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O.O. 144

I misteri dell'Oriente e del cristianesimo


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1°L'iniziazione: esperienza della morte e mondo elementare

Berlino, 3 Febbraio 1913

In questi convegni desidero offrirvi un quadro del significato dei Misteri e della sua connessione con la vita spirituale dell’umanità.

Per questo motivo è necessario che oggi, a mo’ di introduzione, raggiungiamo comprensione su molte esperienze nel cammino verso i mondi superiori. Alcuni contenuti dovranno essere affrontati nell’introduzione, già toccati in qualche modo nel corso del nostro lavoro antroposofico; eppure avremo bisogno, per le considerazioni dei prossimi giorni, precisamente di certi punti di vista che finora forse sono stati meno considerati, o almeno non nel necessario contesto. Tutto ciò che comprendiamo sotto il concetto del significato dei Misteri si fonda infine sulle esperienze degli iniziati nei mondi superiori. Dalla sfera superiore deve essere ricavata la conoscenza; devono essere pure ricavati gli impulsi dell’agire pratico, nella misura in cui questa conoscenza e gli impulsi dell’agire pratico trovano considerazione nel significato dei Misteri. Ora, è stato spesso affermato: così come lo sviluppo umano nei più svariati ambiti assume forme diverse nel corso dei successivi periodi della vita umana, così accade anche con tutto ciò che chiamiamo significato dei Misteri. Non è senza motivo che la nostra anima passa per vite umane successive. Passiamo per incarnazioni successive perché in ogni reincarnazione viviamo qualcosa di nuovo e possiamo aggiungerlo a ciò che nelle incarnazioni precedenti la nostra anima ha acquisito. L’immagine del mondo esterno, nella maggior parte dei casi, si è completamente trasformata quando, dopo il transito attraverso il mondo spirituale tra la morte e la nuova nascita, riattraversiamo mediante la nascita l’esistenza fisica umana. Dunque, per ragioni facilmente comprensibili, nelle successive epoche storiche dell’umanità il significato dei Misteri, il principio dell’iniziazione, deve trasformarsi.

Nel nostro tempo il principio dell’iniziazione ha già subito un cambiamento straordinario: fino a un certo grado, fino a una certa fase, l’iniziazione può essere ottenuta in modo quasi completamente autonomo, senza alcuna guida personale. Al presente siamo infatti in grado di esporre i principi dell’iniziazione al pubblico nella misura in cui ciò è accaduto, ad esempio, nel mio libro “Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?” Chi seriamente tenta di vivere le esperienze descritte in questo libro può progredire molto riguardo al principio dell’iniziazione. Per mezzo dell’applicazione di quanto esposto alla propria anima, può giungere al punto di rendere la sua coscienza del mondo spirituale un sapere, della stessa natura del sapere del mondo fisico esterno; attraverso l’applicazione successiva, lenta e graduale di quanto descritto alla propria anima, può fare il salto nella comprensione del mondo spirituale. È ormai divenuto possibile descrivere il cammino dell’iniziazione che può essere percorso senza che si verifichino particolari eventi nella vita psichica che potrebbero condurla a catastrofi particolari e a rivolgimenti straordinari.

Fino a questo punto, dunque, oggi è possibile discutere pubblicamente il cammino verso i mondi superiori. Tuttavia deve dirsi che anche oggi, se l’uomo vuol progredire sostanzialmente oltre, il cammino verso i mondi superiori è connesso al sopportare certe sofferenze, dolori, esperienze molto particolari, che possono essere davvero sconcertanti e rivoluzionarie nella vita umana, per cui uno deve essere particolarmente preparato prima di affrontarle. Dunque, un aspetto deve essere sottolineato ancora una volta: ciò che è stato pubblicato, ognuno può percorrerlo senza pericolo e può così progredire molto.

Ma naturalmente il cammino verso i mondi superiori non è da nessuna parte concluso. Quando si va oltre un certo limite e si vuole continuare il cammino, è necessaria una particolare maturità, perché tutto avvenga senza particolari sconvolgimenti della vita psichica, non patologici ma profondamente interiori.

Questi sconvolgimenti, naturalmente, passano attraverso l’anima quando il cammino dell’iniziazione si svolge nella maniera corretta; ed è necessario che si svolga proprio così. Ora occorre rendersi conto che per colui che vuol fare il salto nel Mistero, tutto nella vita psichica deve trasformarsi poco a poco. Praticamente tutto deve trasformarsi. Se si vuole offrire una caratterizzazione preliminare di questa trasformazione, si potrebbe dare una tale caratterizzazione in poche parole così: ciò che nella vita psichica ordinaria appare come fine, proposito, anzi come scopo in sé, tutto questo deve divenire, per chi vuol penetrare nel Mistero, mezzo per fini superiori, per scopi superiori. Nella vita ordinaria l’uomo percepisce il mondo esterno attraverso i sensi. Percepisce il mondo esterno in colori, forme, suoni e nelle altre sensazioni sensoriali. L’uomo vive nella vita ordinaria entro il mondo di queste sensazioni. Nel momento in cui l’iniziazione deve manifestarsi a una certa fase, l’uomo non deve rivolgersi al mondo esterno solo perché vive il blu o il rosso o altri colori; piuttosto deve entrare nella condizione di fare l’esperienza dei colori, mantenendola, un semplice mezzo per fini superiori, per scopi superiori.

Nella vita ordinaria, ad esempio, l’uomo guarda in una giornata serena nello spazio cosmico e vede l’azzurro del cielo. Vive nella contemplazione dell’azzurro del cielo. Se vuol diventare iniziato a una determinata fase, deve entrare nella condizione di poter contemplare l’azzurro del cielo, ma questo deve divenire completamente trasparente per lui. Mentre normalmente è «limite», diventa trasparente, e l’uomo deve vedere, attraverso l’azzurro del cielo, ciò che egli realmente vuol vedere. Non deve più essere per lui un limite. Oppure prendiamo la rosa: all’osservazione esterna, la rosa è limitata nelle sue superfici dal colore rosso. Nel momento dell’iniziazione, il colore rosso cessa di essere limite. Diventa trasparente, e dietro esso si mostra ciò che realmente si ricerca. Il colore non cessa di operare secondo la sua natura, ma l’iniziato vede altro quando guarda attraverso l’azzurro del cielo, altro quando guarda attraverso il rosso della rosa, altro quando guarda attraverso l’alba, e così via. In una maniera ben precisa, dunque, il colore stesso viene già sperimentato. Ma esso diviene trasparente nella contemplazione immediata, viene sottratto dalla forza dell’anima che è stata acquisita attraverso l’allenamento che conduce a questa trasparenza.

Così è per tutte le sensazioni sensoriali. Mentre prima erano ciò in cui si vive, fino a cui si giunge con la propria esperienza, dopo l’iniziazione diventano un semplice mezzo per sperimentare ciò che sta dietro di esse. Analogamente è con l’intero mondo del pensiero. Nella vita ordinaria l’uomo pensa. Vi prego di non fraintendere questo. Se lo metterete a confronto nel senso giusto con altre esposizioni, vedrete già l’accordo; tuttavia è valido, si può dire: da una certa fase dell’iniziazione in poi, il pensiero nel significato ordinario della parola cessa per l’uomo. Non che l’uomo potesse mai giungere come iniziato al punto di considerare il pensiero privo di significato; piuttosto, da ciò che prima era fine e scopo della vita psichica deve diventare semplice mezzo. Cioè, l’iniziato sperimenta un nuovo mondo. Affinché possa sperimentarlo, ha bisogno, tra le altre cose di cui parleremo ancora, anche di oltrepassare il punto di vista del pensiero ordinario del piano fisico.

Quando l’uomo vive sul piano fisico, giudica le cose, si forma opinioni, punti di vista su di esse. Da una certa fase dell’iniziazione in poi, le opinioni, i giudizi sulle cose non hanno più nessun significato, nessun valore. Devo fare un’osservazione qui, perché parliamo di regioni della vita psichica che si scostano così fortemente da ciò cui si è abituati, che molto facilmente possono sorgere fraintendimenti. Quando si raggiunge questa fase dell’iniziazione che devo caratterizzare per le considerazioni seguenti, allora ordinariamente deve acquisirsi per l’uomo la possibilità di condurre una specie di doppia vita. Perché nella vita ordinaria del quotidiano non è possibile agire diversamente dal giudicare e pensare le cose. Sul piano fisico siamo semplicemente costretti a giudicare e pensare; il fatto più ovvio cui vorrete accostarvi vi porterà alla convinzione che sul piano fisico si deve pensare. Immaginate di sedere su un treno, e non pensaste: allora rimarreste seduti alla stazione dove dovreste scendere. Potrebbe addirittura accadere, se non si pensa, che come antroposofo, che dovrebbe conservare accuratamente la propria tessera, la lasciaste al vostro posto nella vita ordinaria, il che sarebbe contro i principi della conservazione delle tessere. Il mondo è infatti ordinato così che si deve giudicare e pensare. Ma con questo punto di vista del giudicare e pensare non si penetra nei mondi superiori. Potrebbe avvenire una certa mescolanza di questi due punti di vista: si potrebbe essere così fortemente occupati dall’impulso di penetrare nei mondi superiori che vi accadesse di dimenticare il primo.

Ma nel complesso deve essere assolutamente possibile separare queste due cose: capacità di giudizio, assoluta, sana e conscia dei doveri della vita per il piano fisico; allora, però, essere consapevoli che proprio ciò che si sviluppa così energicamente per il piano fisico, per i mondi superiori deve essere semplice mezzo. Pensieri, idee, giudizi, tutto questo insieme deve essere, per colui che vuol diventare iniziato, la medesima cosa che, ad esempio, i colori sono per il pittore. Per lui non sono scopo in sé, ma servono a esprimere ciò che vuol esprimere nel quadro. Nella vita ordinaria sul piano fisico, i pensieri e le idee sono scopo in sé; per l’iniziato diventano i mezzi per esprimere ciò che egli sperimenta nei mondi superiori.

Questo può accadere solo se è stata sviluppata una certa disposizione psichica riguardo alle opinioni, ai punti di vista e così via.

Chi ha ancora una qualche preferenza per l’una o l’altra concezione, a chi piace ancora che una cosa sia vera o l’altra sia vera, costui non può entrare nella fase dell’iniziazione qui intesa. Solo colui che non dà alcun peso alle proprie opinioni come a nessun’opinione altrui, che è completamente pronto a escludere ovunque le proprie opinioni e contemplare puramente ciò che è, vi può entrare.

Nel complesso, appartiene alle cose più difficili dell’esperienza interiore il superare il punto di vista dell’«opinione», il punto di vista dei «punti di vista», del giudicare. Anzi, qui si tocca un punto dove possono sorgere certe difficoltà nella convivenza di colui che ricerca il cammino verso i mondi superiori con altri uomini. Chi ricerca il cammino verso i mondi superiori, o è già giunto a una certa fase su questo cammino, costui nei confronti di molte, molte cose della vita si comporterà diversamente attraverso la disposizione psichica raggiunta, rispetto a come ci si comporta altrimenti nella vita. Mostrerà soprattutto la particolarità di sapere rapidamente, diciamo, come bisogna comportarsi in una situazione o nell’altra della vita, come condursi. Allora forse gli sarà chiesto dal suo ambiente: perché dovremmo fare proprio questo? Certamente, se riuscisse a mettersi dal punto di vista degli altri uomini, potrebbe sempre fornire il motivo di questo «perché». Ma prima deve passare dalla fase in cui gli si presenta, quasi in un balzo, ciò che deve accadere, a quell’altra dove si costringe a percorrere i processi di pensiero della vita ordinaria, per mostrare come si dimostra ciò che ha compreso in un balzo.

Questa rapida comprensione di connessioni della vita che sono lontane l’una dall’altra, complicate di molti anelli intermedi, è ciò che si presenta come fenomeno concomitante al superamento del giudicare, dell’opinare, dell’avere questo o quel punto di vista.

Inoltre, ciò che bisogna conquistarsi è anche connesso con molte altre proprietà morali interiori. Parleremo di tali proprietà nel corso delle serate. Ora si vuole indicare solo una proprietà, su cui più volte si è già accennato. È l’assenza di paura. Questo deve assolutamente tenersi presente: le esperienze cui si entra, quando tutta la vita dell’anima, come finora, viene come degradata da «scopo» a «mezzo», queste esperienze diventano completamente diverse da quelle precedenti. Si sperimentano le cose innanzitutto in modo completamente nuovo. Si penetra veramente un ignoto, e il penetrare questo ignoto è dapprima sempre connesso con stati di paura.

Poiché tutta l’esperienza scorre intimamente nel fondo dell’anima, gli stati di paura possono pure divenire tutte le possibili esperienze interiori dell’anima. Perciò fa parte della preparazione al cammino verso i mondi superiori l’acquisizione di una certa assenza di paura. Proprio questa assenza di paura uno deve conquistarsi, diciamo, attraverso meditazioni ben determinate. Si può farlo. Solo che ordinariamente non si ha abbastanza perseveranza per le meditazioni che sono proprio necessarie. Una buona meditazione è, ad esempio, quella di dedicarsi sempre di nuovo al pensiero che dal fatto che si sa qualcosa, questa cosa non diviene diversa da quel che è. Se qualcuno, ad esempio, in questo momento sapesse con certezza che in un’ora deve accadere qualcosa di terribile, e non fosse in grado di impedire l’evento, probabilmente verrebbe colto dall’angoscia. Ma il suo sapere non cambia affatto la cosa! Dunque l’angoscia è completamente insensata se si sa della cosa.

È un’assurdità in cui tutte le anime naturalmente cadono, un’assurdità che indubbiamente si presenterrebbe all’uomo a una certa fase dell’iniziazione, se l’iniziazione non si preparasse continuamente alla mancanza di paura con la domanda: il fatto che si conosce una cosa ne cambia alcunché?

Il meditante che si sviluppa verso certe fasi dell’iniziazione giunge, a una certa fase, a una conoscenza molto strana: la conoscenza che la situazione del proprio intimo umano, della propria anima umana, è assai spiacevole. Là c’è, sotto la soglia della coscienza, qualcosa che si vorrebbe diversamente, se si considerano i giudizi della vita ordinaria. In un certo senso c’è qualcosa di terribile, di straordinariamente spaventoso sotto la soglia della coscienza. E il naturale sarebbe, se un uomo impreparato fosse condotto davanti ai propri fondali psichici, che ne resterebbe incredibilmente sconvolto. Ora si deve prepararsi meditando continuamente il pensiero che le cose non diventano diverse dal fatto che le si conosce. Veramente, non è che il terribile nei fondali dell’anima sorga dal fatto che vi si pone lo sguardo e lo si contempla.

È sempre lì, è anche lì se l’uomo non lo conosce. Ma proprio dalla continua meditazione del pensiero che le cose non diventano diverse dal conoscerle, si scaccia una gran parte della paura che deve essere scacciata. Vedete dunque già da alcuni di questi elementi come, nel momento in cui ci si accinge a penetrare nei mondi superiori, confluiscono proprietà intellettuali e morali dell’anima.

Per le ordinarie scienze esterne del nostro tempo si ha bisogno principalmente di proprietà intellettuali. Il coraggio, l’assenza di paura li chiamo in questo contesto proprietà morali. Senza di esse non si possono acquisire determinate fasi dell’iniziazione. Che parliamo dei Misteri orientali, che parliamo dei Misteri occidentali, certe fasi hanno tutte in comune. Perciò per tutti i Misteri hanno un buon significato certe espressioni, espressioni che si possono così formulare, dicendo: innanzitutto ogni anima che vuol raggiungere una certa fase dell’iniziazione, una certa fase del significato dei Misteri, deve fare l’esperienza di ciò che si può chiamare «entrare in contatto con l’esperienza della morte». La seconda cosa di cui ogni anima deve fare esperienza è il «passaggio attraverso il mondo elementare».

La terza è ciò che nei Misteri egiziani o in altri è stato chiamato il «vedere il sole a mezzanotte»; e un’altra ancora è ciò che si chiama l’«incontro con gli dèi superiori e inferiori». Queste esperienze ogni iniziato deve viverle.

Deve entrare nella condizione di sapere dall’esperienza interna cosa significhino queste cose, e deve essere capace di vivere, diciamo, in due mondi: in un mondo, quello in cui l’uomo oggi vive, il mondo del piano fisico, e nell’altro mondo, in cui si può vivere solo se si sa cosa significa: si è «entrati in contatto con la morte»; si è «passati attraverso il mondo elementare»; si è «visto il sole a mezzanotte»; si è avuta l’«esperienza dell’incontro con gli dèi superiori e inferiori». Avvicinarsi alla morte! Qui si tratta del fatto che l’uomo nel suo stato di veglia tra la nascita e la morte realmente vive continuamente, nella misura in cui consapevolmente vive, in tutto ciò di cui vi ho detto che deve essere superato, che deve divenire mezzo per l’iniziato. Cercate di rendervi conto in che cosa l’uomo sul piano fisico vive: nelle sue sensazioni sensoriali e nelle sue esperienze psichiche ordinarie, questo è in cui vive. Tutto questo deve divenire semplice mezzo, non appena l’uomo entra nel significato dei Misteri.

Cosa resta allora da ciò in cui l’uomo nella vita ordinaria si sente? Nulla rimane. Tutto sprofonda a un’essenzialità di secondo rango. Tutto ciò dunque che l’uomo sperimenta interiormente e poi naturalmente anche esteriormente nella vita ordinaria, deve abbandonare. Dunque figuratevi: la volta azzurra del cielo diventa trasparente, cessa, non è più lì; tutti i limiti che i colori alle superfici delle cose creano, cessano, non sono più lì; i suoni del mondo fisico cessano, non sono più lì; ciò che sente il tatto cessa, non è più lì. Ma vi prego di considerare che tutto questo diviene esperienza! Ad esempio, la sensazione di stare con i piedi su terreno solido, che non è nient’altro che un’espressione del tatto, cessa, e l’uomo sente come se il terreno gli fosse ritirato da sotto, e non stesse su nulla.

Ma neppure può scendere, e neppure può salire inizialmente. E così è con tutte le impressioni. Insomma, tutto ciò che il corpo fisico ci media, e tutto ciò che l’uomo nella vita normale compie tra il svegliarsi e l’addormentarsi è mediato dal corpo fisico, tutto questo cessa. Accade un condizione che nella vita ordinaria l’uomo è preservato dal vivere, quella condizione che avrebbe luogo se improvvisamente qualcuno, mentre dorme, senza svegliarsi di nuovo nel corpo fisico, divenisse consapevole. Non potete dire che nel sogno l’uomo nella sua normale esistenza fisica abbia già raggiunto una condizione simile.

No, il sogno è bensì, in un certo modo, un’esperienza extrafisica, che contemporaneamente riduce talmente l’intensità dell’esperire che l’uomo non diviene consapevole di stare completamente fuori da ogni esperienza fisica. Questa intensità nella coscienza «Tu stai fuori da ogni esperienza fisica» è veramente creata per la prima volta nell’iniziazione. Cioè, durante l’ascesa verso i mondi superiori giunge il momento in cui ci si trova di fronte al proprio corpo fisico, le cui mani si possono muovere nella vita vigile, coi cui piedi si può camminare, i cui ginocchi si possono piegare, le cui palpebre si possono aprire e chiudere e così via, mentre ora si sente tutto il corpo fisico come se fosse irrigidito, come se fosse impossibile muovere le palpebre, usare le mani, muovere le gambe e così via.

Inoltre giunge il momento in cui si sa: gli occhi sono in questo corpo fisico, ma ora non servono a vedere nulla. Da una parte tutto diventa trasparente, e dall’altra cessa completamente la possibilità di accostarsi a queste cose con i mezzi ordinari di cui si disponeva prima. Cercate di cogliere in senso ordinario il paradossale di questo. Quando ci si prepara fino a questo punto, si giunge al fatto che tutte le cose divengono trasparenti, che si vede dietro a tutte le cose.

Ma nel momento in cui, ad esempio, il cielo azzurro diventa trasparente, l’occhio completamente smette di avere la possibilità di vedere il cielo azzurro. Cioè, il primo momento nel significato dei Misteri consiste nel fatto che si giunge al punto dove si superano la percezione sensoriale e anche il pensiero; ma ciò che si dovrebbe così acquisire viene contemporaneamente tolto. Si è dunque lavorato fino al momento in cui dovrebbe essere dato qualcosa di completamente nuovo, si raggiunge il momento in cui questo Nuovo dovrebbe incontrarvi, ma in questo istante esso vi viene pure tolto!

Sapete ormai nulla se non: ti sei sviluppato così da stare davanti ai mondi superiori, ed ora è giunto il momento in cui essi vi vengono tolti. Dipingetevi questa esperienza, allora avrete il momento che nel significato dei Misteri di tutti i tempi è designato come «l’avvicinarsi fino alla porta della morte». Perché ormai sapete cosa significa: il mondo vi viene tolto, cioè il mondo di tutte le impressioni. E sapete che non siete nulla in questo momento se non queste impressioni, perché in fondo non c’è nient’altro se non queste esperienze, se non impressioni interiori. Nel momento in cui l’uomo si addormenta, dove gli vengono tolte tutte le impressioni, nella vita ordinaria cade anche nell’incoscienza: cioè, egli vive nelle sue impressioni.

Ora egli supera queste impressioni della vita ordinaria, sa, è giunto così lontano che può vedere attraverso tutte le cose; ma un nuovo mondo gli viene tolto in questo momento. Parleremo più dettagliatamente di questo punto, vogliamo solo portare ulteriormente a chiarezza ciò che è inteso con le espressioni indicate. Non c’è allora alcuna altro salvezza rispetto al necessario arrestarsi, contro il necessario non-progresso, se non lo sviluppo del proprio interno, prima di giungere a questo momento, fino a portare, così che uno sia in grado di portare con sé solo l’unica cosa che può essere attraversata per quel punto a cui si è giunti.

Uno deve giungere al punto dove il mondo esterno gli sottrae il potere, e deve avere sviluppato in se stesso così tanto che in questo momento, attraverso l’allenamento della propria fiducia in sé, attraverso l’allenamento della propria sicurezza di sé e della propria presenza di spirito e di altre virtù interiori, nel senso di competenza, una forza interiore, un’energia interiore tale che nel momento in cui il mondo vi viene tolto, si dispone di un eccesso di energia interiore.

Ma questo condiziona, in questo momento, un’esperienza di grande importanza, un’esperienza straordinaria. Pensate che si giunge al limite fino a cui ci si è sviluppati, dove il mondo diviene trasparente. Poi vi viene tolto. Ora non si è salvato nulla, non si può aver salvato nulla se non una certa forza interiore dal fatto che si è allenato la fiducia in sé, la presenza di spirito, l’assenza di paura e proprietà interiori simili. Per questo si giunge all’esperienza di grande importanza, un’esperienza che irresistibilmente si impone: Tu sei solo al mondo! Tu sei completamente solo al mondo! E questa esperienza, che posso designare solo con le parole: Tu sei solo il mondo intero! diventa sempre più grande e più grande. Diviene sempre più forte e più forte, sempre più comprensiva e più comprensiva. E la particolarità è che da questa sola esperienza nella psiche può sorgere un mondo completamente nuovo e deve realmente sorgere nell’iniziato. Si sente: fino a un limite si è giunti, dove ci si è trovati di fronte al nulla, ma si è portata con sé una certa forza. Forse è molto piccola inizialmente, ma diviene sempre più grande, si estende in tutte le direzioni. Si comincia a penetrare nel mondo intero, a permearsi con il mondo intero, e quanto più si permea il mondo con la propria essenza, tanto più esso appare sempre diverso. Si protende la forza che si è portata da una parte o dall’altra: a seconda di come la si protende, sempre qualcosa di altro si sperimenterà.

Ma inizialmente ciò che viene sperimentato è percepito come terrificante dall’uomo, perché due cose mancano completamente nell’esperienza che ora si può avere, due cose la cui mancanza a una certa fase della conoscenza non è forse percepita come terrificante prima di viverla consapevolmente, perché nell’ordinaria esperienza del piano fisico è sempre presente, e si ha vera consapevolezza di ciò solo quando non è più presente. Uno, che cessa, è ogni sensazione di materialità, di materialità fisica. Tutto l’esser materia è come svanito in un nulla indefinito, non è più lì. La sensazione di urtare contro qualcosa di duro, o anche di soffice come acqua o come aria, insomma, la sensazione di essere circondati di materia cessa, non è più lì. Si ha a che fare solamente con proprietà delle cose, non con cose. Dai corpi pesanti, fisici, densi rimane solo la densità, non la sostanzialità; dai corpi liquidi rimane solo il «fluire», non la sostanzialità, l’acqua o il liquido; dall’aria rimane solo il «voler-espandersi da tutte le parti», non la sostanzialità.

Si cresce dentro alle proprietà degli oggetti, ma si ha la sensazione che si cresce solo dentro alle proprietà, che gli oggetti vi sfuggono, che ogni materialità cessa. Questo è uno che cessa. L’altro che cessa a questa fase dell’esperienza di cui ora si parla, è ogni connessione con ciò che nella vita ordinaria fisica si chiama percezione sensoriale. Questo emerge già dall’esposizione finora data. Nulla fa impressione su di voi, ma voi siete tutto voi stessi. L’impressione che ancora c’è è al massimo quella del «tempo»: Ora non sei ancora qualcosa, e «dopo un certo tempo» lo sei. Ma il fatto di avere oggetti fuori di voi, che stanno in un altro luogo e fanno impressione su di voi, non esiste.

O siete voi stessi qualcosa, o non c’è nulla affatto. Tutto ciò che vi viene incontro, voi diventate voi stessi; vi dissolvete in esso, vi unite a esso e infine diventate così grande come il mondo a vostra disposizione, vi unite a esso. Descrivo l’esperienza.

È ciò che ordinariamente è stato chiamato nei templi dei Misteri il «vivere il mondo elementare».

Allora avete bensì lasciato dietro di voi il semplice «contatto con la morte», ma siete un’unità senza distinzioni con il mondo intero che vi è disponibile. Ora sono possibili due cose: o la preparazione è stata buona, o non è stata buona. Se è stata buona, allora l’iniziando, quando fino a un certo grado si è versato nel mondo, deve giungere ancora a disporre di forza.

Se questo è il caso, vedete, io descrivo oggi da un punto di vista un po’ diverso le cose che spesso sono state descritte; ma proprio ora abbiamo bisogno di questo punto di vista diverso, che certe energie che prima ha sufficientemente sviluppato sono ancora presenti: allora ha l’esperienza seguente. Mentre l’uomo altrimenti nel mondo ordinario ha un oggetto di fronte a sé, l’osserva, e l’oggetto fa impressione sui suoi occhi, così che poi sa qualcosa dell’oggetto, così da questo punto dell’iniziazione in avanti non accade più così. Perché non si ha a che fare con una ripetizione del mondo ordinario, in cui le cose si presentano come le cose del mondo fisico che prima semplicemente non si vedevano; ma ora da un certo punto in avanti occorre ancora disporre di forze che si possono ulteriormente versare da se stessi. Dopo che si è usato abbastanza forza per diventare uno col mondo, ora si deve ancora disporre di forza per filare forze da se stessi, come il ragno fila la sua tela da se stesso.

Vedete che i processi interi del significato dei Misteri mostrano quanto dipenda dallo sviluppare forti energie interiori della vita psichica; perché uno deve avere molte riserve affinché tutto questo possa accadere. Allora può accadere quanto segue. Naturalmente non si hanno occhi fisici, perché appartengono al corpo fisico, che si è oltrepassato da tempo. Ma dal fatto che si è versato qualcosa da se stessi e si può ancora versare, come il ragno fila la sua tela da se stesso, si formano come organi, e si può osservare: con ciò che si fila da se stessi, sorge qualcosa di completamente nuovo.

Allora le cose si mettono davanti a sé in un modo che si può paragonare così: come se io non avessi l’orologio qui e gli occhi lì, ma come se l’occhio da se stesso inviasse un raggio che potrebbe formar se stesso in un orologio, così che l’orologio sta lì attraverso l’attività dell’occhio. Non si tratta di costruire o creare un mondo soggettivo, ma si tratta che versiamo sostanza psichica da noi stessi. E i mondi superiori, in cui ci viviamo, devono prendere questa via, affinché possiamo fronteggiarli e riconoscerli. Devono prima passare attraverso la sostanza psichica propria che abbiamo messo a loro disposizione. Nel mondo fisico le cose si mettono davanti a noi senza nostro intervento. Nulla si mette davanti a noi nei mondi superiori se prima non mettiamo loro a disposizione la nostra stessa sostanza psichica.

Perciò è così difficile distinguere soggettivo e oggettivo a questo punto. Perché completamente soggettivo deve essere ciò che versiamo dalla nostra sostanza psichica; ma completamente oggettivo deve essere ciò che usa solo ciò che è stato versato per giungere alla percezione. Ho elencato tutte queste cose perché possiate avere un certo sentimento, il sentimento che tutto l’allenamento nei Misteri ha consistito principalmente in un’elevazione delle energie dell’anima. Era questo il punto cruciale: rendere l’anima forte, robusta, energica. Su questo l’iniziando da principio doveva rinunciare, che a lui venissero offerte gli oggetti e gli esseri dei mondi superiori come su un piatto d’argento.

Doveva svilupparsi verso ogni pezzetto dei mondi superiori. Niente senza sforzo, proprio niente senza sforzo! Così è riguardo a ciò che individualmente nei mondi superiori deve essere raggiunto; così è riguardo a ciò che nella sequenza dello sviluppo umano nei mondi superiori deve essere raggiunto. Supponiamo che una certa entità, che deve operare nella sequenza dello sviluppo umano attraverso il suo potere spirituale, ad esempio l’individualità di Mosè, debba essere incorporata nel corso dello sviluppo umano.

Sarebbe infantile immaginarsi che nulla dovesse accadere, se non che lo sviluppo umano procedesse, e il cielo inviasse in qualche punto di questo sviluppo umano Mosè: ora Mosè è qui, gli uomini sanno che è Mosè e devono solo eseguire ciò che si fece quando Mosè arrivò. Se Mosè fosse stato inviato così, l’unica conseguenza sarebbe stata che quelli che stavano intorno a Mosè non avrebbero saputo che fosse «Mosè». Non si trattava che una personalità esterna o l’altra stesse lì, ma che un certo numero di uomini potesse giudicare quale spiritualità vivesse in quell’uomo.

Non si sarebbe dovuto dire a questi uomini che questo è Mosè o l’altro, ma si sarebbe dovuto preparare le loro anime nel modo corrispondente. Allora le anime, senza che fosse loro detto che l’uno o l’altro è Mosè, avrebbero saputo: questa è l’entità spirituale in questione, che deve essere considerata così e così! Così è questo che presupponiamo: che il cammino nei mondi superiori è connesso con un’energizzazione, con un rinforzo delle forze interiori dell’anima, e che nulla può essere dato semplicemente da fuori, ma che tutto può essere raggiunto solo attraverso l’elevazione della vita interiore dell’uomo; perché solo così si può attraversare la soglia in quei mondi che l’uomo pure attraversa tra la morte e una nuova nascita. Questo è ciò che volevo presentare come introduzione oggi.

Domani desideriamo continuare descrivendo innanzitutto come sono i mondi tra la morte e la nuova nascita, e nella misura in cui il significato dei Misteri l’ha reso necessario e importante che già durante il tempo della vita fisica umana qualcosa di ciò che è il sapere di questi mondi superiori fosse trasmesso agli uomini.

2°Il terzo grado: la visione del sole a mezzanotte

Berlino, 4 Febbraio 1913

Tutto dipende dal fatto che l’uomo potenzi le forze interiori della vita animica. Attraverso esercizi specificamente indirizzati al penetrare in mondi superiori, sviluppa facoltà che superano di gran lunga quelle necessarie nell’esistenza ordinaria. L’uomo deve conseguire un certo rafforzamento delle proprie forze animiche per vivere consapevolmente e attivare una vivacità interiore. Ciò risulta evidente dal fatto che la sua anima, quando nel sonno si trova indipendente dal corpo fisico, cade immediatamente in incoscienza. Nel normale corso della vita non possiede sufficienti energie per mantenere consapevolezza e attività interiore quando corpo fisico e corpo eterico non la sostengono. Le pratiche di meditazione, concentrazione e contemplazione devono impiantare nella coscienza quelle forze che illuminano l’Io e il corpo astrale. Solo così, indipendentemente da corpo fisico e corpo eterico, l’Io e il corpo astrale possono giungere all’esperienza consapevole. Le forze che l’uomo sviluppa in tal modo, superiori a quelle della vita ordinaria, lo abilitano a conseguire quanto fu esposto ieri: dopo aver affrontato il nulla, entrare in un nuovo mondo. Questo avviene quando egli, come il ragno che trae da sé la tela, riversa il contenuto spirituale sostanziale della propria anima negli spazi infiniti e nelle realtà spirituali che vi si manifestano. L’uomo che ha così abbandonato il mondo fisico-sensibile, attraversando il precipizio che rappresenta il confronto con il nulla, ora dimora in un regno nuovo.

In questo mondo non solo sperimenta altre realtà, ma vive secondo una modalità completamente diversa da quella della vita fisico-sensibile. Soffermiamoci su un’esperienza ordinaria del piano fisico. Qui appaiono all’uomo due ambiti del tutto separati: i fatti soggetti alle leggi naturali e tutto ciò che segue le leggi morali. Quando nel quotidiano rivolgiamo lo sguardo verso il corso della natura, persino al regno animale, rimaniamo consapevoli che cerchiamo le cause naturali, non i principi morali. Non domandiamo al cristallo di rocca perché assuma una forma esagonale con piramidi alle estremità.

Non chiediamo quale merito l'ha portato a diventare cristallo, né quale sia la sua disposizione morale. Non applichiamo criteri morali al mondo minerale, né a quello vegetale, né veramente al regno animale, se non in senso traslato e secondo le simpatie dei moderni evoluzionisti. Ciò che ci interessa primariamente nel regno naturale è il suo carattere di legalità fisica. Quando giungiamo all’umanità, invece, ci sentiamo mossi a giudicare l’uomo secondo benevolenza, amore e simili virtù. Nel nostro posizionamento nel mondo fisico, consideriamo i fatti naturali come intessuti nella rete del corso naturale, e le azioni umane e gli stati animici come soggetti al giudizio secondo leggi morali. Veramente non giudichiamo bene il piano fisico quando mescoliamo questi due ordini di realtà. L’uomo che vive sul piano fisico si abitua a questa duplice modalità di giudizio. Perciò non è facile, dopo aver valicato l’abisso del nulla, transitare nel mondo spirituale, dove è necessaria una valutazione completamente diversa.

Qui infatti non si separano nitidamente leggi naturali da leggi puramente morali come sul piano fisico. Quando raggiunto quel limite di cui parlai ieri, l’adepto deve giudicare gli eventi in modo analogo sia alle leggi naturali sia ai fatti morali del mondo fisico.

Nel mondo spirituale, la sfera della legalità morale e quella della legalità naturale si compenetrano mutuamente. Ciò emerge chiaramente quando il veggente ha accesso al regno che l’uomo attraversa fra la morte e una nuova nascita. Se giunto davvero al punto descritto ieri, il veggente incontrerà anime che, passate attraverso la porta della morte, stanno compiendo il loro sviluppo fra i due mondi. Per comprendere il modo di vivere di queste anime occorrono habitudini mentali completamente diverse. Alcuni esempi l'illustreranno. Incontriamo anime che durante il periodo fra morte e rinascita affrontano condizioni veramente pesanti. Inizialmente il veggente prova l’impressione che certe categorie di anime divenute serve di entità spirituali assolutamente terribili si siano consegnate a questa servitù attraverso il loro vivere prima della morte fisica. Queste anime, infatti, si sono autonomamente condannate a servire spiriti spaventosi. Il veggente sviluppa gradualmente la capacità di comprendere questo destino gravoso.

Si nutre interiormente del pensiero di come l’uomo nel corso della sua vita fra la nascita e la morte proceda, e come attraverso una legalità interiore del vivere si produca quella che denominiamo morte naturale o morte secondo natura, quando le forze vitali dell’uomo si esauriscono in età avanzata. Quando la misura della vita è colma, interviene il decesso naturale. Tuttavia non intendiamo parlare ora di questa morte naturale. Oltre a essa esistono altre morti. Sono quelle che rapiscono l’uomo nel fiore della sua vita attraverso disgrazie esteriori oppure malattie.

Non tutti gli uomini muoiono dopo aver esaurito la misura della loro vita. Gli esseri umani muoiono a ogni fase dell’esistenza, dalle età giovanili a quelle avanzate. Dobbiamo chiederci dunque: da quali fonti provengono effettivamente le forze soggiacenti a queste morti che intervengono a varie fasi della vita umana? Certamente comprendiamo che quando il nostro tempo di vita è esaurito dobbiamo morire. Frequentemente nei nostri insegnamenti abbiamo osservato come dai mondi spirituali questo si motiva interiormente. Ma tutto ciò che nel mondo fisico accade proviene da influssi dal mondo spirituale. Dunque anche le morti che sopraggiungono intemporaneamente accadono mediante influssi dal mondo spirituale; cioè vengono orchestrate da forze e entità che risiedono nei mondi spirituali. Notiamo un altro aspetto della realtà fisica su cui occorre dirigere con cura lo sguardo, se desideriamo veramente comprendere il periodo della permanenza fra la morte e la nuova incarnazione. Osserviamo il mondo fisico completamente attraversato da malattie diffuse, da epidemie devastanti. Nelle epoche storiche precedenti il continente europeo subì i terribili assalti della peste, del colera e di altri flagelli simili, che falcidiarono intere popolazioni. Se esaminiamo i documenti storici delle antiche civiltà europee notiamo chiaramente come questi flagelli epidemici spazzarono intere regioni. Nella presente epoca della modernità, per quanto concerne tali calamità, possiamo dire – permettendoci l’espressione – di essere ancora in condizioni relativamente fortunate e protette.

Tuttavia già si stanno preparando certe epidemie specifiche a cui già abbiamo fatto cenno nei nostri precedenti insegnamenti esoterici. Vediamo dunque la morte che interviene intemporaneamente diffondersi in varia forma sulla terra, e vediamo altresì come malattie e pestilenze continuino a manifestarsi nei vari popoli. Il veggente che sa percepire la realtà spirituale osserva anime viventi fra il momento della morte corporea e il momento della nuova nascita che prestano assistenza a quegli spiriti che, provenienti dai mondi sovrasensibili, convogliano nella sfera sensibile le forze sottostanti a pestilenze, a malattie debilitanti, a morti che giungono intemporaneamente.

È un’esperienza orribile e sconvolgente percepire come anime umane, durante determinati periodi della loro permanenza fra morte e nuova incarnazione, siano divenute effettivamente serve degli spiriti malvagi che presiedono alla malattia e alla morte, e come queste stesse anime si siano volontariamente auto-condannate a divenire tali serve delle entità oscure. Quando il veggente tenta di approfondire la vita di questi esseri umani facendo un percorso retrospettivo fino al momento in cui hanno attraversato la soglia della morte, scopre invariabilmente, presso coloro che avevano preparato a se stessi tale destino, una caratteristica costante: una profonda mancanza di consapevolezza morale, una significativa carenza di autentico sentimento di responsabilità verso le proprie azioni.

È questa una legge ferma e immutabile, che si rivela al veggente con regolarità assoluta: le anime che varcan la porta della morte, dopo aver vissuto in una condizione di assenza di consapevolezza etica oppure dopo aver posseduto disposizioni animiche prive di coscienza morale, si rendono in determinati periodi fra la morte e la nuova nascita effettivamente serve di coloro che attivamente partecipano al trasporto e alla diffusione di pestilenze, malattie acute e morti intemporanee nel mondo fisico-sensibile. In questo fenomeno osserviamo un processo che segue leggi naturali, un accadimento a cui queste anime sono sottoposte. Tuttavia non possiamo caratterizzarlo come una semplice cristallizzazione minerale, come l’urto meccanico fra sfere elastiche o altri processi fisici completamente indipendenti da qualsiasi elemento di colpa morale. Al contrario, in ciò che accade, in ciò che queste anime manifestano ai nostri occhi di veggenti, noi vediamo chiaramente come nei mondi superiori quella legalità che operiamo come legalità naturale si compenetra profondamente con l’ordine morale del mondo.

Come gli eventi e i processi si svolgono nei mondi alti dipende dalle nature e dalle qualità delle entità che vi operano, da come cioè queste entità si sono collocate moralmente rispetto alla realtà cosmica. Altro esempio illuminante: il veggente può rivolgere lo sguardo consapevolmente a una proprietà assai estesa e diffusa fra gli esseri umani contemporanei: la comodità, l’inclinazione verso la ricerca della mollezza. La comodità è davvero una qualità molto più larga e universale rispetto a quanto comunemente e superficialmente si creda nella vita quotidiana. In realtà gli uomini compiono la maggior parte dei loro atti molto più per motivi di comodità di quanto ordinariamente si supponga. Sono comodi i loro processi di pensiero, comodi sono nel loro comportamento esteriore e nelle azioni concrete. Specialmente poi si mostrano comodi proprio quando debbono effettuare un cambiamento nel loro modo di pensare oppure nel loro comportamento e nel loro agire abituale. Se gli esseri umani non fossero così intrinsecamente legati alla comodità nel profondo della loro essenza, non si sarebbe verificato così frequentemente nel corso della storia il fenomeno del loro resistere energicamente e del rifiutare di imparare nuove cose quando la richiesta giunse loro da parte di spiriti più elevati. Si sono opposti fermamente perché il processo di imparare nuovamente, di riconsiderare precedenti convinzioni, è veramente e profondamente scomodo.

Era scomodo, dopo aver lungamente creduto e insegnato per secoli che la terra stesse fissa e immobile mentre il sole e l’intero firmamento stellare ruotassero attorno a essa, apprendere improvvisamente da Copernico la verità rivoluzionaria che è invece la terra stessa a muoversi, e dovere riconsiderare completamente tutta la loro cosmologia e il loro rapporto con l’universo.

Una questione assolutamente sgradevole e persino dolorosa, perché il terreno metafisico veniva, per così dire, drammaticamente meno sotto i piedi degli uomini dell’epoca. Tutto ciò che allora si oppose energicamente al nuovo pensiero scientifico sorse dalla comodità mentale profonda, dal desiderio radicato di mantenersi in uno stato di agio intellettuale e di stasi mentale; perché ogni rinnegamento delle proprie certezze precedenti risulta intrinsecamente spiacevole e destabilizzante. Ma basta che dirigiamo con sincerità lo sguardo sulla vita ordinaria, sulla realtà quotidiana della civiltà moderna, per riconoscere immediatamente e indubitabilmente quanto diffusa e quasi universale sia la cosiddetta “virtù” della comodità – che naturalmente è, vista con occhio corretto e veritiero, un vizio sostanziale e profondamente radicato nell’essere umano contemporaneo.

In tempi recenti, fortunatamente, si è cominciato finalmente a comprendere, a rendersi conto della vastissima e quasi universale estensione della comodità che pervade l’umanità contemporanea in tutti i suoi strati e categorie sociali. Questo fatto significativo e per molti versi scioccante risulta chiaramente da varie considerazioni filosofiche ed economiche. Nella storia della ricerca economica moderna esistono effettivamente molte e diverse teorie economiche. Non desidero discuterle tutte ora in dettaglio. Ma esiste una particolare teoria economica che una volta ebbe grande importanza e influenza, quella che era fondata sulla profonda convinzione che gli uomini fondamentalmente e naturalmente cerchino di competere liberamente nello scambio reciproco di merci e beni, e che la migliore e più giusta convivenza sociale umana risulterebbe dalla istituzione di una concorrenza completamente libera e senza restrizioni. Successivamente altre teorie più socialiste e collettiviste presero poi il sopravvento nei centri intellettuali dell’Europa.

Recentemente tuttavia alcuni economisti moderni hanno tuttavia osservato con realismo che tutte queste teorie economiche contrapposte procedono in modo assai unilaterale e incompieto. Ciò che effettivamente avviene nella sfera dello scambio economico e nella convivenza sociale non è soggetto solamente alla legge meccanica della concorrenza oppure al desiderio di progresso materiale, bensì ancora più profondamente all’amore consapevole delle persone o, più precisamente ancora, alla legge universale della comodità umana.

Così la conoscenza scientifica della legge fondamentale della comodità fa ingresso persino nell’economia nazionale e nello studio dei fenomeni economici. È veramente lodevole che anche in tale campo difficile si giunga finalmente a una vera razionalità scientifica, a riconoscere ciò che effettivamente esiste nella realtà umana e che si può ignorare solo praticando una politica dello struzzo, chiudendo cioè gli occhi alla verità. La comodità è una proprietà universale, largamente diffusa fra gli uomini.

Quando si seguono dopo la morte le anime a essa legate, si vede come questa inclinazione continui oltre la soglia. L’uomo deve allora vivere una fase intermedia fra morte e rinascita durante che, a causa della comodità, diviene servo di quei numi che pongono ogni resistenza allo sviluppo. Questi sono gli spiriti sotto il dominio di Arimane. Arimane ha tra i suoi compiti quello di convogliare dal mondo spirituale nella sfera fisica le forze che generano resistenze. Da un lato gli uomini rimangono comodi; dall’altro il loro vivere si rivela caratterizzato dall’incontro costante con questi ostacoli. Le resistenze sono dappertutto, benché non nella forma grottesca che un poeta e estetico tedesco ha descritto. Appaiono però nella forma più tragica. Un poeta tedesco le ha denominate la “malizia dell’oggetto”.

Emerge particolarmente quando un predicatore in cattedra sta pronunciando un interminabile discorso e una mosca gli si posa sul naso – e deve starnutire terribilmente. Questa è la “malizia dell’oggetto”.

Ma essa davvero emerge quando persone sfortunate in questo senso l’incontrano a ogni passo. Friedrich Theodor Vischer scrisse un romanzo dove qualcuno è continuamente esposto a questa “malizia dell’oggetto”. Queste cose realmente ascendono da quella forma grottesca fino al tragico. Tutte le resistenze tuttavia sono dirette dal mondo spirituale, e il signore delle resistenze è Arimane. Poiché le anime sono pigramente comode, si rendono per un certo tempo fra morte e rinascita serve di Arimane. Non è così terribile osservare le conseguenze della vita comoda, quanto lo è per le anime che vivono sotto il dominio degli spiriti di malattia e di morte. Eppure fornisce un concetto di come morale e legalità naturale si compenetrino quando ascendiamo ai mondi superiori. Queste sono le esperienze che si attraversano quando giunti al punto descritto ieri. Si devono vivere per accedere ad altre necessarie relazioni – vedremo perché necessarie – per progredire nell’esperienza superiore. L’ascesa ai mondi superiori non è un processo lineare: non si dice “oggi cominci il tuo cammino verso i mondi superiori” e poi si sale gradualmente. Per chi intende divenire iniziato, tutto procede, per così dire, inosservato rispetto alle azioni esterne della vita ordinaria. Si ascende per gradi nei mondi superiori, ma si ritorna continuamente nel mondo fisico. Si vive ordinariamente, ma si porta nelle azioni terrestri ciò che si è esperito nelle realtà spirituali.

Quando si è divenuti veggenti, si cammina nel mondo fisico con sentimenti e sensazioni diversi da quelli del non-veggente.

Occorre che l’addestramento provveda – e una retta formazione lo garantisce – a non essere perturbati nella vita ordinaria dal mutamento di sensazioni e sentimenti. Si deve divenire veggenti solamente per i mondi superiori, non trasportare nella vita ordinaria quelle caratteristiche che sono necessarie per quei mondi. In nessun modo si dovrebbe farlo. Si deve poter divenire veggenti e simultaneamente uomini perfettamente razionali nella vita ordinaria, come ogni altro. Per questo motivo, coloro che fin da principio sono inclini al fanatismo risultano inetti all’addestramento del veggente. I fanatici, gli idealisti astratti che nella vita ordinaria vivono già ciò che ha giusta giustificazione nel mondo spirituale – gente che “sente crescere l’erba”, che ovunque percepisce ciò che solo il fanatico percepisce, non l’osservatore sobrio dell’effettuale – persone che facilmente si illudono, non sono adatte allo sviluppo della veggenza. Gli uomini che con ambedue i piedi stanno nella realtà, che la realtà comprendono, che giudicano le cose come sono – questi sono i migliori candidati per lo sviluppo della consapevolezza veggente. Così si indica come i sentimenti e le sensazioni necessari per il mondo fisico non debbano essere disturbati da ciò che si acquisisce per l’ascesa nei mondi superiori. Determinati sentimenti e sensazioni rimangono con chi è divenuto veggente. Si è in certo modo divenuti un essere umano diverso per il mondo fisico.

Ma affinché ciò non noccia, occorre applicare anche questi nuovi sentimenti a realtà nel mondo ordinario al che prima non si prestava attenzione. Allora il veggente, avendosi sviluppati determinati sentimenti, riscopre gradualmente – non negativamente ma positivamente – il suo rapporto con la natura. Sperimenta diversamente il regno vegetale, il tappeto vegetale della terra, diversamente da come aveva fatto prima.

Prima contemplava le piante, era rapito dal loro verde, dalle corolle fiorite e dai loro colori, da tutto ciò che il regno vegetale offre mentre emerge dalla terra e incanta gli occhi e forse gli altri sensi. Non pensiamo a un arido intellettuale, ma a colui che genuinamente sa godere in pieno della bellezza che il tappeto vegetale terrestre produce nell’anima. E non pensiamo che il veggente, anche minimamente, perda i sentimenti che prima provava dinanzi alle piante terrestri. Ma in lui nasce qualcosa d’altro. Innanzi al regno vegetale sorge un sentimento di intima parentela fra le piante e ciò che al di fuori delle piante esiste in natura: il sole, la luna, l’universo stellare. Cresce per lui un senso di unione fra ciò che come tappeto vegetale si estende, e ciò che dimora nel cosmo. Oggi gli uomini hanno rappresentazioni astratte sufficienti di ciò che intendo. Ogni persona colte sa come il tappeto vegetale sia connesso all’azione della luce solare, come le piante non possano crescere senza specifici influssi dei raggi solari. E possono presentire che non solo sul regno vegetale agisca quanto accade sul sole, ma anche il mondo stellare vi influisca. Qui molti cadono nell’incredulità. Eppure in un’epoca non troppo lontana visse un grande e eminente spirito che si occupò scientificamente dell’influsso della luna sul tempo e sulla vegetazione terrestre: Gustav Theodor Fechner. Non dal punto di vista di superstizione, ma da osservazioni empiriche, cercò di determinare come il novilunio, la luna piena agissero diversamente su precipitazioni e altri fenomeni. Molti che volevano manifestare la propria scientificità ritennero ridicole le indagini lunari di Fechner. Uno che rideva fortemente era il celebre botanico Schleideñ, convinto che la quantità di pioggia non dipendesse dalla luna piena o nuova nei periodi di due settimane.

Allora Fechner – in un’epoca con relazioni ancora patriarcali – propose: decidiamo la questione per via femminile, gli uomini dotti litigano facilmente.

Dato che allora sussistevano condizioni patriarcali, le due signore – moglie del professor Schleiden e moglie del professor Fechner – nella loro corte a Lipsia collocavano sempre recipienti per raccogliere l’acqua piovana per il bucato. Fechner suggerì che le signore decidessero chi raccoglieva più pioggia: la signora Schleiden durante il novilunio, sua moglie durante il plenilunio. E quale non fu la sorpresa: la signora Schleiden non era d’accordo con suo marito, raccogliendo meno acqua piovana! Così, ironicamente, una decisione avvenne. Ma non vi diamo importanza. Più tardi emergerà che su tutto il regno vegetale agiscono luce solare, calore solare e altri influssi stellari. Questo è tuttavia conoscenza teorica. Per il veggente, invece, vi è percezione immediata di come convergono influssi dalla terra e dal cosmo stellare.

Infine li considera come uno, e percepisce vivamente il versarsi della luce solare sulla vegetazione terrestre e il suo tramontare. Partecipa al sentimento quando alle piante è tolta la luce solare. Come si partecipa al sentimento di un bambino molto legato alla madre quando a lui è tolto il suo volto per un tempo, così il veggente partecipa quando alle piante è tolta la luce solare. Questo con-patire al regno vegetale è ciò che si produce nel veggente, sicché colui che ha raggiunto il punto descritto ieri sviluppa sensazioni che lo rendono quasi un “con-sentiente” della relazione fra la crescita terrestre e il sole e le stelle. Iniziando a sentire questo, l’uomo è anche disposto a sentire altro. Questo può sentire quando dal mondo spirituale ritorna nel mondo fisico, dinanzi a un uomo addormentato o sveglio. Anche quando, per così dire, ha disattivato la veggenza e percepisce solo il mondo fisico, sorge il sentimento che questo essere umano addormentato manca di qualcosa.

Il sentimento somiglia a quello che si ha in autunno quando i raggi solari si modificano dinanzi alla vegetazione.

Esattamente così appaiono i sentimenti verso la natura senza sole e stelle, come verso il corpo umano privato del suo Io e corpo astrale. Scopre allora una particolarità: l’uomo è indipendente dai suoi rapporti celesti fisici, mentre il regno vegetale ne dipende. Sappiamo che la pianta non può addormentarsi arbitrariamente per sue qualità interne: deve attendere che il sole cali o che giunga l’autunno. L’uomo della nostra epoca, specialmente nella nostra civiltà, non si orienta affatto secondo il sole. Diversamente non potremmo stare qui insieme. Nel genere umano la transizione che nella pianta è rigorosamente regolata dal corso solare e stellare è stato emancipato da esso. Se arriviamo a contesti rurali e primitivi, notiamo come non solo i polli, ma gli uomini si addormentino a orario stabilito e si sveglino quando devono. Sentiamo allora qualcosa di vegetale nel legame degli uomini con il ciclo solare e stellare. Ma dobbiamo giudicare che nel corso dello sviluppo umano l’uomo si è emancipato dal corso cosmico degli eventi: con corpo fisico e corpo eterico può trovare stati che la pianta raggiunge solo tramite posizione solare e stellare, da ragioni interiori – non da arbitrio interno. L’uomo può fare il suo “sonnellino pomeridiano” da ragioni interne proprie, cioè può uscire dal corpo fisico e corpo eterico. La pianta non può fare un sonnellino arbitrario; deve conformarsi al corso stellare.

L’uomo, quando giace nel letto come corpo fisico e corpo eterico, con l’Io e corpo astrale fuori da sé – che cosa rappresenta? Corpo fisico e corpo eterico allora hanno il valore della pianta. La pianta possiede corpo fisico e corpo eterico. Se ora consideriamo tutto questo insieme, comprendete: quando contemplo una pianta, essa cresce in connessione con il sole e gli astri, diviene uno con essi.

Devo dirigere il sentimento dalla pianta verso i mondi stellari, verso il sole.

Lo stesso orientamento dei sentimenti devo sviluppare dal corpo umano addormentato – che è anch’esso corpo fisico e corpo eterico, cioè di valore vegetale – verso il suo Io e corpo astrale, che sono completamente indipendenti dalla posizione solare mentre il corpo dorme, esattamente come il sole fisico sta al di fuori del corpo fisico e corpo eterico della pianta. Ciò che ho qui delineato si vive come veggente. Quando, partendo da tali sensazioni, si produce volontariamente l’indipendenza dell’Io e corpo astrale da corpo fisico e corpo eterico, quando si è fatta una specie di pianta di corpo fisico e corpo eterico uscendone fuori, allora si sa qualcosa di straordinario. Si sa qualcosa che non può dirsi altrimenti se non come il sole parlerebbe se guardasse giù verso le piante e si vedesse davanti a loro. Potrebbe dire: Sì, il corpo fisico e corpo eterico di queste piante mi appartiene; mi appartiene perché abbisogna di ciò che posso inviargli. Esattamente come il sole parlerebbe alle piante che crescono là in basso, così l’Io dell’uomo parla al suo corpo fisico e corpo eterico: Ciò mi appartiene come la pianta al sole; io sono come un sole per il corpo fisico e corpo eterico. Sole per il corpo fisico e corpo eterico: così l’uomo impara necessariamente a parlare del suo Io.

Come impara a parlare dell’Io in relazione al corpo fisico e corpo eterico come il sole alla pianta, così impara a parlare del suo corpo astrale come la luna e i pianeti dovrebbero parlare alla pianta. Questo è un’esperienza misterica molto speciale, un’esperienza misterica importante. In questa forma, come l’ho qui enunciata, questa esperienza misterica fu dapprima coltivata nei Misteri di Zarathustra come esperienza immediata – come vero vissuto – e poi lungo tutto lo sviluppo del mondo fino ai Misteri del Santo Graal.

Fu sempre chiamata, quest’esperienza, perché l’uomo, soprattutto durante l’epoca dei Misteri egiziani, l'esperiva più chiaramente quando, addormentato, intorno alla mezzanotte, spiritualmente contemplava il sole e si sentiva unito alle forze solari come qui caratterizzato – fu chiamata “vedere il sole a mezzanotte”: esperienza del solare nel proprio Io come forza solare che splende su corpo fisico e corpo eterico.

Abbiamo ora un terzo elemento comune a tutti i vari Misteri del mondo. Comune a essi era il “penetrare fino al limite della morte”, l’“esperienza del mondo elementare” e ora il “contemplare il sole a mezzanotte”. È un’espressione tecnica; l’esperienza corrispondente è composta da ciò che ora è stato caratterizzato.

Solo bisogna comprendere: nel momento in cui ci si sente separati e solare o stellare dinanzi al proprio corpo eterico e corpo fisico, non si sentono più sole e stelle solo nella loro sostanzialità fisica, bensì si conoscono gli enti spirituali e i mondi a essi appartenenti. L’esperienza del cosmo è esperienza nei mondi spirituali, di questo bisogna esserne consapevoli. È ora importante e necessario, per ascendere rettamente ai mondi superiori, per avere effettivamente gli eventi che corrispondono alle realtà spirituali, che dapprima si viva ciò che rende familiari con la natura del tutto diversa del mondo spirituale rispetto a quello fisico. Lo si apprende sufficientemente quando, come veggente, si possono osservare le conseguenze della comodità, le conseguenze della mancanza di coscienza per l’esperienza dell’anima nel periodo fra morte e rinascita, e altro ancora. Attraverso queste cose il veggente, per così dire, apre la propria anima a circostanze assai diverse da quelle del piano fisico. Solo allora diviene maturo per vivere nel cosmo spirituale, per conoscere la connessione interiore di Io e corpo astrale con il cosmo.

Tutto il teorizzare precedente è effettivamente gioco di parole quando è giunto il momento ora descritto, quando si è esperito che l’uomo, riguardo ai suoi elementi più alti, non appartiene solo alla terra, ma è a casa nel cosmo intero.

Si sa allora anche che ogni sera, addormentandosi, ogni uomo, quando è uscito dal corpo fisico e corpo eterico, cresce insieme a forze che sono forze cosmiche, cerca rinforzo da tutto il mondo, e le forze raccolte dal sonno fino al risveglio le porta nel mondo fisico al risveglio per usarle.

La connessione con il cosmo si vive su un determinato grado dell’essenza misterica. Da questo grado domani prenderemo le mosse.

3°L'iniziazione nei misteri antichi: Zoroastro, Egitto, Grecia

Berlino, 5 Febbraio 1913

Nei mondi superiori l’uomo incontra fatti e entità determinate. L’espressione usata ieri, «contemplazione del sole a mezzanotte», designa semplicemente fatti spirituali e l’incontro con entità spirituali connesse all’essenza solare. Tuttavia il nostro contemporaneo, quando sale così nei mondi superiori, attraversa esperienze che non si possono definire altrimenti che dicendo: l’uomo vive molte cose significative nel mondo spirituale grazie a tale ascesa; ma vive anche qualcosa che deve descriversi così: sente di essere abbandonato, abbandonato e solo. Si sente in modo che le sue esperienze prendono forma approssimativamente in queste parole: vedi qui molte cose, molte; eppure proprio ciò verso cui ora, dopo aver percorso tutte queste realtà, tendi con ardore più intenso, questo non puoi vivere. Tutte le entità che incontra dopo un simile ascesa vorrebbe interrogare su certi misteri, per cui prova sete profonda. Questo è il sentimento che l'afferra. Ma tutte queste entità, che gli rivelano cose grandiose e possenti, rimangono silenziose, mute, proprio quando egli vuol domandare su quei medesimi misteri che ormai avverte come i più importanti. Dobbiamo dunque dire: l’uomo contemporaneo, asceso nei mondi superiori, sperimenta il dolore più straziante, sente, nonostante lo splendore, nonostante l’incontro con esseri sublimi, un vuoto immenso nell’intimo. Se nulla altro accadesse, il perdurare di tale vacuità, d’una tale solitudine, d’un tale abbandono nei mondi superiori dovrebbe infine condurre l’anima a una specie di disperazione.

Può però accadere qualcosa—e accade regolarmente quando l’ascesa viene intrapresa secondo le vere leggi dell’iniziazione—qualcosa che può proteggere da questa disperazione, almeno temporaneamente.

Ciò che può manifestarsi è una specie di ricordo che penetra nell’anima, oppure si potrebbe dire uno sguardo retrospettivo a epoche remote del passato, una lettura della Cronaca dell’Akasha di cose che da tempo immemorabile sono trapassate. Quello che si vive—e si può caratterizzare questo solo tentando di rivestire le esperienze in parole che si avvicinano alle esperienze medesime—vorrebbe esprimersi così: quando tu oggi, come uomo contemporaneo, salgo in questi mondi superiori, ti colpiscono disperazione e abbandono. Eppure immagini ti mostrano certi eventi remoti, eventi in cui in epoche passate altri uomini salirono nei mondi in cui tu ora desideri salire. Potrai inoltre riconoscere da ciò che contempli in forma di ricordo che la tua stessa anima una volta, in incarnazioni anteriori, partecipò a ciò che questi uomini, ascesi allora nei mondi superiori, hanno esperito. Potrebbe ben rivelarsi che l’anima di un uomo contemporaneo contempli in epoche remotissime ciò che vede come sue proprie esperienze, già vissute una volta in tempi antichissimi. Allora tale anima sarebbe stata davvero un iniziato in ere passatissime. Se questo non è il caso, essa saprà almeno di aver avuto contatti con coloro che, come iniziati in epoche remotissime, salirono nei mondi superiori; ma essi allora non si sentivano soli e abbandonati come lei oggi, bensì provavano beatitudine, beatitudine profondissima in questi mondi. Ciò derivava—così si riconosce ulteriormente—dal fatto che in quei tempi antichi le anime avevano una costituzione diversa, e a causa di questa diversa natura vivevano diversamente ciò che là si contempla nei mondi superiori. Che cosa viene allora veramente esperito? Ciò che si vive porta dinanzi all’anima entità dei mondi superiori che agiscono dal mondo sovrasensibile nel mondo sensibile.

Entità che stanno dietro il nostro mondo sensibile; le si contempla; relazioni come quelle descritte ieri si osservano certamente.

Eppure quando si tenta di sintetizzare tutto ciò che si contempla, si può caratterizzare la cosa così: ci si sente nei mondi superiori e si contempla in certo senso verso il basso il mondo sensibile. Ci si sente uniti con spiriti che hanno varco la porta della morte, e con loro si osserva come essi impiegheranno nuovamente le forze per giungere a un’esistenza fisica. Si guarda verso il basso e si vede come dal mondo sovrasensibile vengono inviate giù le forze per produrre i processi nei vari regni della natura nel mondo sensibile. Contemplo il flusso intero dei fatti che si preparano dal mondo superiore verso il mondo sensibile. Quando si dimora così nei mondi superiori, al di fuori del corpo fisico e del corpo eterico, si osserva verso il basso il proprio corpo fisico e il corpo eterico, e si contemplano anche quelle forze nel cosmo, nell’universo spirituale intero, che agiscono sul corpo fisico e sul corpo eterico dell’uomo. E in tal modo che gli esseri, in cui comunione siamo giunti, compiono, si apprende come entro il mondo fisico nascono i corpi fisici e eterici. Lo si riconosce con gran precisione. Si apprende come certe entità, ad esempio quelle legate al sole, operano verso il basso nel mondo terrestre e collaborano a formare i corpi fisico ed eterico dell’uomo. Si conoscono anche certe entità legate all’essenza lunare, che dal cosmo operano verso il basso per cooperare egualmente alla formazione dei corpi fisico ed eterico degli esseri umani. Ma allora sorge un’ardente sete, una sete divenuta immensa per l’uomo contemporaneo. È il desiderio di apprendere come il corpo astrale e l’io stesso scaturiscono dal cosmo, come nascono. Mentre si può osservare con precisione come il corpo fisico e il corpo eterico nascono dalle forze del cosmo, tutto rimane celato riguardo a come nascono il corpo astrale e l’io dell’uomo.

Si vela nel più profondo mistero, nel buio più fitto, tutto ciò che riguarda il corpo astrale e l’io.

Si prova allora il sentimento: quel che tu sei nella tua essenza più profonda, quel che tu veramente sei, ora si vela al tuo sguardo spirituale; invece quel che tu indossi quando vivi nel mondo fisico, questo ti si manifesta completamente! Ciò che ora è stato descritto l'esperisce l’uomo contemporaneo quando sale nei mondi superiori nel modo illustrato. L'esperirono anche quelle anime che nei tempi primordiali, a che si allude, intrapresero il loro ascesa.

Solo che l’uomo contemporaneo sente quella grande sete di cui s’è parlato, mentre le anime dei tempi passati non la sentivano, perché non avevano ancora il bisogno di contemplare la loro essenza più profonda, perché erano costituite in modo da provare la soddisfazione più intima quando percepivano come le entità, fino a cui erano salite, lavoravano precisamente alla costruzione del corpo fisico e del corpo eterico. Come l’essenza spirituale che agisce dal sole costruiva il corpo fisico e il corpo eterico, a questo le anime nei tempi antichi, quando venivano iniziate, trovavano la loro soddisfazione più elevata. Accade inoltre quanto segue. In quei tempi antichi questo lavoro di quelle entità si presentava ancora diversamente; da qui la soddisfazione. Ora nei nostri tempi si presenta così, che ci si dice: a che serve dunque tutto questo allestimento del corpo fisico e del corpo eterico, se non si può comprendere quel che questi involucri contengono in sé?

Così sta la differenza fra un uomo odierno e un uomo del passato. E l’epoca a cui specialmente con queste esperienze si allude come passata è l’epoca in cui Zarathustra iniziò i suoi alunni, li condusse su nei mondi superiori. Se oggi gli alunni fossero condotti su nei mondi superiori nel medesimo modo in cui Zarathustra li conduceva, proverebbero il vuoto e l’abbandono come appena accennato.

Allora, ai tempi di Zarathustra, gli iniziandi sentivano l’opera di Ahura Mazdao sul corpo fisico e sul corpo eterico, e nello svelare questi meravigliosi misteri provavano beatitudine e soddisfazione, perché erano costituiti così che si sentivano interiormente elevati quando vedevano: così sorge quel che l’uomo deve avere come suoi involucri per compiere la sua missione terrestre. In ciò trovavano soddisfazione. Tale era l’iniziazione di Zarathustra. Infatti in questa iniziazione zarathustriana si poteva «contemplare il sole a mezzanotte». Questo significa: se non si guardava la forma fisica del sole, bensì alle entità spirituali legate all’essenza solare, si contemplavano, partendo dal sole, le forze che giocano nel corpo fisico; si vedeva come le forze che vengono dal sole plasmano il capo umano e modellano le varie parti del cervello umano.

Sarebbe infatti assurdo credere che una meraviglia strutturale come il cervello umano potesse sorgere unicamente dalle forze terrestri. Vi devono operare le forze solari. Esse compongono in svariati modi la diversa struttura lobare del cervello sopra il volto umano. E non una sola, bensì un’intera serie di entità operano a questa costruzione del cervello umano. «Amschaspand» le chiamava Zarathustra per i suoi alunni. Sono gli eccitatori delle forze cosmiche, affinché potesse sorgere la costruzione del cervello umano e anche i nervi superiori del midollo spinale, eccetto i ventotto inferiori paia di nervi. Zarathustra indicava inoltre come altri flussi emanano da entità legate all’essenza lunare, e mostrava come veramente meraviglioso si compone l’edificio del mondo, come da ventotto specie di esseri, «Ized», emanano flussi che costruiscono il midollo spinale coi ventotto inferiori fasci nervosi. Così il corpo fisico e il corpo eterico sono costruiti da flussi emananti dalle entità cosmiche. Queste erano impressioni possenti che gli iniziati di Zarathustra ricevevano in tal modo. Ricevendo queste impressioni come espressione dell’opera di Ahura Mazdao, provavano beatitudine interiore riguardo a ciò che accade nel mondo.

L’uomo odierno, che si sollevasse nei mondi superiori nello stesso modo, potrebbe naturalmente ammirare altrettanto, potrebbe anche cominciare a provare la beatitudine.

Ma gradualmente passerebbe al sentimento che non si può esprimere altrimenti che così: a che serve tutto questo? Nulla conosco di quella entità che passa da un’incarnazione all’altra! So unicamente di quelle entità che in ogni nuova incarnazione costruiscono gli involucri dal cosmo, ma appunto solo come «involucri». Proprio questo era il carattere dell’iniziazione zarathustriana: il collegamento dell’umano-terrestre coll’essenza solare veniva rivelato specialmente agli iniziati. E l’epoca di Zarathustra è caratterizzata dal fatto che gli uomini potevano accogliere nel loro sapere occulto questi misteri appena caratterizzati. In modo completamente diverso le anime si elevavano nei mondi superiori quando venivano iniziate nell’antico Egitto, quando ad esempio passavano per l’iniziazione ermetica. Abbiamo già parlato di tutte queste cose. Nei presenti insegnamenti esse saranno rappresentate ancora più dettagliatamente di quanto finora possibile.

Quando nel tempo dell’antico Egitto le anime si elevavano mediante l’iniziazione ermetica nei mondi superiori, accadeva naturalmente quel che deve sempre accadere nell’iniziazione: queste anime si sentivano fuori dal loro corpo fisico e dal corpo eterico, e sapevano di trovarsi ora dentro un mondo di fatti spirituali e di entità spirituali. Queste anime venivano allora guidate in largo, cioè la loro contemplazione veniva guidata. Venivano loro mostrate le singole entità, i singoli fatti, come pure potrebbe accadere a un’anima contemporanea. Eppure non ci si deve rappresentare la cosa come se si camminasse con piedi fisici: la contemplazione viene guidata, come se si fosse guidati con la propria contemplazione tutt’intorno entro una regione di vastità cosmica. Così accadeva in questa iniziazione.

Poi veniva un momento dell’esperienza dove ci si sentiva come alla fine, come se si fosse camminato in una terra circondata tutta intorno dal mare e poi si fosse giunto alla «riva». Si sa di aver raggiunto il punto estremo dove si è potuto venire.

Allora nella iniziazione egiziana si viveva quel che non si può esprimere diversamente che così: mentre la tua contemplazione è stata guidata in giro nelle vastità del mondo, nella regione di vastità cosmica, hai conosciuto le entità e le forze di cui puoi dire che operano sul tuo corpo fisico e sul corpo eterico. Ora però entri nel luogo più santo. Entri in una regione dove veramente ti senti unito con l’essenza che coopera a quel che in te passa da un’incarnazione all’altra, che coopera al tuo corpo astrale. È un’esperienza significativa a questo punto, poiché le cose diventano in certo modo tutte diverse quando questa esperienza è avvenuta. Per l’iniziato cessa, ad esempio, per il tempo più immediato una possibilità: cessa completamente la possibilità, nel mondo in cui ora si entra alle rive dell’esistenza cosmica, di applicare il proprio giudizio a questi mondi, quel che prima si è potuto pensare, quel che prima si è potuto escogitare.

Se non si può spogliarsi di tutto questo giudizio fisico, terrestre, se non si può lasciare da parte quel che fino allora guidava, allora non si può avere questa esperienza alle rive dell’esistenza. Non ci si può sentire uniti con quella entità che opera quando l’essere spirituale-animico dell’uomo si accinge alla nascita in una nuova incarnazione, si sceglie la famiglia, la nazione e i genitori per rivestirsi come essere spirituale-animico di un nuovo involucro. Tutte le entità che prima pure si erano conosciute e che rendono comprensibile come nascono gli involucri fisico ed eterico e vengono costruiti dal cosmo, tutte queste entità sono incapaci di spiegare quali forze agiscono in quell’essenza con cui ci si sente ora uniti, e che costruisce e tesse sull’essenza astrale più intima dell’uomo medesimo.

Diviene completamente evidente—e divenne completamente evidente all’anima egiziana che percorreva l’iniziazione ermetica—che ora, dopo essersi liberata dai suoi involucri ed aver traversato quel che prima era stato chiamato «l’esistenza cosmica», essa si sentisse unita con un’entità. E l’anima può sentire qualità di questa entità, se non che si sente essa stessa come dentro queste qualità, non fuori da questa entità, e può sapere: questa entità è, è realmente presente; ma si è simultaneamente dentro questa entità. E l’impressione prima che si riceve da questa entità è la seguente: in questa entità riposano davvero le forze che portano l’anima da un’incarnazione all’altra, riposano anche le forze che illuminano l’anima tra la morte e la nuova nascita. Tutto ciò vi risiede. Eppure quando una forza ti soffia addosso come calore animico universale, forza che appunto porta l’anima dalla morte alla nuova nascita, quando una luce ti soffia addosso come luce spirituale, che illumina le anime tra la morte e la nuova nascita, e senti come questo calore e questa luce emanano dall’entità con cui ti senti unito, allora ti trovi in una situazione tutta particolare. Hai come dovuto bere il trago di Lete, hai dovuto dimenticare la tua arte di comprendere che prima ti conduceva attraverso il mondo fisico-sensibile, hai dovuto deporre il tuo antico giudizio, la tua intellettualità, poiché essa qui potrebbe solo confonderti, e non hai ancora acquisito niente di nuovo. Ti stai nel mare di forze che illumina l’anima dalla morte alla nuova nascita, sentendo il calore che la porta alla nuova nascita. Senti dunque la forza e la luce che emanano dall’entità. Guardi quest’entità in modo che non potresti far altro che domandare: chi sei tu? Poiché solo tu puoi dirmi chi sei, e solo allora potrei sapere quel che come essere umano più profondo mi porta dalla morte alla nuova nascita. Solo allora, se tu me lo dici, posso sapere quale sia la mia essenza umana più profonda! E muta, silenziosa rimane l’entità con cui ci si sa così uniti. Si sente che in essa riposa il più profondo connesso con se stessi come il più profondo.

Sorge l’impulso verso l’autoconoscenza, verso il sapere quel che si è—e muta e silenziosa rimane l’entità.

Bisogna essersi fermati un po’ di fronte a questa entità muta e silenziosa. Si deve aver sentito profondamente la sete di ottenere in una maniera nuova la soluzione dell’enigma del mondo, si deve aver sentito abbastanza a lungo la sete di risolvere l’enigma del mondo in un modo quale non si può mai risolvere sulla terra fisica. Si deve aver portato in questo mondo verso questa entità la profonda sete come forza propria di risolvere l’enigma del mondo in questo modo estraneo all’esistenza fisica: tutta l’anima deve vivere in questa sete di risolvere così l’enigma del mondo. Allora, quando ci si è sentiti uniti con l’entità muta e silenziosa spirituale con cui si è uniti, e in essa si è vissuto con la sete descritta verso la soluzione dell’enigma del mondo, allora si sente che la forza della propria sete di enigma fluisce nell’entità spirituale con cui si è uniti. E poiché questa forza della propria sete di soluzione dell’enigma fluisce nell’entità di questa figura spirituale, dopo qualche tempo questa entità partorisce qualcosa che come un’altra entità scaturisce da lei. Ma quel che viene partorito non è come una nascita terrena. Si sa anche subito dalla propria contemplazione che non è come una nascita terrena. No, una nascita terrena sorge nel tempo, appare nel tempo. Quello che si contempla ora, quello che quest’entità or descritta partorisce, di quello si sa: ciò viene partorito da lei, ciò è stato partorito da lei da tempi immemoriali—sempre, e questo parto dura dai tempi immemoriali fino al presente. Non si era visto prima questo essere partorito da un’entità dall’altra, era sfuggito ai nostri sguardi. Consiste in questo: è davvero sempre presente, ma per il fatto che mediante la propria sete di soluzione ci si è preparati, si vede ora, che ora è percezione nel mondo spirituale. Si sa.

Non ci si dice dunque: ora viene partorita un’entità—bensì: dall’entità con cui ti sei unito è sempre stata partorita un’entità da tempi immemoriali; ma questo parto dell’entità e l’entità partorita stessa ora diventano percettibili per te. Quel che vi ho appena descritto, per quanto bene si può con le parole della nostra lingua, è quello a cui il maestro ermetico conduceva i suoi alunni.

I sentimenti che vi ho caratterizzato—potrei dire come con parole balbettanti, poiché le cose contengono così tanto che le parole della nostra lingua le possono esprimere solo balbettando—questi sentimenti erano le esperienze della cosiddetta iniziazione egiziana isiaca. Chi passava per l’iniziazione isiaca si diceva precisamente, quando era giunto alle rive dell’esistenza cosmica e aveva contemplato le entità che costituiscono ad esempio il corpo fisico e il corpo eterico, quando era stato di fronte alla dea silenziosa da cui emanano calore e luce per l’essenza più profonda dell’anima umana: questa è Iside! Questa è la dea muta, silenziosa, il cui volto non può esser rivelato a nessuno che guardi solo con occhi mortali, il cui volto può esser rivelato solo a coloro che si sono sviluppati fino alle rive che sono state descritte, affinché possano contemplare con quegli occhi che vanno da un’incarnazione all’altra, e che non sono più mortali. Poiché un velo impenetrabile avvolge agli occhi mortali questa figura di Iside! Quando così chi stava per esser iniziato aveva contemplato Iside e aveva vissuto il sentimento descritto nell’anima, allora egli udiva quel che era stato descritto come nascita. Che cos’era questa «nascita»?

Egli l'udiva come quel che si può designare come «il suonare in tutti gli spazi di quel che è musica delle sfere», e come l’unirsi dei toni della musica sferica con quel che si chiama la Parola del Mondo, la Parola Creatrice del Mondo, che penetra gli spazi e riversa nelle entità tutto quel che deve esser riversato, come poi deve esser riversata nell’anima nel corpo fisico e nel corpo eterico, quando ha traversato la vita tra la morte e la nuova nascita.

Tutto quel che deve esser riversato dal mondo spirituale nel mondo fisico esteriore, affinché ciò che è riversato sia allora interiormente, animicamente, tutto questo viene riversato dall’armonia sferica che penetra gli spazi, che gradualmente si forma in modo da poter essere udita—significativa, esprimendo significanza interiore—come la Parola del Mondo che anima le entità, che vengono vissute mediante le forze di calore e luce e che si riversano in quei corpi, in quei corpi che scaturiscono dalle forze divine e dalle entità divine, le quali già con la contemplazione precedente si possono scorgere. Così si contemplava il mondo dell’armonia sferica, il mondo della Parola del Mondo; così si contemplava il mondo che è la patria vera dell’anima umana nel tempo in cui quest’anima umana vive tra la morte e la nuova nascita. Quel che si cela profondamente nell’esistenza terrena fisica dell’uomo, che però tra la morte e la nuova nascita vive nel riflesso della luce e del calore, quel che si cela profondamente nel mondo fisico come il mondo dei toni sferici e della Parola del Mondo, questo lo si esperiva mediante l’iniziazione ermetica come nascente da Iside. Iside allora sta davanti così che da un lato sta lei medesima, d’altro canto ha generato lei un’altra entità che si deve interpellare come i toni del mondo e la Parola del Mondo. Ora ci si sente nella comunione d’Iside e della Parola del Mondo da lei generata. E questa «Parola del Mondo» è innanzitutto l’apparire di Osiride. «Iside in comunione con Osiride», così sorgono davanti alla contemplazione immediata; poiché così nella più antica iniziazione egiziana si era diffuso, che Osiride era simultaneamente figlio e sposo di Iside. Si sentiva che era figlio e sposo di Iside. E questo costituiva l’essenziale nell’iniziazione egiziana più antica: chi stava per esser iniziato mediante questa iniziazione apprendesse i misteri dell’esistenza animica, che rimane connessa all’uomo anche quando egli atraversa il tempo che corre tra la morte e la nuova nascita.

Mediante il legame con Osiride era possibile riconoscersi nella sua significanza più profonda come uomo.

Quel che è stato esposto stabiliva dunque che l’iniziato egiziano incontrava Parola del Mondo e Toni del Mondo come gli spiegatori della sua propria essenza nel mondo spirituale. Questo però nell’antico Egitto era vero solo fino a un certo momento. Da quel momento in avanti cessò. E c’è una grande differenza—lo mostrano anche le contemplazioni della Cronaca dell’Akasha quando l’uomo oggi guarda indie alle antiche epoche—tra quel che l’iniziato egiziano esperiva nei templi dell’antico Egitto, e quel che esperiva in epoche posteriori. Vogliamo anche rappresentarci una volta quel che l’iniziato esperiva in epoche posteriori.

Poteva essere guidato anche attraverso i vasti campi cosmici fino alle rive dell’esistenza, poteva conoscere tutte le entità che costruiscono il corpo fisico e il corpo eterico dell’uomo, poteva presentarsi alle rive dell’esistenza e diventar consapevole della silenziosa, muta Iside e percepire in lei l’essenza di calore che per l’uomo contiene le forze che conducono dalla morte a una nuova nascita. Poteva anche riconoscere la luce che illumina l’anima tra la morte e la nuova nascita; sorgeva pure il desiderio di udire la Parola del Mondo e l’armonia del Mondo. Desiderio viveva nell’anima quando l’anima si univa con la silenziosa, muta dea Iside. Ma—la dea rimase muta e silenziosa! Nessun Osiride poteva esser partorito in epoca posteriore, nessuna armonia del mondo suonava, nessuna Parola del Mondo spiegava quel che ora ansiosamente mostrava come calore e luce del mondo. E allora l’anima di chi stava per esser iniziato se ne trovava così, che non poteva esprimere le sue esperienze diversamente che più o meno così: contemple piangendo, torturata da sete di sapere e da bramosia di conoscenza, verso di te, o dea! E tu rimani muta alla torturata, alla sofferente anima umana, che non potendo comprendere se stessa, si sente come annientata, come se dovesse perdere la sua esistenza—tu rimani a questa anima umana muta e silenziosa!

Piangendo la dea faceva il suo gesto, esprimendo che era divenuta impotente a partorire la Parola del Mondo e i Toni del Mondo. Si riconosceva in lei che le era stata strappata la forza di partorire e di avere al suo fianco Osiride, il figlio e lo sposo.

Strappato si sentiva Osiride da Iside. Coloro che passavano per questa iniziazione e ritornavano nel mondo fisico avevano una visione del mondo seria ma rassegnata. Conoscevano la santa Iside, ma si sentivano come i «figli della vedova». Seria e rassegnata era la visione del mondo dei «figli della vedova». E il momento fra l’antica iniziazione, in cui si poteva partecipare alla nascita di Osiride nei misteri egiziani antichi, e quello in cui si incontrava solo la muta, silenziosa, piangente Iside e si poteva diventar un figlio della vedova nei misteri egiziani, il momento che separa i due periodi dell’iniziazione egiziana, quale è? È il momento in cui Mosè ha vissuto. Poiché così si adempì il karma dell’Egitto: Mosè non solo fu iniziato nei segreti dei misteri egiziani, ma li portò anche con sé. Conducendo fuori il suo popolo dall’Egitto, portò via quella parte dell’iniziazione egiziana che aggiungeva all’Iside piangente, come divenne poi, l’iniziazione d’Osiride. Così avvenne il passaggio dalla cultura egiziana alla cultura dell’Antico Testamento. Sì, Mosè aveva portato via il segreto di Osiride, il segreto della Parola del Mondo! E se non avesse lasciato dietro l’impotente Iside, non avrebbe potuto risonare a lui quel che doveva risonargli nel modo in cui doveva comprenderlo per il suo popolo, la grande e significativa parola «Io sono colui che è, ejeh asher ejeh».

Così il segreto egiziano si trasformò in segreto ebraico-antico. Con questo insegnamento si è tentato, con le parole in cui tali cose possono esser rappresentate, di mostrare come fossero le esperienze nei misteri di Zarathustra e nei misteri egiziani. Le cose non si possono rappresentare con parole astratte.

Poiché quel che importa è che l’anima appunto percorra le esperienze corrispondenti che ho tentato di caratterizzare. Ed è importante ora sentire con partecipazione quel che accadeva nell’anima dell’egiziano che doveva esser iniziato più tardi, sentire come la sua anima si elevasse nei mondi superiori, come incontrasse Iside con lo sguardo dolente, Iside con il volto del dolore—che aveva sguardo dolente e volto del dolore, perché doveva contemplare l’anima umana che poteva avere sete e bramosia di conoscenza dei mondi spirituali, ma non poteva esserne soddisfatta.

Così pure certi iniziati greci sentivano l’identica essenza che gli egiziani chiamavano la successiva Iside. Da qui la serietà dell’iniziazione greca, dove essa appare nella sua serietà. Che cosa infatti sentivano gli aspiranti? Quel che prima era stato esperito nei mondi sovrasensibili, quel che aveva dato significanza a questi mondi sovrasensibili risuonando di Parola del Mondo e Tono del Mondo, ora non c’era più. Desolati e abbandonati dalla Parola del Mondo: così erano i mondi sovrasensibili in cui l’uomo per l’iniziazione anteriore aveva potuto penetrare. L’iniziato di Zarathustra poteva sentirsi ancora soddisfatto quando gli si facevano incontrare in questi mondi gli esseri di cui si era parlato, poiché si sentiva ancora soddisfatto dalla Luce del Mondo, che sentiva come Ahura Mazdao. La sentiva mascolina, solare; l’egiziano la sentiva femminile, lunare.

Colui che doveva venir più altamente iniziato sentiva pure nella iniziazione zarathustriana la Parola del Mondo. Non la sentiva così concretamente, generata da un’entità tale come è Iside; ma l’esperiva, e conosceva l’armonia sferica e la Parola del Mondo. Ora si sentiva nell’epoca posteriore egiziana—ma anche negli altri paesi durante questa epoca posteriore egiziana—quando ci si elevava come uomo nei mondi superiori, completamente simile a come anche l’uomo odierno ancora sente, come è stato detto all’inizio del presente insegnamento.

Si sale nei mondi superiori, si diviene consapevoli di tutte le entità che devono cooperare al formarsi del corpo fisico e del corpo eterico, e ci si sente abbandonati, ci si sente soli, se nulla altro accade oltre quel che è stato detto: perché si ha dentro di sé qualcosa che brama la Parola del Mondo e l’armonia del Mondo, e perché non possono suonare la Parola del Mondo e l’armonia del Mondo. Oggi ci si sente abbandonati e soli. Nell’epoca posteriore egiziana non solo ci si sentiva abbandonati e soli, ma si sentiva—quando si era quel che veniva chiamato «un vero figlio della vedova» e quando si era fuori dal corpo fisico e dal corpo eterico e nei mondi spirituali—l’anima umana così, che non poteva rivestire il suo sentire che in queste parole: il Dio s’appresta ad andarsene dai mondi che tu hai sempre penetrato quando hai sentito la Parola del Mondo, il Dio ora è divenuto inattivo! E sempre più e più questo sentimento si concentrava in quel che si può chiamare l’equivalente sovrasensibile di quel che compare alla sensibilità nel mondo dei sensi come la morte dell’uomo: quando si vede qui un uomo morire, quando si sa che abbandona il mondo fisico. E quando ora come iniziato dell’epoca posteriore egiziana si saliva nei mondi spirituali, si era partecipe del lento decadimento del Dio. Come si sente quando un uomo entra nel mondo spirituale, così si sentiva come iniziato dell’epoca posteriore egiziana come il Dio si congedava dal mondo spirituale per passare in un altro mondo.

Questo era il significativo e lo strano dell’iniziazione egiziana posteriore, che veramente ci si elevava nei mondi spirituali, non per beatitudine e benedizione, ma per partecipare al lento decesso di un Dio che come Parola del Mondo e Tono del Mondo era presente in questi mondi superiori.

Da questo sentimento il mito di Osiride, strappato a Iside, condotto verso l’Asia e per cui Iside piange, gradualmente si concentrò.

Con questo insegnamento ci siamo fermati a una riva, sulla riva di quel fiume che divide l’evoluzione dell’umanità in due parti. Siamo venuti dalla direzione di questo sviluppo umano fino alla riva: stiamo sulla riva e ci siamo rappresentato questo stare mediante il sentimento dell’iniziato egiziano posteriore, del «figlio della vedova» che viene iniziato per esperire il lutto e la rassegnazione. Ora ci aspetta, con la barca della scienza dello spirito, di attraversare il fiume che separa le due rive dell’evoluzione umana. Nell’ultimo insegnamento vogliamo vedere quel che sta sull’altra riva quando spingiamo la nostra barca dal luogo in cui abbiamo esperito il lutto per il Dio che muore nei cieli, quando abbandoniamo il luogo per attraversare un fiume e arriviamo all’altra riva.

Vogliamo vedere, quando arriviamo all’altra riva portando il ricordo che avevamo prima esperito il decesso di un Dio nei cieli, quel che allora si manifesta a noi dall’altra parte di questo fiume, quando la barca della scienza dello spirito ci vi porta.

4°Il Re Artù, il Santo Graal e i nuovi misteri

Berlino, 6 Febbraio 1913

Abbiamo considerato come caratteristico per ogni forma di misteria quattro movimenti essenziali: l’avvicinamento fino al margine della morte; l’incontro con la vita nel mondo elementare; la visione del sole a mezzanotte; lo stare dinanzi alle divinità superiori e inferiori. Parlamos di divinità inferiori quando si percepiscono le forze che governano quanto appartiene alla corporeità umana—il corpo fisico e il corpo eterico che rimangono nel sonno. Con le divinità inferiori, nel senso più vasto della parola, si ha a che fare. Diversamente, le divinità superiori riguardano le forze connesse all’essenza intima dell’uomo, a ciò che persiste attraverso le varie incarnazioni: l’Io e il corpo astrale. Ho potuto descrivere come l’uomo contemporaneo vive l’esperienza misterica quando, guardando nella Cronaca dell’Akasha, osserva le esperienze che le anime umane affrontavano nei misteri antichi. Dovemmo sottolineare l’impressione tragica che le anime egizie ricevevano dalle trasformazioni della forza cosmica denominata «Iside» nei misteri egiziani. Osiride—il consorte di Iside—fu strappato, vinto dal nemico, così che Iside vide rapito colui che chiamiamo Osiride. Anche per la vita nei mondi superiori scopriamo come la situazione trasformata di Iside portasse conseguenze.

L’anima che negli ultimi tempi egiziani si elevava negli universi spirituali diventava partecipe del dio che, gradualmente, moriva per i mondi superiori mentre scendeva nella regione terrestre: il destino di Osiride. Così veniva sentito l’evento.

È straordinariamente difficile parlare, mediante idee e concetti, dell’ulteriore sviluppo di questo «destino divino». Poiché, riguardo alle cose più intime dei mondi superiori, siamo soliti usare immagini quando il nostro linguaggio, profanato, risulta insufficiente con mere parole e concetti, esprimerò in figura ciò che deve fungere da tema fondamentale dei nostri attuali insegnamenti. Spero comprenderete l’immagine.

Immedesimiamoci nella disposizione tragica dell’iniziato egizio, nel come questa sorgesse da ciò che egli doveva dirsi secondo la sua esperienza: «Un tempo, quando mi elevavo nei mondi spirituali, trovavo Osiride; penetrava gli spazi con la parola creatrice e il suo significato, che rappresenta le forze fondamentali di tutto l’essere e il divenire. Ora è divenuto silenzioso e muto. Il dio detto Osiride ha abbandonato questa regione. Si è mosso verso altre sfere. È sceso nella regione terrestre per penetrare nelle anime umane». Solo allora il dio, prima noto spiritualmente alle anime umane, divenne manifesto nella vita fisica, quando Mosè udì la voce in un mondo che precedentemente poteva essere udita solo nei regni spirituali: «Io sono colui che sono, ero, sono, sarò». E poi iniziò il penetrare di quella realtà che, quale parola creatrice, si era gradualmente perduta dall’esperienza dell’iniziato nei mondi spirituali: si riversò nella regione terrestre affinché potesse gradualmente rivivere nelle anime degli uomini terrestri, e in questo rivivere potesse alimentare con gloria sempre crescente lo sviluppo ulteriore della terra fino al suo termine.

Rappresentiamoci vivamente la condizione dell’iniziato che sentiva il linguaggio creatore svanire nei regni spirituali raggiungibili, che lo vedeva immergersi nella regione terrestre, scomparire temporaneamente dalla percezione spirituale.

Seguiamo l’evoluzione terrestre come questa parola creatrice procede agli occhi spirituali: come un fiume che percorre la superficie e poi si immerge sotto il suolo per un certo tempo, per riemergere in seguito in un altro luogo. Ed effettivamente riemerse ciò che le anime iniziate nei misteri egiziani posteriori, nel loro stato tragico, avevano visto discendere. Riemerse, e coloro che negli ultimi tempi potevano partecipare ai misteri potevano contemplarlo. E dovevano tradurlo in immagini, ciò che contemplavano mentre risaliva; ma risaliva ora in modo da appartenere all’evoluzione terrestre.

Come risalì ciò che nell’antico Egitto era sceso? Risalì visibilmente in quel calice sacro designato come il «Sacro Graal», custodito dai Cavalieri del Sacro Graal. E nel risalire del Sacro Graal si può sentire ciò che nell’antico Egitto era sprofondato. In questo risalire del Sacro Graal sta davanti a noi tutto ciò che è il rinnovamento cristiano della misteria antica dell’Oriente. Sostanzialmente, il termine «Sacro Graal» e tutto ciò che vi si connette contiene il riaffiorare della misteria orientale nel nostro tempo.

Tutto ciò che in un’epoca determinata dell’evoluzione umana emerge per continuare tale evoluzione deve, in una certa misura, contenere una ripetizione del passato. In ogni epoca successiva devono riaffiorare, in forma trasformata, le esperienze precedenti dell’umanità. Sappiamo che nella terza epoca post-atlantica partecipava specialmente l’anima di sentimento umana; nella quarta epoca post-atlantica, quella greco-romana, partecipava prevalentemente l’anima razionale o di sentimento pensante. Nella quinta epoca, che ancora viviamo, l’anima di coscienza deve svilupparsi particolarmente.

Queste cose rimangono importanti anche per chi si avvia all’iniziazione; i poteri iniziatici devono fluire da quel membro dell’anima che per quell’epoca è particolarmente significativo.

Così l’iniziazione egiziana era legata all’anima di sentimento, quella greco-romana all’anima razionale. L’iniziazione della quinta epoca deve connettersi all’anima di coscienza. Eppure deve ripetersi ciò che l’iniziato anticamente esperiva con le forze dell’anima di sentimento, anche nel sorgere della quinta epoca nella sua alba; e così deve ripetersi ciò che avvenne nella quarta epoca post-atlantica. Poi subentra come novità ciò che l’anima di coscienza propone come forze di sostegno all’iniziatore. Devono apparire ripetizioni di quanto riguardava i due periodi precedenti; e il nuovo per l’anima di coscienza deve aggiungersi. Perciò il quinto periodo post-atlantico, ove mostri specificamente l’emergere della nuova iniziazione, deve presentare istituzioni che ripetono ai popoli occidentali i misteri svolti dall’anima egizio-caldea, e che ripetono i misteri dell’epoca in cui il Mistero di Golgota si compì: la quarta era post-atlantica, greco-romana. E nuovo deve aggiungersi. Come per le ere più antiche, anche per i tempi moderni, l’insegnamento mistico si espresse nelle leggende più varie, che esprimono, più o meno, i segreti di cui l’anima umana deve partecipare.

Era necessario che i segreti egizio-caldei risorgessero in forma di ripetizione davanti all’anima della quinta era. Erano segreti riguardanti il cosmo, lo scorrere delle forze dello zodiaco, dei pianeti, ma specialmente i segreti concernenti il convergere di sole e luna e il transitar dei loro influssi—parlo di movimenti apparenti, poiché questi ci caratterizzano adeguatamente i processi—attraverso i segni zodiacali.

Eppure doveva sussistere una differenza fra il modo in cui questi segreti emergevano nella quinta era e il modo in cui apparivano nella terza. Tutto doveva agire nell’anima di coscienza, in ciò che costituisce la personalità umana.

Accadde in modo straordinario. Le forze ispirative che, quando le anime si trasponevano nella regione spirituale del cosmo, nella terza era post-atlantica erano contemplate e scorrevano dalla vastità stellare nella terra, durante la quinta era ispirarono certi uomini. Così nella prima alba della quinta epoca visse gente che non per addestramento, ma per influssi misteriosi specifici, divenne strumento e portatore degli effetti cosmici, quali procedono da sole e luna nel loro transito attraverso lo zodiaco. Quanto di segreto l’anima umana poteva guadagnare attraverso questi uomini era la ripetizione di ciò che fu provato mediante l’anima di sentimento. Gli uomini che esprimevano il cammino delle forze cosmiche attraverso i segni zodiacali erano quelli che si nominavano i «Cavalieri della Tavola Rotonda di Re Artù». Dodici erano i cavalieri principali, circondati da una schiera d’altri; questi rappresentavano, per così dire, l’esercito stellare disperso nel cielo. In loro affluivano ispirazioni più sparse nello spazio cosmico; nei dodici cavalieri fluivano le ispirazioni dalle dodici direzioni dello zodiaco. Le ispirazioni dalle forze spirituali di sole e luna erano rappresentate da Re Artù e sua moglie Ginevra.

Si aveva così il cosmo umanizzato nella «Tavola Rotonda di Re Artù». La grande scuola pedagogica per l’anima di sentimento dell’Occidente emanava dalla Tavola Rotonda di Re Artù. Per questo ci narra la leggenda—e qui i miti esterni riflettono segreti interni che agli albori di quell’era si compivano nell’anima umana—come i cavalieri di Re Artù percorsero la terra, uccidendo mostri e giganti. Quel che si rappresenta in figure esterne allude agli sforzi rivolti alle anime umane che dovevano progredire nella purificazione e nella mondificazione delle forze del corpo astrale, che per il veggente si esprimevano in quelle immagini di mostri e giganti. Tutto ciò che l’anima di sentimento doveva vivere attraverso la nuova misteria rimane legato alle rappresentazioni della Tavola Rotonda di Re Artù. Quel che l’anima razionale o di sentimento pensante doveva vivere in questo nuovo tempo trovò ancora espressione leggendaria, espresso nei miti relativi al Sacro Graal stesso. Quindi ciò che doveva ripetersi dall’epoca in cui il Mistero di Golgota si compì concentravasi in tutto ciò che emanava dai segreti del Sacro Graal. E da lì fluivano sugli iniziati al Graal gli effetti che agivano nell’anima razionale quando volevano comprendere il loro tempo.

Ancora oggi questi effetti devono agire sull’anima umana, se essa vuol essere iniziata e comprender veramente l’essenza spirituale della nostra era. Il Sacro Graal è circondato da innumerevoli misteri. Oggi si possono fornire solo cenni schematici; tuttavia serve da inizio a future considerazioni, forse ancora più precise, su questi misteri graaliani. Nel Sacro Graal, inteso nella sua vera natura, era contenuto tutto ciò che caratterizzava i segreti dell’anima umana nel nostro tempo. Immaginiamo un iniziato moderno che, libero col suo Io e corpo astrale dal corpo fisico ed eterico, staccato da essi, guardi da fuori questo corpo fisico ed eterico. Osserviamo cosa veda in questo corpo fisico ed eterico. Vede qualcosa che, non ben compresa, potrebbe cagionare inquietudine. Lo vede ancora oggi. Nel corpo fisico ed eterico è innestato qualcosa che l’attraversa come correnti e come filamenti. Come i nervi percorrono il corpo fisico, così, più sottilmente, è innestato qualcosa nel corpo fisico cui lo sguardo occulto vede: questo è morto, così morto che l’uomo porta in sé, propriamente, una sostanza cadaverica.

È la stessa realtà che ora è morta, condannata alla morte durante tutto lo scorrere tra nascita e morte, e che era viva nel tempo di sviluppo orientale dell’umanità.

Sì, l’esperienza mostra che oggi nei corpi umani qualcosa è morto che una volta era vivo. Si ricerca allora che cosa sia questo, innestato come una presenza cadaverica nel corpo umano, e che un tempo era vivente. La «morte» è relativa; viene animata dall’ambiente, ma quelle correnti e filamenti nel corpo umano hanno, nei confronti del vivente, sempre la tendenza verso il morto. Si ricerca donde ciò provenga, e si scopre che deriva dal seguente. Un tempo, nei tempi antichi, le anime umane possedevano una chiaroveggenza. Ancora negli ultimi giorni della cultura egizio-caldea tale chiaroveggenza era così presente che quando l’uomo guardava le stelle, non vedeva solo i corpi fisici stellari bensì le realtà spirituali unite a essi. Questo creava un’impressione diversa sull’anima umana quando, negli stati intermedi fra veglia e sonno, essa guardava l’universo e percepiva lo spirituale, rispetto alle impressioni che l’anima riceve oggi quando apprende la scienza moderna o quando vive con l’ordinaria coscienza contemporanea. Ma tutte le anime che vivono oggi, incarnate in questo momento, erano incarnate anche nell’epoca egizio-caldea.

Tutte le anime presenti qui hanno una volta guardato fuori dai loro corpi nello spazio stellare, hanno partecipato alla vita spirituale dell’universo e ne hanno ricevuto impressioni. Questo si è sedimentato nelle anime, è divenuto parte costitutiva delle anime. Tutte le attuali anime hanno una volta contemplato l’universo e ricevuto impressioni spirituali come oggi ricevono impressioni di colori e suoni.

Nel fondamento delle anime esso riposa, e le anime costruirono su di esso i loro corpi. Ma le anime l’hanno dimenticato! Per la coscienza odierna non è più nelle anime. Ciò che ha forza costruttiva nelle anime, corrispondente a ciò che un tempo le anime accolsero, non può edificare il corpo fisico ed eterico; lascia inerti le parti corrispondenti del corpo fisico ed eterico. Se nulla di nuovo intercedesse, se gli uomini vivessero solo con quelle scienze rivolte al fisico esteriore, dovrebbero decadere sempre più, perché le anime—di quelle antiche impressioni del mondo spirituale—hanno dimenticato ciò che appartiene all’animazione e all’edificazione del corpo fisico ed eterico. L’iniziato contemporaneo contempla questo, e può dirsi: «Le anime ardono dal desiderio di animare nel corpo fisico ed eterico qualcosa che deve rimanere inerte, perché ciò che un tempo accolsero non sale nella coscienza odierna». Questa è l’impressione inquietante che l’iniziato contemporaneo ha. Qui risiede qualcosa nell’uomo sottratto al dominio dell’anima. Vi prego di prendere seriamente questa frase, poiché caratterizza l’essenza dell’uomo moderno: qualcosa in questo uomo è sottratto al dominio dell’anima, è come morto rispetto all’ambiente vivente dell’organismo umano. E nel suo agire su questo morto, le forze luciferiche e ahrimaniche hanno influenza sull’uomo in modo assai particolare.

Mentre l’uomo può divenire sempre più libero, proprio in ciò che sfugge al dominio dell’anima si insinuano le forze ahrimaniche e luciferiche.

Questo è il motivo per cui molti uomini nel tempo moderno provano—a buon diritto—di sentire come se due anime abitassero il loro petto, come se una volesse separarsi dall’altra. Molti enigmi dell’uomo moderno, molte esperienze intime dell’uomo contemporaneo poggiano su quanto è stato detto.

Il cosiddetto Sacro Graal non era altro e non è altro che ciò che sa nutrire il part vivente dell’anima affinché diventi signore del morto. E Montsalvatsch, il luogo di custodia del Sacro Graal, è la scuola dove il part vivente dell’anima umana deve imparare—cosa che non era necessaria nei misteri orientali ed egiziani—cosa versare nel part vivente dell’anima affinché diventi signore del morto del corpo fisico e dell’inconscio dell’anima. Quindi la visione medievale in questi segreti graaliani vide la ripetizione dell’epoca greco-romana, la ripetizione delle esperienze nell’anima razionale: in essa infatti risiede soprattutto ciò che è divenuto dimenticanza e morte. I segreti graaliani pertanto riguardavano la penetrazione di quest’anima razionale con nuova saggezza. Quando l’iniziato medievale voleva rappresentare in immagine ciò che doveva imparare, per penetrare così il suo part d’anima rimasto vivo con la nuova saggezza, indicava il castello del Sacro Graal e ciò che come saggezza nuova—il «Graal» appunto—emana da quel castello. E quando voleva indicare l’opposto di questa nuova saggezza, puntava a un territorio diverso, quel luogo dove abitavano tutti gli esseri e le forze che si erano dedicati ad attaccare il part morto del corpo umano e il part inconsapevole dell’anima umana.

Quel territorio, in cui con ragione—nel senso occulto, con piena ragione—vennero collocati i discendenti dei più malvagi esseri spirituali di ere passate, che avevano conservato le più cattive forze della magia orientale—non le migliori che pure rimasero—il territorio che sotto questo aspetto era il più corrotto, il più nemico del Graal, era «Chastelmarveille», il raccoglitore di tutto ciò che attacca l’uomo in quell’ambito del corpo e dell’anima che ha esperito un destino karmico quale accennato.

Ciò che oggi è già più espiritualizzato, che è passato in una saggezza ovunque diffondibile—poiché ora stiamo al passaggio verso la sesta epoca culturale, dove queste cose non sono più legate a luoghi—in quel tempo medievale, come ho accennato nel libro «La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità», era ancora legato a certe località. Mentre dunque per le ere antiche non è improprio parlare di località concrete cui bisognava recarsi per ricevere gli insegnamenti, oggi si deve dire che la saggezza ha minor carattere locale; viviamo infatti nel periodo di transizione dalla vita nello spazio e tempo verso forme più spirituali della temporalità. Mentre si colloca il castello del Graal a Occidente in Europa, il castello della contrarietà del Graal deve situarsi localmente altrove, dove l’uomo che vi giunga può ricevere, per certe forze spirituali ivi presenti, un grande e potente effetto positivo, ma al contempo anche il contrario per altre forze, rimaste fino a oggi come un’eco akashica dei nemici del Graal di cui si parla. Lì si può parlare dei più cattivi influssi, ancora visibili nelle loro conseguenze akashiche. Un tempo si compirono in quel luogo, si potrebbe dire nel vivo della vita fisica, arti malvagie dal che irradiavano attacchi alla part inconsapevole dell’anima umana e alla part morta dell’organizzazione umana.

Tutto ciò si ordina intorno a una figura che affiora leggendaria dal Medioevo, ma che chi conosce i misteri ben riconosce, intorno a una personalità che fu reale verso la metà del Medioevo, intorno a Klingsor, il duca di Terra di labur, una regione che oggi troviamo nella Calabria meridionale. Da lì si estesero le scorrerie del nemico del Graal specialmente verso la Sicilia.

Similmente a come oggi, toccando il suolo siciliano con sguardo occulto, sentiamo agire—come già più volte accennato—l’eco akashica del grande Empedocle, come presente nell’atmosfera della Sicilia, così pure oggi vi si percepiscono gli effetti malvagi di Klingsor. Egli una volta si era unito dal suo ducato di Terra di labur, attraverso lo stretto, con quegli nemici del Graal che abitavano quella rocca che nell’occultismo e nella leggenda si chiama Kalot bobot. Kalot bobot in Sicilia era nella metà del Medioevo la sede di quella dea nominata Iblis, la figlia di Eblis. E fra tutte le più cattive alleanze che si crearono nell’evoluzione terrestre fra esseri dotati di forze occulte nelle loro anime, gli occultisti conoscono come la più nefasta quella di Klingsor con Iblis, la figlia di Eblis. «Iblis» è già nel nome caratterizzata come affine a «Eblis»: così nella tradizione islamica si chiama l’essere che noi designiamo con «Lucifero». Un tipo di aspetto femminile di «Eblis», il Lucifero islamico, è «Iblis», con cui si unì alle sue arti malvagie, mediante cui nel Medioevo agiva contro il Graal, quegli che si chiama il cattivo mago Klingsor. Questi temi devono esprimersi in immagini che però corrispondono a realtà; non possono dirsi in astratte idee.

L’intera ostilità al Graal si svolse in quella rocca di Iblis, «Kalot bobot», ove pure quella strana regina Sibilla col suo figlio Guglielmo nel 1194 si rifugiò sotto il dominio di Enrico VI. Tutto ciò che venne intrapreso come signoria ostile al Graal, e per cui fu ferito Amfortas, infine risale all’alleanza che Klingsor chiuse nella fortezza di Iblis, Kalot bobot. E tutto ciò che rifulge di miseria e di angoscia nel gralismo attraverso Amfortas si esprime in questo patto. Questo fa sì che l’anima debba restare ben armata quando si accosta a quelle regioni dal che tutti gli influssi ostili possono emanare, quelli che si rapportano ai segreti del Graal rispetto all’avanzante evoluzione umana.

Se consideriamo la cosa così, abbiamo da un lato il regno del Graal, dall’altro il malvagio regno di Chastelmarveille, in cui penetra ciò che l’alleanza di Klingsor e Iblis ha istituito. E abbiamo così, in modo meravigliosamente drammatico, espresso il concorrente equilibrio di ciò che il membro più autonomo, l’intima essenza dell’anima—l’anima razionale—deve sopportare contro gli attacchi esterni. L’anima razionale nel quarto periodo post-atlantico non era ancora così interiore come dovette divenire nel quinto. Si ritirò da quella vita più rivolta al mondo esteriore, quale era nella grecità e romanità, verso l’interno dell’uomo, divenne più autonoma, anche più libera. Ma per questo era molto più vulnerabile dai poteri, per le ragioni indicate, che nell’era greco-romana.

L’intero cambiamento accaduto all’anima razionale si esprime in ciò che, balbettante, leggendario eppure così drammatico, sta davanti a noi nel contrasto fra «Montsalvatsch» e «Chastelmarveille». Tutte le sofferenze e tutte le vittorie dell’anima razionale risuonano negli insegnamenti legati al Sacro Graal. Tutto ciò che diversamente dovette accadere all’anima umana nel nostro tempo si mostra a chi con i misteri si familiarizza. Basti un caso concreto. Spesso si osserva da chi non si è sufficientemente formato su questa materia: come può un uomo come Goethe portare in sé certi segreti di quest’anima umana e insieme essere così tormentato dalla passione, come registra chi segua la biografia goethiana in modo alquanto esteriore? Effettivamente: in Goethe, se lo consideriamo inizialmente, abbiamo dinanzi una «doppia natura» nel senso più crudo. Uno sguardo superficiale ritrova difficile l’armonia delle due nature. D’un lato sta l’anima altamente consapevole che poté esprimere certe parti del secondo Faust, che formulò molti profondi segreti dell’essenza umana nel «Märchen della Serpe verde e della Bella Giglio»; e vorremmo dimenticare tutto ciò che dalla biografia sappiamo, abbandonarci solo a quest’anima.

Eppure poi s’affaccia in Goethe, tormentandolo, penetrandolo di rimorsi in molti aspetti, l’altra natura, «umana, troppo umana» in molti riguardi.

Nei tempi antichi le due nature dell’uomo non si erano così scisse; non potevano crepolarsi. Non poteva un uomo la cui biografia si presenta come quella goethiana ascendere a tali altezze quale si esprimono in certi passi del secondo Faust o nel «Märchen della Serpe verde e della Bella Giglio» senza frammentarsi interiormente. Nei tempi antichi era impossibile. Solo nei tempi nuovi è divenuto possibile, perché nella natura umana esiste questa part inconsapevole dell’anima e questa parte morta dell’organismo accennate. Ciò che rimase vivo potè purificarsi e raffinarsi tanto che potesse contenersi, potesse portarsi al «Märchen della Serpe verde e della Bella Giglio», mentre l’altro potesse esporsi agli attacchi del mondo esteriore. E perché gli esseri caratterizzati potessero insediarsi, quindi una scarsa congruenza con l’Io superiore dell’uomo potrebbe sussistere.

Si deve solo comprendere come l’anima che viveva in Goethe appartenne una volta agli iniziati egiziani, poi visse in Grecia, là era scultore e al contempo discepolo di filosofi. Poi viene un’incarnazione—probabilmente una sola—fra quella greca e quella di Goethe, che non ho potuto trovare. Se ci teniamo questo presente, possiamo vedere come un’anima siffatta, che nelle antiche incarnazioni poteva dominare interamente l’uomo, viene condotta più giù, eppure allora deve lasciare qualcosa della complessiva natura umana, su cui i cattivi poteri possono agire. Questo è il misterioso e difficile da comprendere in nature come Goethe. Eppure è ciò che esprime tanti segreti nell’anima umana del tempo moderno.

Tutto ciò che accade come dualità della natura umana tocca anzitutto l’anima razionale, che propriamente si scinde in quelle «due anime», di cui una può sprofondare abbastanza nella materia, l’altra può ascendere verso lo spirituale. Così ci si presenta nei «Cavalieri della Tavola Rotonda di Re Artù» la ripetizione di tutto ciò che il nuovo iniziato deve in qualche misura vivere nell’anima di sentimento. In ciò che circonda il Sacro Graal sta rappresentato ciò che nel nostro tempo l’anima razionale può vivere. Tutto ciò che l’uomo deve attraversare affinché renda una parte della sua doppia natura abbastanza forte per penetrare nei segreti dei mondi spirituali del nostro tempo, deve svolgersi nell’anima di coscienza. Questo è il nuovo che deve aggiungersi.

Ciò che deve svolgersi nell’anima di coscienza è espresso in tutto ciò che si cristallizza attorno alla figura di Parsifale.

Tutte le leggende legate alla Tavola Rotonda di Re Artù rappresentano le ripetizioni delle esperienze dei tempi precedenti nell’anima di sentimento. Tutte le leggende e gli insegnamenti direttamente connessi al Sacro Graal, eccetto Parsifale, rappresentano ciò che l’anima razionale deve vivere. E tutto ciò che si esprime nella figura di Parsifale, questo ideale della nuova iniziazione, in quanto dipende dall’anima di coscienza, rappresenta le forze che principalmente devono essere acquisite attraverso quello che chiamiamo l’anima di coscienza. Si presenta così fondamentalmente il concorso dei tre membri dell’anima dell’uomo contemporaneo nella triplice figura leggendaria. Come dalle leggende più antiche si può sentire i profondi segreti dell’anima umana, così pure dalle leggende contemporanee è possibile sentire i profondi segreti misterici dell’era nuova.

È del tutto falso figurarsi che il processo iniziatico non si sia mutato dalle ere antiche, e che un uomo dell’Occidente contemporaneo dovrebbe attraversare gli identici gradi quale un uomo dell’antico Oriente o del Medioevo. Le cose si svolgono così: ciò che in un momento precedente era caratteristico, per certi popoli si protrae ancora nel periodo successivo.

La verità è invece che il processo iniziatico del nostro tempo ha un carattere molto più interiore. Pone sì esigenze molto più forti all’elemento più intimo dell’anima umana, ma in una certa misura non giunge direttamente all’esteriore della natura umana; perciò molto più che nell’iniziazione antica, l’esteriore deve essere purificato e raffinato affinché l’interno divenga forte e signore dell’esteriore. L’ascetismo esteriore, l’allenamento esteriore appartengono molto più all’essenza dell’iniziazione antica; l’evoluzione immediata dell’anima stessa, così che quest’anima sviluppi nel suo interno forti forze, appartiene molto più all’essenza della nuova iniziazione. E poiché le condizioni esterne sono tali che solo nel corso del tempo le parti morte della natura umana vengono superate, e che oggi possono inquietare l’iniziato, devo dire: nel nostro tempo e verso il futuro ci saranno ancora molte nature simili a quella di Goethe, che con una parte del loro essere ascendono molto in alto, con l’altra rimangono legate all’«umano, troppo umano». Nature che nelle incarnazioni precedenti non mostravano affatto tali peculiarità, che al contrario allora manifestavano una certa armonia fra esteriore e interiore, possono venir gettate in nuove incarnazioni dove si manifesta una profonda disarmonia fra l’organizzazione esterna e interna. E chi conosce i segreti delle incarnazioni umane non si lascerà sconcertare da tale disarmonia; poiché nella misura in cui queste cose crescono, cresce anche il discrimine dei popoli, e quindi cessa il vecchio principio di autorità.

Dovrà sempre più appellarsi all’esame di ciò che proviene dai misteri. Sarebbe più comodo prestare attenzione solo all’esteriore di chi ha da insegnare, senza doversi verificare se i fatti, ciò che egli insegna e dice e spiritualmente compie, concordi con l’intelligenza umana e la logica libera da pregiudizi. Benché la dualità della natura umana non dovesse per nulla essere protetta, bensì rigorosamente esigere il dominio dell’anima sull’esteriore, deve tuttavia dirsi che i fatti accennati sono concordi con lo sviluppo attuale. Rimangono infatti ancora presenti, benché in altra forma, gli effetti di Klingsor e Iblis. Specialmente stiamo ora dinanzi a un’epoca dove questi effetti, questi attacchi provenienti da Klingsor e Iblis che afferrano uomini progressivamente, si insinuano anche nella vita intellettuale, nella vita intellettuale connessa con l’educazione moderna, con la divulgazione della scienza moderna. Ciò che già da lungo l’uomo apprende, che si stima giusto trasmettere al fanciullo e coltivarvi, e che serve da sedimento dell’educazione odierna, non si giudica solo dal fatto che chi crede d’essere intelligente affermi che capisca e sia assolutamente vero, bensì tutto si giudica da come agisce sulle anime, da come le fertilizza, quali impressioni crea sulle anime.

Quando in quel modo si diviene sempre più «intelligenti», come oggi usa dirsi della gente «intelligente», si sviluppano nella propria anima tali forze che in questa incarnazione forse si rivelano capaci di farsi valere laddove si vuol vivere materialisticamente o monisticamente. Però allora si inaridiscono certe forze vive che dovrebbero stare nell’organismo umano. E quando un’anima simile, che ha solo assorbito questo particolare sedimento dell’educazione moderna, entra nella prossima incarnazione, le mancano le forze per edificare rettamente l’organismo.

Più razionali, più «intelligenti» si era in un’incarnazione precedente rispetto all’epoca cui andiamo incontro, tanto più «idioti» lo si è in un’incarnazione posteriore. Poiché quelle categorie e concetti che si rivolgono solo al vivere sensibile esteriore e a idee che mantengono lo stare sensibile esteriore, producono una tale configurazione nell’anima che, per quanto possa esserne fine l’aspetto intellettuale, perde la forza intensiva di agire sul cervello e di servirsi del cervello. E non saper usare il cervello nella vita fisica significa essere idioti. Se fosse vero ciò che i materialisti affermano, che il cervello è ciò che pensa, si potrebbe dar loro qualche consolazione. Ma quest’asserzione non è vera, come non è vera l’altra affermazione secondo cui il «centro del linguaggio» si sarebbe formato da sé. Si è formato perché gli uomini impararono a parlare, onde il centro del linguaggio è un risultato della parola. E così tutta l’attività cerebrale è un risultato del pensiero, non il contrario, anche nella storia. Il cervello è plasmato plasticamente dal pensiero.

Se si sviluppano solo pensieri come oggi sono comuni, se i pensieri non son penetrati dalla saggezza dello spirituale, allora le anime che oggi si occupano pensando del solo materiale non potranno più nel prossimo avvenire servirsi rettamente del loro cervello, perché le forze non potranno più aggredire il cervello, perché diventano troppo deboli. È così: un’anima che oggi solo, diciamo, somma dare e avere, o si occupa degli usi della vita commerciale o industriale, o assume solo concetti scientifici materialisti, si riempie di costrutti mentali che progressivamente nelle incarnazioni successive oscureranno la coscienza, poiché il cervello come una massa non plastica—proprio come oggi nell’ammollimento cerebrale—non potrebbe più essere aggredito dalle forze del pensiero.

Perciò per chi sguarda a queste forze più profonde dello sviluppo umano, tutto ciò che può vivere nell’anima deve esser penetrato dall’afferramento spirituale del mondo. Così anche nel nostro tempo la natura umana può restare una doppia natura. L’uomo deve nei poteri dell’anima di coscienza, assumere conoscenza, sapere spirituale interno, conoscenza spirituale. L’uomo deve superare i due ambiti che Parsifale attraversa: deve superare la «ottusità» e il «dubbio» nella sua anima. Perché se portasse ottusità e dubbio nell’incarnazione successiva, non potrebbe farvi fronte. Sapiente deve divenire l’uomo rispetto ai mondi spirituali.

Solo dal fatto che nell’anima umana si diffonde la vita che Wolfram di Eschenbach chiama Saelde, e che non è altro che la vita che il sapere spirituale versa nell’anima di coscienza, solo così lo sviluppo dell’anima umana dalla quinta epoca alla sesta può veramente e fecondamente proseguire. Ciò appartiene agli esiti della nuova misteria; questi sono i ponderosi e significativi esiti che devono essere assunti dalle odierne misterie, che sono un’eco della misteria graaliana. Eppure è così che—diversamente da tutto il sapere misterioso più antico—può veramente anche universalmente intendersi. Perché progressivamente devono esser superate le forze inconsapevoli e morte dell’anima e dell’organismo, mediante una forte penetrazione dell’anima di coscienza di sapere spirituale: cioè di sapere spirituale inteso, compreso, non di sapere fondato su autorità.

Persino tali insegnamenti come quelli odierni, se si considerano tutte le cose che l’educazione contemporanea, la conoscenza contemporanea possono dare agli uomini, se sono stati ascoltati—trovarsi possono solo da chi le misterie attuali impara contemplandole—possono essere compresi, veramente compresi pienamente. E devono esser compresi pienamente!

Così forse in alcuno fra gli uomini moderni che aspirano ai mondi superiori, sulla sua figura esterna possa ancora rilevarsi alcunché dell’«umano, troppo umano» o di ciò che l'eleva al di sopra dell’umano, troppo umano.

Sì, possano i «vestiti da sciocco» attraversare ancora la corazza dello spirituale come in Parsifale. Ma non è questo che conta. Conta che nell’anima sia presente lo slancio verso sapere spirituale, verso intendimento spirituale—quello slancio che inesorabile abita in Parsifale e che infine lo conduce al castello del Sacro Graal. Si possono trovare in ciò che è espresso su Parsifale, se rettamente inteso, tutti i diversi allenamenti dell’anima di coscienza che sono necessari, affinché dall’anima di coscienza nel modo retto si agisca, così che l’uomo possa ottenere il possesso delle forze che si mulinano e combattono nell’anima razionale. Quanto più l’uomo contemporaneo entra in sé e vuol praticare l’autoconoscenza, onestamente l’autoconoscenza, tanto più troverà come nella sua anima agisca la lotta, la lotta che è una lotta dentro l’anima razionale. Poiché l’«autoconoscenza» in questo aspetto è oggi qualcosa di più difficile di quanto molti credano, e fondamentalmente diverrà ancora sempre più difficile. Qui uno tenta di giungere all’autoconoscenza: anche se riesce a refrenarsi esteriormente in molti aspetti e a essere un carattere, nota spesso, quando il momento giunge, come nel suo intimo più profondo si agitino le più nascoste passioni e le più nascoste forze, come lacerano proprio la regione dell’anima razionale. E come talvolta sta nella nostra contemporaneità l’uomo che con la conoscenza e il sapere fa sul serio! A quegli uomini forse non giunge mai alla coscienza la difficoltà di questa vita interna, perché vedono il vero e genuino sapere e la vera e genuina conoscenza nel lavoro scientifico esteriore o nel ripetere ciò che costituisce il lavoro scientifico esteriore.

Ma un’anima che con serietà e dignità prende il desiderio di conoscenza, sta diversamente quando veramente guarda nel suo interiore. Va, ricerca forse in questa o quella scienza, ricerca e ricerca, ricerca anche di trovarsi d’accordo nella vita con ciò che si presenta nella vita umana. Se ha ricercato per un po’, crede di sapere questo o quello. Ma poi ricerca ancora. E più ricerca con i mezzi del tempo, tanto più spesso sente di esser lacerata, tanto più sente di esser tirata nel dubbio. E l’anima che, dopo aver assunto l’educazione del tempo, si confessa con questa educazione di non poter sapere nulla, quest’anima è spesso quella che pratica con massima serietà e dignità l’autoconoscenza. Propriamente non può esservi un’anima moderna più profonda che non attraversi il dubbio corrosivo. L’anima moderna deve conoscere il dubbio corrosivo! Allora entrerà con forti forze in quel sapere spirituale che per l’anima di coscienza è propriamente il vero e che deve riverarsi prima dall’anima di coscienza nell’anima razionale, per esserne signore.

Dobbiam quindi cercare di penetrare in modo razionale ciò che all’anima di coscienza è offerto dal sapere occulto. Per questo modo trarremo su nel nostro interiore un tal Sé che dentro il nostro interiore sia veramente signore e governante. Allora, quando impariam la nuova misteria, stiamo di fronte a noi stessi. Deve così sentirsi chi si accosta alla misteria, deve così stare dinanzi a sé stesso, che si sforzi di divenire uno che persegue le virtù di Parsifale, e che però sa di essere insieme un altro: che egli—per tutte le descritte circostanze del nostro tempo, perché uomo del nostro tempo—sia il ferito Amfortas.

L’uomo del nostro tempo porta questa doppia natura: lo slancio di Parsifale—e il ferito Amfortas. Così deve sentirsi nella sua autoconoscenza.

Da ciò scaturiscono allora le forze che da questa dualità devono farsi unità e devono portare l’uomo ancora un passo innanzi nell’evoluzione mondiale. Nella nostra anima razionale, nelle profondità del nostro interiore devono incontrarsi l’uomo moderno ferito nel corpo e nell’anima in una certa misura—l’Amfortas—e Parsifale, il curatore dell’anima di coscienza. Non è improprio dire, ma è propriamente detto, che l’uomo, per conquistare la libertà, deve attraversare la «ferita» di Amfortas, deve conoscere l’Amfortas in sé, affinché possa anche conoscere il Parsifale. Come era appropriato nell’epoca egiziana ascendere nei mondi spirituali per conoscere l’Iside, così nell’odierna epoca è appropriato partire dalla spiritualità di questo mondo, e attraverso il modo spirituale di questo mondo ascendere nei mondi spirituali superiori. Non è una vera caratteristica del nostro tempo se si vuol negare la natura di Amfortas. Perché l’uomo moderno si circonda volentieri di Maya, accade che vuol negare l’Amfortas. Perché come suona bene se si dice: l’umanità progredisce sempre! Sì, ma questo progredire cammina per vie intricate! E per sviluppare le forze di Parsifale nella natura umana, deve esser riconosciuta la natura di Amfortas nell’uomo stesso. Così per questo ciclo mi son dapprima sforzato, in riferimento alle leggende donde ho tentato di trarre le immagini di profonde esperienze di anima, di almeno portarvi un qualche oscuro presentimento della nuova misteria. Forse avremo occasione, in parole forse ancora più chiare, se possibile, di parlare di quel che la nuova misteria rivela sulla natura dell’uomo contemporaneo, sulla dupla natura che l’uomo porta in sé: su Amfortas e Parsifale. ANNOTAZIONI Nella prima settimana di febbraio del 1913 avvennero a Berlino parecchi importanti eventi della neo-fondata Società Antroposofica: il 2 febbraio riunione al posto dell’undicesima assemblea generale della Sezione Tedesca della Società Teosofica, dal che si era separata la Società Antroposofica.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

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