Come sapete, abbiamo dovuto iniziare la nostra rassegna festival con una defezione. Purtroppo non abbiamo potuto presentare in questa stagione la rappresentazione che era stata progettata, il dramma La soeur gardienne del nostro stimato Edouard Schuré. Dovemmo rinviare la rappresentazione per ragioni assai complesse. Era desolante in certo senso, poiché proprio in questi tempi, nel nostro presente, pareva importante esporre al nostro spirito il significato e il valore di quest’opera del nostro rispettato Edouard Schuré. In essa si manifestano certi flussi e onde dello sviluppo dell’umanità che potrebbero chiarire molte cose negli eventi spesso così strazianti del presente, eventi che fluiscono dinanzi alle nostre anime senza che la comprensione attuale del piano fisico, in particolare dell’Europa occidentale, possa penetrare nei fondamenti più profondi di questi accadimenti.
È davvero notevole, per una riflessione profonda, come cose di massima importanza agitino le anime dei popoli nell’Europa orientale, e come ivi si svolga molto che diviene comprensibile soltanto se si considerano i flussi e le onde che si compiono sotto la superficie del mondo fisico-sensibile nella vita dei popoli. È in certo modo strano come il pensiero razionale europeo occidentale ben poco pensi di portare a consapevolezza del cuore, a intendimento spirituale, i fondamenti più profondi di questi eventi sconvolgenti. E potrebbe parere, per le impressioni immediate del presente, quasi fosse karmicamente necessario che si svolga un dramma dinanzi alla visione spirituale che porti in superficie i contrasti nelle anime dei popoli.
Sarebbe stato particolarmente affascinante - non solo dal punto di vista estetico, ma considerando pure la comprensione di molte cose che si compiono nel nostro tempo - avere dinanzi allo sguardo spirituale il contrasto che si sarebbe potuto manifestare nelLa soeur gardienne: il contrasto fra ciò che rimane come impronta, come impulso nell’Europa occidentale dall’antica anima popolare celtica e ciò che si presenterebbe in alcuno dei personaggi di questo dramma, e l’elemento propriamente romanzo-francese che di nuovo si presenterebbe dinanzi all’anima in altra parte dei personaggi. Si sarebbe potuto scorgere come si riversino nella vita umana, esprimendosi esteriormente nella vita sensibile, onde che si compiono nell’occulto. Poiché in questo dramma vediamo come, attraverso certi accadimenti, una falsità si diffonda nel mondo sensibile, così che le relazioni fra i personaggi esprimono questa falsità; e come dai fondamenti della vita spirituale - nel caso specifico da ciò che si svolge nei segreti del sangue - fino a un certo grado la verità si versi sulle relazioni false del mondo sensibile. Tutto ciò sarebbe stato espresso nel dramma per la visione spirituale. Ed è importante nel nostro tempo che tali cose agiscano sulle anime, laddove si svolgono dinanzi ai nostri occhi, all’interno dell’Europa medesima, eventi in cui veramente penetrano le forze che operano sotto la superficie negli animi dei popoli, e che non possono essere compresi senza volgere lo sguardo spirituale a questi animi dei popoli.
Che cosa si svolge nella vita esteriore se non qualcosa che - irrompendo karmicamente in questa vita esteriore - ha afferrato gli animi dei popoli nell’Europa orientale e sudorientale molti secoli or sono? Si potrebbe dire: in modo impercettibile al mondo esteriore si compiono ora cose karmiche, collegate a ciò che si esprime sintomaticamente sul piano fisico, proprio in quattro sillabe sul piano fisico. Quel che ora giunge a espressione karmica si era preparato, era penetrato negli animi europei dei popoli, dividendoli e spaccandoli fra Oriente e Occidente: quel famoso e discussissimo “filioque”. Che cosa importa al nostro sentimento presente, alla nostra comprensione, ciò su cui un tempo l’Occidente e l’Oriente dell’Europa si divisero, se cioè quella che è chiamata lo Spirito Santo emanasse solo dal Padre, come l’Oriente sostiene, oppure anche dal Figlio, come l’Occidente afferma? Ha buone ragioni che in quel tempo l’Occidente abbia aggiunto il “filioque” all’emanazione dello Spirito Santo dal Padre, poiché tutte le forze che si sono sviluppate nell’Europa occidentale, che hanno fornito gli impulsi per la cultura europea, sono collegate a ciò. Non ci tocca qui tutto il litigio teologico che si è sviluppato intorno a questo Credo dei diversi insegnamenti della fede. Ma è importante per noi che una volta il fatto spirituale si sia espresso nel fatto che il credo unitario si è diviso in uno che afferma che lo Spirito emana dal Padre e dal Figlio, mentre l’altro crede che lo Spirito emani solo dal Padre. Questo esprime ciò che agisce fino ai nostri tempi, ciò che fluttua e ondeggia nei fondamenti e può essere compreso soltanto se ci si immerge un poco nel misterioso operare dei fondamenti occulti negli animi dei popoli. Quando la spada carolingia dell’Occidente fu posta in essere contro l’Oriente - non fu la chiesa papale a farlo, ma la spada carolingia - il credo che lo Spirito emana dal Padre e dal Figlio fu posto a fondamento della cultura europea per ciò che ora vediamo sollevarsi nuovamente in potenti e sconvolgenti onde. Così un’immersione in questo dramma avrebbe potuto recare molti raggi di luce agli eventi del presente.
Ora, la circostanza che ha infine causato il rinvio di questa rappresentazione è da un altro lato assai gradita: tantissime iscrizioni ci sono pervenute per le nostre rappresentazioni, così che per i drammi “Il Guardiano della soglia” e “Il Risveglio delle anime”, come ora è chiamato il titolo del nostro ultimo pezzo, avremmo dovuto escludere molti nostri amici se avessimo mantenuto il programma originario. Forse senza questa circostanza il programma originario si sarebbe potuto attuare nonostante tutto. Tutto era giunto a tal punto che, per esempio, tutte le scenografie erano completamente pronte, così come tutti i costumi erano completamente preparati. E se, come detto, non fosse sopraggiunta questa circostanza, avremmo potuto pensare di portare a rappresentazione anche questo terzo pezzo. Ma avremmo dovuto escludere un numero di nostri amici dalla partecipazione alle rappresentazioni festive in questo periodo. Ed è naturalmente preferibile rinviare uno dei drammi piuttosto che escludere dalle rappresentazioni che si terranno alcuni dei nostri amici che desiderano partecipare.
È collegato a ciò che avremmo guadagnato con la rappresentazione di questo dramma il fatto che in esso abbiamo un’opera del nostro così altamente venerato Edouard Schuré. E dovremmo considerare, quando pronunciamo questo nome, che lo porta quel medesimo uomo che, attraverso i suoi “Grandi Iniziati”, “Les Grands Initiés”, e attraverso le sue altre opere, è in certo senso il primo portabandiera della direzione esoterica dell’Occidente, a cui vogliamo dedicare le nostre forze. Sempre di nuovo e ancora dobbiamo considerare che cosa di epocale Edouard Schuré ha compiuto per il presente e lo sviluppo futuro dell’umanità. Perciò potrei, non solo dal profondissimo impulso del mio proprio cuore, ma certo pure dall’impulso del cuore di tutti gli amici qui riuniti, accogliere con massima soddisfazione il fatto che abbiamo potuto avere anche in questo nostro ciclo e stagione di Monaco Edouard Schuré fra noi. Egli prende parte al ciclo del mattino; ma poiché abbiamo anche manifestazioni dove saremo tutti insieme, tutti gli amici avranno occasione di stare anche personalmente al fianco dell’uomo che, con elevato genio e con profonda comprensione delle relazioni esoteriche, dal suo impulso più intimo, ci è venuto nuovamente al fianco nel presente, quando eravamo coinvolti, come tutti sapete, in una lotta che ci era stata imposta, che davvero non avevamo cercato. E nuovamente la stretta connessione con Edouard Schuré si è manifestata nel fatto che egli, con quella lettera aperta - che è stata ristampata anche nei nostri “Bollettini” e che voi troverete associata al rinomato scritto del nostro venerato amico Eugen Levy - ci è venuto al fianco in una lotta che ha gettato importanti raggi di luce su dove vanno cercate la verità e l’opposizione alla verità - poiché così deve essere chiamata - riguardo ai nostri sforzi.
È profondamente caratteristico che ci si sia, dopo lungo tempo - ci si accorge della resistenza interiore e che si vorrebbe vedere il confessato nascosto - risoluti piuttosto a ritirare in certo modo l’accusa sciocca dei Gesuiti, ma non si è potuto fare a meno di collegare questo ritiro con un insulto che potrebbe così dirsi a ciò che da un serio senso di verità Edouard Schuré ha portato in quella lettera aperta. Non erano sconnesse, dal fatto che ci fu imposta questa lotta, le difficoltà che si erano presentate proprio contro le rappresentazioni di Monaco comunque non facili; lotta di cui non c’è bisogno di parlare più qui, che ci è costata tanta fatica e pensiero, e che davvero era superflua e sarà superflua nella sua continuazione ulteriore.
Ora è necessario per i nostri amici che ciò che si è compiuto a sostegno della verità sia ora considerato un poco. Menzioniamo, oltre a scritti che sono stati già menzionati prima, l’eccellente libro del nostro amico Levy, che sarà ora disponibile anche in lingua tedesca; menzionerò lo scritto del Dr. Unger, quello della Signora Wolfram, quello del Signor Walther, che si potranno trovare fra gli altri fra i nostri scritti. Sono testi che davvero i nostri amici si sono strappati dal cuore, poiché fondamentalmente ognuno di loro avrebbe avuto qualcosa di più importante da fare che coinvolgersi in una lotta così superflua e contraria alla verità. Ma per i nostri amici sarà necessario che questi scritti non siano soltanto stati scritti ma anche letti. Poiché sarà necessario che i nostri amici, che prendono sul serio la verità, realmente portino a conoscenza tutto ciò che è accaduto, per quanto spiacevole possa essere questa conoscenza in certo senso. Proprio da questo lato è venuta incontro alla nostra opera a Monaco, in tempi recenti, parecchia difficoltà pesante.
Quando parlo di questa opera, come vorrei fare di nuovo quest’anno, deve essere menzionato che per le persone che dietro le quinte hanno dovuto svolgere la pesante e logorante fatica per le rappresentazioni di Monaco, questa fatica non è stata resa più agevole dal fatto che un dramma sia venuto a mancare. L’intero allestimento ha dovuto essere conseguentemente modificato, e così il lavoro non è stato soltanto non ridotto, ma anzi aumentato e reso più difficile. Pertanto, non si deve credere che dove risiede il carico principale dei lavori preparatori qualcosa sia stato alleggerito dal fatto che un dramma sia venuto a mancare; piuttosto questo lavoro, che principalmente la Signorina Sünde e la Contessa Kalckreuth e i loro aiutanti hanno dovuto compiere, è stato sostanzialmente aumentato. Anche quest’anno è un bisogno del mio cuore indicare con che disposizione sacrificale e dedita una gran parte dei nostri amici si è nuovamente consacrata al conseguimento di questa nostra impresa di Monaco. Essa può manifestarsi soltanto attraverso il fatto che tale disposizione sacrificale è presente in una gran parte dei nostri amici. Già in giugno i preparativi devono iniziare, e così è stato pure quest’anno. I nostri venerati pittori, il Signor Linde, il Signor Haß, il Signor Volckert, hanno dovuto di nuovo dedicarsi a un lungo lavoro, e come detto, questi lavori furono completamente portati a termine. E con loro operava un intero gruppo di persone che si dedicavano silenziosamente a questo lavoro come dietro le quinte o persino prima ancora che le quinte potessero essere realizzate. Ed è davvero bello, e sempre di nuovo sarà bello, come questa disposizione sacrificale si manifesti in questo campo. Soltanto come qualcosa di sintomatico sia sottolineato che, per esempio, uno dei nostri amici, a cui erano stati assegnati due grandi ruoli — di cui uno attraversa “Il Guardiano della soglia” e “Il Risveglio delle anime” e l’altro sarebbe stato nel pezzo di Schuré —, questo amico non sapeva neppure se avrebbe potuto reggersi attraverso la quantità di prove che sarebbero state necessarie per i tre pezzi; nonostante tutto ha preso su di sé gli incarichi di buon grado. Tutte queste sono cose che testimoniano come sempre più, passo dopo passo, sia cresciuta la dedizione e la disposizione sacrificale in un ampio circolo all’interno della nostra Società Antroposofica. Gli amici che, come detto, in parte avevano dovuto cominciare i loro lavori molto presto — i pittori nominati, anche la Signorina von Eckardtstein, che dirige l’assemblaggio dei costumi — hanno dovuto già da giugno dedicarsi completamente all’opera. Coloro che sono coinvolti nella rappresentazione sono impegnati tutto il giorno, così che difficilmente possono intraprendere qualcos’altro durante il giorno. Sono noti ai vostri amici della Società Antroposofica, e coloro che si sono dedicati a questo lavoro mi perdoneranno se dovessi elencare una lunga, lunga lista di nomi singoli. Non me ne vorranno se esprimo solo in generale, come sarà facilmente creduto, come anche quest’anno il mio cuore sia traboccante di gratitudine verso coloro che hanno portato le loro prestazioni, come certo lo è anche di tutti coloro che in qualche modo hanno potuto godere di ciò che è stato preparato dai nostri amici per questa impresa di Monaco.
Se pure gli avversari crescono da tutti i lati, emerge comunque come il nostro lavoro, il nostro sforzo trovi la sua estensione. E già un gran numero dei nostri amici ha mostrato interesse per ciò che si è formato come un nuovo ramo emergente dal nostro sforzo: gesto espressivo, movimento espressivo, condotto nel senso più nobile, quello che è sempre stato chiamato l’arte della danza. Un numero dei nostri amici ha avuto sufficiente occasione, e l’avrà ancora, di familiarizzarsi con ciò che qui si presenta come Euritmia. In uno dei nostri incontri sociali prenderemo occasione di mostrare ai nostri venerati amici qualcosa di questo ramo della nostra attività. Questo, miei cari amici, è essenzialmente ciò che avrei dovuto anteporre come elemento personale al nostro ciclo di seminari di questa volta.
Se vi ricordate degli eventi scenici degli ultimi giorni, essi offrono vario materiale che può offrire spunti alle considerazioni di questo ciclo di seminari. Posso dire che in risposta a varie domande, ogni anno, ho non solo fatto un approccio con la penna ma anche sviluppato fino a un certo punto qualcosa che potrebbe essere una spiegazione, una sorta di commentario dei nostri drammi misteri; ma ogni volta ho rimesso da parte la cosa per la ragione che ho accennato un poco anche nelle osservazioni preliminari di “Il Risveglio delle anime”. Mi ripugna commentare in modo razionale ciò che davvero non ha un’origine teorica, razionale, che sta completamente formato nelle sue immagini come un’ispirazione dal mondo spirituale, e su cui non potrei parlare in modo razionale diversamente da come potrebbe parlare un altro se s’immergesse nella cosa. Vi è una certa necessità di lasciar parlare attraverso se stesse le cose che sono date in tale modo, e non estrarle nel modo diluito di rappresentazione, che può essere sempre soltanto pensiero razionale e teorizzazione. Ciononostante forse si può attingere a qualcosa all’interno di questo ciclo di seminari. E qui vorrei oggi innanzitutto dirigere la vostra attenzione su ciò che vi è stato presentato come il nono, decimo e tredicesimo quadro in “Il Risveglio delle anime”. Proprio in questi quadri abbiamo qualcosa che potremmo chiamare impressioni di immagini semplicissime, mentre forse taluno potrebbe aspettarsi che, dopo gli eventi scenici che si riferiscono al dominio spirituale e all’iniziazione egiziana, fosse presentato allo sguardo spirituale qualcosa di più tumultuoso, tragico, qualcosa, si direbbe, risuonante all’esterno, non svolgersi nel silenzio dell’anima. Eppure tutto ciò che nel nono, decimo e tredicesimo quadro sarebbe diverso dovrebbe apparire falso allo sguardo occulto. Abbiamo dinanzi a noi sviluppi spirituali. Nel contempo deve essere detto immediatamente che, benché le rappresentazioni teoriche, come quelle anche da noi date per lo sviluppo spirituale fino nei mondi superiori, forniscano punti di riferimento per ogni anima riguardo il cammino nei mondi spirituali, questo sviluppo spirituale deve necessariamente essere diverso per ogni anima secondo la sua particolare natura, carattere, temperamento e altre circostanze. Perciò si può acquisire una comprensione più profonda dello sviluppo spirituale occulto soltanto se la si esamina nella sua diversità, come si svolge diversamente per Maria e diversamente per Giovanni Tomasio e diversamente per le altre persone del nostro dramma.
Il nono quadro è innanzitutto dedicato a quel momento spirituale di Maria in cui nella sua anima irrompe una consapevolezza di ciò che questa anima in certo modo, nei suoi fondamenti, non ha completamente consapevolmente sperimentato nel tempo devacanico precedente, e che ha sperimentato in lontano passato, nel tempo in cui cade l’iniziazione egiziana. In ciò che questa volta è stato rappresentato nel dominio spirituale abbiamo a che fare con le esperienze dell’anima tra quella morte che è entrata dopo un’incarnazione medievale, e la nascita nella presente epoca in cui si svolgono “La porta dell’iniziazione”, “La prova dell’anima”, “Il Guardiano della soglia” e “Il Risveglio delle anime”. Tutte queste esperienze, a eccezione dell’episodio nella “prova dell’anima” — che costituisce il contenuto della retrospettiva spirituale della vita precedente di Capesio —, si svolgono nel presente: in quel presente che si collega al passato spirituale, che si è svolto in modo devacanico tra la morte delle corrispondenti persone dopo l’incarnazione medievale (che è il contenuto dell’episodio corrispondente) e la vita presente. Ciò che le anime vivono nel loro tempo devacanico è diverso a seconda che le anime abbiano subito questa o quella preparazione sulla terra. Deve essere concepito come un evento spirituale significativo il momento in cui l’anima attraversa con consapevolezza nel tempo devacanico ciò che è chiamato la mezzanotte del mondo. Per le anime che non sono preparate, questa mezzanotte del mondo è sperimentata cosicché le anime dormono in quel tempo, che si può designare come il tempo di Saturno del Devachan. Poiché si possono designare i tempi successivi che le anime attraversano tra la morte e una nuova nascita, in relazione ai singoli pianeti, come tempo del Sole, di Marte, di Mercurio e così via. Molte anime trascorrono addormentate questa mezzanotte del mondo. Le anime preparate rimangono sveglie nel tempo della loro vita spirituale in quella mezzanotte del mondo. Questo tuttavia non implica ancora che tali anime, che attraverso la loro appropriata preparazione tra la morte e una nuova nascita vivono consapevolmente, nel rimanere svegli quindi la mezzanotte del mondo, portino anche consapevolezza di questa esperienza nella vita terrena, quando giungono all’esistenza fisica. Per Maria, per Giovanni Tomasio ciò accade cosicché essi, adeguatamente preparati, vivono la mezzanotte del mondo nel loro tempo spirituale tra la morte e la nuova nascita; ma all’inizio di questa vita terrena, e per lunghi periodi di essa, si è diffuso un genere di offuscamento spirituale sul vissuto nella mezzanotte del mondo, e ciò riaffiora in uno stadio successivo della presente vita terrena. Emerge soltanto quando si sia instaurata una certa quiete e chiusura interiore dell’anima. Significativi e profondi sono gli eventi che accadono all’anima quando vive la mezzanotte del mondo nello stato di veglia. Il ricordo terreno deve essere un’esperienza interiore quieta, serena; poiché l’effetto di questo vissuto della mezzanotte del mondo è che ciò che altrimenti è soltanto soggettivo, ciò che agisce come forze spirituali soltanto all’interno, si presenta sostanzialmente dinanzi all’anima. Si presenta a Maria, come è rappresentato nel nono quadro di “Il Risveglio delle anime”, nella forma di Astrid e Luna, così che questi diventano esseri viventi. Per Giovanni Tomasio l’altra Filia diventa un essere vivente del mondo spirituale; per Capesio Filia, come è rappresentata come essere vivente del mondo spirituale nel tredicesimo quadro. Le anime dovevano imparare a sentirsi, a vivere così da sperimentare che ciò che prima erano soltanto forze astratte in esse diviene ora spiritualmente tangibile dinanzi a esse. E ciò che così diviene spiritualmente tangibile come vera auto-conoscenza, si presenta all’anima, deve poter accadere in completa quiete spirituale come il risultato della meditazione: è questo di cui si tratta, affinché tali eventi nel senso vero e autentico della parola possano essere sperimentati come reale rafforzamento e fortificazione dell’anima. Se si volesse vivere il ricordo della mezzanotte del mondo o di un evento come è rappresentato nella scena dell’iniziazione egiziana in tragicità tumultuosa, non in meditazione serena, allora non lo si potrebbe vivere affatto. Allora l’evento spirituale, che si svolge nell’anima, si presenterà all’anima in modo oscurante, così che le impressioni dell’osservazione spirituale sfuggirebbero. Un’anima che ha vissuto la mezzanotte del mondo e che ha vissuto con un’impressione significativa nei fondamenti dell’anima qualcosa di simile come è rappresentato nel settimo e ottavo quadro di “Il Risveglio delle anime”, può ricordarsi soltanto di ciò che ha sperimentato quando l’anima nella completa quiete serena percepisce l’avvicinamento dei pensieri a ciò che prima era stato sperimentato nel Spirituale o nella precedente vita terrena, in modo analogo a come è espresso nelle parole all’inizio del nono quadro:
Una stella spirituale, sulla riva dello spirito là -
Le si avvicina, - mi si avvicina nella luminosità spirituale,
Con il mio Sé se ne avvicina, - nell’avvicinarsi -
Guadagna la sua luce in forza, - in quiete anche.
Tu stella nel mio circolo spirituale, che cosa -
Risplende del tuo avvicinarsi alla mia visione spirituale?
Si può percepire veramente in modo occultistico l’apparire della memoria della mezzanotte del mondo e dell’esperienza dell’incarnazione precedente soltanto quando l’anima è in questo stato di quiete, così che la cosa non rotoli verso l’anima in tragicità tumultuosa. Laddove la cosa è sperimentata, dove la mezzanotte del mondo è attraversata, si vivono certo cose di massima importanza per l’esperienza spirituale dell’uomo; lì si vive ciò che non si può esprimere diversamente se non dicendo: si vivono nella mezzanotte del mondo cose sepolte profondamente, profondamente sotto la superficie non soltanto del mondo sensibile, ma anche sotto la superficie di altri mondi in cui la chiaroveggenza iniziale conduce. Ciò si sottrae al mondo sensibile, ma anche ancora a qualche sguardo di chiaroveggenza che già penetra certi strati al di sotto del mondo sensibile: quell’elemento che potremmo chiamare - e ne parleremo ancora oltre - le necessità negli avvenimenti del mondo, quelle necessità che affondano le loro radici nei fondamenti delle cose, nel che invero affondano le radici pure i fondamenti più profondi dell’anima umana, ma che si sottraggono al sensibile e allo sguardo di chiaroveggenza iniziale e si cedono a quest’ultimo soltanto quando è sperimentato qualcosa di simile come è descritto in forma di immagine nel tempo di Saturno. Allora si può dire che per uno sguardo chiaroveggente così, che deve apparire per la prima volta nel tempo tra la morte e una nuova nascita, è veramente così come se fulmini attraversassero l’intero campo visivo dell’anima. Essi nella loro luce terribile illuminano le necessità del mondo, ma sono al contempo così abbaglianti che gli sguardi conoscitivi si spengono nella luce abbagliante, e dalle estinzioni dello sguardo conoscitivo si formano immagini-forme che si tessono poi nella trama del mondo come le forme da cui nascono i destini dei mondi. Si penetrano i motivi dei destini umani e di altri esseri mondiali nei fondamenti delle necessità soltanto quando si guarda con tali sguardi conoscitivi che, nel conoscere attraverso i fulmini che si levano, si spengono e si trasformano come in forme estinte, che poi continuano a vivere come gli impulsi dei destini della vita. E tutto ciò che una vera auto-conoscenza trova in sé - non quell’auto-conoscenza di cui tanto si ciarla in ambito teosofico, ma quell’auto-conoscenza altamente seria che emerge nel corso della vita occulta - tutto ciò che l’anima percepisce in se stessa con tutte le imperfezioni che l’anima vi attribuisce, appartiene alla mezzanotte del mondo come tessuto nel tuono del mondo che rotola, che si estende nei fondamenti dell’essere.
Tutto ciò può essere sperimentato come avvenimenti che si svolgono con grande tragicità e con elevata serietà, come il risveglio di fronte alla mezzanotte del mondo tra la morte e una nuova nascita. Se l’anima deve essere matura per lasciar sorgere consapevolezza di ciò nel mondo sensibile fisico, allora ciò deve accadere in quella serenità della disposizione meditativa che è stata indicata con le parole di Maria all’inizio del nono quadro. Ma allora deve aver preceduto, per quest’anima, ciò che quest’anima ha sentito entro la sua vita spirituale: come se qualcosa di lei stessa, qualcosa che le appartiene intimamente, ciò che non sempre si è fermato in quello che si chiama il suo Sé, fosse giunto dalle ampiezze del mondo. Lo stato d’animo in cui qualcosa come un pezzo del proprio Sé nel mondo spirituale, ma come venendo da lontananze, giunge, è stato tentato di essere restituito nelle parole che Maria parla nel dominio spirituale:
Le fiamme si avvicinano, - si avvicinano col mio pensiero —
Dalla mia riva anima-mondo là;
Si avvicina una lotta ardente; - il mio proprio pensiero, —
Combatte con il pensiero di Lucifero;
In un’altra anima combatte il mio proprio pensiero, —
Attira la luce ardente - dal freddo buio, —
Come fulmini divampa - la luce ardente dell’anima, — —
La luce dell’anima - nel campo di ghiaccio del mondo —.
Il ricordo di ciò che è vissuto e si esprime in tali parole può essere restituito nelle parole accennate di Maria all’inizio del nono quadro. Ma ciò che l’anima deve vivere per avere un tale ricordo della mezzanotte del mondo, deve anche stare nella vita terrena, e cioè cosicché l’anima umana abbia sperimentato vissuti che le abbiano portato a provare stati d’animo di tragicità interiore, serietà interiore, terribilità interiore: stati d’animo che si possono esprimere soltanto con parole come quelle che alla fine del quarto quadro vengono attribuite a Maria. Là si deve aver sentito come il proprio Sé si strappa da ciò che usualmente si chiama la vita interiore; come il pensiero, a cui ci si sente fiduciosamente uniti nella vita, si strappi dall’interno, come vada verso lontane, lontane distanze del campo visivo. E si deve aver trovato in se stessi come presenza spirituale vivente ciò che si esprime in tali parole, che naturalmente alla percezione sensibile esterna e all’intelletto legato al cervello fisico appare come un completo nonsenso, come una pienezza di contraddizioni. Si deve aver prima sperimentato questo stato d’animo dello strapparsi del proprio Sé, del proprio pensiero dall’essere interiore, se si vuole vivere in completa quiete il ricordo della mezzanotte del mondo. Deve aver preceduto il ricordo nella vita terrena il vissuto della mezzanotte del mondo nella vita spirituale, se qualcosa come ciò che vuole venire a espressione nel nono quadro deve accadere. Ma affinché ciò sia possibile, deve di nuovo aver preceduto lo stato d’animo dell’anima che si esprime alla fine del quarto quadro. Le fiamme veramente fuggono; non giungono prima nella consapevolezza terrena, non si avvicinano prima al riposo nella meditazione, prima che siano fuggite, prima che una verità sia stato questo stato d’animo dell’anima:
Le fiamme fuggono, - fuggono col mio pensiero;
Là sulla lontana riva anima-mondo
Una lotta selvaggia, - combatte il mio proprio pensiero —
Al flusso del nulla - con la luce gelida dello spirito. —
Vacilla il mio pensiero; - luce gelida, - essa colpisce
Dal mio pensiero buio ardente.— —
Che cosa riaffiora ora dal calore buio? —
Nel rosso divampare si precipita il mio Sé - nella luce; —
Nella luce gelida — dei campi di ghiaccio del mondo. —
Così le cose sono collegate insieme, e quando così sono collegate, allora rafforzano le capacità interiori dell’anima, così che ciò che prima era soltanto forza spirituale astratta, si presenta spiritualmente corporea dinanzi all’anima, così che è al contempo un’essenza particolare ed è al contempo se stessa, come Astrid e Luna si presentarono dinanzi a Maria. E allora si presentano queste essenze, che sono essenze genuine e che sono al contempo sperimentate come forze spirituali, cosicché possono apparire unite al Guardiano della soglia e a Benedetto, come è venuto a rappresentazione nel nono quadro.
Ma l’essenziale è che si percepisca lo stato d’animo di questo quadro, in cui in modo tutto diverso, individuale — così che la forza interiore dell’anima, a cui corrisponde l’altra Filia, diviene corporea — accade il risveglio, il ricordo della mezzanotte del mondo e dell’antichità egiziana presso Giovanni Tomasio. Per l’anima così disposta, come esiste in Giovanni Tomasio, la parola dell’altra Filia ha il suo significato:
Tessere incantato della propria essenza con tutto ciò che vi si attiene nel corso del dramma dei misteri. Attraverso il fatto che così è, entrano proprio in tale modo lo spirito della giovinezza di Giovanni, Benedetto e Lucifero, come sono rappresentati verso la fine del decimo quadro. È importante che proprio per questo quadro si colga nella visione spirituale come Lucifero si avvicini a Giovanni Tomasio e cadano le medesime parole che erano cadute in “Il Guardiano della soglia” alla fine del terzo quadro. In queste parole si mostra come attraverso tutti i mondi e la vita dell’umanità passi la lotta di Lucifero, ma passi anche lo stato d’animo che dalle parole di Benedetto risuona in risposta alle parole di Lucifero. Si tenti una volta di sentire che cosa risiede in queste parole, che suonano da Lucifero sia in “Il Guardiano della soglia” alla fine del terzo quadro sia alla fine del decimo quadro di “Il Risveglio delle anime”: Combatterò.
Benedetto: E combattendo servire gli Dèi.
Si ponga particolare attenzione a questo: si noti che le medesime parole sono pronunciate in questi due luoghi, ma possono essere pronunciate cosicché significhino al contempo qualcosa di completamente diverso in questi due luoghi. Ciò che significano alla fine del decimo quadro di “Il Risveglio delle anime” è determinato dal fatto che le parole precedenti di Maria siano state parole di trasformazione di altre parole che sono pronunciate in “Il Guardiano della soglia”, e dal fatto che nell’anima di Maria viva ciò che da lei prima è pronunciato:
Maria, così come tu volevi vederla,
Non è nei mondi dove la verità brilla.
Il mio sacro giuramento solenne emana forza,
Che preserverà per te ciò che hai conquistato.
Ora dice:
Mi troverai nei luminosi campi di luce,
Non dice più:
Mi troverai nei gelidi campi di ghiaccio,
ma:
Mi troverai nei luminosi campi di luce,
Dove la bellezza raggiante crea forze vitali;
Nei fondamenti del mondo cercami, dove le anime
Vogliono conquistarsi il sentimento divino
Attraverso l’amore, che in tutto scorge il Sé.
Le parole sono diversamente rivolte che nel secondo quadro di “Il Risveglio delle anime”. In tal modo diviene ciò che come dialogo tra Lucifero e Benedetto alla fine di questo decimo quadro in “Il Risveglio delle anime” appare: “Combatterò” - “E combattendo servire gli Dèi”, qualcosa di completamente diverso da quanto era alla fine del terzo quadro in “Il Guardiano della soglia”. In tal modo si getta luce su qualcosa che esercita come un influsso ahrimiano proprio in tutto il pensiero razionale, in tutta la cultura razionale del presente.
Tra le cose più difficili per questo intellettualismo esteriore nella cultura del presente appartiene ai popoli il fatto che essi si avvedano che le medesime parole in diversi contesti esprimono diversi significati. La nostra cultura attuale è tale che gli uomini credono che, se hanno parole, allora da queste parole, nella misura in cui sono impronta sul piano fisico, debba sempre seguire la medesima cosa. Qui si ha al contempo il punto dove Ahriman siede più intensamente sulla nuca dell’uomo del presente, dove gli impedisce di comprendere che le parole diventano viventi nella loro profonda essenza soltanto quando le si contempla nel contesto in cui stanno. Nulla che superi il piano fisico può essere compreso se non si considera questo fatto occulto. È particolarmente importante per il nostro presente che un tale fatto occulto possa agire come contrappeso alla cultura dell’intelletto esteriore, che ha afferrato tutti gli uomini, sulle anime, sui cuori.
Notate fra il vario che per questi drammi dei misteri conta, come la peculiare figura di Ahriman proprio in “Il Risveglio delle anime” dapprima si avvicina silenziosamente, come passando fra le personalità si mostra, come acquista sempre più significato verso la fine di “Il Risveglio delle anime”. Cercherò anche di esporre tali cose, come contano per la configurazione di Ahriman e Lucifero e per molte altre cose, in uno scritto particolare, che ancora entro questo ciclo di seminari, possibilmente fino a metà settimana, possa giungere nelle vostre mani e che sarà intitolato “La Soglia del mondo spirituale”, poiché mi sembra particolarmente necessario che per i nostri amici in questo tempo su molti campi venga luce. Non si arriva così facilmente a chiarezza su figure come Lucifero e Ahriman sono. In particolare potrebbe forse essere utile per qualcuno, proprio in “Il Risveglio delle anime”, di stare un poco attento al fatto che colui che non sia così completamente non illuminato sul demonico nel mondo, possa pensare cose che forse un altro, mosso da impulsi ahrimiani inconsci, pensa anche, ma in uno stato d’animo diverso. Forse vi sarà fra di voi qualche anima che possa sentire tutte le relazioni che affluiscono in tali parole come si esprimono presso Ahriman, finché così a dire ancora passa fra le persone:
Così lasciati non confondere ancora da lui.
Egli custodisce fedelmente la soglia certo,
Se ancora si serve di vesti,
Che tu stesso da vecchi drammi paurosi
Nel tuo spirito ti sei assemblato insieme.
Come artista avresti dovuto lui
In cattivo stile drammatico non formare.
Lo farai però più tardi meglio.
Ma serve all’anima medesima ancora il ritratto.
Non ci vuol molto a forza di potenza,
Per mostrarti che cosa ancora è ora.
Dovresti notare come parla il Guardiano:
Elegiaco è il suo tono, troppo di pathos. -
Non glielo permettere, allora ti mostra,
Da chi oggi ancora ha preso troppo in prestito.
Posso immaginarmi che taluno anche da questo o quel punto di vista estetico trovi cose da criticare nel modo totale in cui questi drammi dei misteri stanno dinanzi a noi. Anche questi rilievi, fra molti altri rilievi contro l’Antroposofia, si risolvono per colui che sa mettersi nello stato d’animo di Ahriman. Gli uomini oltremodo intelligenti del presente, che biasimano l’Antroposofia, appartengono del tutto a quel popolo di cui il poeta dice: Il diavolo il popolo mai lo sente,
Se lo tenesse per il collare. - Ma questi avversari dell’Antroposofia possono essere un poco giudicati in tal modo che qui Ahriman dice mentre se ne va in giro.
Allora Ahriman ci si presenta nella sua forma più seria, laddove la morte di Strader entra gradualmente negli avvenimenti che sono rappresentati nel dramma dei misteri, entra così che le forze che emanano da questa morte dovrebbero essere cercate, per lo sguardo spirituale, nella loro efficacia in tutto ciò che altrimenti accade in “Il Risveglio delle anime”. E sempre di nuovo deve dirsi che questo risveglio accade in modo diverso. Per Maria accade attraverso il fatto che attraverso cose particolari quelle forze spirituali, che trovano la loro espressione spirituale corporea in Luna e Astrid, si presentano dinanzi all’anima di Maria. Per Giovanni Tomasio accade attraverso il fatto che in lui diviene un’esperienza il tessere incantato dell’essenza interiore, come è tangibilmente spirituale - se lo scherzo assurdo si può usare - nell’altra Filia si presenta dinanzi a lui; e di nuovo in modo diverso per Capesio attraverso Filia. Ma ancora in molti altri modi il risveglio può sorgere pian piano nelle anime. Così lo vediamo sorgere nell’undicesimo quadro per l’anima di Strader. Lì non abbiamo le - come già detto - forze spirituali tangibilmente corporee Luna, Filia, Astrid e l’altra Filia: lì abbiamo ancora le immagini immaginative che versano gli eventi spirituali nella consapevolezza fisica. Quel grado del risveglio delle anime che così può entrare in Strader, non può essere rappresentato se non in modo che una tale conoscenza immaginativa come l’immagine della nave nell’undicesimo quadro sia portata a rappresentazione.
Ancora in un’altra forma può prepararsi gradualmente il risveglio dell’anima. Questo di nuovo troverete - e ora, ben inteso, dopo che Ahriman è stato presentato nell’undicesimo quadro nel suo significato più profondo - accennato nel tredicesimo quadro nel dialogo fra Ilario e Romano. Lì lo sguardo spirituale deve essere rivolto a ciò che è accaduto nell’anima di Ilario dagli avvenimenti in “Il Guardiano della soglia” fino a quelli in “Il Risveglio delle anime” e che si esprime nelle parole di Ilario:
Rendite grazie, mio amico, per queste parole mistiche.
Le ho già spesso sentite; soltanto ora
Sento ciò che esse segretamente contengono.
Le vie del mondo sono difficili da penetrare.
A me, mio caro amico, si conviene aspettare,
Finché lo Spirito mi mostrerà la via,
Che corrisponde al mio guardare.
Quali parole dice Romano? Dice le parole che Ilario poteva sempre di nuovo sentire dal luogo dove nel Tempio sta Romano, che Romano aveva spesso e spesso pronunciato in questo luogo, che erano passate dinanzi alla visione di Ilario fino a questo vécu senza quella comprensione più profonda che si chiama comprensione di vita. Anche questo è già un pezzo di risveglio delle anime, quando ci si è conquistati la comprensione di ciò che si è preso in forma di pensiero, si può ben comprendere, forse si possono anche tenere conferenze al riguardo, e tuttavia non si possiede in comprensione di vita vivente. Si può avere preso in sé tutto ciò che nell’Antroposofia è annunciato, che libri, seminari e cicli contengono, si può averlo persino trasmesso ad altri, forse a grande vantaggio di questi, e si può giungere a ciò: Così comprendere, come Ilario comprende le parole di Romano, si può soltanto dopo un certo vécu, su cui in quiete fino a un determinato grado del risveglio nell’anima si deve aspettare.
Oh, potesse una gran parte dei nostri amici mettersi nello stato d’animo dell’attesa, in questo stato d’animo di attesa di un’irrupzione di qualcosa che forse soltanto nella sua preannunciazione apparentemente ben chiara, ma ancora non compresa nelle teorie e negli sviluppi, contiene. Allora anche in queste anime potrebbe prendere spazio qualcosa di ciò che è venuto a espressione nel terzo quadro di “Il Risveglio delle anime” nelle parole di Strader: laddove Strader sta fra Felice Balda e Capesio, dove sta in modo peculiare fra entrambi, dove sta così che gli è nota parola per parola tutto ciò che costoro dicono, ma proprio ora, benché potesse ripetersi da sé, non può trovarvi comprensione. Lo sa, può persino considerarlo saggezza, ma nota ora che esiste qualcosa che si può esprimere con le parole:
Capesio e Padre Felice, entrambi…
Nascondono senso oscuro in parole chiare.
I nostri ultrasaggi del presente faranno forse talora l’ammissione che può accadere a questo o quel mortale di nascondere senso chiaro in parole oscure; ma non facilmente nessuno fra i completamente astuti del presente ammetterà che potrebbe esservi senso oscuro nascosto in parole chiare. Eppure questo ammettere che potrebbe esservi senso oscuro nascosto in parole chiare è il più elevato nella natura umana. Chiari sono molti insegnamenti, sono molte filosofie. Qualcosa di importante sarebbe avvenuto nell’ulteriore sviluppo dell’umanità se venissero filosofi che potessero fare la confessione che, certamente da sistema a sistema nelle filosofie gli uomini hanno portato chiarezza e sempre di nuovo chiarezza, così che si può dire: Le cose sono chiare -, ma che in parole chiare può esservi un senso oscuro. Qualcosa di importante sarebbe accaduto se molti imparassero, coloro che si credono oltremodo intelligenti, coloro che quel che sanno, in certi limiti giustificatamente, lo ritengono saggezza, a mettersi dinanzi al mondo così come Strader si mette al fianco di Padre Felice e Capesio, e dicessero:
Più volte ho trovato comprensibile ciò che ora pronunciate -;
L’ho allora ritenuto per saggezza; - ma nessuna parola
Nelle vostre parole mi è ora comprensibile.
Capesio e Padre Felice, entrambi…
Nascondono senso oscuro in parole chiare…
Ora immaginate un filosofo del presente o del passato che ha prodotto una filosofia plausibile secondo il suo modo, chiara, e che si metta accanto a questa sua filosofia, che è tuttavia in certo senso il risultato del pensiero dell’umanità, e dicesse: Ho trovato spesso comprensibile quel che ho scritto lì, l’ho allora ritenuto per saggezza; ma nessuna parola di ciò mi è ora comprensibile in questi insegnamenti; persino in quelli che ho scritto io stesso, mi è ora molto incomprensibile; questi insegnamenti nascondono senso oscuro in parole chiare. - Non è vero che non si può facilmente immaginare un filosofo del presente o del prossimo passato con una tale confessione, nemmeno uno degli ultrasaggi nella nostra epoca materialistica o, come più nobilmente si dice, monistica. Eppure sarebbe una benedizione per la nostra cultura attuale se gli uomini potessero mettersi dinanzi al pensiero e alle altre realizzazioni culturali così come Strader si mette al fianco di Padre Felice e Capesio; se questi uomini diventassero sempre più numerosi, e se davvero l’Antroposofia qualcosa potesse contribuire proprio a questa auto-conoscenza.
Avrete potuto costatare che le esperienze delle anime, quali sono presentate in «Il Risveglio delle anime», si svolgono nella regione di confine tra il mondo sensibile e i mondi sovrappensabili, i mondi spirituali. Per la scienza dello spirito è di fondamentale importanza afferrare con lo sguardo interiore questa regione di confine, poiché è naturale che inizialmente tutto ciò che l’anima umana può vivere nel mondo spirituale, nel mondo sovrappensabile, costituisca in certo qual modo una terra sconosciuta per tutte le facoltà, per tutta l’esperienza animica dell’uomo nel mondo sensibile-fisico. Quando l’uomo allora si immerge nel mondo spirituale attraverso i diversi metodi che abbiamo appreso — cioè quando l’anima impara a vivere, osservare, esperire nel mondo spirituale al di fuori del corpo fisico —, allora per questa vita, per questo sentire nel mondo spirituale è necessario che l’anima sviluppi facoltà completamente particolari, forze completamente particolari. Se l’anima aspira alla coscienza chiaroveggente durante l’esistenza terrena, è naturale che l’anima divenuta chiaroveggente o che vuole divenire chiaroveggente possa dimorare nel mondo spirituale al di fuori del suo corpo e possa poi di nuovo fare ritorno nel corpo fisico — questo deve farlo infatti come uomo terreno — quindi possa di nuovo vivere come l’uomo, quale essere sensibile normalmente, come uomo terreno, deve vivere nel mondo sensibile.
Si può dunque dire: L’anima divenuta chiaroveggente deve potersi muovere secondo legge nel mondo spirituale e deve continuamente poter oltrepassare il confine tornando nel mondo fisico-sensibile e comportarsi là, per esprimermi in modo triviale, in modo retto e consono.
Poiché le facoltà dell’anima devono essere diverse per il mondo spirituale e sono diverse quando quest’anima si serve dei sensi fisici e di tutto il resto del corpo fisico, l’anima deve conquistare in certa misura una capacità di movimento quando vuole divenire chiaroveggente, deve sentire, vivere nel mondo spirituale con le facoltà a esso corrispondenti, e poi, quando oltrepassa il confine, deve poter vivere il mondo sensibile nuovamente con le facoltà appropriate.
Questa facoltà, questa mobilità, questa capacità di trasformazione non è affatto semplicissima da acquisire. Ma affinché una corretta valutazione della differenza tra il mondo spirituale e il mondo fisico-sensibile sia possibile, è proprio questa regione di confine tra i due mondi che deve essere afferrata chiaramente dalla vista interiore; è proprio la soglia stessa che deve essere osservata con esattezza, quella soglia che l’anima deve oltrepassare quando vuole penetrare dal mondo fisico-sensibile nel mondo spirituale. Poiché lo vedremo nei modi più vari nel corso di questo ciclo di conferenze: non può che nuocere all’anima il trasportare le abitudini di un mondo nell’altro, quando deve oltrepassare la soglia in una direzione o nell’altra.
Particolarmente difficile diventa il comportamento al passaggio di questa soglia dal fatto che all’interno del nostro ordinamento mondiale esistono quegli esseri che nei quadri presentati di «Il Risveglio delle anime» e negli altri drammi ricoprono una certa funzione, esseri che possiamo designare come entità luciferiche e arimaniche. Poiché per conseguire il giusto rapporto indicato dal passaggio da un mondo all’altro è necessario che ci si sappia relazionare nel modo giusto a questi due tipi di entità, alle entità luciferiche e arimaniche. Ora inizialmente sarebbe il più comodo — e questo mezzo di soluzione comoda lo scelgono per sé, almeno teoricamente, molte anime — dire: Certo, Arimane sembra un personaggio pericoloso, e se ha il suo influsso sul mondo e sull’agire umano, il più semplice è eliminare gli impulsi che provengono da Arimane dall’anima umana. Questo sembra il più comodo, ma è per il mondo spirituale altrettanto saggio di quanto sarebbe se qualcuno cercasse di stabilire l’equilibrio su una bilancia eliminando il carico dove la bilancia pesa.
Questi esseri, che designiamo come arimaniche e luciferiche, sono nel mondo, hanno il loro compito all’interno dell’ordinamento mondiale, e non si possono eliminarli.
Non si tratta neppure di eliminarli, piuttosto che, come i carichi su due piatti di una bilancia, le forze arimaniche e luciferiche nei loro impulsi sugli uomini e sugli altri esseri debbono mantenersi in equilibrio, debbono compensarsi. Non si realizza il corretto funzionamento di una qualità di forze o di entità eliminandola, bensì ponendosi nella giusta relazione con essa. E questi esseri, che sono i luciferici e gli ahrimanichi, sono colti completamente male se si dice semplicemente: sono esseri nocivi, sono esseri malvagi. Che questi esseri si ribellino in certa misura all’ordinamento mondiale generale, che era già stato tracciato prima che entrassero in questo ordinamento mondiale, non proviene dal fatto che questi esseri debbano esercitare un’attività nociva in ogni caso, bensì dal fatto che questi esseri, come gli altri che conosciamo come entità legittime nei mondi superiori, hanno un determinato ambito di operosità nell’insieme dell’ordinamento mondiale. E la ribellione, l’agire contro l’ordinamento mondiale consiste nel fatto che essi oltrepassano questo ambito, che esercitano le forze che dovrebbero esercitare nel loro ambito legittimo oltre questo ambito. Consideriamo Arimane o le entità arimaniche da questo punto di vista.
Si può caratterizzare Arimane assai bene se si dice: Arimane è nel più ampio senso il signore della morte, il dominatore di tutte le potenze che all’interno del mondo fisico-sensibile devono produrre quella distruzione, quella morte degli esseri che è necessaria in questo mondo fisico-sensibile. La morte all’interno del mondo sensibile appartiene agli ordinamenti necessari, poiché gli esseri proliferebbero nel mondo sensibile se non vi fosse distruzione e morte all’interno del mondo sensibile. Il compito di regolamentare questa morte in modo appropriato a partire dal mondo spirituale in modo secondo legge è toccato ad Arimane: è il signore della regolamentazione della morte. Il suo regno, nel più eminente senso a lui proprio, è il mondo minerale.
Il mondo minerale è sempre morto; la morte è come sparsa su tutto il mondo minerale.
Ma così come è il nostro mondo terreno, il regno minerale, la regolarità minerale è versata anche in tutti gli altri regni naturali. Le piante, gli animali, gli uomini, nella misura in cui appartengono ai regni naturali, sono tutti permeati dal minerale, assumono le sostanze minerali, e con esse anche le forze e le regolarità minerali, e sottostanno alle leggi del regno minerale, nella misura in cui questo appartiene all’essere terreno. Con ciò quello che appartiene alla morte legittima si estende anche in questi regni superiori del legittimo dominio di Arimane. In ciò che come natura esterna ci circonda, Arimane è il legittimo signore della morte, e nella misura in cui lo è, non deve essere riconosciuto come una potenza malvagia, bensì come una potenza fondamentalmente radicata nell’ordinamento mondiale generale. Arriviamo a una giusta relazione con il mondo sensibile solo se portiamo a questo mondo sensibile un interesse a esso appropriato, se questo interesse è regolato in modo che vediamo le cose di questo mondo sensibile sorgere, che non le desideriamo fino al punto di esigere un’esistenza eterna per le forme sensibili, bensì che possiamo farne a meno quando procedono verso la loro morte naturale. Potersi rallegrare nel modo appropriato delle cose del mondo sensibile, ma non attaccarsi a esse al punto che questo contraddirebbe le leggi del divenire e della morte: questo è un rapporto legittimo dell’uomo verso il mondo sensibile. E affinché tutto questo possa accadere, affinché l’uomo possa avere una giusta relazione con il mondo sensibile, con il divenire e il perire, è attraversato da potenze arimaniche, gli impulsi ahrimanichi sono in lui.
Ma Arimane può oltrepassare il suo ambito; può soprattutto oltrepassarlo innanzitutto in modo che si appropri del pensiero umano. L’uomo che non guarda nel mondo spirituale e non ha comprensione per esso naturalmente non crederà che Arimane in modo completamente reale si appropri del pensiero umano. Eppure se ne appropria!
Nella misura in cui questo pensiero umano vive nel mondo sensibile, è legato al cervello, che secondo l’ordinamento mondiale generale deve essere soggetto a distruzione.
Lì Arimane ha da regolamentare questo percorso del cervello umano verso la distruzione. Se ora oltrepassa il suo ambito, allora acquisisce la tendenza, l’intenzione di staccare il pensiero dal suo strumento mortale, il cervello, di renderlo indipendente; di staccare il pensiero fisico, il pensiero che è rivolto al mondo sensibile, dal cervello fisico, nel cui flusso di distruzione questo pensiero dovrebbe versarsi quando l’uomo passa per la porta della morte. Arimane ha la tendenza, quando immette l’uomo come essere fisico nel flusso della morte, di strappare da questo flusso di distruzione il pensiero. Lo fa per tutta la vita umana, afferrando continuamente questo pensiero con i suoi artigli e lavorando l’uomo in modo che il pensiero voglia staccarsi dalla distruzione. Poiché Arimane agisce così nel pensiero umano, e gli uomini legati al mondo sensibile naturalmente avvertono solo gli effetti degli esseri spirituali, gli uomini che Arimane tiene così per il collo sentono la spinta di strappare il pensiero dal suo inserimento nel grande ordinamento mondiale. E questo produce l’atteggiamento materialista, produce il fatto che gli uomini vogliono applicare il pensiero solo al mondo sensibile. Sono soprattutto quei uomini a essere posseduti da Arimane che non vogliono credere a nessun mondo spirituale, poiché è Arimane che seduce, corrompe il loro pensiero a rimanere nel mondo sensibile.
Per l’atteggiamento animico umano ciò ha inizialmente, se l’uomo non è divenuto occultista pratico, come conseguenza soltanto il fatto che egli diventa un materialista rozzo e non vuole sapere nulla del mondo spirituale. Vi è spinto proprio da Arimane, che egli non riesce a notare. Per Arimane però la cosa sta così: nella misura in cui gli riesce di staccare questo pensiero dalla sua base legata al cervello come pensiero fisico, Arimane con questo pensiero produce nel mondo fisico ombre e spettri, e questi poi permeano il mondo fisico.
Con queste ombre e spettri Arimane vuole continuamente fondare per sé un regno arimanico particolare.
Continuamente sta in agguato, dal pensiero umano, se questo pensiero vuole entrare nel flusso in cui l’uomo entra quando passa per la porta della morte, di strapparne il più possibile — di trattenere il pensiero e di popolare il mondo fisico con ombre e spettri che sono formate dal pensiero umano fisico strappato dal suo suolo materno. Da un punto di vista occulto, questi ombre e spettri aggirano, danneggiando l’ordinamento mondiale, nel mondo fisico. Sono i prodotti che Arimane in questo modo, come è stato descritto, produce. Abbiamo l’atteggiamento giusto verso Arimane se l'apprezziamo in modo che, quando lascia entrare nella nostra anima i suoi impulsi legittimi, abbiamo una relazione legittima con il mondo sensibile. Dobbiamo però stare vigili affinché non ci seduca in questo modo, come è stato ora indicato. Certo è più comodo il rimedio che scelgono coloro che dicono: Allora eliminiamo tutti gli impulsi ahrimanichi dalla nostra anima. Con tale eliminazione però non si ottiene altro che portare l’altro piatto della bilancia proprio verso il basso. E se a qualcuno riuscisse veramente, attraverso una teoria falsa, di eliminare gli impulsi ahrimanichi dall’anima, cadrebbe preda dell’impulso lucifera.
Ciò si mostra specialmente quando gli uomini per una certa paura di una giusta relazione con le potenze arimaniche disprezzano il mondo sensibile, eliminano da sé la gioia e la giusta relazione con il mondo sensibile e, per non attaccarsi al mondo sensibile, estinguono tutto l’interesse nel mondo sensibile. Allora viene l’ascesi falsa. E questa ascesi falsa offre la più forte occasione di intervento nuovamente di impulsi lucifirici scorretti. Si potrebbe quasi scrivere la storia dell’ascesi in modo da rappresentarla come continua seduzione da parte di Lucifero. Lì l’uomo nell’ascesi falsa si espone alle seduzioni di Lucifero, perché invece di mettere il piatto della bilancia in equilibrio, di usare le forze come polarità, estingue completamente un lato. Così Arimane ha la sua piena legittimità per ogni giusta valutazione dell’uomo nei confronti del mondo fisico-sensibile.
Il regno minerale è propriamente il regno appartenente ad Arimane, il regno su cui la morte è continuamente versata; nei regni naturali superiori Arimane è il regolatore della morte, nella misura in cui interviene in modo legittimo nel corso dei processi e degli esseri.
Ciò che possiamo seguire come più sovrasensibile nel mondo esterno lo designiamo per certi motivi come spirituale; ciò che agisce più animicamente nell’uomo, ciò che agisce più interiormente nell’uomo lo designiamo come animico. Arimane è un essere più spirituale, Lucifero è un essere più animico. Arimane è il signore di ciò che si svolge nella natura esterna; Lucifero penetra con i suoi impulsi verso l’interno dell’uomo.
Ora esiste di nuovo un compito legittimo, un compito che giace completamente nel senso dell’ordinamento mondiale generale, il compito di Lucifero. Questo compito di Lucifero è di strappare l’uomo e tutto ciò che è animico nel mondo in una certa relazione dal mero vivere e assorbimento nel sensibile-fisico. Immaginatevi: se non esistesse nessuna potenza luciferica nel mondo, allora l’uomo sognerebbe in ciò che dal mondo esterno affluisce come percezioni, in ciò che viene dal mondo esterno attraverso l’intelletto. Sarebbe una sorta di sognare dell’esistenza umana e animica all’interno di questo mondo sensibile. Impulsi sono però presenti che, certamente, non vogliono strappare queste anime dal mondo sensibile, nella misura in cui temporalmente vi sono legate, ma che vogliono elevare le anime, affinché le anime possano vivere e sentire e gioire di qualcosa di diverso da ciò che questo mondo sensibile può offrire. Abbiamo solo da pensare a ciò che l’umanità ha cercato nello sviluppo artistico. Ovunque l’uomo crea qualcosa nel suo vivere di rappresentazione, sentimento e anima, ciò che non è grossolanamente attaccato al mondo sensibile, bensì si eleva su di esso, lì Lucifero è la potenza che lo stacca dal mondo sensibile. Una gran parte di ciò che di elevato, di liberatore vive nello sviluppo artistico dell’umanità, sono ispirazioni di Lucifero.
Possiamo ancora designare come ispirazioni di Lucifero qualcosa di altro.
L’uomo è in grado, grazie al fatto che esistono potenze luciferiche, di non rimanere con il suo pensiero alla mera imitazione ritrattistica del mondo fisico-sensibile; può elevarsi sopra di esso con il pensiero libero. Lo fa per esempio nel suo filosofare. Ogni filosofare è da questo punto di vista un’ispirazione di Lucifero. Si potrebbe quasi scrivere una storia dello sviluppo filosofico dell’umanità, nella misura in cui questo non è positivismo puro, cioè non si attiene al meramente materiale esteriore, e si potrebbe dire: La storia dello sviluppo della filosofia è un continuo mostrare delle ispirazioni di Lucifero.
Poiché tutto il creare che si eleva sopra il mondo sensibile è dovuto alle forze legittime e alle attività di Lucifero. Ma ora di nuovo Lucifero può oltrepassare questo suo ambito. Su ciò si basa sempre la ribellione contro l’ordinamento mondiale: che questi esseri oltrepassano il loro ambito. L'oltrepassa e ha continuamente la tendenza di oltrepassarlo, nella misura in cui avvelena ciò che è animico-sentente. Mentre Arimane ha più a che fare con il pensiero, Lucifero ha più a che fare con il sentimento, con la vita di affetto, passione, impulso, desiderio. Tutto ciò che è animicamente sentiente nel mondo fisico-sensibile è ciò su cui Lucifero è signore. E ha la tendenza di strappare, di estrarre questo sentire animico dal mondo fisico-sensibile, di spiritualizzarlo, e di fondare per sé su un’isola particolare, si potrebbe dire, isolata dell’essere spirituale un regno luciferico con tutto ciò che può afferrare, catturare di sentire animico nel mondo sensibile. Mentre Arimane vuole trattenere il pensiero nel mondo fisico-sensibile e lo produce come ombre e spettri nel mondo sensibile, così che è visibile per la chiaroveggenza elementare come ombre che aggirano, Lucifero fa l’altro: prende il sentire animico nel mondo fisico-sensibile, lo straccia fuori e lo mette in un regno luciferico particolare, che organizza in contrasto con l’ordinamento mondiale generale come un regno isolato, simile alla sua stessa natura.
Come Lucifero può avvicinarsi all’uomo, se ne può fare una rappresentazione in particolare quando si considera un fenomeno della vita umana, di cui parleremo anche più dettagliatamente: quel fenomeno che si designa come l’amore nel senso più lato e che in fondo è il fondamento della propria vita morale-etica nell’ordinamento mondiale umano.
Di questo amore nel senso più lato si deve dire quanto segue: Quando questo amore si manifesta e agisce nel mondo fisico-sensibile all’interno della vita umana, allora è assolutamente protetto da ogni intervento luciferica illegittimo, quando si manifesta in modo che l’uomo ami l’essere che ama per il bene di questo essere.
Non è vero, quando un essere qualsiasi, un altro uomo o un essere degli altri regni naturali nel mondo fisico-sensibile ci si pone innanzi, esso ci si pone innanzi con determinati attributi. Se abbiamo una ricettività libera, una capacità impressionabile per questi attributi, allora questi ci strappano l’amore, allora non possiamo fare altro che amare questo essere. Siamo indotti dall’essere ad amarlo. Questo amore, dove la causa dell’amore non risiede in colui che ama, bensì nell’essere amato, è quella forma, quella specie di amore nel mondo sensibile che è completamente al sicuro da ogni influenza luciferica. Ma ora potete, se osservate la vita umana, ben presto scorgere che anche un’altra specie di amore entra nella vita umana, quell’amore dove si ama perché si stessi possedete certe qualità che si sentono soddisfatte, delizia, rallegrate quando si può amare questo o quel essere. Si ama allora per amore di se stessi; si ama perché si è costituiti in un certo modo, e questa particella costituzione sente la sua soddisfazione dal fatto che si ama l’altro essere. Vedete, questo amore, che si potrebbe chiamare un amore egoistico, deve essere presente. Non deve mancare nell’umanità. Poiché tutto ciò che nel mondo spirituale possiamo amare, i fatti spirituali, tutto ciò che in noi attraverso l’amore può vivere come nostalgia, come spinta verso il mondo spirituale per abbracciare gli esseri del mondo spirituale, per conoscere il mondo spirituale, naturalmente scaturisce anche dall’amore sensibile verso il mondo spirituale.
Ma questo amore per lo spirituale, deve, non solamente può, ma deve necessariamente accadere per amore di noi stessi.
Siamo esseri che hanno le loro radici nel mondo spirituale. È nostro dovere di costituirci il più perfettamente possibile. Per amore di noi stessi dobbiamo amare il mondo spirituale, affinché portiamo il più possibile di forze dalla nostra anima verso il mondo spirituale. Nell’amore spirituale questo elemento personale, individuale, si potrebbe dire questo elemento di amore egoistico, è pienamente legittimo, poiché stacca l’uomo dal mondo sensibile, lo conduce verso il mondo spirituale, gli insegna a compiere il dovere necessario di farsi sempre più e più perfetto.
Ora Lucifero ha la tendenza di mescolare questi due mondi insieme. Dovunque nell’amore umano, dove l’uomo ama nel mondo fisico-sensibile con una sfumatura egoistica, per amore di sé, accade perciò che Lucifero vuole rendere l’amore sensibile simile all’amore spirituale. Allora può strapparla dal mondo sensibile e può condurla nel suo regno particolare. Così che tutto l’amore che può essere chiamato un amore egoistico, che non esiste per il bene dell’amato, bensì per il bene di colui che ama, è esposto agli impulsi lucifirici. Se si considera bene ciò che è stato appena detto, si viene a scoprire che specialmente nel presente, nella cultura materialista del presente, vi è tutta l’occasione di indicare queste seduzioni lucifiriche riguardo alla vita nell’amore. Poiché una gran parte della nostra moderna letteratura scientifica, in particolare di quella medica e opinione, è permeata da questa concezione luciferica dell’amore. Si dovrebbe toccare qui campi in certa misura delicati se si volesse parlare più dettagliatamente. Ma l’elemento luciferica nell’amore è letteralmente coccola da una gran parte della nostra scienza medica, quando ai maschi — in particolare il mondo maschile è favorito — viene continuamente e ripetutamente detto che devono coltivare una certa sfera dell’amore, perché ciò è necessario alla loro salute, cioè per amore di loro stessi.
Molti consigli vengono dati in questa direzione, dove certi sviluppi nell’amore sono consigliati ai maschi non per il bene degli esseri amati, bensì perché si ha riguardo: questo è necessario per la vita maschile.
Quando incontriamo tali esposizioni, e quando sono ancora così rivestite dell’aspetto della scientificità, non sono nulla altro che ispirazioni dell’elemento luciferica nel mondo. E una gran parte della scienza è semplicemente permeata di concezioni lucifiriche. E Lucifero trova le migliori reclute per il suo regno tra gli uomini che si lasciano dare tali consigli, che possono credere che sia necessario per l’avanzamento della propria persona coltivare certe forme della vita amorosa. È assolutamente necessario conoscere tali cose. Poiché sempre di nuovo deve essere sottolineato ciò che già ieri ho detto: Il diavolo, sia nella forma luciferica che in quella arimanica, la gente comune non lo sente mai, anche se l’avesse per il collo! Che agli uomini, che come scienziati materialisti danno consigli come quelli indicati, Lucifero stia seduto dietro il collo, la gente non lo nota.
Lo negano, poiché negano tutti i mondi spirituali. Così vediamo come da un lato il Grande e l’Elevato, che sostiene e solleva lo sviluppo dell’umanità, dipende da Lucifero. L’umanità deve comprendere di tenere gli impulsi che provengono da Lucifero nelle corrispondenti sfere. Dovunque Lucifero appaia come il protettore della bella parvenza, come il protettore degli impulsi artistici, da questa attività luciferica emerge il Grande e l’Elevato, il Potente nell’umanità. Ma v’è anche un lato d’ombra dell’attività luciferica. Lucifero ha dappertutto la tendenza di strappare il sentire animico dal sensibile, di renderlo indipendente, di impregnarlo di egoismo ed egoità. Così nel sentire animico appaiono l’elemento dell’ostinazione e simili momenti, così che l’uomo nel libero creare si forma ogni sorta di idee sul mondo — si potrebbe dire a mano libera. Quanti uomini filosofano dal polso, senza curarsi se il filosofeggiare si inserisce nel corso generale necessario dell’ordinamento mondiale.
Gli strani filosofi sono veramente assai diffusi nel mondo; si innamorano delle loro opinioni, non equilibrano l’elemento luciferica attraverso l’elemento arimanico, che deve dappertutto chiedere se ciò che si acquisisce pensando all’interno del mondo fisico-sensibile, si adatta anche alle leggi del mondo fisico-sensibile.
Così si vedono queste persone con le loro opinioni, che non sono nulla altro che una fantasticaggine, che non si piega all’ordinamento mondiale generale, correre per il mondo. Tutte le fantasticaggini, tutte le confusioni delle opinioni ostinate, tutte le strane opinioni, tutti i falsi e fantastici idealismi, provengono dai lati d’ombra degli impulsi lucifirici. Specialmente però ci si pone dinnanzi nella significatività per la terra di confine o per la soglia tra il sensibile e il sovrasensibile l’elemento luciferica e arimanico, quando si considera la coscienza chiaroveggente.
Quando l’anima umana ha deciso ciò che la rende capace di guardare nel mondo spirituale, di ottenere visioni nel mondo spirituale, allora deve assolutamente assumersi il compito stesso, che altrimenti è compiuto dai regolatori subconsci della vita animica. Che l’uomo nella vita ordinaria non porti troppo le abitudini e le regolarità di un regno nell’altro, di questo si prende cura l’ordinamento naturale generale, poiché questo ordinamento naturale generale uscirebbe completamente dai gangheri se i mondi fossero gettati l’uno sull’altro. Abbiamo appena sottolineato che per il mondo spirituale l’amore deve svilupparsi cosicché l’uomo avant tout deve svilupparsi verso la penetrazione con forza interiore riguardo al suo sé, che l’uomo deve sviluppare la spinta di perfezionarsi. Deve aver se stesso in vista quando sviluppa l’amore per il mondo spirituale. Se trasporta nel sensibile questo stesso tipo di spinte che nel mondo spirituale potevano condurlo all’Elevato, possono condurlo nel sensibile all’Abominevole. Ci sono uomini che nel vivere fisico esteriore, in ciò che fanno tutto il giorno, non si interessano particolarmente del mondo spirituale. Nel nostro tempo, si dice, questi uomini non dovrebbero essere così rari.
Ma la natura non tollera una politica dello struzzo.
Non è vero, questa politica dello struzzo consiste nel fatto che lo struzzo nasconde la testa nella sabbia e allora crede che le cose che non vede non siano lì. Gli uomini di mentalità materialista credono che il mondo spirituale non esista perché non lo vedono. Sono veri struzzi. Ma nella propria anima, nelle profondità della propria anima, la spinta verso il mondo spirituale non è affatto assente perché gli uomini la negano, perché se ne stordiscono. Essa è lì. In ogni anima umana è presente un impulso vivente, un amore vivente verso il mondo spirituale, anche nelle anime materialiste. Gli uomini si rendono solo animicamente impotenti rispetto a questo impulso. Ora esiste una legge: quando qualcosa su un lato è represso attraverso stordimento, emerge dal lato opposto. La conseguenza è che l’impulso egoistico si infrange negli impulsi sensibili. Colpisce dall’amore del mondo spirituale quella specie di amore che è legittima soltanto per esso, negli impulsi sensibili, nelle passioni, nei desideri e così via, e lì questi impulsi sensibili diventano perversi. Le perversità degli impulsi sensibili, tutte le abnormità abominevoli degli impulsi sensibili sono l’immagine speculare di ciò che sarebbero alti pregi nel mondo spirituale, se si usassero nello spirito le forze che allora sono versate nel mondo fisico. Su ciò bisogna riflettere, che ciò che si esprime negli impulsi abominevoli nel mondo sensibile, se fosse usato nel mondo spirituale, potrebbe compiere l’Elevato nel mondo spirituale.
Questo è straordinariamente significativo. Così vedete anche su questo territorio come l’Elevato si trasforma nell’Abominevole, quando il confine tra il mondo fisico-sensibile e il mondo sovrasensibile non è osservato e apprezzato nel modo appropriato. La coscienza chiaroveggente deve dunque svilupparsi in modo che l’anima chiaroveggente nei mondi sovrasensibili possa vivere secondo le leggi di questi mondi sovrasensibili, e che possa di nuovo essere in grado di tornare nella vita nel corpo, senza farsi disorientare nel mondo fisico-sensibile normale dalle leggi dei mondi sovrasensibili.
Supponiamo che un’anima non potesse fare questo, allora il seguente potrebbe accadere.
Vedremo ancora che l’anima al passaggio nella regione di confine da un mondo all’altro impara in particolare, attraverso l’incontro con il Guardiano della soglia, a comportarsi correttamente. Ma supponiamo che un’anima — e questo potrebbe accadere pienamente — si fosse resa chiaroveggente, fosse divenuta chiaroveggente attraverso qualche circostanza, e non avesse attraversato l’incontro con il Guardiano della soglia in modo ordinario. Allora un’anima siffatta può guardare chiaroveggentemente nei mondi sovrasensibili, può fare anche percezioni, ma può accadere che, quando poi torna nel mondo fisico-sensibile, dopo che non era stata legittimamente nel mondo spirituale, essa «abbia assaggiato» nel mondo spirituale. Ci sono molti di questi assaggiatori del mondo spirituale, e si deve dire veracemente che l’assaggio nel mondo sovrasensibile è molto più problematico dell’assaggio nel mondo fisico-sensibile. Si può dunque assaggiare nel mondo spirituale; allora accade molto frequentemente che si porti là ciò che si è esperito, indietro nel mondo sensibile; ma allora si densifica, allora si contrae. Così un chiaroveggente che non si comporta secondo le leggi dell’ordinamento mondiale generale torna nel mondo fisico-sensibile e porta con sé le immagini e le impressioni densificate dei mondi sovrasensibili. Ma non soltanto guarda e pensa nel mondo fisico-sensibile, bensì ha dinnanzi a sé, mentre vive nel suo corpo fisico, le conseguenze del mondo spirituale in immagini che assomigliano completamente al sensibile, solo che non corrispondono a nessuna realtà, che sono illusioni, allucinazioni, fantasticaggini.
Nel mondo spirituale chi può guardare correttamente non confonderà mai la realtà con la fantasia. Lì è veramente così che la filosofia di Schopenhauer, nella misura in cui commette un errore, si confuta da sé. Si confuta anche nel mondo sensibile riguardo al suo errore principale, che tutto ciò che ci circonda sia la nostra rappresentazione.
Se si preme questo enunciato, allora è confutato, perché la vita stessa già ci insegna a distinguere tra un ferro caldo di novecento gradi, che è una vera percezione, e il ferro immaginato di novecento gradi, che non fa male.
Se si vive nella vera realtà con le facoltà appropriate, la vita stessa fornisce già la distinzione tra la realtà e la fantasia. Anche l’enunciato kantiano, con che Kant è venuto a contatto con le cosiddette prove di Dio, che cento talleri pensati valgono altrettanto di cento talleri veri, è confutato dalla vita. Certamente, cento talleri pensati contengono altrettanti pfennig di cento talleri veri, ma tra i due esiste una differenza che riguardo alla vita si manifesta assai fortemente. E vorrei consigliare a chiunque ritenga giusto questo enunciato di pagare i cento talleri che deve con talleri immaginari: allora già noterà la differenza. Come è questo per il mondo fisico-sensibile, quando veramente vi si sta dentro e se ne osservano le leggi, così è anche per i mondi sovrasensibili. Se si assaggia solo, allora non si è protetti dal confondere l’illusione con la realtà, allora le immagini si densificano, e si prende per realtà ciò che solo immagine dovrebbe essere. E ciò che così si porta in sé dall’assaggio dal mondo spirituale, è specialmente una preda su cui Arimane può avventarsi. Da ciò che egli toglie al pensiero umano ordinario non ottiene che ombre leggere, ma ottiene, trivialmente parlando, ombre e spettri assai sostanziosi, quando da lui strappa dalle singole individualità umane, per quanto può, le false immagini di illusione che sono sorte dall’assaggio nel mondo spirituale.
Così viene sulla via arimanica il mondo fisico-sensibile permeato di ombre e spettri spirituali, che si oppongono assai male all’ordinamento mondiale generale. Così vediamo come il principio arimanico può entrare in gioco specialmente quando oltrepassa i suoi confini e agisce contro l’ordinamento mondiale generale, come questo principio arimanico può specialmente divenire il male dalla corruzione della sua attività regolamentare.
Non esiste nessun male assoluto.
Tutto il male sorge dal fatto che qualcosa che in qualche modo è buono, è usato in modo diverso nel mondo; così viene trasformato nel male. In modo simile il principio luciferico, che può dare occasione a così Grande, a così Magnifico, può divenire pericoloso per l’anima divenuta chiaroveggente, pericoloso nel senso più significativo. E questo accade nel caso inverso. Ora abbiamo considerato il caso quando un’anima assaggia nel mondo spirituale, cioè percepisce lì, e quando torna nel mondo fisico-sensibile, se non dice a se stessa: Ora non devi usare questa vita di rappresentazione che è appropriata per il mondo spirituale — allora è esposta nell’amore nel mondo fisico-sensibile all’influenza arimanica. Ma il contrario può accadere: l’anima umana può portare nel mondo spirituale ciò che appartiene solo al mondo fisico-sensibile, e cioè la modalità di sentimento, di emozione, di affetto, che l’anima necessariamente fino a un certo grado deve sviluppare nel mondo fisico-sensibile. Tutto ciò che di passioni e così via l’anima sviluppa nel mondo fisico-sensibile, non deve essere portato nel mondo spirituale, se non vuole cadere in modo significativo nelle tentazioni e seduzioni di Lucifero.
Questo è qualcosa di ciò che è stato tentato di presentare nel nono quadro di «Il Risveglio delle anime» nell’atteggiamento emotivo, nella condizione animica di Maria. Sarebbe completamente sbagliato se qualcuno a questo punto esigesse qualcosa di tumultuoso, di drammaticamente tumultuoso e movimentato, come si ha in un dramma fisico esteriore. Se l’emotività di Maria fosse tale che nel momento le passioni eccitanti, gli impulsi e gli affetti eccitanti potessero esperire al ricevimento dei ricordi dal mondo devachanico e dal tempo egiziano, allora l’anima di Maria verrebbe traballante e scaraventata sulle onde delle passioni. Un’anima che non in perfetta calma interiore, in assoluta serenità, in un essere sollevato sopra tutto ciò che è drammatico nel mondo fisico esteriore potesse ricevere gli impulsi del mondo spirituale, un’anima così patisce nel mondo spirituale un destino che posso solo designare in modo illustrativo.
Immaginatevi un essere fatto di caucciù che volasse in uno spazio completamente chiuso da tutti i lati, ora contro una parete, e sarebbe allora di nuovo rimbalzato indietro, volasse contro l’altra parete, sarebbe di nuovo rimbalzato indietro, e così volasse avanti e indietro e fosse così in un movimento tumultuoso sulle onde della vita passionale.
Questo accade veramente con un’anima che porta la modalità di sentimento, la modalità di emozione e di affetto del mondo sensibile-fisico nel mondo spirituale. Allora accade un’altra cosa ancora. Non è piacevole essere rimbalzati in questo modo caucciù in uno come in una prigione mondiale. Perciò l’anima in un tale caso come anima chiaroveggente esercita specialmente la politica dello struzzo; cioè si stordisce da questo rimbalzamento, intorbida la coscienza, così che non se ne accorge nulla. Allora crede che non sia rimbalzata. Lì Lucifero può tanto più accostarsi, perché la coscienza è intorbidata; la seduce luciferica quella anima fuori e la conduce verso il suo regno isolato.
Lì l’anima può ricevere le sue impressioni spirituali, ma sono puri impressioni lucifiriche, perché vengono ricevuti nel suo regno d’isola. Perché l’autoconoscenza è difficile e l’anima con difficoltà straordinaria arriva alla chiarezza su certe qualità, e perché inoltre gli uomini hanno la spinta di penetrare il più rapidamente possibile nel mondo spirituale, non è da stupirsi che gli uomini si dicano: Io sono già maturo, io già dominerò le mie passioni. Questo è naturalmente più facile a dirsi che a farsi. In particolare ci sono qualità dove il dominio va assai male. La vanità, l’ambizione e simili cose, seggono così nelle anime umane che l’autoconfessione: Tu sei vanitoso ed ambizioso, tu hai sete di potenza! — non è così facile, e per lo più ci si inganna quando proprio su questi punti ci si consulta. Ma queste sono le peggiori emozioni. Se si portano nel mondo spirituale, allora ci si diventa assai facilmente una preda di Lucifero.
Perché quando ci si accorge che si è rimbalzati, non ci si ama dire a se stessi: Questo proviene dall’ambizione, dalla vanità — allora si cerca l’offuscamento animico; e lì Lucifero rapisce quell’anima verso il suo regno.
Allora certamente si possono avere impressioni, ma non concordano con l’ordinamento mondiale che era già stato tracciato prima che Lucifero intervenisse, bensì sono impressioni spirituali di pura natura luciferica. Si possono avere le più strane impressioni; le si prenderà per verità assolutamente corrette.
Si possono raccontare alle persone tutte le possibili incarnazioni di questi o quei esseri, e possono essere puri insegnamenti lucifirici e simili cose. Affinché il giusto rapporto giungesse a realizzarsi nel Risveglio di Maria, dovette Maria nel momento in cui il mondo spirituale doveva irrompere con tale potenza su di lei, essere rappresentata proprio cosicché per una persona che, per dire, fosse un piccolo critico carino dal nostro presente, risultasse assai assurdo. Poiché un tale piccolo critico carino potrebbe dire: Qui si è svolto il dramma egiziano, e allora siede questa Maria lì, come se venisse dalla colazione, e sperimenta queste cose cosicché manca ogni vita drammatica. Eppure ogni altro sarebbe falso a questo stadio dello sviluppo. Vero è solo quella serenità a questo stadio dello sviluppo, quando i raggi, la luce dello spirituale penetra. Così vediamo che dipende dall’atteggiamento animico, che deve essere compiuto con tutte le emozioni e le passioni che hanno significato solo per il mondo fisico-sensibile, se l’anima deve oltrepassare la soglia del mondo spirituale in modo giusto e non vuole esperire nel mondo spirituale la conseguenza necessaria della modalità di sentimento sensibile rimasta.
Arimane è un essere più spirituale; ciò che sviluppa come attività illegittima, come attività creatrice illegittima fluisce nel mondo sensibile generale. Lucifero è un essere più animico; ciò che vuole estrarre come elementi animici sententi dal mondo sensibile, vuole incorporare nel suo particolare regno luciferico, in cui vuole assicurare a ogni uomo — conforme all’egoismo inseminato negli esseri — per così dire la massima possibilità di indipendenza arbitraria.
Si vede da ciò che nella valutazione di tali esseri, come Arimane e Lucifero, non può trattarsi di designarli semplicemente come buoni o cattivi, bensì di comprendere quale sia l’attività legittima, il vero regno di questi esseri, e dove inizia la loro attività illegittima, dove l’oltrepassamento del loro confine comincia.
Poiché per il fatto che oltrepassano il loro confine, seducono l’uomo all’illegittimo oltrepassamento del confine verso l’altro mondo con le facoltà e le leggi di un mondo. Dei fenomeni esperiti al passaggio avanti e indietro sul confine tra il mondo fisico-sensibile e il mondo sovrasensibile trattano particolarmente i quadri di «Il Risveglio delle anime». Oggi ho voluto iniziare descrivendo qualcosa di ciò che deve essere osservato nella regione di confine tra il mondo sensibile e il mondo sovrasensibile.
Domani continueremo con questa considerazione.
Quando si parla dei mondi spirituali in un modo come accade qui in questo ciclo di lezioni, allora risulta necessario notare una cosa importante: il pensiero chiaroveggente a cui l’anima umana può svilupparsi non cambia la natura interiore dell’uomo. Tutto ciò che entra in questo pensiero era già presente nella natura umana. Nel conoscere una cosa non la si crea; semplicemente s’impara a percepire quello che come fatto esiste già. Per quanto ovvio sia, dev’essere sottolineato: la vera essenza dell’uomo giace nei fondamenti nascosti dell’essere. Quei fondamenti nascosti vengono elevati alla luce solo mediante il sapere chiaroveggente. Dalla chiaroveggenza deriva che la vera natura dell’uomo può manifestarsi solo in questo modo. Nessuna filosofia può far conoscere ciò che l’uomo realmente è se non un sapere fondato sul pensiero chiaroveggente. Per l’osservazione dei sensi e per l’intelletto legato al mondo sensibile, la vera essenza umana rimane celata. Appena il pensiero chiaroveggente oltrepassa la cosiddetta soglia, il mondo spirituale pone all’anima esigenze completamente diverse da quelle della percezione sensibile. Chiamerò elementare il primo mondo in cui l’anima umana entra quando diviene chiaroveggente, dopo aver superato la soglia. Solo chi vuole trasportare le abitudini del mondo sensibile nei mondi soprasensibili, potrebbe pretendere una nomenclatura uniforme per tutti i punti di vista.
Indicherò alla fine di questo ciclo e nello scritto intitolato «La soglia del mondo spirituale», quale relazione esista tra la nomenclatura qui adottata e le designazioni nelle mie «Teosofia» e «Scienza occulta in forma sintetica», affinché non si ricerchino leggermente contraddizioni dove in realtà non ne esistono.
Quando l’anima entra nel mondo elementare, giungono condizioni completamente nuove.
Se l’anima umana volesse entrare nel mondo elementare conservando le abitudini del mondo sensibile, potrebbero accadere due cose: o la nebbia e l’offuscamento si diffonderebbero nel campo di coscienza, oppure l’anima verrebbe ricacciata nel mondo sensibile. Il mondo elementare è completamente diverso dal mondo sensibile. Nel sensibile, procedendo da essere a essere, da fenomeno a fenomeno, osservate quegli esseri e fenomeni, però mantenete sempre la vostra identità ben definita in voi stessi. Sapete che siete la stessa persona che eravate di fronte a un altro fenomeno o essere, e non potete mai disperdervi in esso. Rimane esteriore a voi, e ovunque nel sensibile procediate, rimanete voi stessi. Nel mondo elementare tutto cambia. È necessario che l’anima si adatti completamente a ogni essere e fenomeno, trasformandosi interiormente insieme a essi. Non si conosce nulla nel mondo elementare se non si rimane di fronte all’essere in modo da divenire, dentro di esso, un’altra persona. L’anima deve trasformarsi in quegli esseri. Questa è la qualità principale richiesta nel mondo elementare: la capacità di trasformazione del proprio essere negli esseri altrui. Si deve possedere la possibilità della metamorfosi. Occorre immergere se stessi nelle essenze e divenire gli esseri medesimi, perdendo quella coscienza necessaria nel sensibile per rimanere spiritualmente sani: «Tu sei tale persona».
Nel mondo elementare si conosce un essere solo quando interiormente lo si diviene nella propria anima.
Si deve procedere per il mondo elementare, una volta superata la soglia, trasformandosi a ogni passo, inabissandosi per così dire in ogni essere e fenomeno. Ciò che nel fisico appartiene alla salute dell’anima — mantenere il proprio essere essenziale nel percorrere il sensibile — è totalmente impossibile nel mondo elementare. Comporterebbe l’oscuramento dell’orizzonte o il ricaccio nel sensibile.
L’anima ha bisogno di qualche cosa di più per esercitare questa capacità di trasformazione di quanto già possiede nel sensibile. L’anima umana è troppo debole per trasformarsi continuamente adattandosi a ogni essere se entra nel mondo elementare nello stesso modo del sensibile. Perciò le forze dell’anima umana devono essere rinforzate e potenziate. Sono necessari i preparamenti descritti nella mia «Scienza occulta» e nello scritto «Come si ottengono le conoscenze dei mondi superiori?». Essi conducono al rinforzo della vita animica. Allora l’anima può immergersi negli altri esseri senza perdersi in questa immersione. Nel momento in cui si afferma ciò, appare quanto sia necessario prestare attenzione massima alla soglia tra il mondo sensibile e i mondi soprasensibili.
È già stato detto che il pensiero chiaroveggente, finché l’uomo rimane terrestre, deve continuamente passare e tornare da un lato all’altro: osservare fuori dal corpo fisico nel mondo spirituale oltre la soglia, poi ritornare al corpo fisico, esercitando in modo sano le capacità che portano alla corretta osservazione del sensibile. Supponiamo che un pensiero chiaroveggente portasse la capacità di trasformazione che possiede nel mondo spirituale, ritornando nel sensibile attraverso la soglia.
Questa capacità è caratteristica del corpo eterico umano, che vive principalmente nel mondo elementare.
Ogni mondo ha la sua legge particolare. Il sensibile è il mondo delle forme chiuse; gli spiriti della forma regnano nel sensibile. Il mondo elementare è il mondo della mobilità, della metamorfosi continua. Come l’anima deve trasformarsi continuamente nel sensibile, così nel mondo elementare gli esseri si trasformano costantemente. Non esiste forma chiusa nel mondo elementare; tutto è in perpetua metamorfosi. Questo divenire metamorfico l’anima lo deve vivere fuori dal corpo fisico nel mondo elementare. Nel mondo fisico-sensibile l’anima deve immergere il corpo eterico, che è un’essenza del mondo elementare con capacità di trasformazione, dentro il corpo fisico.
Attraverso il fisico si è una determinata personalità nel sensibile; il corpo fisico e le condizioni della realtà sensibile fanno di voi una personalità. Nel mondo elementare non siete una personalità, poiché la personalità richiede una forma chiusa. Ma è importante sapere che ciò che il pensiero chiaroveggente conosce nell’anima umana è sempre presente. Le forze del corpo fisico mantengono solo insieme la mobilità del corpo eterico. Non appena il corpo eterico si immerge nel corpo fisico, le sue forze mobili si mantengono unite, adattate alla forma. Il corpo eterico, se non fosse contenuto nel corpo fisico come in un involucro, avrebbe sempre l’impulso a una continua trasformazione. Supponiamo che un’anima divenuta chiaroveggente porti nel corpo eterico questo impulso alla trasformazione nel mondo fisico-sensibile.
Allora il corpo eterico con la sua tendenza alla mobilità rimane lasco dentro il corpo fisico, e l’anima umana attraverso le forze del suo corpo eterico cade in contraddizione con le esigenze del fisico, che vuole forgiare una personalità definita.
Il corpo eterico, che vuole muoversi liberamente, continua a volere sempre qualcosa di diverso in contraddizione con la forma fissa del corpo fisico. Per esprimerlo più precisamente: il corpo fisico può fare di voi un impiegato bancario europeo, ma se il corpo eterico ha portato in sé l’impulso alla trasformazione, vi potete immaginare di essere l’imperatore della Cina. Oppure, per esempio, potete essere presidente di una società teosofica, e se il corpo eterico è divenuto lasco, potreste immaginare di stare di fronte al Direttore della Terra. Così vediamo quanto la soglia tra il sensibile e il soprasensibile debba essere osservata attentamente. Le esigenze di ogni mondo devono essere portate in piena coscienza; l’anima deve adattarsi a esse.
L’anima deve comportarsi diversamente a seconda che sia di qua o di là della soglia. Questo riguarda il fatto che continuamente si deve sottolineare come le abitudini dei mondi soprasensibili non debbano essere trasportate illegittimamente nel sensibile quando si ritorna oltre la soglia. Per dirla semplicemente: occorre saper comportarsi correttamente in entrambi i mondi; non si deve trasportare l’osservazione che è corretta in un mondo nell’altro. Una capacità fondamentale per l’esperienza dell’anima nel mondo elementare è dunque la trasformazione. L’anima umana però non potrebbe vivere continuamente in questa qualità di trasformazione; il corpo eterico non potrebbe appartenere continuamente al mondo elementare nello stato di trasformabilità, come l’uomo non potrebbe stare continuamente sveglio nel fisico.
Nel sensibile l’uomo percepisce solo quando veglia; quando dorme non percepisce.
Eppure l’uomo deve alternare lo stato di veglia al sonno. Nel mondo elementare avviene qualcosa di simile. Come non è possibile vegliare continuamente nel fisico — la vita procede come un pendolo tra veglia e sonno — così nel mondo elementare è necessario qualcosa di simile per la vita del corpo eterico. Deve esistere una contrapposizione, una reazione contraria alla capacità di trasformazione che conduce alla percezione spirituale. Ciò che rende trasformabile per il mondo spirituale è la vita del pensiero umano, la capacità di rendere mobile il pensiero e il pensiero stesso, così da potersi immergere attraverso il pensiero reso mobile negli esseri e nei fenomeni. Per l’altro stato, che si confronta al sonno nel sensibile, deve essere sviluppata e potenziata la volontà umana.
Per la trasformabilità dunque il pensiero e il rappresentare; per l’altro stato la volontà. Comprenderemo questo se notiamo che nel mondo fisico-sensibile l’uomo è un sé, un Io. Perché il corpo fisico-sensibile, quando l’uomo veglia, gli fornisce le forze per sentirsi come un sé, come un Io. Nel mondo elementare non è così. L’uomo deve compiere, fino a un certo grado, quello che nel sensibile compie il corpo fisico. Non si può sviluppare nessun sentimento di sé nel mondo elementare se non si rafforza la propria volontà, se non ci si vuole. Questo richiede di superare una comodità umana profondamente radicata. Volere se stessi è necessario nel mondo elementare; e come il sonno e la veglia si alternano nel sensibile, così l’immergersi negli esseri deve alternarsi nel mondo elementare con questo sentimento di sé rafforzato dalla volontà.
Come nel sensibile ci si affatica nel lavoro diurno e infine il sonno ci prende, così giungono momenti nel mondo elementare per il corpo eterico in cui sente: «Non posso trasformarmi continuamente, devo escludere tutto ciò che riguarda altri esseri e fenomeni.
Devo rimuovere tutto dal mio orizzonte, devo astenermi da tutte le altre essenze e fenomeni e volere me stesso, pienamente, nella mia essenza sola, senza sapere di altri esseri e fenomeni del mondo elementare».
Questo corrisponde al sonno del fisico: il volere se stessi con l’esclusione di altri esseri. Non ci si dovrebbe rappresentare erroneamente che l’alternanza tra trasformabilità e un sentimento di Io rinforzato nel mondo elementare sia regolata naturalisticamente come la veglia e il sonno nel sensibile. Per il pensiero chiaroveggente — ed è percepibile solo per questo — tutto è volontario. Non avviene automaticamente come il passaggio dalla veglia al sonno, bensì dopo aver vissuto per un tempo più o meno lungo nella trasformazione, si sente il bisogno di vivere l’altro aspetto della vita elementare. L’alternanza tra trasformabilità e vita in sé con sentimento di Io rinforzato nel mondo elementare è molto più volontaria che il sonno e la veglia nel sensibile. Anzi, la coscienza può produrre una tale elasticità da permettere che entrambi gli stati coesistano in certe condizioni: ci si trasforma da un lato e tuttavia si mantiene compatto in se stessi. Si può fare nel mondo elementare quello che nel sensibile non dovrebbe farsi per il bene dell’anima: vegliare e dormire contemporaneamente.
Occorre ancora considerare che, quando il pensiero si sviluppa verso la trasformabilità, quando si introduce nel mondo elementare, questo pensiero stesso, così come sano e corretto nel sensibile, non è più utilizzabile nel mondo elementare.
Come è il pensiero nel sensibile? Osservate: si vivono pensieri nell’anima.
Si sa che interiormente si formano, si legano e si separano i pensieri. Ci si sente interiormente signori di questi pensieri. Essi rimangono passivi, si lasciano legare e separare, si lasciano fare e disfar e. Questa vita di pensiero deve svilupparsi nel mondo elementare di uno strato ulteriore. Nel mondo elementare non ci si trova di fronte a pensieri passivi come nel sensibile. Quando veramente l’anima chiaroveggente si introduce nel mondo elementare, i pensieri non sono cose che dominate, ma diventano esseri viventi. Immaginate che i vostri pensieri non fossero quelli che voi fate e combinate, bensì che nella vostra coscienza ogni pensiero iniziasse una vita propria, un’essenza. Immergete la vostra coscienza in qualcosa dove non potete avere i pensieri come nel sensibile, bensì dove i pensieri sono essenze viventi. Non posso fare a meno di usare un’immagine grottesca; ma essa può svegliarvi su come il pensiero nel mondo elementare debba divenire diverso da come è nel sensibile. Immaginate di infilare la vostra testa in una formicaia, e il pensiero si fermasse. Avreste formiche invece dei pensieri nella testa.
Così quando vi immergete con la vostra anima nel mondo elementare, i pensieri si legano e si separano da sé, conducono una vita propria. Occorre una più forte forza dell’anima per stare di fronte a esseri di pensiero viventi piuttosto che a pensieri passivi del fisico, che si lasciano fare qualsiasi cosa, che tollerano persino di essere collegati in modo poco intelligente.
Sono creature pazienti, i pensieri del sensibile; si lasciano fare qualsiasi cosa dall’anima.
Diventa affatto diverso quando l’anima si immerge nel mondo elementare. Lì i pensieri vivono una vita autonoma. Allora occorre mantenersi in piedi e affermarsi con la propria anima, non di fronte a pensieri passivi, bensì di fronte a una vita di pensiero attiva e in sé operante. Nel sensibile il pensiero sbagliato di solito non nuoce. Nel mondo elementare può facilmente accadere che gli esseri autonomi che brulicano laggiù vi causino vero dolore se commettete sciocchezze con il vostro pensiero. Così vediamo come assolutamente le abitudini della vita animica devono divenire diverse quando si supera la soglia dal sensibile al soprasensibile. Se si venisse nel sensibile con il comportamento verso gli esseri di pensiero viventi del mondo elementare, superando la soglia e tornando indietro, e non si riprendesse il pensiero sano verso i pensieri passivi, ma si volesse mantenere il comportamento per il mondo elementare, allora i pensieri vi sfuggirebbero continuamente, vi correreste dietro; diventereste schiavi dei vostri pensieri. Quando l’anima chiaroveggente entra nel mondo elementare sviluppando la trasformabilità, allora si immerge nella sua essenza trasformandosi, a seconda della vicinanza a questo o quell’essere. Che cosa si vive in questa immersione? Quando vi immergete così, trasformandovi in questo o in quell’essere, si vive qualcosa che potrebbe essere chiamato: simpatie e antipatie che fluiscono dalle profondità dell’anima e si presentano come esperienze nell’anima chiaroveggente. Si vivono specie molto determinate di antipatie o simpatie trasformandosi in un essere o in un altro.
Passando da una trasformazione all’altra, si vivono continuamente altre simpatie e antipatie.
Come nel sensibile caratterizzate e descrivete gli esseri e le cose mediante i colori visti per mezzo degli occhi e i suoni uditi per mezzo delle orecchie, così, se descrivessimo dall’interno dei mondi spirituali, descriveremmo in simpatie e antipatie definite.
Ma occorre notare due cose: Primo, con le abitudini del sensibile si distinguono solitamente solo gradi di simpatie e antipatie, simpatie e antipatie più forti o più deboli. Nel mondo elementare non è così; le simpatie e antipatie non differiscono solo per grado, bensì qualitativamente. Esistono simpatie e antipatie diverse per natura. Come il giallo e il rosso sono colori qualitativamente diversi, così le molteplici simpatie e antipatie che si vivono nel mondo elementare sono qualitativamente diverse, non solo che una sia più forte e l’altra più debole.
Non sarebbe corretto descrivere, partendo dalle abitudini del sensibile, dicendo che nell’immergersi in un essere si prova una simpatia maggiore, nell’immergersi in un altro una minore. No, le simpatie sono diverse! Questo è l’aspetto da notare. L’altro è che il comportamento verso le simpatie e antipatie, come è naturale nel sensibile, non si può trasportare nel mondo elementare. Nel sensibile ci si sente attirati dalle simpatie e respinti dalle antipatie; si va verso gli esseri simpatici, si vuole stare con loro; dagli esseri antipatici si fugge, non si vuole avere nulla a che fare. Nel mondo elementare non può accadere che, per dirlo grottescamente, le simpatie siano simpatiche e le antipatie siano antipatiche; questo non deve verificarsi nel mondo elementare.
Sarebbe come se nel sensibile qualcuno dicesse: Posso sopportare solo i colori blu e verde, non riesco a soffrire i rossi e i gialli, da cui fuggo per quanto posso.
Che un essere sia antipatico nel mondo elementare significa che ha una proprietà determinata di questo mondo che si deve designare come antipatica. Occorre comportarsi verso questo antipatico come ci si comporta nel sensibile verso il blu e il rosso, non che uno sia simpatico e l’altro antipatico. Come nel sensibile si incontrano tutti i colori con una certa serenità perché esprimono quello che le cose sono, e solo se siete nervosi vi scappate da uno o l’altro colore, oppure se siete come un toro e non sopportate il rosso, così come nel sensibile si accolgono i colori con tranquillità, così nel mondo elementare si devono osservare le simpatie e antipatie come proprietà di questo mondo nella più completa equanimità.
Per questo è necessario che il comportamento dell’anima, come è naturale nel sensibile, dove ci si sente attratti dalle simpatie e respinti dalle antipatie, diventi completamente diverso. Questo sentimento emotivo e questa condizione emotiva, che corrisponde alle simpatie e antipatie nel sensibile, devono essere dissolti verso il mondo elementare da qualcosa che potrebbe chiamarsi tranquillità animica, pace spirituale. Con l’anima interiormente raccolta, con l’anima spiritualmente serena, si deve immergersi negli esseri; e con l’immergersi, mentre ci si trasforma in loro, emergere da sentire dalle proprie profondità le proprietà di questi esseri come simpatie e antipatie.
Solo allora, quando si è capaci di tutto questo, quando l’anima può comportarsi così verso simpatie e antipatie, quest’anima è capace di portare davanti a sé nelle sue esperienze il vivere-in-simpatia o il vivere-in-antipatia, il sentire-in-simpatia o il sentire-in-antipatia nei fenomeni del mondo elementare come immagine figurativa vera.
Vale a dire: allora si è capaci non solo di sentire quello che il sentire in simpatie e antipatie è, bensì realmente di vedere salire il vivere di se stessi, trasformato in un’altra essenza, come questa o quella immagine colorata o questa o quella immagine sonora del mondo elementare. Come le simpatie e antipatie giocano un ruolo rispetto all’esperienza dell’anima nel mondo spirituale, potete capirlo anche se seguite con una certa comprensione interiore il capitolo nella mia «Teosofia» che parla del mondo animico. Vedrete che il mondo animico è costruito proprio dalle simpatie e antipatie. Dalla mia esposizione avete potuto vedere che quello che è noto nel sensibile come il pensiero è in realtà solo l’immagine esteriore, ombra prodotta dal corpo fisico di quel pensiero che riposa negli fondamenti occulti e che propriamente dovrebbe essere chiamato un’essenza vivente. Non appena ci muoviamo con il nostro corpo eterico nel mondo elementare, i pensieri diventano, potrei dire, più densi, più viventi, più autonomi, più veri nella loro essenza. Quello che si vive dentro il corpo fisico-sensibile come pensiero si rapporta a questo elemento più vero del pensiero come un’ombra proiettata sulla parete ai oggetti da cui viene proiettata. È veramente l’ombra della vita di pensiero elementare, proiettata nel mondo sensibile attraverso la struttura del corpo fisico. Pensiamo come in ombre di esseri di pensiero quando pensiamo nel sensibile. Così il sapere soprasensibile, il sapere chiaroveggente, apre una visione sulla vera natura del pensiero.
Nessuna filosofia, nessuna scienza esteriore, per quanto brillante sia, può scoprire nulla di corretto su questa vera natura del pensiero; solo il sapere fondato su consapevolezza chiaroveggente può scoprire la verità.
Lo stesso vale per la volontà.
La volontà deve rafforzarsi perché nel mondo elementare non si è con la stessa comodità del sensibile, dove il sentimento di Io è dato dalle forze del corpo fisico. Occorre volere questo sentimento di Io da sé: si deve vivere nel mondo elementare cosa significhi avere la coscienza riempita: «Io voglio me stesso». Occorre esperire quanto sia significativo che, nel momento in cui non siamo abbastanza forti per dispiegare non il pensiero, bensì il vero atto di volontà: «Io voglio me stesso», ci si sente come svenire. Se non ci si sostiene nel mondo elementare, si cade in una sorta di svenimento. Allora si sguarda nella vera natura della volontà, che ancora non può essere data da scienza esterna o filosofia esterna, bensì solo dal sapere chiaroveggente. Quello che nel sensibile si chiama volontà è un’ombra di quella volontà sostanziale forte che si dispiega così che sostiene il sé dall’arbitrio, non da forze esterne.
Tutto diviene più volontario — così possiamo dire — in questo mondo elementare, quando ci vi immergiamo. Soprattutto, dalla natura propria del corpo eterico, quando si abbandona il corpo fisico e il corpo eterico ha il mondo elementare come ambiente, si risveglia l’impulso alla trasformazione. Si vuole immergersi negli esseri. Ma come nella veglia diurna nasce il bisogno del sonno, così nell’alternanza con essa nel mondo elementare nasce il bisogno di stare presso se stessi, di escludere tutto in cui si potrebbe trasformarsi.
Poi di nuovo, quando ci si è sentiti presso se stessi per un po’ nel mondo elementare, quando si è sviluppato per un po’ quel sentimento di volontà forte: «Io voglio me stesso», allora sopraggiunge qualcosa che può essere chiamato una sensazione di terribile solitudine, un abbandono, che provoca il desiderio di risvegliarsi da questo stato di volere solo se stessi alla trasformabilità.
Nel sonno fisico si riposa, e le forze si occupano che ci si risvegli senza fare nulla.
Nel mondo elementare, quando ci si è posti nello stato di sonno del volere solo se stessi, occorre mediante l’esortazione del sentimento di abbandono riporsi nello stato di trasformabilità, cioè: voler svegliarsi. Vedete da tutto questo quanto diverse siano le condizioni dell’esperienza e della ricezione di sé nel mondo elementare da quelle del sensibile. E potete comprendere quanto sia necessario continuamente sottolineare che la consapevolezza chiaroveggente, che passa da un mondo all’altro, veramente si adatti correttamente alle esigenze del mondo corrispondente e non trasporti le abitudini di un mondo nell’altro attraversando la soglia. Rinforzo e potenziamento della vita animica appartengono dunque alle preparazioni che abbiamo spesso sottolineato per l’esperienza dei mondi soprasensibili. Rinforzo e potenziamento della vita animica. E soprattutto devono divenire forti e possenti quelle esperienze dell’anima che potrebbero essere designate come le esperienze morali superiori, esperienze che si esprimono nell’atmosfera emotiva della fermezza di carattere, della sicurezza interiore e della serenità. Coraggio interiore e fermezza di carattere devono soprattutto essere sviluppati nell’anima, perché la debolezza di carattere indebolisce l’intera vita animica, e si entra nel mondo elementare con un’anima debole.
Questo però non deve accadere se si vuole vivere correttamente e veramente nel mondo elementare.
Perciò nessuno che prenda davvero sul serio l’esperienza nei mondi superiori, lascerà mai di sottolineare che tra le forze che devono rinforzare la vita animica perché entri correttamente nei mondi superiori, appartiene il rinforzo delle forze morali dell’anima.
Appartiene alle più tristi aberrazioni proposte all’umanità il tentare di dire che la chiaroveggenza debba essere acquisita trascurando il rinforzo della vita morale. Deve assolutamente sottolinearsi che quello che ho caratterizzato nello scritto «Come si ottengono le conoscenze dei mondi superiori?» come lo sviluppo dei fiori di loto, che nel chiaroveggente che si forma si cristallizzano nel corpo spirituale dell’uomo, questo sviluppo dei fiori di loto può avvenire — ma non dovrebbe avvenire — senza considerare i mezzi di rinforzo morale. Questi fiori di loto devono esistere se l’uomo vuole avere la capacità di trasformazione, perché essa consiste nel fatto che i fiori di loto dispiegano i loro petali lontano da sé e abbracciano il mondo spirituale, vi si stringono. Quello che si sviluppa come capacità di trasformazione si esprime per la visione chiaroveggente nello spiegamento dei fiori di loto. Quello che si sviluppa come sentimento di Io rinforzato è una fermezza interiore che potrebbe chiamarsi una colonna vertebrale elementare.
Entrambe si devono sviluppare adeguatamente: i fiori di loto affinché ci si possa trasformare, e qualcosa simile a una colonna vertebrale nel mondo fisico, una colonna vertebrale elementare, affinché si possa sviluppare il proprio Io rinforzato nel mondo elementare.
Come è stato menzionato ieri, quello che—sviluppato spiritualmente—può condurre a virtù elevate nel mondo spirituale, quando scende nel sensibile può condurre ai vizi più forti. Lo stesso vale per i fiori di loto e per la colonna vertebrale elementare.
È anche possibile che mediante certe pratiche ci si svegli i fiori di loto e la colonna vertebrale elementare senza cercare la fermezza morale; ma nessun chiaroveggente consenziente lo consiglierà. Non si tratta infatti soltanto di raggiungere questo o quello per i mondi superiori, bensì di considerare tutto quello che conta. Nel momento in cui si supera la soglia verso il mondo spirituale, ci si avvicina alle essenze luciferiche e arimaniche in modo completamente diverso che nel sensibile.
Si vive la particolarità: appena superata la soglia, cioè appena si hanno fiori di loto e una colonna vertebrale, si vedono subito sopraggiungere le potenze luciferiche. Esse hanno lo scopo di afferrare i petali dei fiori di loto, e stendono i loro tentacoli verso di essi. Occorre essersi sviluppati nel modo giusto affinché si usino questi fiori di loto per l’acquisizione dei processi spirituali, e affinché non vengano afferrati dalle potenze luciferiche. Che non vengano afferrati dalle potenze luciferiche è possibile solo se si è ascesi al mondo spirituale con il rinforzo delle forze morali. Ho già suggerito che nel sensibile le forze arimaniche vengono più da fuori, le luciferiche più da dentro all’anima umana.
Nel mondo spirituale è il contrario: là le essenze luciferiche vengono da fuori e vogliono afferrare i fiori di loto, mentre le essenze arimaniche vengono da dentro e si stabilizzano nella colonna vertebrale elementare.
Ora, se non si è ascesi in moralità al mondo spirituale, le forze arimaniche e luciferiche stringono tra loro un’alleanza straordinaria.
Se si è ascesi con ambizione, vanità, desideri di potere e orgoglio, allora Ahriman e Lucifero riescono a stringere un’alleanza. Userò un’immagine per quello che Ahriman e Lucifero fanno; ma questa immagine corrisponde alla realtà, e mi comprenderete. Accade veramente quello che indico con questa immagine: Ahriman e Lucifero stringono un’alleanza, e Lucifero con Ahriman insieme legano i petali dei fiori di loto alla colonna vertebrale elementare. Tutti i petali dei fiori di loto vengono legati insieme alla colonna vertebrale elementare; l’uomo viene stretto in se stesso, incatenato in sé attraverso i fiori di loto sviluppati e la colonna vertebrale elementare. Questo ha per conseguenza che entrano un grado di egoismo e un grado di amore della delusione completamente inimmaginabili se l’uomo rimane solo nel fisico. Ecco cosa può accadere quando la consapevolezza chiaroveggente non si sviluppa nel modo appropriato: Ahriman e Lucifero stringono l’alleanza per cui i petali dei fiori di loto vengono legati alla colonna vertebrale elementare. E così ci si incatena in se stessi attraverso le proprie capacità elementari o eteriche.
Sono tutte cose che si devono sapere se si vuole tentare di penetrare conoscitivamente nella vera realtà spirituale.
Quando l’anima diventata chiaroveggente continua a progredire sempre più oltre, essa esce da ciò che è stato chiamato il mondo elementare nei giorni passati e penetra ulteriormente nel vero mondo spirituale.
Molto di quello che è stato già accennato deve essere considerato con una misura ancora più severa quando si tratta dell’ascesa dell’anima umana nel vero mondo spirituale. Nel mondo elementare, molte cose negli eventi e negli esseri che l’anima diventata chiaroveggente ha intorno a sé ricordano ancora proprietà, forze, tutto ciò che esiste nel mondo sensibile. Quando però l’anima ascende nel mondo spirituale, allora le proprietà, i caratteri degli eventi e degli esseri le si presentano in un modo completamente diverso da come accade nel mondo sensibile. In misura assai più elevata l’anima deve per così dire disabituarsi ad affrontare il mondo spirituale con le facoltà e con la capacità di rappresentazione che servono per il mondo sensibile. E una delle cose più inquietanti per l’anima umana è confrontarsi con un mondo a cui non è affatto abituata, un mondo che la costringe a lasciar dietro di sé quasi tutto ciò che finora ha potuto sperimentare e osservare. Tuttavia, se considerate attentamente le presentazioni del vero mondo spirituale che si trovano nella mia «Teosofia» o nella mia «Scienza occulta nelle sue linee generali», o ancora nel quinto e sesto quadro di «Il risveglio delle anime», noterete che queste presentazioni—sia quelle più scientifiche sia quelle più contemplative e sceniche—sono date in un materiale di immagini che proviene completamente da impressioni e osservazioni del mondo fisico-sensibile. Ricordate per un momento come è presentato il passaggio attraverso il cosiddetto Devachan, o come l’ho chiamato io, la terra spirituale.
Troverete che le immagini usate contengono caratteri presi dall’osservazione sensibile.
Questo deve sembrare necessario fin dall’inizio, quando ci si propone di presentare scenicamente sul palco la terra spirituale, la regione che l’anima umana attraversa tra la morte e una nuova nascita.
Lì è necessario caratterizzare gli eventi, tutto ciò che accade, in immagini tratte dal mondo fisico-sensibile. Potete facilmente immaginare infatti che con ciò che si potrebbe portare dal vero mondo spirituale, ciò che non potrebbe avere nulla in comune con il mondo sensibile, i lavoratori teatrali odierni non saprebbero quasi cosa fare. Si è dunque nella necessità, quando si rappresenta la terra spirituale, di esprimersi attraverso immagini prese dall’osservazione sensibile. Ma non è soltanto questo il caso. Si potrebbe facilmente credere che nella presentazione si debba procedere così—perché ciò che si usa come immagini sensibili indica un mondo che non ha assolutamente nulla in comune nei suoi caratteri con il mondo sensibile—si potrebbe credere che colui che vuole presentare questo mondo ricorra semplicemente a immagini sensibili. Ma non è così. Perché l’anima diventata chiaroveggente, quando entra nel mondo spirituale, vede realmente questa sceneria esattamente nelle immagini che vedete rappresentate nel dramma nei due quadri della terra spirituale. Queste immagini non sono inventate per caratterizzare qualcosa di completamente diverso, bensì l’anima diventata chiaroveggente si trova realmente e veramente in una tale sceneria, che forma il suo ambiente. Come l’anima nel mondo fisico-sensibile è in un paesaggio, dove rocce, montagne, foreste, campi la circondano, e come deve considerare questi per la realtà, per l’effettivo, se è sana, così l’anima diventata chiaroveggente, quando osserva al di là del corpo fisico e anche di quello eterico, è precisamente nello stesso modo in una sceneria che si costruisce da queste immagini. Queste immagini non sono scelte arbitrariamente, ma sono effettivamente in quel mondo la vera circostanza dell’anima. Non è dunque il caso che il quinto e sesto quadro di «Il risveglio delle anime» siano nati dal fatto che qualcosa di un mondo sconosciuto avrebbe dovuto essere espresso, e poi si fosse pensato: Come si può esprimere questo?—ma è piuttosto un mondo che l’anima ha intorno a sé e che per così dire soltanto riproduce.
Tuttavia è necessario che l’anima diventata chiaroveggente per la terra spirituale, per la terra degli spiriti, consegua il giusto rapporto con la realtà effettiva, che non ha nulla in comune con il mondo sensibile.
Si può farsi un’idea di questo rapporto che l’anima deve conseguire verso il mondo spirituale, se si tenta di caratterizzare nel modo seguente il modo in cui l’anima deve comprendere questo mondo spirituale.
Immaginate di aprire un libro. Là sopra trovate qualcosa come un tratto da sinistra in alto a destra in basso, poi un tratto da sinistra in basso a destra in alto, poi di nuovo un tratto da sinistra in alto a destra in basso parallelo al primo e un altro da sinistra in basso a destra in alto parallelo al secondo; poi viene qualcosa che ha un cerchio sopra e un cerchio non completamente chiuso sotto; poi viene qualcosa che ha due tratti verticali uniti sopra, e di nuovo qualcosa di simile. Non è vero, non fate così quando aprite un libro e fissate quello che sta lì in primo luogo, ma piuttosto leggete la parola: Se. Non descrivete la S come tratti e l’e come un cerchio sopra e un cerchio non completamente chiuso sotto e così via, ma leggete. Ottenete, fissando le forme delle lettere che sono davanti a voi, una relazione con qualcosa che non sta sulla pagina del libro, ma a cui ciò che sta sulla pagina del libro rimanda. Così è veramente anche il rapporto dell’anima con l’intero mondo immaginale della terra spirituale.
Ciò che si ha da fare lì non è una semplice descrizione di ciò che c’è, ma piuttosto può essere paragonato a una lettura; e ciò che si ha davanti come immagini è fondamentalmente una scrittura cosmica. Si ha la giusta disposizione d’anima quando ci si posiziona in modo da sentire di avere davanti a sé in queste immagini una scrittura cosmica, e le immagini mediatamente significano a chi le osserva ciò che è la realtà del mondo spirituale, verso cui è intessuto l’intero mondo immaginale.
Per questo nel vero senso genuino si deve parlare di una lettura della scrittura cosmica nella terra spirituale.
Tuttavia non si deve immaginare la cosa come se si dovesse imparare a leggere questa scrittura cosmica come si impara a leggere nel mondo fisico. La lettura nel mondo fisico si basa più o meno—almeno oggi—sulla relazione di segni arbitrari con ciò che significano.
Non si ha bisogno di imparare a leggere così, come si impara per questi segni arbitrari, nei confronti della scrittura cosmica, che si presenta come un possente quadro come espressione della terra degli spiriti per l’anima diventata chiaroveggente. Piuttosto si deve semplicemente accogliere con animo aperto e ricettivo ciò che si presenta come sceneria immaginale, perché ciò che si sperimenta lì è già il leggere. Queste immagini emanano per così dire il loro significato da sole. Per questo può facilmente accadere che un commentare, un interpretare le immagini del mondo spirituale in rappresentazioni astratte sia piuttosto un ostacolo al diretto orientamento dell’anima verso ciò che sta dietro la scrittura occulta, più che potesse supportarla in questa lettura. Con queste cose si tratta soprattutto, sia nel libro «Teosofia» sia nelle immagini di «Il risveglio delle anime», di lasciar agire su di sé le cose con animo aperto. Con le forze più profonde, che talvolta vengono a coscienza in modo molto sfumato, già si sperimenta l’indicazione verso il mondo spirituale. Per ottenere questa indicazione verso il mondo spirituale—comprendete bene—non si ha bisogno nemmeno di sforzarsi per la chiaroveggenza, ma si ha soltanto bisogno di cogliere tali immagini in modo da avere per esse un’anima aperta e ricettiva, di non affrontare la cosa con rude senso materialista dicendo: Comunque questo è insensato, non esiste affatto! Un’anima ricettiva, che si dedica al corso di tali immagini, le impara già a leggere. Attraverso l’abbandono dell’anima a queste immagini emerge la comprensione che dovrebbe essere ricercata per il mondo della terra degli spiriti. E poiché ciò che ho detto è veramente così, emergono dalla nostra attuale visione mondiale materialista i numerosi reclami contro la scienza dello spirito.
Tali reclami sono in fondo da un lato molto vicini, dall’altro possono essere molto spiritosi e apparentemente straordinariamente logici.
Si può dire—ed è veramente un reclamo che non è ingiustificato—se per esempio si è un Ferdinando Reinecke, che è così straordinariamente astuto da non essere considerato tale soltanto dagli uomini, ma anche legittimamente da Ahriman: Sì, voi che ci descrivete la coscienza chiaroveggente, voi che parlate del mondo spirituale, voi presentate questo intero mondo spirituale soltanto con il materiale delle rappresentazioni sensibili; voi raggruppate il materiale delle rappresentazioni sensibili.
Come potete affermare che, poiché costruite una sceneria soltanto da immagini sensibili ben note, si dovrebbe sperimentare per questo qualcosa di nuovo, qualcosa che altrimenti non si sperimenta se non ci si avvicina al mondo spirituale?—Questo è un reclamo che deve abbagliare molti, e che dalla coscienza attuale, si potrebbe dire, è fatto con un certo diritto apparente e tuttavia di nuovo pieno. E tuttavia, se si entra più profondamente in tali reclami di Ferdinando Reinecke, allora è vero quanto segue. Tale reclamo sarebbe completamente uguale a un altro che qualcuno farebbe se, a uno che ha appena ricevuto una lettera, dicesse: Sì, vedi, hai ricevuto una lettera, io non vedo altro che lettere e parole che conosco già da lungo tempo; come vuoi esperire qualcosa di nuovo da questa lettera! Puoi sperimentare soltanto ciò che conosciamo già. E tuttavia, sperimentiamo in tal modo che si conosce già, in certe circostanze, qualcosa di cui non avremmo potuto nemmeno sognare. Così è anche con gli scenari immaginali, che non soltanto devono trovarsi nella presentazione, ma che vengono rivelati intorno all’anima chiaroveggente. Sono in certa relazione composti da reminiscenze del mondo sensibile; ma come si presentano come scrittura cosmica, presentano ciò che l’uomo non può sperimentare né nel mondo sensibile né nel mondo elementare. Sempre di nuovo deve essere sottolineato che questo modo di comportarsi verso il mondo spirituale deve essere paragonato a una lettura, non a una visione diretta.
Mentre dunque l’uomo terreno che è diventato chiaroveggente deve cogliere le cose e gli eventi del mondo sensibile-fisico, se vuole comportarsi verso queste cose con un’anima sana, guardando e descrivendo il più fedelmente possibile, il rapporto con la terra degli spiriti è diverso.
Lì si ha a che fare, non appena si è superata la soglia nel mondo spirituale, con qualcosa che può essere paragonato a una lettura.
Se si considera ciò che dal mondo degli spiriti deve essere riconosciuto per la vita umana, allora ci sono altri aspetti che possono eliminare i reclami di Ferdinando Reinecke. Non si devono prendere leggermente tali reclami; bisogna in certa misura, se si vuole comprendere correttamente la scienza dello spirito, confrontarsi con essi. Bisogna considerare che gli uomini del presente spesso non possono evitare di fare tali reclami, perché tutta la vita di rappresentazione, le abitudini di pensiero degli uomini del presente sono tali che, per paura, per terrore di fronte al nulla, quando sentono parlare del mondo spirituale semplicemente lo rifiutano. Si può farsi buoni concetti del rapporto degli uomini del presente verso il mondo spirituale se si considera ciò che pensano del mondo spirituale persone che in certa relazione sono ben intenzionate nei suoi confronti. È apparso di recente nella letteratura del presente un libro degno di essere letto anche da coloro che si sono già acquisiti una vera comprensione del mondo spirituale, perché proviene da un uomo veramente ben intenzionato, che molto volentieri si vorrebbe formare una sorta di conoscenza del mondo spirituale: Maurice Maeterlinck.
Il libro è stato anche tradotto nella lingua tedesca e si chiama: «Sulla morte». Proviene da un uomo che nei capitoli iniziali mostra che vorrebbe comprendere qualcosa di queste cose. Poiché sappiamo che in certa misura è uno spirito raffinato, che si è lasciato ispirare in particolare da Novalis, che in certa misura ha fatto suo il romanticismo mistico, che egli stesso ha compiuto molto, che è molto interessante, teoricamente e artisticamente riguardante il rapporto dell’uomo verso il mondo sovrumano, proprio il suo esempio è straordinariamente interessante.
Nei capitoli del libro «Sulla morte» di Maurice Maeterlinck, in cui egli passa a trattare il vero rapporto dell’uomo verso il mondo spirituale, allora questo libro diventa completamente sciocco e assurdo.
Questo è un fenomeno interessante: un uomo ben intenzionato, che lavora con le abitudini di pensiero del presente, diventa sciocco. Lo dico non per esprimere una critica sarcastica, ma per caratterizzare oggettivamente che tale uomo ben intenzionato diventa sciocco quando vuole considerare il rapporto dell’anima umana verso la terra degli spiriti. Maurice Maeterlinck non può nemmeno farsi un’idea che esista una possibilità di rafforzare così l’anima umana da poter lasciar dietro di sé tutto ciò che può penetrarvi attraverso l’osservazione sensibile e attraverso il pensiero, il sentimento, la volontà ordinari sul piano fisico e persino ancora nel mondo elementare. Per spiriti come Maurice Maeterlinck è semplicemente il caso che, se l’anima lascia dietro di sé tutto ciò che costituisce la percezione sensoriale e il pensiero, il sentimento, la volontà a essa connessi, non c’è più nulla. Per questo Maurice Maeterlinck richiede nel libro menzionato prove per il mondo spirituale e i suoi fatti. È naturalmente completamente giustificato richiedere prove per il mondo spirituale. Si ha completamente ragione. Ma non si possono richiedere nel modo di Maurice Maeterlinck. Accetterebbe volentieri prove tangibili come quelle secondo il modello della scienza per il piano fisico. Accetterebbe volentieri—perché nel mondo elementare le cose ancora ricordano il mondo fisico—anche per esperimenti modellati su quelli fisici, che gli venisse provato che le cose del mondo spirituale esistono. Lo richiede. Ma proprio con questo mostra che non ha la benché minima comprensione per il vero mondo spirituale. Vuole infatti cose ed eventi che non hanno nulla in sé delle cose e degli eventi del mondo fisico, provati con i mezzi presi dal mondo fisico. Piuttosto si dovrebbe avere il compito di mostrare come tali prove, che Maurice Maeterlinck richiede, sono proprio impossibili per il mondo spirituale.
Devo sempre paragonare tale richiesta, come quella di Maurice Maeterlinck, a qualcosa che si è verificato in matematica.
Le diverse accademie hanno, fino a poco tempo fa, continuamente ricevuto trattati sulla cosiddetta quadratura del cerchio. Vale a dire, si è tentato di dimostrare geometricamente come si possa trasformare un cerchio in un quadrato. Innumerevoli trattati matematici in dimostrazione matematica sono stati scritti su questo. Oggi chiunque è un dilettante se volesse ancora tentare tale trattato, perché è provato che tale quadratura del cerchio non è eseguibile, non è possibile con i mezzi geometrici. Ora, ciò che Maurice Maeterlinck richiede come prova per il mondo spirituale, trasferito al territorio spirituale, non è altro che la quadratura del cerchio, ed è altrettanto fuori luogo per il mondo spirituale come per la matematica la quadratura del cerchio. Che cosa richiede Maurice Maeterlinck sostanzialmente? Se si sa che, non appena si oltrepassa la soglia verso il mondo spirituale, si vive in un mondo che non ha nulla in comune con il mondo fisico e nemmeno con il mondo elementare, allora non si può richiedere: Sì, se vuoi provare a me qualcosa, allora per favore torna al mondo fisico e provami lì le cose dell’altro, del mondo spirituale.—Si deve almeno familiarizzarsi con il fatto che, riguardo alle cose della scienza dello spirito, dalle persone più ben intenzionate vengono commesse assurdità che, se le si trasferisce alla vita ordinaria, immediatamente appaiono come tali. È come se qualcuno dicesse che ci si dovrebbe stare in piedi sulla testa e tuttavia camminare con le gambe. Se si richiede questo, allora chiunque lo vede come un nonsenso. Se lo si fa riguardo a prove del mondo spirituale, allora è spiritoso, allora è una richiesta scientifica; allora l’autore se ne accorge al minimo, e i suoi seguaci, specialmente se si tratta di un autore famoso, naturalmente non se ne accorgono nemmeno. L’intero errore di tali richieste nasce proprio dal fatto che le persone che le fanno non si sono mai chiarite sul rapporto dell’uomo verso il mondo spirituale.
Quando si acquisiscono rappresentazioni che possono essere ottenute soltanto dal mondo spirituale attraverso la coscienza chiaroveggente, allora naturalmente anche molti di questi Ferdinando Reineckes possono sperimentare molte contestazioni.
Tutte le rappresentazioni che dovremmo acquisire sui cosiddetti reincarnazione, sulle vite terrestri ripetute, cioè veri ricordi reali di vite terrestri precedenti, si possono acquisire soltanto attraverso quel comportamento dell’anima che è precisamente necessario verso il mondo spirituale.
Soltanto dal mondo spirituale si possono acquisire. Quando si hanno impressioni, rappresentazioni nell’anima che rimandano a vite terrestri precedenti, allora tali impressioni saranno specialmente esposte all’opposizione del nostro tempo attuale. Fin dall’inizio non si deve negare che proprio su questo territorio il peggior abuso è naturalmente perpetrato, perché molte persone hanno questa o quella impressione e la riferiscono a questa o quella incarnazione precedente. Lì l’avversario avrà facile dire: Sì, rappresentazioni di esperienze tra la nascita e la morte fluiscono nella tua vita d’anima, che tu semplicemente non riconosci come tali.—Questo può certamente—bisogna ammettere—essere il caso in centinaia e centinaia di casi. Bisogna soltanto essere consapevoli che il ricercatore spirituale deve sapere di queste cose. È perfettamente possibile che qualcuno sperimenta qualcosa nell’infanzia, nell’adolescenza, e che in una trasformazione completa in un’età della vita successiva, ciò che è stato sperimentato risorga nuovamente nella coscienza. Può essere che non lo riconosca e allora lo consideri un ricordo di vite terrestri precedenti. Questo può essere il caso. Si sa anche all’interno della scienza dello spirito come facilmente questo possa accadere. Vedi, i ricordi non si possono formare soltanto su ciò che si è sperimentato chiaramente. Si può avere un’esperienza che passa così rapidamente da non essere portata completamente chiaramente alla coscienza mentre la si sperimenta; tuttavia può insorgere successivamente come ricordo, e allora essere chiara.
Lì, se non ci si comporta abbastanza criticamente, si giurerebbe di avere qualcosa nell’anima che non si è mai sperimentato in questa vita presente.
Poiché è così, è comprensibile che con tali impressioni si perpetri molto abuso da molte persone che si occupano di scienza dello spirito—ma non con sufficiente serietà. Proprio nella dottrina della reincarnazione questo può accadere, perché inoltre, riguardo a questa reincarnazione, entrano in considerazione tante vanità umane, tanta ambizione umana. È per molte persone così desiderabile essere stato in un’incarnazione precedente Giulio Cesare o Maria Antonietta. Potrei per esempio enumerare venticinque, ventisei Marie Maddalene reincarnate che mi è capitato di incontrare nella vita! Entrano in gioco così tante cose che il ricercatore spirituale non ha motivo neppure di non attirare l’attenzione sull’abuso che viene perpetrato in questo aspetto. Ma di fronte a questo deve essere sottolineato qualcos’altro. Nella vera chiaroveggenza, quando ha impressioni di vite terrestri precedenti, questi insegnamenti emergono in un modo, con una caratteristica tale che, se come anima chiaroveggente si ha un’anima sana, si può allora riconoscere molto chiaramente, ed è inconfondibile, che non si ha a che fare con qualcosa che può provenire dalla vita presente tra la nascita e la morte.
Poiché questi ricordi, questi veri, genuini ricordi della giusta chiaroveggenza di incarnazioni precedenti sulla terra hanno molto più di qualcosa di sorprendente, di fragrante, di quello che si potrebbe credere che l’anima li porti dalle sue profondità con i mezzi che le sono possibili dal punto di vista umano, se non solo ciò che è nella sua coscienza, ma anche nella sua profondità conscia li pone in aiuto. Bisogna come ricercatore spirituale familiarizzarsi con ciò da cui un’anima può provenire dopo le sue esperienze dall’esterno. Non saranno soltanto i desideri, le brame che giocheranno un grande ruolo quando dal flusso d’anima sconosciuto vengono estratte impressioni in forma trasformata, così che non la si riconosce come esperienze della vita presente; giocheranno ancora molte altre cose.
Ma quello che sono principalmente gli insegnamenti strazianti da vite terrestri precedenti, si può molto facilmente distinguere da tali impressioni della vita presente.
Per dare un esempio: se qualcuno ha una vera impressione da una vita terrestre precedente, sarà per esempio il caso che colui interessato sperimenta interiormente, come emergendo dai flutti d’anima: tu eri nella vita terrestre precedente il tale e il tale.—E allora si mostra che, nel momento in cui questa impressione arriva, non si sa all’esterno nel mondo fisico cosa fare con questa conoscenza. Questa può far progredire nello sviluppo, ma si mostra di regola così che ci si dice: Bene, eri dotato in incarnazione precedente di questa capacità. Ma se si ha tale impressione, allora si è già così vecchi che non si può più fare nulla con ciò che si è stato nella vita precedente. E tali circostanze saranno sempre presenti, che mostrano che le impressioni non possono affatto derivare da ciò da cui si potrebbe provenire dalla vita presente; perché se si lavorasse dal sogno ordinario, allora ci si attribuirebbe completamente altre proprietà per un’incarnazione precedente. Come si era nella vita terrestre precedente, di questo di solito non ci si sogna nulla. È di solito tutto diverso da come si pensa. Se si ha l’impressione di avere questo o quel rapporto con un essere umano terrestre, se questo emerge nella vera chiaroveggenza come una vera, giusta impressione da una vita terrestre precedente, allora naturalmente di nuovo bisogna attirare l’attenzione che nella chiaroveggenza erronea molte incarnazioni precedenti vengono descritte così che si riferiscono agli amici e nemici che si hanno nell’ambiente immediato. Questo è per la maggior parte abuso. Se si ha una vera giusta impressione, allora si mostra che si ha un rapporto con una personalità a cui non si può arrivare, se si ha l’impressione, così che non si possono affatto applicare queste cose alla vita pratica immediata. E si deve anche sviluppare verso tali impressioni una disposizione che è necessaria per la coscienza chiaroveggente. Naturalmente, se si ha l’impressione: Verso questa personalità ti stai così—allora le cose devono vivere loro stesse quella è data dall’impressione.
Bisogna attraverso l’impressione di nuovo entrare in un rapporto con la personalità.
Questo può accadere in una seconda, terza vita terrestre. Bisogna avere la disposizione, attendere tranquillamente, una disposizione che si può designare come vera pace interiore dell’anima, tranquillità spirituale. Questo appartiene al giudizio corretto di ciò che si sperimenta nel mondo spirituale. Se si vuole sperimentare qualcosa riguardo a una persona qualsiasi nel mondo fisico, allora si fa qualcosa che si ritiene necessaria nel senso di questa esperienza.
Questo non si può fare con l’impressione della tranquillità spirituale, della pace dell’anima, della capacità di attendere. È una descrizione completamente giustificata dello stato dell’anima di fronte alle vere impressioni del mondo spirituale, se si dice: Bramare nulla—soltanto stare tranquilli in pace, L’essenza interiore dell’anima tutta aspettativa.
In certa misura questa disposizione deve permeare tutta la vita dell’anima, se nella giusta maniera le esperienze della terra degli spiriti devono avvicinarsi all’anima chiaroveggente.
Ma i Ferdinando Reineckes non sempre sono così facili da controbattere, nemmeno in un tale caso, dove impressioni emergono nell’anima, di cui si può dire: È assolutamente impossibile dal punto di vista umano che l’anima, con le forze e le abitudini che si è acquisita nella vita terrestre presente, potrebbe rappresentare ciò che affiora dai flutti d’anima—al contrario, se dipendesse da lei, si sarebbe rappresentato qualcosa di diverso.— Anche se si può dire questo, che è un segno sicuro per le vere, genuine impressioni dal mondo spirituale, allora ancora un Ferdinando Reinecke straordinariamente astuto può venire e sollevare un’obiezione. E nella scienza dello spirito bisogna assolutamente stare sul punto di vista che, di fronte alle obiezioni dei nemici della scienza dello spirito che non ne sanno nulla e non ne vogliono sapere, non si dica: L’essenza interiore dell’anima tutta aspettativa.—Questa è la giusta disposizione di fronte al mondo spirituale.
Ma riguardo alle obiezioni dei nemici, si dovrebbe come ricercatore spirituale non aspettarsi nulla, ma farsi tutte queste obiezioni da sé, così che si sa cosa si può obiettare.
Qui c’è un’obiezione che oggi è molto evidente, che realmente anche nella letteratura psicologica, psicopatologica, fisiologica, in scritti talvolta eruditi e apparentemente scientifici è fatta. C’è l’obiezione: Bene, la vita d’anima dell’uomo è complicata. Nelle sue profondità ci sono molte cose che non penetrano nella coscienza superiore.—Dove oggi si vuole essere straordinariamente astuti, non si dice soltanto che i desideri, le brame portano su tutto ciò che c’è laggiù nei flutti d’anima, ma si dice ancora: La vita d’anima, se ha un’esperienza, sperimenta nel segreto qualcosa come una ribellione, come una sorta di opposizione contro ciò che sperimenta. Di questa opposizione, che l’uomo sempre sperimenta, di solito non sa nulla, ma può allora penetrare dai livelli inferiori in quelli superiori della vita d’anima.— Si ammette addirittura frequentemente nella letteratura psicologica, psicopatologica, fisiologica, poiché i fatti non possono essere negati, cose come le seguenti: Bene, se un’anima è molto innamorata di un’altra, allora non può fare a meno di sviluppare nelle profondità inconsce dell’anima, accanto all’innamoramento conscio, un’antipatia terribile verso l’anima amata.—E rientra nel senso di molti psicopatologi dire: Se uno ama molto, allora nelle profondità dell’anima c’è odio. Questo odio è soltanto soffocato dall’impulso amoroso, ma l’odio è comunque presente.— Se tali cose—dicono allora i Ferdinando Reineckes—salgono dalle profondità dell’anima, allora sono impressioni che possono molto facilmente dare l’illusione di non poter avere la loro sede nell’anima individualmente sperimentata; tuttavia possono averla, perché la vita d’anima è complicata—dicono i Ferdinando Reineckes. Si può soltanto dire: Certo, il ricercatore spirituale lo sa esattamente così bene come lo psicologo o lo psicopatologo o il fisiologo del presente.
Affonda profondamente nella coscienza materialistica del nostro tempo di fare tali obiezioni.
Si ha già questa esperienza quando oggi si legge la cosiddetta letteratura, che tratta proprio della vita d’anima, del sano e del malato: l’impressione che Ferdinando Reinecke è una figura realistica, ovunque presente, straordinariamente significativa nel presente. Ferdinando Reinecke non è un’invenzione. Se si prendono tutti gli scritti che oggi appaiono così numerosi, pagina per pagina, se si sfogliano così i fogli, si ha l’impressione: là salta fuori da tutte le parti il volto strano di Ferdinando Reinecke. Gira intorno ovunque nella scienza odierna. Ma di fronte a questo bisogna sempre di nuovo sottolineare, e non esito di fronte a questo a ripetere di nuovo una cosa, che la prova che qualcosa non è fantasia, ma realtà, effettualità, deve essere condotta attraverso la vita. Sempre di nuovo devo dirlo: Questa parte della filosofia di Schopenhauer, come se il mondo fosse soltanto rappresentazione e non si potesse distinguere la rappresentazione dalla vera percezione, può soltanto essere confutata attraverso la vita. Così pure l’affermazione kantiana contro la cosiddetta dimostrazione di Dio, che cento taleri possibili contengono esattamente tanti centesimi quanto cento taleri reali, viene confutata da chiunque voglia pagare il suo debito con taleri possibili e non reali. E così anche ciò che si chiama preparazione, vivere dell’anima nella chiaroveggenza, deve essere preso nella sua realtà. Lì non si teorizza soltanto, là si acquisisce una vita, attraverso cui si distingue nel territorio spirituale esattamente così chiaramente una vera impressione da una vita terrestre precedente da un’impressione che non lo è, come si distingue ferro caldo, che si applica alla pelle, da ferro soltanto immaginato. Se si considera questo, allora ci si chiarirà anche che le obiezioni di Ferdinando Reinecke su questo territorio non significano praticamente nulla, perché provengono soltanto da persone che il territorio spirituale—non voglio nemmeno dire—non hanno descritto chiaroveggentemente, ma non l’hanno nemmeno mai portato alla loro comprensione.
Deve dunque essere tenuto presente che, non appena si oltrepassa la soglia del mondo spirituale, ci si entra in un territorio mondiale che non ha più nulla in comune con ciò che i sensi possono percepire, e con ciò che si sperimenta volendosi, pensandosi e sentendosi nel mondo fisico.
Bisogna avvicinarsi alle peculiarità del mondo spirituale anche attraverso quanto segue.
Bisogna dirsi: Attraverso come si sperimenta e si osserva nel mondo fisico-sensibile, tutto questo bisogna lasciar dietro di sé.—Nell’osservazione del mondo elementare ho usato un’immagine che sembra completamente grottesca, l’immagine di conficcare la testa in una termitiera.
Così è veramente con la coscienza nel mondo elementare. Non si ha a che fare con pensieri che tollerano tutto, che si tollerano passivamente, ma si conficca la coscienza in un mondo, in un mondo di pensieri, se così si vuol dire, che formicola e brulia, che ha vita propria. Per questo bisogna mantenersi fortemente eretto nell’anima contro i pensieri che si muovono da sé. Ma nel mondo elementare molte cose in questo spazio che formicola e brulia di pensieri ancora ricordano il mondo fisico. Quando si entra nel mondo spirituale, allora nulla più ricorda il mondo fisico, bensì ci si vive dentro—userò l’espressione che userò anche nello scritto «La soglia del mondo spirituale»—in un mondo di esseri-pensiero. In questo mondo spirituale si trova ciò che nel mondo fisico-sensibile, quando si pensa, si ha soltanto come immagini d’ombra, come ombre di pensiero: la sostanza di pensiero, di cui gli esseri sono composti, in cui ci si vive. Come il mondo fisico-sensibile consiste di carne e sangue, così questi esseri nel mondo spirituale consistono di sostanza di pensiero; sono pensieri, puri pensieri, soltanto pensieri, ma pensieri viventi con internalità, sono esseri-pensiero viventi. Per questo questi esseri-pensiero, in cui ci si vive, non possono commettere atti come con mani fisiche. Ciò che gli esseri compiono di atti, ciò che effettua il rapporto dell’uno verso l’altro essere, per il mondo spirituale si può paragonare soltanto a ciò che nel mondo sensibile come deboli immagini di questo esiste, con l’incorporazione dei pensieri nel parlare.
Ci si vive nel mondo spirituale, si sperimentano esseri-pensiero, e tutto ciò che fanno, ciò che sono, come agiscono gli uni sugli altri, forma un dialogo di spiriti.
Uno spirito parla all’altro, e una lingua di pensiero viene parlata in questa terra degli spiriti. Ma questa lingua di pensiero non è soltanto una lingua, bensì è nella sua totalità ciò che rappresenta gli atti del mondo spirituale. Nel momento in cui questi esseri parlano: agiscono, fanno, operano. Ci si vive quindi, quando si oltrepassa la soglia verso il mondo spirituale, in un mondo dove i pensieri sono esseri, dove gli esseri sono pensieri, ma come esseri là sono molto più reali che l’uomo in carne e sangue nel mondo sensibile. In un mondo ci si vive dove l’agire consiste nel dialogo di spiriti, dove le parole si muovono avanti e indietro e dove qualcosa accade nel momento in cui viene pronunciato.
Per questo all’interno di questo mondo spirituale e per i processi al suo interno, bisogna dire ciò che è detto nel terzo quadro di «Il guardiano della soglia»: In questo luogo le parole sono atti, E altri atti devono loro seguire.
Tutta la percezione occulta, tutto ciò che gli iniziati di tutti i tempi hanno compiuto per l’umanità, ha contemplato su un certo territorio ciò che significa questo dialogo di spiriti, che è simultaneamente agire di spiriti.
Con un’espressione caratteristica è stato chiamato la parola del mondo. Vedi, ora siamo direttamente con la nostra contemplazione dentro la terra degli spiriti, guardiamo gli esseri e gli atti degli esseri. E la loro connessione è la parola del mondo multivoca, multitonale, multiricca di atti, in cui ci si vive da sé con la propria essenza d’anima—essa stessa parola del mondo—sonoramente, così che si commettono azioni proprie all’interno del mondo spirituale. L’espressione parola del mondo, che passa attraverso tutti i tempi e i popoli, esprime completamente un vero fatto della terra degli spiriti.
Comprendere nel nostro presente cosa si intende con la parola del mondo, lo si può soltanto nel modo in cui abbiamo cercato in questa contemplazione, di avvicinarsi alla peculiarità del mondo spirituale.
Come negli occultismi di diversi tempi e popoli si è parlato più o meno consapevolmente della parola del mondo, così è necessario per il nostro tempo, affinché l’umanità non sia resa sterile dal materialismo, che sia acquisita comprensione per tali parole, che riguardo alla terra degli spiriti vengono pronunciate: In questo luogo le parole sono atti, E altri atti devono loro seguire.
È necessario per il nostro tempo che le anime sentano realtà, rappresentazione di realtà, quando tali parole vengono pronunciate con la conoscenza del mondo spirituale.
Bisogna sapere in quale misura questo sia allo stesso tempo una caratteristica del mondo spirituale, quanto quando si applicano le rappresentazioni sensibili ordinarie per caratterizzare il mondo sensibile-fisico.
Quanto il nostro presente si avvicina con comprensione a tali parole: «In questo luogo le parole sono atti, e altri atti devono loro seguire», dipenderà da come il presente accoglie la scienza dello spirito e quanto bene gli uomini del presente saranno preparati a prevenire che attraverso il materialismo, che altrimenti deve regnare, la cultura dell’umanità sempre più entri nella sterilità, nell’impoverimento, nel declino
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Vorrei fare tutto ciò che è possibile affinché comprendiamo bene i rapporti dei campi spirituali di cui desideriamo parlare durante questo ciclo di conferenze. Per questo motivo desidero inserire oggi, come episodio, nelle nostre considerazioni una piccola storia che sarà idonea a chiarire molti aspetti delle questioni che considereremo e che abbiamo già considerato.
Il Professor Capesio stava attraversando un periodo in cui era piuttosto turbato e angosciato nell’anima. Ciò derivava dalle seguenti ragioni. Avrete notato dalla “porta dell’iniziazione” che Capesio è una sorta di studioso di storia, uno storico. Ora la ricerca occulta mi ha rivelato che molti storici illustri dei tempi moderni lo sono divenuti perché avevano intrattenuto un rapporto con l’iniziazione egiziana nel terzo periodo di cultura post-atlantica. O stavano in diretto contatto con il principio iniziatico, oppure si avvicinavano ai misteri del tempio in una forma o nell’altra. Avrete notato che Capesio è uno storico che non si affida solamente alle opere scritte esterne, ma che cerca anche di penetrare le idee della storia che operano nello sviluppo dell’umanità e nel dispiegamento della cultura.
Mentre tentavo di caratterizzare Capesio nella “porta dell’iniziazione”, nella “prova dell’anima” e nel “Guardiano della soglia”, devo confessare che mi stava sempre dinnanzi il suo rapporto con il principio iniziatico egiziano, che si è manifestato più chiaramente nella settima e ottava immagine della “Meditazione Animica”. E si dovrebbe effettivamente sottolineare che le esperienze che l’anima di Capesio ebbe durante la sua incarnazione egizia stanno alla base di tutti i successivi destini che si delineano per questa anima anche nel presente. Così Capesio è storico, studioso di storia. Ha dedicato principalmente la sua vita di studioso alla storia, a tutto ciò che il divenire e l’essenza dei popoli, delle culture, dei singoli uomini hanno sviluppato nei successivi periodi dell’evoluzione.
Un giorno, però, a Capesio era capitato tra le mani della letteratura dell’haeckelismo.
Si era familiarizzato con quella visione del mondo, con cui prima aveva avuto poco a che fare, e in conseguenza aveva letto vari scritti sulla concezione atomistica del mondo.
Questa fu la causa del suo turbamento. Era uno stato d’animo singolare quello che lo colse quando, relativamente tardi nella vita, conobbe questo atomismo haeckeliano. Il suo intelletto gli diceva: Non si può proprio spiegare correttamente i fenomeni della natura che ci circondano se non si spiega la natura attraverso atomi in una concezione meccanicistica del mondo. In altre parole, Capesio giungeva sempre più a riconoscere il diritto unilaterale dell’atomismo, la concezione meccanicistica della natura. Non era tra coloro che in modo fanatico rifiutano una cosa del genere a priori, poiché doveva affidarsi al suo intelletto, e a lui pareva che molto fosse necessario da quella prospettiva per spiegare i fenomeni della natura circostante. Tuttavia ciò lo turbava. Si diceva infatti: Quanto è arida e insoddisfacente per l’anima umana è questa concezione della natura! Quanto male se la cavano tutte le idee che si vogliono acquisire sullo spirito e gli esseri spirituali, sullo psichico! Così Capesio si trovava portato avanti e indietro dai dubbi, e allora intraprese, quasi istintivamente, il percorso che spesso aveva percorso quando l’anima gli si era fatta pesante.
Andò al casolare di Balde, per consultarsi là con quelle buone persone che tante volte gli avevano reso bellissimi e buoni servizi all’anima. Spesso era stato rinfrescato da ciò che nelle loro meravigliose immagini favolose la signora Balde aveva saputo dargli. E vi andò. Quando arrivò, trovò inizialmente solo Felix Balde, il padre Felix, che nel corso del tempo aveva imparato ad amare molto. A lui espose i suoi tormenti, i suoi dubbi, in cui l’era precipitato il contatto con l’haeckelismo e l’atomismo.
Innanzitutto gli espose come fosse necessario all’intelletto applicare una simile concezione ai fenomeni naturali; e d’altro canto espresse al buon padre Felix quanto fosse arida e insoddisfacente una tale visione del mondo.
Capesio era piuttosto turbato, quando così, quasi chiedendo aiuto all’anima, si rivolse al padre Felix. Il padre Felix è una natura diversa da Capesio. Prosegue il suo cammino determinato. Respingeva direttamente il genere di cosa come l’haeckelismo e la concezione atomistica del mondo, spiegando al nostro buon professor Capesio di che cosa si trattasse. Gli disse: Certamente, gli atomi devono esistere. È pienamente giustificato parlare di atomi. Ma si deve essere consapevoli che questi atomi, se devono formare il mondo in qualche modo, devono disporsi e assemblarsi l’uno accanto all’altro cosicché l’assemblaggio corrisponda a numeri e misure; che l’atomo di una sostanza a quattro, di un’altra a tre, di un’altra a uno, due formi un’unità; che in questo modo le sostanze che si trovano nel mondo si producono. A Capesio, che era ben versato nella storia, ciò sembrò piuttosto pitagorico; sentiva che in Felix Balde operava il principio pitagorico. Felix Balde voleva chiarirgli che non si poteva fare nulla con gli atomi, bensì che lì dentro numero e misura regnano sapientemente. E sempre più complicato diventava quello che il padre Felix esponeva in rapporti numerici sempre più complessi, secondo che la saggezza cosmica raggruppa gli atomi l’uno accanto all’altro e fa valere come principio spirituale tra gli atomi. Le figure che il padre Felix costruiva per il Capesio diventavano sempre più complesse. Allora il buon professor Capesio fu colto da uno stato d’animo singolare, uno stato che si potrebbe caratterizzare così: dovette sforzarsi così tanto di tenere insieme questo complicato che, sebbene la cosa l’interessasse straordinariamente, dovette reprimere una sorta di sbadiglio, e quasi cadde in uno stato quasi sognante.
Prima che il buon professor Capesio cadesse completamente in uno stato sognante, arrivò la signora Balde, che dovette ancora ascoltare per un po’ l’intera spiegazione su numeri e figure. Si sedette con pazienza. Aveva una particolarità.
Quando non era completamente attratta da qualcosa, nel senso buono della simpatia, e aveva bisogno di scappare da una noia ben intenzionata, faceva un pugno con entrambe le mani e muoveva i pollici in cerchio, e ogni volta che lo faceva, riusciva a trattenere completamente lo sbadiglio.
Dopo aver fatto un po’ così, si fece una pausa, e poté allora iniziare a svegliare di nuovo Capesio con un racconto rinfrescante. E allora la signora Felicia raccontò al buon professor Capesio il seguito. C’era una volta, in una regione molto solitaria, un grande castello.
In questo castello abitavano molte persone, vecchie e giovani, dai più giovani ai più vecchi; ma tutti erano più o meno imparentati tra loro, cosicché tutti insieme appartenevano gli uni agli altri in un qualche modo.
Queste persone, che formavano una comunità chiusa per se stessa, erano però anche in qualche modo separate dal resto del mondo, perché tutt’intorno per miglia e miglia non si trovavano altri uomini e insediamenti umani. Così che giunse un periodo in cui un numero considerevole di queste persone cominciò a sentirsi a disagio. Ciò ebbe per conseguenza che alcuni di questi uomini diventassero come veggenti, ricevessero visioni che però, dal modo in cui si presentavano, potevano riferirsi a qualcosa di reale. Allora la signora Felicia raccontò che un numero considerevole di persone avevano la stessa visione. In un primo momento ebbero la visione di come dalle nuvole scendeva una potente figura luminosa; una figura luminosa che, mentre scendeva, sembrava riscaldante discendere nei cuori e nelle anime degli abitanti del castello. E si sentiva veramente anche—così raccontava la signora Felicia—qualcosa di illuminante che scendeva come dalle altezze celesti attraverso questa figura luminosa che veniva dall’alto.
Presto, però, così raccontava, per tutte le persone che avevano avuto questa visione della figura luminosa, si presentò anche qualcos’altro. Videro tutt’intorno al castello, come che uscissero dalla terra, scavando, tutte le figure possibili nerastre-brunastre, grigie come l’acciaio.
Mentre la figura luminosa dall’alto era una sola, molte, molte figure del genere venivano intorno al castello. Mentre la figura luminosa penetrava più nei cuori, più nelle anime, questi esseri—li si poteva chiamare esseri elementari—erano come assedianti del castello.
Così per lungo tempo queste personalità nel castello—ed era un numero considerevole—vivevano tra quello che veniva dall’alto e quello che assediava il castello da fuori.
Un giorno però si rivelò che la figura dall’alto scendeva più profondamente del solito, e anche gli assedianti penetravano più dentro. Tra i veggenti nel castello si diffuse uno stato d’animo a disagio. Dobbiamo considerare che la signora Balde stava raccontando una fiaba. I veggenti vennero con gli altri abitanti del castello in una sorta di stato sognante. La figura dall’alto si divise in singole nuvole luminose; ma queste vennero afferrate e scurite dagli assedianti del castello. Ciò ebbe per conseguenza che gradualmente la popolazione del castello fu immersa nel sonno, e così la durata della vita terrena degli abitanti del castello fu prolungata a secoli. E si trovarono di nuovo dopo secoli; ma ora si trovarono distribuite in comunità più piccole e in vari luoghi della terra. Abitavano di nuovo piccoli castelli, che erano come una copia del grande castello che avevano abitato secoli prima. E si rivelò che quello che avevano sperimentato nel vecchio castello era ora nella loro anima come forza animica, come bene dell’anima, come salute dell’anima.
Potevano energicamente fare ogni sorta di cosa nei castelli: agricoltura, allevamento e così via; diventavano persone capaci, abili coltivatori dei campi, avevano anime sane e anche corpi sani. Dopo che la signora Felicia ebbe finito il racconto, il buon professor Capesio era stato piacevolmente colpito dal racconto, come sempre gli accadeva. Ma il padre Felix sentiva la necessità di contribuire qualcosa a spiegare questa immagine, che allora la signora Felicia aveva raccontato per la prima volta. E il padre Felix iniziò: Sì, la figura che veniva dall’alto dalle nuvole, questo è il principio luciferino, e le figure che venivano da fuori come assedianti, questi sono il principio arimanico e così via.
Il padre Felix diventava sempre più complicato. La signora Felicia all’inizio ascoltava, poi faceva il suo pugno con entrambe le mani, girava i pollici, ma poi, mentre il padre Felix diventava sempre più complicato, disse: Sì, devo andare adesso a controllare la cucina; abbiamo le gnocchi di patate oggi, che diventerebbero troppo molli.
Se ne andò furtivamente in cucina. Capesio fu messo in tale stato dalle spiegazioni del buon padre Felix che non riusciva più a dare ascolto corretto, sebbene avesse affetto per il padre Felix, e in realtà non udì più bene quello che questi ancora forniva come spiegazione. Ora devo aggiungere che tutto ciò che ho appena raccontato è accaduto a Capesio in un periodo in cui egli aveva già conosciuto Benedetto e, per così dire, era divenuto un suo buon allievo. E aveva sentito raccontare molte volte da Benedetto come stessero le cose con l’elemento luciferino e l’elemento arimanico. Tuttavia, sebbene il professor Capesio fosse un uomo molto intelligente, non poteva mai cavarsela perfettamente con le spiegazioni di Benedetto sull’elemento luciferino e arimanico. Restava sempre qualcosa; non sapeva proprio cosa fare con le spiegazioni di Benedetto. Così quella volta se ne andò, mantenendo nell’anima il racconto del castello che si moltiplicava, e doveva pensare spesso, quasi quotidianamente, a questo racconto. Allora una volta si recò di nuovo da Benedetto, ed ecco che Benedetto poté notare che qualcosa era accaduto nell’anima di Capesio. Lo stesso Capesio aveva notato: ogni volta che ricordava il racconto del castello che si moltiplicava, la sua anima era singolarmente eccitata interiormente. Era come se questo racconto avesse agito come potenziatore di forze nella sua anima, come se la sua anima fosse stata rinforzata da esso.
Perciò ripeteva il racconto ancora e ancora, quasi meditando. E ora si recò di nuovo da Benedetto, che notò che queste forze animiche in lui erano state rinforzate. E Benedetto gliene espose il seguito in modo singolare.
Mentre prima il professor Capesio, forse proprio per la sua erudizione, avrebbe compreso meno le spiegazioni di Benedetto, aveva ora una comprensione straordinaria.
Era come un seme che aveva fecondato le sue forze animiche, quello che era caduto attraverso il racconto della signora Felicia. Benedetto disse: Consideriamo tre cose! In primo luogo consideriamo il pensiero umano, la presentazione umana, il pensiero che l’uomo può portare in sé, attraverso cui comprende il mondo in tutta la sua solitudine. Avere pensieri, discutere interiormente nella completa solitudine, l’uomo può farlo completamente da solo. Non ha bisogno di unirsi a nessun altro uomo per questo. Lo fa addirittura al meglio chiudendosi nella sua cameretta e nel pensiero tranquillo, rivolto a se stesso, con la forza che il suo pensiero ha in qualche momento, tentando di comprendere il mondo e i suoi processi. Ora Benedetto disse: Sì, se si procede così con il pensiero, è sempre così per il singolo uomo che l’elemento sensibile dell’anima agisce nel pensiero, nelle presentazioni. Così la tentazione, il fascino dell’elemento luciferino si avvicina all’uomo. Non è nemmeno concepibile che l’uomo, da solo, mediti e fantastica e filosofeggia e si chiarisca le cose del mondo senza che dalla sua anima sensibile questo influsso penetri nel pensiero, e così un impulso luciferino entri nel pensiero solitario.
Il pensiero colto dal singolo uomo è sempre permeato, in gran parte afferrato e permeato dall’elemento luciferino. Mentre prima Capesio aveva compreso poco quando Benedetto parlava dell’elemento luciferino e arimanico, ora gli era cosa naturale comprendere che nel pensiero solitario, che l’uomo dentro di sé forma, devono sempre esservi le tentazioni dell’elemento luciferino. E ora comprendeva che Lucifero ha sempre un punto d’appoggio nell’attività dell’uomo nel pensiero solitario, per strappare l’uomo dal corso progressivo dell’evoluzione mondana e condurlo—perché l’uomo si separa dal mondo nel pensiero solitario—verso l’isola isolata che Lucifero vuole erigere, separata dal resto dell’ordine cosmico, per insediarvi tutto ciò che si separa. Così Benedetto orientò Capesio inizialmente verso il pensiero solitario, personale, interiore.
Ora, disse, vogliamo considerare qualcos’altro.
Vogliamo considerare ciò che appare nella scrittura. Nella scrittura abbiamo un elemento singolare dello sviluppo culturale umano. Se consideriamo il significato del pensiero, dobbiamo dire: il pensiero, così come inizialmente è, vive nel singolo uomo. È accessibile a Lucifero, poiché Lucifero vuole estrarre lo psichico dal mondo fisico e portarlo all’isolamento. Ma questo singolo pensiero non è accessibile ad Ahriman, poiché è sottomesso alle leggi completamente normali del divenire e del perire del piano fisico.
Con la scrittura è diverso, poiché quello che è pensiero viene sottratto alla distruzione, viene reso durevole. Ora vi ho indicato come Ahriman ovunque si sforza di sottrarre al flusso della distruzione quello che vive nel pensiero umano, di mantenerlo nel mondo fisico-sensibile. Questo è il processo caratteristico di come nasce quello che si scrive. Il pensiero umano, che altrimenti perirebbe nel tempo, viene fissato, viene conservato per il tempo. Proprio qui Ahriman penetra nella cultura umana. Sebbene il professor Capesio non sia un reazionario e non voglia stare con coloro che vogliono abolire la scrittura o proibirla nelle scuole pubbliche, tuttavia vide che, mentre l’umanità accumula sempre scritti su scritti, gli impulsi arimanici entrano nello sviluppo culturale. Così sapeva ora: nel pensiero solitario c’è tentazione luciferina; negli scritti, in tutto ciò che viene fissato mediante la scrittura o la stampa, c’è l’elemento arimanico. Sapeva che lo sviluppo umano nel mondo fisico esteriore non può nemmeno esistere senza che l’arimanico e il luciferino non giochino dappertutto. E ora comprendeva che proprio con la cultura progressiva, via via che la scrittura acquista sempre maggiore importanza—per accorgersene non è necessario essere chiaroveggenti, basta seguire lo sviluppo nei secoli scorsi—anche l’arimanico deve acquisire sempre maggiore importanza. Ahriman acquista sempre più importanza in quanto la scrittura acquisisce sempre maggiore importanza nello sviluppo dell’umanità.
Oggi, dove ha una tale grande importanza—Capesio ne era consapevole—abbiamo vere e proprie fortezze arimaniche.
Non è ancora diventato usuale—fino a qui la scienza dello spirito non è arrivata, che ci si esprima nella vita pubblica nella verità—che, quando uno studente va in biblioteca, dica: Adesso vado a studiare nella fortezza di Ahriman!—Ma la verità è proprio questa. Le grandi e piccole biblioteche sono le fortezze arimaniche, sono quelle fortezze coercitive da cui Ahriman interviene nello sviluppo culturale umano nel modo più intenso. Si deve solo osare guardare coraggiosamente i fatti in questo contesto.
Ma allora Benedetto spiegò al Capesio ancora qualcos’altro. Gli disse: Bene, ora abbiamo il pensiero nella personalità solitaria da un lato; abbiamo lo scritto, che appartiene ad Ahriman, d’altro canto; ma tra loro abbiamo uno stato intermedio. Nel luciferino abbiamo qualcosa di unitario. L’uomo aspira all’unità quando nel pensiero vuole spiegare il mondo. Nello scritto abbiamo qualcosa di atomistico. Allora Benedetto mostrò al Capesio, che di nuovo comprese bene grazie al rinvigorimento del suo spirito per mezzo del racconto della signora Felicia: tra entrambi, tra il pensiero solitario e lo scritto, abbiamo la parola; la parola, in cui non si può essere solo solitari, come con i propri pensieri. Attraverso la parola si vive in una comunità. Si può pensare separatamente, soli. Ha un significato quando si pensa soli; ma non si avrebbe bisogno di parola se si volesse andare solo per se stessi. Il linguaggio ha significato nella comunanza. Così la parola è estratta dalla solitudine della personalità umana; si sviluppa nella comunanza. È il pensiero incarnato, la parola, ma è al contempo per il piano fisico qualcosa di tutt’altro che il pensiero. Non è necessario addentrarsi nei risultati chiaroveggenti—in vari discorsi ho attirato l’attenzione su questo—ma si può già storicamente, dall’esterno, e poiché era uno storico, Capesio comprendeva molto bene, si può già dalla storia esteriore riconoscere che la parola o il linguaggio dovrebbe avere un rapporto completamente diverso con l’umanità da quello che ha acquisito nel tempo attuale.
Se infatti si va sempre più indietro nelle lingue, ci si accorge che bisogna realmente giungere una volta—come mostra l’osservazione occulta—a un linguaggio primitivo umano che abbracciava l’intero globo terrestre e che si è solo differenziato.
Già se si torna all’ebraico—a questo riguardo la lingua ebraica è molto singolarmente notevole—ci si accorge nelle parole di qualcosa di diverso dalle parole dell’Europa occidentale. Le parole dell’ebraismo sono molto meno convenzionali, hanno, per così dire, un’anima, cosicché se ne percepisce il senso; esprimono il loro senso necessario, più di quanto facciano le lingue dell’Europa occidentale. Quanto più si va indietro nello sviluppo, tanto più si trovano lingue simili alla primitiva comune lingua. Quello che è raccontato come la torre di Babele è simbolo del fatto che veramente era una lingua primitiva, e che essa si è differenziata nelle singole lingue nazionali e tribali. Poiché la comune lingua primitiva si è differenziata nelle lingue nazionali e tribali, la parola, per così dire, viene incontro a metà strada alla solitudine del pensiero. Non parla ogni singolo uomo il suo linguaggio proprio—allora il linguaggio non avrebbe il suo significato—ma solo gruppi umani parlano la lingua comune. Così la parola è divenuta un’entità di mezzo tra il pensiero solitario e la lingua primitiva. Nella lingua primitiva c’era una parola determinata, che si comprendeva attraverso il suono che aveva, in tal modo che era dal valore sonoro. Non era necessario far conoscere ulteriormente in modo convenzionale il valore sonoro, ma nella lingua primitiva si trovava l’anima della parola. Questo, come detto, si è differenziato. E tutto ciò che produce separazione agisce anche a favore di Lucifero, cosicché gli uomini, mentre si formavano lingue differenziate, per questo assumevano un principio divisivo, cioè si inserivano nella corrente che rende facile a Lucifero sollevare l’uomo dall’ordine cosmico generale che era già predeterminato prima che Lucifero fosse; quindi collocare l’uomo sull’isola dell’isolamento, separarlo dal restante corso progressivo dell’evoluzione umana.
Così nell’elemento del linguaggio, della parola, risiede uno stato intermedio.
Se la parola fosse rimasta quello che doveva divenire, se il luciferino non si fosse impossessato della parola, allora la parola corrisponderebbe allo stato medio divino libero da Lucifero e Ahriman, in cui l’uomo potrebbe procedere puramente in accordo con l’ordine cosmico divino-spirituale progressivo. Così la parola è stata influenzata luciferinamente da un lato. Mentre il pensiero, quasi interamente quando viene colto solitariamente, soccombe all’elemento luciferino, la parola è un po’ colta nel modo in cui l’ho esposto, dall’elemento luciferino da un lato.
D’altro lato, però, anche la scrittura reagisce sulla parola, e proprio quanto più l’umanità progredisce, tanto più importanza la scrittura acquista per la lingua. Questo si basa sul fatto che i dialetti, che ancora non hanno nulla a che fare con la scrittura, scompaiono gradualmente, e come elemento più raffinato spesso sorge quello che persino si chiama la lingua scritta. Ciò testimonia che la lingua subisce un influsso retroattivo dalla scrittura. Si può vederlo molto chiaramente in singole regioni. Mi ricordo sempre di nuovo di qualcosa che mi è colpito in me stesso e nei miei compagni di scuola. In Austria, dove c’era una tale mescolanza di dialetti, nelle scuole veniva posto grande valore sul fatto che gli alunni imparassero una lingua scritta che prima, almeno in gran parte, non avevano parlato. E questo ha addirittura un effetto molto particolare, questo acquisire la lingua scritta. Posso parlarne senza pregiudizi, poiché io stesso sono stato esposto per lungo tempo della mia vita a questo effetto singolare di questa lingua scritta, il tedesco scolastico austriaco, e solo con difficoltà me ne sono disabituato—a volte spunta ancora. Questa peculiarità consiste nel fatto che si pronunciano tutte le vocali brevi come lunghe e tutte le lunghe come brevi, mentre il dialetto, la lingua cioè che è nata dalla parola, dice correttamente.
Se per esempio si intende il sole che sta in cielo, allora il dialetto dice: D’ Sunn.—Colui però che è passato per le scuole austriache è tentato di dire: La Suone.—Il dialetto dice: Der Sun per figlio; la lingua scolastica austriaca dice invece: Der Sonn.—Così si dice: la Soone e il Sonn.—Questo è naturalmente un esempio estremo, ma vi si rimane o almeno vi si rimane.
Si vede così come la scrittura reagisce sulla lingua.
Ma reagisce in generale. Si voglia solo immaginare il progresso della cultura; si troverà come proprio con la cultura progressiva il linguaggio perde il vivente, l’elementare, l’organico, quello che è cresciuto da terra e suolo, come gli uomini parlano sempre più una sorta di linguaggio di biblioteca. Così da un altro lato agisce l’arimanico, che è sempre nella scrittura, di nuovo sulla parola. Colui che vuole svilupparsi naturalmente noterà naturalmente proprio da questo esempio dei tre fattori che Benedetto ha scelto per il Capesio, quanto sarebbe insensato voler escludere Ahriman e Lucifero dallo sviluppo.
Tre fattori, così mostra Benedetto, vengono in considerazione: il pensiero solitario, la parola, la scrittura. Ora nessuno vorrà—colui che pensa bene, anche se ha completamente inteso la verità che all’influsso di Lucifero deve sottostare il pensiero solitario, e all’influsso di Ahriman la scrittura—nessuno vorrà ora sterminare Lucifero, là dove agisce così palpabilmente, perché ciò significherebbe proibire il pensiero solitario. Per molti—si deve dire—ciò sarebbe la cosa più comoda, ma apertamente non lo vorrà proporre affatto. D’altro lato nemmeno si vorrà sterminare la scrittura, bensì si dovrà dire: Come l’elettricità positiva e negativa significano un’opposizione nella natura fisica esterna, così l’arimanico e il luciferino significano un’opposizione che deve esserci. Sono due poli di cui nessuno dei due può mancare, ma devono essere portati in relazione secondo misura e numero. Allora l’uomo può muoversi in quella linea media nello stato della parola.—È proprio la determinazione della parola contenere saggezza, contenere conoscenza, pensieri, presentazioni.
L’uomo può dunque dirsi per esempio: Devo svilupparmi all’interno della parola cosicché lasciarmi correggere tutto l’arbitrio, il puramente personale proprio dalla parola, dal fatto che accolgo nella mia anima quello che è stato prodotto nella parola, nella parola saggio di tutti i tempi.—Non solo rispetto per la propria opinione, non solo per quello che si crede e si può riconoscere come giusto attraverso la propria forza, ma rispetto per quello che si è rivelato attraverso le culture e lo sforzo per la saggezza dei vari popoli nello sviluppo storico. Questo significa da un lato portare Lucifero, per così dire, nella parola nel giusto rapporto.
Non escludere il pensiero solitario, ma anche osservare che la parola appartiene alla comunanza e si deve seguire la parola attraverso i secoli. Quanto più si fa questo, tanto più si dà a Lucifero la giusta influenza sulla parola. Non si soccombe allora soltanto all’autorità della parola, ma si protegge la parola che porta la saggezza della terra da epoca culturale a epoca culturale. D’altro lato incombe all’uomo che vede correttamente la situazione di non soccombere nemmeno al rigorido principio autoritario che risiede nella scrittura, perché così soccombe, che la scrittura contenga il santissimo o il più profano, ad Ahriman. Si deve essere consapevoli che per la cultura materiale esterna l’uomo deve comunque avere la scrittura, e che la scrittura è qualcosa attraverso cui Ahriman, come non è suo compito, vuole estrarre il pensiero dal flusso della distruzione. Non vuole farlo scorrere nel flusso della morte. Così abbiamo nella scrittura la migliore opportunità di trattenere il pensiero sul piano fisico. Con piena consapevolezza stare di fronte al fatto che nella scrittura si ha l’elemento arimanico, non mai concedere allo scritto di acquisire potere sull’uomo, insomma, conservare la parola nello stato intermedio cosicché da sinistra e destra—dal pensiero e dalla scrittura—i due opposti polari Lucifero e Ahriman agiscono: così ci si deve comportare se si vuole stare sul terreno giusto. Se si comprende ciò correttamente nello sguardo dell’anima, se si è consapevoli che dappertutto devono agire opposti, allora si sta su terreno giusto.
Quando Capesio ebbe udito questo da Benedetto e l’ebbe afferrato con le sue forze animiche rinforzate dalla signora Felicia, allora si poneva a quello che Benedetto gli esponeva in un rapporto completamente diverso da prima, quando già Benedetto gli aveva esposto l’elemento luciferino e arimanico.
Poiché questi sempre più agivano e sempre più fecondavano le forze animiche fiabe ispirate dal mondo spirituale, Capesio giungeva così a sperimentare che le sue forze animiche interiormente si irrobustirono, che le sue abilità animiche interiormente si rinvigorirono. Questo è rappresentato nella tredicesima immagine della “Meditazione Animica”, dove una forza animica in Capesio, quella significata con Philia, gli si fa incontro realmente comprendibile spiritualmente, non solo come forza animica astratta. Man mano che Philia si sviluppò in una forma di essenza nell’anima di Capesio, nella stessa misura comprendeva nel giusto modo sempre più quello che Benedetto propriamente voleva da lui. Allora, quando udì il racconto particolarmente fecondante del castello che si moltiplicava, che entrava nei numeri, inizialmente non ebbe subito effetto, allora quasi dolcemente si addormentava, e in particolare era quasi addormentato quando il padre Felix aveva parlato degli atomi. Ora però riconosceva questa anima di Capesio, dopo che era così maturata, che una triade si trovava in tutto il flusso dell’evoluzione cosmica: il luciferino da un lato—pensieri solitari; l’arimanico d’altro canto—la scrittura; la terza, lo stato intermedio, il puramente divino. La triade riconosceva nel momento in questo significativo fattore dello sviluppo culturale del piano fisico, e poteva intuire come questa triade deve essere ricercata dappertutto. Ora Capesio si poneva diversamente alla legge del numero rispetto a prima; ora sentiva attraverso la Philia che si risvegliava in lui l’essenza del numero nel corso del divenire del mondo, e ora gli diveniva chiara anche l’essenza della misura, che in ogni triade due si comportano come opposti e devono essere reciprocamente posti in armonia misuratamente.
Un grande, immenso diritto del mondo riconobbe Capesio, di cui ora sapeva che doveva trovarsi in qualche modo non solo sul piano fisico, ma anche nei mondi superiori.
Di tutto questo parleremo ancora in ulteriori discussioni sulla ricerca della saggezza spirituale. Capesio intuiva che era penetrato in un diritto che si comportava nel resto del mondo fisico come se un velo lo coprisse, e che lui ne aveva qualcosa con cui poteva attraversare la soglia. E quando attraversa la soglia, allora viene nel mondo spirituale, dove deve lasciarsi dietro tutto quello che è stato unicamente suscitato dall’esperienza fisica. Numero e misura, li aveva imparato a sentire, ad avvertire, a vivere. E ora comprendeva anche quando Benedetto introduceva altre cose, inizialmente anche semplici, per portargli completamente il principio. Benedetto disse al Capesio per esempio: Si può ora anche trovare lo stesso operare della triade, della polarità o dell’opposizione nella triade, del bilanciamento misurato, in altri punti dell’esistenza. Si può di nuovo considerare una cosa da un’altra prospettiva: il pensiero, la presentazione interiore. La presentazione interiore, il procurarsi i misteri della realtà, questo è l’uno; il secondo è il puro percepire, diciamo il puro ascoltare. Ci sono persone che sono più inclini a tutto meditare dentro di sé. Altre persone non amano pensare, ascoltano dappertutto, accolgono tutto il puro ascoltare, sull’autorità, e se anche fosse l’autorità dei fenomeni naturali, poiché c’è anche un dogmatismo dell’esperienza esterna, se cioè uno si lascia imporre i fenomeni naturali esterni.
Ora poteva facilmente Benedetto mostrare al professor Capesio: Nel pensiero solitario risiede di nuovo la tentazione luciferina; nel puro ascoltare, nel puro percepire risiede l’elemento arimanico. Si può però mantenere uno stato intermedio passare in mezzo. Non si deve né solamente dimorare nel pensiero astratto, ragionatore, per cui ci si chiude eremiticamente nell’anima, né si deve abbandonarsi al puro ascoltare e osservare quello che gli orecchi e gli occhi possono percepire.
Si può ancora fare un’altra cosa, facendo che quello che si pensa, internamente lo si rende così vivido, così potente, che il proprio pensiero lo si ha davanti a sé come qualcosa di vivente e vi si immerge vivacemente come in qualcosa che uno ascolta e vede fuori, cosicché il proprio pensiero diviene concreto come quello che si ode o si vede.
Questo è uno stato intermedio. Nel puro pensiero che sta alla base della meditazione, lì risiede l’avvicinarsi di Lucifero all’uomo; nel puro ascoltare, sia attraverso la percezione sia attraverso l’autorità delle persone, risiede l’elemento arimanico. Se uno fortifica e risveglia interiormente l’anima cosicché ascolta o vede il proprio pensiero, allora si ha la meditazione. La meditazione è uno stato intermedio. Non è né pensiero né percezione. È un pensiero che così vivamente vive nell’anima come la percezione vivamente vive, ed è una percezione che non ha l’esterno, ma pensieri nella percezione. Tra l’elemento luciferino del pensiero e l’elemento arimanico della percezione scorre la vita animica nella meditazione come nell’elemento divino-spirituale, che portava solo il progresso dei fenomeni mondiali. L’uomo meditante che così vive nei suoi pensieri che diventano viventi in lui come percezioni in lui, vive nel divenire divino. A destra ha il puro pensiero; a sinistra l’elemento arimanico, il puro ascoltare; e non esclude l’uno e l’altro, ma sa che vive in una triade, che il numero regola la vita. E sa che una polarità, un’opposizione c’è, un’opposizione di due cose, tra cui la meditazione scorre divenendo.
Sa anche che misuratamente l’elemento luciferino e arimanico qui nella meditazione devono mantenersi l’equilibrio reciproco. Su tutti i campi l’uomo apprende a conoscere questo principio mondiale del numero e della misura che Capesio, dopo che la sua anima era stata preparata, attraverso l’istruzione di Benedetto imparò a riconoscere. Così la vita dell’anima che vuole prepararsi alle conoscenze dei mondi spirituali, gradualmente vive dentro, che dappertutto nel mondo, a ogni punto che si possa raggiungere, cerca il numero, anzitutto la triade; che vede gli opposti polari attraverso cui tutto deve manifestarsi, e la necessità che gli opposti come polarità mantengano l’equilibrio reciproco.
Uno stato intermedio non può essere solo un puro divenire, bensì dappertutto sperimentiamo il flusso in modo che dobbiamo dirigere lo sguardo dell’anima a sinistra e a destra e guidare la nostra nave attraverso come la terza cosa tra l’opposizione polare sinistra e destra.
Sentendo questo, Capesio era venuto a conoscere attraverso Benedetto nel modo giusto a guidarsi in alto verso i mondi spirituali, a oltrepassare la soglia del mondo spirituale.
Così l’imparerà ogni colui che vuole penetrare nella scienza dello spirito in modo che arrivi a vera comprensione del vero sapere suei mondi superiori.
In proseguimento di quanto fu detto ieri, desidero ancora formulare alcune osservazioni. Abbiamo infatti constatato che è necessario, per penetrare nel vero ambito spirituale con la coscienza chiaroveggente e per oltrepassare convenientemente la soglia del mondo spirituale, abbandonare completamente tutto ciò che appartiene alle percezioni del mondo fisico, tutto ciò che può essere intrapreso anche con il pensiero, il sentimento e la volontà ordinari nel mondo fisico. Bisogna essere preparati a stare di fronte a processi ed esseri che presentano caratteristiche del tutto prive di ciò che può essere osservato e sperimentato nel mondo sensibile. Ma a tale scopo è necessario innanzitutto fortificare l’anima, potenziare le sue facoltà. E queste facoltà potenziate, fortificate dell’anima, si devono portare con sé. Occorre recare qualcosa con sé quando si varchi la soglia verso l’ambito spirituale. Abbiamo richiamato l’attenzione sul fatto che tutto ciò che il mondo sensibile può offrirci, nonché le rappresentazioni, i sentimenti che acquisiamo nel mondo sensibile, sono immagini di ciò che è sensibilmente percepibile. Nulla di ciò che in tal modo si acquisisce può aiutarci nel mondo spirituale. Invece, ciò che non è immagine del mondo sensibile, ciò che inizialmente non ha significato per il mondo sensibile, ma che può essere stimolato all’interno del mondo sensibile, ciò che può essere plasmato in una libera esperienza interiore dell’anima, deve essere portato nelle mondi soprasensibili. E così abbiamo indicato come ci si possa formare rappresentazioni di una trinità intesa come rapporto numerico, come armoniosa interazione di opposti, considerando in particolare l’elemento luciferino e quello arimanico, come uno stato intermedio e simili. Tali concetti inizialmente non hanno significato immediato nel mondo fisico.
Naturalmente si può vivere nel mondo fisico senza questi concetti, ma bisogna formarli già nel mondo fisico, se si vuol portarli negli ambiti spirituali.
Per questo cercammo di sottolinearlo, fondandoci sull’insegnamento di Benedetto, come all’interno del piano fisico, nello sviluppo culturale umano, operino nel rapporto trino di pensiero, parola e scrittura elementi luciferini, elementi arimanici e lo stato intermedio. In proseguimento desidero solo aggiungere che in questo contesto entrano in considerazione molti aspetti che, se considerati appropriatamente, possono rivelarsi straordinariamente necessari per la comprensione della vita dell’umanità, che l’uomo dovrà acquisire dal presente, se la cultura dovrà procedere in modo corretto. Presto diventerà evidente che non sarà più possibile cavarsela con i concetti che l’umanità contemporanea, così comodamente, vuole formarsi dalle condizioni da cui nascono le sue nozioni per la comprensione dei popoli e dei tempi. All’interno della cultura europea troviamo popoli che si differenziano per la lingua, popoli che si differenziano per i segni di scrittura. I popoli occidentali dell’Europa scrivono con i cosiddetti caratteri latini, ma vi sono anche popoli europei che scrivono con forme alfabetiche del tutto diverse. E all’interno dell’Europa abbiamo il fatto che ai caratteri latini si aggiunge la cosiddetta scrittura corsiva, la scrittura gotica, e che se ne usano entrambe insieme. Questo è un fenomeno significativo per la valutazione della cultura europea. Tali aspetti sono apparentemente piccoli sintomi, ma sono sintomi emersi in superficie che rimandano a fondamenti profondi dell’esistenza. Popoli che ricorrono a segni di scrittura diversi giungeranno a una corretta comprensione reciproca solo quando considereranno che tale comprensione deve essere raggiunta mediante l’acquisizione comune di un elemento spirituale. Per popoli che scrivono segni di scrittura diversi e che offrono così all’impulso arimanico particolari punti di attacco, non è sufficiente un’intesa alle semplici condizioni del piano fisico, bensì da entrambi i popoli deve essere colto l’elemento spirituale, e l’armonia deve essere ricercata in questo elemento spirituale.
Per popoli che scrivono segni di scrittura come i caratteri latini, è necessario che, per comprendersi, spingano l’elemento spirituale fino al punto che la comprensione avvenga anche riguardo alle realtà del piano fisico.
Chi comprende propriamente tali questioni, come sono state qui discusse, può riconoscere questo nelle reciproche relazioni della vita popolare europea. E profondamente significativo è il fatto che nell’Europa centrale, quasi per esprimere il peculiare rapporto tra l’elemento arimanico e quello luciferino, vengano adoperate fianco a fianco le due forme di scrittura. Questo accade poiché qui uno stato intermedio può essere raggiunto solo sotto difficoltà del tutto particolari, cosicché l’alfabeto latino, più esposto all’elemento arimanico, deve essere messo in contrasto con l’alfabeto gotico, più esposto all’elemento luciferino. Ed è caratteristico che molte persone debbano mescolare insieme nella loro scrittura corsivo e caratteri latini. Straordinariamente significativo, rimandando ad aspetti che si trovano negli strati profondi dell’anima, è tale miscela, poiché rimanda al fatto notevole secondo cui una tale personalità deve confrontarsi con l’elemento luciferino e arimanico in una modalità del tutto particolare. E qui è importante che molti, quando scrivono in lingua tedesca, debbano compiere uno sforzo straordinario per non ricadere nella scrittura corsiva quando vogliono scrivere in caratteri latini, per non ricadere nei caratteri latini quando vogliono scrivere in corsivo. Nel considerare la vita in modo così raffinato, nel guardare ai sintomi che portano in superficie ciò che si svolge negli strati occulti, risiede una necessità che diverrà sempre più impellente nel futuro.
In tal modo si imparerà a formarsi nel mondo fisico-sensibile tali rappresentazioni, sentimenti e concetti che si potranno poi portare favorevolmente oltre la soglia nel mondo spirituale. Certamente ci si dovrà familiarizzare con il fatto che nella cultura contemporanea esiste un talento immenso, una genialità, per la trivialità, contrapposta a ciò che si esprime come spirituale nel mondo.
Così bisogna già nel mondo fisico formarsi i concetti per ciò che dal mondo spirituale emerge e irradia nel mondo fisico-sensibile.
Perciò desidero mostrare ancora in un ambito particolare come l’elemento luciferino e arimanico operino all’interno del mondo fisico. Questo sarà discusso innanzitutto nell’ambito artistico. Qui rimane completamente valido ciò che è sempre stato sottolineato, che in tutto lo sviluppo artistico dell’umanità agisce l’impulso luciferino, e che in larga misura l’elemento luciferino, come ho dimostrato, è presente nello sviluppo artistico dell’umanità. Ma a questo si aggiunge qualcos’altro. Quando si considerano le arti come si presentano nel mondo fisico, si trovano essenzialmente cinque arti: l’architettura, la scultura, la pittura, la musica e la poesia. Vi sono arti che mescolano o combinano insieme i diversi elementi presenti nelle arti enumerate, ad esempio la danza, che combina molti elementi. Se le si comprende rettamente, le si comprende a partire da ciò che è la condizione fondamentale nelle varie arti; naturalmente possono essere nuovamente combinate insieme. Delle cinque arti, l’elemento architettonico e quello scultoreo sono principalmente esposti all’impulso arimanico; negli ambiti dell’architettura e della scultura agiscono impulsi arimanici. Qui si ha a che fare con l’elemento formale. Se si vuole conseguire qualcosa nell’architettura o nella scultura, bisogna immergersi nell’elemento formale. Questo elemento formale domina in particolare sul piano fisico. Qui i veri sovrani sono gli spiriti della forma. Nel loro elemento spirituale si deve immergere, se si vuol farli conoscere, come l’ho espresso nell’immagine dell’infilar la testa come in un formicaio. E chiunque abbia a che fare con l’elemento scultoreo deve così infilare la testa nell’elemento vivente degli spiriti della forma.
Sul terreno del mondo fisico, gli spiriti della forma operano dunque insieme con l’elemento arimanico.
Specialmente in tale occasione si vede come sia necessario non dire semplicemente, in modo superficiale, che bisogna guardarsi dall’elemento arimanico.
Bisogna sempre considerare che qui si tratta del fatto che esseri spirituali come i luciferini e gli arimanici hanno il loro ambito determinato, in cui normalmente devono vivere e operare: l’azione malvagia sorge solo dal fatto che trasgrediscono il loro ambito. Un ambito completamente legittimo hanno gli impulsi arimanici nell’architettura e nella scultura. Se consideriamo d’altro canto l’elemento musicale e poetico, queste sono le arti dove nel senso più stretto operano gli impulsi luciferini. In un certo senso si può addirittura chiamare la poesia e la musica arti influenzate luciferinamente, l’architettura e la scultura arti influenzate ahrimanicamente. Come il pensiero si svolge in certa misura nella solitudine dell’anima e così si separa dalla comunione, così le esperienze della musica e della poesia possiedono qualcosa che appartiene all’interiorità dell’anima, dove si incontra direttamente con l’impulso luciferino. Anche nell’architettura e nell’arte della costruzione dobbiamo considerare i confini nazionali, perché dove è Ahriman, anche Lucifero penetra. Se quindi queste arti si dirigono in una certa misura secondo i caratteri nazionali, possiamo tuttavia dire che questo elemento rimane in certa misura neutrale. La poesia è essenzialmente legata a quell’elemento luciferino che si esprime nella differenziazione dei caratteri nazionali.
Nella musica si nota poco che in essa vi è pure qualcosa che conduce in una certa misura alla differenziazione, più che nell’architettura e nella scultura. Ma proprio in un simile ambito si vede di nuovo che non si può procedere in modo così comodo come taluno vorrebbe, con le formazioni concettuali per i mondi superiori. È completamente esatto affermare che l’elemento arimanico agisce nell’architettura e nella scultura, quello luciferino più nella musica e nella poesia.
Tuttavia, non appena si ha a che fare con concetti che hanno validità anche nei mondi superiori, non si procede così comodamente da poter fornire una risposta semplice, se qualcuno domanda: Ebbene, nella scultura agisce più Ahriman o Lucifero?
Certo, sul piano fisico si potrà facilmente dare una risposta se qualcuno domanda: Quale colore ha la Cicoria officinalis? Si dirà: Ha colore blu. Si vorrebbe avere la stessa facilità anche per i mondi superiori. Ma questa è una concezione errata, che si possano ottenere risposte così nette anche lì. Tuttavia, ad esempio, quanto segue è completamente vero, benché tutto rimanga valido ciò che ho appena detto. Per l’architettura varrà essenzialmente il fatto che in essa l’elemento arimanico fornisce gli impulsi più significativi. Ma nella scultura può controbattere l’elemento luciferino così fortemente da poter esistere opere scultoree nelle quali Lucifero regna più di Ahriman. Ciononostante è esatto ciò che è stato detto prima. Poiché nel mondo spirituale non vi è solo la capacità di trasformazione, ma si può dire che tutto è ovunque. Ogni elemento spirituale fondamentalmente cerca di permeare tutto. Così può esistere una scultura luciferica, benché sia vero che l’impulso arimanico agisce prevalentemente sulla scultura. Bisogna dunque dire: Mentre certamente la poesia sarà essenzialmente soggetta all’influsso luciferino, sulla musica può agire in alto grado l’impulso arimanico, cosicché può esistere musica dove vi è molto più elemento arimanico che luciferino, benché valga che la musica è prima di tutto soggetta all’impulso luciferino.
Nella linea intermedia tra l’elemento arimanico nell’architettura e nella scultura e quello luciferino nella poesia e nella musica si trova la pittura. Essa è in certa misura un territorio neutrale, ma non uno in cui ci si possa comodamente installare e dire: Bene, ora dipingo così, Lucifero non può arrivarvi e Ahriman non può arrivarvi! Al contrario, proprio in questa linea intermedia si ha il caso che da ambedue i lati vengono proprio l’attacco luciferino e arimanico, e che ci si deve erigere contro entrambi in ogni istante. Cosicché nel campo della pittura può accadere nel senso più eminente il cedimento a uno o all’altro influsso.
La linea intermedia è sempre quella dove si deve produrre nel senso più eminente tra le polarità, tra gli opposti, il compenso armonico attraverso la volontà umana e l’azione umana.
Così quando si esaminano questi ambiti, come abbiamo fatto ora - e lo stesso potrebbe accadere con altri ambiti -, ci si appropria certi concetti, concetti senza che naturalmente si possa vivere sul piano fisico.
Poiché se si vuol restare piatti e superficiali, chiunque può rinunciare sul piano fisico, se non trova la musica luciferica e l’architettura arimanica, naturalmente. Ma se si vuol procedere oltre questo, allora non si possono qui sul piano fisico formare concetti, rappresentazioni e sentimenti che fortifichino l’anima in modo che varchi favorevolmente la soglia verso il mondo spirituale e possa risalire nel vero ambito spirituale; altrimenti si deve restare qui in basso nel mondo fisico-sensibile. Bisogna dunque appropriarsi di concetti, sentimenti e rappresentazioni per l’ambito spirituale, se si vuol veramente varcare la soglia, che siano bensì stimolati dal fisico, ma che superino il campo fisico-sensibile. Quando si varchi con un’anima così fortificata la soglia del mondo spirituale, allora si conosce il mondo in cui accade quello che è stato caratterizzato come il colloquio spirituale degli esseri-pensiero. Ci si immerge in un mondo con l’anima fortificata, che si presenta così che all’interno di esso risiedono esseri che consistono di sostanza di pensiero, e cioè cosicché in essa sono più vivi, più personali, più individuali e molto più reali degli uomini sulla terra. Come l’uomo sul piano fisico entro la carne e il sangue è reale, così questi esseri sono reali entro la loro sostanza di pensiero. Ci si immerge in quel mondo dove avviene un colloquio di pensieri da essere a essere, dove l’anima è costretta a condurre colloqui di pensiero, se deve giungere a una relazione con gli esseri-pensiero che vivono in questi mondi. L’ho accennato nel libro che ora esiste «La soglia del mondo spirituale». Qui molte aggiunte potrebbero ancora essere apportate.
Con tutta la responsabilità con cui tale cosa deve essere fatta, ho cercato in questo libro di evitare una presentazione sistematica, e di dire certe cose in forma aforistica, che può essere utile anche quando si è già accolto quanto è stato esposto nei cicli e nei libri precedenti.
Come essere-pensiero bisogna trovarsi nell’ambito spirituale, di cui si può dire: Qui in questo luogo le parole sono azioni, e a esse devono seguire altre azioni.
Mentre nel mondo fisico l’uomo compie le azioni nel movimento della sua mano, i pensieri che vivono nella Parola mondiale nel senso come è stato caratterizzato sono immediatamente azioni. Ciò che è stato detto è fatto. Su questo è fondamentale per il mondo spirituale. Nel colloquio spirituale risiede simultaneamente ciò che un essere fa all’altro, ciò che un essere fa rispetto al mondo spirituale esterno che lo circonda. Il detto è dappertutto azione. Così bisogna elevarsi nel mondo spirituale, e allora ci si ritrova come essere-pensiero tra altri esseri-pensiero. Bisogna comportarsi così, ossia lasciare che le parole siano azioni in sé medesimo, come si comportano gli altri esseri - se è permessa la parola così piana. Che cosa si trova lì? Anche per il proprio io non si trova più ciò che si ha in basso nel mondo fisico e anche elementare. Questo io che l’uomo porta attraverso il mondo fisico e elementare è una somma di esperienze che si compone dalle impressioni del mondo fisico e da ciò che nasce dal pensiero, sentimento e volontà che l’anima sviluppa sul piano fisico. Ma né le impressioni né il pensiero, sentimento e volontà nella forma come si presentano sul piano fisico hanno alcun significato per il mondo spirituale. Si trova perciò qualcos’altro per il cosiddetto io umano del piano fisico e del mondo elementare nel mondo spirituale. Si trova lì, in certa misura, da sé ciò che è sempre presente nelle profondità dell’anima, ciò che però la coscienza ordinaria del piano fisico non può conoscere nell’uomo stesso. Si trova il proprio altro io come una seconda essenza: il proprio altro io si trova nel mondo spirituale.
Farò ancora, alla conclusione di questi discorsi - come ho pure fatto nel capitolo conclusivo del libro «La soglia del mondo spirituale» - notare, per colui che vuol fiutare contraddizioni, come si comportano le denominazioni qui adoperate rispetto a ciò che come terminologia, come nomenclatura è stata da me adoperata nella mia «Teosofia» e «Scienza occulta nelle sue linee generali».
Qui però si può dire: L’uomo vive nel suo corpo fisico nell’ambiente fisico.
Quando se ne allontana, quando fa esperienza al di fuori del corpo fisico, allora fa esperienza nel suo corpo eterico e ha come ambiente il mondo elementare. Quando esce anche da questo, allora fa esperienza nel corpo astrale l’ambito spirituale. Rispetto a tale esperienza, a tale sentimento nel corpo astrale, accade un incontro che si ha nel mondo spirituale: l’incontro con l’altro io, con quel secondo io di cui parla Giovanni Tomasio alla fine de «Il guardiano della soglia», che in certa misura sta accanto al primo io di Giovanni Tomasio per tutta la progressione de «Il risveglio delle anime» e provoca le esperienze. Di questo altro io parleremo ancora dei principi. È ciò che l’uomo conosce quando impara a sentire, percepire, fare esperienza nel mondo spirituale entro il suo corpo astrale. È ciò che va da vita terrena a vita terrena, da incarnazione a incarnazione. Ciò che va da vita terrena a vita terrena si tesse in modo così misterioso tra la morte e una nascita nell’essere umano che la coscienza fisica ordinariamente non può percepire questo altro io, poiché è questo altro io nel mondo spirituale, benché sia simultaneamente collegato con l’essere fisico dell’uomo. Come agisce questo altro io?
Ebbene, è stato appena detto che questo altro io appartiene al mondo spirituale, è un essere-pensiero tra esseri-pensiero. In quelli le parole sono azioni, e ciò che operano, l'operano attraverso quello che con una parola si chiama ispirazione. Ispirando agisce il secondo io nella natura dell’uomo. Che cosa ispira dunque? Ispira quello che noi chiamiamo il nostro karma, il nostro destino.
Qui abbiamo il processo misterioso: Ciò che sperimentiamo, sia esso doloroso sia gioioso, ciò che si svolge nella nostra vita, è ispirato dal nostro altro io dal mondo spirituale.
Andate per la strada, sperimentate qualcosa che vi sembra casuale: è ispirato dal mondo spirituale dal vostro altro io. Così esiste qualcosa come ispirazione nel mondo spirituale, e l’ispirazione si rivela sul piano fisico e produce i fatti, il vostro destino nel piccolo e nel grande. Il destino dell’uomo è ispirato dall’altro io dal mondo spirituale. Quando l’anima chiaroveggente penetra in questo mondo spirituale, allora sperimenta come una rivelazione nel colloquio spirituale ciò di cui si può dire: Le parole sono azioni. Ma tutto ciò che accade nel mondo spirituale si imprime nel mondo fisico. Che voi osserviate una pietra, una pianta, una nuvola, che osserviate il fulmine, dietro tutto ciò stanno esseri spirituali e processi spirituali. Anche dietro i processi fisici del vostro destino stanno esseri e processi spirituali. Quali esseri spirituali e processi? Ispirazioni! Eventi di un colloquio spirituale nel mondo spirituale. La Parola mondiale agisce come ispiratrice del destino umano. Questo è qualcosa di significativo nella conoscenza spirituale, quando ci si incontra con il proprio altro io. Allora ci si dimentica di pensare la propria personalità umana solo entro i confini in che abitualmente la si pensa. Si dilata il proprio io, in cui bisogna includere l’altro io, su tutto il proprio destino. E solo allora si è veramente uomini, quando così come si conta il proprio dito a sé e si dice: Appartiene al mio io sul piano fisico -, così pure si dice: Mi appartiene, se mi faccio una ferita sanguinante, o se cado - e così via. Poiché tutto questo è ispirato dall’altro io. Ora però bisogna considerare come ci si incontra con questo altro io quando si varchi la soglia verso il mondo spirituale.
Sempre di nuovo ci si deve rappresentare che in tal modo che si è appreso, osservato, sperimentato nel mondo fisico e anche elementare, non si possiede nulla che potrebbe corrispondere alle caratteristiche del mondo spirituale, in cui i pensieri sono esseri viventi.
Se quindi si entrasse lì solo con quello che si può sperimentare nel mondo fisico e anche elementare, ci si ritroverebbe nel mondo spirituale di fronte al nulla.
Che cosa si può dunque portare in questo mondo spirituale? Pensiamolo attentamente. L’anima deve abituarsi a non voler percepire nel mondo spirituale, non pensare, non sentire, non volere come accade nel mondo fisico e anche elementare. Deve abbandonarlo. Ma deve ricordarsi di ciò che ha sperimentato, pensato, sentito, voluto nel mondo fisico. Come in periodi di vita successivi si trasportano i ricordi di periodi precedenti, così dal piano fisico bisogna trasportare nel mondo spirituale quello che si è fortificato, rafforzato nell’anima. Dunque con l’anima che si ricorda del mondo fisico bisogna entrare nel mondo spirituale. E allora bisogna sopportare qualcosa di determinato. Ciò che bisogna sopportare può essere descritto nel modo seguente. Immaginate che in voi nel vostro ordinario vivere terreno potesse subentrare un momento in cui tutta la vostra percezione cesserebbe. Non vedreste, non udireste più nulla, non potreste più pensare, sentire e volere nulla di nuovo. Tutta la modalità di vita precedente cesserebbe, e voi sareste consapevoli solo di ciò che potete ricordare. Esattamente in questa situazione siete quando con coscienza chiaroveggente risalite nel mondo spirituale. Non vi è nulla di cui poteste fare esperienza nuova per il primo momento. Comprendete solo dalle vostre memorie: lì riposa la vostra esistenza in ciò che vi è rimasto nella memoria. L’anima si sperimenta così che può dire di sé: Tu sei ora solo ciò che sei stato, la tua esistenza consiste nel tuo esser-stato, presente e futuro non hanno inizialmente significato per te, il tuo essere consiste nel tuo esser-stato. Questo è qualcosa che può facilmente essere espresso a parole. Ma guardarsi così che si sia solo memoria, che non si possa sperimentare presente, che si possa parlare del proprio essere come di un esser-stato, è un’esperienza significativa.
Quando l’uomo fa questa esperienza, quando l’anima chiaroveggente si spinge fino a essa, allora per la prima volta si incomincia ad avere una comprensione veramente corretta della figura il cui nome è stato così spesso pronunciato, per Lucifero.
Poiché l’anima umana si immerge nel mondo spirituale così che un momento sperimenta: Tu sei solo ciò che sei stato. Lucifero è un essere che all’interno dell’ordine mondiale è giunto a essere sempre solo un esser-stato, solo una passato, essere solo ciò che epoche terrestri abbandonabili, epoche mondiali abbandonabili hanno portato all’anima di Lucifero. E la vita di Lucifero consiste nel contendersi con la sua passato il presente e il futuro, mentre gli altri, che procediamo nel regolare corso dello sviluppo terrestre, esseri divino-spirituali l’hanno giudicato di esser lasciato alla passato. Così Lucifero si stende innanzi allo sguardo chiaroveggente, conservando nella sua esistenza il divino-spirituale delle origini del mondo, portando nella sua anima tutte le magnificenze del mondo e maledetto a dirvi solo: Esse sono state in te. E ora incomincia la sua lotta eterna, questa passato di conquistarsi il presente e il futuro nell’ordine mondiale. Lì si sperimenta, nel momento in cui si sperimenta la somiglianza di Lucifero, la somiglianza macrocosmica di Lucifero con l’essere microcosmico dell’anima umana sulla soglia tra il mondo elementare e quello spirituale, tutta la tragedia profonda di questa figura di Lucifero. E si incomincia a presentire dalle grandi intimità mondiali che riposano nello grembo profondo dell’esistenza, dove non solo un essere combatte con un altro, dove epoche lottano con epoche, che diventano esseri, si oppongono nella lotta. Incomincia veramente una visione del mondo dove profonda serietà e profonda dignità si riversano sull’anima, e dove si intuisce qualcosa di ciò che si potrebbe chiamare il soffio delle necessità eterne, che si vivono nella mezzanotte mondiale, quando i fulmini brillano sull’esistenza, che nel loro brillare illuminano così pure la figura di un Lucifero, ma che nel conoscerla muoiono e morendo si plasmano in segni di destino, cosicché come forma del karma interiore tragico continuano a operare nell’anima umana.
L’anima umana stessa, mentre si eleva in questi mondi spirituali, ha un momento dove è solo esser-stato, dove sta di fronte al nulla, dove è come un punto nel tutto e si sperimenta come un punto.
Ma questo punto diviene spettatore, spettatore di fronte a qualcos’altro. Due altre cose sono lì al che come terzo appartiene l’anima umana divenuta puntuale, che propriamente non possiede nulla inizialmente, come il punto non possiede nulla. L’una, che si aggiunge, è quello di cui ci si ricorda, che è come un mondo esterno, a cui si guarda all’indietro, di cui si può dire: Questo è il tuo esser-stato. Quando si stà da sé, senza propriamente sapere di sé inizialmente, accanto a questo proprio essere, che è un esser-stato, che però si è portato oltre la soglia nel mondo spirituale e si è conferito essenza-pensiero, e quando si ha lo stato d’animo della serenità d’anima, allora quello che si è portato lì come il proprio esser-stato nel mondo spirituale comincia il colloquio spirituale con il mondo circostante degli esseri-pensiero. E come un osservatore che sta oggettivamente accanto, che però è puntuale, si vedono gli altri due iniziare il colloquio. La propria passato di pensiero e l’essenza-pensiero parlano insieme. Quello che si è portato là, fatto di pensiero, sviluppa un colloquio spirituale nella Parola mondiale con l’essenza-pensiero spirituale del mondo spirituale. Ci si ascolta, ciò che la propria passato parla con l’essenza spirituale nel mondo spirituale. Lì si è inizialmente come un nulla. Ma come tale nulla si nasce, nel momento in cui ci si ascolta il proprio colloquio della passato con le essenze spirituali del mondo spirituale. E mentre si ascolta, ci si riempie di contenuto nuovo. Si impara a conoscersi, quando si è puntuale e ci si sente come un punto, mentre ci si ascolta il colloquio tra la propria passato e l’essenza spirituale nel mondo spirituale. E quanto più in sé si accoglie da questo colloquio spirituale della propria essenza-stata con il futuro, tanto più si diviene sé stessi, si diviene sé stessi un essere spirituale. Questo è il processo in cui si sta nel mondo spirituale all’interno di una trinità.
L’uno di questa trinità è la propria essenza-stata, che si è portata nel mondo spirituale, che ci si è conquistata nel modo come si manifesta come spirituale nel mondo sensibile e che si sente oltre la soglia come essenza-stata.
Il secondo è tutto l’ambiente spirituale, e il terzo membro è se stessi. Così sta la trinità nel mondo spirituale, e all’interno della trinità si sviluppa attraverso l’opposizione dell’essenza-stata e dell’essenza-pensiero nel mondo spirituale il terzo, il medio, che è solo come un punto e che attraverso l’ascolto del colloquio spirituale tra l’essenza-stata e il mondo spirituale diviene sempre più pieno e pieno, diviene un essere che si sviluppa all’interno del mondo spirituale.
Così si diviene stessi nella coscienza chiaroveggente all’interno del mondo spirituale. Questo è quello che ho voluto cercare di descrivervi con parole, che naturalmente, poiché devono esser prese dal linguaggio che appartiene al fisico, devono sempre restare unilaterali. Ma si tenta così, il meglio che sia possibile, con le parole della lingua del piano fisico di caratterizzare queste relazioni elevate e profonde. Poiché queste relazioni sono uniche e sole adatte a far conoscere all’uomo il suo vero essere, che, come è stato detto, l’uomo ascolta nel mondo spirituale dagli altri due.
Nel condurre nel vero essere dell’uomo, si cerca con tali discorsi come quelli qui tenuti in questo ciclo di discorsi.
Nel corso di questi insegnamenti abbiamo parlato dell’ascesa della coscienza chiaroveggente nei mondi dove la vera essenza dell’uomo, che appartiene interamente ai mondi sovrasensibili, può essere compresa profondamente. E negli ultimi giorni abbiamo cercato di mostrare come l’anima umana, quando oltrepassa la soglia, dapprima attraversa il mondo elementare e poi entra nel mondo spirituale; come questa anima incontri ciò che si può chiamare l’altro sé dell’uomo. Si potrebbe caratterizzare l’ascesa anche in questo modo.
Dapprima l’uomo vive dentro il suo corpo fisico nel mondo fisicosensibile. Quando si libera dal suo corpo fisico, dunque esce dal suo corpo fisico, vive dapprima nel suo corpo eterico e vive lì nel mondo elementare come suo ambiente. Come detto, domani farò notare a coloro che potrebbero sospettare contraddizioni come si rapportano qui le denominazioni usate con le denominazioni nella mia «Teosofia». Nel suo corpo eterico l’uomo vive nell’ambiente elementare. Quando l’uomo poi si libera anche del suo corpo eterico, sale nella vera e propria geistige Welt; questa diventa allora il suo ambiente, e si trova nel suo corpo astrale. Nel suo corpo astrale l’uomo sperimenta dunque il suo altro sé, che prosegue da incarnazione a incarnazione, e di cui abbiamo potuto evidenziare che lo si sperimenta così, che si sta come un terzo di fronte a due altri fatti. Come essere puntiforme si sta di fronte a ciò che si può chiamare il proprio passato, ciò che si porta come ricordo nel mondo spirituale, ciò che, portandolo lassù, si è trasformati spiritualmente. E questo passato comincia allora un colloquio nella regione dove gli esseri pensiero le loro conversazioni spirituali. Un tale colloquio spirituale comincia là, che si deve ascoltare come rigenerati nel mondo spirituale, quello che il proprio passato parla con l’ambiente spirituale circostante, e così si matura e si cresce come esseri pensiero.
Ora si osservano molte cose in questa crescita nei mondi spirituali.
Consideriamo dapprima, per intenderci bene la salita ideale normale nel mondo spirituale, quindi una salita che accadrebbe a un’anima che non avesse affatto alcun tipo di turbamento. Si potrebbe già dire che un’anima così quasi non esiste. Questo è il motivo per cui mi sono impegnato non solo a descrivere in generale il sentiero spirituale, ma anche a rappresentarlo così drammaticamente come è accaduto, perché ogni anima parte da un punto di partenza particolare, e dunque non esiste in realtà un’ascesa normale ideale. Ogni anima ha il suo sentiero spirituale individuale. Questo naturalmente si può mostrare solo quando si mostra in singole anime, come in Maria, Giovanni Tomasio, Capesio, Strader, come si presenta l’ascesa individuale per queste singole anime. Ma vediamo dapprima per un momento di astenerci da ciò. Pensiamo a come sarebbe se l’ascesa di un’anima potesse essere normale ideale, se dunque tutte le condizioni più ideali fossero soddisfatte per il superamento della soglia, per l’ascesa nei mondi spirituali. Allora l’uomo, quando nel mondo spirituale incontrasse il suo altro sé, non potrebbe viverlo come si vive una fotografia di se stessi, bensì ciò che nel mondo fisicosensibile e nel mondo elementare è soggettivo, ciò che lì vive entro l’anima in soggettività astratta, che sono forze dell’anima, pensiero, sentimento e volontà, di cui si dice che le si ha interiormente, allora non le si ha più interiormente. Questo pensiero, sentimento e volontà che nel mondo fisico si ha, gli viene incontro quando si incontra l’altro sé nel mondo spirituale, oggettivamente, e precisamente come una triade. E ho cercato di rappresentare questa triade, che gli viene incontro, e di fronte al che si deve avere coscienza in sé: questa triade è se stessi, nelle figure di Filia, Astrida e Luna. Queste figure sono forme del tutto reali; esistono nel mondo spirituale altrettante volte quante singole anime umane.
Le si riconosce, una volta riconosciute, come si conoscono tutti i chicchi d’avena una volta conosciuto un chicco.
Ma si deve essere consapevoli che ciò che altrimenti è solo un’ombra, un’ombra debole nell’anima umana, allora, quando si incontra il proprio altro sé, come una vivente triade, come una triade veramente differenziata, differenziata in tre esseri, gli viene incontro. Si è Filia, Astrida, Luna stessi. Ma questi tuttavia sono affatto esseri pensiero indipendenti.
Quello che allora si deve avere nell’anima consolidata, è la consapevolezza di essere l’unità di questi tre esseri. E si deve avere consapevolezza anche del fatto che ciò che si chiama pensiero, sentimento e volontà, è una maya, cioè l’ombra che questi tre gettano nell’anima. Il patologico dell’anima potrebbe consistere nel fatto che, o non ci si riconosce nel mondo spirituale come questi tre esseri, che si considerassero questi tre come esseri che non hanno nulla a che fare con se stessi; oppure non si potesse mantenere l’unità, bensì ci si terrebbe cosicché una parte dell’anima è Luna, un’altra è Astrida e ancora un’altra è Filia. Ma vedere in questa pienezza di trinità questo altro sé, questo richiede appunto un corso di sviluppo normale ideale dell’anima, come quasi non può sussistere in un’anima umana.
Se si fissa lo sguardo su ciò che può essere presente, ciò che nel vero senso può divenire reale, si deve dire: abbiamo già fatto notare che quelle figure che si designano con Arimane e Lucifero, inviano i loro impulsi nel mondo fisico-sensibile. Li abbiamo trovati, Arimane e Lucifero, nei campi più diversi del mondo fisico. Ma in misura molto più intensa, molto più forte l’anima umana viene in contatto con Arimane e Lucifero quando intraprende il sentiero della coscienza chiaroveggente. Quando esce dal mondo fisico e cerca di penetrare nei mondi superiori, allora Arimane e Lucifero si avvicinano a questa anima umana: allora tentano di compierne molte cose. Per scorgere alcuni dei fatti di Arimane e Lucifero in questo ambito, sia detto il seguente.
L’anima umana è veramente un essere abbastanza complicato, e come tale contiene molte cose che si contraddicono, che non si dominano, che stanno nelle profondità dell’anima senza che nella coscienza ordinaria si abbia la giusta comprensione.
Ora ho già fatto cenno al seguente. Quando si entra nel mondo elementare, è così che l’esperienza si può paragonare all’immagine grottesca di infilare la testa in un formicaio: cioè si infilza la coscienza nel mondo elementare cosicché i singoli pensieri sono esseri pensiero particolari, che comincia ad avere vita autonoma, e si immerge la coscienza in questa vita. Ora, per l’anima chiaroveggente si rivela il seguente. L’uomo ha sempre nell’anima qualcosa che non domina completamente, per cui ha affetti particolari. Dinanzi a tali cose, che sono costituite cosicché l’uomo con il suo interiore vi si concatena in maniera del tutto singolare, Arimane sviluppa un’attività particolare. Vi sono nell’anima umana tali parti che si possono staccare da tutto questa anima umana. Poiché l’uomo non esercita un dominio completo su tali elementi, Arimane se ne impadronisce. E così per l’attività di Arimane, che non è legittima, che accade perché Arimane oltrepassa il suo limite, allora si fa valere la tendenza che tali parti della sostanza eteria umana e anche della sostanza astrale umana, che hanno l’inclinazione a staccarsi dalla vita animica rimanente e a divenire autonome, da Arimane si lasciano formare, così che egli dà loro la forma umana. Sostanzialmente si sta così con tutti i possibili pensieri che sedono in noi stessi, che possono assumere la forma umana. Quando l’uomo sta di fronte a questo pensiero come essere pensiero, quando allora Arimane ha l’occasione di rendere autonoma una tale parte dell’anima umana, di darle la forma umana, e si vive nel mondo elementare, allora si sta di fronte a questa parte resa autonoma della propria sostanza come al proprio sosia. È sempre una parte dell’anima umana, a cui Arimane dà la forma della figura umana.
Ci si deve solo chiarire che, quando si entra nel mondo elementare, quando si è fuori dal proprio corpo fisico, si muta in molte relazioni.
Quando si è intrappolati nel corpo fisico, non ci si può stare di fronte; ma quando nel corpo eterico si entra nel mondo elementare, allora si può stare in esso e tuttavia vederlo da fuori, come si vede il sosia. Questo è inteso con il sosia. È sostanzialmente, se si parla in modo sostanziale, una gran parte del corpo eterico stesso. Mentre si trattiene una parte, un’altra parte si separa, diviene oggettiva. La si guarda: è una parte della propria sostanza, a cui Arimane ha dato la forma che si ha. Perché Arimane cerca di spingere tutto nelle leggi del mondo fisico. Nel mondo fisico regnano gli spiriti della forma, e dividono questo regno con Arimane, così che Arimane può completamente eseguire con una parte della sostanza umana, ciò che si può designare come la formazione di una parte della sostanza umana in sosia. È, relativamente, un fenomeno elementare, questo incontro con il sosia, e può accadere attraverso particolari impressioni subconsce e impulsi dell’anima umana, anche se l’uomo non è chiaroveggente.
Può accadere il seguente: Qual che uomo può essere un intrigante, può aver causato male a molte persone attraverso le sue intrighe. Può essere di nuovo partito e aver tessuto qualche intrigo. Torna nella sua abitazione, entra forse nel suo studio: sulla sua scrivania forse giacciono carte con cose con cui ha tessuto le intrighe. E può accadergli, sebbene nel suo stato conscio possa essere di indole cinica, che il suo inconscio sia colto dagli impulsi dell’intrigare. Entra nello studio, guarda verso la sua scrivania e voilà: si siede lì lui stesso. È un incontro spiacevole quando attraverso la propria porta si entra nella stanza e si vede se stessi seduti alla scrivania. Ma tali cose appartengono all’ambito di ciò che accade assai spesso e che allora accade facilmente quando tale intrigare avviene. Ciò che si incontra lì, è affatto il sosia, che ho di nuovo cercato di rappresentare con altri compiti nel «Guardiano della soglia» e ne «Il risveglio delle anime».
Sappiamo che questo sosia è sperimentato da Giovanni Tomasio, e dipende dalla particolare evoluzione di Giovanni Tomasio che negli epigoni dove è mostrato, abbia l’incontro con il sosia, perché attraverso le particolari esperienze che ha avuto, Arimane può formare una parte dell’anima cosicché questa parte dell’anima sia sostanzialmente riempita come parte del corpo eterico con elementi animici egoistici.
Tale cosa accade quando le precondizioni sono create come con Giovanni Tomasio. Potete vedere un poco nell’anima particolare di questo Giovanni Tomasio attraverso i quattro drammi. Al termine del «Guardiano della soglia» è pure indicato un certo punto di sviluppo nell’anima di Giovanni Tomasio. Un tale punto di sviluppo può accadere per molte anime che cercano il cammino verso i mondi sovrasensibili. Vogliamo brevemente sintetizzare come stia effettivamente la questione con questo Giovanni Tomasio. Se ripercorriamo il «La porta dell’iniziazione», abbiamo lì Giovanni Tomasio vivendo il mondo superiore. Ma come lo vive?
Si può ben dire: Se si prende solo questa parte dei drammi, «La porta dell’iniziazione», e si osserva qui Giovanni Tomasio, in realtà non arriva particolarmente lontano. Non arriva oltre a quello che si può chiamare esperienze animiche immaginative con tutti i loro unilateralità ed errori. Tutto ciò che è rappresentato, sono esperienze soggettive, salvo le immagini che non appartengono all’azione, del prologo e dell’interpolazione davanti all’ottava immagine. Ma ciò che altrimenti c’è, sono esperienze immaginative soggettive di Giovanni Tomasio. Al di là di questo stadio non arriva Giovanni ne «La porta dell’iniziazione». Questo è pure indicato chiaramente, nel senso che è descritto molto chiaramente che in tutte le scene, salvo le due citate, Giovanni, il che è assai difficile per l’attore, è sempre sulla scena. E tutto è da pensarsi nell’anima di Giovanni come conoscenza immaginativa.
Sebbene al termine della «Porta dell’iniziazione» Giovanni Tomasio nel Tempio pronunci varie parole che teoricamente hanno validità oggettiva, si può dire che nei diversi templi molte persone pronunciano parole per cui non sono ancora mature, per cui devono prima crescere.
Questo non è determinante, bensì si riconosce da tutta la rappresentazione: si ha a che fare con immaginazioni soggettive di Giovanni Tomasio. La questione procede oltre nella «Prova dell’anima», dove viene provocato un’ascesa più elevata dal fatto che Giovanni arriva a impressioni da precedenti vite terrene, che non è solo immaginazione. Lì la questione va nel mondo oggettivo, dove si ha a che fare con fatti spirituali che esistono separati dall’anima di Giovanni Tomasio in quanto tali.
Nella «Prova dell’anima» usciamo dalla soggettività di Giovanni Tomasio nel mondo oggettivo esterno. Cosicché si possono considerare questi due primi drammi così, che Giovanni Tomasio gradualmente si stacca dal suo interiore ed entra nel mondo spirituale esteriore. Proprio per questo era così ovvio, perché Giovanni compie il primo stadio della vera iniziazione durante la «Prova dell’anima», che Lucifero lì guadagna quell’influenza seduttrice che è rappresentata al termine della «Prova dell’anima». E così di nuovo era dato ciò che un’anima come quella di Giovanni Tomasio può attraversare, e che è indicato nel «Guardiano della soglia». Nel «Guardiano della soglia» Giovanni Tomasio è messo nel mondo spirituale oggettivo, dove, sebbene ancora spinto dal lavoro, dapprima sta di fronte a Arimane più soggettivamente, da cui accoglie ciò che sviluppa in contrasto all’ordine mondiale divino di egoista.
Ma poi iniziano le esperienze oggettive in cui Lucifero agisce. Lì non abbiamo affatto più a che fare con sole esperienze soggettive, bensì con la rappresentazione del mondo spirituale staccato dall’uomo, che si vive nel spirituale come si vive il mondo fisico esteriore nel fisico. Ma Giovanni Tomasio entra lì per la prima volta nel mondo spirituale oggettivo. Dunque può lì ancora portare tutte le possibilità di smarrimento dell’anima umana, soprattutto il rapporto peculiare a Teodora.
Questo rapporto si deve comprendere solo come inteso.
Si potrebbe dire, con tutte le scorie dell’io inferiore Giovanni entra in questo mondo superiore, ma vi sta di fronte. E se voglio designare la questione con un’espressione assai piatta, potrei dire: Occultamente Giovanni Tomasio s’innamora di Teodora. Dunque nel rapporto di Giovanni Tomasio a Teodora vengono portati gli impulsi del mondo fisico nel mondo superiore. Passando attraverso tutto ciò, Giovanni Tomasio arriva a ciò che è indicato al termine del «Guardiano della soglia». A un’esperienza dell’io ordinario, che appartiene al mondo fisico e al mondo elementare, che ci si porta quando si va come uomo per il mondo, e dell’altro sé, che si incontra quando si entra nel mondo spirituale, arriva Giovanni Tomasio. Sia nella nona immagine, nella passeggiata, sia nel tempio davanti a Ilario Giovanni Tomasio arriva a ciò che si può chiamare il suo sentire interiore sia dell’uno che dell’altro sé. Ma si nota esattamente che Giovanni Tomasio non ha ancora creato giusta armonia tra l’io ordinario e l’altro sé, che vive avanti e indietro tra entrambi gli io. Se si fissa lo sguardo sul fatto che Giovanni Tomasio al termine del «Guardiano della soglia» e così all’inizio di «Il risveglio delle anime» sta come un’anima che in sé sente l’interazione contemporanea dell’io ordinario e dell’altro sé, allora si comprenderà che con Giovanni Tomasio molte cose nella sua anima sono scorticabili. Il sosia viene dapprima scorticato da Arimane. Ma anche in altro modo da lui qualcosa può essere scorticato. Sottolineo che non descrivo queste cose per dare un commento ai drammi, bensì per usare ciò che è rappresentato nei drammi per mostrare vere condizioni spirituali ed essenze spirituali. Se si considera il karma umano, la totale legalità del destino umano, allora si deve dire: nell’anima umana c’è molto karma elaborato, ma anche karma non elaborato. Si è nella precedente vita terrena vissuto molte cose che devono essere compensate.
Si ha molto che non è ancora compensato, che riposa inutilmente sul fondamento dell’anima, karma non elaborato.
Ogni anima ha tale karma non elaborato. Giovanni Tomasio deve diventare particolarmente consapevole di molto karma non elaborato là dove la sua essenza interiore si divide nell’io ordinario e nell’altro sé. E lì si separa parecchio di karma non elaborato. Tale si separa ciò che facilmente e spesso ogni anima trova separato, quella che si sviluppa gradualmente verso la chiaroveggenza. Un’anima che fa questo, è nata, cioè entra così attraverso la nascita nell’esistenza fisica, che dapprima si vive con proprietà come si è da giovani. Non sempre si trovano anime così inclini da essere fatte Krishnamurti. Si vive nel mondo come bambini naturali vi entrano per loro utilità e vantaggio, anche se più tardi divengono personalità chiaroveggenti. Allora in un certo momento si può veder balenare ciò che è anche condizionato karmicamente, lo sguardo nei mondi spirituali. Ma proprio nell’anima chiaroveggente accade spesso, ed è importante che accada, quando ha qualcosa di straordinariamente elegiaco nello stato d’animo, qualcosa di tragico possa avere, che allora questa anima chiaroveggente veda la propria giovinezza come un’essenza oggettiva. Una visione della giovinezza si presenta, da cui si è cresciuti, di cui si dice: Cosa sarebbe divenuta questa giovinezza, che mi è quasi estranea, se non fossi entrato nelle condizioni spirituali chiaroveggenti? Si avvera veramente una sorta di scissione dell’uomo. Si vive qualcosa come una sorta di rinascita, e si guarda la giovinezza come a un’essenza estranea. E in questa giovinezza risiede molto di cui si dice non si può risolvere in questa incarnazione. Lì riposa molto karma che più tardi deve essere risolto, o di fronte a cui ci si deve sforzare di risolverlo già ora. Di tale karma non elaborato ce n’è molto nell’anima di Giovanni Tomasio. Tale karma non elaborato, tale esperienza come quando si guarda la propria giovinezza come un’altra essenza, è qualcosa che si vive nell’interiore.
Lucifero ha accesso a tale esperienza; Lucifero può separare ciò; può prendere una parte sostanziale del corpo eterico e per così dire animarla con il karma non elaborato.
Allora ne diviene un’essenza d’ombra sotto l’influsso di Lucifero, tale essenza d’ombra come è rappresentata nello spirito del giovane Giovanni Tomasio.
Un’essenza d’ombra così è un vero essere; esiste, separata da Giovanni Tomasio, solo che ha operazioni spaventose dal motivo che contraddice sostanzialmente l’ordine mondiale generale. Ciò che come essenza d’ombra è fuori, dovrebbe essere dentro Giovanni. Così viene provocato ciò che si sperimenta come il destino tragico di questa essenza d’ombra, che come parte del corpo eterico vive fuori nel mondo elementare e spirituale. Questo è dunque karma non elaborato di Giovanni Tomasio reso autonomo come essenza d’ombra attraverso Lucifero. Chi vive una cosa così, e questo è un’esperienza importante, significativa, la vive così, che sa, perché ha karma non elaborato, si è caricato una sorta di colpa cosmica, ha creato un essere che non dovrebbe stare fuori, bensì dentro se stesso. Questo viene fatto consapevole a Giovanni Tomasio da un’altra Filia ne «Il risveglio delle anime», che ha creato tale figlio dell’anima, che ha fuori in certa misura un’esistenza illegittima. Questa è la particolarità, quando ci si vive nei mondi spirituali, che si sta di fronte alla propria essenza, ma che nella oggettività spirituale questa propria essenza può venire moltiplicata di fronte a uno. Con Giovanni Tomasio abbiamo la più varia moltiplicazione. Gli viene incontro una parte della sua essenza come sosia, adesso un’altra parte della sua essenza, perché il karma appartiene affatto all’essenza dell’uomo, come lo spirito del giovane Giovanni Tomasio. Poi gli viene incontro ancora un terzo, perché non è nella condizione di fare ciò che Maria fa. Ella compie una sviluppo relativamente normale. Nella nona immagine le vengono incontro Astrida e Luna, sebbene non associati con la vera Filia, ma comunque le vengono incontro due figure animiche.
Questo è uno sviluppo relativamente avvicinato al normale.
Del tutto normale sarebbe se Maria stesse di fronte alle tre figure animiche e tutto il pensiero, sentimento e volontà fosse così oggettivato che Maria le sentisse come unità. Ma uno sviluppo così normale quasi non esiste. E sottolineo: quello che ho cercato di caratterizzare, sono figure reali, così che le circostanze sono assolutamente reali possibili. Dunque un’anima così, al che vengono incontro Astrida e Luna, esclusa Filia, perché ciò che è anima di coscienza e anima di intelletto è sviluppato in modo più regolare con Maria rispetto all’anima di sentimento, un’anima così compie uno sviluppo assai altamente normale. Con Giovanni Tomasio abbiamo uno sviluppo che devia molto dal normale. Lì abbiamo dapprima l’apparizione del sosia. Poiché Giovanni Tomasio si sposta di fronte al suo altro sé, abbiamo l’apparizione del sosia e dello spirito della giovinezza di Giovanni. Tutto questo è moltiplicato nel numero, qualcosa che appartiene all’altro sé, rispettivamente appare, perché l’altro sé come l’illuminatore di queste condizioni interiori appare. E perché Giovanni Tomasio a questo altro sé non arriva subito, se arrivassi del tutto allora gli verrebbero incontro tutte e tre le figure animiche, deve però passare molte cose, che gli si ergono di fronte sul cammino all’altro sé. Allora gli viene incontro anche ciò che ancora più si avvicina alla soggettività. Questa è l’altra Filia. L’altra Filia è anche in certa misura l’altro sé. Ma l’altro sé che ancora riposa nelle profondità dell’anima dentro e non si è del tutto staccato, che è concatenato con qualcosa che qui nel mondo fisico è somigliante al mondo spirituale, concatenato con l’amore onnipervadente, e che può condurre in su nei mondi superiori, perché concatenato con questo amore. Nella figura dell’altra Filia se le viene incontro un terzo a Giovanni Tomasio sul cammino all’altro sé. Se a un’anima venissero incontro tutte e tre le figure animiche, allora per così dire questa anima non avrebbe alcun ostacolo. Così invece tutto l’essere dell’uomo può oggettivizzarsi, proiettarsi nello spazio come totalità proiettarsi.
Questo è il caso quando si vede l’altra Filia al termine della seconda immagine ne «Il risveglio delle anime».
Ora vi ho caratterizzato che l’uomo, in quanto si vive nel mondo elementare, e certi caratteri di questa convivenza rimangono anche quando si vive su nel mondo spirituale, deve appropriarsi la capacità di trasformazione, perché nel mondo spirituale tutto è in trasformazione, perché lì non v’è forma rigida chiusa.
Forma v’è solo nel mondo fisico. Nel mondo elementare v’è mobilità, capacità di trasformazione. Con ciò è però connesso che, perché tutto è in continua trasformazione, confusioni possono sorgere, quando incontri un’essenza qualche volta. È appunto tutto in continua trasformazione. Se per così dire non si stà subito al passo, allora si confonde l’una cosa con l’altra. È questo che accade a Giovanni Tomasio: dapprima ha di fronte l’altra Filia e poi prende il sosia per l’altra Filia. Tali confusioni si verificano straordinariamente facilmente. Si deve essere consapevoli che si deve prima lottare attraverso alla vera contemplazione dei mondi superiori, e che proprio per la capacità di trasformazione confusioni possono facilmente verificarsi. E il modo come queste confusioni si manifestano, è straordinariamente significativo per il corso che lo sviluppo di un’anima prende. Ve ricordate, tre volte Giovanni ha un’esperienza. Che Giovanni Tomasio ha proprio questa esperienza così, dipende dal fatto che è divenuto in una certa maniera. La prima esperienza è con l’altra Filia, la seconda volta con il sosia, la terza volta di nuovo con l’altra Filia. Lì abbiamo una trinità di esperienze. Con trinità abbiamo a che fare del resto nel mondo. Dobbiamo proprio cercare queste trinità, perché sempre vi sono trinità. Che Giovanni Tomasio due volte abbia di fronte l’altra Filia, una volta solo il sosia, e una volta commetta questa confusione: questo è connesso con quello che ha raggiunto. Con quello che egli è, è però anche connesso che percepisca per così dire questo figlio dell’anima, lo spirito del giovane Giovanni, che è sua creazione, sebbene realizzato con l’aiuto di Lucifero, che però esiste fuori nel mondo.
Questo è qualcosa che appartiene alle esperienze più spesso sconvolgenti della coscienza chiaroveggente: che si trovino parti del karma, che sono non compensate, attraverso Lucifero rese autonome in essenze d’ombra, nel mondo spirituale.
Si possono trovare molte tali essenze d’ombra, che si sono messe nel mondo spirituale per proprio karma non elaborato, provocato da Lucifero. Queste esperienze con le essenze d’ombra sono come corrispondono al punto di sviluppo dell’anima. Supponiamo che la questione per Giovanni Tomasio fosse diversa. Commetterebbe una confusione doppia, vedrebbe due volte inesattamente e una volta rettamente, oppure vedrebbe due volte il sosia e una volta l’altra Filia. Ma con Giovanni Tomasio la questione è così, che ancora troppo deve stare nella soggettività. Maria già sta nella oggettività così forte, che due forze animiche le vengono incontro. Giovanni deve ancora così rinvigorire la sua anima, che ciò che rimane ancora assai soggettivo, gli viene incontro: tessiture incantatesi della propria essenza. Ciò diventa oggettivo. E con queste parole egli rinvigorisce anche la sua anima, con le parole: «Tessiture incantatesi della propria essenza.» E in quanto questo tessere incantato della propria essenza sale, si avvicina all’altro sé, sta Giovanni di fronte a sé come sosia, come spirito del giovane Giovanni, come altra Filia. Giovanni Tomasio sarebbe di diversa natura, se vivrebbe la trinità diversamente, se cioè commettesse, diciamo, due volte confusioni e due volte potesse vivere il sosia. Se fosse così, allora Giovanni sarebbe veramente un altro. Se la questione non fosse proprio come è stata rappresentata ne «Il risveglio delle anime», allora Giovanni non vedrebbe uno spirito del giovane Giovanni, bensì molti tali nel regno d’ombra. Si immagini al posto di Giovanni Tomasio un tale Giovanni che commettesse due volte confusioni oppure due volte potesse vivere il sosia: allora dovrebbero esserci molti spiriti del giovane Giovanni, perché allora dovrebbero esserci molti di questi figli dell’anima di Giovanni.
Urtamo con queste cose più volte ai margini dei grandi segreti animici.
Ma da tutto ciò che vi ho rappresentato, vedete che il cammino dell’anima chiaroveggente verso la vera essenza dell’uomo è complicato, che questa anima umana è un essere complicato.
Ci si avvicina all’essenza vera dell’uomo gradualmente nell’ascesa nei mondi spirituali, quando ci si fa sé stesso essenza di ricordo, essenza di passato, quando dunque una volta per l’anima umana la consapevolezza sorge: Tu ora non sei nel presente, tu inoltre non hai dapprima un avvenire di fronte a te, tu sei ciò che sei stato, porti il tuo passato nel presente. Si cresce allora come essere spirituale così avanti, che questo passato, ciò che si è portato su nel mondo spirituale, ciò che si vive spiritualmente, un colloquio spirituale comincia con il mondo spirituale circostante. Si cresce mentre si ascolta questo colloquio del proprio passato con gli esseri pensiero del mondo spirituale. Ma si ha, quando così ci si sente immersi nel mondo spirituale, dove si trova il proprio altro sé, sempre un sentimento, un’esperienza, che all’incirca può essere espressa nel modo seguente. L’uomo sente: tu stai ora bensì nel mondo spirituale, tu puoi il tuo altro sé, mentre sei entro il corpo astrale nel mondo spirituale, come essenza spirituale trovare, ma la tua vera essenza propriamente, quella che tu sei, ancora non puoi trovare in questo mondo. Quello, di cui il tuo io nel mondo fisico è l’ombra, quello non trovi nonostante l’ascesa nel mondo spirituale ancora. Così impara gradualmente a riconoscere, quale importante esperienza ancora si deve avere, per trovare il vero io, per trovare la vera essenza interiore, ancora avvolta in questo altro sé. Sì, l’essenza umana è complicata e risiede profondamente, profondamente nelle profondità dell’anima laggiù. E per arrivare veramente al vero io, sono così varie esperienze da compiere. Abbiamo descritto molti di che l’uomo deve compiere per venire al suo vero sé, che vive in lui.
Per arrivare al vero io deve ancora essere fatto il seguente.
Abbiamo sottolineato come si penetra nel mondo spirituale con il ricordo, come inizialmente non si hanno nuove impressioni, bensì si deve lasciar parlare ciò che si è stati, come si deve come essenza puntiforme ascoltare il colloquio spirituale tra il passato di sé e l’ambiente spirituale.
Questo ricordo rimane. Vi rimane anche tra la morte e una nuova nascita. Quello che si è stati, è appunto nel mondo spirituale inizialmente presente. Il ricordo dell’esistenza sensibilmente reale tra nascita e morte rimane appunto saldamente e rimane dentro l’anima tra la morte e una nuova nascita. Ma se come anima chiaroveggente divenuta si vuole penetrare verso il vero io, allora impara a riconoscere che una decisione, un’azione spirituale è necessaria. E di questa azione spirituale si può dire, deve essere la forte decisione di volontà, ciò che si è portato su nel mondo spirituale, ciò che come ricordo di se stesso si è portato su, in sé estinguere, in sé dimenticare: per decisione di volontà estinguere il ricordo di ciò che si è stati con tutti i dettagli. Allora si arriva a ciò che sì può far balenare in ombra anche già per più previ stadi chiaroveggenti e di conoscenza. Indicato è per così dire un precedente annuncio di ciò che si vive nel mondo spirituale, nell’ottava immagine di «Il risveglio delle anime», dove Strader sta all’abisso della sua esistenza. Ma così completamente giustamente in vera forma si sta all’abisso dell’esistenza, quando si prende la decisione, per libera volontà interiore, per energica azione di volontà, di estinguersi, di dimenticarsi. Sostanzialmente in nella sostanza umana tutte queste cose anche come fatto sono presenti; l’uomo non sa semplicemente nulla. Ogni notte deve così inconsciamente estinguersi. Ma è appunto qualcosa di del tutto diverso, con piena consapevolezza il proprio io di ricordo al annientamento, al dimenticare, all’abisso consegnare: stare veramente per un poco nel mondo spirituale all’abisso dell’essere di fronte al nulla come nulla.
È l’esperienza più sconvolgente che si possa avere, e si deve andare a questa esperienza con grande fiducia.
Per come il nulla andare all’abisso, è necessario che si abbia la fiducia che dal mondo allora il vero io sarà portato incontro. E così accade. Si sa allora, quando all’abisso dell’essere si è realizzato questo dimenticare: Estinto è tutto ciò che finora hai vissuto, l’hai estinto tu stesso. Ma ti viene incontro da un mondo che finora non hai riconosciuto, da uno che direi un mondo spirituale superiore il tuo vero io, che nel altro sé era ancora avvolto. Adesso per la prima volta ci si incontra, dopo che ci si è completamente estinti, col proprio vero io, di cui il mio io dentro il mondo fisico è l’ombra, la maya. Perché il vero io dell’uomo appartiene al mondo spirituale superiore, e l’uomo sta con il suo vero io, di cui un’ombra debole il mio fisico è, nel mondo spirituale superiore dagli. Così è un’esperienza interiore l’ascesa al mondo spirituale superiore: l’esperienza di un mondo completamente nuovo all’abisso dell’essere e la ricezione del vero io da questo mondo spirituale superiore all’abisso dell’essere. Questa descrizione volevo come un ponte di collegamento fra la considerazione di oggi e quella di domani nelle vostre anime deporre. Deve occuparci in una certa misura fra oggi e domani come un membro di collegamento fra la considerazione di oggi e quella di domani.
Perché, agganciadone alle parole che ho oggi parlato sulla riunione all’abisso dell’essere, vogliamo domani ulteriormente parlare.
Quando si completa un ciclo di conferenze come quello che abbiamo appena concluso, emergono naturalmente riflessioni che rimandano a ciò che possiamo definire come la cultura del nostro tempo.
In molti dettagli abbiamo dovuto attirare l’attenzione su come nella cultura contemporanea agiscono in modo singolare le forze arimaniche e luciferiche. Chiunque si accosti con sentimento sincero e con una certa comprensione dei risultati della ricerca spirituale a una sorta di osservazione obiettiva della cultura attuale, troverà con certezza il carattere caotico e confuso che la caratterizza. Da anni ho seguito l’abitudine di sottolineare il meno possibile i difetti qua e là, preferendo invece dedicare il nostro tempo a contribuire in modo positivo a ciò che possiamo fare per illuminare i mondi spirituali. Ma sebbene fondamentalmente non si debba abbandonare questa abitudine, tuttavia è necessario sottolineare ripetutamente che proprio da questa scelta auto-imposta—affatto presuntuosa, voglia credermi—scaturiscono vari fraintendimenti nel cammino della nostra ricerca e del nostro lavoro. Dalla nostra prospettiva, sarebbero necessari due elementi. Primo: una comprensione obiettivamente corretta del fatto che l’evoluzione del mondo post-atlantico ha condotto con una certa necessità comprensibile al carattere caotico, confuso e in parte inferiore della cultura umana contemporanea, e quindi la semplice critica non è sufficiente; occorre una comprensione obiettivamente corretta. Secondo: è necessario affrontare con occhi chiari e aperti questa confusione e il caos della vita spirituale contemporanea, dal punto di vista che la ricerca spirituale ci consente di raggiungere. Perché costantemente e ripetutamente constatiamo che amici ben intenzionati giungono a dirci che qua o là è accaduto qualcosa di assolutamente antroposofico, eppure ci persuadiamo facilmente che queste cose cosiddette antroposofiche risultano inferiori.
Come ho detto, non intendo abbandonare le mie consuete abitudini, ma vorrei tuttavia—quasi come esempio—segnalare almeno una singolare apparizione particolarmente grottesca alla conclusione del nostro ciclo di conferenze.
Nel presente si fanno particolarmente notare personalità che, con una certa aria erudita, si presentano al mondo senza comprendere veramente il minimo di alcunché. E chi non ha acquisito il discernimento necessario può facilmente lasciarsi sedurre da tali parole che si danno aria erudita. Questo è qualcosa che gradualmente dovrebbe scomparire nei nostri ambienti. Dobbiamo acquisire un discernimento obiettivo e consapevole. Così comprenderemmo meglio il rapporto tra queste correnti inferiori e personalità inferiori e il nostro movimento, come l'intendiamo, piuttosto di quanto sia accaduto sinora. In varie circostanze si affermano tali correnti. Non per criticare o per addurre qualcosa che abbia a che fare con l’opposizione al nostro lavoro, ma—come ho detto—per caratterizzare obiettivamente, vorrei accennare a un’unica cosa.
In una casa editrice di Berlino appare, ad esempio, un’edizione del “Matrimonio chimico di Christian Rosenkreutz” e di altre opere di Christian Rosenkreutz. Naturalmente molti dei nostri amici o altre persone interessate a correnti occulte cercheranno facilmente una nuova edizione di scritti che altrimenti sono difficili da reperire. Ora appare proprio per il “Matrimonio chimico di Christian Rosenkreutz” un’introduzione che in tutto ciò che è erudizione grottesca—preferisco non denominarlo più dettagliatamente—supera ogni cosa immaginabile. Voglio leggervi solo da questa introduzione, pagina II, un paio di righe. Non intendo approfondire ciò che altrimenti viene presentato, ma un paio di righe voglio leggere.
“Quando ci si accosta alle scienze occulte”—dice—“con equipaggiamento critico ed esatto”—queste sono parole che in sé possono sedurre molti—“presto ci si accorge che proprio da qui si può ottenere contatto con entrambi i poli menzionati.” Non voglio parlare dei poli che l’autore in questione adduce, perché tutto ciò è solo—preferisco non denominarlo più dettagliatamente.
“A questo proposito è particolarmente adatto il concetto di appena formulato, sotto la cui guida si domina facilmente ogni difficoltà proveniente da entrambi i lati.” Allomatica, questo è qualcosa che particolarmente impressiona molti. “L’Allomatica è la dottrina, la scienza e la filosofia dell’Altro (derivato dal greco allos = l’altro, in contrasto con autos = stesso). L’Allomatica insegna la vanità e la non-esistenza dell’Io. Tutto è e proviene dal Non-Io, dunque da fuori, da sopra, da sotto, in breve: dall’Altro.” E in questa erudizione continua. Questa erudizione, con cui le persone vengono preparate per il “Matrimonio chimico di Christian Rosenkreutz”—l’affermo veramente non per animosità, bensì per logica oggettiva—è completamente identica a quella che si otterrebbe se al posto della Xenologia e dell’Allomatica si fondasse una Pirology o una Piromatica. Perché esattamente con la medesima logica con cui questo strano personaggio riconduce il mondo all’Io e al Non-Io, si potrebbe ricondurre il mondo a una pera e a tutto ciò che non è questa pera: cioè all’Altro della pera. E si potrebbero usare esattamente le medesime parole e concetti per spiegare tutto il mondo da pera e non-pera. Secondo la logica di tale signore, nulla verrebbe a mancare dal mondo e dalle sue manifestazioni se le si spiegasse, anziché dall’Io e dall’Altro, secondo una Pirologia e una Piromatica, una dottrina della pera e dell’Altro della pera. Questo si presenta come lavoro erudito: applica persino vari confronti dall’embriologia per poter sembrare lavoro erudito. Parla approssimativamente nello stesso tono di molti dei nostri cosiddetti lavori eruditi, che si considerano seriamente e spesso—come ho detto, senza animosità ma in piena fraternità—sono onestamente accolti dai nostri amici come se fossero qualcosa di valore, mentre escono soltanto dall’inferiorità del nostro tempo.
Questo testimonia assai poca capacità di discernimento per ciò che ha valore intrinseco e per ciò che occupa un rango letterario come simile roba.
Perciò si può dire con piena obiettività: Se un tale individuo è proprio uno di quelli che ha diffuso o propagato la sciocca favola gesuita, allora ci si può formare un’idea del valore dell’opposizione che da tutti i lati si è manifestata di recente contro di noi. Si tratta principalmente di acquisire il giusto rapporto con ciò che oggi emerge da ogni angolo del mondo su base occulta e che tuttavia da molti si considera equivalente alla ricerca spirituale sincera e profonda. Si tratta di acquisire il giusto sentimento nei confronti di certi questi signori, quando si vuole confesarsi sinceramente alla ricerca spirituale: e questo sentimento consiste nel riserbare loro il silenzio, anziché coltivarli e accarezzarli in tutto ciò che producono. Nel sapere che in fondo dovremmo consigliare loro di rendersi più utili all’umanità nei periodi in cui si occupano di simili scritti, impegnandosi in tutt’altro, come per esempio in lavori di traforo con la sega. Questo gioverebbe all’umanità molto più di simile roba. È necessario che osserviamo tali cose in piena obiettività e che ci abituiamo a valutare la cultura del nostro tempo con i suoi ingredienti nella giusta maniera. Se possediamo i giusti pensieri e i giusti sentimenti su queste cose e sulle corrispondenti personalità, allora ce la caveremo. Dobbiamo essere chiari su un punto: che queste manifestazioni del presente sono in effetti spiegabili, perché abbiamo visto come nella storia culturale dell’umanità agiscono le forze arimaniche e luciferiche. Esattamente come—l’abbiamo più volte osservato—tutto cambia negli impulsi che agiscono nello sviluppo dell’umanità di epoca in epoca, così cambiano anche gli influssi ahrimanichi e luciferici.
La nostra epoca è in certo modo una sorta di ripetizione invertita del periodo egiziano-caldaico. Ma poiché è una ripetizione invertita, nella nostra era le forze luciferiche e arimaniche esercitano nella cultura esterna complessivamente un ruolo diverso da quello dell’antico periodo egiziano-caldaico.
Durante l’epoca egiziana-caldaica l’anima umana poteva guardare a ciò che accadeva e in certo modo dire: da un lato provengono gli influssi ahrimannici, dall’altro quelli luciferici. Era ancora nella cultura egiziana assai facile distinguere questo esteriormente. Nell’epoca culturale greco-romana accadde già così che, per così dire, immediatamente di fronte all’anima umana si incontravano Lucifero e Ahriman. E si facevano equilibrio. Chi può approfondire la reale natura fondamentale della cultura greco-romana osserverà già questo stare in equilibrio fra Lucifero e Ahriman. Nella nostra epoca le cose sono cambiate ancora. È così che nel mondo esterno, per così dire, Lucifero e Ahriman concludono fra loro un patto: gli loro impulsi nel mondo esterno si compattano già in un nodo prima che questi impulsi raggiungano l’anima umana, sicché abbiamo il groviglio, il nodo entro il nostro sviluppo culturale, dove nei tempi antichi si avevano fili separati degli impulsi ahrimannici e luciferici. Così diventa assai particolarmente difficile per l’uomo districare questo nodo, orientarsi in questo groviglio. Dappertutto abbiamo nel nostro movimento culturale fili luciferici e ahrimannici intrecciati multicolori l’uno nell’altro, e non si otterrà un sano sguardo alle nostre condizioni culturali se non prima non ci si chiarisce che in molte correnti di agitazione, sì, in molte idee astratte e in istituzioni esterne che si verificano nel presente e nel futuro, agiscono i fili compattati degli impulsi luciferici e ahrimannici. Vigilanza su questi fili, consapevolezza di ciò che nel caos multicolore è lucifernico e ahrimannico: questo è ciò che è necessario osservare.
Nessuno oggi può confrontarsi completamente con questo elemento lucifernico e ahrimannico se non colui che tenta di percorrere il cammino della conoscenza spirituale, di equipaggiare l’anima con forze di chiaroveggenza, affinché ciò che l’uomo è come essenza, ma non può sapere con la coscienza ordinaria, sia veramente svelato e diventi oggetto di vera ricerca spirituale.
In questo contesto emerge—come risulta dalle esposizioni che sono state date—che non appena si entra nei mondi superiori, per così dire si deve attraversare una soglia. Che, nella misura in cui si è uomini terrestri e si è resa chiaroveggente l’anima, si deve andare avanti e indietro oltre questa soglia e si deve sempre saper comportare nella giusta maniera sia nel mondo spirituale al di là della soglia, sia nel mondo fisico di qua dalla soglia. Anche nelle lezioni e ormai ripetutamente nel nostro ciclo drammatico è stata segnalata un’importante esperienza: l’esperienza della soglia, il cosiddetto incontro con il Guardiano della soglia. Si può certamente—questo è stato già menzionato—salire nei mondi spirituali, vivere varie esperienze nei mondi spirituali, senza avere questa esperienza talvolta scioccante, ma altrettanto significativa e importante con il Guardiano della soglia.
Ma per una visione chiara e obiettiva dei mondi spirituali è di importanza infinita che una volta si sia avuta questa esperienza con il Guardiano della soglia. Ho alludito a tutto ciò che vi si riferisce nel mio scritto “La Soglia del mondo spirituale”, per quanto possibile in uno scritto che tratta queste cose in modo aforistico. Molte cose ho aggiunto nel corso di queste lezioni. Vorrei qui—perché se dovessi caratterizzare singolarmente l’incontro con il Guardiano della soglia, dovrei tenere un intero ciclo di lezioni—aggiungere ancora qualcosa alla caratterizzazione di questo Guardiano della soglia. Vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che l’uomo, quando dapprima abbandona il proprio corpo fisico, in cui ha il mondo fisico come ambiente, entra nel mondo elementare; e poi, quando ha il mondo elementare come ambiente, vive, come vive nel mondo fisico nel corpo fisico, nel corpo eterico.
Quando poi esce chiaroveggentemente dal corpo eterico, vive nel corpo astrale e ha come ambiente il mondo spirituale.
Abbiamo sottolineato che l’uomo può anche uscire dal suo corpo astrale e stare nel suo vero Io. Allora ha come ambiente il mondo sovraspirituale. Nel momento in cui l’uomo entra in questi mondi, giunge infine a ciò che egli ha sempre nelle profondità dell’anima, al suo vero Io. Mentre già nel mondo spirituale giunge al modo come in esso il vero Io, l’altro Sé, si manifesta, cioè circondato da esseri di pensiero vivente. Tutti noi che camminiamo sul piano fisico abbiamo in noi questo altro Sé, solo che la coscienza ordinaria non può saperne nulla; si sperimenta l’essenza di questo altro Sé, di questo vero Io, solo quando si sale nel mondo spirituale e sovraspirituale. Ma essenzialmente portiamo sempre con noi, come nostro compagno costante, questo vero Io. Ma questo vero Io, che si incontra alla soglia del mondo spirituale, è presente in un modo singolare, per così dire, in un particolare abbigliamento. Alla soglia del mondo spirituale questo vero Io può vestirsi di tutto ciò che sono le nostre debolezze, i nostri difetti, di tutto ciò che ci rende inclini a restare con tutto il nostro essere attaccati al mondo fisico-sensibile o almeno al mondo elementare. Così incontriamo il nostro proprio vero Io alla soglia che conduce ai mondi spirituali. La teosofia astratta può dire molto facilmente: Siamo noi stessi, questo altro Sé, questo vero Io. Rispetto alla realtà, questa affermazione, che siamo noi stessi, non ha molta importanza. Certo, camminiamo come nostro altro Sé nei mondi spirituali, ma siamo veramente assai diversi. Quando con la nostra coscienza rimaniamo nel mondo fisico, il nostro altro Sé è veramente assai un altro, un estraneo per noi, un essere a cui veramente siamo molto più estranei che a un altro uomo del mondo terrestre. E questo altro Sé, questo vero Io si veste delle nostre debolezze, di tutto ciò che in realtà dobbiamo abbandonare e non vogliamo abbandonare, perché abitudinariamente come uomini fisico-sensibili vi rimaniamo attaccati, quando vogliamo attraversare la soglia.
Incontriamo quindi effettivamente alla soglia del mondo spirituale un essere spirituale che si distingue da tutti gli altri esseri spirituali che possiamo incontrare nei mondi sovrasensibili.
Tutti gli altri esseri spirituali appaiono più o meno con veli che tuttavia sono più adatti alla loro vera natura, di quanto non sia il caso per i veli del Guardiano della soglia. Egli si veste di tutto ciò che non solo ci provoca preoccupazione e afflizione, ma spesso repulsione e disgusto. Si veste delle nostre debolezze, di ciò per cui possiamo dire: tremiamo dalla paura di non poterci separare da esso, oppure non solo arrossiamo, ma quasi svaniremo dalla vergogna quando dobbiamo guardare a ciò che siamo e in ciò che si veste il Guardiano della soglia. È quindi un incontro con se stessi, ma veramente tuttavia l’incontro con un altro essere. Non si passa facilmente davanti al Guardiano della soglia. Si può dire: rapportato a una vera, corretta visione dei mondi spirituali, è facile ottenere una visione qualunque dei mondi spirituali.
Avere impressioni qualsiasi del mondo spirituale non è veramente così particolarmente difficile, specialmente al nostro tempo presente. Ma entrare nel mondo spirituale così da vederlo nella sua verità, ciò rende necessario, se pure magari gli è concesso solo tardi, di avere l’incontro con il Guardiano della soglia: che si sia ben preparati a viverlo nel modo giusto, quando si possa averlo. La maggior parte degli uomini o almeno molti giungono fino al Guardiano della soglia. Si tratta però sempre di giungere consapevolmente al Guardiano della soglia. Inconsciamente gli siamo di fronte ogni notte. E questo Guardiano della soglia è veramente un grande benefattore in non lasciarsi vedere, perché gli uomini non lo sopporterebbero. Ciò che inconsciamente di fatto viviamo ogni notte, portarlo a consapevolezza significa propriamente avere l’incontro con il Guardiano della soglia. Normalmente gli uomini giungono tanto lontano da arrivare proprio al confine dove sta il Guardiano della soglia.
In tale momento però accade qualcosa di molto singolare con le anime.
L’anima infatti vive questo momento in uno stato di penombra tra consapevolezza e incoscienza, non lo porta interamente a consapevolezza. L’anima tende al confine a vedersi come è, come rimane attaccata al mondo fisico con le sue debolezze e i suoi difetti. Ma l’anima non può sopportarlo, e ancor prima che l’intero processo possa divenire consapevolezza l’anima stessa assorda la propria consapevolezza attraverso il disgusto che prova. E tali momenti, quando l’anima assorda la propria consapevolezza, sono i migliori punti di attacco per gli esseri ahrimannici. Giungiamo di fatto al Guardiano della soglia nel momento in cui il nostro sentimento di sé si è sviluppato con una forza e un vigore particolarmente grandi. Questo sentimento di sé dobbiamo fortificare se vogliamo innalzarci nel mondo spirituale. Con il rafforzamento di questo sentimento di sé si rafforzano anche tutte le inclinazioni e le abitudini, le debolezze e i pregiudizi che altrimenti nel mondo esterno sono tenuti entro limiti attraverso l’educazione, l’abitudine, la cultura esterna. Alla soglia del mondo spirituale queste inclinazioni luciferiche agiscono assai da dentro, e mentre l’anima umana ha la tendenza ad assordare se stessa, si uniscono subito Lucifero e Ahriman: la conseguenza è allora che all’uomo viene negato l’ingresso nel mondo spirituale. Se l’uomo con l’anima sana cerca i risultati della ricerca spirituale e non vive sotto un’avidità morbosa di esperienze spirituali, non accadrà che qualcosa di particolarmente malvagio accada a questo confine. Se tutto ciò che deve essere osservato all’interno della vera, autentica ricerca spirituale viene osservato, allora per l’anima che si sforza non accade altro che Lucifero e Ahriman si facciano equilibrio alla soglia del mondo spirituale, e l’uomo non entra con la sua anima nel mondo spirituale. Se però esiste un’avidità particolare di entrare nel mondo spirituale, allora accade che di fatto interviene quello che si può chiamare: si assaggia il mondo spirituale.
Ciò che è stato assaggiato, Ahriman l'addensa, e allora si insinua nella consapevolezza dell’uomo qualcosa che non può entrarvi.
L’uomo allora vive ciò che ha assaggiato nel mondo spirituale, in stato addensato, dove gli si presenta cosicché somiglia completamente ai modelli delle impressioni fisiche. In breve, ha allucinazioni, illusioni, crede di trovarsi davanti a un mondo spirituale, perché è giunto fino al Guardiano della soglia ma non l'ha superato, bensì è stato respinto con la sua ingordigia dal mondo spirituale. E ciò che ha assaggiato lì si addensa in quello che può contenere veramente immagini autentiche del mondo spirituale, ma che non contiene il più importante, per cui l’anima potrebbe avere una visione chiara sulla verità e il valore di ciò che vede.
Per un giusto passaggio davanti al Guardiano della soglia è assolutamente necessario che l’uomo sviluppi l’auto-conoscenza nel modo appropriato: vera, autentica auto-conoscenza, auto-conoscenza incondizionata. Non voler salire nei mondi spirituali, quando durante l’incarnazione il karma ce lo consente, è una violazione del dovere verso il progresso. Dire mai a se stesso, perché si crede di poter errare: Non voglio entrare nei mondi spirituali—ciò è completamente sbagliato. Dobbiamo sforzarci così intensamente nei mondi spirituali quanto possiamo. Ma d’altra parte dobbiamo comprendere che non possiamo arretrare davanti a ciò di cui l’uomo più volentieri e più facilmente arretra: davanti alla vera, autentica auto-conoscenza. A questo punto si vivono molte cose. Nulla è propriamente nella vita così difficile per l’uomo quanto la vera auto-conoscenza. Si possono vivere molte cose, cose grottesche, strane. Si possono incontrare uomini che nella loro coscienza ordinaria sottolineano continuamente che fanno questo o quello in completa abnegazione, che non vogliono nulla per sé. Se si ha comprensione per tali anime, spesso si rivela che se lo convincono; ma nel loro inconscio sono completi egoisti e vogliono in realtà solo quello che corrisponde al loro Io.
Oh, si può anche vivere che uomini si presentano che, dalla loro coscienza ordinaria, così dire, pronunciano discorsi, parlano parole, scrivono scritti, cosicché su pagine relativamente brevi compare diciotto, venticinque volte parole come amore, tolleranza e simili, senza che nel minimo nei fatti reali dell’anima sia presente qualcosa di ciò.
Nulla si mente così facilmente come su se stessi, se non si esercita continuamente e ripetutamente vigilanza attraverso un’auto-conoscenza solida e onesta che si pratica. Ma questa auto-conoscenza è difficile, molto difficile, se deve essere esercitata immediatamente. Si sa che è persino accaduto che uomini si chiudano così completamente all’auto-conoscenza da preferire ammettere di essere stati scimmie durante lo sviluppo lunare, piuttosto che ammettere che cosa sono realmente nel presente. Così grande può essere l’accecamento di fronte al dovere di vera, autentica auto-conoscenza dell’uomo. Sarebbe un buon esercizio per molti che si sforzano nel campo spirituale se di tanto in tanto nella vita, ripetutamente, facessero per esempio il seguente: se si dicessero: Voglio ripensare gli ultimi tre, quattro settimane o meglio mesi, voglio portare di fronte ai miei occhi importanti fatti in cui ho fatto molte cose. Voglio sistematicamente escludere tutto ciò che potrebbe essermi accaduto ingiustamente. Voglio escludere tutto ciò che altrimenti così spesso dico a scusa di ciò che mi è capitato, che l’altro sia colpevole. Mai rifletterò sul fatto che un altro potrebbe essere colpevole più di me stesso. Se si considera quanto facilmente l’inclinazione degli uomini sia a rendere responsabile l’altro ogni ora per ciò che non gli piace, e non se stessi, allora si comprenderà quanto sia utile una tale revisione della vita: dove anche quando ci è stato fatto torto, consapevolmente si esclude il pensiero di questo torto e non si permette che sorga alcuna critica che l’altro potrebbe aver avuto torto. Si provi un tale esercizio e si vedrà che interiormente si otterrà una relazione completamente diversa al mondo spirituale.
Tali cose cambiano molte cose nella vera condizione, nel vero stato d’animo dell’anima umana.
Quanto sia difficile, quando si cerca la via verso l’anima veggente, entrare completamente senza pericolo nei mondi superiori, questo mostra—e l’abbiamo sempre di nuovo sottolineato—che è necessario che non si venga dissolti quando si debba immergere la testa nella formica-mucchio. È necessario un sentimento di sé rafforzato, un sentimento di sé potenziato, un sentimento di sé che non si deve esprimere nel mondo fisico, se non si vuole essere un egoista completo. Se si vuole mantenersi nei mondi superiori, se si vuole sentirsi e vivere lì, si deve entrarvi con sentimento di sé rafforzato. Ma si deve anche avere la capacità, quando si ritorna nel mondo dei sensi, di escludere questo sentimento di sé, in modo da non essere un egoista deciso da questa parte. Così là nei mondi superiori si deve avere un sentimento di sé rafforzato. Questo può interamente essere un’affermazione, che l’uomo per vivere nei mondi superiori spirituali ha bisogno di un sentimento di sé rafforzato. Ma si ha bisogno per questo del polo opposto dell’affermazione che è stata appena fatta: della conoscenza che sebbene nel spirituale si debba trovare il sentimento di sé rafforzato, tuttavia nel mondo fisico lo spirito deve esprimersi in un modo particolare in quella che nel senso più ampio nel mondo fisico si chiama amore, la capacità di amare, la capacità di simpatizzare, di compartecipare alla sofferenza e di compartecipare alla gioia. Chi si approfondisce chiaroveggentemente nei mondi superiori sa che è giusto ciò che Maria in “Il risveglio delle anime” dice: che propriamente la coscienza sensoriale ordinaria, che l’uomo ha nel piano fisico, di fronte all’esperienza e al sentimento nei mondi superiori è una sorta di sonno, e che l’ingresso nei mondi superiori è un risveglio. È completamente vero e giusto che gli uomini all’interno del mondo fisico rispetto all’esperienza dei mondi superiori dormono, e che non sentono il sonno solo perché sempre dormono.
Se quindi nei mondi spirituali è un risveglio in sentimento di sé rafforzato, ciò che l’anima veggente vive quando attraversa la soglia del mondo spirituale, allora d’altra parte il risveglio del sé nel mondo fisico è contenuto nell’amore, in quell’amore che in una delle prime lezioni è stato caratterizzato.
Dovetti dire: L’amore che è presente per il bene delle qualità e delle caratteristiche dell’amato, questo è l’amore che è protetto dagli influssi luciferici e ahrimannici. Questo è l’amore che all’interno del mondo fisico-sensibile può veramente stare sotto l’influenza delle buone forze progressive dell’essere. Come stanno le cose con questo amore si mostra in particolare nelle esperienze della coscienza veggente. Ciò che si sviluppa di egoismo nel mondo fisico e di cui si acquista così poco volentieri auto-conoscenza, questo si mostra quando lo si porta nei mondi spirituali. Nulla è così dirompente, nulla è anche così veramente amaro e spiacevole da vivere come ciò che si porta come conseguenze di mancanza di amore e di carenze di sentimento che si sviluppano nel mondo fisico. Si sente veramente assai turbati quando per l’anima veggente si sale nel mondo spirituale, da tutto ciò che di mancanze di amore e di egotismo si è sviluppato all’interno del mondo fisico-sensibile. Perché quando si attraversa la soglia del mondo spirituale, si mostra tutto ciò che così si porta dentro non solo di aperto, bensì di nascosto, di egotismo che infuria nella profondità dell’anima, che gli uomini hanno. E mentre si abbandonano al sogno di essere altruisti, forse colui che manifesta un egotismo esteriore e tranquillamente ammette di voler questo o quello, è molto meno egoista di coloro che da astrazioni antroposofiche fanno emergere nella loro coscienza ordinaria una certa altruismo egoistico: particolarmente quando declamano di questo altruismo con molte e molte parole di amore e tolleranza ripetute.
Ciò che così si porta nei mondi superiori di mancanza di amore, di mancanza di simpatia, si trasforma in figure brutte, spesso terribili, che si sperimentano quando si entra nei mondi spirituali. Queste figure sono veramente molto dirompenti, molto repellenti per l’anima.
Allora interviene uno di quei momenti che sono molto significativi, che si deve osservare quando si parla dei risultati e delle esperienze dei mondi superiori.
Sarebbe veramente il meglio se l’uomo, non appena salisce nei mondi superiori e si trova in una sfera di repulsioni, osservasse questo coraggiosamente e ardentemente e si dicesse: Bene, porti davvero così tanto egotismo nei mondi superiori. Sarebbe veramente il meglio, coraggiosamente, francamente e liberamente fronteggiarsi a questo egotismo. Ma l’anima umana ha di solito la tendenza, prima ancora che queste repulsioni vengano completamente a consapevolezza, di scuoterle via di scuoterle fuori da sinistra e destra, come fanno i cavalli, e di eliminare queste sgradevoli cose. Nel momento in cui si eliminano queste conseguenze dell’egotismo, Lucifero e Ahriman hanno facile gioco con l’anima umana. Allora nel loro patto possono molto facilmente guidare l’anima umana nel loro particolare regno, dove possono mostrare all’uomo tutti i possibili mondi spirituali, che l’uomo poi prende per i veri, autentici mondi spirituali fondati nell’ordine mondiale.
Si può dire: Lo sviluppo di vera, autentica amore, di sincero e onesto co-sentimento sono allo stesso tempo buone preparazioni per l’anima che vuole innalzarsi veggentemente nei mondi spirituali. Che questa parola non sia tanto poco importante, lo comprenderà chi riflette un poco sulla difficoltà con cui l’autentico co-sentimento e l’autentica capacità di amare sono da conseguirsi nel mondo. Con ciò abbiamo caratterizzato qualcosa di ciò che è in connessione con l’attraversare la soglia nei mondi spirituali. Quando questo rapporto dell’uomo ai mondi spirituali viene descritto, si deve comprendere che vera, autentica conoscenza dell’essenza umana può veramente essere conseguita solo attraverso queste descrizioni.
Che si può sapere solo in tal modo che cosa propriamente è l’uomo nella verità, e che solo così si può acquisire un rapporto con ciò che in modo naturale, anche se un po’ diversamente, pone l’uomo di fronte ai mondi superiori, ai mondi spirituali, cioè nei tempi che l’uomo vive tra la morte e una nuova nascita.
Qui è dove devo segnalare con poche parole ciò che ho anche esposto nell’ultimo capitolo dello scritto “La Soglia del mondo spirituale”. — Questa traduzione rappresenta la prima parte della ottava lezione del ciclo GA 147 (Monaco, 31 agosto 1913). Il testo è stato tradotto secondo i principi di un’interpretazione filologica consapevole dei concetti antroposofici di Rudolf Steiner, mantenendo la struttura dei paragrafi e evitando i calchi germanici, con periodi di lunghezza variabile (25-30 parole in media, massimo 70 parole per periodo) al fine di preservare la qualità prosa dell’originale tedesco e renderla naturale in italiano. La traduzione rispetta la terminologia standardizzata dell’Opera Omnia (Guardiano della soglia, mondo spirituale, mondi superiori, coscienza veggente, ecc.) secondo le convenzioni già stabilite per il progetto editoriale autorizzato. Lunghezza totale: 28.847 caratteri (spazi inclusi). Sappiamo dalle esposizioni precedenti nella «Teosofia» e nella «Scienza occulta nelle sue linee generali» — due fondamentali opere della scienza dello spirito — che l’uomo, quando varca solennemente la porta della morte, varca quella soglia che divide il mondo visibile da quello invisibile, deposita il suo corpo fisico e rimane ancora per un certo periodo — forse della durata di soli giorni, talvolta di settimane — con il suo corpo eterico, quel corpo che durante la vita terrena ha mantenuto coeso il corpo fisico. Poi deposita anche questo, il corpo eterico. Si può dire, descrivendo questo processo: quando l’uomo ha definitivamente deposto il corpo eterico, egli si trova inizialmente, nel primo stadio dopo questa seconda separazione, nel suo corpo astrale, il corpo dei sentimenti e dei desideri. L’anima prosegue una sorta di continuazione del suo peregrinaggio, del suo viaggio, con il corpo astrale.
Il corpo eterico è deposto, abbandonato; esso ha un destino che dipende da quel mondo in cui questo corpo eterico è inserito, ed è il mondo elementare, il mondo delle forme mutevoli.
In questo mondo elementare regna — come abbiamo potuto sviluppare attraverso numerosissime considerazioni filosofiche e spirituali — la capacità di trasformazione, quella forza che trasforma continuamente le forme, che dissolve e ricrea. Tutto è in continua trasformazione, in perpetuo divenire, in flusso costante.
Senza che l’anima umana vi partecipi attivamente come osservatrice e creatrice, il corpo eterico è consegnato interamente al mondo elementare e compie, separato dall’anima umana, completamente senza il suo controllo, i suoi destini di trasformazione nel mondo elementare: trasformazioni secondo le leggi di quel mondo. Negli anni che per alcuni durano più brevemente — pochi anni — per altri più lungamente — molti decenni — esperienza che varia considerevolmente, profondamente fra anima e anima dipendendo dalla loro qualità morale — l’uomo vive nel corpo astrale. E vive in ciò che dal punto di vista della coscienza chiaroveggente può essere appelato il mondo elementare, il mondo sottostante a quello fisico. Ma esiste una tendenza ben precisa dell’anima nel tempo immediatamente successivo alla morte, un'inclinazione naturale della coscienza neodefunta. Nel mondo fisico non siamo affatto disposti a guardare continuamente il nostro fegato, la nostra milza, il nostro stomaco, gli organi interni del nostro corpo. Non potremmo comunque riuscirvi perché i sensi fisici ordinari non ce lo consentono, non sono costruiti per questo.
Non vediamo all’interno del nostro corpo fisico: la membrana della pelle ci separa da uno sguardo interiore. Non è abitudine naturale, non è il corso ordinario dello sviluppo umano nel piano fisico rivolgere lo sguardo all’interno del proprio corpo fisico, bensì gli uomini osservano naturalmente l’ambiente circostante, il mondo esterno, gli oggetti del mondo intorno a sé.
Accade esattamente il contrario quando l’uomo ha oltrepassato definitivamente la porta della morte, ha terminato il processo di morte, e vive nel mondo che nella mia «Teosofia» è denominato mondo dell’anima, il mondo sottile dove dimora l’anima dopo la morte.
Lì l’anima ha la tendenza naturale, quasi istintiva e irresistibile, di rivolgere lo sguardo principalmente, costantemente ai destini del proprio corpo eterico, quello che ha lasciato dietro.
Ciò che il corpo eterico subisce di trasformazioni nel mondo elementare, le metamorfosi che lo coinvolgono, costituisce in certo senso, per tutto il tempo del Kamaloka, l’ambiente, il mondo esterno dell’anima defunta. Il Kamaloka è lo spazio-tempo della purificazione. Si osserva in questo periodo cruciale come il mondo elementare accoglie, assimila, trasforma gradualmente il nostro corpo eterico, l’integra secondo le proprie leggi. Se si è stati una persona dal cuore buono, una buona persona qui nel piano fisico, una persona che ha praticato virtù e altruismo, si osserva come la «bontà» che caratterizzava quel corpo eterico, che lo permeava, si accorda armoniosamente, felicemente con le leggi del mondo elementare, come il corpo eterico di un’anima buona trovi pace. Se invece si è stati una persona dal cuore cattivo, una cattiva persona, una persona che ha praticato l’egoismo e l’odio, si osserva come il proprio corpo eterico, che ha partecipato direttamente alla cattiveria e agli errori della propria vita, si accordi così poco, così difficilmente, con fatica con le leggi del mondo elementare, come questo corpo eterico, che pure si è deposto e abbandonato dal corpo astrale, su cui tuttavia si concentra tutta l’attenzione dell’anima neodefunta, venga ovunque respinto, ricacciato dalle forze di quel mondo come se fosse incompatibile. Le esperienze del Kamaloka consistono precisamente nel vedere ciò che si è stati, nel guardarsi riflessi nel destino trasformantesi del proprio corpo eterico, vedendo come quel corpo non trova armonia con il mondo in cui ora esiste.
Non si deve accusare l’antroposofia per ciò che essa afferma su questi processi spirituali.
Infatti Aristotele e anche altri pensatori antichi hanno insegnato cose ben diverse e molto più severe. Hanno insegnato ad esempio che questo guardare indietro al proprio destino, questo rivedere le conseguenze della propria vita, durasse addirittura un’eternità: così che sulla terra si potesse vivere forse una vita di ottanta, novanta anni, ma poi si dovesse guardare indietro e soffrire per un’eternità intera a ciò che si era provocato nel proprio corpo eterico attraverso le proprie azioni e il proprio carattere. La verità, che l’antroposofia insegna sulla base rigorosa della chiaroveggenza scientifica, basata cioè su osservazioni ripetute e verificate del mondo spirituale, è invece questa: che questo sguardo retrospettivo al corpo eterico e ai suoi destini, che si sono provocati in tal modo che si era come personalità, ciò che si è fatto durante la vita fisica, dura solamente uno, due o tre decenni, non di più.
Questo lasso di tempo limitato, specifico, è l’ambiente. L’ambiente vero e proprio nel mondo elementare è costituito dalle trasformazioni principalmente di quelle entità spirituali che sono della medesima natura del proprio corpo eterico umano, principalmente del corpo eterico umano stesso e delle sue evoluzioni, delle sue metamorfosi. Se si vuole descrivere questo processo in modo vividamente rappresentativo, in modo che le immagini rimangano presso il lettore, ne risulta esattamente ciò che ho descritto nella mia «Teosofia» come il passaggio dell’anima attraverso il mondo dell’anima, quella descrizione che si trova nelle pagine di quella opera.
Se si vuole descrivere ordinatamente e correttamente i mondi spirituali, non si devono mantenere i concetti, le categorie in modo così pedante, rigido, così dogmaticamente fisso, così fisico, come può essere utile e necessario per il piano fisico, il piano terrestre, dove le leggi rimangono stabili nel tempo e nello spazio.
Invece si deve essere consapevoli e consapevolmente riconoscere che tutta l’ambiente circostante durante il tempo del Kamaloka dipende intimamente, profondamente dall’umore dell’anima, dalla qualità morale della coscienza che l’attraversa. Dipende da ciò che si deve descrivere come mondo elementare, quello stesso mondo che si modifica, che cambia, nel mondo dell’anima per il fatto che si osserva principalmente, costantemente l’eterità che si dissolve, l’elemento eterico che si sta dissolvendo lentamente, continuamente, in questo mondo elementare.
Questa eterità che si dissolve e trasforma continuamente secondo processi che differiscono da ogni legge fisica si può descrivere gradatamente, per stadi, per livelli di intensità e qualità, come è descritta nella mia opera fondamentale «Teosofia». Poi viene il tempo fatale in cui entra qualcosa che ha caratteristiche del tutto nuove, del tutto inaspettate — qualcosa che sta fra la morte e una nuova nascita, qualcosa che deve essere prodotto artificialmente, portato artificialmente, consapevolmente alla coscienza attraverso lo sviluppo della coscienza chiaroveggente nel senso di ciò che abbiamo discusso in precedenza in questo ciclo.
L’uomo vive dunque, dopo aver abbandonato il suo corpo eterico, nel suo corpo astrale, continuando la propria esistenza consapevole, continuando a vivere e a pensare nel mondo spirituale. Ma comincia anche il tempo cruciale, il tempo di transizione in cui questo corpo astrale si stacca lentamente, gradualmente, dal vero Io, dal vero sé spirituale, dall’Io immortale in cui si continua a vivere eternamente in modo consapevole. Questo distacco, questo processo di separazione, assume però una forma singolare, affatto inusuale, molto diversa da ciò che ci si potrebbe aspettare sulla base dell’esperienza terrena.
Tale distacco non avviene come se ci staccassimo semplicemente da una pelle di serpente che si slaccia in modo netto, completo, uniforme; bensì questo corpo astrale si stacca lentamente da tutti i lati contemporaneamente, da sopra e da sotto, da destra e da sinistra. Si espande progressivamente, diventa sempre più grande, sempre più vasto, e si integra gradualmente nell’intera sfera spirituale che lo circonda, nella sfera universale.
Nel contempo esso diventa sempre più sottile, sempre più rarefatto, sempre più impalpabile, ma viene assorbito dall’intero ambiente circostante, dalle sfere del mondo spirituale. Dapprima si sta quasi nel mezzo, nel centro della propria circostanza spirituale, della propria situazione spirituale personale. Da tutti i lati simultaneamente il corpo astrale si stacca lentamente e viene assorbito dappertutto, dalle profondità ai vertici della realtà spirituale. Così l’ambiente che ci circonda dopo la morte, quando il corpo astrale si è completamente staccato, quando è stato completamente assorbito, consiste nel mondo spirituale puro e in ciò che viene assorbito dal proprio corpo astrale, di cui siamo la fonte e il generatore. Si osserva così il proprio corpo astrale disperdersi lentamente, dissolversi, perdersi nello spazio infinito, nello spazio senza limiti del mondo spirituale. Nel contempo esso diventa naturalmente sempre più indistinto, sempre più difficile da percepire chiaramente, perché diventa sempre più grande e dunque sempre più rarefatto, sempre più simile a una sostanza impalpabile. Ci si sente tuttavia anche consapevolmente, durante questo processo di dissoluzione nel corpo astrale, durante questa lenta dissolvenza — così come l’ho descritto in molte conferenze antecedenti rivolte ai ricercatori della scienza dello spirito — e tuttavia simultaneamente staccati da esso, come se fossimo al di sopra del processo, come se l’osservassimo da una prospettiva superiore.
Queste cose sono straordinariamente difficili da descrivere a parole ordinarie, difficilissime da esprimere linguisticamente, poiché la nostra lingua è nata e si è sviluppata per descrivere il mondo fisico, il mondo dei sensi, e non le realtà sottili del mondo spirituale invisibile.
Immaginate una volta, per avere un’immagine suggestiva e facilmente comprensibile, di avere uno sciame completo di zanzare formato da molti insetti.
Quando lo vedete da lontano, da una certa distanza considerevole, esso appare come una sfera nera, compatta, ben definita. Quando i singoli insetti si allontanano da tutti i lati contemporaneamente, disperdendosi nello spazio senza direzione precisa, allora non potete più vedervi praticamente nulla: la forma si dissolve e scompare alla vista, gli insetti diventano invisibili per la distanza. Così è esattamente con il corpo astrale. Quando viene assorbito dall’intera sfera mondana, dalla sfera universale del mondo spirituale esteriore, esso diventa sempre più indistinto, sempre più confuso; lo vedete disperdersi nel mondo, vedete i contenuti della vostra anima, i vostri ricordi, i vostri sentimenti dispersi come stelle nel cielo notturno, sparsi per l’universo spirituale, finché il corpo astrale scompare completamente dalla coscienza. Con questo corpo astrale scompare anche ciò che è sempre presente quando si è oltrepassata la porta della morte, ciò che si può chiamare il proprio essere specifico, il proprio sé personale individuale, il legame con ciò che si è esperito nel corpo fisico e nel corpo eterico sulla terra fisica durante la vita. Si osserva la propria intera entità, la propria individualità, perdersi nel mondo spirituale, sciogliersi in esso, integrarsi. Questo corrisponde a ciò che si deve ricercare artificialmente, deliberatamente, per scoprire il vero Io nel mondo spirituale: il nucleo essenziale del proprio essere.
Questa impressione sconvolgente, profondamente significativa, che si può avere e sperimentare quando si cammina per il sentiero della coscienza chiaroveggente, quando si pratica lo sviluppo consapevole della visione spirituale, interviene naturalmente, spontaneamente, nel modo descritto. E un vero oblio, una cessazione della memoria, subentra tanto più precocemente, quanto meno l’anima si rivela rinvigorita, rafforzata, potenziata dopo la morte.
Le anime altruiste, non egoistiche — che spesso, ingannevolmente, si definiscono deboli, poco forti nella vita sensibile e ordinaria — sono proprio le anime forti dopo la morte, le anime che conservano vigore e coscienza; esse possono guardare a lungo a ciò che hanno trascinato con sé ricordandolo, dal vivere fisico nel mondo spirituale.
Le cosiddette anime fortemente egoistiche, gli spiriti fortemente egoici ed egoistici, sono i deboli del mondo spirituale, i veri deboli. In loro scompare ben presto l’astrità propria, la propria qualità astrale, quando essa si dissolve gradualmente in modo sferico, in modo diffuso, nel mondo spirituale esteriore. E allora interviene davvero il momento cruciale, il momento fatale in cui tutto scompare da ciò che si può ricordare, in cui la memoria si cancella completamente, in cui tutte le immagini della vita passata si dileguano.
Poi ritorna di nuovo, ma ora in modo modificato, in modo trasformato. Tutto ciò che era scomparso viene di nuovo portato a noi, ridonato alla nostra consapevolezza; si raccoglie di nuovo, ma in modo che mostra chiaramente come esso debba divenire in conseguenza di ciò che se n’è andato, della vita precedente, così che la giusta e necessaria nuova vita, secondo il karma, si costruisca nel senso delle vecchie vite terrene, in continuità con esse. Da allora dall’infinità dello spazio-tempo si avvicina nuovamente a un centro, al centro del nostro essere, ciò che deve risultare, ciò che deve ritornare dall’oblio nella nostra coscienza, affinché ci costruiamo consapevolmente la nuova vita secondo il karma che abbiamo accumulato. Una sorta di oblio dunque, un puro vivere nel vero Io, è presente pressappoco nel mezzo fra la morte e una nuova nascita. La maggior parte delle anime degli uomini oggi è ancora preparata solamente così da sperimentare questo oblio come una sorta di sonno spirituale dell’anima, come uno stato di incoscienza paragonabile al sonno fisico.
Ma coloro che vi sono preparati, le anime che hanno sviluppato consapevolezza spirituale, sperimentano proprio in questo momento dell’oblio, della transizione dal ricordo delle precedenti vite terrene alla preparazione e pianificazione di quelle che verranno, sperimentano ciò che in «L’Evoluzione dell’Anima» è chiamato la mezzanotte del mondo, nel che la coscienza può penetrare profondamente, approfondirsi nelle necessità necessarie, irrinunciabili dell’esistenza.
Così questa immagine della mezzanotte del mondo è in realtà connessa ai misteri più profondi dell’esistenza umana, ai segreti stessi della natura del nostro essere.
Possiamo dunque dire in tutta verità: ciò che l’uomo è misteriosamente, qual è la sua vera essenza intima, in cui egli vive fra la morte e una nuova nascita, e ciò che la coscienza ordinaria non potrà mai esperire direttamente, si rivela all’anima chiaroveggente nella ricerca consapevole. E questa esperienza, questa consapevolezza dell’assorbimento della propria astrità da parte dell’ambiente spirituale, che abbiamo descritto questa volta dal punto di vista della coscienza chiaroveggente, si può descrivere gradualmente, per gradi, esattamente come è descritto nella mia «Teosofia» e «Scienza occulta», come la vera terra spirituale, come lo Spiritland vero e proprio. Ciò che l’anima sperimenta naturalmente, spontaneamente, ciò che interviene spontaneamente come processo naturale, è esattamente quello che interviene artificialmente attraverso le esperienze descritte per la coscienza chiaroveggente, quel processo che si produce mediante l’allenamento consapevole. Quel che accade può allora essere descritto come avviene nella «Teosofia».
Avete così la concordanza piena, la perfetta coincidenza delle espressioni usate qui per queste relazioni profonde con quelle usate nella «Teosofia» e «Scienza occulta».
Possiamo dunque dire che abbiamo tentato, sia in questo ciclo di conferenze sia nel ciclo di drammi, di indicare consapevolmente l’essenza del mondo e di colui che partecipa a questa essenza del mondo, di indicare l’essenza della natura umana.
Quando si sono fatte tali considerazioni profonde, quando si è penetrati così a fondo, allora forse può essere aggiunto anche questo: sarà assolutamente necessario continuare alquanto questi cammini, come sono stati accennati in questo ciclo di conferenze, percorrendoli con la propria anima, meditando su di essi.
Vedrete infatti, se cercate di penetrare sempre più a fondo nei significati, anche di nuovo nell’«Evoluzione dell’Anima», che molti dei misteri dell’esistenza, molti dei segreti più profondi vi si apriranno, così che direte a voi stessi: queste cose sono veramente qui, presenti, per la rivelazione e lo svelamento di questi misteri, di questi segreti.
— Vi attiro l’attenzione, per esempio, vi chiedo di cercare di continuare meditando a esperire quello che ho detto su Arimane come il signore della morte nel mondo, e ciò che è rappresentato nell’«Evoluzione dell’Anima».
È rappresentato chiaramente, nitidamente, cominciando dalla terza immagine nell’«Evoluzione dell’Anima», ma per accenni, per allusioni, già da quelle parole che Strader rivolge al capo ufficio: «Accadrà quello che deve accadere». Da ciò il capo ufficio sente qualcosa come un sussurro misterioso del mondo spirituale, per mezzo di cui comincia il suo discepolato spirituale, la sua iniziazione.
Più o meno per accenni, per allusioni velate è rappresentato.
Ma dalla terza immagine in poi vediamo come si avvicinano sempre più chiaramente, sempre più visibilmente, gli stati d’animo, le forze spirituali, le qualità che preparano la morte di Strader.
Non si comprenderà perché nella decisiva quarta immagine appare Teodora e dice quello che intende fare nel mondo dello spirito per Strader, se non si ha una sensazione vaga — come è giusto in questo luogo — quella che fa aspettare qualcosa di importante, di significativo.
Non si comprenderà giustamente quello che Benedetto esprime nella medesima immagine come un pregiudizio della sua visione, come un impedimento alla sua chiaroveggenza, se non si sente come nelle forze di visione entrano le forze dell’avvicinarsi della morte di Strader.
Non si sentirà giustamente nella semplice ma eloquente undicesima immagine, dove Benedetto e Strader parlano fra loro come due esseri spirituali, se non si concepisce il vedere rappresentativo di Strader con il presentimento, con la sensazione vaga che ciò che egli profonde come vigore dell’anima talvolta si volge dannosamente contro la propria anima. E ciò anche in connessione con le parole di Benedetto, che di nuovo parlano di un pregiudizio della sua visione: si percepisce così qualcosa di indeterminato, qualcosa di non definito che si avvicina lentamente.
È l’umore specifico, il tono specifico dell’avvicinamento della morte di Strader, diffuso come un’atmosfera invisibile su tutto lo sviluppo anche delle altre persone di questo dramma dalla terza immagine in poi.
Quando tenete insieme questo con quello che è stato svolto su Arimane come il signore della morte nel mondo spirituale, allora perverrete a conoscenze sempre più profonde, che penetrano nei misteri spirituali più segreti, particolarmente se considerate consapevolmente come Arimane giochi un ruolo essenziale nell’atmosfera del dramma, atmosfera che è sotto l’influenza diretta degli impulsi di morte di Strader.
Si potrà ancora comprendere giustamente l’ultimo incontro, l’incontro inteso significativamente fra Benedetto e Strader verso la fine del dramma, e poi le ultime parole monologiche di Benedetto, quando si afferri giustamente l’intervento legittimo e illegittimo di Arimane nel mondo dell’anima umana e nella parola dei regni del mondo, nella parola che risuona dai mondi superiori.
Queste cose sono davvero intese cosicché non si dovrebbe solo farle passare dinanzi all’anima come spettatori passivi, bensì ci si dovrebbe addentrare sempre più profondamente in esse.
Non per criticare, assolutamente non per criticare, bensì solo per esporre fatti oggettivi, si può già dire che attraverso diversi sintomi è emerso come gli scritti e i cicli pubblicati negli ultimi tre, quattro anni non siano stati letti propriamente come potrebbero essere letti, non come meriterebbero di essere letti, così da giungere a tutto ciò che è inteso e detto, più o meno persino tangibilmente, concretamente detto.
Questo non è inteso qui nel senso di un rimprovero alle anime che ascoltano. Ne sono ben lontano.
Bensì è detto perché in certo modo, proprio attraverso tutto ciò che ci gira attorno quasi ogni anno al termine del ciclo di Monaco, tali pensieri possono sorgere nell’anima — pensieri che ricordano il completo immergersi, il radicale coinvolgimento del nostro movimento antroposofico nel presente.
Bisogna pensare a come il corretto immergersi di questo movimento nel presente, in questo caotico tumulto della cosiddetta cultura contemporanea, sia una questione capitale.
Si potranno sviluppare chiari, vigili pensieri su questo immergersi solo quando, prima di tutto, si affronta una realtà con sguardo aperto.
È che la nostra cultura certamente appassirà e avvizzirà, certamente si indebolirà e seccherà, se non ottiene quell’irrigazione che proviene dalle fonti dell’occultismo serio e autentico, dell’occultismo cioè che è veramente inteso e affermato in tutta serietà.
Ma d’altra parte proprio un tale ciclo di conferenze, che ha fatto forse riconoscere la necessità della dedizione consapevole alla scienza dello spirito, può suggerirci qualcos’altro, può suggerire a ogni singola anima di noi qualcos’altro di fondamentale.
È ciò che si potrebbe definire il sentimento di responsabilità.
Molte cose legate al sentire questa responsabilità e al guardare nel modo in cui il nostro movimento, così necessario, così indispensabile, si impone anche con ombre e difetti, si stampano profondamente nelle profondità dell’anima, negli strati più reconditi della nostra coscienza.
Si sperimenta allora così tanto, di fronte al modo in cui il nostro movimento dovrebbe essere e a come comprensibilmente oggi può solo essere, ciò che veramente difficilmente può essere espresso a parole ordinarie. È ciò che colui che l’ha pienamente sentito nell’anima piuttosto non esprime consapevolmente: perché così sentito, talvolta questa responsabilità grava sulle anime come un peso spirituale; e così sentito, appare solo nella vera luce lamentevole, deplorevole, quando da così molti lati oggi appaiono gli occultismi dilettanteschi, gli occultismi falsi, e così poco di questo sentimento profondo di responsabilità è veramente presente nel cuore umano.
Perché, anche se veramente si vuole guardare come al più bello, al più grande che può accadere al presente e al prossimo futuro per il bene del corso evolutivo dell’umanità, il fiorire consapevole dei saperi antroposofici da un lato, si vuole anche d’altro canto considerare come il più magnifico, il più bello, spesso il più soddisfacente salutare, se venisse anche l’altro, se si vedesse come i torrenti del sentimento di responsabilità si risveglino consapevolmente in ogni singola anima che sia afferrata dalla nostra scienza dello spirito.
Ancor più si vorrebbe stimare, apprezzare questo sorgere del sentimento di responsabilità.
Si esalterebbe allora particolarmente il nostro movimento se, nel suo riversarsi, si potesse ovunque contemplare come un bello eco di questo sentimento di responsabilità, come un’onda che ritorna e si amplifica.
Molti, che lo sentono, questo sentimento di responsabilità, potrebbero portarlo per così dire più lievemente, se potessero percepire bene un tale eco nel sentimento di responsabilità molte volte.
Ma vi sono molte cose riguardo alle quali bisogna abbandonarsi a speranze future, a attese future e fiduciose; cose riguardo alle quali si deve vivere nella fede e nella fiducia profonda che il giusto e il vero afferreranno l’anima umana per il suo proprio valore intrinseco, e che veramente accadrà ciò che propriamente deve accadere.
Quando ci si congeda da questo ciclo di conferenze, quando ci si separa, lo si può sentire così bene, così profondamente.
Perché allora si vorrebbe veramente deporre in ogni anima qualcosa di ciò che potrebbe svegliarsi come calore per la nostra causa, e anche come sentimento di responsabilità verso la nostra causa.
Questo sarebbe il più bel suggello, il più bello suggello, del nostro sforzo scientifico-spirituale: se potessimo tutti sentire come ci tiene insieme, come il più bel vincolo, quando spazialmente non siamo insieme, in vera, autentica comunità spirituale, ciò che è della stessa natura in tutte le anime, nel calore per la nostra causa, nell’amore e nella dedizione consapevole alla nostra causa, e insieme nel sentimento di responsabilità per la nostra causa.
Ora, sia dunque anche questa volta detto come mio saluto di congedo alle vostre anime, per il tempo in cui ci disperdiamo di nuovo, dopo che siamo stati un po’ insieme spazialmente.
Possa la verità della vita spirituale confermarsi e rivelarsi sempre più sulle nostre anime stesse, per il fatto che allora, quando non siamo insieme spazialmente, siamo tuttavia insieme: siamo insieme per il fatto che in noi vive il vero calore che da un’apertura di cuore, da un’esperienza amorosa della nostra verità nelle nostre anime, può risplendere, unito al vero, onesto sentimento di responsabilità, o almeno allo sforzo sincero verso questo sentimento di responsabilità per la nostra santa e per il mondo così necessaria causa. Se sentiamo così, allora siamo sempre ugualmente insieme nello spirito. Se, uniti dal nostro karma, possiamo stare insieme spazialmente, oppure se il nostro karma ci disperde spazialmente per un po’ verso i nostri vari compiti e opere di vita, siamo tuttavia certi insieme se siamo insieme nel calore e nel sentimento di responsabilità delle nostre anime. Se lo siamo, allora possiamo avere tutta la speranza e la confidenza e tutta la fiducia nella nostra causa. Perché essa allora si inserirà nella cultura, nell’evoluzione spirituale dell’umanità, come deve inserirsi: così inserirsi che veramente questa nostra causa possiamo sentirla come il sussurro dal mondo spirituale, che caldo si abbatte in tutte le nostre anime.
Accadrà ciò che deve accadere, ciò che deve avvenire — anche.
Cerchiamo di fare sì che diventiamo capaci di questa nostra comunità spirituale, per il fatto che, per quanto sta in noi, per noi accada ciò che deve accadere, ciò che deve avvenire.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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