior futuro dell’umanità, perché è completamente pervaso dalla verità della bellezza nell’universo, che è il poeta che può anche descrivere come lo spirito nell’uomo può diventare il vincitore su tutto ciò che si avvicina come ostacoli materiali e impedimenti alla natura spirituale dell’uomo. Solo attraverso singoli tratti nella vita di Hamerling ho voluto caratterizzare questo.

Non si capisce Hamerling il poeta, se non si sottolinea come questo Hamerling per tutta la vita si sia aggrappato al tentativo di rispondere alla domanda: Come divento un uomo? Tutto ciò che ha creato ha grandezza umana, non sempre grandezza poetica, perché la grandezza poetica in Hamerling è solo una conseguenza della sua grandezza umana. Era per l’anima di Hamerling sempre così che, quando guardava di qua e di là e percepiva disarmonie nella vita, era come un desiderio invincibile nella sua anima di trovare l’armonia corrispondente, trovare come tutto ciò che è brutto deve dissolversi davanti allo sguardo giusto della natura umana nella bellezza. Voglio, perché questo è così caratteristico di Hamerling, leggere al termine una piccola poesia insignificante che nella concezione, nel pensiero della sua prima gioventù, è effettivamente scaturita, che però, sebbene nella semplicità poetica primitiva, caratterizza l’atmosfera che è passata attraverso tutta la sua vita.

Leone e Rosa

Un leone furioso calpestò una rosa rossa; Nella zampa rimase il delicato fiore della rosa. La zampa si gonfiò, si ferì il feroce leone; È morto; Fresco si disseta al sorso mattutino Della rugiada la rosa rossa!

Sia pure così sottile il sottile, così grezzo il rozzo, Il sottile, delicato, puro,

Il Bello vince comunque!

Questo era l’umore di Hamerling — emerge da tutto ciò che ha creato — che percorreva tutta la sua vita:

3°Il risveglio dei pensieri spirituali come esigenza del nostro tempo

Basilea, 5 Maggio 1914

È motivo di profonda soddisfazione per me che riusciamo a riunirci qui, strappandoci per così dire dalla nostra opera di costruzione a Dornach. Tuttavia mi è parso un’impossibilità trovarci riuniti in prossimità immediata della nostra costruzione, da un punto di vista puramente spaziale, senza cogliere l’occasione per discussioni antroposofiche. Spero che nel corso dell’anno ci sia possibile ripetere di tanto in tanto questa esperienza, poiché altrimenti proprio i nostri amici che lavorano al cantiere avrebbero meno opportunità di partecipare a tali discussioni di quanta ne hanno nei periodi in cui non dedicano le loro forze a questo lavoro.

Quanto vorremmo affrontare oggi sarà costituito da considerazioni singolari sulla vita spirituale, che possono risultarci utili quando, in un’ora tranquilla, riflettiamo sulla questione: quale significato può avere per noi, come anime umane, la scienza dello spirito, quale significato può avere la vita antroposofica? Potrebbe sembrare, specialmente a chi è ancora poco avvezzo al pensare e al sentire antroposofico, che la domanda potrebbe essere legittima: perché mai dovremmo occuparci della vita spirituale, del mondo spirituale, dal momento che comunque — così potrebbe dire anche chi ha una mentalità materialista — dopo la morte siamo comunque introdotti in questo mondo spirituale e allora sperimenteremo già ciò che vi è da sperimentare su di esso? Perché non dovremmo contentarci di compiere qui, in questa vita tra nascita e morte, semplicemente ciò che scaturisce dalla vita nel mondo fisico, e perché dovremmo recare danno alla nostra vita se adempieremo i nostri doveri fisici che scaturiscono dal mondo fisico, e per il resto lasceremo indeterminato quello che riguarda il rapporto con il mondo spirituale? — È un’asserzione e una domanda che si sentiva piuttosto spesso durante l’ondata materialistica, specialmente negli ultimi tre decenni del diciannovesimo secolo. E non erano sempre le anime eticamente peggiori a dire: «Occupiamoci durante la nostra vita sulla Terra dei doveri che ci incombono sulla Terra, e rimandiamo a un mondo che forse entreremo dopo la morte il resto della questione». Spesso si doveva sentir dire così.

Orbene, sia richiamata innanzitutto l’attenzione su un fatto che per chi ragiona in maniera logica veramente consapevole — non voglio dire nemmeno che debba essere già avvezzo alla scienza dello spirito, ma piuttosto che ragioni veramente — deve risultare immediatamente evidente. L’uomo trascorre in realtà solo una parte del tempo tra nascita e morte nel mondo fisico, vale a dire il tempo in cui è sveglio. E certamente chi non ha ancora riflettuto molto sulla vita spirituale, ma che pure ragiona logicamente, dovrebbe ammettere che l’uomo nella sua vita conscia dell’anima non sa più della vita nel sonno di quanto non sappia della vita dopo la morte. Né può propriamente il pensiero logico negare la continuità durante il sonno, altrimenti dovrebbe accettare l’affermazione che ogni sera periamo e ogni mattina risorgiamo. Il pensiero logico non farà questo, ma altrettanto poco il pensiero veramente logico potrà affermare che nel corpo dormiente che giace nel letto sia contenuto l’uomo intero. Almeno si dovrebbe diventare pensierosi riguardo al fatto del sonno. E quando i popoli diventano pensierosi riguardo al fatto del sonno, questo dà loro già un impulso a occuparsi un po’ di ciò che la scienza dello spirito ha da offrire al mondo. La scienza naturale giungerà sempre più a riconoscere che nel sonno, cioè nel corpo fisico di chi dorme, l’essenza propriamente spirituale e animica dell’uomo non è presente, non c’è. È difficile che questo secolo di sviluppo scientifico naturale termini senza che la scienza naturale, da se stessa, possieda questa conoscenza di cui si è fatto cenno. Allora la scienza naturale si rivolgerà alla scienza dello spirito, e allora sarà costretta da se stessa, questa scienza naturale, a riconoscere che ciò che chiamiamo l’entità spirituale e animica dell’uomo è davvero separato da ciò che è corporale-fisico nel sonno. E allora diventerà, sempre più importante per gli uomini del ventesimo secolo, sapere qualcosa di questo sonno. E ci formeremo una rappresentazione di ciò che nel corso del ventesimo secolo gli uomini dovranno sapere sulla natura del sonno. Desideriamo incominciare proprio da qui oggi.

Sappiamo dalle nostre ricerche della scienza dello spirito che l’uomo, con i due membri della sua entità — l’Io e il corpo astrale — esce dal corpo fisico e dal corpo eterico quando dorme. Possiamo porre la domanda: dove sono dunque l’Io e il corpo astrale durante il sonno? — Innanzitutto possiamo rispondere: ebbene, nel mondo spirituale. — Sì, nel mondo spirituale siamo però in realtà sempre. Siamo nel mondo spirituale veramente sempre, perché questo mondo spirituale non è affatto separato da alcun luogo rispetto al mondo esteriore; ma come fisicamente l’aria ci circonda dappertutto, così spiritualmente il mondo spirituale ci circonda. Siamo dunque sempre nel mondo spirituale anche nello stato di veglia. Ma nel sonno siamo diversamente in questo mondo spirituale di come vi siamo nello stato di veglia. Ora, per così dire, per i bisogni ordinari e prossimi della scienza dello spirito è sufficiente dire: durante il sonno si è, con il proprio Io e corpo astrale, fuori dal corpo fisico e dal corpo eterico. Ma affermando questo, in realtà si dice solo la metà della verità. La metà della verità sì, ma proprio solo la metà. È come se si dicesse: di notte il sole è fuori dalla Terra. — Solo per gli abitanti, non è vero, che vivono in Europa è vero che durante la notte il sole è fuori dalla loro Terra. Ma sappiamo: non è così per tutti gli abitanti della Terra. Fondamentalmente la situazione è simile per quanto riguarda la nostra entità, in quanto siamo Io e corpo astrale, durante il sonno. Siamo veramente al di fuori — per così dire, completamente al di fuori del nostro corpo fisico e del corpo eterico — con il nostro Io e il corpo astrale solo dopo la morte. Durante il sonno, a rigor di termini, siamo, con il nostro Io e il corpo astrale, al di fuori del nostro sangue e del nostro sistema nervoso. Ma se il sole della nostra entità, il nostro Io e il corpo astrale, tramonta per il nostro sangue e il nostro sistema nervoso, che durante il giorno pervadono, sorge per l’altra metà dell’uomo, per gli organi che non sono sangue e sistema nervoso. Con questi l’uomo sta, durante il sonno, in una connessione intima. Veramente, come il nostro sole, che ci splende durante il giorno, quando tramonta per noi, sorge per altri abitanti della Terra, così è con l’Io e il corpo astrale. Quando tramontano per il nostro sangue e il nostro sistema nervoso, sorgono per gli altri organi e sono con questi uniti ancor più energicamente. Ora questi altri organi, con che il nostro Io e il corpo astrale stanno uniti durante il tempo del sonno, sono veramente quelli che, esattamente come tutto ciò che esiste nel mondo, sono costruiti dall’elemento spirituale. E per il tempo del nostro sonno si presenta il fatto straordinario che dal nostro Io e dal corpo astrale influenziamo fortemente questi organi che stanno al di fuori del nostro sistema nervoso e del nostro sangue. Mentre durante le ore di veglia influenziamo fortemente dal nostro Io e dal corpo astrale il nostro sistema nervoso e il nostro sangue, influenziamo durante il sonno i nostri altri organi e anche quella parte dei nostri altri organi che non viene direttamente dal sangue e dai nervi stessi, ma che nei nostri nervi fluisce nel sangue, influenziamo tutto questo dal nostro Io e dal corpo astrale in modo particolarmente intenso.

Se questo è il caso, allora ne risulta qualcosa di diverso, per così dire, facilmente comprensibile. Quello che è facilmente comprensibile risulta dal fatto che non è indifferente in quale condizione d’animo entriamo nel sonno con il nostro Io e il corpo astrale. Per il materialista, naturalmente, all’inizio può essere completamente indifferente come stiano le cose con il suo Io e il corpo astrale, di cui non parla affatto, durante il sonno. Colui che vede attraverso le cose sa che i nostri organi, nella misura in cui non si manifestano direttamente mediante le attività del sangue e del sistema nervoso, cioè nella vita conscia, dipendono da ciò che nel nostro Io e nel corpo astrale è tale da manifestarsi particolarmente durante il sonno. Forse si può parlare nel modo migliore di una tale questione mediante un esempio. Prendiamo un esempio che si impone naturalmente.

Nei nostri tempi c’è, noto, una paura che si può paragonare del tutto propriamente con la paura medievale dei fantasmi. È la paura odierna dei bacilli. I due stati di paura sono sostanzialmente la stessa cosa. Sono anche la stessa cosa per il fatto che ogni epoca — il Medioevo e l’era moderna — si comporta come conviene a essa. Il Medioevo aveva una certa fede nel mondo spirituale; naturalmente allora si aveva paura di entità spirituali. L’era moderna ha perso questa fede nel mondo spirituale, crede nel materiale, ha quindi paura di entità materiali, anche se infinitesimali. Una differenza potrebbe, non è vero, trovarsi soltanto nel fatto che i fantasmi erano almeno esseri rispettabili rispetto ai bacilli piccolissimi, che non potevano proprio fare una figura degna con il loro essere, cosicché non ci si potrebbe davvero avere una paura seria come dinanzi a un fantasma rispettabile. Ora naturalmente con questo non si vuol dire che i bacilli debbano assolutamente essere coltivati e che sia bene vivere con molti bacilli. Non si intende questo affatto. Ma non contraddice nemmeno ciò che è stato detto, perché infine i bacilli certamente ci sono, ma c’erano anche fantasmi. Per chi poteva credere veramente nel mondo spirituale, non c’è, quanto a realtà, praticamente alcuna differenza in questo riguardo.

Ora si tratta di questo, ed è questo l’essenziale che deve essere evidenziato oggi: i bacilli possono diventare pericolosi solo se vengono coltivati. Non si devono coltivare i bacilli. Certo, anche i materialisti sarebbero d’accordo con noi se poniamo l’esigenza di non coltivare i bacilli. Ma se andiamo oltre e, dal punto di vista di una vera scienza dello spirito, parliamo di come vengono coltivati al massimo, allora i materialisti non ci seguiranno più. I bacilli vengono coltivati al massimo quando l’uomo entra nel sonno portandovi niente altro che una mentalità materialistica. Non c’è miglior mezzo per questa coltivazione che addormentarsi con solo rappresentazioni materiali e ricadere, da quella situazione, dal mondo spirituale, dal nostro Io e dal corpo astrale, sugli organi del corpo fisico che non sono sangue e sistema nervoso. Non c’è miglior mezzo per nutrire i bacilli che dormire con una mentalità puramente materialistica. Cioè, c’è ancora almeno un mezzo che è altrettanto buono. È quello di vivere in un focolaio di malattie epidemiche o endemiche e non assorbire niente altro che i quadri patologici intorno a sé, essendo completamente pieni del sentimento di paura di questa malattia. Questo sì è altrettanto buono. Se non si può mettere avanti a se stessi niente altro che la paura delle malattie che si svolgono tutt’intorno in un focolaio epidemico e ci si addormenta con il pensiero di paura nella notte, allora si generano nell’anima le immagini rispecchiate inconsce, Immaginazioni, che sono pervase dalla paura. Ed è un buon mezzo per nutrire e coltivare i bacilli. Se si può anche solo poco mitigare questa paura mediante l’amore attivo — per esempio, se ci si dedica alle cure per i malati e si può dimenticare un po’ che si potrebbe essere infettati — allora si mitigano anche le forze di nutrizione dei bacilli.

Queste cose nella scienza dello spirito non sono presentate solo per speculare sull’egoismo umano, ma per descrivere fatti del mondo spirituale. Così vediamo che propriamente in questa vita, in questo caso concreto, abbiamo veramente a che fare con il mondo spirituale, perché in effetti agiamo noi stessi dal mondo spirituale dal momento dell’addormentarsi al momento del risveglio. E veramente, più che attraverso tutti i mezzi che la scienza materialistica attualmente propone contro tutto ciò che si chiama bacilli, veramente più incommensurabilmente ricco per il futuro dell’umanità si potrebbe agire se si trasmettessero agli uomini rappresentazioni mediante cui fossero allontanati dal materialismo e spronati dall’amore attivo che fluisce dallo spirito. Sempre più nel corso di questo secolo deve diffondersi la conoscenza di come il mondo spirituale non è assolutamente indifferente nemmeno per la nostra vita fisica, come esso ha significato penetrante per il mondo fisico, perché siamo effettivamente dal momento dell’addormentarsi al momento del risveglio nel mondo spirituale e da lì rimaniamo attivi per il corpo fisico. Se questo non si manifesta immediatamente, è comunque il caso.

Ora ci si deve abituare a una cosa, se si vuol vedere queste questioni nella giusta luce. Ci si deve abituare al fatto che ciò che direttamente si deve considerare il potere curativo della scienza dello spirito deve agire attraverso la comunità umana. Perché si potrebbe dire: quale significato avrebbe se un singolo uomo qui o là, addormentandosi, entrasse nei mondi spirituali ogni volta con i pensieri inclinati al mondo spirituale, mentre tutto intorno gli altri sono con i pensieri materialisti, le sensazioni materiali e i sentimenti di paura — che sempre vanno insieme al materialismo —, curatori e coltivatori del mondo dei bacilli? Che cosa è propriamente questo mondo dei bacilli? Ebbene, qui arriviamo a un capitolo di cui è abbastanza essenziale sapere qualcosa per la vita umana. Se nella natura vediamo l’aria piena di tutti i tipi di uccelli, l’acqua di pesci, se seguiamo ciò che striscia e si muove sulla terra e così appare ai sensi esterni, ciò che vive nella natura, allora abbiamo a che fare con entità di cui propriamente parlando correttamente possiamo dire: essi sono, in qualche forma, anche se qua e là intervengono in modo nocivo nel corso della natura, sono comunque creature della divinità in continuo sviluppo. Nel momento in cui arriviamo a quelle entità che hanno la loro dimora di azione in altri esseri viventi, in piante, animali o uomini, abbiamo a che fare — specialmente quando si tratta di creature simili a bacilli che vivono nei corpi animali e umani, particolarmente in quelli umani — veramente con creature di entità spirituali, ma con creature di Arimane. E si vede correttamente la presenza di tali creature nel nostro mondo quando si è consapevoli che tutte queste entità sono connesse a fatti spirituali, ai rapporti dell’uomo con Arimane. E questi rapporti dell’uomo con Arimane si stabiliscono, come sappiamo, per mezzo della mentalità materialistica o di stati di paura puramente egoistici. E si vede correttamente il rapporto in cui si trovano tali entità parassite nel mondo se si dice: dove si mostrano queste entità parassite, esse sono un sintomo dell’intervento di Arimane nel mondo. E quando vediamo da tale esempio che non è affatto indifferente se l’uomo, quando si addormenta la sera, porta nella vita spirituale in cui si trova tra addormentarsi e risveglio rappresentazioni puramente materialiste o rappresentazioni spirituali, quando vediamo che non è indifferente, allora cessiamo anche di affermare che potrebbe essere indifferente già in questo mondo sapere qualcosa dello spirito o non saperne nulla. Dobbiamo dunque effettivamente cominciare da un punto determinato, se vogliamo davvero renderci presenti la grande importanza della ricerca della scienza dello spirito già per questa vita umana tra nascita e morte.

Ma possiamo anche volgere i nostri occhi spirituali a ambiti completamente diversi. Ci apparirà sempre più chiaramente come questa vita è connessa con la vita spirituale. Come umani abbiamo bisogno della natura che sta al di sotto di noi, dal che ci nutriamo, dal che quindi traiamo il nostro nutrimento. Ciò di cui inizialmente, per un certo tempo dopo la morte, i morti traggono il loro nutrimento, sono le rappresentazioni, le sensazioni, i sentimenti e le emozioni inconsce che gli uomini portano nel sonno. Per i morti è una differenza enorme se, da qualche parte, una comunità di uomini dorme, che durante la loro vita conscia si sia riempita solo di sensazioni e rappresentazioni materialiste e le porti nel sonno e nel momento dell’addormentarsi sia pervasa dagli echi residui di questi materialismi, o se da qualche parte una comunità di uomini dorme che durante la veglia si sia completamente pervasa di rappresentazioni spirituali e che anche durante il sonno sia ancora pervasa da tali rappresentazioni. Come un terreno deserto, che non contiene niente di nutriente e su cui gli uomini dovrebbero morire di fame, si comporta rispetto a una regione fertile che offre nutrimento agli uomini, così per coloro che hanno attraversato la morte si comporta una comunità di uomini che dorme con mentalità materialistica rispetto a una comunità di uomini che dorme con rappresentazioni spirituali. Infatti, dal fatto che le anime che qui sulla Terra dormono siano piene di rappresentazioni spirituali, i morti traggono, per molti anni dopo la morte, una forza vitale che è simile, soltanto spirituale, soltanto traslata nello spirituale, a quella che noi come uomini fisici traiamo da quegli esseri di regni naturali che stanno sotto di noi. Nel senso letterale diventiamo un campo fertile per i morti quando ci riempiamo delle rappresentazioni che provengono dalla scienza dello spirito. E ci facciamo un campo sterile attraverso cui affamiamo i morti quando diventiamo dormienti con rappresentazioni e mentalità materialiste.

Parlare di scienza dello spirito nei nostri tempi non deriva da un entusiasmo come quello che spinge molte altre associazioni e società umane e simili. Il bisogno di parlare di scienza dello spirito sgorga dalla necessità del cuore consapevole che negli uomini nel prossimo ventesimo secolo avrà bisogno della scienza dello spirito. Comunque si configurino le circostanze nel mondo esteriore, colui che vede profondamente come la scienza dello spirito è necessaria al mondo non ha il potere di evitare di far fluire le conoscenze della scienza dello spirito sulla lingua e nella bocca per comunicarle ai prossimi. E si sente ogni potere della parola che si può usare come troppo piccolo rispetto alla necessità che esiste di fornire alla scienza dello spirito, in misura sempre crescente, quella umanità che altrimenti dovrebbe sempre più immergersene nel materialismo.

Se ancora domandiamo da un altro lato: come stanno le cose col nostro rapporto con coloro tra i defunti con cui siamo stati in connessione nella vita, di che possiamo farci rappresentazioni chiare, verso cui abbiamo relazioni tali che spesso vi si pensa? Come stanno le cose col nostro rapporto coi morti in un altro senso ancora, non solo quando offriamo ai morti nutrimento spirituale perché portiamo rappresentazioni spirituali nel sonno? Come stanno le cose nella vita conscia col nostro rapporto con i morti?

Se ciò che i morti devono trarre da ciò che si trova nelle anime degli uomini che dormono è come un nutrimento per i morti, allora ogni pensiero che entra nei mondi spirituali, che si occupa dei mondi spirituali e di entità spirituali, ogni pensiero che è tale da avere una relazione con i mondi spirituali, è qualcosa che i morti possono percepire, qualcosa che devono fare a meno se non nutriamo tali pensieri. Le rappresentazioni che riguardano solo il mondo materiale, ciò che si trova fuori nella natura, vivono nella nostra anima cosicché i morti non possono vederle, non hanno significato per i morti. Possiamo ancora essere così dotti, così saggi a riflettere su cose della natura esterna, i nostri pensieri non sono nulla per i morti. Nel momento in cui nutriamo pensieri che si riferiscono al mondo spirituale, i pensieri sono immediatamente presenti per i morti, non solo per i viventi, ma anche per i morti.

Per questo motivo spesso è stato consigliato ai nostri amici: quando una persona con cui state stato in connessione risiede nel mondo spirituale, si legga a quella persona con il pensiero. Ci si raffiguri la persona in questione e si legga interiormente ciò che riguarda il mondo spirituale. Allora il morto legge insieme. Non si deve credere che sia privo di significato. Il morto nel mondo spirituale è sì in quel mondo di cui sappiamo dalla scienza dello spirito. Ma i pensieri sul mondo spirituale devono essere generati sulla Terra. Il morto non dovrebbe solo percepire il mondo spirituale, che certamente lo circonda. Ha bisogno dei pensieri di coloro che vivono sulla Terra. Questi pensieri per lui sono come una percezione. La cosa più bella e significativa che possiamo regalare ai morti è leggere loro in questo modo descritto. Sempre di nuovo, quando si domanda con che cosa possiamo dare qualcosa ai morti, si deve rispondere: con la lettura di alcun contenuto spirituale. — E se qualcuno dovesse avere dubbi sul fatto che questo sia utile, poiché il morto risiede nel mondo spirituale, non deve fare altro che considerare che nel mondo sensibile uno può essere circondato da cose e da entità, ma non avere nemmeno un’idea su di esse. Bisogna prima acquistarsele. Così il morto può essere nel mondo spirituale; è lì. Ma i pensieri devono affluire a lui dalla Terra. Come la pioggia benedicente dalla nuvola deve fluire alla Terra fisica, così i pensieri splendenti devono fluire verso quelle regioni in cui il morto dimora.

Tutti questi esempi ci mostrano quale grande, quale infinito significato ha il vivere il mondo spirituale nel pensiero già anche per il nostro mondo fisico e come sia ingiustificato l’argomento che si potrebbe aspettare fino dopo la morte per sapere quel che vi è nel mondo spirituale. Veramente, proprio una considerazione esatta del mondo spirituale mostra che l’uomo non è sulla Terra senza motivo, che è sulla Terra per acquisire sulla Terra qualcosa che non può essere acquisito da nessun altro luogo al mondo se non sulla Terra, che è un bene di tale significato che il vivente può ancora regalarlo al morto.

Anche in molti altri riguardi si mostra l’intima connessione tra la vita qui sulla Terra tra nascita e morte e la vita immediatamente dopo la morte. Solo è difficile parlarne nel concreto perché queste parole sono così terribilmente facili a essere fraintese per certi motivi del cuore umano. L’uomo è tutto teso all’unilateralità, e quando si parla di qualcosa, specialmente se riguarda il mondo spirituale e le entità spirituali, il fraintendimento nasce facilmente da certi moventi del cuore umano. Quando si racconta in un singolo caso che una certa connessione nella vita di una persona sulla Terra e dopo la morte esiste, allora molto facilmente, da un facile egoismo umano comprensibile, dal racconto di tale singolo caso risulta qualcosa di completamente frainteso, cioè la persona applica il caso a se stessa. Se si racconta di una persona particolare e concreta che essa sperimenta questo o quell’altro, l’uomo pensa così facilmente: con me le cose stanno diversamente, perciò non sperimenterò qualcosa di così bello. E invece di che il suo ascolto riceva soddisfazione dalla comunicazione delle esperienze, egli prova qualcosa che nasce dal sentimento dell’egoismo: che egli non può avere qualcosa di così bello dopo la morte.

Non appena ci si addentra in un singolo caso, non si parla così in generale, l’uomo deve sviluppare il sentimento disinteressato di guardare al destino di un altro, senza trarre conclusioni sulla propria vita e poi dire così: non l’ho io ugualmente, allora mi sfugge ciò che si racconta? — Quindi queste e altre cose simili sono veramente motivi di fraintendimenti. E devo premettere che un tale fraintendimento può sorgere facilmente, perché desidero evitare che, dicendo questo, si formi un tale fraintendimento.

Di recente se n’è andato un caro nostro amico, alla cui cremazione ha partecipato un gran numero dei nostri amici qui riuniti. Domani avrebbe compiuto i quarantatré anni, il 6 maggio. Questo amico ha sofferto molto negli ultimi anni della sua vita qui. Vorrei, come in parentesi, inserire una descrizione meravigliosa degli ultimi suoi tempi, di cui mi ha parlato di recente sua moglie. Il nostro amico, nel tempo in cui ha sofferto molto, non si è ribellato al fatto di doversi ammettere che doveva soffrire, ma si è ribellato all’essere malato. Non sono malato, diceva. Soffrisse pure, ma non sono malato. E voleva assolutamente che tale asserzione non fosse compresa come un gioco di parole, ma che attraverso essa fosse detto veramente qualcosa. Era questa definizione coniata da lui: Soffrò sì, ma non sono malato — che scaturiva dalla consapevolezza che quella scienza dello spirito che posso portare in me, che mi sorregge e mi sostiene come scienza dello spirito, annulla tutti gli assalti della malattia. Sento che soffro, ma la salute della mia anima è così grande che, guardando al mio stato corporale, non posso chiamarmi malato. Si potrebbe parlare ancora molto di questa definizione. È qualcosa di straordinariamente significativo, qualcosa che è particolarmente adatto a permeare di sentimento l’anima umana.

Ma ora, se si segue come questo amico trascorse i suoi ultimi anni terreni in un corpo malato, in un corpo sofferente, in cui non si sapeva malato, ma solo sofferente, se si paragona questo con la vita spirituale ora incominciante di questo amico, si riceve un’immagine degna del rapporto tra la vita tra nascita e morte e la vita dopo la morte. — Si è preparato — racconto un fatto del mondo spirituale — in questo corpo, che aveva il sintomo esteriore di malattia, una somma di Immaginazioni. Una somma di Immaginazioni viveva nelle membra malate, forti Immaginazioni. Era completamente pieno del contenuto dei mondi spirituali, e queste Immaginazioni vivevano così da fluire in tutti quegli organi di cui l’uomo non è consapevole nella vita quotidiana come lo è del cervello e del sistema nervoso — che dunque più nella sua vita inconscia attraversava — vivevano lì e potevano ancora più facilmente vivervi quanto più esternamente questi organi erano malati. E si prepararono e stanno ora come un tableau straordinario del mondo spirituale davanti all’anima del morto, che ora vive in queste rappresentazioni che erano state catturate proprio negli ultimi anni della sua vita nel carcere dei suoi organi malati, ma che si erano preparate con tale densità che egli le ha ora come suo mondo fuori di sé nello spirito.

Non è facile osservare il cosmo spirituale che fiorisce, che si costruisce in bellezza artistica spirituale, in un modo più bello che attraverso un tale fatto. Tutto ciò che crea l’artista, che sta sul piano fisico e fa sorgere un pezzo di mondo in bellezza — cosicché attraverso l’immagine che incanta sulla tela o nel marmo vediamo più del mondo di quanto possiamo vedere da noi stessi — è una piccolezza rispetto al quando rivediamo il mondo spirituale come esso è da una parte come è in sé, e poi di nuovo come sorge, fiorendo dall’anima di un morto che per il suo karma è stato preparato nel modo che ho descritto. Come egli era preparato, lo mostreranno specialmente le sue poesie, che ora sono in stampa e appariranno prossimamente. Perché mostreranno che questa intera forma di vita spirituale, anche del passaggio nel mondo spirituale dopo la morte, è strettamente connessa con ciò che da anni nella nostra scienza dello spirito chiamiamo l’impulso del Cristo. Bellamente vive questo impulso del Cristo, inteso nel senso della scienza dello spirito, in queste poesie.

In connessione con questo fatto, di cui ho parlato, che può davvero far sentire il rapporto del mondo che percorriamo tra nascita e morte con quello tra morte e nuova nascita, sta ora qualcosa che desidero aggiungere, desidero aggiungerla così da non sviluppare il rapporto in pensieri astratti, ma così da farvi sentire il rapporto. Vede, si può essere sulla terra un uomo sciocco o intelligente, si può anche essere dotto: per la vita dopo la morte ciò non ha molta importanza, se quello sciocco, intelligente o dotto riguarda le cose del mondo fisico. Possiamo riflettere ancora così intelligentemente sulle cose del mondo fisico, il pensiero, specialmente il modo di pensare al mondo fisico, non ci serve a nulla una volta che abbiamo valicato la soglia della morte. Questo non ha nessun significato. Quando l’uomo ha valicato la soglia della morte, ha bisogno di pensieri, rappresentazioni, sensazioni che non riguardano il mondo fisico, quelle hanno soltanto significato.

Ora vorrei comunicarvi innanzitutto ciò che ho detto in un modo un po’ grottesco e paradossale. Ma non prenda di traverso il paradosso, ci risulterà subito chiaro quel che intendo dire. Supponiamo che un uomo rifiutasse di pensare a qualcosa a cui non sia stimolato dalle percezioni sensoriali. E non appena qualcosa gli viene incontro e germinano in lui certi pensieri, dicesse: Non ti voglio, parto da ciò che vedono gli occhi, da ciò che odono gli orecchi, voglio pensare a ciò. Del resto stai lontano da me con il corpo, io rimango lontano da te. — Un tale uomo non acquisisce forze che potrebbe usare dopo la morte. Entra cieco nel tempo tra morte e nuova nascita. Supponiamo ulteriormente che un uomo avesse una fantasia vivace e trovasse sgradevole accorgersi della scienza dello spirito, imparare a poco a poco varie cose. Troverebbe molto più comodo farsi tutte le possibili rappresentazioni dalla pura fantasia sul mondo spirituale, pensasse molto dalla pura fantasia sul mondo spirituale, cosicché da una parte avesse nel suo corso rappresentativo tutto ciò che riguarda il mondo sensibile e dall’altra ancora tutte le possibili rappresentazioni fantastiche sul mondo spirituale. Un tale uomo sì si distinguerebbe da colui che dice: Stai lontano da me con le rappresentazioni del mondo spirituale —, perché colui che non vuol saperne del mondo spirituale entra come un cieco nel mondo spirituale. Colui che almeno si fa rappresentazioni fantastiche ha simili forze dell’anima che egli veramente entra come un vedente nel mondo spirituale, ma sarà tale vedente come nel mondo fisico uno è vedente che ha errori in tutte le parti dell’occhio, cosicché vede dappertutto falsamente. E questo nel mondo spirituale significa ancora molto più grave di nel mondo fisico, perché se uno nel mondo spirituale vede tutto falsamente, significa che a ogni passo nel mondo spirituale crea confusione. Ma possiamo vederne uno da ciò che è stato detto, anche se in modo grottesco, possiamo vedere che l’uomo ha bisogno di rappresentazioni che vadano oltre la vita sensibile se vuole veramente essere un cittadino del mondo spirituale, e deve esserlo. Può esserlo uno stato mutilato — così è chi vuole solo acquisire rappresentazioni sensibili, o chi lascia scorrazzare la propria fantasia —; altrimenti ha bisogno di orientamento che vada oltre il mondo sensibile.

Affinché gli uomini, mentre si sviluppano sulla Terra, non avessero solo rappresentazioni suscitate da cose fisiche, o affinché non si facessero sul mondo spirituale solo rappresentazioni fantastiche, apparvero nel corso del tempo i singoli fondatori di religioni. Se li esaminiamo con le insegnanze che hanno dato agli uomini, lo scopo di tutti questi fondatori di religioni era di dare agli uomini tali rappresentazioni del mondo sovrasensibile che potessero entrare in questo mondo sovrasensibile in uno stato non mutilato. Secondo le necessità dei tempi e dei popoli, i fondatori di religioni hanno dato agli uomini tali rappresentazioni. La nostra epoca è diversa da quelle del passato. La nostra epoca è una tale che dobbiamo crescere — e vi prego di non prendere questa parola nel senso esteriore, ma nel senso profondamente interiore — verso un’umanità matura. Verso un’umanità matura che deve trovare attraverso la propria anima la via nei mondi spirituali. I fondatori di religioni dei tempi antichi parlavano a un’umanità imatura. Parlavano a un’umanità attraverso cui tutte le nostre anime hanno anche passato. I fondatori di religioni di questi tempi antichi conoscevano i loro tempi e sapevano che non potevano parlare all’umanità che doveva vivere verso il futuro nello stesso modo in cui un tempo avevano parlato all’umanità. Perché essa deve diventare matura. Supponiamo che un membro di un popolo dell’antichità dovesse scegliere tra limitarsi a rappresentazioni sensibili o ricorrere a rappresentazioni fantastiche: secondo questo sarebbe entrato mutilato o almeno confuso nel mondo spirituale. Poi veniva il fondatore di religione. Portava rappresentazioni vere dal mondo spirituale. Il membro di un popolo del tempo passato diceva: Non sono io, nella misura in cui percepisco sensibilmente, nella misura in cui lavoro nella mia fantasia, ma i fondatori di religioni, Zoroastro, Buddha, Krishna, sono loro che suscitano in me rappresentazioni attraverso cui trovo l’accesso al mondo spirituale. — Che io crei confusione o che io diventi cieco, l’uomo di questa epoca deve essere maturo. Che come maturo possa trovare la via nel mondo spirituale, a questo ha contribuito il mistero del Golgota. Non più il fondatore di religione appare così dinanzi all’umanità esterna come prima. Perché coloro che paragonano il Cristo con i fondatori di religioni antichi non intendono niente del Cristo. Perché il Cristo ha agito innanzitutto attraverso un fatto, gli altri fondatori di religioni attraverso insegnamenti. Nel momento in cui si chiama il Cristo un insegnante universale, si testimonia di non sapere chi è il Cristo. Quello su cui si basa il Cristo è l’azione che ha compiuto, che si è svolta dall’evento che vediamo nel battesimo del Giordano fino alla crocifissione del Golgota. Quello che accade per l’umanità in questo, è nello spirituale quello su cui si basa. Quello che è accaduto è ciò che da allora può beatificare le anime umane, la parola che Paolo ha pronunciato: «Non io, ma il Cristo in me». Perché il Cristo è diventato la via nel mondo spirituale, perché ha portato nella Terra il mondo spirituale che l’uomo ha bisogno, se non vuole essere un mutilato o un cieco nel mondo spirituale. Oggi si può negare il Cristo, si può girare per il mondo e dire: Non c’è alcuna prova che il Cristo abbia vissuto nel corpo di Gesù di Nazareth nel mondo esteriore. — Certo, si è persino provato che non c’era un Cristo storico. Ma con questo si prova soltanto che non si sa su cosa si basa. Se il Cristo avesse grattato o inscritto da qualche parte per tutte le generazioni successive: Sono stato qui —, allora tutte le generazioni successive avrebbero saputo il fatto dal mondo sensibile, allora non avrebbe dovuto credervi. Che proprio questo non sia il caso, che non si possa riconoscere con mezzi sensibili, ma che lo si debba riconoscere con la forza dello spirito, è ciò che salva, è il significato profondo che sta in lui. Così bisogna intenderlo, allora lo si trova in connessione immediata con ciò che già sulla Terra innalza l’uomo dal mondo fisico-sensibile e l’innalza nel mondo spirituale. Perché per chi non si può innalzare nel mondo spirituale, tutto questo non c’è affatto, sempre di nuovo desta dubbio.

Con questo è connesso il fatto che è una benedizione così straordinaria quando un uomo, proprio così tutto immerso nella cultura e nella civiltà moderni, nel sapere e nell’arte, può imbattersi in una rappresentazione del Cristo che si è sviluppata così da essere ben adatta a tutta la civiltà moderna. Sarà la rappresentazione del Cristo antroposofica della nostra scienza dello spirito. Ci insegnerà molte cose. Ci insegnerà anche a conquistare il giusto punto di vista nei confronti del mondo esteriore.

Oh, questo mondo esteriore! In quale strada è oggi! Ho già accennato qualcosa nel discorso che ho potuto tenere in pubblico. Qui se ne può parlare più in dettaglio. Certo, si deve ammirare questa cultura materiale e tutto quello a cui tecnica, industria e così via hanno portato. Una forza spirituale infinita è fluita in questa vita materiale, e reclama molte forze spirituali umane. Ma queste forze spirituali umane a chi servono? Nella misura in cui soddisfano i bisogni materiali dell’umanità moderna, servono ad Arimane. Quello che il Cristo Gesù una volta ha attraversato — la tentazione da parte di Arimane — veramente, le comuni anime umane non possono attraversare subito questa scossa. Deve distribuirsi per gli uomini questa tentazione. Ma appartiene a questa distribuzione della tentazione che all’uomo gridi Arimane: Sì, pensa solo con la forza della tua scienza, con tutto ciò che puoi scoprire mediante la scienza applicata a tecnica, industria e così via. Pensa solo con tutto questo, e applicalo a niente altro che alla vita terrena esterna. Per me va bene. Se tu non mi vedi, lo trovo — così intende Arimane — appropriato ai miei scopi. Disprezza pure ragione e scienza, la forza più alta dell’uomo: allora ti ho già in mio potere, almeno finché non mi vedi. Allora ti infondo l’impulso a usare ragione e scienza solo per cose terrene!

Allora deve esserci qualcos’altro che possa equilibrare il servizio reso ad Arimane. Per questo non è privo di significato che una volta si riunisca quello che può essere realizzato mediante la moderna tecnica e così via e che si costruisca qualcosa che non serve alla vita esterna, che deve servire puramente alla vita spirituale.

Nei tempi antichi si portavano sacrifici agli dèi, i frutti primiziali della mandria e del campo. Li portavano in sacrificio agli dèi. Non voglio parlare oggi del significato del sacrificio. Ma sentirete il significato di questo sacrificio, come deve esistere nei nuovi tempi. Quando gli uomini si sono mossi con i frutti e li hanno sacrificati agli dèi, tuttavia, nonostante abbiano sacrificato i frutti del campo, hanno goduto gli altri, dopo che le primizie le hanno portate come sacrificio agli dèi. Veramente, la scienza dello spirito non scaturisce da una falsa ascesi. Non si farà colpevole dell’impossibilità di tuonare contro la cultura moderna con tutte le sue benedizioni materiali. La riconosce. Ma deve, se non vuol servire solo ad Arimane, portare in sacrificio agli dèi qualcosa delle primizie di questa cultura esterna materiale.

Vedete, è un pensiero profondo che sta alla base della costruzione che si innalza fuori sul colle a Dornach, il pensiero che desideriamo portare in sacrificio agli dèi le primizie della moderna cultura materiale. Tutto è diventato diverso nel tempo in cui viviamo, rispetto al tempo attraverso cui nelle incarnazioni precedenti le nostre anime hanno passato. Ma dobbiamo comprendere quel che abbiamo da fare, come abbiamo compreso quel che si doveva fare mentre agiramo nelle incarnazioni precedenti sotto la guida delle luci spirituali. Veramente, difficile è nella nostra epoca, perché dobbiamo tener conto dell’essenza del nostro tempo, delle proprietà delle nostre anime, e perché non ci può più venire in aiuto quell’autorità esterna che venne in aiuto ai fondatori di religioni, e perché dobbiamo agire per mezzo di forze completamente diverse. E come il Cristo era la «Parola», così la vera scienza dello spirito vorrà agire solo per mezzo della parola e non potrà agire per mezzo di niente d’altro.

Vediamo attraverso tali considerazioni la connessione del mondo in cui viviamo sulla Terra nel corpo fisico e del mondo spirituale. E vediamo come noi, ovunque poniamo l’inizio delle considerazioni, il mistero del Golgota ci brillanteggia davanti come l’anima di queste considerazioni. Ma dobbiamo anche veramente — che sia detto anche questo — maturarci, veramente maturarci nel modo giusto, per comprendere veramente ciò che la nuova scienza dello spirito deve essere, veramente cercare di penetrare in questa scienza dello spirito così che non trascuriamo mai: questa scienza dello spirito deve esserci, perché l’umanità deve maturare.

Vero è, interamente vero, che in certo modo l’umanità è discesa da regioni spirituali più elevate, che si è allontanata dal vecchio chiaroveggenza divenuto atavico, per mezzo della ragione e della rimanente scientificità fondare una concezione del mondo. E vero è anche che dobbiamo prendere seriamente il progresso dello sviluppo, che dobbiamo renderci chiari come viviamo ora nel punto in cui l’uomo ha la missione di sviluppare il suo pensiero, davvero progredire attraverso il suo pensiero, imparare attraverso lo studio. La scienza dello spirito è quello da cui dobbiamo partire. Dobbiamo cercare di approfondirci in queste rappresentazioni, affinché queste rappresentazioni in noi stimolino ciò che le nostre anime in futuro avranno bisogno. Chiunque può veramente comprendere e afferrare ciò che la scienza dello spirito dà. Quelli che dicono che si deve credere, che non si può comprendere ciò che è dato nella scienza dello spirito, parlano senza sapere come le cose stanno veramente.

Quando ci vengono incontro nei nostri tempi persone che non passano attraverso la comprensione spirituale pensierosa, ma che come di per sé mostrano certe facoltà psichiche e animiche, allora non ci dobbiamo lasciar confondere da tali fatti. Se comprendiamo tutta la missione della scienza dello spirito, sappiamo che le anime che oggi pensano possono pensare perché la chiaroveggenza dei tempi precedenti è stata sospinta indietro. Se appaiono tali persone che hanno la chiaroveggenza di per sé, che non l’hanno acquisita, allora dobbiamo vedervi persone che sono rimaste indietro a un livello precedente, e che nella nostra società dovrebbero piuttosto essere curate e coltivate, che non essere considerate come particolarmente compiute. Falso è il giudizio che avrebbe qualcuno che dicesse così: C’è qualcuno in cui sorgono i poteri chiaroveggenti, è un’anima particolarmente matura, ha attraversato incarnazioni particolarmente elevate. — Un tale uomo, che per dote naturale ha poteri chiaroveggenti, ha attraversato molto meno di colui che è un pensatore, oggi. Questo dovrebbe essere inteso nella nostra società. Allora la nostra società — devo dirlo, è mio compito — potrebbe essere un luogo di coltura anche per quelle anime che sviluppano forze psichiche. Potrebbero proprio nella nostra società portare queste forze psichiche sulla retta via. E la società proprio potrebbe dare loro ciò che altrove non può esser dato loro: ordine per le loro forze psichiche. Allora però la nostra società nella sua maggioranza deve avere membri che, come è stato detto, profondamente, profondamente interiormente sanno qual è la missione della vera scienza dello spirito nel presente. Allora non si reperebbe il caso che ci ha così rattristati in questi ultimi giorni: che un membro, che è stato accolto nella convinzione che la nostra società potesse essere un luogo di coltura anche per forze psichiche ancora operanti chiaroveggentemente, che questo membro proprio potesse trovare il campo di azione laddove poteva agire come un profeta. Con ciò naturalmente tutto ciò che, se penetrasse, trasformerebbe la nostra società nell’opposto esatto di ciò che dovrebbe essere secondo le intenzioni delle potenze spirituali che la sostengono, viene introdotto. Purtroppo abbiamo dovuto fare l’esperienza del caso… , che è venuto dalle terre nordiche, che forse potrebbe essere stato un buon membro se avesse ulteriormente sviluppato con modestia i suoi poteri psichici. Ma così invece si diffuse subito una specie di alone intorno a lui. Dappertutto appariva in modo curativo in un modo che solo deve essere deplorato. Questo deve essere detto. Era necessario spiegare che non poteva più essere considerato membro della nostra società, perché la nostra società verrebbe trasformata proprio nell’opposto di quello che dovrebbe essere se non indicassimo costantemente con ogni sollecitudine su questo psichismo che non vuol permearsi di vera forza spirituale, che è la vera forza del Cristo. Non la psichica, ma il Cristo in me deve agire. Tutto questo deve essere trattato così che diciamo: La nostra società non ha niente a che fare con questo. Non conosce nessun’altro mezzo se non quello che è stato scelto negli ultimi giorni. Dovette purtroppo accadere quello per cui generalmente non si è per principio: dovette aver luogo l’esclusione.

Così questo è connesso davvero con tutta la seria e dignitosa concezione della missione della Società Antroposofica. E veramente, se si è per principio avversari di ogni esclusione e tuttavia in un tale caso non ci si può opporre all’esclusione, capirete che non si può vivere una tale cosa se non con il più profondo dolore. Sarà sempre meno sperimentato se i nostri cari amici sempre più si permeranno di ciò che così spesso è stato detto e che era anche inteso dalle esposizioni di questa sera.

Con questo desidero terminare queste esposizioni e porle nella vostra anima, miei cari amici.

4°Come si acquisisce comprensione per il mondo spirituale? (II)

Berlino, 12 Maggio 1914

Era quando il filosofo tedesco Johann Gottlieb Fichte desiderava richiamare l’attenzione sulla sua consapevolezza di vivere nel mondo spirituale, sulla sua convinzione che il mondo spirituale stia dovunque intorno a noi, che da questa convinzione dicesse: «Non prima, quando sarò strappato dal nesso del mondo terreno, riceverò l’ingresso in quello sovraterreno; sono e vivo già ora in esso, molto più veramente che nel terreno; già ora esso è il mio unico punto fermo, e la vita eterna, che ho già da tempo posseduto, è l’unico motivo per che ancora continuo la vita terrena. Quello che essi chiamano cielo non sta al di là della tomba; è già qui intorno alla nostra natura diffuso, e la sua luce sorge in ogni cuore puro».

È bene, talvolta, richiamare l’attenzione su una tale asserzione. Perché nel presente esistono molte voci che vorrebbero infondere agli uomini la convinzione che parlare del mondo spirituale e avere opinioni riguardanti il mondo spirituale sia propriamente una caratteristica delle persone sciocche e superstiziose, al massimo forse fantasiose. Facciamo esperienza ancora e ancora come gli uomini, anche quelli che intendono elevare come se fosse una follia parlare del mondo spirituale, si riferiscono sempre a Fichte e a spiriti simili. Allora è bene che almeno alcuni uomini sappiano come chi ha sensibilità antroposofica si sente in accordo con tutti quegli uomini nello sviluppo dell’umanità che nel loro cuore portarono veramente sapere e conoscenza di un mondo spirituale, almeno il ricercare di sapere e di conoscenza nel senso più elevato e nobile della parola. E quando animi orientati materialisticamente parlano di Fichte e staccano da suoi scritti questo o ciò che conviene loro, allora è bene che l’anima orientata antroposoficamente sappia da dove in tali persone viene la sicurezza della vita, il coraggio di vivere e la fede nella vita, vale a dire che questi derivano dal fedele attenersi alla convinzione di stare nella vita spirituale, nella vita spirituale con l’anima umana. Dovunque sentiate di qua e di là asserzioni di un tale uomo, come quelle di Johann Gottlieb Fichte, che notoriamente tenne gli «Indirizzi alla nazione tedesca» in tempi difficili, allora portate sempre la consapevolezza nel vostro cuore: La forza di dire quello che per esempio Fichte ha detto — o molti altri, Fichte è solo un esempio — questa forza gli proveniva dal fatto che sapeva: Con la parte migliore di me stesso vivo sempre, anche mentre vivo ancora nel corpo fisico, là dentro nel mondo spirituale. Esso è dovunque intorno alla mia natura. — Tali persone erano consapevoli che nei loro insegnamenti viveva la forza che proveniva dal fatto che dietro la loro anima e agente su di essa, conoscevano il mondo spirituale.

Ancora per un’altra ragione è bene ricordarsi talvolta di un tale fatto, come quello appena menzionato. Quando Johann Gottlieb Fichte tenne dinanzi a un circolo ristretto di ascoltatori quelle lezioni col titolo «Istruzioni per la vita beata», che si potrebbe dire contengono il suo insegnamento di vita spirituale, questo circolo ristretto di ascoltatori lo pregò di pubblicare questi insegnamenti anche a stampa. Le lezioni avevano fatto una grande impressione su questo circolo ristretto dinanzi a cui le aveva tenute. E allora questo circolo ristretto lo pregò di farle stampare, perché credeva che anche circoli più ampi dovessero partecipare all’incoraggiamento di vita, alla bella e nobile ricerca di conoscenza verso la vera vita che parlavano da queste lezioni. E fa un’osservazione singolare il forte, energico, entusiasta al massimo grado per la sua causa Fichte nella prefazione alla stampa di questi suoi insegnamenti, che si chiamano «Istruzioni per la vita beata». Dice: «Alla stampa degli stessi mi hanno, io oserei quasi dire, persuaso amici tra i miei ascoltatori, che non pensavano male di essi; e rielaborarli di nuovo per questa stampa sarebbe stato, secondo il mio modo di lavorare, il sicuro mezzo per non completarli mai. Che questi dunque lo facciano, se l’esito cade contro la loro aspettativa. Perché io personalmente, in vista delle infinite confusioni che ogni più vigoroso stimolo produce dietro di sé, e anche della gratitudine che inevitabilmente è toccata a ogni persona che vuol il giusto, sono diventato diffidente nei confronti del più ampio pubblico, per cui non riesco a consigliarmi da solo in questioni di questo genere, e non so più come bisogna parlare con questo pubblico, o se valga veramente la pena che si parli con esso attraverso la stampa».

Volevo proprio citare questa osservazione di Fichte perché da essa si vede come infinitamente solo sentisse Fichte allora — sono passati cento otto anni — con la sua comunicazione del mondo spirituale rispetto al gusto generale del tempo, alla consapevolezza generale del tempo. È quando si osservano i più grandi spiriti nello sviluppo dell’umanità nel loro anelito e nello sforzo che per la moderna scienza dello spirito fiorisce il sentimento che questa scienza dello spirito è il compimento di ciò che questi spiriti migliori nello sviluppo dell’umanità hanno anelato e sospirato. E deve, rispetto alla ottusità e all’incomprensione che si incontra oggi per la scienza dello spirito, veramente nella nativa umana, per incoraggiare e rinsaldare questa anima umana, essere risvegliato l’accordo in cui si sta quando si sostiene il suolo della scienza dello spirito con questi spiriti più grandi. Ma molte cose richiederanno ancora tempo prima che persino coloro che hanno un cuore per questa scienza dello spirito trovino la giusta forza interiore per sentire veramente il carattere dell’impulso che deve esser comunicato alla cultura umana attraverso la scienza dello spirito. Voglio solo per questo ricordarvelo ancora e ancora, perché vorrei vedere nel vostro cuore non solo le giuste concezioni del mondo spirituale, ma anche i giusti sentimenti e emozioni riguardanti il rapporto dell’uomo al mondo spirituale e a ciò che necessariamente deve risultarne per quanto riguarda il sentimento che dobbiamo avere verso tutto il nostro ambiente, se ci riempiamo di concezioni e rappresentazioni del mondo spirituale.

Ora è propriamente comprensibile che dovunque questa scienza dello spirito dapprima penetri nel mondo esteriore, si debba scorgere incomprensione e fraintendimento nei suoi confronti. Perché cerchiamo di renderci consapevoli di come sia il rapporto di un contemporaneo cittadino del mondo, non ulteriormente toccato dalla scienza dello spirito, come è appena nato dalle concezioni del presente, verso la scienza dello spirito. Egli sente questo o quello, sente che si affermano determinate cose riguardanti i mondi spirituali. Che cosa deve necessariamente fare? Ebbene, l’uomo non può fare altro se non cercare di afferrare con le sue rappresentazioni ciò che gli si dice, che cercare di afferrare egli stesso con le rappresentazioni che ha — ora il cittadino ordinario contemporaneo non ha rappresentazioni che potessero fargli comprendere ciò che si dice veramente sul mondo spirituale nella vera scienza dello spirito. Gli mancano innanzitutto le rappresentazioni, i concetti e le idee per questo. Cerca di penetrare ciò che gli è detto con idee che ha, ma che vengono prese da tutt’altri lati. Come non dovrebbe egli fraintendere le cose? Come si potrebbe presumere che apporterà qualche comprensione della cosa?

Ma noi dobbiamo esser consapevoli che una cosa è la principale nel nostro rapporto con la scienza dello spirito: l’acquisizione proprio di nuovi concetti, di nuove rappresentazioni, che prima, prima che si giunga veramente alla scienza dello spirito, fondamentalmente non si hanno, che non si possono portare da fuori, ma che ci si deve acquisire. Si dovrebbe veramente comprendere questo completamente come principio, affinché in questo modo gradualmente si guadagni il giusto rapporto interno di sentimento verso la corrente spirituale che si può designare come la corrente della scienza dello spirito. Si prenda, per esempio, solo l’uno il fatto fondamentale, che la scienza dello spirito ci debba dare la possibilità, innanzitutto di cogliere il mondo spirituale che si trova fuori di noi, di comprenderlo. Nel corso dell’anno ci siamo lasciati venire incontro molte cose che si potrebbero chiamare: descrizioni del mondo spirituale, comunicazioni sul mondo spirituale. — E d’altra parte abbiamo sempre cercato di arricchire i nostri concetti, per avere veramente rappresentazioni e concetti con che si possa capire correttamente ciò che avviene nel mondo spirituale. Parliamo, per esempio, di entità delle gerarchie superiori. Come ne parliamo vi è noto. Parliamo delle anime dei defunti che sono nell’esistenza tra morte e nuova nascita. Come ne parliamo vi è noto. Ma dobbiamo renderci consapevoli, a ogni passo, che con i concetti che sono stati raccolti oggi nel mondo, non si può parlare di queste cose, o almeno allora si arriva solo a fraintendimenti. Si richiami innanzitutto oggi l’attenzione su un concetto che ci siamo potuti acquisire nel corso delle nostre considerazioni, che però vogliamo, mentre lo metto in rilievo, come stava soggiacente alle singole considerazioni, portarci al sentimento nella sua particolarità.

Quando guardiamo al mondo esteriore, come giace intorno a noi, come fa le sue impressioni sui nostri sensi, come cerchiamo di comprenderlo con le rappresentazioni che sono legate al nostro sistema nervoso, al nostro cervello, allora dobbiamo dire: L’essenziale consiste nel fatto che guardiamo le cose. Nel guardarle, percepiamo il regno umano, gli uomini come esseri fisici, il regno delle entità animali, il regno vegetale, il regno minerale, nuvole, monti, fiumi, mari, stelle, sole e luna. Le percepiamo, questi regni, nella misura in cui sono esseri fisici. Le guardiamo, percepiamo i loro colori, udiamo i loro suoni, percepiamo il loro stato termico, in breve, le percepiamo. E l’espressione: le percepiamo —, la rappresentazione: le percepiamo —, è completamente legittima per il nostro rapporto col mondo fisico. Nel momento in cui il ricercatore spirituale si innalza nel mondo spirituale, in lui deve subito nascere il bisogno, per l’espressione: io percepisco —, di usarne un altro, perché non è affatto completamente corretto dire: percepisco gli esseri del mondo spirituale. — Non si può poi usare l’espressione: percepisco — proprio così come la si usa per il mondo fisico. È bene rendersi chiari che tutte le cosiddette percezioni nel mondo spirituale hanno un carattere completamente diverso. Nel mondo spirituale, mentre si cresce in esso, mentre sempre più ci si sente innalzati verso di esso, si ha piuttosto l’impressione: si è percepiti —, non: si percepisce. — Qui nel mondo fisico siamo come uomini sul piano fisico gli esseri fisici più elevati. Una pietra potrebbe dire di essere stata percepita dagli uomini. Una pianta potrebbe dire di essere stata percepita dagli uomini, ugualmente un animale. Ugualmente potrebbe dirlo l’uomo fisico, di essere stato percepito da esseri suoi simili. Nel momento in cui cresciamo nel mondo spirituale, anche noi siamo percepiti. Allora gli esseri del mondo spirituale ci guardano. Per loro siamo oggetto. Ed è persino il primo segno che si è dentro il mondo spirituale, quando da esseri percepenti sul piano fisico si diventa esseri percepiti. — Ricordate anche ciò che è stato detto nell’ultimo insegnamento. — Si cresce verso gli esseri delle gerarchie superiori nel fatto che si cresce verso le loro capacità, nel fatto che ciò che si è è percepito da loro. Così è rispetto agli esseri delle gerarchie superiori. Si impara a crescere verso uno stato di sentimento in cui si dice: Io mi sento percepito dagli esseri superiori della gerarchia degli Angeloi, mi sento percepito, se mi sviluppo ulteriormente, dagli esseri superiori della gerarchia degli Archangeloi — e così via. Questo sentire, questo sentimento: là mi guardano esseri, là agiscono su di me esseri spirituali con la loro volontà —, è questo che voglio vestire nell’espressione: sono percepito. — E è bene rendersi chiari una cosa così, affinché non si pensi che crescere nel mondo spirituale sia solo una continuazione di quel quadro che ci sta intorno nel mondo fisico. Veramente cambia tutto lo stato d’animo dell’anima, nella misura in cui vi si deve accogliere la consapevolezza: tu vivi là dentro nel mondo spirituale, e ciò che si vive interiormente è la consapevolezza: gli esseri delle gerarchie superiori ti guardano. E se fai qualcosa, se agisci, allora sono le forze degli esseri delle gerarchie superiori che fluiscono verso di te, che agiscono in te.

Si possono rendersi chiare tali cose al meglio mediante la descrizione di condizioni concrete. Così sia, senza ogni presunzione — vi prego, consideratelo veramente, che introduco questo con l’espressione: «senza ogni presunzione» — e con modestia, richiamata l’attenzione su quanto segue, da cui dovremmo, come su un esempio, vederne il rapporto di come l’uomo si comporta veramente verso il mondo spirituale. Se qui nel mondo fisico dobbiamo fare qualche lavoro, abbiamo innanzitutto per questo lavoro nel mondo fisico — che può essere completamente anche qualcosa per cui si è spiritualmente ispirati — bisogno delle forze che ci derivano dal mondo fisico. E queste forze che ci derivano dal mondo fisico, per la coscienza ordinaria naturalmente stanno al di fuori di questa coscienza. Ma sentiamo che non possiamo darcele da soli sul piano fisico, nella misura in cui sono forze fisiche. Se questo, per esempio, non dovesse essere creduto, basta andare ora a Dornach al nostro edificio e osservare un po’ come i nostri amici là trasformano i grandi blocchi di legno in capitelli per le nostre colonne, e come devono usare lì le loro forze fisiche. E allora si dovrà ammettere: Simili forze ci vengono realmente dal mondo fisico. — Io personalmente ammetto apertamente che talvolta vorrei avere più simili pure forze fisiche di quante ne ho, per poter promuovere di più il lavoro che ora si fa lì. Queste cose devono servirci solo come comparazione di ciò che ora si dirà. — Come così in nostra faccenda vengono a concorrere le forze dei muscoli motori e altre forze fisiche, così per le nostre prestazioni possono concorrere forze spirituali, forze che ci fluiscono nell’anima dal mondo spirituale, e che si comportano, si potrebbe dire, da sopra verso il basso così come le forze fisiche quando si tratta di prestazioni sul piano fisico.

Ora era nei successivi anni, insieme a molti altri compiti, che a noi era assegnato questo: nei nostri drammi dei Misteri trasformarne in arte drammatica ciò che fluisce da nostra concezione spirituale del mondo. Vale a dire che si dovevano realmente portare alla scena esterna fatti visti spiritualmente. Se si vuol usare l’espressione triviale, si dovevano «mettere in scena» le cose. Ed erano in questo allestimento molte cose necessarie, che però rispetto all’ordinaria arte di messa in scena significavano però qualcosa di essenzialmente nuovo. Abbiamo avuto nel corso degli anni, si potrebbe dire, con forza sempre crescente, simili allestimenti da realizzare. Con ciò che intendo ora, però non voglio richiamare tanto l’attenzione su ciò che sono esternalità, ciò che accade quando tutto è già pronto, ma voglio richiamare l’attenzione su ciò che era più lo spirituale, lo spirituale della cosa. Questo fatto sia posto come l’uno dei lati dei fatti che voglio raccontare. L’altro lato è il seguente.

All’inizio della nostra azione della scienza dello spirito, abbastanza agli inizi, eravamo visitati da una personalità che non solo sviluppò una grande, profondamente interiore partecipazione sentimentale ricca alla nostra insegnanza della scienza dello spirito, come potevamo e dovevamo darla allora all’inizio del nostro lavoro della scienza dello spirito, ma che era anche completamente pervasa da un meraviglioso senso artistico nobile, da una meravigliosa disposizione artistica nobile, da una disposizione artistica che propriamente era completamente fusa anche col personale di questa personalità, cosicché nel senso vero della parola si poteva dire: si aveva dinanzi a sé con questa personalità una personalità oggettivamente amabile. In modo rapido, veloce questa personalità accolse ciò che allora poteva dirsi sull’insegnanza della scienza dello spirito. Poi, era già nei primi anni della nostra azione qui, lasciò il piano fisico, e passarono allora anni in cui l’individualità di questa personalità lavorava, dai fondamenti inconsci che sono presenti quando le anime umane hanno oltrepassato la porta della morte, a farne emergere la fusione di ciò che aveva accolto dalla nostra insegnanza della scienza dello spirito con ciò che era il suo senso artistico. Si potrebbe dire: si poteva seguire la costruzione di un corpo spirituale in cui cooperavano insieme questi due poteri or ora descritti, da un lato le vedute frutti fere della scienza dello spirito, dall’altro il senso artistico amabile ed energico e consapevole. Allora passarono così gli anni. E nel corso degli ultimi anni, quando i compiti di Monaco ci si presentavano, era ancora e ancora, spesso e spesso, prima che io dovessi decidere su questo e quello, che più riguardava l’interno delle nostre rappresentazioni di Monaco riguardo, che io sapevo: questa individualità guarda giù su tutto ciò che accade. E come a uno nel mondo fisico fluiscono le forze, appunto da questo mondo fisico fuori, così certamente non è così che una tale entità ti darebbe il suggerimento come devi fare le cose. Per questo devi già avere le capacità tu stesso. Ma dal fatto che la sua calda, intima partecipazione alle nostre questioni, dal fatto che il suo occhio spirituale con le sue irradiazioni protettive fluisce protettore in ciò che hai da fare, ci si sente irrobustiti per ciò che hai da fare, attraverso le forze benedicenti che emanano da tale individualità.

Questo è ciò che può mostrarci come l’anima, quando ha passato la porta della morte, si trasforma gradualmente in un’entità che partecipa attivamente, che concorre qui sul piano fisico. E quando si comincia a sentire e percepire consapevolmente questa concorrenza, allora si sentono tali esseri come lo spirito protettore, come lo spirito rinforzante per ciò che qui si ha da fare e che è connesso col mondo spirituale. Allora si va al lavoro col presupposto: là fluttua nei mondi spirituali quell’entità che è lo spirito protettore di questo lavoro.

Quando si menziona una cosa così, allora possiamo, per così dire, farci una rappresentazione concreta di ciò che deve fluire e può fluire nella nostra intera vita come ciò che ci anima rispetto al mondo spirituale. Perché impariamo gradualmente a sapere: i morti non sono morti, sono solo passati a un altro palcoscenico. Concorrono a ciò che facciamo. E per noi non rimane un pensiero indeterminato: concorrono —, ma impariamo gradualmente a mostrare i campi su cui concorrono. Impariamo gradualmente a sentirci insieme a loro quando abbiamo bisogno di forze che non possiamo trarre dal piano fisico, ma con cui dobbiamo sentirci sostenuti da ciò che può fluire verso di noi da piani superiori, perché le anime che hanno oltrepassato la porta della morte, per il fatto che ricevono il materiale per ciò che diventano da un altro mondo, hanno anche altre forze, che non sono le forze del piano fisico. Cerchiamo per un momento di rappresentarci la vera meditazione interiore che la vita può guadagnare dal fatto che la scienza dello spirito non solo in forma di teorie astratte, ma nella vita vivente, nell’afferramento vivente del singolo concreto, viene a noi, allora sentiamo solo allora la benedizione dell’afflusso non solo delle teorie della scienza dello spirito, ma dell’intera corrente spirituale che con la scienza dello spirito fluisce in noi per tutta la vita umana.

O un altro esempio. Veramente presuppongo che le elaborazioni di tali cose all’interno di un tale ramo siano prese con la necessaria pietà, perché solo così possiamo progredire dall’astratto al concreto.

Di recente una personalità ha lasciato per il piano fisico che si era legata a noi per cinque anni, che il suo essere migliore gradualmente si era completamente unito con ciò che scaturisce dalle conoscenze della nostra scienza dello spirito. Per molti anni questa personalità visse in un corpo malaticcio e dovette per così dire lottare contro gli attacchi di questo corpo malaticcio. Ma si può dire, specialmente se si considera la forza che era necessaria per creare gli ultimi poemi di questa personalità, che in questa personalità si è veramente mostrato ciò che si può chiamare la vittoria dello spirito sulla carne. A quali meravigliose caratteristiche intime, caratteristiche poeticamente intime del mondo spirituale questa personalità è pervenuta, lo conoscete già dalle prove che vi sono state presentate. Il mondo, se vuol, potrà sentire molto dalla pubblicazione dell’ultimo volume di poesie che apparirà tra poche settimane, che sì non è stato sperimentato dal piano fisico dalla personalità che l’ha creato, ma che in modo meraviglioso mostrerà al mondo la vita spirituale che qui aveva vinto sulla carne. Quando alla fine dell’anno scorso a Lipsia parlai di questi poemi, usai un’espressione che io allora — sì, potrei dire — l’usai così come un uomo, anche se soltanto un bambino, dice: la rosa è rossa. — Una cosa così può essere completamente corretta e tuttavia non si deve «sapere» che la rosa è rossa. Così io allora a Lipsia seppi che potevo usare l’espressione e che essa era corretta. Dissi cioè allora da una necessità interiore, per caratterizzare questi poemi: In essi non si esprime solo ciò che si potrebbe chiamare una meravigliosa espressione poetica della nostra concezione del mondo, ma potrei dire: Questi poemi hanno Aura! — Vale a dire che nella soula di quest’entità è entrato ciò che afferra la personalità, cosicché da essa non solo fluiscono le parole, ma nelle parole giace qualcosa che è come un’aura. In breve, dissi questa parola allora e la sentii come completamente corretta. Ora so perché l’ho detto. Si può naturalmente sapere solo dopo la morte a che cosa la personalità di questi poemi si prepara nel mondo spirituale, a che cosa si preparava. Ma qui sta il caso singolare che questa personalità ha molto sofferto, che l’organismo fisico è diventato morbo. Ma mentre l’organismo fisico diventava morbo, si formava nell’anima qualcosa che andava molto oltre questo organismo fisico, che era qualcosa di completamente diverso da ciò che all’inizio veniva a consapevolezza di questa personalità. Nei fondamenti dell’anima viveva questo altro e viveva una vita sempre più luminosa, quanto più l’organismo fisico per così dire andava verso la sua distruzione. E ora nel mondo spirituale si vede risplendere ciò che si era già qui nel mondo fisico preparato. Per caratterizzare quello che voglio caratterizzare, vorrei usare un’immagine per il confronto.

Possiamo avere tutt’intorno la vasta natura con tutte le sue bellezze e sublimità. Certo, per chi sente le bellezze della natura, è giustificato ciò che dissi da questo luogo un tempo prima. Dissi allora: Si può essere passati attraverso tutte le gallerie d’Italia, si può poi salire nei monti Svizzeri e vedere là un’alba, e si ha allora il sentimento: gli esseri spirituali che dipingono l’alba sono ancora pittori più grandi di coloro che dipingono su tela. — Ma nonostante ciò debba essere ammesso, dobbiamo dire: ammiriamo la bellezza esterna della natura, possiamo cedere completamente a essa. Ma non è un valore infinito per noi, se, oltre al fatto che possiamo cedere alla natura esterna, scorgiamo che un quadro di Raffaello o Leonardo da Vinci o di un altro artista, accanto alla bella natura ci pone anche davanti ciò che l’altra anima ci pone davanti? Vediamo posto sul piano fisico ciò che le anime ci danno, e come l’arricchiscono, ciò che da soli possiamo scoprire dalla natura. — Voglio usare questo confronto per far vibrare nel vostro cuore una comprensione di ciò che vi voglio dire.

L’individualità della personalità di cui ho appena parlato, essa è ora nel mondo spirituale. E liberi della carne sono quei formamenti di tipo spirituale che prima erano nel corpo. Essi sono ora nel mondo spirituale. Qui sulla Terra avremo i meravigliosi poemi, ma nel mondo spirituale c’è ancora qualcosa d’altro. Là brilla ciò che veramente si unisce all’individualità — e da cui questa individualità prende il suo corpo spirituale — dalle Immaginazioni che si sono preparate qui durante la lunga malattia. Un’immagine cosmica meravigliosa! In queste Immaginazioni vive un ingrediente meraviglioso del cosmo che si pone accanto a ciò che la ricerca dello spirito percepisce immediatamente, come un quadro meraviglioso si pone accanto alle bellezze della natura che possiamo sentire. L’infinito si rivela quando accanto a quello che si apre a voi nel mondo spirituale si rende anche visivamente compreso come il mondo spirituale nelle Immaginazioni di un’anima umana si dispiega davanti allo sguardo spirituale. Potrei dire: si vede il cosmo spirituale due volte, prima come appare immediatamente allo sguardo chiaroveggente, e poi come si rivela davanti allo sguardo chiaroveggente in tal modo che un’anima umana ha acquisito in duri dolori sulla Terra, ma nel vigoroso sforzo verso la conoscenza spirituale. Non ho bisogno di dire che tutte queste cose devono essere prese karmicamente, che nessun’anima attraverso la sua volontà potrebbe acquisire qualcosa del genere descritto. Tutto questo dobbiamo per così dire lasciare alla grazia della guida del mondo consapevole della saggezza, se una cosa così ci può esser toccata. Finché l’uomo abita la Terra, deve prendersi cura e gli altri devono prendersi cura che rimanga sulla Terra il più a lungo possibile, e che sia sano il più possibile. Non si dovrebbe aver bisogno di spiegare questo, ma è così frainteso in queste cose. Nessuno mai dovrebbe tentare di fare qualcosa per causare sofferenza o qualcosa di simile. Non deve essere. Allora non raggiungerebbe nemmeno niente per questo mezzo. Se quindi qualcuno venisse e dicesse: Allora cerco di gettarmi in sofferenza per raggiungere qualcosa —, sarebbe la cosa più falsa che si potesse dedurre come conseguenza da queste considerazioni.

Oggi vi volevo, a questi particolari esempi, per così dire mostrare due rappresentazioni; l’una rappresentazione che potrei così esprimere: gli esseri spirituali ci inviano le loro forze attraverso lo sguardo del loro occhio spirituale —, che io cercai di dimostrare attraverso l’individualità protettrice per i nostri sforzi artistici. L’altra volevo portare come esempio di come sia internamente consapevole della saggezza la guida del mondo, come, potrei dire, ci diventa possibile guardare nel mondo spirituale a ciò che un’individualità spirituale ha tratto dall’esistenza terrena e che ora stesso può arricchire la nostra concezione del mondo spirituale, come le concezioni artistiche sono arricchimenti del nostro mondo fisico. Molto avrei potuto dire oggi su molte cose ancora dell’individualità che in maniera così benedetta può portare nel mondo spirituale ciò che ha assorbito dalla concezione del mondo antroposofica. Però probabilmente il momento per questo non è ancora venuto in realtà. Ho portato i due fatti perché veramente credo che attraverso la considerazione di tali cose concrete che ci stanno vicine, ci si possa formare una migliore nozione delle rappresentazioni e delle idee che abbiamo bisogno per penetrare veramente nel mondo spirituale, e al che principalmente dobbiamo attenerci se veramente intendiamo penetrare. Per questo veniamo insieme anche in riunioni più intime, affinché in queste riunioni più intime possiamo già parlare il nostro linguaggio, che gradualmente ci siamo acquisito per le presentazioni della vita spirituale. Perché questo è il progresso sul suolo della scienza dello spirito, che non impariamo solo a parlare in generale dello spirito che ci circonda. Come certo non parliamo solo in generale della natura che ci circonda. Non parliamo veramente solo in generale della natura e sempre di natura e natura, ma parliamo dell’erba dei prati, delle spighe del campo, degli alberi sul pendio della montagna, delle nuvole e così via, e dobbiamo gradualmente salire anche a parlare così concretamente del mondo spirituale. Per questo vorrei anche di tanto in tanto parlare così concretamente del mondo spirituale, indicando un’anima così protettrice come l’ho caratterizzata oggi in relazione ai nostri sforzi artistici, o a un’anima che assume tale forma dopo che ha passato la porta della morte, nel momento che rispecchia le forze che scaturiscono dal cosmo spirituale stesso, che essa ha già durante il decadimento del corpo qui raccolto, e che ci insegna cose che altrimenti non facilmente potremmo guadagnare. Un tale amico e membro come l’ultimo caratterizzato — che vi è noto — saranno insieme i migliori collaboratori per ciò che la scienza dello spirito ha da fare nel mondo. Secondo il modo in cui la scienza dello spirito da molte parti è accolta, fraintesa, disprezzata, trattata con ostilità, può talvolta davvero sembrare difficile penetrare con ciò che la scienza dello spirito veramente deve essere. Ma allora sorgono i pensieri incoraggianti che scaturiscono da tale conoscenza, come quella presentata oggi: che coloro che già hanno passato la porta della morte diventano i veri testimoni di ciò che la scienza dello spirito deve essere. Questo voglio che parli un po’ ai nostri cuori e alle nostre anime. Perché guardando là, sempre di nuovo e ancora una volta ci si deve dire: questa scienza dello spirito, essa sarà, e se anche dovesse andare oltre noi e la nostra vita, essa si installerà nel progresso spirituale dell’umanità. E questo può darci coraggio rispetto a ciò che da questa o quella parte dobbiamo osservare, può darci coraggio per la fede e la convinzione che sempre più e sempre più uomini verranno che comprenderanno: il mondo spirituale ha bisogno di nuovi concetti, di nuove rappresentazioni, di sentimenti e disposizioni, se lo si vuol veramente afferrare.

Guadagniamo attraverso tali considerazioni il giusto rapporto con ciò che noi stessi vogliamo essere in questo nostro movimento spirituale dentro. Accogliamo in pietà esempi come quelli presentati oggi, ma permeiamoci di ciò che può fluire da essi per il nostro sentimento, affinché siamo forti per resistere a molti impatti da fuori. Fuori, ho detto, possono venirvi incontro gli uomini soltanto con quei concetti che hanno raccolto nel mondo, e non dobbiamo meravigliarci direttamente se gli uomini fuori applicano a ciò che apprendono da noi i concetti che appunto hanno raccolto nel mondo. Ci stanno innanzi grandi, grandissime difficoltà per quanto riguarda il rapporto della scienza dello spirito a ciò che esteriormente nel mondo è detto e giudicato di questa scienza dello spirito.

Vogliamo, come vi è noto — come vi è stato descritto l’ultima volta qui da uno dei nostri cari membri anche da propria visione con un cuore entusiasta —, a Dornach, vicino a Basilea, faremo l’inizio con una vera, giusta opera d’arte, che però come opera d’arte scaturisce dalla nostra concezione del mondo. Tutto dipende dal fatto che alcuni uomini nel mondo intendono che cosa propriamente vi è inteso, e che non solo coloro che volessero caratterizzare la cosa con concetti raccolti fuori giudichino sulla cosa. Perché se ci si avvicina a una cosa così con i concetti raccolti fuori, si arriva, anche se lo si intende bene, soltanto a caratterizzare le cose con i concetti che sono di uso corrente fuori. E così possiamo ora sperimentare che attraverso i giornali di tutte le lingue si dicono cose riguardanti il Dornacher Bau, che sono adatte a spazzare via in breve tempo ciò che attraverso anni ci siamo faticosamente acquisito — ci siamo acquisito per il fatto che abbiamo cercato di non disturbare il pubblico dove altrimenti non intende nulla —, se attraverso i giornali di tutte le lingue si diffondono comunicazioni: In quale tempo viviamo? È ancora l’epoca del materialismo? Viene costruito un tempio colossale — e così via, e quando si descrive come in questo tempio stanno colonne che sono collegate attraverso pentagrammi, e che cosa di simile ancora. — Quando questo accade, allora ci si dice prima: che cosa ne sarà, quando con i concetti raccolti nel mondo fuori le cose che dovrebbero scaturire dalla nostra corrente dello spirito sono caratterizzate? Questi resoconti passano pieni di orrore attraverso i giornali! Non è necessario che ci addentriamo nei dettagli di tali resoconti. Ma ciò che è così doloroso è che dove apparve per primo questo resoconto, da cui il resto è proceduto, la causa era un’anima di buon cuore che voleva intendere, che voleva rendere un gran servizio alla cosa attraverso questo resoconto, un’anima nei cui confronti si cercò, affinché non si mettesse nel mondo nulla di troppo terribile, di mostrare le cose, per esempio come in realtà non c’è alcun pentagramma da vedere, ma in un solo luogo, discretamente, l’animo esoterico deve solo sentire il pentagramma in esso. E appare che una tale anima — come se non potesse fare nient’altro — può solo scrivere così che non usa i concetti e le idee che si acquisiscono tra noi, ma i concetti e le idee che oggi sono raccolti sulla strada della vita spirituale! Come ci penetra fin nell’anima quando vediamo come ciò che volevamo, ora passa in questo modo attraverso i giornali. Gli articoli e i cliché vengono poi da un giornale all’altro trasmessi, vengono tradotti in tutte le lingue, e in ogni lingua viene ancora aggiunto un particolare nonsenso, una particolare stoltezza. Naturalmente non per trovare incomprensibile ciò che accade, voglio dire, quando lo spirituale veramente inteso della scienza dello spirito con il mondo esteriore che può essere inteso si scontrano, son dette queste parole, ma veramente per mostrarvi come seriamente e degnamente dobbiamo prendere la nostra cosa, come molto seriamente dobbiamo divenire consapevoli come profondità di intendimento deve aversi quella che ci dobbiamo acquisire per ciò che la scienza dello spirito deve essere per il mondo.

Si potrebbe talvolta chiedere: perché non abbiamo potuto agire altrettanto modestamente e senza nome, attraverso concetti dove non ci comprendono, come abbiamo agito per la nostra cosa prima del Dornacher Bau? — Ebbene, l’occhio del presente è mirato al piano fisico. Non si nota lo spirituale. Ma che lì a Dornach una costruzione si erige, si vede. Ma tali domande sono naturalmente completamente sterili, e non si tratta neanche di questo. Ma quello su cui si tratta è che noi per la nostra cosa nel nostro cuore guadagniamo il giusto senso e la giusta comprensione. Non per muovere accusa verso nessuno, o per criticare, sono dette queste parole, ma per ricordarvi ancora e ancora come seriamente noi stessi dovremmo tentare di ottenere una comprensione per il completamente diverso che in noi deve scaturire rispetto a ciò che tanto spesso da fuori il mondo batte, batte certamente nelle opinioni della gente. In ciò che le anime realmente hanno bisogno, dopo cui realmente anelano, non c’è nulla di simile. Le anime vogliono proprio la scienza dello spirito, anelano ad averla. Perciò si tratterà di questo: che le seduzioni e le tentazioni che provengono dalle opinioni materialiste e particolarmente dall’alterigia spirituale siano correttamente valutate da noi, che guadagniamo il giusto rapporto verso di esse e non ci lasciamo accecare dal fatto che queste opinioni e stati d’animo possono apparirci visibilmente dappertutto nel mondo esteriore, ma piuttosto si tratta che realmente in noi troviamo la forza di collocarci completamente in questo mondo, e cerchiamo in noi stessi l’impulso per ottenere il giusto rapporto verso il nostro ambiente, affinché la scienza dello spirito veramente diventi per noi qualcosa che ci riscalda interiormente, che ci irrobustisce interiormente, cosicché in essa troviamo i punti di partenza per il nostro giudizio e non ci lasciamo accecare da ciò che ci viene da fuori, e che — poiché può apparire con autorità, con potenza — sempre di nuovo può ingannarci sul modo in cui il tempo può intendere questa scienza dello spirito.

Questo è ciò che oggi ancora volevo porre davanti alla vostra anima. Perché se ci riuniamo di rado, se si avvicina l’estate, allora deve però essere certo per noi: che gli impulsi della scienza dello spirito vivono nella nostra anima indipendentemente da tempo e spazio, che li abbiamo viventi in noi allo stesso modo, che le nostre riunioni siano più spesso o più di rado. Sulla loro essenza dipende, su questo che veramente li facciamo viventi in noi. Questo è ciò che mi spettava, oggi discutere con voi.

5°L'influsso del mondo spirituale nel nostro essere

Parigi, 25 Maggio 1914

Innanzitutto, miei cari amici, permettetemi di esprimere la mia gioia sincera nel ritrovarci oggi riuniti in questo ramo della Società Antroposofica. Mi ritorna in mente il bellissimo riecheggiamento del nostro incontro dello scorso anno, e altrettanto sincera e cordiale, come era quel riecheggiamento, così sincera e cordiale desidero sia l’accoglienza con cui inizio le considerazioni odierne.

Desidero parlarvi oggi di un argomento che è intimamente legato al fondamento della nostra ricerca antroposofica. Tutto ciò che la nostra ricerca spirituale è in grado di offrire riposa su quelle indagini che si possono chiamare ricerca chiaroveggente. Anche se occorre ribadire continuamente che le verità antroposofiche toccano soprattutto il nostro cuore, il nostro sentimento, non si deve però dimenticare che ciò che agisce sul nostro cuore, sul nostro animo, all’interno di questo movimento, ha la sua base in questa ricerca chiaroveggente. La ricerca chiaroveggente è l’espressione di uno stato della vita animica umana diverso da quello che domina la quotidianità. Apparentemente essa ci allontana da ciò che è così vicino all’uomo nella vita di ogni giorno. Ma in realtà, questa ricerca chiaroveggente ci conduce proprio al centro della vera vita umana. Oggi però non desidero parlare dei cammini verso la ricerca chiaroveggente, già accennati nel libro «Come si acquista la conoscenza dei mondi superiori?», ma desidero parlare delle peculiarità di quello stato animico, di quella disposizione dell’anima umana che deve nascere dall’influsso della ricerca chiaroveggente. Dobbiamo tenere fermo che i cammini verso la ricerca chiaroveggente conducono davvero il singolo a sentirsi come un essere completamente diverso da quello che normalmente è nella vita. Se si vuole paragonare ciò che circonda l’anima umana quando essa diviene chiaroveggente con un fenomeno della vita ordinaria, lo si può paragonare soltanto con i fenomeni del sogno, anche se il sogno è come un sostituto della chiaroveggenza. Nel sogno ricordiamo che viviamo e tessemmo in un mondo di immagini che si presenta cosicché, se l’osserviamo da vicino, non può apparirci nulla di ciò che chiamiamo «la sensazione di toccare un oggetto esteriore», e che normalmente nel sogno ordinario non ci appare nulla che si possa paragonare alla nostra coscienza dell’Io. Se nel sogno ci appare qualcosa del nostro Io, esso ci appare come separato da noi, come un essere esteriore. Ci poniamo di fronte al nostro Io come davanti a un altro essere, così che si può parlare di un raddoppiamento dell’Io, anche se nel sogno percepiamo soltanto l’Io che si è separato, non l’Io soggettivo. Tutto ciò che sembra contraddire quanto abbiamo appena detto dipende dal fatto che la maggior parte degli uomini conosce il sogno solo dal ricordo, e nel ricordo non riesce a tenere ben fermo il fatto che nel vero sognare l’Io soggettivo è annichilito.

Le stesse proprietà che nascono dall’annichilimento della sensazione tattile e dell’Io soggettivo nel sogno, le stesse proprietà ha anzitutto il campo, il campo di immagini della ricerca chiaroveggente. Quando il chiaroveggente si ricorda delle esperienze della chiaroveggenza, deve avere la sensazione nel ricordo che le realtà della chiaroveggenza sono trasparenti, che si può penetrarle, non che offrano resistenza come un oggetto fisico. E per quanto riguarda il sentimento dell’Io: nel mondo fisico abbiamo il sentimento dell’Io dal fatto che sappiamo: io sto qui, l’oggetto è fuori di me. Nel campo dell’osservazione chiaroveggente siamo dentro l’oggetto, non ci separiamo, non ci distinguiamo dagli oggetti del campo chiaroveggente. Questa peculiarità del campo chiaroveggente ha la conseguenza ben determinata che i singoli oggetti non restano fissi come gli oggetti ben delimitati del campo fisico, bensì sono in continuo movimento e trasformazione. Gli oggetti del campo fisico sono fissi perché possiamo toccarli, perché ci pongono dei confini. Tali confini non ce li pongono gli oggetti del campo chiaroveggente. Ciò che fa sì che il nostro Io confluisca con gli oggetti del campo chiaroveggente, fa sì che tutto ciò che nel piano fisico si presenta come un Io — cioè l’uomo stesso — quando appare nel campo chiaroveggente, ci richieda una straordinaria cautela nell’osservazione. Voglio rivolgere lo sguardo al caso più significativo: quando nel campo chiaroveggente, mediante le capacità chiaroveggenti sviluppate, ci poniamo di fronte a un uomo morto. Quando incontriamo un uomo morto, può accadere che all’inizio ci si presenti, come un’immagine onirica che appare con grande vivacità, la figura dell’uomo morto nel campo chiaroveggente, come l'immaginiamo o come dobbiamo immaginarla quando era ancora vivo. Ma questo non è il caso ordinario; è il caso più raro e eccezionale. Può accadere che nel campo chiaroveggente ci si avanzi un morto che assume la figura di un vivente o di un altro morto, figura che non è la sua. La figura in cui un morto ci si presenta non è affatto determinante per identificare il morto in questione. Può accadere che un morto ci si avanzi mentre noi abbiamo nutrito una speciale predilezione per un altro morto, o intrattieniamo una relazione particolarmente amichevole con un vivente; allora il morto che ci si presenta può assumere la figura di quel morto o di quel vivente. Da questo punto di vista ci mancano inizialmente tutti i mezzi mediante cui nel piano fisico riconosciamo l’identità di un Io con una figura. Ciò che allora ci può aiutare a orientarci veramente è innanzitutto presupporre che la figura non sia affatto determinante, bensì che ci appaia qualche essere in questa o quell’altra figura, e stare poi attenti a ciò che questo essere fa, quali azioni compie. E si rivelerà, se ci abbandoneremo con calma all’immagine, la conseguenza che, secondo tutto ciò che sappiamo della figura in questione, essa non può agire come agisce nel campo chiaroveggente. Un contrasto tra la figura e il modo di agire ci si presenta molto frequentemente. E se con il nostro sentire accompagniamo il modo di agire, completamente indipendentemente dall’impressione della figura, dalle profondità della nostra anima emerge un sentimento che ci indica la vera natura dell’essere in questione. Teniamo fermo che è un sentimento che sorge dalle profondità dell’anima a guidarci, poiché questo è straordinariamente importante. Ciò che nel campo chiaroveggente ci appare come figura, che potrebbe sembrare simile a una figura fisica, può essere così dissimile dall’essere che realmente appare, come i segni che stanno su un foglio di carta per la parola «casa» sono dissimili dalla vera casa. Ma così come quando vediamo sulla carta i segni che compongono la parola «casa» non rivolgiamo la nostra attenzione ai segni e non descriviamo le forme delle lettere, bensì attraverso le forme delle lettere, per il fatto che sappiamo leggere, giungiamo alla rappresentazione della forma della casa, così nel vero cammino verso la chiaroveggenza ci appropriamo della possibilità di andare dalla figura all’essere reale. Per questa ragione nel vero senso della parola si parla di lettura della scrittura occulta, cioè di uscire interiormente e vivacemente da ciò che è la visione a ciò che la visione esprime, ma che l'esprime realmente, come la scrittura esprime le realtà.

È naturale che dobbiamo domandarci: Per mezzo di quale capacità ci appropriamo di questa abilità di andare oltre la figura, oltre la visione immediata? Innanzitutto ce ne appropriamo costituendo nuove rappresentazioni, nuovi concetti che abbiamo bisogno di avere se vogliamo comprendere il campo chiaroveggente, rappresentazioni nuove rispetto a quelle che abbiamo per il campo fisico. Nel campo fisico c’è un oggetto o un essere là, e mentre lo percepiamo diciamo correttamente: Io percepisco l’essere, percepisco l’oggetto, lo percepisco. Così percepiamo gli esseri del regno vegetale, minerale, animale, del regno umano fisico, così percepiamo nuvole, montagne, fiumi, stelle, sole e luna. Questo sentimento, che è espresso nelle parole: Io percepisco —, sperimenta una trasformazione, un cambiamento quando ci rechiamo nel campo chiaroveggente.

Desidero tentare, con un paragone che potrà sembrare un po’ grossolano, di chiarire ciò che intendo. Immaginiamoci di porci nell’essere di una pianta e nella sua relazione con noi quando la percepiamo. Se la pianta potesse parlare consapevolmente dovrebbe dire: Io sono guardato dagli uomini, sono percepito dagli uomini. Noi diciamo: Io percepisco la pianta. La pianta dalla sua coscienza dovrebbe dire: Io sono percepito dagli uomini. E questo sentimento di essere percepito, di essere guardato, questo sentimento dobbiamo acquisirci di fronte agli esseri del campo chiaroveggente. Se per esempio parliamo delle entità della prima gerarchia sopra di noi, la gerarchia degli Angeloi, dobbiamo essere chiari che, propriamente parlando, non è corretto dire: Io percepisco un Angelo —, ma dobbiamo dire: Sentiamo che un Angelo ci percepisce, o percepisce me. Come diciamo: Il sole sorge e si muove attorno all’orizzonte —, mentre siamo convinti, come sosteniamo nella concezione copernicana del mondo, che il sole stia fermo, che il sole non si muova, così nel nostro linguaggio contraddiciamo ciò che pensiamo, e analogamente possiamo certamente dire per il linguaggio ordinario: Io vedo un Angelo. Ma in verità non è corretto. In verità dobbiamo dire: Io mi sento guardato e osservato da un Angelo. L’espressione: L’essere di un Angelo o l’essere di un morto riposa su di me, per me percepibile —, è un’affermazione corretta dal punto di vista del chiaroveggente. Le cose si capiscono forse più facilmente per mezzo di esempi. Permettetemi dunque di addurre un esempio tratto da vera osservazione chiaroveggente.

All’inizio della nostra ricerca spirituale, più di un decennio fa, lavorò con noi per breve tempo una personalità che ci era molto cara, a noi legata da amicizia. Questa personalità non era dotata soltanto di un entusiasmo interiore profondo per ciò che allora, all’inizio della ricerca spirituale, potevamo darle, ma era dotata anche di un profondo sentire artistico, di un sentimento e di una concezione artistica significativa. Questa personalità, bisognava amarla — direi, con un amore che si potrebbe chiamare oggettivo — proprio per le proprietà che l’caratterizzavano. Essa poi, dopo aver lavorato con noi per un tempo relativamente breve e dopo aver acquisito veramente gran parte dei risultati della ricerca spirituale di quel tempo, abbandonò il piano fisico. Non è necessario che io tocchi gli anni da quattro a cinque dopo la morte di questa personalità, desidero raccontare direttamente ciò che accadde dopo che erano trascorsi quattro o cinque anni dal fisico decesso della personalità in questione. Giunse l’anno 1909, in cui iniziammo a Monaco con i nostri Misteri drammatici, che potevamo cominciare con grande gioia con i «Figli di Lucifero» del nostro altamente venerato Edouard Schure. Per quanto si possa pensare bene o male del nostro lavoro con questi drammi allora e negli anni seguenti, dovemmo rappresentarli come li abbiamo rappresentati. Ma quello che posso dire è che, date le circostanze in cui le rappresentazioni dovevano svolgersi, avevamo bisogno di un impulso dal mondo spirituale, anche per l’aspetto artistico che desideravamo unire alle rappresentazioni. Ora posso darvi la più ferma assicurazione che già allora, nel 1909, ma soprattutto sempre più nei successivi anni, sentii ripetutamente un ben determinato impulso spirituale quando mi accingevo ad arrangiare gli aspetti scenici e l’intera struttura delle rappresentazioni in questione. Cerchiamo di intenderci meglio su questo punto. Quando si ha qualcosa da fare nel piano fisico, non si ha bisogno soltanto della forza spirituale, dei talenti, ma occorrono anche i nostri muscoli per lavorare nel piano fisico. Questi muscoli sono qualcosa che ci viene oggettivamente in aiuto, qualcosa che ci è dato in contrasto con le forze spirituali, in cui noi stessi viviamo. Ma quando entrano in gioco elementi spirituali, abbiamo bisogno, come per l’azione fisica abbiamo bisogno della forza muscolare, di forze spirituali che provengono dal mondo spirituale e si uniscono alle nostre stesse forze. Nel caso che ho addotto, accadde che con il passare degli anni, nell’elaborazione artistica dei drammi di Monaco, sempre più e sempre più affluiva in ciò che io stesso dovevo fare, in ciò che dovevo fare per i miei collaboratori, l’impulso che proveniva dalla personalità già menzionata, che dal 1904 aveva abbandonato il piano fisico. Se volessi esprimere correttamente di che si tratta, dovrei dirmi: Nel tuo intenti, nelle tue azioni fluisce l’impulso che da questa personalità dal piano spirituale discende. Ella è la patrona protettrice di ciò di cui si tratta.

Così sentiamo correttamente, anche di fronte a una personalità defunta, quando siamo consci: Il suo sguardo spirituale — l’espressione sia concessa —, le sue forze riposano su di noi, fluiscono nelle nostre forze, ci guardano, agiscono dentro di noi. Per vivere correttamente un tale fatto spirituale è assolutamente necessario anzitutto un particolare tipo di assenza dell’ego e capacità d’amore. Perciò ho sottolineato che si poteva amare la personalità in questione in un certo senso oggettivamente, per le sue proprietà, bisognava amarla perché era così. Un amore soggettivo, un amore che sorge dai bisogni personali e che facilmente può essere egoista, tale amore può in certi casi impedirci di trovare il giusto rapporto con una tale personalità morta. E la differenza tra il giusto amore, l’amore altruistico che portiamo a un tale essere defunto, e l’amore egoistico, si rivela veramente nell’esperienza chiaroveggente.

Supponiamo che una tale personalità debba aiutarci dopo la sua morte e che non potessimo portare un vero amore altruistico verso di lei, allora la corrente che da lei emana, poiché dirige il suo sguardo spirituale e la sua volontà spirituale su di noi, brucerebbe come fuoco, genererebbe un sentimento pungente, bruciante nell’anima. Se portiamo un vero amore altruistico e lo possiamo conservare verso un defunto, allora la corrente, il così detto sguardo spirituale che emana da una tale personalità, viene come tiepidezza amorevole sulla nostra anima, e la tiepidezza amorevole si diffonde in ciò che pensiamo, in ciò che sentiamo e vogliamo. E in questo sentire si riconosce la personalità defunta, non dalla figura immediata, perché può assumere una figura che ci è particolarmente vicina e si esprime attraverso questa figura. Le figure in cui gli esseri del mondo superiore ci appaiono — e un morto dopo la morte è effettivamente un essere del mondo superiore, del mondo spirituale —, questa figura dipende dalla nostra natura soggettiva, da ciò che siamo abituati a vedere, pensare, sentire. Il modo in cui sentiamo e percepiamo verso l’essere che si esprime nella figura, come riceviamo ciò che emana dall’essere, questa è la realtà. Comunque la Vergine di Orleans potesse parlare delle figure in cui gli esseri del mondo superiore le apparivano, l’occultista che è in grado d’indagare queste cose sa che dietro queste figure stava sempre il genio della nazione francese.

Vi ho descritto come si impara a sentire come lo sguardo degli esseri spirituali riposa su di noi, come la loro volontà si riversa nella nostra anima. Imparando questo, apprendiamo ciò che per la chiaroveggenza è analogo all’imparare a leggere nel piano fisico. Qualcuno che volesse soltanto descrivere le sue visioni sarebbe come un uomo che descrivesse la forma delle lettere sulla carta e non indicasse ciò che egli legge attraverso le lettere e le parole. Vedete quindi come è straordinariamente facile essere prevenuti di fronte alle esperienze del campo chiaroveggente. Infatti la cosa più naturale è porre il valore principale sulla descrizione della forma della visione, mentre di fatto si tratta di ciò che sta dietro il velo della visione e si esprime attraverso le immagini delle visioni. È quindi necessario rappresentarsi che l’anima, mentre si sviluppa occultamente, si immerge in ben determinate disposizioni, stati interiori che si distinguono dagli stati e dalle disposizioni della vita ordinaria. Possiamo dire: Nel momento in cui attraverso i nostri esercizi occulti arriviamo al punto che il contatto caratteristico del piano fisico cessa, e che cessa di essere caratteristico la figura per l’Io dell’essere in questione, in quel momento siamo in un mondo in cui siamo capaci di percepire la gerarchia degli Angeloi e la gerarchia degli esseri umani defunti. Il nostro pensare, la nostra vita nel pensiero, subisce una trasformazione nel momento in cui il sentimento tattile e l’identificazione dell’Io attraverso la figura cessa. Non abbiamo più neppure i pensieri nel senso in cui li abbiamo nel mondo fisico. Ogni pensiero assume in questo mondo la forma di una creatura elementare, diventa un essere. Nel mondo fisico i pensieri si contraddicono o concordano fra loro. Nel mondo in cui entriamo, i pensieri si combattono come veri esseri. Si amano l’uno l’altro o si odiano. Viviamo subito in un mondo di molti esseri di pensiero. E quella che siamo soliti chiamare «vita», la sentiamo veramente in essa, nei pensieri viventi che sono creature. La vita e il pensiero si sono uniti, mentre nel mondo fisico la vita e il pensiero sono completamente separati. Quando come uomo fisico parliamo, comunichiamo a qualcuno i nostri pensieri, abbiamo la sensazione: I tuoi pensieri provengono dalla tua anima, in questo momento devi ricordarti dei tuoi pensieri. Quando come occultista parli, veramente come occultista, non semplicemente dalla memoria comunichi ciò che hai vissuto, allora devi avere la sensazione: I tuoi pensieri vengono come esseri viventi, e devi essere lieto se nel momento opportuno sei benedetto che il pensiero venga come un vero essere.

Per chiarire il fatto voglio addurre due cose. Se come uomo fisico esprimi i tuoi pensieri, e per esempio come relatore tieni una conferenza per la trentesima volta, parlerai più facilmente di come hai parlato quando l’hai tenuta la prima volta. Quando come occultista parli, i pensieri devono sempre veramente venire, e ti abbandonano di nuovo. E proprio come un uomo che ci visita per la trentesima volta deve compiere lo stesso lavoro ogni volta, come quando ci visita trenta volte deve anche fare il cammino trenta volte, così il pensiero che comunichiamo per la trentesima volta come pensiero vivente deve venire a noi trenta volte, venire esattamente come la prima volta, e il ricordo non ci serve minimamente.

Se come uomo fisico esprimi i tuoi pensieri, e fra gli ascoltatori c’è da qualche parte qualcuno che pensa: Non mi piace questa sciocchezza che dice, l'odio —, questo normalmente non disturberà molto l’uomo fisico. Forse hai preparato i tuoi pensieri in un certo numero di modi e li esprimi, completamente indifferente dal fatto che da qualche parte qualcuno siede con buoni o cattivi pensieri. Se come occultista fai venire i tuoi pensieri, può accadere che il pensiero sia trattenuto da qualcuno che l'odia, o da qualcuno che odia l’oratore. Allora prima devono essere superate le forze con cui il pensiero per esempio nello stesso spazio è trattenuto, perché si tratta di un essere vivente e non di un pensiero astratto.

Adduco questi due fatti per mostrare come si precipita subito in una vita viva e tessente quando si entra nel campo chiaroveggente. I pensieri come se fossero usciti dal soggettivo, e noi stessi siamo usciti da noi e viviamo fuori, potrei dire, nel vasto mondo. Vivendo in questo mondo del pensare vivo e tessente, si è nel mondo della gerarchia degli Angeloi e si potrebbe dire: Come il nostro mondo fisico dappertutto è riempito d’aria, dovunque andiamo, così questo mondo della gerarchia degli Angeloi dappertutto è riempito da quella tiepidezza amorevole che è stata menzionata prima e che emana dagli esseri della gerarchia degli Angeloi. Se attraverso il nostro sviluppo interiore ci eleviamo a questa possibilità di vivere nell’atmosfera spirituale che fluisce di tiepidezza amorevole, allora si può dire che si può sentire riposare sulla propria anima gli occhi spirituali della gerarchia degli Angeloi.

Cerchiamo di caratterizzare la medesima cosa da un altro punto di vista. Nella nostra vita fisica abbiamo ideali. Pensiamo questi ideali in astrazioni. Mentre li pensiamo, sentiamo l’obbligo di seguirli. Non appena entriamo nel campo dell’osservazione chiaroveggente, non ci sono ideali astratti. Gli ideali astratti sono là esseri viventi, gli esseri della gerarchia degli Angeloi. Questi ideali fluiscono, si potrebbe dire, su di noi guardandoci con calore, attraverso lo spazio spirituale nella forma di un essere della gerarchia degli Angeloi.

Nel mondo fisico possiamo forse avere un ideale, possiamo saperlo, ma non possiamo usare questo sapere, bensì forse per passione, per sentimento, per emozione siamo indotti ad aggirare l’ideale. Nel mondo del campo chiaroveggente è diverso. Se non rileviamo qualche ideale di cui sappiamo, sentiamo: uno sguardo spirituale che riposa su di noi, di un essere della gerarchia degli Angeloi, ci muove un rimprovero, e il rimprovero brucia. Così il non osservare un ideale nel mondo spirituale è un fatto reale, il fatto che un essere della gerarchia degli Angeloi ci muove un rimprovero. E la peculiarità del mondo di cui ora ho parlato è che noi, mediante il riposo dello sguardo spirituale di tale essere della gerarchia degli Angeloi su di noi, sentiamo il rimprovero. Nel momento in cui siamo guardati dall’essere, sentiamo il rimprovero. Lo sguardo è al contempo il sentire del rimprovero. Da questo vedete che una via per entrare nel mondo della gerarchia degli Angeloi è imparare a sentire realmente verso gli ideali. Se teniamo la nostra coscienza soltanto nel piano fisico, penseremo nel modo seguente: Trovo che questo è un ideale che ho riconosciuto, ma sono troppo pigro per seguirlo. Se non lo seguo, bene, allora non è accaduto nulla. Se impariamo a sentire diversamente, così da sentire che quando sappiamo di un ideale qualsiasi, e senza che risulti nessun’altra conseguenza se non quella che non l’abbiamo seguito, diciamo a noi stessi: Se non segui questo ideale, il mondo, dal momento che non l’hai seguito, è diventato diverso da come sarebbe stato se l’avessi seguito. Se ci abitiamo a vedere qualcosa di reale nel non seguire i nostri ideali e trasformiamo questo in un sentimento reale, allora siamo sulla via verso la gerarchia degli Angeloi. Così si mostra a noi nella possibilità della trasformazione del nostro sentimento, della vivificazione dei nostri sentimenti, la possibilità che l’anima cresca dentro i mondi superiori.

Possiamo, continuando gli sforzi del nostro esercizio esoterico, anche crescere in un mondo ancora più alto, nel mondo della gerarchia degli Archangeli. Di fronte a un Angelo, se non lo seguiamo, sentiamo il suo rimprovero; di fronte a un Arcangelo sentiamo non soltanto il suo rimprovero, ma sentiamo da lui un’effetto reale che parte da lui sulla nostra natura. Possiamo veramente dire: Nel momento in cui stessi con i nostri pensieri e i nostri sentimenti nel mondo che appartiene alla gerarchia degli Archangeli, agisce attraverso il nostro essere la forza, la potenza degli Archangeli. Desidero di nuovo tentare di avvicinare questo caso alla comprensione per mezzo di un esempio.

Negli ultimi mesi abbiamo perso, con l’allontanamento dal piano fisico, un amico che ci era straordinariamente caro. L’interessato, un poeta profondo e intimo, si era trovato nel corso dei tempi recenti, erano quasi cinque anni, a integrarsi rapidamente nella nostra concezione antroposofica del mondo, così che in bellissimo modo echi di ciò che poteva sentire dalla nostra concezione del mondo riecheggiano nelle sue poesie intime degli ultimi anni. Ha lottato durante tutto il tempo, fondamentalmente da quando ci appartenne e anche prima, con un corpo malaticcio e decadente. E quanto più il corpo fisico diventava malaticcio, tanto più poesie che corrispondevano alla nostra concezione del mondo si insediavano nella sua anima. Dopo il suo allontanamento dal piano fisico si rivela il seguente. Poiché è breve il tempo trascorso da quando questa personalità ha abbandonato il piano fisico, non si può propriamente dire che vi sia una coscienza ben definita in questa individualità. Tuttavia si rivelano i primi stadi del suo sviluppo per il tempo tra la morte e una nuova nascita in un modo completamente particolare. Il corpo astrale, che è stato estratto dal corpo fisico, che ora vive nel mondo spirituale, mostra in sé i più meravigliosi tableau dello sviluppo cosmico, come possiamo conoscerli dalla ricerca spirituale. Da un corpo fisico malaticcio è emerso un corpo astrale che poco dopo la morte, si potrebbe dire per così dire, è rifulso, così che nel campo chiaroveggente si aveva di fronte un’immagine completa dello sviluppo cosmico. Per chiarire come la cosa è intesa, desidero usare un paragone. Si può essere un grande amatore della natura, si può ammirare tutto ciò che nella natura, ciò che nella realtà fisica esterna attorno a noi è dispiegato, e tuttavia andare volentieri a un quadro veramente bello che ricrea dalla sua anima ciò che si vede dislocato ampiamente nella natura. In modo simile si può avere attorno a sé il campo chiaroveggente con tutti i suoi segreti e tuttavia essere interiormente elevati dal fatto che dalla corpo astrale umano, dall’anima umana che è passata attraverso la porta della morte, risplende di nuovo, potrei dire, come in un’opera d’arte cosmica, quello che si contempla nel campo chiaroveggente. Se allora ci si domanda: Per mezzo di quale fattore si è impresso nel corpo astrale in questo caso ciò che ci mostra dopo la morte, di per sé ancora inconsapevole, diventerà a lui cosciente più tardi? —, si riceve la risposta: Per il fatto che, mentre egli attraversava il suo sviluppo antroposofico, nelle sue idee e pensieri antroposofici trasfigurati poeticamente lavoravano gli esseri della gerarchia degli Archangeli.

Possiamo chiamare i nostri progressi che facciamo grazie allo sviluppo occulto progressi nella mistica, perché questi progressi sono anzitutto progressi interiori dell’anima. Portiamo noi stessi, dalla nostra ordinaria personalità, in un’altra disposizione della nostra individualità, del nostro intero essere. Gradualmente portiamo noi stessi in un’altra disposizione. Questo avanzamento interiore, questo sempre più e sempre oltre dell’anima, si può chiamare progresso mistico dell’anima, come sembra venga vissuto inizialmente interiormente. Ma ciò che è mistica interiore non è solo questa mistica, ma nel momento in cui ci siamo sviluppati fino a percepire la dolcezza che guarda verso il basso dal mondo spirituale, in quel momento siamo oggettivamente nel mondo degli Angeloi, si rivela il mondo degli Angeloi. E nel momento in cui apprendiamo come effetti reali di forza, di potenza entrano in noi, in quel momento siamo nel mondo degli Archangeli. Così ogni stadio di un progresso mistico interiore significa essere trasferiti in un altro mondo. Non possiamo raggiungere un determinato stadio di sviluppo mistico interiormente senza essere trasferiti in un altro mondo.

Solo se non portiamo dentro quello che è stato indicato come assenza dell’ego in questo senso, accade qualcos’altro. Supponiamo per esempio di lavorare su noi stessi, raggiungiamo lo stadio di uno sviluppo mediante cui possiamo vivere nel mondo degli Angeloi attraverso le nostre capacità interiori. Ma siamo egoisti, siamo rimasti uomini senza amore, allora portiamo nel mondo degli Angeloi il nostro Io destinato al piano fisico. E invece di sentire riposare lo sguardo mite e la volontà mite degli Angeloi su di noi, sentiamo quelle potenze spirituali che possono salire da noi, che invece di guardare verso di noi da fuori, si liberano, dal loro così detto mondo inferiore, nel momento in cui siamo innalzati in un mondo superiore. Invece che il mondo degli Angeloi ci faccia ombra o meglio ci illumini, esce da noi il mondo degli esseri luciferici corrispondente. E se ci innalziamo alla stessa maniera nel mondo degli Archangeli, così che abbiamo raggiunto lo stadio di sviluppo mistico mediante cui possiamo stare nel mondo degli Archangeli, ma senza sviluppare il sentimento di volere ricevere per grazia gli influssi del mondo spirituale, allora di nuovo portiamo il nostro Io nel mondo degli Archangeli. E invece che gli Archangeli ci pervadano e impregnino con le loro forze, escono da noi e ci circondano gli esseri del mondo arimanico, il mondo di Arimane.

Sembra dapprima piuttosto terribile quando si dice: Il mondo di Lucifero appare sul piano degli Angeloi, il mondo di Arimane appare sul piano degli Archangeli. Ma in realtà questo fatto non è affatto terribile. Lucifero e Arimane sono in ogni caso esseri superiori all’uomo stesso. Lucifero è un essere che possiamo designare come un Arcangelo rimasto a uno stadio precedente, Arimane un essere che possiamo designare come uno Spirito della Personalità rimasto a uno stadio precedente. Il terribile non consiste nell’incontrare Lucifero e Arimane, ma accade quando li incontriamo e non li riconosciamo. Incontrare Lucifero nel mondo degli Angeloi significa effettivamente incontrare lo spirito della bellezza, lo spirito della libertà. Ma tutto dipende dal fatto che nel momento in cui entriamo nel mondo degli Angeloi, possiamo realmente percepire Lucifero e i suoi schiere. Così pure è nel mondo degli Archangeli per Arimane. Il terribile della manifestazione di Lucifero e Arimane nei mondi superiori è soltanto allora quando non li riconosciamo manifestandoli, quando cioè ci dominano senza che li abbiamo consapevolmente di fronte a noi. Questo è l’importante: averli consapevolmente di fronte. Così si modifica il giudizio che facilmente si può avere su Lucifero e Arimane quando si guardano le premesse che abbiamo fornito oggi. Supponiamo di esserci attraverso il nostro sviluppo mistico elevati al campo degli Angeloi e di essere diventati capaci di vivere realmente dentro il mondo degli Angeloi. Se vogliamo intraprendere un occultismo veramente fruttuoso sul campo degli Angeloi, nel momento in cui ci aspettiamo che gli Angeloi riposino su di noi con il loro sguardo spirituale, dobbiamo domandare: Dov’è Lucifero? — Deve essere lì! Perché se non possiamo rispondere alla domanda: Dov’è Lucifero? — allora è dentro di noi. Ma deve essere fuori di noi in questo campo, dobbiamo averlo di fronte. Questo è l’importante. Non soltanto per sottolineare i fatti che ho sottolineato riguardo a Lucifero e Arimane, riguardo agli Angeloi e agli Archangeli, ma per esporre una peculiarità nella rivelazione del mondo superiore, ho esposto ciò. Dal punto di vista del piano fisico, per così dire, si può facilmente essere indotti a dire: Lucifero e Arimane sono potenze malvage. Non appena si penetra nel mondo superiore, questa parola: Lucifero e Arimane sono potenze malvage — non ha più significato. Lucifero e Arimane devono essere presenti nel campo chiaroveggente, come gli Angeloi e gli Archangeli devono esservi. Ma vi è effettivamente una certa differenza nella percezione degli Angeloi e degli Archangeli e nella percezione di Lucifero e Arimane. Ho esposto: I Vergini li percepiamo non considerando la loro figura come determinante per loro, bensì la dolcezza che fluisce in noi. Gli Archangeli li percepiamo di nuovo non percependo la loro figura come determinante, ma lasciando che la loro forza, la loro potenza fluiscano nel nostro sentimento, nella nostra volontà. Lucifero e Arimane sono nel mondo spirituale come figure, figure che sono soltanto trasposte nel spirituale, che non forniscono contatto, ma come figure che si possono apostrofare come ripetizioni spiritualizzate del mondo fisico. Vedete dunque che è importante acquisirci nel nostro sviluppo mistico e chiaroveggente non solo la facoltà di vedere figure nel mondo superiore, bensì sviluppare la coscienza: Sarai osservato, su di te riposa una volontà superiore. Questa ultima coscienza deve aggiungersi alla coscienza di vedere chiaroveggentemente le figure.

Vedete dunque che il perfezionamento non consiste soltanto nell’acquisizione della chiaroveggenza, nell’acquisizione di quello che spesso si chiama capacità chiaroveggente, bensì nell’acquisizione di una determinata disposizione dell’anima, di una determinata atmosfera dell’anima, di un determinato rapporto agli esseri del mondo superiore. E lo sviluppo delle facoltà visionarie deve procedere assolutamente in parallelo con l’altro sviluppo qui indicato dell’anima verso un’altra disposizione, un’altra atmosfera. Dobbiamo vedere da questo che sotto tutti gli aspetti dobbiamo imparare non solo la visione nel mondo superiore, bensì la lettura nel mondo superiore, non intendendo la lettura in maniera pedante come qualcosa che si può imparare elementarmente, bensì come qualcosa in cui si vive mediante le trasformazioni dei propri sentimenti e sensazioni, così come è stato indicato. Perciò è importante capire veramente che nel momento in cui inizia la chiaroveggenza e per mezzo essa si sale alla rivelazione dei mondi superiori, effettivamente ha luogo una specie di scissione della personalità. La personalità che si è nel piano fisico, questa si lascia indietro. Si è ora un’altra personalità quando si sale in un mondo superiore. E come siamo osservati nel mondo superiore dagli esseri delle superiori gerarchie, come siamo percepiti dagli esseri delle superiori gerarchie, così guardiamo dalla nostra prospettiva superiore la nostra ordinaria personalità. Guardiamo, poiché come essere superiore siamo usciti dall’essere inferiore, l’essere inferiore come essere superiore. Così che faremmo bene, quando vogliamo pronunciare qualcosa di valido per i mondi superiori, ad aspettare finché non siamo nella posizione di dire: Questo che tu vedi nel tuo campo chiaroveggente, questo sei tu. — Questo «Questo sei tu» corrisponde nel piano superiore al «Sono io» nel piano fisico. Questo «Sono io» si trasforma nel piano superiore nel «Questo sei tu». È propriamente detto di più di quello che ordinariamente si pensa. Immaginate di stare nel vostro punto di vista odierno e guardare indietro al momento in cui avevate otto, tredici o quindici anni, e tentate di ricostruire un piccolo pezzo della vostra vita dal ricordo dagli otto, dal tredicesimo o dal quindicesimo anno. Rappresentatevi vividamente questo guardare indietro nel vostro proprio mondo di pensieri, mentre ricostruite i ricordi dal mondo dei pensieri. Ora render voi stessi consapevole il sentimento che avete verso questo ragazzo o ragazza di otto, tredici o quindici anni che eravate voi. Rappresentatevi vividamente il vostro sentimento attuale verso queste esperienze passate. Non appena si proviene dal piano fisico nel mondo superiore, il momento in cui viviamo immediatamente ora diventa subito tale ricordo come quello caratterizzato. Si guarda a ciò che si è ora nel piano fisico e a ciò che ancora si può diventare nel resto della propria vita fisica, si guarda indietro come guardate dal vostro presente punto di vista alle esperienze negli otto, tredicesimo, quindicesimo anno. È assolutamente vero: Ciò che pensiamo, ciò che sentiamo, ciò che immaginiamo, ciò che facciamo nel piano fisico, nel momento in cui entriamo nel mondo superiore, è tutto ciò che comprendiamo sotto il nostro Io nel piano fisico, un ricordo. Guardiamo al piano fisico e, non appena viviamo nel mondo superiore, siamo diventati un ricordo per noi stessi. E come distinguiamo un punto di vista attuale del nostro vivere da uno trascorso da molto tempo, così dobbiamo distinguere quello che viviamo nei mondi superiori da quello che viviamo nel piano fisico. Immaginate che qualcuno, che ha quarant’anni, si ricordi vividamente dell’atmosfera animica, delle capacità che aveva quando era un bambino di otto anni. Mentre legge come quarantenne leggesse un libro e a metà cominciasse a comportarsi nei confronti del libro come se avesse otto anni. Questo sarebbe un mescolarsi dei due stati animici, dei due stati dell’anima, e avete un’analogia per quello che accade quando qualcuno mescola la sua disposizione animica per il piano fisico con quella che deve essere la sua disposizione animica per l’altro mondo.

Ciò che ho appena detto naturalmente non ha niente a che fare con il fatto che a ogni uomo senza prevenzione sia comprensibile ciò che viene descritto dai mondi superiori, che non dobbiamo soltanto credere a ciò che è descritto, ma che può esserci comprensibile quando veramente ci accostiamo a esso senza prevenzione. Poiché se qualcuno dicesse: Come si può descrivere i mondi superiori con i concetti, i pensieri e le rappresentazioni del piano fisico, dato che sono completamente diversi dai pensieri e dalle rappresentazioni del piano fisico? — allora un tale obiettivo sarebbe di valore pari a se qualcuno dicesse: Sì, vuoi suscitare in me una certa rappresentazione e mi scrivi «C-A-S-A». Di questo non posso farmi nulla. Se vuoi che mi faccia un’idea di qualcosa, devi portarmi una vera casa. Ma caratterizziamo anche un fatto fisico, una cosa fisica mediante qualcosa che non ha niente a che fare con il fatto e la cosa in questione. Ugualmente caratterizziamo completamente accuratamente mediante ciò che possiamo capire nel piano fisico, ciò che sono fatti del piano spirituale. Ma la conseguenza necessaria dei fatti presentati nell’odierna esposizione è che dobbiamo renderci chiari: Non possiamo con i concetti e le rappresentazioni che ordinariamente abbiamo, capire ciò che esiste nel mondo superiore, bensì dobbiamo veramente acquisirci altri concetti, altre rappresentazioni. Dobbiamo arricchire la nostra vita di rappresentazione se vogliamo capire i mondi superiori. È straordinariamente importante essere attenti al fatto: Non appena il mondo superiore ci è onestamente presentato, chi lo presenta deve veramente condurre il nostro potere concettuale oltre l’ordinario; deve darci altri concetti, ma concetti che sono completamente intelligibili nel piano fisico.

Vedete, in ciò risiede una difficoltà nel capire la vera ricerca spirituale, il vero occultismo inteso seriamente, che gli uomini trovano così difficile compiacersi nell’arricchimento del loro potere concettuale. Vorrebbero capire il mondo superiore, o ciò che è rivelato da esso, con i concetti che già hanno, senza generare nuovi concetti. Facilmente accade nel nostro tempo materialista che qualcuno che parla di mondi occulti semplicemente suscita l’impressione come se questo mondo occulto semplicemente richiedesse che si guardi a un campo spirituale in cui le figure sono un po’ più sottili, un po’ più nebbiose rispetto al mondo fisico, ma comunque simili, solo che sbiadiscono nebbia. Sembrerebbe sgradevole a molti il requisito da parte dell’occultista che l'intende seriamente, di non soltanto accettare un’istruzione su come si percepisce un Angelo, ma di ripensare e per l’Angelo applicare il concetto: Tu sarai da lui osservato, il suo sguardo spirituale riposa su di te. — Posso quindi dire: Lo sviluppo mistico, che oggettivamente significa salire al mondo superiore, è inseparabile da un arricchimento, da un divenire più pieno dei nostri rappresentazioni, dei nostri sentimenti, di tutti i nostri impulsi animici. Non dobbiamo rimanere così poveri nella nostra vita di rappresentazione come possiamo esserlo per il piano fisico se vogliamo capire i mondi superiori.

Affinché in questa direzione, così detto, un aiuto occulto sia creato, sorse la necessità di erigere, in uno stile completamente nuovo, il modesto edificio che noi della nostra corrente spirituale potevamo costruire a Dornach. Questo edificio naturalmente non è affatto ciò che potrebbe sembrarci come l’ideale di un tale edificio, è un modesto inizio, perché sono a nostra disposizione solo mezzi modesti, tuttavia i nostri amici, un piccolo numero dei nostri amici, hanno fatto tutto quello che potevano dalle loro forze per questo edificio.

Se prendiamo gli stili di costruzione che si sono sviluppati nel terzo, quarto e nel nostro attuale quinto periodo post-atlantideo fino a ora, essi sono caratterizzati dal fatto che per così dire nei loro impulsi spirituali hanno ciò che deve condurre l’umanità nella comprensione fino al piano fisico. Lo stile egiziano inizialmente, attraverso la sua forma geometrica, attraverso la sua forma lapidaria, ha dato il primo impulso al condurre lo spirito umano al piano fisico. Lo stile greco e romano sono come un matrimonio dell’anima e dello spirito con il corpo eterico e il corpo fisico, come qualcosa in cui anima e spirito da un lato, corpo eterico e corpo fisico dall’altro, si inseriscono l’uno nell’altro, come se si tenessero completamente in equilibrio. Lo stile gotico è il primo sforzo di elevarsi nell’arco acuto ascendente e in tutto ciò che vi appartiene, dal piano fisico di nuovo nel mondo spirituale. Il prossimo progresso che deve risultare, se la ricerca spirituale deve veramente in certo senso stare davanti a noi come costruita, deve consistere nel fatto che rendiamo vivo ciò che ho descritto prima come la forma di pensiero viva e tessente stessa, che si effonde nello spazio e si riversa nello spazio, così che ci sta di fronte spazialmente, ciò che l’Immaginazione, l’Ispirazione direttamente dal mondo spirituale offre. Per questo tutte le forme dell’edificio di Dornach sono tali che non si può da nessuna parte in maniera materialista chiedere: Quali simboli vi sono in questo o quel mondo per esse? —, ma le si deve prendere come tali sono, poiché sono soltanto, riversate nello spazio, le esperienze spirituali immediate stesse. E si è cercato di dissolvere tutto ciò che può essere spiritualmente contemplato e sentito, veramente nella forma artistica. Perciò se qualcuno chiede: Cosa significa questa o quella forma? — non capisce l’edificio, perché ogni forma significa soltanto sé stessa, come la mano umana o la testa umana significano solo sé stesse e non qualcos’altro. Dobbiamo subito considerarla un completo malinteso della nostra intenzione riguardo alla nostra posizione verso l’occultismo se qualcuno si presentasse con una tale domanda. Perché saremo fortunati se avremo superato la vecchia cattiva abitudine dei teosofi che domanda a ogni fiaba, a ogni figura, a ogni mito: Cosa significa questo, cosa significa quello? — Le nostre forme sono tutte reali nel mondo spirituale, sono effettivamente presenti nel mondo spirituale e significano quindi solo loro stesse e nulla di più, non sono simboli, ma realtà spirituali. Troverete, se guardate l’intera struttura, da nessuna parte un pentagramma, da nessuna parte la forma di un pentagramma, da nessuna parte l’occasione di chiedere: Cosa significa questa o quella forma? Tutt’al più, molto discretamente, si potrebbe vedere un pentagramma in un luogo, ma soltanto con lo stesso diritto con cui si può vedere un pentagramma in ogni pianta a cinque petali. E se qualcuno ci chiedesse: Cosa significano i nostri quattordici pilastri — che non sono costruiti nel pentagramma, bensì per ragioni estetiche sono a cinque angoli —, cosa significano essi, i pilastri che sostengono una grande cupola, e i dodici pilastri che sostengono una cupola più piccola, cosa significano questi pilastri? — Se qualcuno potesse chiederci: Cosa significano al di là del fatto che significano una proporzione di spazio percepibile come tale nel mondo spirituale —, allora dovremmo controbattere: In quale tempo di materialismo viviamo oggi che anche ciò che è voluto spiritualmente deve essere presentato nell’abito del materialista?

Il nostro edificio sarà compreso se ci si dedicherà a chiedere: Cosa rappresenta? — non: Cosa significa? Cosa è? — e non: Cosa lo simboleggia? — E il nostro edificio sarà compreso se si saprà che è meglio non applicare nessuna delle parole comuni, ma per aiutare un po’ la comprensione nel nostro tempo materialista, astenersi dal vecchie immagini di parole. Siamo chiari che la ricerca spirituale al massimo può essere una sintesi di altre religioni. Le vecchie religioni costruivano templi, la ricerca spirituale non costruisce un tempio, bensì ciò che scaturisce dalle sue stesse essenze; per cui è meglio formarsi una comprensione gradualmente, piuttosto che restare al principio di applicare anche qui vecchie parole a questa cosa nuova.

Miei cari amici, una preghiera sia espressa. Sappiamo molto bene che possiamo raggiungere soltanto nel modo più modesto, nel modo più elementare e primitivo a Dornach ciò che ci sta davanti. Ma per una sola cosa vorremmo pregare: che si tentasse veramente di comprendere questo modesto inizio di una cosa comunque nuova dalla completa disposizione e dal senso della nostra ricerca spirituale — altrimenti si vorrebbe, così detto, quasi che il cuore si spezzasse —, di comprendere veramente che cosa con sacrifici in questo modesto inizio si ambisce.

Abbondantemente già sono state gettate parole pompose e ridondanti nel campo di ciò che si designa come movimento occulto. Vogliamo soltanto questo: che si impari a dire che, anche se in cinquant’anni nulla delle singole forme in cui esprimiamo l’uno o l’altro può permanere, si vorrebbe dire del nostro movimento: In ogni sua fibra ha aspirato a: essere fondamentalmente vero e fondamentalmente onesto. — E quanto più modestamente, più semplicemente, ma allora forse ancora più veracemente ciò che vogliamo è discusso, tanto meglio è servito il fine. Ogni parola e ogni designazione in eccesso o persino del tipo che batte dentro l’antica comode forma concettuale, nuoce immensamente a ciò che — vi prego di scusare la parola — onestamente vogliamo perseguire. Se ci capite in questo modo, allora forse un po’ sarà stabilita l’atmosfera che abbiamo bisogno quando, al primo December, veramente giungiamo alla posizione di aprire, senza ogni pompa, senza atteggiamenti e senza appariscenza esteriore, il nostro modesto edificio, perché l’atmosfera appropriata è creata soltanto dal fatto che veramente si guarda a soltanto ciò che vogliamo, indifferente anche se non suscita sensazione nel nostro tempo materialista.

Accogliete anche le ultime parole che ho pronunciato come pronunciate dallo spirito sinceramente inteso del nostro movimento spirituale, come ciò che è necessario alla nostra anima, se questo movimento spirituale deve veramente prendere radici nel nostro tempo. Ed è necessario che un movimento spirituale onesto, che nel vero senso promuove la vita mistica dell’anima e rende possibili le rivelazioni dei mondi superiori, si riversi nel nostro tempo materialista. Allora, se i nostri amici capiscono questo significato, questa disposizione del nostro movimento spirituale, allora soltanto, e solo allora, saremo in grado di compiere il compito che ci è assegnato dalle sagge individualità conduttrici del mondo spirituale.

Costruendo su ciò che ho tentato di esporre oggi, mi permetterò tra due giorni di parlarvi del progresso della conoscenza del Cristo nel corso dei tempi e della posizione del nostro movimento nella questione di Cristo.

6°Conferenza pubblica - Sintesi di scienza, intelligenza e ricerca chiaroveggente

Parigi, 26 Maggio 1914

Desidero parlarvi oggi dal punto di vista che nel presente viviamo in un’epoca in cui lo sviluppo umano rende necessario che la conoscenza della vita spirituale si ponga su fondamenti simili a quelli su cui, tre o quattro secoli fa, si è posta la conoscenza della natura esterna. La ricerca spirituale, come la s’intende qui, si sente percorsa dall’impulso di compiere per lo spirito e la sua conoscenza qualcosa di simile a quello che nel loro tempo hanno compiuto per la conoscenza della natura esterna personalità come Copernico, Galilei, Giordano Bruno. Colui che si sente percorso da un tale impulso deve però rassegnarsi al fatto che nel nostro tempo la ricerca spirituale qui intesa subisce resistenze e ostilità della medesima specie di quelle che la ricerca e l’atteggiamento mentale naturalistico già indicato hanno subito. E questa direzione spirituale si incorporerà alla vita culturale con la medesima lentezza e fra le medesime difficoltà come accadde con l’altra direzione affine a essa.

Per sviluppare quello che da questo punto di vista è da dire, devo effettivamente prendere come punto di partenza il fatto che le fonti dell’indagine della vita spirituale risiedono in un modo di operare della mente umana che oggi ancora è sconosciuto nei circoli più ampi, o almeno impopolare. Ciò che si chiama ricerca chiaroveggente è effettivamente il fondamento di quella ricerca spirituale da cui desidero parlarvi stasera.

Questa ricerca non è discreditata solo dal fatto che si introduce prevenzione contro prevenzione verso quello che si può chiamare ricerca chiaroveggente. È discreditata anche dal fatto che nel concetto, nell’idea di questa ricerca chiaroveggente oggi si commette un gran numero di abusi. Perciò desidero subito rilevare che non parlerò dal punto di vista di conoscenze occulte come sono così frequentemente oggi pubblicizzate in modo ciarlatanesco, bensì da quella ricerca chiaroveggente e occulta di cui può confessarsi anche un uomo che stia interamente dal punto di vista della seria ricerca naturale e che faccia della ricerca fattuale veramente naturale il fondamento del suo sapere. Per quanto riguarda la logica interna, per quanto riguarda il modo del pensiero, la ricerca spirituale qui intesa sta effettivamente nella corrente posta in movimento dalle concezioni naturalistiche. Per quanto riguarda il campo di cui essa dispone, naturalmente si distingue essenzialmente dalla ricerca naturale, perché la ricerca naturale si riferisce alla vita sensoriale esterna, ai fatti fisici dell’ambiente, mentre la ricerca spirituale si riferisce al campo che necessariamente deve restare nascosto alla ricerca naturale, al campo delle esperienze spirituali e delle entità spirituali. Perciò è anche impossibile ricercare il campo dei fatti spirituali e delle entità spirituali con quelle capacità umane e quei metodi con cui nella ricerca naturale, nel corso dei secoli e nel nostro tempo, si sono celebrati sempre più grandi trionfi. Per l’indagine della natura vengono messe in uso soltanto quelle forze spirituali e capacità che all’uomo sono proprie per il fatto che è inserito in questo mondo in un certo modo e che dai suoi simili viene normalmente educato e guidato verso certe capacità. Con queste capacità innate e acquisite, che sono completamente sufficienti per le scienze esteriori, non si possono ottenere conoscenze per il mondo spirituale. Per questo è necessario che vengano tirate fuori dall’anima umana capacità che nella vita umana ordinaria, la così detta vita normale, rimangono come addormentate nelle profondità dell’essenza umana, riposano, per usare un’espressione scientifica, sono latenti. Tutti gli sforzi e i metodi che l’uomo applica a se stesso per ricercare il mondo fattuale esteriore nel modo come è immediatamente possibile nella vita, tutti questi sforzi come ricercatore dello spirito non vengono usati anzitutto per una ricerca, bensì per porre la propria anima in tale condizione che le capacità e le forze in essa addormentate per il mondo spirituale vengano alla luce. E soltanto dopo che sono state tirate fuori attraverso le ordinarie forze umane, diventano efficaci per le forze conoscitive del mondo superiore. Per esempio applichiamo le nostre rappresentazioni, che possiamo formare nella nostra anima, nella vita ordinaria e nella scienza ordinaria per acquisire conoscenze del mondo esteriore. Come ricercatore dello spirito inizialmente non posso farlo. Devo allora applicare la mia vita di rappresentazione a tali sforzi che procedono completamente nella vita interiore e che hanno lo scopo di sviluppare capacità interamente diverse da quelle della vita ordinaria. Desidero, per chiarirmi completamente su questo punto, ricorrere a un paragone, non per provare in prima istanza qualcosa, ma per illustrare quello che ho detto. Desidero dire che l’accordo della ricerca spirituale così come qui è intesa con il modo di rappresentazione naturalistico si manifesta nel fatto che questa ricerca spirituale tenta di penetrare nei mondi spirituali attraverso una specie di chimica spirituale. Se abbiamo l’acqua davanti a noi, non si vede all’acqua che il chimico sia messo in posizione di dividere questa acqua in idrogeno e ossigeno. L’acqua è liquida, l’acqua non brucia. L’idrogeno che il chimico separa è un gas, brucia, è tutt’altra cosa. Questo è quello che desidero avvicinare come paragone per un processo della vita spirituale che subito discuterò. Se abbiamo l’uomo nella vita ordinaria di fronte a noi, abbiamo in lui uniti lo spirituale-animico e il corporale-fisico, come abbiamo nell’acqua uniti l’idrogeno e l’ossigeno. In quello che desidero chiamare «chimica spirituale» incombe su di noi di separare lo spirituale-animico dal corporale-fisico, come nel campo fisico il chimico separa l’idrogeno dall’acqua. Ed è comprensibile che altrettanto poco dal contemplare l’acqua si può ottenere una concezione sulla natura dell’idrogeno, come dal contemplare l’uomo ordinario si può ottenere una concezione sulla natura dello spirituale-animico.

I metodi che vengono applicati per davvero separare in noi stessi lo spirituale-animico da quello fisico-corporale — perché questo esperimento spirituale della chimica spirituale possiamo condurlo soltanto in noi stessi — vengono designati tecnicamente come concentrazione e meditazione. Questa meditazione, questa concentrazione, non sono affatto operazioni spirituali miracolose. Sono soltanto operazioni spirituali portate al massimo grado, che nei loro gradi elementari inferiori accadono anche nella vita ordinaria. La meditazione è un’abnegazione dell’anima portata all’infinito, come la sperimentiamo nei più belli sentimenti della vita religiosa, e la concentrazione è un’attenzione portata all’infinito, come pure dobbiamo applicarla in maniera elementare nella vita ordinaria. Nella vita ordinaria intendiamo per attenzione quando non lasciamo vagare le nostre rappresentazioni e la nostra vita sentimentale in modo arbitrario sugli oggetti che ci fanno impressione, bensì quando ci risolleviamo, dirigendo il nostro interesse animico verso un singolo oggetto in particolare, elevandolo dal campo delle nostre percezioni. Questa attenzione può essere portata all’infinito, specialmente dal fatto che attraverso un arbitrio interiore della nostra anima certe rappresentazioni particolari, che possono essere date dalla ricerca spirituale, poiché sono particolarmente utili, vengono poste al centro della nostra vita animica. Attraverso questo l’intera vita animica — con l’esclusione di tutto il resto, di tutte le preoccupazioni e gli affanni, di tutte le impressioni sensoriali, di tutti gli impulsi di volontà, di tutti i sentimenti e di tutto il pensiero — può essere diretta per un certo tempo, nell’intera portata della forza animica, unicamente e soltanto a queste rappresentazioni poste al centro della vita animica. Dobbiamo considerare che non si tratta di dirigere la forza animica al contenuto di ciò che nella concentrazione abbiamo davanti, bensì all’attività, all’attività interna e all’operazione nello sviluppo dell’attenzione, della capacità di concentrazione. Si tratta del riunire, del concentrare la forza animica. Ed è necessario un esercizio ripetuto dell’anima in questa concentrazione, lungo a seconda della disposizione individuale dell’uomo, spesso mesi, anni, decenni di esercizio concentrativo, affinché l’anima arrivi, fortificata interiormente, a raccogliersi interiormente, a sviluppare forze interiori che altrimenti rimangono addormentate nell’anima e che sono tirate fuori da essa attraverso questa attenzione portata all’infinito, attraverso la concentrazione. E particolarmente necessario è che sviluppiamo nell’anima la possibilità di sentire che l’anima, attraverso l’attività descritta, interiormente sempre più giunge a strapparsi come essere spirituale-animico dal corporale-fisico. Questo strapparsi, questa separazione spirituale-chimica dello spirituale-animico dal corporale-fisico, accade in effetti sempre più con l’attività messa in campo che è stata descritta. In una conferenza che deve essere breve posso solo indicare questo principio di concentrazione. Nella sua ampiezza si trovano sviluppate le singole operazioni necessarie per rendere veramente fruttuosa la concentrazione, nel mio libro «Come si acquistano le conoscenze dei mondi superiori?», che è tradotto in francese sotto il titolo «L’Initiation».

Si giunge, attraverso l’applicazione e lo sviluppo dei metodi così indicati, a unire un vero significato interiore con le parole: Tu adesso ti esperisci come essere spirituale-animico. Tu sei attivo in te, senza servirti dei tuoi sensi, dei tuoi arti. Tu esperisci in te, fuori dal tuo corpo. — Si è raggiunto un certo punto fruttuoso dello sviluppo quando si è giunti, da fuori, dall’esperienza spirituale-animica fuori dal corpo, a contemplare veramente il proprio corpo, insieme a tutto ciò che nel mondo fisico riguarda il proprio corpo, fuori di sé, cioè al di fuori dello spirituale-animico veramente davanti a sé, come nel fisico si ha un tavolo, una sedia davanti a sé. Di regola si giunge prima a staccare in tal modo dal corpo le capacità pensanti, la capacità di rappresentazione dell’anima, così che s’impari a vivere nel pensare, nel rappresentare e a sapere di sé al di fuori del sistema nervoso e del cervello che altrimenti si usano come strumenti nella vita ordinaria per pensare, per rappresentare.

Poiché non voglio parlare in astrazioni bensì in concrete esperienze spirituali, sia menzionato il seguente. La prima esperienza che normalmente si può fare in questo sviluppo è grosso modo questa, che si sa: Tu vivi pensando come nell’ambiente della tua propria testa. Tu tessi e vivi nel pensiero, così come altrimenti quando ti servi dello strumento del cervello, ma sai ben chiaro che questa vita e questo tessere nel pensiero è ora al di fuori della tua testa. E particolarmente quell’impressione rimane indimenticabile — quando una volta la si è vissuta — l’impressione che si riceve dal fatto che dopo aver dimorato per un tempo al di fuori della testa, si rientra di nuovo nel cervello e nel sistema nervoso e ora si sente come questo cervello, questo sistema nervoso come materialità offra resistenza, così che bisogna forzatamente rientrare nel fisico con quello che dal fisico prima è uscito. Questo momento rimane indimenticabile quando l’uomo l'ha una volta vissuto nel corso del suo sviluppo.

È possibile in questo modo finora descritto staccare solo l’attività pensante, quella di rappresentazione, non però quello che adesso deve essere staccato per vera ricerca dello spirito: l’attività sentimentale dell’anima, l’attività nell’impulso di volontà dell’anima. Per staccare l’attività sentimentale e quella che procede negli impulsi di volontà dell’anima dal corporale-fisico, è necessario il potenziamento illimitato di quello che si può chiamare abnegazione. La migliore rappresentazione di questa abnegazione potenziata, che si chiama meditazione, l’otteniamo se per il paragone facciamo riferimento alla vita umana nel sonno. Nel sonno i sensi sono deposti, l’attività sensoriale riposa, gli arti sono immobili; l’uomo nel sonno è abbandonato al corso generale del mondo; egli non intromette nel corso di questo corso generale quello che procede dal suo Io, dal suo pensiero, dal suo sentimento e dalla sua volontà. Ma anche durante questa attività di sonno è inconscio. La sua coscienza si è dissolta in generale oscurità, in generale offuscamento. Quello che il sonno per necessità della forza naturale generale comporta per l’uomo, quello deve essere portato volontariamente per la meditazione, solo con la differenza che il sonno conduce all’incoscienza, ma questo potenziamento dell’abnegazione conduce a maggiore consapevolezza. Per volontà il ricercatore dello spirito deve giungere al punto che tutti i suoi sensi tacciono; deve poter distogliere l’attenzione di tutti i sensi da qualunque impressione del mondo esteriore. Deve poter opprimere come è oppresso nel sonno l’attività dei singoli organi e degli arti. Esteriormente, per quanto riguarda il corporale, l’uomo deve imparare a comportarsi come si comporta nel sonno, ma mentre nel sonno discende all’incoscienza, egli attraverso questa volontaria abnegazione potenziata si sveglia nel flusso divino-spirituale di tutte le forze. Si sveglia a una consapevolezza di fronte alla quale la consapevolezza ordinaria è un dormire, come il sonno ordinariamente è di fronte alla consapevolezza ordinaria. Giungiamo, quando esercitiamo sufficientemente a lungo in pazienza e perseveranza l’anima nel modo descritto, a staccare un’altra capacità interiore animica nel modo spirituale-chimico dalla corrispondente attività corporale-fisica. Come attraverso la concentrazione stacchiamo la forza di pensiero e l’abbiamo allora procedente solo nello spirituale-animico, così stacchiamo attraverso l’abnegazione gradualmente quella forza animica che altrimenti viene applicata nella linguaggio umano ordinaria, nell’uso di tutti gli strumenti di cui ci serviamo nella linguaggio umana. Mentre io vi parlo, applico una forza spirituale-animica. Questa forza spirituale-animica fluisce, mentre qui fisicamente parlo, nei nervi fisici e negli organi del linguaggio, li usa. Attraverso gli esercizi designati il ricercatore dello spirito consegue la capacità di sviluppare l’interno-animico attraverso il completo arresto dell’intero apparato di nervi del linguaggio, la medesima forza che altrimenti fluisce esternamente attraverso il linguaggio, senza nessuna manifestazione esterna di questa forza. Si scopre così nelle profondità dell’anima una capacità di cui la vita esterna altrimenti non sa nulla, perché questa capacità nella vita ordinaria è consumata nel parlare e nell’uso degli organi del linguaggio, e che altrimenti, se non è usata per il parlare, riposa nelle profondità dell’anima. Nella ricerca dello spirito essa è tirata su dalle profondità dell’anima. È separata spirituale-chimicamente dal parlare fisico. Quando si impara a vivere e tessere in questa attività nascosta creatrice del linguaggio, allora si impara a riconoscere quello che con una parola forse non completamente appropriata si può chiamare la percezione della parola interna, della parola spirituale. Nel momento in cui si giunge in posizione di impadronirsi di questa forza nascosta, si giunge allora anche in posizione, con il pensare e il sentimento che altrimenti si limitano solo alla propria personalità, di penetrare fuori da se stessi e di penetrare in un mondo spirituale, così che si impara a percepire: Al di fuori di te adesso percepisci tu sentimento e volontà, così come altrimenti li hai percepiti soltanto in te. Cioè si cominciano a conoscere sul campo dello spirituale esseri che sentono e che vogliono. Prima il proprio sentire e volere devono affondare negli esseri spirituali, allora si percepiscono gli esseri spirituali.

Teniamo fermo che l’emancipazione della forza di pensiero dal corporale-fisico è un inizio dell’osservazione chiaroveggente, che il distacco del pensiero e del sentimento è il procedimento. Allora sarà comprensibile che si possono acquisire vere esperienze, veri vissuti che derivano da impressioni di altri esseri spirituali, soltanto dal fatto che con la nostra stessa anima sentiente, volente, usciamo dal corporale e affondiamo nel mondo spirituale che sta intorno a noi. Come questo vivere nel mondo spirituale si svolge, sia illustrato in un esempio concreto. Sebbene di fronte alle molte ostilità di cui la ricerca spirituale ancora oggi ha, osare di addurre tali esempi concreti sia un po’ azzardato, sia però affrontato oggi questo rischio. Permettete che questo esempio sia addotto dall’esperienza immediatamente personale, poiché questi esempi sono probabilmente quelli che si possono dominare meglio, perché si è veramente presenti in tutti i dettagli immediatamente solo nell’esperienza personale.

Poco tempo fa avevo, nella sfera della mia propria attività, certi compiti da risolvere. Sapevo benissimo che questo compito speciale e particolare non potevo risolverlo con le capacità che mi è possibile possedere direttamente nella mia natura personale in questa vita umana. Il compito concerneva di conoscere, di penetrare più precisamente e specificamente il carattere spirituale di una certa epoca nel corso dello sviluppo dell’umanità. Sapevo esattamente quale compito mi dovevo porre, ma avvertii: Se aumento al massimo i miei pensieri, essi non hanno la forza di penetrare il campo in questione. — È esattamente come se si volesse sollevare qualcosa e non si avesse la forza fisica di sollevare il peso in questione. Così si può giungere a un punto in cui i pensieri non hanno la forza di penetrare veramente un compito, di risolvere una questione. In questa situazione mi trovavo. Ho tentato attraverso la mia propria attività di pormi il compito il più possibile chiaramente davanti all’anima e di sviluppare la viva volontà di giungere in qualche modo a una soluzione. Ho tentato di sentire, di sentire vivamente nel sentimento la particolare colorazione e il carattere dell’epoca in questione per quanto potevo. Ho tentato di sentire la sua grandezza, il suo colore, ho tentato di porre tutta la mia personalità nell’epoca. E con la ripetizione sufficiente di questa attività animica interiore potei sentire il penetrare di una volontà e di un sentire stranieri nella mia propria volontà, nel mio stesso sentire. Sapevo che nel mio stesso sentire e volere penetrarono veramente sentire e volere stranieri, come si sa, quando si sta davanti a un oggetto esteriore, che non si crea questo oggetto esteriore attraverso il proprio sguardo, bensì che l’oggetto produce l’impressione su di sé.

So benissimo che dal punto di vista di una disposizione materialista qualcuno facilmente può dire: Ora sì, una cosa simile è appunto un’illusione, un inganno. L’interessato non sa che in effetti tira fuori dalla sua anima quello che sperimenta come influenza straniera. — Quello che è necessario per non darsi a illusioni, allucinazioni, immaginazioni fantasiose su questo campo, è vera conoscenza di sé, un’avanzamento nella conoscenza di sé. Allora si sa quello che si può e quello che non si può, perché la conoscenza di sé per il ricercatore dello spirito consiste essenzialmente nel penetrare i confini della propria capacità. Chi ha praticato tale conoscenza di sé nel modo come è esposto nel libro menzionato, giunge a poter veramente distinguere quello che egli nel suo proprio sentire e volere, nel suo sentire e volere personale può, e quello che in questo sentire e volere personali da fuori penetra dal mondo spirituale come sentire e volere stranieri. Arriva al punto che gli apparirebbe tanto assurdo non poter distinguere il suo sentire e volere da sentire e volere stranieri, quanto gli apparirebbe assurdo se qualcuno dicesse: Non distinguo la fame dal pane. Come ognuno sa dove la fame finisce e il pane comincia, come si sa che la fame non genera il pane da sé — sebbene in relazione sociale sarebbe molto desiderabile che fosse così —, così vera conoscenza di sé porta al punto di poter distinguere dove la fame del proprio sentire e volere consiste, e che, come al sentimento della fame il pane, al proprio sentire e volere viene incontro come sentire e volere stranieri dal mondo spirituale, da un mondo sconosciuto al mondo fisico. Una volta che si abbia così causato, come è stato descritto qui, questo penetrare di sentire e volere stranieri nel proprio sentire e volere, allora nel momento corrispondente questo interno stare insieme del proprio sentire e volere con lo straniero sentire e volere si continua in maniera adeguata. E nel mio caso risultò che attraverso l’intimo procedere insieme del proprio sentire e volere con il sentire e volere riconosciuto come straniero adesso i pensieri furono fecondi e nel mio proprio rappresentare emersero — ma come dono del sentire e volere stranieri — i pensieri che risolsero il problema, che andavano verso il penetrare, il riconoscere un’epoca determinata.

In un siffatto corso entra adesso qualcosa che in una certa misura è contrario a un corso simile nel mondo esteriore. Quando nel mondo esteriore incontriamo un’altra personalità, ci mettiamo a sedere con essa, prima la vediamo, parliamo con essa, scambiamo con essa i pensieri. Nell’evento spirituale come l’ho descritto, accade il contrario: Si contemplano pensieri in sé, si ha la sensazione che si sta insieme con sentire e volere stranieri, e questo si costruisce fino alla percezione della individualità spirituale straniera, cui si sta di fronte allora come a una vera, ma solo nel campo spirituale presente, individualità straniera. Gradualmente si apprende a conoscerla. Si va così in direzione contraria come nella vita esterna, ci si avvicina alla personalità che così nel sentire e volere straniero si raggiunge. Attraverso lo stare insieme con essa la si raggiunge stessa.

Nel caso descritto risultò da questa via che il sentire e volere stranieri, che confluendo fertilizzava il proprio mondo di pensieri, proveniva da una personalità ben nota al parlante e ai suoi amici. Tale personalità, più di un anno fa, attraverso la morte è scomparsa dal nostro circolo di amici. E imparai a riconoscere che questa personalità, defunta in età relativamente giovanile, nel fiore degli anni centrali della vita, aveva portato con sé nei mondi spirituali energia di vita ancora inutilizzata; e dall’intensità delle energie di vita inutilizzate proveniva il sentire e volere che poteva stare insieme con il proprio sentire e volere. Ci rappresentiamo che una persona può vivere fino a una certa età avanzata; consuma fino a questa età avanzata la sua vitalità. Se muore in età relativamente giovanile, le rimane inutilizzata la forza che avrebbe avuto per raggiungere un’età della vita più avanzata, e può applicarla da parte del mondo spirituale. Nel caso descritto era l’energia di vita ancora inutilizzata attraverso una morte precoce che, attraverso il rapporto in cui il vivente stava con il morto, poteva causare la possibilità che il vivente giungesse a risolvere un problema, verso cui aveva bisogno della forza del morto, della connessione con questo essere che è stato un uomo fino a un anno fa e poi attraverso la morte è entrato nel mondo spirituale.

Quello che è stato precedentemente chiamato «la capacità della parola interna», questo conduce a rivelazioni del mondo spirituale che, come si è mostrato in questo caso, consistono nella rivelazione di un essere umano defunto. La medesima capacità di questa parola spirituale interna ci rende anche simultaneamente possibile guardare oltre la vita personale che è rinchiuso tra nascita e morte, o diciamo, concezione e morte. Essa causa che si sia in posizione di penetrare la piena vita umana, che si estende all’infinito dei tempi, che procede in vite terrene ripetute, e di penetrare la vita di quelli a cui ci siamo così avvicinati come appunto in questo caso all’essere morto descritto.

Quando si impara attraverso le capacità animiche descritte a conoscere l’uomo, che sia il proprio uomo, che sia un uomo straniero, allora quello che si conosce non è soltanto la vita umana fisica rinchiusa tra nascita e morte. È invece l’uomo spirituale che si costruisce il suo corpo da sé, che vive in vite terrene ripetute e tra morte e nuova nascita in un mondo spirituale. Da questo forse diventerà evidente che nel caso descritto era ora possibile, perché il morto come essere spirituale stava davanti all’anima propria, di guardare più intimamente nell’essere spirituale-animico di questo morto. Si impara come detto in direzione contraria a conoscere un altro essere come quando lo si conosce sul piano fisico. Per primo si impara dalle cose di cui si poteva apprendere lo stare insieme spirituale, allora stesso, ma anche come essere spirituale. E diviene verità quello che si può chiamare «l’entrata nel mondo spirituale». Per rimanere all’esempio descritto: risultò che la personalità in questione, nota al parlante e ai suoi amici in questa vita, che è conclusa in relativa gioventù, aveva assunto in una vita terrena precedente, una vita nei primi secoli cristiani, molte cose dalla cultura cristiana di allora, ma per la limitatezza della cultura di quel tempo non aveva potuto elaborare tutto. Con questo non elaborato era entrata in questa vita, questo non elaborato squarciò questa vita, rimase però come energia di vita presente, e la grazia è stata concessa a colui che era connesso con la personalità di penetrare precisamente l’epoca da cui la sua attività veniva, l’epoca in cui la personalità in questione in una vita terrena precedente aveva vissuto.

Anche se un gran numero di uomini del presente irridesse ancora a quello che appena è stato descritto, e alla disposizione che nel modo descritto indica nel mondo spirituale. Colui che ha provato alquanto i sentieri del mondo spirituale sa in un tal caso, in cui gli è riuscito di risolvere, di elaborare quello che non aveva potuto elaborare con la sua forza, che gli esseri, e sono esseri completamente concreti del mondo spirituale, l’hanno aiutato. Per lui il mondo si allarga, perché sa che non può attribuire alla fame la capacità di produrre il pane, perché dello stesso impulso sa come nella sua propria capacità è penetrata la forza degli esseri del mondo spirituale. Come così lo sguardo spirituale dell’uomo si allarga nel campo dei defunti, così per lo sviluppo dei metodi descritti si allarga lo sguardo spirituale dell’uomo su un mondo spirituale che è altrettanto reale in eventi concreti e in entità concrete come il mondo fisico tutto intorno a noi è reale.

Ancora oggi è talvolta perdonato al parlante di parlare in generale del mondo spirituale; s’ammette che dietro il mondo sensoriale c’è un mondo spirituale. Ma è meno perdonato quando in modo indicato si parla di entità spirituali concrete del mondo spirituale, cui ci si pone di fronte come degli esseri del regno minerale, del regno vegetale, del regno animale e del regno umano nel mondo fisico. Ma colui che non indietreggia davanti a coltivare veramente le forze rimaste latenti nell’anima, quell’uomo sa che è altrettanto poco giusto parlare in generale dello spirito, come in un vago panteismo, come sarebbe giusto parlare della natura così che, percorrendo un prato e osservando il regno vegetale, i fiori — qui una viola, là un tulipano e così via —, non si dica: Questi sono fiori, questa è una rosa, questo è un tulipano, questo è erba —, bensì si dica: Questa è natura e quella è natura e questa è natura, tutto è natura, natura, natura. — Esattamente così è se in modo vago pantaistico si parla solo di spirito, spirito, spirito. Come parliamo nel mondo sensoriale concreto dei dettagli, così si conosce il mondo spirituale solo quando ci si procura la possibilità di sapere veramente degli esseri spirituali singoli che popolano il mondo spirituale e dei processi che si svolgono tra questi esseri spirituali.

Quello che più facilmente e più comodamente viene obiettato contro la possibile conoscenza del mondo spirituale è che si dice: contraddice la forza di un vero comportamento intelligente verso il mondo esteriore se l’uomo volesse abbandonarsi a fantasizzare così sul mondo spirituale. Ma questa obiezione, che altrimenti si ricava apparentemente con ragione dalla forza dell’intelligenza umana, si fa solo allora, quando non si impara a conoscere attraverso la ricerca spirituale stessa l’operatività dell’intelligenza, cioè della forza di pensiero dell’uomo.

Ritorniamo di nuovo al nostro esempio: Immaginatevi un uomo che qui sulla terra vuole sviluppare certi pensieri, il cui sviluppo è assegnato come compito a lui. Apprende di stare di fronte a un’entità spirituale, in questo caso un essere umano defunto. Questo essere manda il suo pensiero modificato attraverso il mondo spirituale — si potrebbe dire pensiero che vuole, che sente —, nella sua propria vita di pensiero e sentimento. Lì, nell’uomo che vive sulla terra, nascono per primo i pensieri, i pensieri intelligenti che il morto vuole produrre dalla propria forza. Si impara a riconoscere che da quello che è sulla terra il morto ha sentimento e volontà, che ha altre capacità, capacità animiche che non si sviluppano sulla terra, ma che ha come morto l’impulso di unire il suo pensare e sentimento con pensieri umani. Perciò si unisce con l’uomo terrestre. Perché mentre il suo sentire e volere penetrano nell’uomo, pensieri sono stimolati. Li sperimenta insieme con lui, non potrebbe viverli per se stesso solo. Così è cagionata la comunicazione con l’uomo della terra. Certo, tale commercio con un essere spirituale e lo stimolo del proprio pensiero è possibile soltanto se i pensieri si sono precedentemente emancipati nel modo descritto dal sistema nervoso e dal cervello, se si sviluppano al di fuori del cervello come attività mentale. Si introduce uno strano processo: mentre così si emancipa il pensiero dal corporale, si vive, si sente come se fosse strappato il proprio pensiero, come se esso nello spazio e nel tempo si dilatasse e si dispiegasse. Il pensiero di cui altrimenti diciamo: procede in noi — si identifica con il mondo spirituale circostante, fluisce in esso e guadagna nei confronti di noi stessi un’autoindipendenza che possiamo paragonare con l’autoindipendenza quasi che, nel corpo fisico, per esempio l’occhio ha, che come una specie di organo autonomo dimora nella sua cavità. Così il pensiero adesso autonomo è bensì legato a se stesso elevato, ma così autonomo che funziona come l’organo di percezione spirituale per il sentire e il volere degli altri esseri spirituali, così come l’occhio funziona per la percezione del colore sensoriale e della luce sensoriale. Gradualmente si giunge a vedere che il pensiero che altrimenti è incluso nell’intelligenza si autonomizza verso la nostra propria essenza come un organo di percezione spirituale autonomo. Posso anche esprimere con altre parole quanto ho appena rappresentato. Quello che si vive veramente soggettivamente, quello che l’intelligenza contiene, il pensiero esteriore, sono esseri nebulosi, appunto esseri di pensiero, solamente pensieri che rispecchiano esseri esteriori. Nel momento in cui il pensiero diviene chiaroveggente, si separa da cervello e sistema nervoso, comincia a sviluppare attività interna, vita propria e fluisce come propria esperienza nel mondo spirituale restante. I tentacoli emotivi del pensiero — devo esprimermi un po’ rozzamente — del pensiero divenuto chiaroveggente, li stiriamo nel mondo spirituale, e tuffandoci percepiscono il sentire volente, il volere sentente degli altri esseri che ci stanno attorno nel campo spirituale.

Quello che è stato detto sulla necessaria conoscenza di sé sulla via dello sviluppo spirituale — che è comprensibile che l’umiltà è di per sé —, a una tale conoscenza di sé sarà consentito fare le seguenti osservazioni su questo pensiero chiaroveggente sviluppato, e non si accoglieranno queste osservazioni come mancanza di umiltà. Nel momento in cui il pensiero diviene vivente entro lo sviluppo chiaroveggente, acquista autonomia, arriva anche a diventare tecnicamente sicuro e preciso. Attraverso vera chiaroveggenza cresce la precisione, la precisione, la forza logica del pensiero, cresce la possibilità di applicare veramente il pensiero più precisamente e intimamente alle cose. Perciò accade che l’intelligenza è sviluppata più praticamente attraverso vera chiaroveggenza, più organizzata, e che è facile per il chiaroveggente penetrare la portata dei risultati della ricerca della scienza ordinaria, mentre alla scienza ordinaria è necessaria l’intelligenza plastificata…(lacuna nel testo) per cui è comprensibilmente il caso che la scienza ordinaria dei nostri giorni non è possibile penetrare i risultati della ricerca chiaroveggente. Veramente le cose stanno così, che colui che ha sviluppato vera chiaroveggenza può penetrare le intere proporzioni e il significato dei conseguimenti della ricerca naturale, e così non si può in questo senso parlare di ostilità della ricerca spirituale verso la scienza ordinaria. L’opposto però è comprensibile. Per primo lo sviluppo chiaroveggente organizza la forza dell’intelligenza, la rende interiormente autonoma, vivente, penetrabile. Perciò la ricerca materialistica esterna sfugge a sé la possibilità di penetrare in quella logica che dà la certezza: La ricerca chiaroveggente fornisce veramente la visione del mondo spirituale. D’altra parte si rivela proprio dall’esempio addotto dell’esperienza chiaroveggente con il caratterizzato morto, forse chiarificante, che l’intelligenza, il pensiero è una proprietà specifica delle anime che vivono nel corpo fisico, dei terrestri. Perché il morto nel nostro caso aveva persino l’impulso di unirsi al terrestre affinché quello che in lui viveva in modo completamente diverso e soprasensibile, potesse assumere la forma di pensieri intelligenti. Il morto pensava i suoi pensieri insieme con il vivente. Quasi nella testa del vivente era infilato il pensiero del morto e il pensiero del vivente insieme. Il pensiero intelligente è prevalentemente una proprietà umana. Questo doveva essere illustrato dall’esempio. Perciò sarà comprensibile che attraverso la forza dell’intelligenza, attraverso la forza del pensiero, che, perché specificamente umana, deve essere sviluppata nel terrestre nel senso più proprio, il risultato della ricerca chiaroveggente può essere compreso anche da colui che non è di per sé un chiaroveggente. Dalle mie affermazioni risulta che il pensiero divenuto autonomo funziona come l’occhio spirituale per la percezione del mondo spirituale esteriore. Certamente di fronte alla ricerca chiaroveggente si rivela che questo occhio spirituale è uno attivo, uno operante, che i tentacoli emotivi si protendono dappertutto, mentre l’occhio fisico è passivo, che passivamente lascia venir avanti le impressioni. Se dunque il ricercatore dello spirito ha assunto le rivelazioni del mondo spirituale nei suoi pensieri, allora vivono nei pensieri. E se allora tenta di comunicare ai suoi simili quello che si è sforzato di portare nei suoi pensieri viventi, è possibile ai suoi simili comprenderlo, capirlo, se non si chiudono la via del comprenderlo attraverso prevenzioni materialiste.

Esiste nell’anima umana qualcosa come un linguaggio interno ordinariamente silenzioso, che deve suonare subito come un’eco quando vengono all’anima i concetti che il ricercatore dello spirito vince dal fatto che si lascia stimolare nel suo sentire e volere dal mondo spirituale e dai suoi esseri. E quando gli uomini del presente si saranno un po’ di più impegnati — gli uomini del futuro specialmente — con gli impulsi della ricerca spirituale, sempre più e sempre più si silenzeranno le obiezioni del tipo che si dice: Sì, si deve credere a quello che il ricercatore dello spirito comunica dal mondo spirituale, perché non si può capire. — Si sperimenterà che l’intelligenza umana è davvero in grado di capire bene, di comprendere bene quello che è comunicato dal mondo spirituale, purché sia della specie che è tirato fuori attraverso veri eventi spirituali, attraverso vera ricerca spirituale da questo mondo spirituale. E si riconoscerà che non è corretto dire: non si è come uomo inclinato con la propria intelligenza a penetrare, a comprendere le rivelazioni dal mondo spirituale, le si deve ricevere su autorità. Si imparerà piuttosto a capire che questo capire e comprendere possono essere solo ostacolati da ciò che si chiama: avere prevenzioni. E sempre più si verrà, esattamente come verso i risultati dell’astronomia moderna, della biologia, della fisica e della chimica, anche se non si è un astronomo, un biologo, fisico o chimico, e tuttavia si riceve attraverso quello che si può chiamare un senso naturale della verità, una sensazione naturale della verità, quello che nella umana anima si può chiamare un linguaggio silenzioso, quello che le scienze proclamano dal mondo fisico.

La concordanza tra intelligenza e chiaroveggenza emergerà sempre più. E allora si ammetterà che nella ricerca chiaroveggente si ha veramente qualcosa che, da eguale disposizione da cui sorge vera ricerca naturale, si alza nel mondo degli esseri spirituali e dei processi spirituali. Veramente, il momento giungerà nella cultura moderna che può ricordare — e vorrei dire: per il ricercatore dello spirito è oggi consolatorio di fronte alle molte ostilità che la ricerca spirituale ancora trova — il momento giungerà che può ricordare Giordano Bruno, che dovette porsi di fronte al suo mondo, guardando su verso la volta celeste blu che gli uomini conoscevano come il più vero, come l’impressione sensoriale che doveva essere vera, ma che dovette dire: Voi vedete la volta celeste blu solo perché la vostra capacità visiva raggiunge fino a lì. Voi create voi stessi questo confine; in verità si estende ma un’infinità di vastità spaziali. Là sopra i confini che voi vedete così precisamente, di cui l’impressione sensoriale vi convince così meravigliosamente, voi stessi li create attraverso la limitatezza della vostra capacità visiva. — Si riconoscerà che il ricercatore dello spirito deve porsi davanti al mondo adesso e in futuro e dirà:

Così pure il firmamento esiste in relazione al tempo, per il tempo tra nascita e morte. Questo firmamento temporale lo si vede attraverso l’impressione sensoriale, ma in verità si crea attraverso la limitatezza della capacità umana di visione spirituale, come si creò precedentemente la volta celeste blu dello spazio. E come al di là del firmamento dello spazio giacciono infinite vastità spaziali, così al di là del firmamento temporale tra nascita e morte giacciono l’infinità del tempo e, in essa incorporata, l’infinità della propria vita spirituale, che ha comunione con la restante vita spirituale del mondo.

Giungerà il momento in cui si comprenderà come con la ricerca chiaroveggente simultaneamente l’intelligenza si approfondisce e si fortifica nell’uomo, e si comprenderà che questa ricerca chiaroveggente fornisce anche una logica più fine e più intima. Di fronte a tale miglior giudizio si silenzeranno molti giudizi che ancora oggi si elevano apparentemente con ragione contro la ricerca spirituale, dicendo: La filosofia di questo o quell’autore non ha provato che la capacità conoscitiva umana ha confini? E i motivi che i filosofi portano per i confini della possibilità della conoscenza umana non sono convincenti? Non sono logici? Vuole dunque il ricercatore dello spirito eliminare dal campo i convincenti motivi logici di questi filosofi per i confini della capacità possibile conoscitiva? — Giungerà il momento dove si innalzerà al di sopra di una tale debole efficacia e precisione della logica umana, dove si saprà per esempio che qualcosa può essere corretto, irrefutabile può essere come filosofia e tuttavia completamente confutato dalla vita. È possibile — e troverete il paragone appropriato —, prima che un microscopio, un telescopio fosse inventato, che qualcuno avesse dimostrato molto acutamente che l’occhio umano non potesse mai vedere una cellula. I motivi per questa affermazione avrebbero potuto essere convincenti, appropriati, irrefutabili. Tuttavia la capacità umana ha costruito il microscopio, il telescopio che hanno ingrandito l’efficacia dell’occhio umano. La vita è andata oltre le prove irrefutabili dei filosofi. Così pure la vita non deve confutare i motivi che questo o quel filosofo adduce. Possono essere irrefutabili, ma la vita nella sua realtà deve andare oltre, fortificando la capacità conoscitiva, fortificando la ricerca spirituale attraverso strumenti spirituali.

È comprensibile che queste cose oggi non siano universalmente ammesse, dato il punto di vista della cultura attuale e la fede nell’irrefutabilità delle prove dei filosofi. Ma ci sarà una logica più alta nel prosieguo della cultura umana di quella che consiste nell’irrefutabilità di una filosofia meramente esterna, una logica più alta della vita, che però sarà una vita nello spirito, una conoscenza in ricerca spirituale. Giungerà il tempo in cui non si stimerà per nulla minore i grandi meriti per la ricerca della scienza esterna di quanto oggi, ma in cui si riconoscerà che tutto quello che ci hanno portato gli splendidi conseguimenti della ricerca naturale, per la vita più profonda degli uomini rende più domande che risposte. Colui che penetra nei singoli rami della scienza moderna, nella biologia, nell’astronomia e così via, sa che si sta alla fine di queste scienze. Perché queste scienze ci danno risposte? No, proprio nel giusto senso pongono per primo le domande. Ma le risposte verranno da quello che sta dietro ciò che le scienze esterne possono ricercare. Le risposte verranno dalle fonti della ricerca chiaroveggente.

Posso riassumere quello che oggi ho voluto parlarvi nelle parole: Il mondo è più vasto del solo sensoriale, e lo spirito sta dietro il mondo sensoriale. E per la ricerca spirituale lo spirito si apre alla consapevolezza chiaroveggente e rende il mondo sensoriale che ci circonda nella sua magnificenza, primo nella divinità riconoscibile per noi. Il mondo è ampio, e lo spirito è il polo necessario opposto al mondo sensoriale. E quello che l’uomo si sforzerà di raggiungere come conoscenza del mondo intero — così ci mostra una vera prospettiva dello sviluppo culturale umano futuro — non sarà ricerca unilaterale del mondo sensoriale, non scienza esterna unilaterale, come molti oggi credono, bensì sarà una sintesi di scienza, intelligenza e ricerca chiaroveggente. E in questa confluenza gli uomini per primo veramente comprenderanno se stessi e il loro spirito, e la soluzione dei misteri del mondo per i prossimi tempi — sempre soltanto con limitazione — riconosceranno, e in questa conoscenza per primo sentiranno se stessi soddisfatti.

Per colui però che ha assorbito il vero impulso della ricerca spirituale nella sua anima, si dischiude già oggi mediante uno sguardo spirituale da molte anime proprio dalla vita spirituale del presente il desiderio, e già presente l’impulso, di andare oltre l’immediatamente sensoriale nella scienza e di fortificare, di rinforzare l’anima proprio attraverso lo sforzo delle forze che la scienza sensoriale negli ultimi secoli ha prodotto, attraverso l’elaborazione interiore di queste forze, per innalzarsi nei mondi spirituali da cui soltanto può fluire la vera soddisfazione per l’anima umana.

7°Fede e conoscenza. Festa di San Giovanni e festa di Pasqua

Praga, 17 Aprile 1914

Accanto alla ricca letteratura disponibile, è sempre possibile familiarizzarsi con i risultati della ricerca spirituale se i gruppi antroposofici lavorano insieme. Poiché siamo riuniti come adesso, desidero discutere alcune cose orientative che scaturiscono direttamente dagli impulsi del mondo spirituale, che si collegano più esotericamenté a quello che ieri è stato discusso più esotericalmente nella conferenza pubblica.

Ancora oggi molti uomini mantengono il vecchio contrasto tra fede e sapere, fede e conoscenza. Dicono: La scienza può istruirci sulle cose del mondo esteriore, di questo si può sapere qualcosa di sicuro. Con le cose del mondo spirituale la fede deve metterci in connessione. Questo sembra contraddire la ricerca spirituale che vuole dare un vero sapere, una conoscenza del mondo spirituale. Proprio in questa forma di conoscenza, di sapere, essa deve penetrare nelle anime del nostro presente. Le nostre anime in un’incarnazione precedente erano in una situazione completamente diversa da quella in cui siamo adesso. Erano più primitive, ma c’erano grandi individualità e quelli che erano in relazione con loro. Fornirono rappresentazioni sul mondo soprasensibile. Lo troviamo presso i singoli popoli e tribù, ciò che proviene da tali individualità come Ermete, Zoroastro, Mosé, Buddha, Krishna. Le rappresentazioni spirituali dovevano essere infuse nelle anime.

Viviamo sul piano fisico. La vita sul piano fisico non è solo pena e lavoro, ma strenue fatiche e laboriosità. E la maggior parte della fatica e del lavoro non è affatto nel senso «dopo la fatica del giorno», bensì nel senso di ciò che procede inconsciamente e che è effettivamente operato dal nostro pensiero, dalla nostra intera vita animica, come si svolge nel piano fisico.

Quando il bambino agisce, le forze operano inconsciamente. Lo spirituale afferra l’organismo. Questo viene organizzato a fondo. Quando nasciamo, siamo molto più simili gli uni agli altri di quanto immediatamente pensiamo. Gli uomini non somigliano esternamente, ma nella struttura. Allora soltanto inizia lo scolpire, l'incidere dei nostri nervi. Questo accade senza il nostro intelletto, accade quando non possiamo ancora maneggiare questo intelletto. Allora viene il momento quando iniziamo a sentirci come un Io. Allora cessa l’altra saggezza che portiamo dagli dèi, dal mondo spirituale. In questo primo tempo abbiamo così detto solo forze vitali; è una semplice continuazione del mondo spirituale. Un bambino che muore, muore solo per cause esterne del corpo. Non è coinvolto con l’anima. Allora inizia il momento quando con ogni pensiero, con ogni sensazione l’uomo inizia a consumare l’organismo esteriore. Perciò deve sprofondare nel sonno come compensazione per quello che consumiamo durante la vita diurna. Se non consumassimo, avremmo una vita prosperante. Il corpo eterico ha sempre il bisogno di prosperare e fruttificare, ma il corpo astrale ha il bisogno di consumare quello che il corpo eterico costruisce. Esso opprime il corpo eterico. Mentre inconsciamente nel sonno, fluisce da quei mondi spirituali quello che può creare una sostituzione per quello che è stato consumato, per quello che è stato ucciso, così che sia sempre di nuovo compensato. Il sonno normale compensa sempre solo quanto è stato consumato. Se l’uomo volontariamente prolungasse il sonno, come possono fare certi rentiers, dormirebbe troppo. Questo non è un’obiezione a molto sonno. Proprio perché il lavoro spirituale consuma molto l’organismo fisico, l’operaio spirituale ha bisogno di molto sonno. Ma troppo sonno dà troppa nuova energia vitale, che allora prospera, veramente prospera, così che l’uomo strabocca di energia vitale. Tale energia vitale prosperante è contemporaneamente malattia, conduce a malattia naturalmente. Ciò che il singolo uomo deve fornirsi a se stesso, affinché non solo compeni il lavoro del giorno, ma progredisca spiritualmente, questo deve consapevolmente estrarre dal mondo spirituale. I fondatori di religioni potevano dirsi: Mi è imposto il compito di guidare, di consumare energia vitale, che sarà compensata. Ma ciò che nell’uomo deve svilupparsi affinché l’umanità progredisca, affinché lo stesso non muoia nell’esistenza terrestre fisica, questo deve consapevolmente essere estratto dal mondo spirituale. Perciò i fondatori di religioni fornirono rappresentazioni che estraevano dal mondo spirituale. Queste effettivamente rappresentazioni spirituali sono il nutrimento dell’anima. Sono solo loro che mantengono veramente il lato spirituale nell’uomo. Significherebbe morte per le anime se non potessero vivere in tali rappresentazioni che non erano tratte dal mondo fisico. Queste erano le rappresentazioni di fede in tempi passati. Questo ciclo è corso con l’umanità, e viviamo adesso nel tempo in cui gli uomini sul piano fisico sempre meno avranno la capacità di ricevere quello che parla solo al loro sentimento, alla loro fede. Si può ancora conservare questa fede per un certo tempo, così detto galvanizzarla, ma non mantenerla più per il futuro. Al posto del principio: Io credo —, deve venire: Credo quello che so. — Gli uomini sentiranno già che questo principio deve valere. Altrimenti si perde ogni possibilità di sapere ancora qualcosa della vita tra la morte e una nuova nascita. Gli uomini tornerebbero in stati lamentevoli nella prossima incarnazione. Tutto l’entusiasmo per altri ideali, che possono essere molto legittimi, è certamente molto bello, deve esserci. Paragonato a quello che sta alla base della ricerca spirituale, non possono però essere realizzati immediatamente. Possono essere solo precursori della ricerca spirituale, ma senza il suo sapere.

Nel ricercatore dello spirito si forma sempre, quando progredisce, il bisogno di non parlare, bensì di stare silenzioso. Se tuttavia parla, è dalla conoscenza delle condizioni che il tempo rende necessarie. Solo la conoscenza rende l’uomo libero, e conquistare la libertà dell’anima umana è certo il compito degli uomini verso il futuro.

Rappresentazioni interiori che fornivano una grande tensione spirituale venivano dai fondatori di religioni. Erano rappresentazioni di fede che in modo meraviglioso potevano illuminare il campo dopo la morte. Si trasformavano in vera e propria luce spirituale che mostrava agli uomini il loro ambiente post mortem. Ma giungono i tempi in cui gli uomini dovranno vivere in libertà. E anche se venissero fondatori di religioni che nel senso delle antiche dottrine di fede potessero parlare con voce e potenza divine, gli uomini non potrebbero più capirli. L'abbiamo già sperimentato. La scienza esterna è venuta, doveva venire. Un grande scienziato dei nostri tempi, Max Müller, disse: E anche se un angelo scendesse e proclamasse agli uomini le cose del mondo spirituale, gli uomini non potrebbero capire e non ci crederebbero mai. — Questo è lo sviluppo che l’umanità percorre. Allora rimarrebbe effettivamente solo il fatto che gli uomini perdessero la possibilità di permeare se stessi con rappresentazioni che vanno ai mondi spirituali. Ma questo significa: avere meno luce dopo la morte per illuminare da se stessi l’ambiente spirituale. Nessun sole esteriore ci illumina allora il mondo esteriore; la luce deve venire da noi. Noi stiamo nel sole e illuminiamo il nostro ambiente dopo la morte. Uomini che non splendono devono tornare di nuovo e ripetere la vita per acquisire rappresentazioni che siano fruttuose per la vita dopo la morte. Quando si penetra questo, agisce non solo l’ordinario entusiasmo per la diffusione della ricerca spirituale, che libera le parole dalla lingua. Credere quello che si sa —, questo sarà il bisogno dell’umanità futura. In tempi antichi le rappresentazioni religiose, anche i miti e le fiabe erano quello che dava luce alle anime per il mondo spirituale. È facile dire che i miti e le fiabe sono rappresentazioni che scaturiscono dalle fasi infantili dell’umanità. Certamente gli uomini non stettero fisicamente di fronte agli angeli di cui parlano i miti e le fiabe. Ma col ragionamento attraverso la filosofia non si può fare nulla nel mondo spirituale. Questo sapere non ha significato nei mondi spirituali. È facile dire che le fiabe non si basano su nessuna verità. Per quanto intelligente sia stato il ricercatore dello spirito, sapeva che i draghi infuocati non volano attraverso l’aria fisica, ma ha sempre saputo che è necessario formare l’immaginazione del drago infuocato. Perché quando questa rappresentazione è nell’anima, getta luce spirituale sul mondo spirituale. Rappresentazioni di forza sono. Così sono costituiti tutti i miti, meno per riprodurre esternamente, ma per essere in grado di vivere veramente nel mondo spirituale. I materialisti dicono: I miti e le fiabe scaturiscono dallo stadio infantile dell’umanità. — Ma gli uomini furono appunto insegnati nella loro infanzia da dèi. I miti e le fiabe non vanno così perduti in questa evoluzione dell’umanità, ma i bambini non dovrebbero essere lasciati crescere così. C’è una grande differenza se si fa crescere il bambino con o senza fiabe. La forza animica che aleggia della fiaba emerge solo più tardi. In un disgusto di vita si manifesta più tardi se non erano state date fiabe, in una noia. Sì, persino fisicamente viene all’espressione, anche contro le malattie le fiabe possono aiutare. Quello che attraverso le fiabe viene fatto gocciare dentro, emerge come letizia di vita, senso di vita più tardi, emerge come possibilità di cavarsela con la vita ancora in un’età avanzatissima. I bambini nella loro gioventù, quando potranno ancora viverle, devono vivere la forza del contenuto della fiaba. Chi non riesce a vivere con rappresentazioni che per il piano fisico non hanno realtà, muore per il mondo spirituale. E molte filosofie che vogliono sostenersi solo sul piano fisico sono mezzi di morte per l’anima. Dall’evoluzione esterna diventano mezzi di morte per il mondo spirituale. L’umanità deve giungere a un giudizio che non sia sostenuto dall’esteriore, ma che si sostiene in se stesso. Sempre più deve giungere a: Credo quello che so.

Ma bisognerà imparare a prestare attenzione ai sintomi della vita spirituale. Un esempio sia qui dato. Una volta, quando tenevo una conferenza in una città del sud della Germania, vennero a me due sacerdoti cattolici che dissero: Lei parla solo per gli istruiti, noi però parliamo per tutti gli uomini. — In verità è il contrario. Si può portare l’antroposofia a tutti gli uomini se soltanto si trova la via verso i sentimenti più semplici. Il contadino la capirebbe molto meglio del cosiddetto istruito, se solo il cammino non fosse bloccato dalle circostanze sociali. Su tali cose bisogna saper astenersi completamente da se stessi, non domandarsi quello che si ritiene giusto, ma quello che le anime umane di un certo tempo richiedono. Così dovetti rispondere ai sacerdoti: Il vostro sentimento vi dice che parlate per tutti gli uomini, ma i fatti vi dicono che non parlate per tutti gli uomini, perché non tutti vengono da voi. E per quelli che non vengono da voi, parlo io.

Il nostro sapere e la nostra conoscenza ce li appropriamo sul piano fisico attraverso il corpo fisico e il corpo eterico. Consideriamo quanto completamente da ciò che è nel nostro mondo viene dal piano fisico. La luce per esempio viene attraverso l’occhio, e il processo che si svolge lì inizia già nell’occhio a essere un processo di decomposizione. Alla parete posteriore dell’occhio la dissoluzione inizia già. Il processo si scioglie dalla vita. Al mattino, dopo il sonno, l’occhio è così strutturato che internamente è pura vita. Attraverso il percepire si forma da tessuto vivente qualcosa che non è più vivo, ma solo ancora minerale. E dal fatto che questo continua attraverso il tessuto nervoso, per questo noi percepiamo, si specchia quello che dal mondo esteriore agisce su di noi. Così il corpo fisico, come portatore di questi processi, non è nulla di vivente.

Il corpo eterico è il portatore dei pensieri che sono anche specchiature. Gli uomini potrebbero facilmente venire al punto che i pensieri sono specchiature del soprasensibile. Sotto un microscopio i pensieri non potranno mai prepararsi. I pensieri vivono in verità nel corpo eterico. Li imprime il pensare, e questo viene specchiato nel corpo fisico. Da questo si può vedere che la conoscenza, il sapere dipende dal corpo fisico e dal corpo eterico. Al corpo fisico e al corpo eterico parlano solo le impressioni dal piano fisico. Ma altre rappresentazioni devono avere luogo nell’anima umana. Devono anche afferrare il corpo astrale, tutto il sentire e volere e il pensiero che non si esaurisce solo sul piano fisico. L’uomo altrimenti rimane interiormente morto. Tutte le rappresentazioni che rispecchiano qualcosa hanno solo significato per il piano fisico. La sola domanda: Una rappresentazione è giustificata che non specchia qualcosa? — significa questo. Solo le rappresentazioni che vivono liberamente nello spirito, che vivono liberamente nel corpo astrale e nell’Io, con loro non solo si conosce, ma si vive con loro. Queste sono rappresentazioni che non solo specchiano qualcosa, ma che sono interiormente vive e attive, che fanno qualcosa da se stesse e da noi.

Nell’arte oggi regna il naturalismo. È molto necessario familiarizzarsi con i tempi antichi come c’erano rappresentazioni animiche che portavano in azione le rappresentazioni del corpo astrale. Ciò che specchia solo l’esteriore non ha significato per il mondo spirituale. Dobbiamo di nuovo permearci di nuove rappresentazioni che possono di nuovo significativamente permeare l’anima. Spesso si crede di avere qualcosa che vive solo nella fantasia, di cui si crede sia veramente fantasia. Ma è spesso solo un ricordo di quello che viene dal piano fisico. Solo quando animiamo le rappresentazioni con quello che non viene dal piano fisico, quello che non può essere dato da tale fantasia, reviviamo quello che altrimenti muore nell’anima.

Sempre più si commette abuso con il detto: In un bel corpo abita un’anima bella, in un corpo sano un’anima sana. — Questo era un detto per la conoscenza di tempi passati, oggi è considerato un detto causale: Qualcuno ha un corpo sano, così da questo posso concludere che vi dimora un’anima sana. Quello che rende sano questo corpo, rende sana anche l’anima.

Già nell’infanzia gli uomini avranno in seguito inclusioni minerali, se non svilupperanno rappresentazioni che mantengono il corpo astrale interiormente vivo e attivo, le porteranno con sé come cause di malattia. Altrimenti l’uomo dopo la morte entrerebbe in un mondo spirituale che gli rimane poco chiaro, perché egli stesso non emette luce. Il sole cade su una superficie, e da questo dipende che vediamo le cose. Nel mondo spirituale però la luce splende da noi, illuminiamo il campo che dobbiamo vedere. L’anima che ha l’impulso di coltivare la ricerca spirituale forse non è consapevole di questi rapporti, ma vive negli strati profondi dell’anima. Come nel mondo fisico la luce solare viene da fuori, così nel mondo spirituale l’uomo deve farsi sole. Il materiale spirituale da ardere, la fiamma interna che illumina il mondo spirituale, dobbiamo accendere in noi per illuminare il mondo. I fisici sognano che il rosso della rosa sia solo movimento ondulatorio, riducibile a oscillazioni. Si dice che non ci sia suono fuori, ma solo oscillazioni dell’aria. Quello che percepisco come suono vive solo nel mio orecchio. Un semplice esperimento può però insegnarci il contrario: quando ci facciamo svegliare battendo alla porta. Se l’uomo è attento, noterà che durante la notte mentre ancora dormiva non era ancora consapevole, ma allora era già stesso nel colpire. Dobbiamo penetrare noi stessi nel bussare, usiamo l’altro come battitore, perché la nostra anima non può battere da sola. Se avessimo la ferma intenzione di svegliarci, potremmo farlo da soli, così usiamo l’altro solo come mezzo.

Se le concezioni materialiste continuassero ancora per alcune generazioni, il rosso della rosa scomparirebbe veramente. Gli uomini vedrebbero veramente i piccoli atomi grigi che si muovono lì, come vortici atomici, non perché l’uomo debba vederli, perché ci sono, ma perché si è preparato da sé a vederli. Questo è quello che rende necessario proclamare la ricerca spirituale, affinché in futuro non ci siano solo vortici fisici di atomi. Non parliamo nemmeno dell’etere fisico, ma di quell’etere che è essere di pensiero vivente. Per primo deve essere riconosciuto questo: che nella rosa non girano atomi, ma che dietro la rosa stanno esseri elementari viventi e tessenti, veramente viventi e tessenti. La teoria del mondo spirituale è secondaria, il principale è che il sentimento si concentra sul fatto che ci sentiamo viventi e tessenti in questa nuova sensazione risvegliata della realtà del mondo spirituale. Questo è il risorgimento del mondo spirituale nella nostra anima, il vero evento pasquale non confessionale.

I nostri antenati avevano bisogno di un diverso evento, quello legato all’apice del sole. Quando la natura intera germogliava e prosperava, questo era un’estasi per loro, per cui il mondo spirituale era confermato a loro. Quello che allora nel Festa di San Giovanni sperimentavano, adesso deve essere sperimentato nel primavera a Pasqua. Adesso dobbiamo celebrare il risveglio delle anime, la risurrezione dell’anima quando la ricerca spirituale parla a noi, non solo come teoria, ma come sapere vivente,


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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