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Il mondo dello spirito e la sua azione sull'esistenza fisica - L'azione dei defunti nel mondo dei viventi

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1°Due correnti dell'evoluzione umana importanti per l'educazione

Augsburg, 14 Marzo 1913

Quando oggi si tiene una conferenza pubblica antroposofica — e quanto qui detto riguardo a una conferenza pubblica deve essere tenuto in considerazione in tutto ciò che dell’antroposofia portiamo al mondo esterno, alle persone che non si iscrivono a un’associazione antroposofica —, allora si deve sempre tener conto di un fatto. Le anime degli uomini contemporanei hanno sì, nelle loro profondità, nei loro fondamenti, una grande nostalgia di antroposofia; ma negli aspetti della vita dell’anima che essi conoscono in prima persona c’è tuttavia ben poco contatto con le verità spirituali. Non si tratta perciò, naturalmente, in una conferenza pubblica, di prestare attenzione a ciò che piace o non piace a tali personalità. Non ci si dovrebbe pertanto chiedere mai che cosa loro piaccia o non piaccia sentire; si deve invece tenere in considerazione che il nostro tempo ha delle abitudini di pensiero, dei modi di rappresentazione che in molti aspetti sono direttamente opposti a ciò verso cui noi lavoriamo ascendendo per mezzo della conoscenza antroposofica. Proprio ciò che deve essere considerato mi sforzo sempre di prenderlo diligentemente in considerazione quando cerco di determinare la differenza tra il tono in cui una conferenza pubblica deve essere tenuta e il tono in cui si può parlare ai nostri amici antroposofici. E dovremmo abituarci a mantenere veramente questa differenza. Anche se allora la gente che è ancora lontana dall’antroposofia si sentirà forse sgradevolmente impressionata da ciò che si è detto loro, questo non dovrebbe toccarci in senso negativo, se soltanto portiamo in noi la consapevolezza di aver portato loro ciò che proprio le loro anime richiedono. Allora però, quando siamo in qualche modo fra noi, dobbiamo assolutamente cercare di penetrare più a fondo e sempre più a fondo nelle cose. Certe verità che oggi sono già straordinariamente importanti e significative per il nostro presente, e che dobbiamo discutere fra noi affinché, partendo da noi, penetrino sempre più profondamente nella vita spirituale dell’epoca, non possiamo ancora portarle al pubblico esterno in parole completamente esplicite.

Dobbiamo comprendere bene questa questione. Supponiamo di parlare di ciò che continuamente si intreccia nella vita umana, del fatto che tutta la vita umana sulla terra è permeata dalle potenze arimaniche, da quelle luciferiche; oppure partiamo da certe cose che riguardano la vita tra la morte e una nuova nascita. Ciò che dovrebbe fermarci dal parlare così, senza ulteriori considerazioni, di queste cose di fronte agli impreparati, non deve essere quella che spesso appare in una società come la nostra e che si potrebbe chiamare un certo segreto misterioso, di cui la maggior parte non si fa nemmeno una corretta idea del perché venga mantenuto. Ciò che dovrebbe fermarci dal parlare così, senza ulteriori considerazioni, di queste cose di fronte agli impreparati, è che gli uomini impreparati non riescono a prendere le cose abbastanza seriamente, abbastanza profondamente. La parola «arimanica», «luciferica» delle potenze deve divenire per l’antroposofo, a poco a poco, qualcosa di così significativo per la vita, qualcosa per cui nei suoi sentimenti e sensazioni si sente così profondamente toccato interiormente quando queste cose vengono pronunciate, che si ha il sentimento: se gettiamo queste parole alla testa degli impreparati, viene loro tolta la forza interiore che si dovrebbe sentire quando vengono pronunciate, e noi stessi veniamo danneggiati se nella vita ordinaria, a ogni occasione che capita, applichiamo subito queste parole senza ulteriori considerazioni. Per esempio, quando mettiamo la mano nel portafoglio e abbiamo a che fare con il denaro, abbiamo veramente, correttamente, a che fare con potenze arimaniche. Ma non è bene applicare la parola «arimanica» così, senza ulteriori considerazioni, continuamente alle circostanze quotidiane. Per il fatto che applichiamo una tale parola alle circostanze quotidiane, essa si ottunde per il nostro sentimento, per il nostro sentire; allora non abbiamo più la possibilità di avere parole che, quando le pensiamo o le pronunciamo, esercitano su di noi quel senso elementare, significativo che dovrebbero esercitare. È straordinariamente significativo che non gettiamo intorno queste cose nella vita quotidiana troppo liberamente, perché in questo modo perdiamo effettivamente a poco a poco il migliore, il più efficace che l’antroposofia può darci. Quanto più, nel riguardo delle circostanze quotidiane, portiamo sulle labbra le parole antroposofiche, tanto più ci leviamo la possibilità che l’antroposofia diventi veramente per noi qualcosa che sostiene la nostra anima, che la penetra profondamente. Basta soltanto considerare il potere dell’abitudine, e vedremo che c’è una differenza se impieghiamo parole con un certo riguardo sacro, con una certa consapevolezza che parliamo di altri mondi, come ad esempio le parole «Aura» oppure «potenze arimaniche» o «potenze luciferiche». Se sempre sentiamo che dobbiamo per così dire fermarci prima di usare tali parole, possiamo applicarle soltanto quando veramente è importante che consideriamo la nostra relazione al mondo soprasensibile: questo è qualcosa di completamente diverso da quando nella vita quotidiana, a ogni occasione arbitraria, parliamo di queste cose dei mondi superiori e continuamente portiamo in bocca parole che provengono da questi mondi. Ho dovuto portare questa introduzione perché proprio in questa ora vogliamo indicare qualcosa nella menschenseele umana che sì, sempre deve essere nella nostra consapevolezza, che però possiamo considerare veramente soltanto se accade con un certo riguardo sacro. Prendetevi in mano il piccolo scritto «L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito». Lì si mostra come sono i processi nell’uomo che si sviluppa di sette in sette anni. Viene mostrato che fino al settimo anno di vita, fino al cambio dei denti, abbiamo principalmente a che fare con lo sviluppo del corpo fisico; che abbiamo a che fare, nel periodo successivo, dal settimo fino al quattordicesimo anno di vita, fino alla maturità sessuale, con uno sviluppo del corpo eterico e così via. Quando consideriamo questo sviluppo dell’uomo di sette in sette anni, abbiamo principalmente a che fare con quello che le normali entità delle gerarchie superiori compiono nell’evoluzione umana. Questa è proprio l’evoluzione progressiva che scorre di sette in sette anni, così che possiamo dire: le potenze divino-spirituali propriamente progressiste guidano e dirigono questa evoluzione di sette in sette anni. Se soltanto queste potenze divino-spirituali progressiste fossero attive sull’uomo, allora l’intera vita umana scorrerebbe diversamente, completamente diversamente da come effettivamente scorre. In primo luogo l’uomo si comporterebbe verso il piccolo bambino in modo completamente diverso. Avrebbe sempre, rispetto al piccolo bambino, il sentimento: attraverso il bambino parla un’individualità spirituale. Avrebbe sempre il sentimento che il piccolo bambino, in tutto quello che fa, che intraprende, riceve da mondi superiori gli impulsi, i movimenti. E gli uomini sarebbero sicuramente non in grado di avere altro sentimento, se non che il bambino agisce da impulsi molto più alti di quelli che essi stessi possono penetrare con la loro intelligenza. E questo durerebbe relativamente ancora assai a lungo.

Quello che oggi appare all’uomo così desiderabile — che i bambini siano intelligenti il più presto possibile nel senso umano-terrestre — apparirebbe agli uomini straordinariamente sgradito. Perché da un bambino che oggi provoca l’incanto dei suoi circondanti perché dice o fa cose così intelligenti, da quel bambino, se gli uomini avessero soltanto bambini guidati dalle potenze divino-spirituali progressiste secondo i periodi settennali, gli uomini direbbero, se il bambino parlasse intelligentemente nel modo odierno il più presto possibile e fossero abituati alle altre circostanze: quanto presto il bambino è abbandonato da Dio! — Quello di cui oggi si è incantati, lo si percepirebbe come una punizione. E un giovane uomo di quindici anni che fosse intelligente come si richiede oggi, lo si considererebbe come un essere completamente abbandonato da Dio. Poiché proprio tramite le potenze divino-spirituali progressiste l’uomo è in primo luogo chiamato, a poco a poco dal ventunesimo al ventottesimo anno di vita, a far completamente uscire il suo Io; e prima di allora quello che fa apparirebbe molto più come se attraverso lui operassero impulsi spirituali soprasensibili superiori. Certo avrebbe vita sognante propria ai bambini; ma si percepirebbe questa vita sognante come benedetta da Dio o dallo Spirito, e non avremmo affatto lo sforzo di educare i bambini verso la precocità nel senso odierno.

Ora accade che in questi periodi di sviluppo dell’uomo cade anche qualcos’altro. Questo è, come abbiamo spesso sottolineato, l’emergere della coscienza dell’Io nel terzo, quarto, quinto anno, in quel momento che possiamo caratterizzare in generale dicendo: è il momento fino a cui l’uomo nella vita posteriore si ricorda. È l’apparizione di quel momento da cui l’uomo inizia a dire a se stesso «Io». — Ora dovete propriamente pensare l’intero sviluppo dell’uomo come due correnti: come quella dell’evoluzione in cui operano le entità divino-spirituali progressiste, e inoltre l’altra corrente attraverso cui l’uomo durante il primo periodo settennale inizia a sviluppare interiormente un’autocoscienza, una memoria tale che gli permette di ricordarsi in seguito fino a quel momento. Questo non proviene affatto dalle entità divino-spirituali progressiste. Esse ci farebbero rimanere molto più a lungo sognanti, opererebbero attraverso di noi nel mondo. Che arriviamo così presto all’autocoscienza, che così presto diciamo «Io» a noi stessi, è soltanto il risultato delle forze luciferiche che operano negli uomini. Così abbiamo a che fare con due correnti: con una specie di corrente divino-spirituale ordinaria progressiva, che però ci porterebbe veramente soltanto tra il ventunesimo e il ventottesimo anno a una coscienza dell’Io chiara e consapevole, e con una corrente luciferica in noi. Questa corrente luciferica opera nei suoi impulsi in noi cosicché completamente incrocia l’altra corrente, così che in noi fa qualcosa di completamente diverso da quello che le entità divino-spirituali progressiste propriamente vogliono da noi. Operano così che apprendiamo nel bel mezzo del primo periodo già a dire a noi stessi «Io», apprendiamo a sviluppare interiormente l’egoità e a ricordarci nel nostro ricordo.

Se consideriamo così propriamente questo, allora possiamo farci un’immagine di questo nostro continuo sviluppo. Immaginate una volta via il contributo luciferico così caratterizzato, e solo quello che le entità progressiste farebbero dell’uomo come un’acqua che scorre tranquillamente. Pensiamo questo scorrere tranquillo dell’acqua come un’immagine del flusso di vita progressivo dell’uomo sotto l’influenza delle entità divine propriamente buone. E ora andiamo accanto all’acqua che scorre così tranquillamente per un tratto, prendiamo allora una sostanza blu o rossa, la versiamo nell’acqua che scorre tranquillamente e lasciamo che, scegliendo un liquido chimico che si tiene separato dall’acqua chiara, da un certo punto una seconda corrente scorra accanto alla prima corrente. Così nella nostra giusta, tranquillamente progressiva, potremmo dire corrente Jehova-Cristo, la corrente luciferica scorre dalla metà circa del nostro primo periodo settennale nel nostro interno con noi. E così Lucifero vive in noi. Se questo Lucifero non vivesse in noi, non avremmo questa seconda corrente. Ma se vivessimo soltanto nella prima corrente, allora avremmo fino negli anni Venti il senso: noi siamo propriamente un membro delle potenze divino-spirituali. — La consapevolezza dell’indipendenza, dell’individualità interiore e della personalità ce la procuriamo tramite la seconda corrente. Così vediamo inoltre che è saggio che questa corrente luciferica si riversi in noi.

Ma anche nel secondo periodo settennale accade qualcosa che in un certo modo possiamo considerare come una corrente non collegata soltanto alle entità divine progressiste. Questo è già stato ripetutamente caratterizzato da un certo punto di vista presso di noi. Accade così intorno al nono, decimo anno, cioè nel secondo periodo settennale. Arrivano per gli uni, gli uomini riflessivi, le esperienze come ad esempio ho riferito di Jean Paul. In lui probabilmente accadde un po’ prima; in altri accade di regola intorno al nono, decimo anno. Là può presentarsi un rafforzamento essenziale, si potrebbe dire una solidificazione del sentimento dell’Io. Ma il fatto che qualcosa di particolare accada può essere constatato anche in un altro modo. Non vorrei però consigliare che questo altro modo divenisse una regola educativa particolare. Si può solo dire che, quando accade così per dire di per sé, può essere osservato; ma non dovrebbe affatto giocarvi, non dovrebbe diventare un principio educativo. Se cioè si lascia guardare un bambino, specialmente intorno al nono, decimo anno, nudo in uno specchio, e il bambino non è ottuso dalle nostre odierne, spesso strane, principi educativi, sempre con naturalezza avrà paura di vedere questa sua immagine, una certa angoscia, se non è stato reso svogliato da prima mediante molti guardi nello specchio. Questo può proprio essere osservato nei bambini che sentono naturalmente, che non hanno guardato molto nello specchio prima, perché in questo periodo cresce nell’uomo qualcosa come un compenso alla corrente luciferica presente nel primo periodo. In questo secondo periodo, intorno al nono, decimo anno, Arimane afferra l’uomo e forma una sorta di equilibrio con la sua corrente alla corrente luciferica. Ora possiamo compiere proprio quello che fa il massimo piacere ad Arimane, se proprio in questo momento sviluppiamo nel bambino che cresce l’intelletto rivolto al mondo esteriore dei sensi, se ci diciamo: il bambino in questo periodo deve essere esercitato il più possibile affinché arrivi ovunque a un suo giudizio indipendente. — Sapete che qui cito un principio educativo che oggi è pronunciato abbastanza comunemente nella pedagogia. Sviluppare l’indipendenza, proprio in questi anni, è oggi quasi universalmente richiesto. Si piazzano persino macchine calcolatrici affinché i bambini non siano spinti nemmeno a imparare correttamente la tavola pitagorica a memoria. Questo riposa interamente su una certa benevolenza del nostro tempo verso Arimane. Il nostro tempo vuole, inconsciamente certo, educare i bambini cosicché Arimane possa essere coltivato il più fortemente possibile nell’anima umana. E se oggi esaminiamo i metodi educativi comuni, diciamo come occultisti: questa gente che sostiene questi metodi educativi sono soltanto cianciatori. Se Arimane stesso scrivesse questi principi educativi, li farebbe più intelligentemente! — Ma è una vera scuola di Arimane quello che si dice particolarmente sull’indipendenza, sul giudizio proprio dei bambini. Quello che da ciò è indicato continuerà sempre più a proliferare nel tempo prossimo. Poiché Arimane diventerà un buon guida per le potenze esterne e le direzioni spirituali del nostro tempo.

Ora prendete una cosa come quella che abbiamo ora pronunciato. Dobbiamo vederla come qualcosa di completamente naturale e ovvio che arrivi agli uomini; che l’uomo sente Lucifero e Arimane venire verso di sé. Sarebbe completamente sbagliato credere che sarebbe meglio se escludessimo completamente Lucifero e Arimane. Questo sarebbe completamente impossibile. Quanto impossibile potrebbe essere, ce lo può mostrare la seguente considerazione. Se la nostra vita non fosse regolata, per così dire, da una cooperazione delle entità divino-spirituali progressiste con le potenze arimaniche e luciferiche, se cioè soltanto le potenze progressiste operassero su di noi, allora verremmo molto più tardi a una certa indipendenza; e avremmo anche questa indipendenza cosicché, proprio come ora percepiamo colori, luce, non dubiteremmo affatto che dietro i colori e la luce, dietro cioè quello che percepiamo esteriormente, operino anche entità divino-spirituali. Percepiremmo insieme alle nostre percezioni sensoriali i pensieri del mondo. Verremmo sì, ma solo negli anni Venti, alla nostra indipendenza; ma allora percepiremmo anche i pensieri del mondo fuori. Trascorreremmo la nostra giovinezza sognando, perché in noi opererebbero potenze divino-spirituali, e quando queste cessassero di operare da dentro, verrebbero verso di noi da fuori. Percepiremmo da fuori i loro pensieri come ora percepiamo soltanto le percezioni sensoriali. Così noi, a eccezione di alcuni anni, così verso il ventesimo anno dove diventeremmo visibili, altrimenti non avremmo mai una vera indipendenza. Saremmo da bambini esseri sognanti, non potremmo nel mezzo della vita determinare veramente noi stessi dai nostri impulsi e dalle nostre decisioni, ma vedremmo semplicemente ovunque dove incontriamo il mondo esteriore che cosa abbiamo da fare, similmente a come gli uomini nell’antica Atlantide potevano ancora farlo. L’indipendenza fluisce in noi per il fatto che Lucifero e Arimane operano in noi.

Ora dipende naturalmente straordinariamente molto dal fatto che non parliamo come la pedagogia sciocca di oggi parla degli uomini, che sempre parla di sviluppo come se si dovesse estrarre l’interno dall’uomo. Si parla intelligentemente in senso pedagogico soltanto quando si sa che qualcosa di triplo è coinvolto nella sua anima: le entità divino-spirituali buone progressiste e Lucifero e Arimane; e quando si riescono a distinguere. È ora di particolare valore, anzitutto prendere il principale punto di vista dalle entità divino-spirituali progressiste e soprattutto considerare: quali sono le richieste quando guardiamo ai periodi settemplici dello sviluppo dell’uomo? Poiché riguardo a questo possiamo veramente aiutare ogni uomo, semplicemente dal fatto che ci comportiamo ragionevolmente verso questo bambino umano. Se nei primi sette anni del bambino creiamo circostanze affinché esso viva in un ambiente che agisce salutarmente sul suo corpo fisico, allora in ogni caso facciamo qualcosa di buono al bambino. Se nel secondo periodo ci comportiamo in modo da creare buone autorità, nel senso più nobile della parola, attorno all’uomo, in modo che l’uomo non diventi un chiacchierone in questi tempi, ma che diventi un essere che si appoggia sugli uomini della sua cerchia come su autorità, di fronte a che il bambino ha rispetto, verso cui ha dedizione, allora in ogni caso facciamo qualcosa di buono a lui. Facciamo qualcosa di buono se educhiamo bambini così che non vogliano sapere tutto da soli già nel nono, decimo anno, ma che, se si domanda loro: perché questo o quello è giusto o buono? —, allora dicono: perché il padre, perché la madre l’ha detto che è buono, o perché l’insegnante l’ha detto. — Se educhiamo i bambini in modo tale che nel loro ambiente gli adulti agiscano come autorità ovvie, allora in ogni caso facciamo qualcosa di buono ai bambini. E se violiamo questi periodi settennali, se cioè creiamo una circostanza tale che proprio in questo periodo i bambini cominciano a criticare coloro che sono autorità ovvie, se non evitiamo che questa critica insorga, allora in ogni caso facciamo qualcosa di male per l’uomo che cresce. E se non troviamo l’occasione di parlare a un uomo tra il quattordicesimo, quindicesimo e il ventunesimo anno cosicché ci si possa elevare con lui in modo naturale a ideali, a ideali che penetrano il cuore con gioia, allora non si fa nemmeno qualcosa di particolarmente buono a questo giovane uomo. Con uomini in questi anni si deve parlare di ideali, di quello che la vita posteriore in ogni caso deve portare all’uomo che cresce correttamente. Si può dire: oggi talvolta potrebbe veramente spezzarsi il cuore quando arrivano giovani ragazzi di diciotto anni — pardon, personalità — e portano già i loro articoli nei giornali. Se invece di ricevere qualcosa da loro, ci si intrattenesse con loro di quello che certo non ancora influisce nella vita esteriore, ma di quello che dovrebbero realizzare più tardi, se si parlasse con loro dei grandi ideali della vita umana e ci si entusiasmasse con loro, allora ci si comporterebbe in modo giusto verso di loro. Propriamente colui che come redattore accetta l’articolo di un uomo che non ha ancora raggiunto il ventesimo anno, in ogni caso fa qualcosa di peggio di colui che, quando il giovane uomo arriva con questo articolo, gli dice: sì, guarda un po’, è molto bello quello che hai fatto. Ma quando sarai dieci anni più vecchio, avrai tutt’altre idee su questo. Mettitelo ora nel cassetto e riprendilo fra dieci, dodici anni. —

Colui che lo fa, poi getta uno sguardo nel manoscritto e parla con l’interessato dei ideali di vita che vi si possono collegare, fa qualcosa di buono.

Voglio così soltanto caratterizzare che quelle cose che sono state dette nel mio scritto «L’educazione del bambino» devono essere sempre considerate in ogni caso nell’educazione. Tutto il resto, dove si tratta di Lucifero e Arimane, non ammette regole generali, è veramente diverso in ogni uomo, poiché si riferisce proprio al personale. Lì spesso si tratta del tatto personale dell’educatore; lì non si può intervenire con le varie regole pedanti in queste cose. Volevo caratterizzarvi tutto quello che è nell’anima umana, e come dobbiamo considerare Lucifero e Arimane quando vogliamo comprendere la completa natura umana, quando vogliamo veramente considerare tutto quello che non possiamo solo vedere in modo da dire: dobbiamo combattere Lucifero e Arimane. — Se volessimo combattere Lucifero in ogni caso, potremmo farlo in modo molto sicuro: dovremmo soltanto evitare all’uomo di sviluppare una memoria. Poiché com’è vero che certi esseri lunari sono stati introdotti nella nostra evoluzione terrestre, così è vero che tutta la memoria è una forza luciferica. Dovremmo semplicemente non sviluppare la nostra memoria! Dobbiamo però essere chiari che dobbiamo sviluppare questa memoria nel modo giusto. E perciò è stato detto in quello scritto che il tempo giusto per l’educazione della memoria è quello tra il settimo e il quattordicesimo anno. Nel periodo precedente non abbiamo bisogno di educare sistematicamente in modo particolare la memoria, perché allora si sviluppa da sola, perché allora il Lucifero è più presente nell’uomo. Allora lo lasciamo a se stesso. Ma poi, dopo il cambio dei denti, quando Arimane è avvenuto in modo più chiaro verso l’uomo, allora cominciamo lo sviluppo della memoria. Poiché allora Arimane ha già creato il suo contrappeso al Lucifero, allora non saremo più subito al servizio di Lucifero quando sviluppiamo la memoria.

Che vogliamo combattere Arimane non ce lo dovremmo permettere. Ci sarebbe di nuovo un mezzo molto semplice per combattere gli effetti arimanici più grossolani, ma non farebbe bene all’uomo. Si dovrebbe allora, quando l’uomo ottiene i secondi denti, glieli togliere, perché lì ci sono gli effetti arimanici più acuti. L’uomo, dalle potenze progressiste, ha soltanto i cosiddetti denti da latte. Quello che l’uomo ottiene come la sua dentizione indipendente che opera per tutta la vita, è un puro effetto arimanico.

Così dobbiamo chiarirci su queste cose, che molto di quello che è comunque in noi non può essere diversamente che per il fatto che le potenze arimaniche e luciferiche sono in noi. A volte riusciamo persino a essere abbastanza scontenti della nostra contrapposizione inconsapevole ad Arimane. Nel corso della vita ci prepariamo già ad avere certe forze quando abbiamo oltrepassato la morte, così che Arimane non può fare troppo per noi tra la morte e una nuova nascita. Ma a volte ci lasciamo notare chiaramente che la lotta contro Arimane non ci è neanche benvenuta, per esempio quando deploriamo ogni perdita di dente. Ma con ogni dente che cade, ci cresce una forza che possiamo usare molto bene. Naturalmente non parlo contro l’otturazione o l’impianto dei denti, perché non ci cresce nulla di arimanico per questo, al massimo l’oro stesso, ma su questo non conta. Così non si può dire che questo sia qualcosa di male. Che perdiamo a poco a poco i nostri denti arimanici proviene dal fatto che nell’evoluzione riceviamo anche certi impulsi che vincono Arimane. E indipendentemente se facciamo reimpiantare un dente o no, quando una volta è andato perduto, così per questo ci è cresciuto un impulso che ci aiuta nelle forze che dobbiamo sviluppare tra la morte e una nuova nascita al livello più inferiore. È una piccola cosa all’inizio, ma può mostrarci come in fondo veramente dobbiamo abituarci, quando ci avviciniamo alla realtà e guardiamo oltre l’apparenza e il grande inganno che ci circonda ordinariamente, a vedere le cose completamente diversamente nella vita da come sono ordinariamente viste. E anche la debolezza dell’età, per esempio, è una forza che, mentre la sentiamo, direttamente ci cresce, per avere di nuovo qualcosa contro Arimane quando abbiamo oltrepassato la porta della morte. Mentre possiamo essere qui certamente cattivi quando invecchiamo troppo presto, riguardo a quello che vogliamo dopo la morte per stare a pari con Arimane, dobbiamo essere felici di invecchiare.

Ora vedete come meravigliosamente si combina insieme che il nostro nocciolo interno divino-spirituale rimane, che certamente, mentre si sviluppa tra la nascita e la morte, ha a che fare con le potenze progressive. Poiché questo germe che passa attraverso la porta della morte, dove ha sviluppato le sue forze interiori più forti, è puro dominio delle potenze progressive. Quello che è fuori da lui, quello che esternamente appassisce, quello è dove sono le forze arimaniche. E dobbiamo ora considerare quello che propriamente per il veggente è questo Arimane.

Quando le nostre piante spuntano dalla terra, verso l’autunno appassiscono e le foglie cadono, allora gli spiriti elementari appaiono ovunque, che Arimane invia alla superficie della terra. Lì raccoglie tutto quello che muore; lo raccoglie attraverso i suoi servitori elementari. Quando nell’autunno si cammina nei campi e con chiaroveggenza si vede la natura che muore, allora Arimane estende le sue forze ovunque, e ovunque ha i suoi messaggeri elementari che portano a lui quello che è sostanza fisica e eterica appassente. Ma come uomini siamo tutto il giorno anche in una sorta di clima autunnale e invernale. Veramente, il sentimento estivo dell’anima esiste propriamente soltanto quando l’anima dorme. È veramente così, che il corpo dormiente dell’uomo, corpo fisico e corpo eterico, ha il valore di una pianta; e quello che è fuori, l’Io e il corpo astrale, gettano i loro raggi indietro sul corpo fisico ed eterico, agiscono come sole e stelle e fanno spuntare le forze che abbiamo distrutto durante il giorno. Lì cresce la vita vegetale, e il pensiero diurno esiste propriamente soltanto per portare via quello che la notte ha fatto spuntare. Quando ci svegliamo, corriamo velocemente sopra la nostra vita vegetale, esattamente come l’autunno sulle piante della terra. E quello che il freddo fa alla vegetazione della terra, lo facciamo nello stesso modo nella veglia diurna al nostro corpo fisico ed eterico, a quello che, nella stagione estiva dell’anima, cioè ogni volta che dormiamo profondamente, producono di spuntante, di proliferante. Quando siamo svegli è inverno, un vero inverno dell’anima; e se vogliamo primavera dell’anima, allora dobbiamo addormentarci. È così. E da questo punto di vista è propriamente facile capire perché gli uomini che non mischiano almeno qualcosa della stagione estiva dell’anima nella loro vita vigile diurna, secchezza così facilmente. Studiosi secchi, piccoletti professori inariditi: questi sono quelli che non volentieri prendono quello che non è completamente consapevole, che volentieri non prendono qualcosa della stagione estiva dell’anima. Allora si inaridiscono, diventano uomini completamente invernali. E per il veggente l’intero sviluppo della vita diurna umana si presenta già molto simile a quello che vi ho appena detto per la natura. Quando cioè l’uomo forma i suoi pensieri ordinari, su quello esteriore, quando così propriamente materialista pensa soltanto quello che accade esternamente, allora i suoi pensieri interferiscono nel cervello cosicché questo cervello secerne sostanze che Arimane può usare bene, così che propriamente Arimane accompagna continuamente la vita diurna vigile. E quanto più siamo orientati materialisticamente, tanto più siamo posseduti da Arimane. Non c’è da meravigliarsene che è vero che il materialismo va insieme con la paura. Poiché se vi ricordate del «Guardiano della soglia», allora diventerete consapevoli di come la paura sia di nuovo collegata ad Arimane.

Dovremmo conservare il sentimento che affrontiamo veramente nella vita mondi spirituali complicati. E quello che dovremmo ricevere dall’antroposofia non è soltanto che sappiamo questo o quello, che sappiamo che esiste Arimane, Lucifero, un corpo fisico, un corpo eterico. Questo è il minimo. Quello che dovremmo acquisire dall’antroposofia è un certo atteggiamento dell’anima, un sentimento fondamentale della vita umana, quello che è propriamente in questi fondamenti dell’anima. Perciò è necessario che conserviamo le parole che sono collegate a queste cose superiori con un certo riguardo sacro. Se le portiamo sempre sulle labbra, accade troppo facilmente che la loro serietà e dignità si ottundano per noi.

Così vediamo l’uomo tra la nascita e la morte, nella sua relazione con le entità spirituali progressive, stare in un certo modo tra Lucifero e Arimane. E affinché l’intera evoluzione dell’uomo si compia nel modo giusto, questo rapporto deve restare anche tra la morte e una nuova nascita; solo che quello che è interiore tra la nascita e la morte, tra la morte e una nuova nascita diventa esteriore. Interiormente Lucifero, dal momento fino a cui ci ricordiamo, ha unito i suoi artigli con l’anima umana. Interiormente — l’uomo non sa nulla di questo, se non apprende qualcosa attraverso la scienza dello spirito e impara a sentire su questo. Dopo la morte la cosa è diversa. Lì, in un certo momento, Lucifero appare, altrettanto sicuro come interiormente tra la nascita e la morte, esteriormente nella vita tra la morte e una nuova nascita. Così sta lì nella sua forma intera davanti a noi, così sta al nostro fianco, così camminiamo con lui! Poco conosce l’uomo Lucifero prima che abbia oltrepassato la porta della morte; così sicuro e chiaramente lo conosce quando cammina al suo fianco tra la morte e una nuova nascita. Solo che in questo ciclo di tempo attuale questa consapevolezza può divenire spiacevole. Possiamo passare attraverso la regione tra la morte e una nuova nascita cosicché Lucifero — che certo non ha soltanto qualcosa di terribile, ma anche qualcosa di bello, meraviglioso riguardo alla sua forma esteriore — per così dire l’abbiamo al nostro fianco e comprendiamo la sua necessità per il mondo. Sempre più appare il tempo in cui gli uomini possono percorrere la vita dopo la morte con Lucifero soltanto se qui nella vita hanno già appropriatamente presentito e conosciuto gli impulsi luciferici nell’anima umana. Gli uomini — e ce ne saranno sempre più verso il futuro — che non vogliono sapere nulla di Lucifero, e questa è certo la maggioranza, sapranno tanto più di Lucifero dopo la morte. Perché non soltanto starà al loro fianco, ma succhierà continuamente dalle loro forze d’anima, li vampirizzerà. È questo a cui ci si prepara per ignoranza: a essere vampirizzati da Lucifero. In questo modo ci si toglie forze per la prossima vita, poiché le si cede a Lucifero in un certo modo.

In un modo completamente simile è riguardo ad Arimane. Riguardo a lui la cosa sta così. I due spiriti sono sempre lì tra la morte e una nuova nascita, ma una volta è di più presente uno e meno l’altro, l’altra volta è il contrario. Andiamo, e poi di nuovo indietro, nella vita tra morte e nuova nascita. Nel cammino avanti è specialmente Lucifero, nel ritorno verso la nuova nascita è specialmente Arimane al nostro fianco. Poiché lui ci riporta di nuovo alla terra, è nella migrazione di ritorno nella seconda metà una personalità importante. E anche lui può fare qualcosa di cattivo a quegli uomini che non vogliono credere in lui nella loro vita tra la nascita e la morte. Egli dà loro cioè troppo delle sue forze. Dà loro quello che ha sempre in eccesso, quelle forze che sono collegate con la gravità terrestre, che sugli uomini portano malattia e morte prematura, che portano vari disastri che assomigliano a casi casuali nell’esistenza terrena e così via. Tutto questo è collegato con queste potenze arimaniche.

Da un punto di vista un po’ diverso ho esposto la cosa là a Monaco. Là cioè ho attirato attenzione sul fatto che l’anima umana dopo la morte può essere lo spirito servente per le potenze che mandano malattia e morte dal soprasensibile nel sensibile. Quello che proprio rende debole la vita, è quello che è così gradito ad Arimane, e quello che gli rende possibile indebolire ulteriormente la nostra vita. Ma di nuovo non dobbiamo giudicare unilateralmente. Sarebbe completamente sbagliato se volessimo dire: dunque è molto male che Arimane ci abbia introdotto nella vita e che soffriamo forse dai suoi effetti posteriori nella vita. — No, questo è bene, perché in circostanze un effetto di malattia può essere quello che contribuisce di più alla nostra evoluzione ascendente.

È sempre così, che quando ci avviciniamo alla soglia che separa il soprasensibile dal sensibile, dobbiamo essere pronti a modificare un poco il nostro giudizio e a non giudicare come siamo abituati nel mondo fisico ordinario. Poiché non è vero che nel mondo fisico, c’è Maya in abbondanza. Da dove viene il materialismo nel mondo fisico, quel materialismo che dice: non c’è affatto Arimane, non c’è affatto il diavolo! Chi grida più forte: non c’è il diavolo? — Colui che è più posseduto da lui. Poiché lo spirito che noi chiamiamo Arimane ha l’interesse più grande che la sua esistenza sia smentita di più proprio da colui che è più posseduto da lui. «Il diavolo non è mai sentito dalla gente, neanche se li ha per il collo!» Questa è quindi una grande Maya, non credere ad Arimane: poiché allora uno è proprio afferrato da lui di più quando non ci si crede, allora gli si dà il più grande potere su di sé. Così si giudica erroneamente quando appaiono i monisti e urlano contro il diavolo, e dice: loro combattono il diavolo. — No, un’assemblea materialista-monistica che urla contro il diavolo è fatta per evocare il diavolo. E molto più di quanto si dice abbiano fatto le vecchie streghe, evocano il diavolo i moderni materialisti, molto, molto di più! Questa è la verità e l’altro è Maya. Così dobbiamo abituarci a imparare a giudicare diversamente. E colui che entra in un’assemblea monistica che è sfumata materialista, dice una falsità se dice: la gente libera gli uomini dal diavolo. — Dovrebbe dire: ora vado in un’assemblea dove il diavolo, con tutti i mezzi di potenza che gli uomini hanno, viene invocato nella cultura umana. — Questo è quello che dovrebbe veramente venire alla nostra consapevolezza: che, per così dire crescendo nella vita spirituale, impariamo a ricevere non soltanto concetti e idee, ma impariamo a ripensare, a risentire e pur rimanendo ragionevoli abbastanza di fronte al mondo esteriore, a non mischiare sempre il mondo esteriore in modo fantastico con quello che per i mondi soprasensibili è la verità. Se gli uomini riguardo al mondo fisico esteriore continuamente usano parole che propriamente hanno il giusto valore soltanto per i mondi soprasensibili, allora si tolgono quello che è proprio il più importante: che impariamo a distinguere, a non confondere i mondi sensibili e soprasensibili, che impariamo a usare le parole nel senso giusto.

Questi sono quei singoli punti che dovevano essere dati come indicazioni oggi, dove ci siamo riuniti, per la prima volta in numero così grande anche con amici provenienti da fuori, nel nostro Gruppo di Augsburg fondato poco tempo fa. E doveva oggi, dove volevamo raccogliere nella nostra anima i pensieri che dovevano essere di aiuto al lavoro in questo luogo, doveva anche essere pronunciata una parola seria, una parola veramente seria come una sorta di parola di apertura per il nostro Gruppo di Augsburg. Poiché allora l’opera sicuramente prospera sotto la guida e la direzione dei Maestri della Saggezza e dell’Armonia dei Sentimenti che servono le entità divino-spirituali progressive, quando questo lavoro spirituale si inserisce armoniosamente in un più grande movimento di lavoro spirituale. E i nostri amici da fuori sono venuti da voi, miei cari amici di Augsburg, per aggiungere oggi anche spazialmente al vostro fianco i pensieri dell’amore e della dedizione per la causa antroposofica generale e per ogni singolo che aspira all’antroposofia nelle loro anime. E in queste anime rimarrà quello che da queste ore ha preso il suo punto di partenza, quello che si è sviluppato come una fonte di appartenenza reciproca in queste anime. Lavorerete, miei cari amici di Augsburg, di nuovo soli qui da settimana a settimana, di volta in volta, ma soltanto apparentemente, soltanto spazialmente soli. L’essere insieme di molti amici con voi sarà il punto di partenza di quelle forze tonificanti che in realtà può fluire a ogni singolo lavoro dentro il nostro movimento spirituale da tutti coloro che appartengono a questo movimento spirituale, anche quando non siamo spazialmente legati agli amici di alcun gruppo.

Per questo è così bello quando una volta è offerta la possibilità che i nostri amici in numero maggiore si trovino con un giovane Gruppo. Poiché allora il punto in cui si sono trovati temporalmente è anche un segno esteriore, come abbiamo bisogno come uomini, che da lì può andare veramente la volontà di pensare di nuovo e di nuovo al lavoro singolo che viene compiuto dai nostri amici in questo o quel luogo. E voi, miei cari amici di Augsburg, che già da un certo tempo lavorate fedelmente all’antroposofia, se continuerete a lavorare fedelmente in futuro, ricordatevi che ci saranno amici nel mondo che con l’intenzione penseranno a voi qui, affinché il vostro lavoro possa essere un membro degno, autentico e buono nel nostro intero movimento spirituale. Così esercitiamo la nostra appartenenza reciproca e nel cosmo non perdiamo mai di vista l’una con l’altra. Manteniamocela sempre chiara, ma anche fortemente presente, poiché soltanto così quelle potenze possono veramente aiutarci che governano il nostro lavoro autentico, le forze dei Maestri della Saggezza e dell’Armonia dei Sentimenti. Queste forze andranno invisibilmente attraverso i vostri pensieri quando nel senso giusto svolgete questo nostro lavoro antroposofico anche qui in questo luogo. I cari membri locali hanno, attraverso molte cose nel loro atteggiamento antroposofico e nella loro azione finora, mostrato quanto fedeli e autentici vogliono lavorare con noi. E per questo facciamo tutti qualcosa di importante quando adesso, poiché questa assemblea ci offre l’occasione di unire i nostri pensieri nello scopo che ci ha riunito qui: possa attraverso le forze su cui sempre ricorriamo, essere benedetto e rafforzato il lavoro dei nostri fratelli e sorelle di Augsburg! Da questo sentimento allora chiamo pure per questo Gruppo la benedizione dei Maestri della Saggezza e dell’Armonia dei Sentimenti, quella benedizione che so che è con il nostro lavoro quando ci rendiamo degni di essa.

2°Inizio della primavera, luna di Pasqua e domenica di Pasqua

L'Aia, 23 Marzo 1913

L'Aia, domenica di Pasqua, 23 marzo 1913

Può rimanere indeciso quanti cuori ancora nel giorno odierno nell’Europa occidentale sentono una connessione così profonda del divino-spirituale con il divino-naturale, che il giorno odierno, a questa festa di speranza nel futuro, in questo anno il pensiero attraversa la loro anima come se vivessimo in un anno in cui questa festa primaverile di speranza può essere introdotta il più presto possibile nel tempo in cui dalla terra della nostra Madre Terra germogliano i germogli freschi dell’anno, in cui entra nella vita umana quello che noi chiamiamo primavera. Tre giorni che ordinariamente sono molto lontani l’uno dall’altro, sono in anni come questo, ammassati l’uno dopo l’altro. La Domenica di Pasqua è quella domenica che segue il plenilunio, che a sua volta segue l’inizio della primavera il 21 marzo. Tre giorni che possono relativamente stare molto lontani l’uno dall’altro, che in questo anno si susseguono: inizio della primavera avantieri, plenilunio della primavera ieri, la domenica di Pasqua oggi. In anni come questo è, per colui che entra nel riconoscimento spirituale del mondo, una scrittura molto particolare inscritta nell’universo; e proprio in questo giorno di un anno conviene particolarmente all’anima che si sforza di imparare a sentire insieme i segreti spirituali dell’universo e del divenire dei tempi, di imparare a sentire insieme anche quello che deve essere inscritto nella nostra evoluzione umana terrena con questa festa di primavera.

Quell’uomo che conosce il contatto del Sole e della Luna, così come si può conoscerlo quando si contempla nella scrittura della scienza occulta l’opera reciproca del Sole e della Luna per la Terra, conosce anche il profondo mistero che reina tra lo spirito della Terra Cristo e lo spirito che esprimiamo con la parola Jehova, Jehova. E colui che conosce il contatto tra il Sole e la Luna, ascolta con suono comprensivo la leggenda del paradiso della caduta dell’uomo e della sua tentazione attraverso Lucifero, dalle parole di Dio che risuonano nella giustizia punitiva. Colui che tenta di comprendere molto di quello che è contenuto tra le righe della mia «Scienza Occulta in Esquisse», può presentire il contatto tra il mistero Sole-Luna e il mistero che ordinariamente è caratterizzato come la tentazione di Lucifero e l’opera di Jehova-Jehova.

Oggi però vogliamo dirigere lo sguardo principalmente su come il Sole e la Luna, nel modo in cui si susseguono nella loro azione sulla Terra, da questo Venerdì Santo a questo Sabato Santo, come il Sole e la Luna nella loro scrittura nel cosmo al cabalista appaiono come un punto interrogativo che è inscritto profondamente misteriosamente nell’universo spirituale, e la risposta ci è data in questo anno, il più rapidamente possibile, dal seguito immediato della Domenica di Pasqua al sabato del plenilunio di primavera: Domenica di Pasqua, il giorno del ricordo e il giorno della speranza, il giorno che ci esprime simbolicamente il mistero del Golgota. Molti segreti si celano dietro quello che ci circonda nella natura fisica esterna sensibile, e la rivelazione di tali segreti ci porta sempre in un certo modo vicino al severo Guardiano della soglia. Anche il mistero pasquale è uno di questi, che in un certo modo, per essere compreso, richiede prima l’armonizzazione dell’anima umana, sebbene nel sentimento istintivo chiunque possa sempre compiere l’offerta interiore di adorazione che possa riempire la nostra anima quando all’inizio della primavera si aggiunge il giorno della fiducia terrena, il giorno della redenzione e della risurrezione, la domenica di Pasqua. Quando la primavera inizia, quando il Sole entra in tale relazione con la Terra che per sua potenza dal seno della Madre Terra possono spuntare i germi delle piante, allora l’anima umana interiormente come in una luminosità paradisiaca esulta di gioia, perché sa che forze attraversano il cosmo che in una successione ciclica con ogni nuovo anno portano fuori dal seno della Terra quello che è necessario per la vita esterna e anche per la vita dell’anima, affinché l’uomo nell’evoluzione terrena possa percorrere il suo cammino dall’inizio fino alla fine di questa evoluzione terrena. E quando le impressioni dell’inverno, che copre il suolo della Madre Terra con il suo strato di ghiaccio, quando tutto questo risveglia il pensiero di tutto quello che una volta porterà la Terra al declino nell’universo, quello che una volta trasformerà la Terra nello stato di rigidità del cosmo che la renderà incapace di essere da ora in avanti la dimora dell’uomo, quando l’inverno risveglia questi pensieri, allora ogni nuova primavera risveglia nell’anima umana l’altro pensiero: sì, tu Terra, ti è dato sin dal tuo inizio sempre nuova gioventù, sempre vita rinnovata. Ti è dato di risvegliare di nuovo l’anima a giubilo interiore, ma anche a venerazione interiore. E sebbene ancora lo strato freddo di ghiaccio si sia esteso sul reame terrestre, pur tuttavia nell’anima umana si uniscono le rappresentazioni piene di speranza con il sentimento che ne ha il presentimento, come la Terra potrà ancora per lungo tempo attraverso le sue forze primaverili ed estive portare l’uomo, affinché trovi la possibilità di sviluppare tutte le capacità, tutte le forze interiori da se stesso che sono fondate nei suoi doti. Questo è il giubilo interno pieno di venerazione dell’anima nel cambio dell’anno primaverile. Ciò nasce dal fatto che l’anima si sente piena di speranza che la Terra possa persistere e che la Terra possa offrire la possibilità di sviluppare pienamente le forze umane.

Ma giunge anche all’anima umana la domanda: tutte le forze del Sole riusciranno a vincere tutte le forze dell’inverno, o almeno a starvi di pari? Le forze invernali non saranno forse così forti sulla Terra che la Terra debba trasformarsi in rigidità prima che l’anima umana abbia compiuto la sua intera missione terrena? La forza estiva eguaglierà l’inverno? La primavera avrà sempre la sua forza necessaria? — Un pensiero che forse non viene così facilmente all’anima umana che osserva solo la natura esterna, che però deve sempre più spesso venire alle anime che possono immergersi nel vero contenuto spirituale dell’universo. Queste anime cercano di decifrare la grande, potente scrittura con cui i segreti dell’universo sono inscritti nel cosmo. Allora, di fronte alla scrittura appena menzionata della lotta dell’inverno con l’estate, suona un’altra scrittura all’anima, quella scrittura che si inscrive nel nostro universo quando seguiamo la Luna nella sua corsa misteriosa, come invisibile-visibile compie il suo ciclo. Oh, questa luce lunare, come una lettera enigmatica della scrittura mondana si inscrive nella parola creativa eternale della vita terrena. Questa luce lunare, quando l’occultista cerca di penetrarla, allora prima gli ricorda la voce punitrice di Jehova nel paradiso dopo la tentazione di Lucifero, allora certo gli ricorda di nuovo il fatto meraviglioso, misterioso, come il Buddha in una notte di luna d’argento ha esalato il suo spirito nell’universo cosmico. Che cosa ci dice la luce lunare, che è nell’oscurità della notte come il sogno nel sonno dell’uomo? — L’occultista sperimenta che dalle forze del Sole operante, da quelle forze che sempre di nuovo rinnovano l’evoluzione della Terra, sempre così tanta luce è tolta dal Sole quanta luce del Sole è riflessa dal plenilunio pieno. L’anima umana può sognare di entrare negli incantesimi splendenti di luna; l’occultista sa che così tanto è tolto dalla forza della luce solare e dal calore solare quanto il plenilunio riflette di questa luce solare verso la Terra.

Così il plenilunio è il continuo simbolo di quello che è tolto al Sole. E quando il Sole con le sue forze in ogni nuova primavera di nuovo si spinge in basso nella vita terrena, così sa l’occultista che, sebbene sia poco percettibile all’osservazione esterna, con ogni nuova primavera il Sole ha forze più deboli di quanto avesse nella vecchia primavera precedente, e che è tolto al Sole altrettanto delle sue forze quanto la luce di plenilunio ha brillato sulla Terra. Così il plenilunio che appare dopo l’inizio della primavera, sebbene appaia all’uomo così misteriosamente segreto, così affascinante per l’anima, è al contempo un monito serio e severo alla realtà cosmica terrestre, che le forze del Sole sono svanite con ogni nuova primavera, e che l’uomo non potrebbe mai raggiungere nella sua missione terrena ciò che raggiungerebbe se al Sole non fossero tolte queste forze. Sentire questo fatto pone un grande punto interrogativo nel cosmo; questo punto interrogativo sentendo, gli antichi occultisti si comportavano nel loro cuore.

Così si dissero gli antichi occultisti: noi guardiamo verso il Sole, i cui segreti Zarathustra un tempo ha annunciato agli uomini. Noi guardiamo verso la Luna, il cui segreto ha trovato la sua più importante espressione nella religione di Jehova. Quando guardiamo alle due insegne celesti, allora sappiamo: l’opera reciproca del Sole e della Luna significa il declino della Terra. — Allora questi antichi occultisti guardavano verso un punto dell’evoluzione terrena stessa, verso quel punto dove si alzava dalla Terra stessa, nel compimento dei tempi, lo spirito del Sole nel corpo di Gesù di Nazareth. Allora, quando il Cristo morì sulla croce del Golgota e lo spirito del Cristo si unì alla Terra, allora era accaduto l’evento cosmico nella vita terrena che una forza contraria era stata creata contro tutto ciò che la Luna toglie alle forze del Sole, mentre questo Sole opera sulla Terra dal cosmo. Quando lo spirito del Cristo ha stabilito la sua dimora in un’anima umana e da lì viene diffuso su tutto l’essere terrestre nel corso dell’evoluzione terrena futura, è stato creato un compenso per quello che le forze lunari continuamente tolgono alle forze solari che penetrano la Terra dal Sole. Perciò comprende questa anima umana la sua relazione al cosmo quando morale-spiritualmente, ai giorni che sono dettati dal cosmo, da se stessa aggiunge il terzo giorno, il giorno della morte e della risurrezione del Golgota. E quando così si avvicinano le forze solari cosmiche progressive che nella loro infinita bontà vogliono dare sempre nuova vita alla Terra, e lo spirito severo della Luna, che per l’essenza di Lucifero e le sue forze deve togliere al Sole, insofar che è soltanto il Sole naturale, le sue forze, così può aggiungere al secondo il terzo giorno, morale-spirituale, come risposta alla grande domanda cosmica che l’anima umana ha questo giorno di Pasqua. Meravigliosamente stanno uno accanto all’altro in anni come questo anno uno.

Venerdì Santo! — esso può in questo anno particolarmente monitorarci nella scrittura cosmica-occulta che al Sole sono continuamente, con ogni nuova primavera, tolte le forze, e che la Terra potrebbe morire prima che l’anima umana abbia sviluppato tutte le sue forze. Giorno di plenilunio nel Sabato Santo, un mistero meraviglioso! Lassù nel cosmo il meraviglioso segno, il simbolo del severo Jehova che fa echeggiare la sua voce di tuono attraverso il paradiso, dove il peccato umano irradia dalla tentazione; giù sulla Terra il simbolo della forza terrena risuscitata di nuovo, il Cristo nel sepolcro che riposa! Penetra profondamente nell’anima che può sentire occultisticamente, quando proprio sopra la tomba di Pasqua, il simbolo della penetrazione dell’impulso del Cristo nel corpo della Terra, si estende la luce d’argento severa e rigorosa del plenilunio. A questo segue il simbolo della risurrezione del Sole, del Sole risorto dall’anima umana, la domenica di Pasqua! Sentiamo questa trinità nella nostra anima, sentiamo il Sole cosmico, seguito dalla Luna cosmica, seguita dal Sole morale-spirituale; sentiamo in questa trinità nella nostra anima il simbolo, come lo spirito vince la materia, come la vita vince la morte; sentiamo qualcosa di quello che può riempirci quando siamo nel giusto senso della parola occultisti del nostro tempo, come quella forza che designiamo come l’impulso del Cristo, sempre più fortemente sorgerà per l’uomo terrestre, affinché gli uomini nell’impulso del Cristo sempre più rivelarsi, imparino a sentire quello che deve essere contenuto in loro stessi, affinché come uomini trovino il cammino fuori dalla Terra morente verso stati di evoluzione superiori della anima umana immortale, che vive oltre nelle eternità!

3°Il vivere sensibile e il vivere nel mondo dei defunti

Weimar, 13 Aprile 1913

Quando ripensiamo al fatto che noi qui nel mondo fisico impariamo a conoscere questo mondo fisico, allora arriviamo sempre al fatto che in questo mondo viviamo in primo luogo attraverso i nostri sensi fisici, attraverso l’intelletto. Certo viviamo anche dentro questo mondo fisico attraverso la nostra vita dell’anima, attraverso i pensieri che sorgono in noi, che rimangono in noi nella memoria, che costituiscono il nostro patrimonio mnemonico; viviamo in questo mondo attraverso i sentimenti e gli impulsi di volontà. È completamente comprensibile che per l’uomo che non ha ancora approfondito questioni di scienza dello spirito, sia assai improbabile che anche un’esperienza possa svolgersi che è completamente diversa da quella nel mondo fisico; poiché è chiaro che l’uomo conosce il mondo inizialmente soltanto attraverso il pensiero, il sentimento e la volontà. Ma ce n’è, attraverso quello che noi chiamiamo iniziazione, nel mondo una forma completamente diversa dell’esperienza, che va oltre il mondo fisico. In fondo è la stessa sorta di esperienza come quando l’uomo passa attraverso la porta della morte, entra in quel tempo che giace tra morte e nuova nascita.

Ora si deve dire, nella maggior parte dei casi quello che assale l’uomo quando qui nel corpo fisico dovrebbe farsi una rappresentazione della vita tra morte e nuova nascita, è un sorgere nell’anima di una certa paura del nulla. Chiariamoci che questo sorgere di paura è completamente naturale. Poiché cercate una volta di mettervi fisicamente nella situazione: siete andati molto veloce e siete arrivati a un profondo abisso. Questo non presentava nulla di diverso che un presentimento, un sentimento: non potete sapere che cosa potrebbe accadere nel prossimo istante se continuerete i passi. — Questo sentimento può colpire l’anima soltanto se l’uomo è corso così velocemente che non si può più fermare. Si dice a se stesso: devi fare il passo successivo. — L’indeterminato della paura vive nell’anima; e questo sentimento si potrebbe solo paragonare al sentimento che sempre esiste nella profondità dell’anima, ma non è percepito perché l’attenzione è diretta al mondo fisico, questo sentimento che gli dice: che cosa accade con te quando abbandoni tutto in cui ti sei abituato? — L’uomo ha solo bisogno di ricordare che qualcosa del genere può vivere inconsciamente in lui, e vive anche lì, ciò che si può esprimere con le parole: non puoi vedere e sentire, poiché ti sono tolti gli strumenti per questa attività dei sensi; non puoi nemmeno pensare. — Questi sentimenti non se li rende consapevoli, ma siedono nell’anima, e quello che l’uomo sente è una sorta di anestetizzarsi di questo sentimento. Non appena sorge, qualcosa d’altro è chiamato nell’anima, così che il sentimento non può venire alla consapevolezza. Ma con questo non si può nemmeno fare la corretta preparazione, non si può sollevare il velo che sta dietro la morte. Vogliamo oggi chiarirci come questo nostro vivere è collegato a quello dopo la morte.

Parliamo a ragione nel mondo fisico del fatto che lo percepiamo attraverso i nostri sensi. L’uomo, quando parla dei sensi, parla propriamente solo dei sensi che sono da usare nel mondo fisico. Sono da usare soltanto nel mondo fisico perché sono legati agli strumenti che ci vengono tolti alla morte. Come sensi vengono sempre enumerati soltanto i cinque sensi: vista, udito, olfatto, gusto e tatto. Ma questi non sono da usare nello stato disincarnato. È necessario, se si vuole trovare una transizione, che si enumerino completamente i sensi umani. Quello che l’uomo tralascia nell’enumerazione, è che dimentica se stesso. Però appartiene tutto al mondo fisico e non potrebbe percepire se stesso qui se non avesse sensi per questo. Sono anzitutto pochi sensi attraverso cui percepisce se stesso: il senso dell’equilibrio, il senso del movimento e il senso vitale; ma sono sensi egualmente importanti come gli altri sensi, come i sensi esterni. Che cos’è il senso vitale? Potete farvi un’idea se considerate la differenza tra sentire la fame e la sazietà. Se l’uomo non si comprendesse interiormente, non saprebbe nulla della sua stessa corporalità, dal benessere o dal malessere. Esattamente come si parla del senso della vista, così si deve parlare del senso vitale.

Ma si deve anche parlare di un altro senso. Come sarebbe impossibile per l’uomo sentirsi se non percepisse l’attività dei muscoli e dei tendini. Questa è una percezione della mobilità interna. È soltanto oscurato per l’uomo perché l’uomo si vede nel mondo fisico con i suoi occhi fisici. La corretta sensazione si ottiene di questa percezione interna quando ci si muove nell’oscurità; lì per esempio diventa più facile la percezione del processo di respirazione.

Quello che noi chiamiamo senso dell’equilibrio, l’abbiamo molto necessario. È osservabile nei bambini quando imparano a camminare e stare in piedi; lì a poco a poco sentono di entrare in questo senso. Dobbiamo abituarci a sentire che camminiamo dritti. Questo senso ha addirittura un organo: sono i tre canali semicircolari nell’orecchio, che stanno perpendicolarmente l’uno all’altro. Se sono lesi, l’uomo cade; e la mancanza di equilibrio di alcuni uomini proviene dal fatto che il senso di orientamento interno è lesionato.

Se continuiamo, troviamo ancora altri sensi attraverso cui possiamo avere una sorta di auto-percezione in noi; ma questo è già più difficile. Lì dobbiamo partire da una certa osservazione che indica uno stato di coscienza non più completamente normale. Si presenta in certi sogni. Può sorgere nella consapevolezza una volta come sogno il seguente: un uomo ha un grande fastidio, il creditore è venuto. Lo sogna in tutti i dettagli, e può essere un lungo sogno bizzarro. Si trasforma e allora sorge il rumore di un carro; il fuoco passa. Un incendio è scoppiato. Esternamente non è accaduto nulla di più che il grido «Fuoco». Questa parola risuona leggermente come la parola «credito», e chiama l’anima, attraverso il suono, la transizione da ciò che è stato immediatamente udito, il grido «Fuoco»; e questo genera di nuovo la somma delle rappresentazioni moleste del sogno. Il sogno scorre terribilmente velocemente. I singoli eventi ci si figurano nella linea temporale, e per questo il sogno ci sembra così lungo. Vediamo da questo sogno quale grande significato ha il suono nel corpo dell’anima, specialmente quando si mescola con le rappresentazioni, quando la parola vi si intromette. Se continuiamo nella ricerca dell’anima, vediamo che propriamente accade qualcosa completamente diverso. Solo quando l’uomo dorme profondamente, non nota le cose. Sarebbe accaduto qualcosa anche se il grido «Fuoco» non fosse risuonato; ma ora il grido copre qualcosa e chiama in avanti la parola «credito». Dal riflesso della parola è filato un velo fine. Nel giorno della vita il velo è terribilmente spesso, ma accanto alle rappresentazioni diurne vanno le fine rappresentazioni dell’anima. Solo che queste non sono percepite. In una tale visione onirica afferriamo quello che il mondo accade, come si presenta alla nostra anima, per un capo.

Abbiamo scelto consapevolmente questo esempio perché l’udito, come è ora disposto nell’umanità attuale, è il senso più vicino ai sensi soprasensibili. Stiamo lì duramente al confine del mondo soprasensibile; e se potessimo togliere le due parole, allora potremmo sperimentare le vere esperienze dell’anima.

In questo esempio è facile vedere come l’uomo sta di fronte al mondo spirituale. Ma le due parole lo trattengono. È veramente così che la stragrande maggioranza dei nostri sogni è filata attraverso i riflessi dell’udito, perché fra l’udire e il pensare vive un senso interno che per la vita odierna è completamente atrofizzato. Quando ci si è immersi nel mondo spirituale, questo senso entra in attività. Fra l’udire e il pensare vive questo senso che diventa consapevole quando si può sentire l’inudibile. Quando si è sviluppato il sentimento per il ritmico, melodico, armonioso… (Lacuna nel testo.)

Se non si progredisce a un senso che ha significato solo per il mondo fisico, allora si sta di fronte a un senso del mondo soprasensibile. Nel mondo fisico questo senso si è diviso in senso uditivo e senso di rappresentazione. Si manifesta quando si arriva a una sorta di autocoscienza. Si manifesta meglio allora, quando si tenta di sviluppare la riecreazione della musica e della poesia. È comunque migliore progredire d’altro canto. Nella vita fisica esterna il senso è atrofizzato.

Da lì va sempre più avanti fino a quello che oggi chiamiamo: l’uomo arriva alla rappresentazione dell’Io. Di fronte a questa rappresentazione dell’Io si deve essere onesti. Gli uomini pronunciano l’Io e hanno nel pronunciare un certo sostegno interiore. Credono a ragione, nel pronunciare l’Io, di afferrare l’Io. A ragione è così. Questa è una sorta di preparazione alla comprensione del vero Io superiore. Questa comprensione ha la sua grande difficoltà, altrimenti non tutto lo sforzo filosofico sarebbe diretto a scoprire dietro a ciò. Ho nella mia «Filosofia della Libertà» cercato di chiarire come si scopre dietro a questo. Tutto questo appartiene all’auto-percezione. Si deve afferrare interiormente attraverso cosa l’Io si parla a se stesso. Abbiamo così sensi attraverso cui afferriamo il mondo esterno, e quelli attraverso cui afferriamo noi stessi, quando sentiamo il suono senza suono.

Qui nel fisico sono particolarmente sviluppati i noti cinque sensi. Questi non hanno significato per l’iniziato nel mondo spirituale. Gli altri sensi attraverso cui l’uomo arriva all’auto-percezione, sono atrofizzati. Hanno un grande significato per l’uomo quando passa attraverso la porta della morte.

Il primo che ha bisogno nel regno dei morti è il senso che passa dal musicale esteriore al musicale interiore. Per questo senso la presenza dello strumento uditivo esterno non è un ostacolo. Oggi soltanto il senso è stato ammazzato dall’orecchio. Nel mondo fisico si può percepire la forza del senso quando i musicisti compongono. Il senso sta lì dietro la creazione musicale. Dopo la morte diventa un senso attraverso cui l’uomo viene rivolto a tutto l’ambiente. La musica la sperimentiamo allora interiormente. Dopo la morte il senso diventa un senso esteriore, e si percepisce un tempo dopo la morte quello che passa nel mondo, poiché il mondo è permeato di ritmico-musicale-armonico. Un uomo che non percepirebbe questo ritmico-musicale-armonico, sarebbe come un uomo nel mondo fisico che non potesse percepire l’inorganico.

Nel mio libro «Teosofia», nella descrizione del Devachan, troverete come consiste la vita reciproca nello sviluppo del musicale-ritmico-armonico. In verità si articola al superiore e all’inferiore l’avanti e l’indietro, mentre solo attraverso il senso dell’equilibrio sappiamo che camminiamo dritti. Percepiamo gli esseri che sono sopra e sotto, destra e sinistra. Così i sensi interni che ora sono atrofizzati, si diffondono e ci mediano il mondo spirituale. Allora il senso dell’equilibrio passa nel senso dell’armonia e del ritmo; allora si articola il senso del movimento. Quando siamo liberati da tutto il lavoro di muscoli e tendini, allora il senso che altrimenti è concentrato dalla corporalità, si diffonderà e arriviamo alla possibilità di essere dappertutto nell’universo come siamo attraverso il senso del movimento nel nostro corpo. Il mondo esteriore nel mondo spirituale è come nel mondo fisico accade in noi un movimento muscolare. Quando a un bambino viene tesa la mano, questo arriva al bambino alla comprensione e fa il movimento dopo. Nell’esperienza interna del movimento imitato si risveglia il senso del movimento.

Con il tempo si viene completamente guariti da molti insegnamenti che sempre soffrono del fatto che dicono: noi viviamo in noi. Nel mondo soprasensibile non c’è però circolazione del sangue.

Il senso interno del movimento diventerà un senso particolarmente importante quando saremo morti; il senso vitale ci diventerà importante — se non può essere colpito in modo spiacevole — perché allora non avremo più mal di testa e nessuna sensazione di fame.

Quei sensi che qui sono atrofizzati, saranno molto particolarmente stimolati quando passiamo attraverso la porta della morte. La nostra stessa corporalità non possiamo percepirla attraverso la stessa corporalità; l’occhio non può vedersi e il cervello non può esaminarsi. Così l’organo che percepisce qualcosa non può essere lo stesso che percepisce se stesso. Così deve essere separato dalla corporalità quello che abbiamo chiamato senso vitale, e così si avvicina allo spirituale. Con il senso dell’equilibrio non è così che medii la percezione, ma si esprime solo simbolicamente nello stesso.

Questi sensi sono propriamente quelli che per loro stessa natura sono egoisti, perché l’uomo attraverso loro percepisce se stesso. E non dobbiamo occultarci il fatto che quello che portiamo fuori dalla vita è la parte più egoista. Innanzitutto allora manteniamo la parte più egoista, e da questo diventa comprensibile che l’uomo immediatamente dopo la morte entra in uno stato molto egoista. Come il bambino porta con sé i suoi sensi nell’esistenza fisica e deve prima abituarsi al mondo fisico sensibile, così l’uomo nello stato disincarnato deve abituare i suoi sensi al mondo soprasensibile. Questo dura dopo la morte molto a lungo; e mentre impara ad abituare i sensi, rimane per lui inizialmente soltanto quello che qui nel mondo fisico l’ha posto insieme con il mondo esteriore, come ricordo, e cioè come la parte più spiacevole del ricordo. Il primo ricordo dura soltanto pochi giorni, appare come un quadro memoriale che ci è noto. Allora inizia a divenire così che quello che qui è il suo interno più profondo, si collega in modo interiore, così che l’uomo si abitua interiormente a penetrare tutto quello che ha sperimentato, poiché la possibilità di percepire cessa.

Un caso concreto: in una relazione di vita abbiamo vissuto insieme con un uomo. Noi moriamo, lui rimane indietro nel piano fisico. Ci abituiamo sempre più a mantenere dell’interno qualcosa di diverso dal ricordo. Quando guardiamo un morto, vediamo che sa quello che abbiamo sperimentato con lui durante la sua vita terrena. Con la morte il filo si stacca, e ora può farsi la percezione sconvolgente che si incontrino morti che, con i mezzi della comunicazione, dicono: là ho vissuto con questo o quell’uomo. So che continua a vivere, ma so solo qualcosa di lui fino alla mia morte. — Questo è un grande dolore. Ora il morto lo manca. Perciò i morti principalmente si lamentano di coloro che hanno amato e a cui non possono avvicinarsi. Deve essere noto che noi in questa relazione possiamo prestare importanti servizi ai morti, se andiamo loro incontro. I sensi esterni sono tolti ai morti; vive in loro soltanto quello che hanno sperimentato in comune con noi. Sì, la vita ordinaria propriamente non offre nulla che la cosa potrebbe essere diversa. Può essere cambiata solo se vengono intessuti legami tra il morto e il vivente. Per il morto ordinariamente è così come se guardassimo i morti da sotto in alto. (Lacuna nel testo.) Ora c’è un legame comune tra i morti e i viventi: è quello che pensiamo come pensiero soprasensibile. Il pensiero spirituale è questo legame.

Posso sottolineare che si può leggere ai morti quello che riguarda i mondi soprasensibili. Se abbiamo tempo, ci sediamo e in pensiero passiamo attraverso quale è il contenuto della scienza dello spirito, e ci rappresentiamo veramente vivacemente che i defunti erano con noi. Togliamo loro così il tormento che pensano che noi non siamo lì. Lì abbiamo dentro il movimento antroposofico ottenuto risultati veramente belli, grazie al fatto che in pensiero abbiamo letto ai morti. Grazie a questo sono con noi insieme, e questo ne hanno bisogno, questo lo desiderano.

Ce ne sono due nel convivere con i morti. Il primo è proprio quello che è stato appena caratterizzato: il dolore delle persone con cui si è vissuto sulla terra. A questo possiamo rimediare attraverso la lettura. Dobbiamo essere insieme con i morti e superare le circostanze dell’esistenza. Che significato ha ora per i morti se leggiamo loro l’antroposofia, sebbene durante la vita non abbiano voluto saperne nulla? — spesso si dice. Ma questa è un’obiezione materialista, poiché le circostanze non rimangono le stesse. Si può per esempio osservare il caso che ci siano due fratelli. Uno è inclinato verso la scienza dello spirito, mentre l’altro al contrario diventa sempre più infuriato per questo. Continua a infuriarsi sempre più. Ma questo lo fa soltanto perché vuol anestetizzarsi sulla sete interiore per la scienza dello spirito. Nella vita non gli si può avvicinare facilmente, e non è bene agitare per l’antroposofia. Nella morte appare ora soprattutto quello che l’uomo ha desiderato, e proprio a tali anime si può prestare il miglior servizio se leggiamo loro. Colui che qui si è interessato di antroposofia, si interesserà sempre più anche lì. Questo è l’uno.

L’altro che va considerato, proprio nel nostro tempo, è che noi, quando ogni giorno nel sonno entriamo nel mondo soprasensibile, siamo nello stesso reame dove sono i morti. Solo che non sappiamo più nulla quando ci svegliamo. Come ora la maggior parte degli uomini entra nel sonno? Si può dire che quando hanno oltrepassato la soglia del sonno, hanno portato con sé poco di spirituale. Coloro che attraverso il consumo di bevande spirituose hanno ottenuto il peso del letto necessario, non portano molto di spirituale nel mondo spirituale. Ma ci sono molte sfumature. Così spesso si sente dire: sì, che cosa serve se impariamo la scienza dello spirito e tuttavia non possiamo vedere nei mondi spirituali? — Sì, se ci si occupa sufficientemente con questo, allora si porta anche qualcosa dentro nel sonno. Immaginate una città che dorme, persone che dormono: così le anime sono disincarnate. Quello che le anime addormentate rappresentano per il mondo spirituale è ancora qualcosa di diverso da quello che rappresentano per il mondo fisico. Per i morti è qualcosa di simile. Quello che diamo ai morti e che essi prendono nella consapevolezza, è quello che hanno bisogno per la loro vita. E se portiamo loro pensieri spirituali, hanno nutrimento; se no, hanno fame, così che l’enunciato si può pronunciare: noi possiamo, grazie al fatto che qui sulla terra coltiviamo i pensieri spirituali, fornire nutrimento ai morti. Possiamo lasciarli affamare se non portiamo loro i pensieri spirituali. — Se i campi si desolano, allora non portano frutto per il nutrimento degli uomini e gli uomini possono morire di fame. I morti certo non possono morire di fame, possono soltanto soffrire se la vita spirituale sulla terra si devasta.

La cosa è così che qui sulla terra la scienza segue leggi diverse riguardo le connessioni, e un ideale è che attraverso la scienza la vita come tale possa essere compresa scientificamente. Qui sul piano fisico però non si impara a conoscere la vita. Tutte le leggi certo si riferiscono al vivente, ma con tutto questo sapere non si può ricercare la vita. Per il mondo soprasensibile non si può, con tutta la ricerca, conoscere la morte. Per colui che vede attraverso le cose, è insensato credere che nel mondo soprasensibile esista una morte. Certo esistono stati di coscienza simili al sonno e anche una nostalgia della morte, così come noi vorremmo comprendere la vita; ma una morte lì non esiste. Non si deve credere che nel mondo spirituale si potrebbe perire, nemmeno morire. Non si può nemmeno distruggere la consapevolezza, quello che qui corrisponde alla morte. Ma si può diventare un solitario nel mondo spirituale.

Si tratta di un non-poter-percepire il mondo fisico-sensibile. Si sa solo di se stessi e nulla di altri esseri. Questo è quello che si chiama le sofferenze e i dolori di Kamaloka. Quello che espande la consapevolezza umana è la vita socievole dopo la morte; e arriviamo nella società anche con i vari esseri del mondo soprasensibile.

Un’obiezione che ancora si può fare, dovrebbe essere risolta stasera a Erfurt. Essa consiste in: come è che i morti sono nel mondo soprasensibile. Possono loro sperimentare qualcosa se leggiamo loro dai mondi soprasensibili? — Quello che non diamo loro dalla Terra, non possono conoscerlo nel mondo soprasensibile. I pensieri devono fluire su dalla Terra. L’antroposofia non è insegnata in cielo, ma sulla Terra. Gli uomini non sono sulla Terra soltanto per conoscere una valle di lacrime, ma anche l’antroposofia. Si crede spesso che si potrebbe conoscere l’antroposofia anche dopo la morte, ma questo è un grande errore. Quello che l’uomo ha sperimentato sulla Terra, questo deve depositarlo nel mondo spirituale dopo che ha oltrepassato la porta della morte.

4°Dell'azione dei morti nel mondo dei viventi

Erfurt, 13 Aprile 1913

Deve essere una gioia immensa per noi il fatto che da vari centri della nostra opera antroposofica abbiamo potuto riunirci in questa città, dove già da lungo tempo singoli nostri amici hanno lavorato insieme, cercando di sviluppare, per lo sviluppo spirituale, vita antroposofica nelle condizioni non sempre favorevoli che si incontrano. E il frutto di questo lavoro è il presente Gruppo «Johannes Raffael». Quando come visitatori provenienti da altre città ci uniamo qui ai nostri amici di Erfurt, e siamo in grado di inaugurare questo Gruppo, abbiamo il diritto di iniziare rivolgendo alcuni pensieri all’anima riguardanti il significato che l’opera antroposofica contemporanea possiede per lo sviluppo dell’umanità in generale.

Cari amici, come nascono dunque i nostri Rami antroposofici? Se ci soffermiamo a riflettere, nascono in realtà in una maniera piuttosto meravigliosa. Infatti fioriscono qua e là, come fossero prodotti naturali dello spirito; e coloro che si sentono chiamati dal loro entusiasmo per la causa a fondare un tale Gruppo, si pongono, per il loro sentimento e per le forze occulte che stanno dietro a questi sentimenti, come una potenza spirituale. Avvertono che devono fare qualcosa. Non è dalla cultura esteriore dei nostri tempi che un Gruppo viene fondato, ma dai cuori di coloro che se ne sentono chiamati. Nella nostra cultura contemporanea non esiste nulla che si presenti agli uomini e che possa in qualche modo suggerire loro, da fuori, di collaborare antroposoficamente. Infatti colui che si decide a collaborare nell’opera antroposofica non deve attendersi, dal progresso dei nostri sforzi, né comodità né riconoscimento. Non esiste nessuna delle correnti e degli sforzi usuali dei nostri tempi che cerchi di conquistare anime per l’antroposofia; e chi considera come si presenta il nostro movimento antroposofico, potrà testimoniare che esso non procede in senso ordinario propagandistico. Salvo il fatto che le condizioni esterne non permettono ai conferenzieri di andare dovunque se non dove si chiamano, noi concepiamo l’essenza del movimento cosicché facciamo ogni sforzo per offrire agli uomini l’opportunità di sentire qualcosa, ma gli uomini stessi devono accostarsi al lavoro antroposofico. Se si vede svolgere propaganda, si vedrà che essa non ha nulla a che fare con la corrente che noi rappresentiamo; e così ogni movimento che poggia sulla base dell’occultismo dovrebbe agire. Alle anime dovrebbe restare il diritto di presentarsi spontaneamente. E allora il movimento vede che qua e là fioriscono Rami antroposofici, perché quello che affluisce nel movimento continua a operare nella corretta sequenza karmica. E il più delle volte risulta che i Rami vengono offerti al movimento che già esiste. Bisogna porre valore sul fatto che i Rami sorgono nonostante tutti i pregiudizi che dominano. Devono trovarsi anime entusiaste, che da se stesse procedano alla fondazione di tali Rami.

Non possiamo certo contare fin dall’inizio su una grande e forte efficacia da nessuna parte, e coloro che si entusiasmano per la nostra opera non devono temere scherno e derisione. Devono acquisire familiarità con questo, e anche con il fatto che inizialmente il lavoro sarà difficile e comporterà rinunce. Non abbiamo avuto altre esperienze da nessuna parte: delusione su delusione spesso si vive. Sempre di nuovo vengono organizzate conferenze pubbliche, ma in realtà abbiamo avuto insuccessi solo dove ci siamo lasciati scoraggiare dagli insuccessi iniziali. Laddove abbiamo calmamente osservato che la prima conferenza era seguita da cinque persone, la seconda rimasta completamente vuota, e tuttavia abbiamo continuato il lavoro, allora abbiamo infine registrato successi. Dovremmo renderci indipendenti dai successi immediatamente visibili, perché sentirsi incoraggiati dal successo è facile, ma non smettere, questo è difficile. Quest’ultimo presuppone che non abbiamo alcun sostegno esteriore. Così risulta che i nostri Rami spesso devono lavorare partendo da zero. Malinteso su malinteso si verificano, ma bisogna educarsi in modo da trovare ciò che è giusto.

Talvolta abbiamo trovato anche un’altra accoglienza. Fui chiamato in una città — non voglio menzionarne il nome — due, tre volte per conferenze. Quando non si verificò alcun successo, la persona in questione disse: adesso basta, la gente dovrebbe adesso venire e invitarci a tenere conferenze. — Io gli risposi che probabilmente avremmo dovuto aspettare a lungo — e ancora oggi aspettiamo. Sono ben consapevole che qui è appropriato parlare con gratitudine dei nostri amici, dopo che hanno faticato a lungo. Coloro che sono venuti con noi qui, condivideranno il ringraziamento. I pensieri che dai nostri amici vengono indirizzati qui avranno effetto tonificante, e avanzeremo ulteriormente se rimaniamo fedeli insieme. Il sostegno delle anime è la cosa principale per il lavoro spirituale; quanto più tale sostegno viene loro concesso, tanto meglio riuscirà il lavoro. Vorrei dire che è proprio con un segno esteriore che il Gruppo di Erfurt ha espresso come sente di essere intimamente connesso con il nostro modo di lavorare e il nostro sentimento; e questo sentimento di connessione sarà per lui un impulso spirituale interno per il buon esito del lavoro.

È in certa maniera qualcosa di azzardato quando ci si addentra nei dettagli concreti della ricerca antroposofica, e in certa maniera devo considerarlo una conquista del nostro lavoro il fatto che l’assimilazione dell’Antroposofia da parte dei nostri amici ci ha condotto a far nascere in alcuni il sentimento che non si possono solo sviluppare teorie, ma che il lavoro conduce a conoscenze. Si fanno davvero le scoperte più singolari su questi campi. È curioso che persone che stanno fuori, che non sanno nulla del lavoro antroposofico, che tali circoli comincino ad applicare la loro critica alla ricerca concreta, senza che abbiano nemmeno un’idea di quale lavoro spirituale è necessario, ad esempio, per esporre quello che è detto nel mio libro «La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità». Allora si buttano a criticare come si ricerca in questo campo. Ad esempio si critica riguardo ai due Bambini Gesù. Se ci si attiene alle verità generali, può darsi che gli uomini riescano a interloquire. Ma quando si tratta di particolarità, allora non si può fare nient’altro che tacere. Ogni uomo dovrebbe dirsi: mi appare strano che si stabiliscano tali asserzioni, ma non mi riguardano.

Tanto più è prezioso però che i nostri amici di Erfurt si sentano connessi con queste cose particolari. Perché non vengono comunicate altre cose se non quelle che possono essere controllate con i mezzi che abbiamo a disposizione. A tali verità appartiene il fatto che Giovanni il Battista è la stessa anima di Raffaello. È perciò, secondo il mio sentire, un bellissimo atto spirituale il denominare questo Gruppo Gruppo «Johannes Raffael», per esprimere così l’intima consapevolezza di una verità ricercata spiritualmente. Perciò questa inaugurazione è un’inaugurazione intima. Facendo affidamento su una tale verità occulta con una denominazione, dichiariamo di stare insieme con fedeltà riguardante cose che sono il nostro più intimo. E allora le parole diventano qualcosa di profondo, parole che sono state pronunciate da colui che porta il nome di Novalis, che hanno suonato alle nostre orecchie all’inizio della nostra celebrazione oggi.

Dobbiamo cercare l’essenziale nei sentimenti e nei sentori che ci uniscono. Essi non possono sorgere che sulla base della nostra conoscenza. Ma non dobbiamo essere pigri. La conoscenza deve sapersi accendere in un sentire insieme; e se corrisponde alle intenzioni dei nostri amici, se compio l’inaugurazione con alcune parole, posso tranquillamente dire: esprimere queste parole è estremamente soddisfacente, è un’inaugurazione che corrisponde al cuore. Perciò posso dire: lasciatevi essere un impulso da quello che abbiamo iniziato, quello che io vi dico. Lavorerete sotto la protezione delle potenze e delle forze che sappiamo regnano invisibilmente tra noi: i Maestri della Saggezza e dell’armonia dei sentimenti, quando svolgiamo i nostri lavori in amore e fedeltà. Quello che in voi ha agito, quando dal vostro impulso intimo avete cercato di dare un nome al vostro Gruppo, lo posso esprimere in questo momento:

Le potenze protettive, che vegliano su di noi e ci danno impulsi per il nostro lavoro, di cui sappiamo che si chiamano i Maestri della Saggezza e dell’armonia dei sentimenti, invoco i protettori del lavoro, affinché il Gruppo possa prosperare come conviene e sia un centro in questa città per ciò che desideriamo come progresso spirituale. — E così è data a voi la possibilità di collegarvi a qualcosa che io ho pronunciato per gli amici riuniti a Weimar, di collegarvi in certa maniera, senza che sia necessario che ciascuno di voi l’abbia sentito.

Si tratta della vita tra la morte e una nuova nascita. Si è parlato del fatto che una persona, dopo aver abbandonato il piano fisico, può in certa maniera avere difficoltà a mantenere connessioni con coloro che rimangono sulla terra. Può risultare che colui che ha varcato la porta della morte sappia di qualcuno che ha lasciato, sappia: ho vissuto questo insieme a lui finché non ho varcato la porta della morte. Nella coscienza del morto vive quello che è stato vissuto insieme sulla terra. Spesso però una tale connessione non può essere stabilita, quando colui che rimane sviluppa pensieri che non sono di natura spirituale.

Se qui qualcuno rimane sulla terra e riempie la sua anima molto raramente con pensieri spirituali, allora l’anima è tale che l’anima defunta non può accedervi. Questo riguarda il modo in cui il vivente può mettersi in connessione con il morto.

Una certa direzione di ricerca mi diede una rivelazione straordinaria riguardo al commercio con i morti. Per prima cosa potrebbe sembrare meravigliosa che Giovanni il Battista abbia stabilito nel mondo l’attività profetica permeata da impulsi di volontà, e poi in maniera così meravigliosamente conclusa, completamente dedicato a una profonda dedizione al mondo, riappaia in questa anima di Raffaello. Molte cose ci appaiono meravigliose nella ricerca dello spirito. Molte cose ci appaiono pericolose, perché così evidenti. E quando si entra più approfonditamente nelle cose, producono un effetto sconcertante sull’anima, quando si vede che molte cose sono diverse da come si pensava. Per colui che ha riconosciuto come vera una tale verità, come l’identità di Giovanni e Raffaello qui illustrata, è importante che mantenga un sentimento di meraviglia. Posso assicurare coloro che non possono ricercare tali verità che qualcosa non viene alla luce quando la si cerca; non ricercate, tali cose vengono. Meditare molto su tali cose aiuta straordinariamente poco. Soprattutto aiuta l’abilità di stare tranquilli ad aspettare finché non viene l’intuizione. E allora è bene se in certa maniera ci si può meravigliare di ciò che si presenta.

Il percorso diretto dell’intelletto non è adatto alla ricerca occulta. La meraviglia conduce al fatto che a poco a poco si riconosce che il meraviglioso si rivela come comprensibile. Così a un certo punto mi si mostrò che in Raffaello, che ha dipinto in modo straordinario, qualcosa d’altro continuava a operare nella sua anima; e potei scoprire che quello che così continuava a operare non era nient’altro che quello che proveniva da suo padre. Questi morì quando Raffaello aveva solo dieci anni. Suo padre avrebbe potuto forse vivere ancora più a lungo, intendo naturalmente questo in senso ipotetico. Avrebbe potuto avere le forze ancora più a lungo per vivere, ma queste forze le trasportò nel mondo spirituale, e in circostanze particolari queste forze possono da lì operare potentemente. Il padre non era un grande pittore, ma era interiormente un pittore, viveva in rappresentazioni pittoriche che non poteva realizzare finché era ancora nel corpo fisico. Dal mondo spirituale inviava le forze a suo figlio, e questo giovane Raffaello poté così diventare un grande pittore. Acquisì la capacità pittorica da quello che il padre gli inviava dal mondo spirituale. Per questo Raffaello naturalmente non è diminuito; doveva solo essere mostrato come le forze dal mondo spirituale operano verso il basso nel mondo fisico. Lessing fece una singolare affermazione. Disse che Raffaello sarebbe diventato un grande pittore anche se fosse nato senza mani. Le forze che erano nel Battista Giovanni vennero trasformate nel pittore Raffaello.

Se possiamo acquisire la conoscenza dell’operare del mondo spirituale nel mondo fisico, allora la vita viene spinta molto più avanti.

Ho dovuto svolgere un’attività pedagogica a lungo. Il mio compito era di istruire bambini che avevano perduto il padre. Se si educa in maniera consapevole, si devono considerare tutte le circostanze. Si deve domandare quali siano le disposizioni, come agisce l’ambiente e così via. Avevo cercato di considerare tutto quello che esteriormente poteva essere considerato, ma rimase una difficoltà. Allora mi dissi: il padre è morto, ed aveva certi propositi con i suoi figli. Quando allora considerai la volontà del padre, allora funzionò. Le forze di volontà del padre erano presenti. Così si vede come i morti agiscono di nuovo nel campo dei viventi.

Ciononostante deve essere mantenuto che i morti non possono sapere quello che i loro superstiti sulla terra fanno, come è stato detto stamattina. Se qualcuno ha varcato la porta della morte, e sa che i suoi impulsi operano nel mondo fisico, può essere dolore per lui il fatto che non possa percepire nulla dei suoi superstiti. Il morto può sentire un disagio interiore, se non può sapere quello che accade laggiù. Ma questo sentimento può essere eliminato se gli inviamo nutrimento. Noi come viventi stessi dobbiamo portare via l’opportunità che i morti possono percepirci. Ora considerate che attraverso un pensiero facilmente possiamo già in qualche modo accendere vita spirituale nella nostra anima. È già un importante pensiero positivo se sappiamo che il morto è lì, raggiungibile per noi, se ha varcato la porta della morte, perché è un pensiero che mai può essere portato avanti attraverso l’occupazione con il mondo sensibile-fisico. Nella nostra vita dell’anima dovremmo chiaramente portare la convinzione: il morto vive.

Vede, nei tempi in cui non c’era nulla di confondente, non era proprio necessario che ci fosse l’Antroposofia; ma i tempi cambiano durante lo sviluppo dell’umanità. Mentre non è molto tempo fa che ogni anima, anche se si occupava delle scienze allora usuali, poteva essere convinta della vita dei defunti, oggi l’uomo viene confuso. Non solo sono confuse coloro che dubitano che i morti esistano, ma sono confuse anche le altre anime; ed è anche il motivo per cui l’Antroposofia doveva venire al mondo. Sappiamo che i morti vivono. Quello che riponiamo nella profondità delle nostre anime, su questo dipende tutto, e spesso non ne abbiamo alcuna consapevolezza. Noi tutti stiamo nel bel mezzo dell’età meccanica, che ci ha dato ferrovie, navi, telegrafi e altre invenzioni. Che cosa significa, ad esempio, viaggiare su un tram elettrico, a differenza del fatto che non ancora molto tempo fa non si poteva viaggiare su un tram elettrico? Significa che si è circondati da un assemblaggio puramente meccanico. Questo produce un’immagine, però può rimanere inconscia; ma è lì e agisce nell’anima ed è adatto a strapparci la fede nella vita dell’anima dopo la morte. Questa vita viene strappata via dalle radici. Contro le vecchie diligenze la fede riusciva ancora a emergere, ma contro i mezzi di trasporto contemporanei no, perché sono necessarie forze più grandi e più forti.

Vorrei adesso partire da qualcosa che ho detto più frequentemente. Alcuni vogliono frenare il movimento antroposofico. Quando la prima ferrovia doveva essere costruita, si domandò al collegio medico cosa ne pensasse riguardante la salute dei passeggeri del progetto. Allora i medici espressero gravi dubbi sul funzionamento della ferrovia e vi consigliarono decisamente contro. Se però se ne dovesse comunque costruire la ferrovia, allora sarebbe assolutamente necessario che lungo la rotta si costruissero alte pareti di tavole, altrimenti i viaggiatori sarebbero indubbiamente colpiti da commozione cerebrale a causa delle immagini che cambiano rapidamente. Ma questo parere non poté fermare il progresso; e allo stesso modo il movimento antroposofico non potrà essere fermato dagli sforzi ostili. Non ho voluto prendermi gioco del collegio medico, ma volevo solo dire che un tale parere non può fermare il progresso; esso prosegue i suoi percorsi nonostante i suoi oppositori. In realtà le ferrovie hanno reso gli uomini più nervosi, e l’umanità si è trasformata attraverso le ferrovie. L’intera struttura della vita dell’anima è diventata diversa; gli uomini sarebbero rimasti più interiori senza le ferrovie. Il parere aveva in qualche modo ragione.

L’andamento dello sviluppo terrestre è così che doveva accadere come è accaduto. L’Antroposofia non vorrà tornare indietro a qualcosa, ma sarà chiaro che la fede poteva emergere contro le vecchie diligenze, ma non contro le ferrovie.

L’Antroposofia agisce nell’inconscio, e la fede nel mondo spirituale sarà un fattore importante per l’ulteriore sviluppo degli uomini. Nei circoli più ampi la fede non è più sincera. Perciò i motivi che derivano dall’Antroposofia devono essere addotti. Se facciamo attenzione a questo, allora troviamo che nei tempi più antichi gli uomini avevano l’inclinazione spirituale verso i morti, potevano dar loro una forza sufficiente. Oggi la conoscenza spirituale è necessaria, e così vediamo che il pensiero spirituale sulla continuazione della vita dell’anima deve essere acceso dalla conoscenza. Possiamo dire: Poiché il nostro tempo ha assunto una certa forma, era necessario far affluire l’Antroposofia in questo tempo, e questo movimento avrà di nuovo la possibilità che i viventi si sentano connessi ai morti. Non deve un uomo essere senza speranza, perché rimane qui, perché può diventare un aiutante dei defunti.

Ma anche gli scomparsi possono diventare nostri aiutanti. Molti sanno benissimo quello che devono ai morti. Riguardo alla conoscenza spirituale, molte cose possono essere attribuite ai morti; e questa esperienza è stata per me ad esempio sempre straordinariamente importante, che i morti, i defunti presto sono stati aiutanti. Non si tratta sempre del fatto che colui che ha varcato la porta della morte debba essere stato intellettualmente eminente sulla terra se voleva aiutare i viventi. Spesso muoiono bambini piccoli, eppure spesso sono anime avanzate nel mondo spirituale e possono dirci molte cose. Chi considera la cosa solo intellettualmente, non potrà penetrare in tali segreti.

Ho detto poco fa che i morti possono mostrarci questo e quello. Come accade questo? Voglio qui citare un esempio. Precedentemente ho già detto più volte come sta il caso con il quadro «La scuola di Atene» di Raffaello. Abitualmente le due figure centrali sono interpretate come Platone e Aristotele. Questa è una rappresentazione errata; e chi si occupa dell’immagine secondo il metodo della Guida di Baedecker, che dice che le singole figure rappresentano questa o quella personalità, non potrà ricavare molto dall’importante immagine. Una figura cioè è Paolo, che appare ad Atene tra i filosofi. Molte cose potevano diventare chiare per me, quando seguendo la Cronaca dell’Akasha ritraccio quello che ha condotto Raffaello all’immagine. Attraverso altre ricerche avevo acquisito la convinzione di come i Vangeli siano venuti all’esistenza — questo non è connesso con la «Scuola di Atene». Gli scrittori dei Vangeli avevano talvolta fissato i dati secondo le stelle, avevano cioè praticato l’astrologia. Questo è un fatto a sé e inizialmente non ha alcuna connessione con l’immagine di Raffaello. Ora ebbi la fortuna o la grazia: un’anima morta relativamente presto mi attirò l’attenzione sulla connessione tra il lato destro e sinistro dell’immagine, e mi fu detto che le parole del Vangelo di Luca, che stavano sull’immagine, erano state successivamente coperte e parole della scuola pitagorica vi erano state scritte. Ora si comprende anche il gesto che lì punta alla conoscenza stellare con il compasso, e potei stabilire che da parte di Raffaello a destra doveva essere mostrata la ricerca stellare. E quello che fu riconosciuto, fu scritto dall’altra parte. Così i Vangeli furono scritti dalla conoscenza stellare. Allora, vede, era importante per me attirare la vostra attenzione su come è la connessione tra i viventi e i morti. Colui che intraprende una tale cosa, se ha varcato la porta della morte, può stare di fronte agli eventi spirituali come un bambino sta di fronte alla natura. Guarda la natura, ma non la capisce. Ma nonostante ciò può comunicare cose meravigliose da un’intuizione.

Quello che si sviluppa con pensieri intellettuali non arriva ai morti. Il vivente deve stare a disposizione del morto. Il morto deve potere rivolgersi ai pensieri dei viventi, e quello che egli sperimenta, deve potere essere visto dal riflettersi dei pensieri dei viventi in lui.

L’Antroposofia non esisterebbe mai nel mondo spirituale se gli uomini non l’avessero acquisita sulla terra. Perciò è vero che gli Iniziati che lavorano sulla terra, per questa via hanno i pensieri nella loro anima, e che i morti possono accogliere questi pensieri. Non si può dire a cosa vogliamo mai leggere ai morti, dato che i morti vivono nel mondo di cui noi ci facciamo pensieri. I bambini vivono anche nel mondo di cui parliamo. I bambini non hanno sulla terra quello che la scienza porta, ma l’Antroposofia possono riceverla nel mondo spirituale. Però questa Antroposofia può venire dalla terra ai morti.

Spero che ci intenderemo in questo. Si rivela infatti che colui che ci si presenta come un morto, sperimenta in sé qualcosa come una nostalgia. Ma non sa a cosa mira questa nostalgia. Si viene insieme a lui; e se così si viene condotti a instaurare una relazione con lui, allora si può agire con i morti in tutte le circostanze. Se si sta nella saggezza spirituale, così è illuminata, e i morti percepiscono la luce. Non percepisce però l’anima alcuna saggezza spirituale in sé, allora rimane buia e i morti non possono percepire l’anima. Che i morti possano vivere con noi, dipende da quello che possiamo mettergli di fronte.

Questo è l’altro lato di quello che abbiamo discusso stamattina. Realizziamo quello che dà soddisfazione interiore ai morti, e questo sarà davvero il frutto più bello della vita e dell’azione antroposofica, che non si abbia solo una fede nella vita dei morti, ma che sempre più divenga un’azione, un’azione dell’anima che attrae i morti. E questo diventerà sempre più necessario per lo sviluppo culturale. L’uomo rimane tanto meno connesso con quello che gli rimane della vita tra morte e una nuova nascita, quanto meno si riempie di saggezza spirituale. Nel mondo fisico le anime devono sempre più impoverirsi e raffreddarsi, se non si volgono alla vita spirituale. Diventeranno interiori solo attraverso il commercio col mondo spirituale.

Un pensiero dovrà vivere tonificante nella nostra anima: che la nostra azione non ha bisogno di essere conclusa quando abbiamo varcato la porta della morte, non conclusa per il progresso della cultura, che possiamo anzi operare verso il basso, se laggiù si vuole accogliere la nostra azione. Se il mondo spirituale fosse accessibile a noi senza che l’uomo facesse qualcosa, allora diventerebbe pigro. L’uomo deve già fare qualcosa. Questa è proprio una prova per noi della verità fondamentale che scaturisce dall’Antroposofia.

5°La trasformazione delle forze dell'anima nell'iniziazione

Parigi, 5 Maggio 1913

Intendo parlare oggi di un importante concetto della scienza esoterica, quello della connessione tra il microcosmo e il macrocosmo. All’interno della scienza esoterica esistono diversi concetti fondamentali che percorrono come leitmotiv l’intero movimento esoterico. Uno di questi è il concetto del numero ritmico, un altro quello del microcosmo e del macrocosmo. Il mistero del numero si esprime nel fatto che certi fenomeni si susseguono cosicché la settima ripetizione può essere designata come la conclusione di un evento, l’ottava come l’inizio di un nuovo evento. Questo fatto è raffigurato all’interno del mondo fisico nel rapporto dell’ottava al tono fondamentale. Per coloro che cercano di penetrare nei mondi occulti, questo principio diventa la base per una concezione del mondo comprensiva. Non solo i toni sono disposti secondo la legge del numero, ma anche gli eventi nel tempo. Gli eventi del mondo spirituale sono disposti cosicché si trova un rapporto come nel ritmo del tono. Ancora più importante è il rapporto tra il microcosmo e il macrocosmo. Troviamo il riflesso sensibile di questo a ogni passo. Consideriamo il rapporto tra la pianta intera e il germe: nella pianta intera vediamo un macrocosmo, nel germe un microcosmo. In certa maniera, nel germe le forze che sono distribuite sulla pianta intera sono come condensate in un punto. In modo simile possiamo considerare lo sviluppo del singolo individuo dall’infanzia alla vecchiaia come microcosmo, lo sviluppo di un popolo come macrocosmo. Ogni popolo ha un’infanzia, durante che assorbe elementi culturali importanti. Un esempio di ciò sono i Romani, che assorbivano la cultura greca. Un popolo cresce e trae da sé le forze per il suo ulteriore sviluppo. Perciò è importante che il membro di un popolo passi attraverso quello che l’intero popolo attraversa.

Si rapporta al suo popolo come il germe alla pianta. Nel massimo grado troviamo il rapporto tra il microcosmo e il macrocosmo nell’uomo come ci appare nel mondo sensibile, e nel cosmo. Come si presenta a noi nel mondo sensibile, egli ha concentrato in sé le forze dell’universo, così come nel germe le forze dell’intera pianta sono concentrate.

Possiamo allora domandarci: queste forze nell’uomo sono anche in qualche modo distribuite nel macrocosmo, come le forze del germe di pianta sono distribuite su tutta la pianta? Solo la scienza esoterica può darci una risposta a ciò, perché all’interno della vita terrestre l’uomo impara a conoscersi solo come microcosmo. Ma egli non vive soltanto nel microcosmo, bensì ha anche una vita nell’universo.

Per prima cosa questo appare solo come un’asserzione, che l’uomo, nello sperimentare lo stato di veglia e di sonno, alterna tra una vita nel microcosmo e una vita nel macrocosmo. Quando sprofonda nel sonno, la coscienza cessa di operare, gli affetti cessano di essere per lui. Una scienza esteriore si sforzerà invano di trovare, all’interno dell’uomo che dorme, quello che costituisce la sua vita dell’anima nello stato di veglia. Comunque, dal punto di vista logico è impossibile pensare che nell’addormentarsi la vita dell’anima dell’uomo venga annichilita, e che al risveglio emerga di nuovo dal nulla. In non lontano tempo la scienza esterna dovrà ammettere che la vita dell’anima non può essere conosciuta dalle realtà materiali esterne, così come non si conosce il polmone dal fatto che si conoscono le leggi dell’ossigeno. Noi per questo studiamo il polmone nelle sue funzioni organiche. Così riconosciamo che nelle leggi esterne non c’è nulla della vita fisica che noi respiriamo spiritualmente ogni mattina e che respiriamo di nuovo al momento di addormentarci. Per l’occultista addormentarsi e svegliarsi non è nulla di diverso che respirazione. L’uomo ogni mattina respirando spiritualmente assume qualcosa di spirituale-animico e lo respira di nuovo quando si addormenta. Dov’è questo spirituale-animico, quando l’uomo è nello stato di sonno, corrispondentemente all’aria dello spazio che ha espirato? La scienza occulta ci mostra che è avvolto dall’atmosfera del mondo dello spirito, così come noi siamo avvolti dall’atmosfera dell’aria; solo che questa si estende per pochi migliaia di chilometri, mentre quella riempie l’universo.

Consideriamo la quantità di aria che l’uomo ha respirato nel suo corpo, mettiamola in rapporto con l’intera atmosfera: la medesima quantità che dopo l’inalazione è nel corpo umano, dopo l’esalazione si inserisce nell’atmosfera. Così nel senso dell’occultismo si può dire: dopo l’inalazione è nel microcosmo, dopo l’esalazione nel macrocosmo. Così è anche la vita psichico-spirituale, che si attiva all’interno del nostro corpo, dal risveglio all’addormentarsi nel microcosmo, dall’addormentarsi al risveglio nel macrocosmo. Come la scienza fisica esterna ci insegna l’esistenza dell’atmosfera fisica, così la scienza occulta parla del macrocosmo spirituale, che accoglie la nostra anima nel sonno.

La scienza dello spirito viene conseguita attraverso metodi spirituali: l’iniziazione. La vita della nostra anima all’interno del microcosmo ce la mostra l’esperienza quotidiana; la vita all’interno del macrocosmo psichico-spirituale l’impariamo a conoscere attraverso l’iniziazione. Di questa scienza si deve parlare per primo, se il passaggio dal microcosmo al macrocosmo deve essere compreso. Questa scienza acquista un significato particolare, perché in essa entriamo nel mondo spirituale dopo la morte. Il varcamento della soglia della morte significa solo un definitivo abbandono del corpo da parte dell’anima. Il metodo dell’iniziazione insegna esercizi intimi dell’anima. Come nel corso ordinario della vita agiremo sull’ambiente corporeo, così dobbiamo mettere la nostra anima in grado di agire spirituale-animicamente sul macrocosmo e di ricevere impressioni da esso. Dobbiamo cercare di liberare le nostre forze psichico-spirituali che sono legate alla vita corporea. Tre forze dell’anima sono nella vita ordinaria collegate al corpo, che vengono liberate attraverso l’iniziazione. La prima forza dell’anima è la forza del pensare. Nel corso ordinario della vita l'usiamo per la formazione dei pensieri, per le rappresentazioni delle cose che ci circondano. Cerchiamo di penetrare nella natura di questa forza di pensiero. Cosa accade quando pensiamo e ci formiamo rappresentazioni? Anche la scienza fisica ammetterà che ogni volta che concepiamo un pensiero che si riferisce a qualcosa di sensibile, nel nostro cervello avviene un processo di distruzione. Dobbiamo distruggere delicate strutture del cervello; l’affaticamento lo mostra sufficientemente. Quello che il pensiero quotidiano distrugge, viene di nuovo ripristinato nel sonno.

Attraverso il metodo dell’iniziazione otteniamo uno stato attraverso cui otteniamo la forza di pensiero libera dal cervello fisico: allora non viene distrutto nulla. Questo lo raggiungiamo nella meditazione, concentrazione, contemplazione. Questi sono certi processi nella nostra anima, che si distinguono dalla vita ordinaria dell’anima. Quelle rappresentazioni e processi dell’anima che nel corso ordinario della vita ci riempiono, sono poco adatti a produrre in noi la meditazione; se ne devono scegliere altri. Per parlare concretamente, si deve dare un esempio. Immaginate due bicchieri, uno vuoto, l’altro mezzo pieno. Allora immaginate che versiamo acqua dal bicchiere mezzo pieno in quello vuoto, e ora immaginate che il mezzo pieno divenisse sempre più pieno nel processo. Il materialista trova sciocco un tale procedimento. Ma in una rappresentazione adatta alla meditazione non si tratta di qualcosa di reale nel senso fisico, bensì di qualcosa che forma rappresentazioni dell’anima. Proprio perché tale rappresentazione non si riferisce a nulla di reale, distoglie il nostro sguardo dal reale. Ma può essere un simbolo, cioè per il processo dell’anima che è connesso al mistero dell’amore. Nel processo dell’amore le cose stanno come con il bicchiere mezzo pieno, da cui si versa in uno vuoto e che nel processo diventa pieno. L’anima non diventa più vuota, diventa più piena nella misura in cui dà. Un tale significato può avere questo simbolo.

Se trattiamo una tale rappresentazione in modo che vi dirigiamo tutte le forze dell’anima, allora questa è una meditazione. Dobbiamo dimenticare tutto il resto con tale rappresentazione, anche noi stessi. L’intera nostra vita dell’anima deve essere diretta su di essa per lungo tempo, circa un quarto d’ora. Non basta fare una sola volta o poche volte tale esercizio; deve essere sempre ripetuto. A seconda della disposizione dell’individuo, si mostrerà che la vita dell’anima cambia nel processo. Notiamo che sviluppiamo una tale forza di pensiero che non distrugge il cervello. Chi passa attraverso tale sviluppo riconoscerà che la meditazione non provoca affaticamento e non distrugge il cervello. Sembra contraddire il fatto che i principianti nella meditazione si addormentano. Ma ciò deriva dal fatto che all’inizio siamo ancora legati al mondo esteriore e non abbiamo ancora liberato i pensieri dal cervello. Se attraverso sforzi ripetuti abbiamo liberato le forze di pensiero dal cervello, se abbiamo raggiunto la meditazione senza affaticamento, allora avviene una trasformazione nella nostra intera vita umana. Come finora nel sonno eravamo inconsci fuori dal corpo, così ora lo siamo consapevolmente. E come nel corso ordinario della vita pensiamo il nostro Io nella nostra pelle, così dopo la meditazione lo sperimentiamo fuori dal nostro corpo. Il corpo diventa un oggetto su cui guardiamo. Ma ora l’impariamo a conoscere diversamente che nel sonno. L’impariamo a conoscere come forze magnetiche che ci incatenano al nostro corpo. È qualcosa in cui vogliamo immergerci. E riconosciamo che sono le medesime forze che ogni mattina ci attirano verso il nostro corpo fisico, che prima della nascita ci siamo procurati dal mondo spirituale, e che ci hanno fatto cercare i flussi ereditari, per trovare un nuovo corpo. Per mezzo di questo impariamo perché ci sentiamo attratti verso i nostri genitori e antenati.

Possiamo estrapolare una rappresentazione, un’esperienza dell’anima, che è diversa da quelle che abbiamo nel passaggio dal microcosmo al macrocosmo. Quando dal macrocosmo guardiamo il corpo, diciamo in tutte le esperienze: questo è fuori da noi. — Se però abbiamo suscitato l’esperienza di Paolo in noi, allora abbiamo sviluppato un elemento dell’anima che è già in noi esteriore. Se siamo fuori dal corpo, allora sentiamo l’esperienza del Cristo come un’intimità. Questo si può chiamare il primo incontro con l’impulso del Cristo nel macrocosmo. Ora dobbiamo discutere un secondo tipo di forze dell’iniziazione. Come liberiamo la forza di pensiero, così possiamo liberare la forza che usiamo per l’espressione linguistica. La scienza materialista dice che gli organi motori del linguaggio hanno il loro centro nel cosiddetto organo di Broca. Ma non è l’organo di Broca che ha formato il linguaggio, ma il linguaggio ha formato quello.

La forza di pensiero agisce distruttivamente; il linguaggio, che viene dall’ambiente sociale, agisce costruttivamente. Ora possiamo liberare questa forza che costruisce l’organo di Broca. Lo raggiungiamo permeando la nostra meditazione con valori di sentimento. Se medito: nella luce splende la saggezza —, così neanche questo rispecchia una verità esteriore, ma ha un significato profondo, un senso profondo. Se pervuotiamo il nostro sentimento con questo: vogliamo vivere con tutta la luce che splende di saggezza —, allora sentiamo come afferriamo la forza che altrimenti si esprime nella parola, e che ora vive nella nostra anima. Quando si parla del silenzio d’oro, si riferisce a questo: abbiamo nella nostra anima una forza che crea la parola. — Possiamo afferrarla come la forza di pensiero. Allora superiamo lo spazio, come attraverso l’afferrare della forza di pensiero superiamo lo spazio. Quello che per la vita quotidiana è un ricordare fino all’infanzia, allora si estende sopra la vita prenatale. Questo è il modo per ottenere esperienze sulla vita dall’ultima morte fino alla nostra attuale nascita, e allo stesso tempo il modo di scandagliare lo sviluppo dell’umanità. Percepiamo le forze che guidano l’evoluzione della storia umana.

Riconosciamo la vita dalla nascita fino alla morte. Se sviluppiamo la forza della parola muta, riconosciamo il fondamento spirituale della vita terrestre. Qui è di nuovo così, che incontriamo un luogo storico, il mistero del Golgota. Perché questo è il modo in cui troviamo lo sviluppo ascendente e discendente dell’umanità e il punto dove il Cristo si è incarnato. Come lui è nella sua forza propria, così si riconosce. Come attraverso la liberazione del pensiero ci uniamo al Cristo come era sulla terra, così attraverso la liberazione della parola ci uniamo al mistero del Golgota. Una luce particolare cade così sulla prima riga del Vangelo di Giovanni.

Allora una terza forza diventa indipendente attraverso la meditazione. Non solo il cervello e la laringe, ma anche la circolazione del sangue e il cuore ne sono colpiti. In forma debole la sentiamo quando arrossiamo e impallidiamo. Qui il psichico agisce sulla pulsazione del sangue e arriva fino al cuore. Questa forza dell’anima può essere estratta dalla pulsazione del sangue e diventare una forza dell’anima indipendente. Questo accade attraverso la meditazione, dove la volontà si unisce alla meditazione. Meditiamo: nella luce splende la saggezza. — Ma formiamo il proposito di unire la nostra volontà con ciò, così da voler procedere con questa saggezza splendente nell’evoluzione dell’umanità. Quando arriviamo a tale meditazione di volontà, allora otteniamo che le forze di volontà affluiscano nell’anima. Queste forze si possono afferrare ed estrarre dal sangue — anche se non si possono estrarre del tutto —; allora formano una forza di chiaroveggenza attraverso cui andiamo al di là della nostra terra. Impariamo a conoscere la nostra terra come un pianeta reincarnato, che si reincarnò di nuovo e noi uomini con lui. Così cresciamo attraverso il mondo psichico-spirituale nel macrocosmo. In certa maniera sperimentiamo come la vita tra morte e nascita deve essere opposta alla vita in un’incarnazione. Perché quello che l’uomo sperimenta dopo la morte, liberato dal corpo, lo sperimenta l’iniziato. Prendiamo la caratteristica principale di quello che ci è stato presentato nello stato libero dal corpo. È la medesima esperienza come nella vita dopo la morte. Nel vivere nel microcosmo percepiamo attraverso l’organo fisico dei sensi. Dopo la morte vediamo il corpo come l’iniziato. Non si può percepire quello che percepiscono gli organi dei sensi. L’iniziato può conoscere la vita tra morte e nuova nascita, perché qui ha già trovato il passaggio dal microcosmo al macrocosmo.

Nel linguaggio umano ordinario non si può parlare con i morti. Ma se abbiamo liberato la forza del linguaggio, possiamo riconoscere come siamo insieme ai morti. Liberando la forza di pensiero, possiamo parlare con coloro che sono tra morte e nuova nascita.

Mi permetta di citare un esempio. Un veggente poteva parlare con un defunto. Era stato un uomo eccellente, ma solo nel senso materiale si era preso cura dei suoi. Era senza rappresentazioni religiose e antroposofiche. Il veggente poteva apprendere dall’uomo il seguente: So che ho vissuto insieme alla mia famiglia, ai miei cari, e loro erano il mio sole. Vivono ancora adesso, questo lo so, ma li vedo solo fino al punto in cui ho lasciato la terra. Nessuna connessione si può stabilire con loro. — Le circostanze sono complicate dopo la morte. Il veggente poteva osservare il seguente: la donna mostrava nel suo essere ancora qualcosa come le conseguenze dell’influenza di suo marito. Queste azioni l’uomo poteva vederle, ma non come si vede un uomo, bensì come in uno specchio. C’è un vedere, ma è come se si vedesse solo un’immagine nello specchio. Questo produce orrore, perché non si può vedere l’uomo realmente come è. Come nel sensibile rilievo vediamo il corporeo, così dopo dobbiamo potere vedere il psichico. Ma come in una stanza buia non vediamo una candela se non arde, così qui il riconoscimento è ridotto, oscurato. Ma una connessione è ancora possibile tra il morto e l’uomo sulla terra, se quest’ultimo si riempie di vita spirituale. Su questo si basa il beneficio che possiamo conferire ai morti. Qualcuno è passato per la porta della morte, e con lui ci uniscono interessi comuni: possiamo leggergli ad alta voce. Ci immaginiamo che sia davanti a noi, gli leggiamo a voce bassa; possiamo anche inviargli pensieri. Ma egli riceve un’impressione solo se gli inviamo idee e concetti con vita spirituale. Il compito dell’Antroposofia viene compreso quando capiamo che dobbiamo eliminare l’abisso che ci separa dai morti.

Anche un’anima che si era atteggiata in modo ostile verso l’Antroposofia può provare un beneficio da tale lettura ad alta voce. Nella nostra vita dell’anima si devono distinguere due aspetti: l’esperienza consapevole e i fondamenti dell’anima, che, come le profondità del mare, si esprimono solo nelle onde sulla superficie. Così possiamo apprendere che di due fratelli, ad esempio, uno diventa Antroposofo, l’altro un avversario dell’Antroposofia. Questo può essere solo un fatto del mondo esterno. Il processo interiore è: una profonda brama del religioso è lì, e si vuole solo stupire attraverso il rifiuto dell’Antroposofia. La rappresentazione conscia è solo un oppio, per dimenticare quello che accade nella profondità. La morte allontana tutto questo, e noi abbiamo fame proprio dell’insperatamente bramato. Perciò la lettura ad alta voce di scritti antroposofici è proprio un beneficio. Gradualmente giunge la coscienza della connessione coi morti. Ma anche prima che abbiamo questo sentimento, non rischiamo nulla di più se il morto non ci ascolta quando gli leggiamo ad alta voce. Così vediamo che attraverso l’afferrare vivo della dottrina antroposofica i morti e i viventi, il microcosmo e il macrocosmo vengono in connessione.

Ancora in un altro campo questo accade. Quando il veggente osserva gli addormentati, vede: ci sono anime che attraversano la porta del sonno che non hanno mai avuto interessi spirituali, e altri che durante il giorno assorbono pensieri spirituali. — Qui si mostra una differenza: le anime che dormono sono come semi nel campo. Una carestia regnerebbe nel mondo spirituale se nessun pensiero spirituale venisse portato lì. Il morto si nutre di quello che viene portato di idee spirituali, di idee antroposofiche da coloro che si addormentano. Se al momento di addormentarci non portiamo concetti spirituali, allora priviamo i morti di nutrimento. Con la lettura ad alta voce diamo loro stimolazione spirituale; con le idee spirituali che portiamo al momento di addormentarci, diamo ai morti nutrimento.

Per mezzo di quello che l’uomo crea nella sua anima, egli diventa un ponte dal microcosmo al macrocosmo. Ciò di cui ci appropriamo è come un seme. La missione vivente, non solo la teorica dell’Antroposofia vorrei rappresentare così: la teoria si trasforma in elisir della vita, l’immortalità diventa un’esperienza. Come il seme dà la garanzia per un prossimo seme, così sviluppiamo forze psichico-spirituali che sono garanzie per un ritorno in una prossima vita terrestre. Non capiamo solo: noi viviamo l’immortalità in noi. Così viviamo, da quel momento in poi in cui i capelli incanutiscono, quello che passa attraverso la porta della morte. In tale senso l’Antroposofia diventerà elisir della vita, come il sangue percorre il nostro corpo fisico. Solo allora l’Antroposofia sarà quello che deve essere. Se impariamo a riconoscere questo e vogliamo riassumerlo in un sentimento fondamentale, nel sentimento fondamentale che l’anima umana è connessa al mondo spirituale come il nostro corpo fisico al mondo fisico, allora l’uomo vive:

«Le creature nello spazio ampio

Parlano al senso umano,

Si trasformano nel corso dei tempi.

Vivendo la si spinge l'anima umana

Dallo spazio ampio illimitato

Indisturbata dal corso dei tempi

Nel regno dell’eternità.»

6°Natura e spirito alla luce della conoscenza antroposofica

Stoccolma, 8 Giugno 1913

Come primo dei temi che sono stati scelti per questo breve ciclo di conferenze, è quello riguardante «Natura e spirito alla luce della conoscenza della scienza dello spirito». Natura e spirito! — Con ciò è espresso apparentemente un contrasto, a cui subito alle anime umane vengono in mente molte concezioni contrastanti e opinioni che si sono opposte nel mondo. Sappiamo infatti che negli ultimi secoli una specie di scienza si è sempre più sviluppata, che vuol lasciar valere solo la natura e che in realtà, dal suo punto di vista, non può fare diversamente che contare lo spirito tra la natura. D’altra parte vediamo come difensori dello spirito e della vita spirituale si affermano tuttavia su tutti i campi, anche nel nostro tempo. E non abbiamo che da guardare all’estremo da un lato, dove nel 19° secolo si è detto: il cervello separa i pensieri, come il fegato la bile; cioè quello che percepiamo spiritualmente nell’uomo è un processo puramente naturale, e in un altro spirito non crediamo. — Se mettiamo ciò accanto ai molti odierni sforzi per fondare una scienza dello spirito, allora abbiamo gli estremi.

Ma si può pensare diversamente anche sulle parole «natura e spirito»: si possono indicare le parole goethiane: «La natura è peccato, lo spirito è diavolo, e fra loro il dubbio, il loro mostro sfigurato.» E così possiamo mettere a confronto molte cose che mettono natura e spirito in contrasto, e possiamo trovarcene molte che hanno portato disarmonia nei cuori umani, che hanno suscitato tempeste di conflitto e lotta nel mondo.

D’altra parte ci risuona un’altra parola dei tempi più recenti, anche da Goethe, che dice che lo spirito non potrebbe mai essere senza materia, e la materia non potrebbe mai essere senza spirito, esistendo e operando. Questa parola si lascia molto facilmente confutare. Basta solo attirare l’attenzione sul fatto che, se colpisco un pezzo di granito da una roccia, allora ho materia senza spirito! Le confutazioni di parole profonde sono molto facili da trovare nel mondo, e proprio in un movimento della scienza dello spirito bisogna chiaramente capire che per la stoltezza del mondo non c’è nulla di più facile che confutare con grande apparenza di ragione le parole dei saggi. Una concezione antroposofica deve entrare più a fondo in queste cose.

Che cosa è spirito, che cosa è natura? — Per il nostro sentire ordinario non c’è dubbio che stiamo di fronte alla natura quando vediamo, in primavera, spuntare dalla terra le piante e svilupparsi. Lì vediamo il tessere e la vita della natura. Allo stesso modo non c’è dubbio che con una certa ragione parliamo di natura quando nell’inverno i fiocchi di neve ricoprono la terra. Questi sono entrambi effetti naturali. Ma ci siamo davvero rapportati in maniera pienamente legittima a quello che si estende attorno a noi? Ci si immagini una volta: degli esseri potessero pensare che fossero molto più piccoli di noi, così piccoli che per loro le nostre unghie o i nostri capelli fossero grandi come per noi gli alberi. Allora questi esseri descriverebbero i capelli della nostra testa come noi descriviamo le piante che spuntano dalla terra. Ma noi umani non descriviamo i singoli capelli o il capo dell’uomo come un terreno su cui si elevano i singoli capelli, perché sappiamo che non si trova un capello come un’entità singola in natura: sono possibili solo su un altro essere. Solo chi per la sua piccolezza non può abbracciare i capelli nella loro totalità, potrebbe descrivere un capello per sé. Un tale essere potrebbe forse molto bene distinguere tra i vari capelli. A seconda del luogo sulla testa dove crescono, potrebbe ordinarli in classi e categorie: una classe capelli della tempia sinistra, una classe capelli della tempia destra; una classe capelli della fronte sinistra, una classe capelli della fronte destra; si potrebbe dar loro in seguito nomi che li distinguessero ulteriormente. Così potrebbe esservi per tali piccoli esseri una scienza dei capelli. Per altri esseri, con una certa ragione, esiste una tale scienza: è la botanica. Mentre in realtà la terra considerata come un tutto produce le singole piante come la nostra testa produce i capelli, mentre le singole piante appartengono alla terra e non esistono come specie particolare, nella botanica le piante sono classificate e descritte senza considerazione del fatto che il mondo vegetale forma un’unità appartenente alla terra, proprio come i nostri capelli formano un’unità col nostro organismo. Per la natura o il mondo è molto indifferente che l’uomo si faccia una botanica, come una scienza dei capelli di un piccolo essere pensante sarebbe indifferente per l’uomo.

La scienza dello spirito ci conduce però ancora più avanti. Ci mostra che, così come non si può immaginare un essere come l’uomo con capelli sulla testa senza un’anima, allo stesso modo la terra non può essere considerata diversamente che come un tutto che ha tutti i materiali, tutte le cose puramente naturali come organi dello spirito della terra o dell’anima della terra. Se studieremo ulteriormente questo spirito della terra o questa anima della terra, esso si distingue per prima cosa dall’anima umana. La peculiarità dell’anima umana è che ci si presenta come una sorta di unità. Con lo spirito della terra questo non è così a prima vista. Infine è vero che, come sapete, c’è uno spirito della terra direttore; ma ciò che incontriamo prossimamente nella considerazione spirituale della terra è una grande somma, una pienezza di esseri elementari, che come una molteplicità, una varietà formano il prossimo gradino dello spirito della terra.

Con questo spirito della terra possiamo occuparci dapprima. Allora si mostra che, ad esempio, nell’emisfero terrestre dove in un dato momento è estate, questi esseri dello spirito della terra attraversano una specie di sonno, e dove c’è inverno, lì vegliano. Per il riconoscimento spirituale cominciano effettivamente, nella medesima misura in cui le piante spuntano dalla terra, gli esseri elementari e gli spiriti ad addormentarsi. D’inverno cominciano a svegliarsi. Allora questi esseri elementari e gli spiriti si formano a loro modo rappresentazioni, sentimenti e sensazioni. Quello che la notte è per l’uomo, quello è sull’emisfero terrestre dove è estate, l’estate; e quello che il giorno è per l’uomo, quello è per la terra l’inverno. La terra come entità totale veglia e dorme come l’uomo, ma così che sempre una metà è più desta, l’altra più sonnecchiante, mentre l’uomo è così organizzato che, quando dorme, dorme del tutto nello stesso tempo. Questo non è in realtà corretto, bensì con la terra è proprio come con l’uomo. Quando l’uomo dorme, dorme solo la sua parte della testa, mentre gli altri organi allora vegliano molto più. Ma l’uomo non è organizzato per percepire questo. È in realtà con la terra anche così, sebbene non del tutto. L’uno emisfero della terra ha più acqua che l’altro, perciò sulla terra il sonno e la veglia non sono dissimili dal sonno e dalla veglia dell’uomo.

Come consideriamo l’uomo come un essere vivente e dotato di anima, così dobbiamo anche considerare la terra. Solo perché siamo così piccoli come siamo sulla terra, non vediamo che essa ha nello stesso tempo corpo e anima. Ma questo deriva anche dal tempo materialista. Keplero, ad esempio, che sapeva ben pensare, dice ancora che egli considera la terra come un grande organismo. Ma egli non aveva una visione occulta della terra, perciò non sapeva che l’inverno significa veglia e l’estate significa sonno per la terra, e si immaginava la terra come un grande pesce balena, invece di pensarla come un essere animato che è superiore all’uomo. Aveva un po’ ridotto le proporzioni, vedeva la terra come una balena, e nel movimento dell’aria vedeva l’inspirazione e l’espirazione dell’animale. Questa era anche la visione di Giordano Bruno. Per lui la terra era un grande organismo dotato di anima, che nell’ebb e flusso ha il suo processo respiratorio. E così Goethe: la terra è un grande individuo vivente, che nel flusso e riflusso, nelle correnti d’aria e nel mare manifesta il suo processo di inspirazione e espirazione. — Sì, gli spiriti dei tempi più antichi, più spirituali sapevano ancora che non si può considerare la terra così astratta teoricamente, come si fa oggi in una maniera come se si potesse descrivere un capello o un’unghia per sé, mentre si dovrebbe sapere che questi non possono esistere senza l’intero organismo, che sono fondati nell’intero organismo. La concezione naturalistica non sa su cosa si fonda. Nella considerazione del mondo dipende dal fatto che in tutte le cose del mondo ci si deve potere domandare: è questo una parte di un tutto o è di per sé un tutto? — Se qualcuno trova un dente umano, non deve considerarlo come una creatura particolare,

bensì il dente è fondato solo se considerato come una parte dell’uomo. Così è anche un non-senso descrivere una singola pianta, perché è pensabile solo come parte dell’intero essere terrestre. Così è pensabile solo il corpo esteriore della terra con l’anima e lo spirito della terra. E se non si sa nulla dello spirito della terra, se non si sa che questa terra è il corpo di uno spirito, come è il nostro corpo, allora si considera la terra come la considerano la mineralogia, la geologia, la botanica. Queste non hanno la coscienza che dietro tutto quello che descrivono sta lo spirito direttore della terra. Se colpisco un pezzo da una roccia, è facile dire: lì dentro non c’è spirito! — In un pezzo di dente non c’è nemmeno spirito, ma il pezzo di dente non è pensabile senza l’intero uomo e l’animale-spirituale a cui appartiene.

Questo dobbiamo tenere presente quando parliamo di natura e spirito. Se di conseguenza parliamo della terra come di un pianeta naturale, senza parlare della sua anima e del suo spirito, ciò deriva solo dal fatto che allontaniamo lo spirito, non vogliamo saperne nulla. Dove allora la terra esiste come pianeta puramente naturale? La botanica, la geologia, l’astronomia direbbero: si muove nello spazio cosmico! — Se quella asserzione fosse vera, allora ben presto cesserebbe di muoversi, allora crollerebbe, come il corpo umano dopo la morte, quando lo spirito l’ha abbandonato.

Questo modo di considerazione ha contaminato il mondo. Anche i membri dell’uomo e l’uomo intero oggi sono descritti come se fossero solo natura, cioè si considera il cadavere. Perché se l’uomo fosse così come lo descrive il fisiologo, l’anatomico e così via, dovrebbe morire subito. La fisiologia descrive solo la propria fantasia, similmente l’astronomia, la geologia con la loro descrizione della terra. Questa è un puro prodotto di fantasia. Non c’è per nulla questa terra puramente naturale. Perché che la terra sia così come è, è fino al più piccolo frammento di roccia fondato sul fatto che la terra è permeata dallo spirito della terra.

Così vediamo di cosa si tratta. Nella considerazione dell’uomo dipende dal fatto che si trova il punto di partenza dalla parte al tutto, che non si stacca la parte dal tutto. L’uomo come tale è un tutto. Se però si tratta della terra, allora l’intera terra deve essere considerata come un tutto. Se separiamo la natura e i suoi effetti dalla terra, cosa è allora questa natura? Allora è il nostro prodotto di fantasia, che in realtà non esiste, che ci appare solo così perché stacchiamo una parte da un tutto. Perciò si vede che non dipende dal fatto che uno descriva qualcosa fedelmente, ma che sappia come una parte si articola nel tutto, o piuttosto come cresce fuori dal tutto. Così la terra deve essere considerata come un tutto, non certo come un tutto fisico, bensì come un essere corporeo che appartiene al suo spirito.

Si potrebbe però ancora parlare di natura e spirito in un’altra maniera. Basta considerare l’uomo stesso. Nell’uomo ci si presenta in certa maniera qualcosa che sembra giustificare i concetti «natura e spirito» come opposti. Il bambino nasce, e tutte le manifestazioni della vita del bambino nei primi tempi appaiono come qualcosa che si forma dal fisico, dalla natura fisica intera. Perciò si dice spesso: il bambino agisce ancora completamente secondo la sua natura. Solo più tardi il spirituale, l’animico emerge dal corpo. All’inizio della sua vita l’uomo è più natura, più tardi sviluppa più lo spirito. — Questo però è di nuovo nulla se non una maniera di considerazione negligente. Perché nei primi tempi della nostra vita c’è molto spirito in noi, è solo in maniera più nascosta in noi che più tardi. Tutto quello che dà forme al nostro corpo è spirito operante; solo non è così che si attiva interiormente nello spirito e l'illuminiamo con il potere della memoria. Abbiamo davvero negli anni della prima infanzia non meno spirito in noi che negli anni successivi. Si potrebbe davvero in certe circostanze ancora più radicalmente. Qualcuno chiedeva in questi giorni: che cosa significa che un bambino vive solo pochi giorni e poi muore? — Ci mostra ora la scienza occulta che anche una vita così breve ha un significato. Spesso l’essere che è in questo corpo di bambino ha potuto sviluppare molte cose, ma talvolta una cosa non ha potuto sviluppare, ad esempio una vista del tutto sana. Immaginiamo che qualcuno in un’incarnazione sia stato un uomo eccellente, ma aveva una vista debole. Allora accadrà che un tale più tardi, in un’incarnazione, viva solo pochi giorni, solo per compensare quello che è rimasto in sospeso nella vita precedente per i suoi occhi deboli. In questo caso si deve contare questa incarnazione con la precedente. In generale si sottovaluta molto il significato della capacità di apprendimento del bambino nei primi giorni. Se il bambino impara a guardare la luce, sono necessarie per questo più capacità che per tutto quello che si impara nel primo semestre accademico.

Contro tali cose si può obbiettare molto, ma pensiate un momento sul contenuto di tale cosa, e vedrete già che è corretto. Consideriamo l’età infantile nel modo corretto solo quando sappiamo che lo spirito non è meno nel corpo quando costruiamo il nostro cervello, sviluppiamo la nostra fisionomia e così via, che più tardi quando possiamo compiere qualcosa di più ingegnoso. Nell’età successiva lo spirito si è un poco ritratto dal corpo e agisce come lo spirito più astratto, che però allora non può più organizzare il cervello. Questo è già diventato rigido. Lo spirito che si ama chiamare «spirito» più tardi nella vita umana, era già presente nella prima parte della vita umana, ma aveva qualcosa d’altro da fare: era più legato ai processi naturali. Solo che questo non lo si vede, perciò si chiama solo natura quello che accade, e solo spirito quello che accade consapevolmente più tardi. Perciò l’uomo assume un contrasto tra i processi «naturali» della prima infanzia e la spiritualità del pensare, sentire e volere nel corso successivo della vita. Ma il contrasto è del tutto diverso.

Nella prima età infantile c’è un’intima connessione tra natura e spirito: si penetrano l’un l’altro, si stanno ancora amichevolmente di fronte. Più tardi si separano, e lo spirito e i processi naturali procedono più separati. In cambio i processi naturali diventano anche più senza spirito, in quanto lo spirito si è differenziato da essi ed è diventato l’anima particolare di cui l’uomo è così orgoglioso. L’uomo se la procura con il fatto che il suo corpo diventa più senza spirito. L’uomo ha prima succhiato lo spirito dal suo corpo, per potere usarlo più separato per sé. Nell’intera evoluzione terrestre c’è qualcosa di simile. Nei tempi molto antichi della terra lo spirito era ovunque intimamente connesso con la natura della terra, perciò allora c’era un intimo cooperare tra spirito della terra e natura della terra. Oggi in certa maniera la natura della terra è così separata dal suo spirito come nell’uomo la natura dalla sfera dell’anima. E come nell’uomo è lo spirito che dirige il pensare, il sentire e il volere, così nell’evoluzione della terra lo spirito della terra corre accanto al processo naturale come corso della storia. Questi erano nella lemuriana più intrecciati, come i processi spirituali e naturali nel bambino sono anche più strettamente collegati che nell’uomo successivo. Su cosa si fonda qui? Si fonda sul dire: lo spirito si sviluppa nell’età successiva della vita o dell’era terrestre? — No, era già lì, ma allora ha usato la sua attività su quello che poi è stato separato. E quello si indurisce, lignifica, muore.

Per questo motivo dobbiamo anche considerare il tutto, che come un tutto deve essere considerato, non nel tempo, solo secondo le sue parti. L’uomo, così come è bambino, non è un tutto fisico sulla terra. L’uomo con gioventù, età media, vecchiaia e così via è primo un tutto, e non possiamo dire: l’uomo attraversa uno sviluppo dal naturale allo spirituale —, bensì dobbiamo dire: nella sua prima infanzia natura e spirito erano intimamente connessi. Più tardi si separano più tra loro. Per mezzo di questo il naturale diventa qualcosa di più morto, qualcosa di meno interiormente vivo, e lo spirito diventa più autonomo. È così avvenuta una differenziazione nell’intero essere umano. — Questa è l’impressione corretta. Ma non è che il spirituale si sviluppi semplicemente dal naturale. Esiste differenziazione. Se parliamo di natura senza lo spirito, allora parliamo di un puro prodotto di fantasia. Mai un uomo nelle attuali condizioni fisiche della terra potrebbe essere più tardi un essere pensante, sentente e volente che è così orgoglioso della sua spiritualità, se non avesse per prima cosa distaccato il suo spirito dall’esistenza naturale. Bisogna imparare a ripensare completamente su natura e spirito.

Questo va ancora più oltre. Consideriamo l’aspetto esteriore dell’uomo e della donna. Chi lo fa molto superficialmente, giungerà al giudizio: la donna sta più vicino alla natura, giudica più immediatamente dai fondamenti della natura. L’uomo si è più allontanato dalla natura; in lui vive più il pensiero autonomo, lo spirito autonomo. — L’era materialistica, che si pensa lo spirito in senso materialistico, ha ancora addotto altri motivi per questa differenza, come ad esempio il peso del cervello. Ma quando è stato pesato il cervello di colui che aveva escogitato questa teoria, si è scoperto che aveva un cervello maschile particolarmente piccolo! Se quindi consideriamo così natura e spirito, allora anche uno sguardo superficiale mostra come poco ciò corrisponda a realtà. Chi entra qui nelle profondità, giungerà di nuovo a un modo completamente diverso di considerazione. L’aspetto esteriore della donna è in una certa misura effettivamente più naturale, ma è anche d’altra parte più spirituale dell’aspetto esteriore dell’uomo. La femminilità sulla terra odierna è più naturale perché l’attività spirituale in lei non si è ancora così separata dal suo corporeo, come è il caso con l’uomo. Perciò l’uomo non è da pensarsi come avente più spiritualità della donna, bensì nell’uomo emerge più quello che è spirito distillato, ciò che lascia la materia accanto a sé. Ma per questo anche in certe parti la corporeità maschile è più senza spirito. La corporeità femminile è più permeata di spirito, come ad esempio quella del bambino è, la corporeità maschile nell’età successiva più senza spirito come nella giovinezza. Ma non dovremmo parlare di più naturalità o spiritualità nel maschio o nella femmina.

La maniera di considerazione deve quindi diventare completamente diversa. È vero: in certa misura quello che ha a che fare con l’essenza dell’uomo e della donna ci resta tutta la vita. Non è sempre piacevole sottolinearlo. Perché ad esempio più donne che uomini sono nella Società Antroposofica? Non parla questo in realtà contro la presenza di intelletto nell’Antroposofia? — Si risponde a ciò in modo affatto obiettivo, solo si è facilmente fraintesi. Il fatto che più donne vengano alla Società Antroposofica, che si approprino più facilmente delle verità spirituali, viene dal fatto che nella vita successiva conservano più della spiritualità del sistema nervoso e del cervello. Nell’uomo questa si separa prima dal corporeo, perciò non ha la possibilità di ricevere così facilmente quello che parla a quello che non è né uomo né donna, ma che sta sopra: l’essere stesso.

L’uomo è in un’incarnazione o uomo o donna. Nell’uomo sono più sviluppate le parti lignificate, e qualcosa è più distillato dalla sua natura totale, ed è lo spirito, lo spirito temporale, passeggero. Nella donna rimangono nel corso di tutta la vita più connessi natura e spirito, perciò rimane la sua natura più flessibile. Ma le verità spirituali parlano a qualcosa nell’uomo che non ha nulla a che fare con la differenza tra uomo e donna. Perché l’essere che da incarnazione a incarnazione passa, può essere alternativamente uomo e donna, anche se questo è una verità di cui gli uomini spesso si arrabbiano.

Quello che è il nostro essere più profondo, non ha nulla a che fare con uomo e donna. Come questo non ha nulla a che fare con uomo e donna, così l’essere più profondo dei fenomeni e dei fatti mondiali non ha nulla a che fare con natura e spirito, bensì una volta si forma più spirituale, un’altra volta più naturale. Questi sono entrambi fasi di un’esistenza: così procede la vita avanti. Come nella vita umana si alternano la sua attività più psichico-spirituale di giorno e la sua attività più naturale per l’uomo fisico di notte, così nell’universo si alternano tempi degli esseri in cui si spiritualizzano più, e tempi in cui si «naturalizzano» più. Questo è un ritmo nell’universo. Chi ad esempio guarda all’essere dell’uomo, se è uomo in un’incarnazione, se perciò è cosmicamente condannato a distillare lo spirito dal naturale, allora può dirsi: certo sono cosmicamente destinato a distillare lo spirito dalla natura, ma questo deve ritmicamente, ciclicamente alternarsi con un’esistenza femminile, dove posso stare con il mio spirito più radicato nel naturale, in modo che di nuovo possa avere un’oscillazione nella direzione dell’esistenza naturale.

Così è con tutti i pianeti, con tutti gli interi, le totalità, con tutti i mondi. Dove troviamo un naturale, c’è uno spirituale che gli appartiene, e dove troviamo uno spirito, ha la tendenza a separare da sé qualcosa che è un naturale. Natura e spirito non sono opposti, bensì stati alternati dell’essere essenziale che sta dietro.

Così dobbiamo vedere che attraverso la nostra concezione del mondo spirituale molti antichi concetti, con cui è stato fatto molto danno, devono essere corretti. Se si smetterà di descrivere solo parti di un essere che è in realtà un tutto, allora si giungerà anche alla chiarezza sui concetti di spirito e natura e non ci si limiterà più a unilateralità. Allora si riconoscerà che lo spirito sarebbe qualcosa di molto debole se la natura gli stesse davanti in modo ostile; allora si riconoscerà che la natura è qualcosa che lo spirito temporaneamente espelle da sé, come la lumaca espelle da sé la sua casa. Ma anche di nuovo a sé prendere e dissolvere in sé può lo spirito la natura. Allora la rende invisibile, ma allora l’ha in sé, allora è diventato con lei un’unità. Se da qualche parte fosse presente un’unità completa di spirito e natura, allora ciò significherebbe: per l’ambito dei fatti lo spirito ha dissolto tutto nella natura che gli appartiene.

Immaginiamo che un uomo abbia quarant’anni. Allora ha la sua natura e ha la sua anima, il suo spirito di cui è così orgoglioso. Torniamo indietro fino alla sua infanzia: allora è più un’unità, ma appare di più nella sua base naturale. Andiamo ancora più indietro, prima della sua nascita: allora è completamente spirituale, allora aveva ancora tutta la spiritualità senza fondamento naturale, senza materia in sé.

Nel mondo c’è un gioco a pendolo: l’essenziale crea la sua immagine nell’aspetto naturale e si rivela attraverso di essa. Lo spirito porta la natura nel suo seno, per crearsi, con quello che genera nel suo seno come natura, un’immagine di sé. Ma l’essenziale ha anche di nuovo il potere di accogliere in sé tutto quello che fuori è natura. E così lo spirito può trionfare su tutte le immagini di sé, per apparire sempre di nuovo in nuove trasformazioni, nuove formazioni. Questo ci testimonia che infinite molte formazioni riposano nel seno dell’essenziale, e che nel sempre nuovo divenire il significato del mondo si realizza davvero. Se si riesce a riconoscere l’appartenenza, l’inseparabilità di spirito e natura, allora si giunge all’essenziale nel mondo.

7°La libertà dell'anima alla luce della conoscenza antroposofica

Stoccolma, 10 Giugno 1913

Quando vi dedicate alla vita dello spirito, è necessario divenire consapevoli del perché, come uomini nel nostro tempo, nel momento in cui afferriamo il nostro compito di uomini nel nostro tempo, abbiamo il desiderio e l’impulso di coltivare la vita dello spirito. Ciò accade perché in realtà, dal momento finale del secolo scorso, l’uomo può relazionarsi alle sfere superiori in una maniera del tutto diversa da quella dei secoli precedenti. È qualcosa che viene generalmente considerata molto poco: che l’evoluzione dell’umanità, da epoca a epoca, produce sempre nuovi impulsi.

Mentre era relativamente difficile nei tempi del XIV, XV, XVI secolo estrarre dall’anima umana una comprensione della sfera spirituale, della vita spirituale, questa comprensione diverrà sempre più e più un bisogno naturale dell’anima umana nei tempi a venire. Perché dal momento dell’ultimo terzo del XIX secolo, in certo senso, le porte verso il mondo dello spirito si sono aperte, così che per chi voglia riceverla, la conoscenza spirituale fluisce dal mondo dello spirito. In questo senso siamo in una nuova epoca completamente rinnovata dell’evoluzione dell’umanità. Chi oggi sente come per istinto la spinta verso l’antroposofia, verso il movimento antroposofico, sente proprio ciò che è scritto nei segni dei tempi. Come oggi ci riuniamo per discutere dei misteri spirituali dell’esistenza, sarebbe stato completamente impossibile cinquanta anni fa, perché allora le ondate della comprensione spirituale non defluivano ancora agli uomini. E dobbiamo comprendere che ciò che desideriamo e vogliamo deve divenire sempre più generale. Per questo dobbiamo ricercare i sintomi che caratterizzano l’intera evoluzione contemporanea dell’umanità. Oggi sono ancora pochi gli uomini che si interessano della vita spirituale e hanno l’impulso di ottenere conoscenze della sfera spirituale. La grande massa ancora energicamente rifiuta ogni conoscenza spirituale. Ora bisogna approfondire ciò che ha condotto a questo stato di fatto nella nostra evoluzione umana. Tra le idee da cui si può meglio vedere ciò che si è formato come sintomo dell’epoca attuale, forse l’idea della libertà è la più importante: essa è quella che può meglio mostrarci in modo intuitivo l’evoluzione degli ultimi secoli.

È perfettamente naturale che oggi un uomo là nel mondo, colui che non ricerca conoscenze spirituali, ma tuttavia desidera istruirsi sulle leggi del mondo e della vita dell’anima umana, si rivolga alla scienza ufficiale, che a sua volta è dominata dalla scienza della natura. Come arrivano gli uomini a una conoscenza del mondo? Si rivolgono a coloro che hanno imparato a conquistare una comprensione naturalistico-scientifica del mondo e che poi magari hanno anche messo per iscritto, in opere scientifico-popolari, come si debba pensare all’anima umana, alla natura e alla libertà e così via. Come potrebbe venire ad altre idee, se chiede a simili persone?

Ma la scienza ufficiale, nel momento in cui intese divenire una concezione del mondo, nel XIX secolo ha attraversato qualcosa di molto strano, che è sintomatico. Ma proprio simili sintomi straordinari gli uomini non li notano affatto. Se si domanda a un grande scienziato se esiste qualcosa come un’idea di libertà, egli risponderà: ciò non esiste nel senso in cui le vecchie concezioni del mondo concepivano questa idea, perché oggi sappiamo che quando un uomo assume per esempio una certa sostanza, questa sostanza agisce subito sul suo cervello, e allora egli non può più servirsi bene del suo cervello. Si vede che l’uomo dipende dal cervello: come può allora essere libero? — Oppure si dice: noi mostriamo nella psicologia razionalista che un uomo affetto da una malattia psichica, che non può parlare o non riesce a ricordare i suoni del linguaggio, presenta anormalità nel cervello. Come si può dire che l’uomo è libero, se dipende dal cervello? - Così dice la psichiatria ordinaria. Per il pensiero ordinario e banale tutti questi argomenti hanno molto peso. Tali cose suonano molto plausibili e gradualmente conquistano il pensiero degli uomini, e se una concezione del mondo spirituale non rimettesse in ordine le teste, gli uomini cadrebbero in una concezione del mondo che nega completamente l’idea della libertà.

In questo senso la scienza ha percorso un cammino strano. Nel XVIII e all’inizio del XIX secolo si ricercava sempre la finalità nella natura. Ci si chiedeva: perché il toro ha le corna, perché crescono mele sul melo? — Un saggio ordinamento del mondo, dicevano, ha fatto questo. Ha dato al toro le corna per poter incornare, e ha fatto crescere mele perché l’uomo possa mangiarle e così via. Gli spiriti illuminati del XVIII e XIX secolo hanno molto deriso questi motivi di utilità. Hanno detto - ironicamente - perché l’esistenza mondiale ha fatto crescere questo o quell’albero? - Perché l’uomo vuole bere vino e per le sue bottiglie di vino ha bisogno di tappi di sughero!

Tali obiezioni al modo sconsiderato in cui si pensava la natura come l’uomo erano completamente legittime. In un uomo si può sempre domandare: quale scopo persegue con ciò che fa? - Ora avevano umanizzato la natura o antropomorfizzato, avevano creato una concezione del mondo antropomorfa, che chiedeva alla natura gli stessi scopi che si richiedono a un uomo. Era completamente giustificato che il XIX secolo si opponesse a questo antropomorfismo, che non vedeva nulla nella natura stessa, ma solo portava l’uomo nella natura. Gli spiriti del XIX secolo volevano considerare la natura immediatamente, interrogarla essa stessa. Non volevano fantasticare nella natura tali scopi come li ha l’uomo. Questo sforzo era completamente giustificato, perché il vecchio modo di considerare portava la vita dell’anima umana nella natura. Ed è giustificato dire che si voglia considerare la natura come è, indipendentemente dall’uomo. Si diceva: vogliamo buttare fuori dalla natura tutto ciò che appartiene all’uomo. - Questo allora nel XIX secolo condusse a un’immagine della natura in cui non c’era più nulla dell’uomo. Così nacque una scienza della natura materialistica. I concetti umani furono scacciati dalla natura. Era in certo senso una giusta reazione contro la vecchia dottrina dell’utilità o teleologia.

Così nacque una scienza della natura materialistica sulla presunzione che in questa scienza della natura non si trovi nulla dell’uomo. Questa era allora una richiesta completamente giustificata. Ma nella seconda metà del XIX secolo emerse allora che dovunque si dice: dobbiamo considerare anche l’uomo come prodotto della natura, dobbiamo considerare l’uomo anche come consideriamo la natura. — Attraverso questa seconda richiesta, di considerare l’uomo secondo le condizioni materiali della natura, la cosa cambió completamente, perché avevano buttato l’uomo fuori dalla natura. Era allora completamente chiaro che l’uomo non poteva più trovarsi in questa scienza della natura così preparata. Questo si sviluppò nel corso del XIX secolo. Accadde che dalla scienza della natura distillarono tutto ciò che appartiene all’anima umana, il che è comparabile a dire: ho una bottiglia, c’è acqua dentro. Ma voglio una bottiglia vuota, così verso l’acqua fuori dalla bottiglia. - E poi ci si meraviglia che non c’è più acqua nella bottiglia. Con la bottiglia ognuno subito nota che la bottiglia è vuota. Con la scienza della natura non si notava la follia di voler comprendere l’uomo da una natura privata dell’uomo. Sono convinto che un’assemblea materialista potrebbe solo ridere di queste semplici considerazioni, perché non si è consapevoli di questo errore capitale. Sotto queste concezioni errate, l’idea della libertà, dell’immortalità e simili hanno dovuto soffrire moltissimo. Perché chi considera la cosa così come è stata descritta, la trova ovvia: che in una scienza della natura non si può ottenere alcun chiarimento su questi concetti.

Ora si tratta del fatto che è effettivamente necessario, proprio per una concezione del mondo spirituale, penetrare nella conoscenza che l’uomo nella sua corporeità appartiene sì alla natura esterna e alle sue leggi, ma che come anima porta in sé qualcosa che può essere trovato solo per via spirituale. In altre parole: se vogliamo conoscere l’uomo nella sua vera essenza più propria, non dobbiamo guardare a ciò che è in lui la sua veste esterna tra la nascita e la morte, ma dobbiamo guardare a ciò che di incarnazione in incarnazione è la sua vera, autentica essenza. E sarà compito dell’antroposofia dirigere l’attenzione degli uomini su quei processi della vita interiore che provano che esiste un nucleo essenziale eterno nel profondo dell’uomo, indipendente dalla corporeità esterna.

Se si considera l’uomo in primo luogo cosicché si riconosca che la vera essenza umana non vive solo tra la nascita e la morte, ma che essa è ciò che pone l’uomo nell’esistenza fisica e che rimane anche dopo la morte, allora si comprenderà la necessità di elevare la conoscenza e la consapevolezza umane alle sfere dove l’essenza umana partecipa, attraverso la sua conoscenza, a quel mondo superiore a cui appartiene per il suo essere psichico-spirituale. Ma nel momento in cui l’uomo con la sua conoscenza entra nelle sfere superiori, viene in contatto con entità spirituali dei mondi superiori così come qui nel mondo fisico viene in contatto con gli esseri dei tre regni naturali.

Ora è l’opinione più ingiustificata quella che, per esempio, Pascal, il famoso ricercatore cristiano, una volta espresse, e a cui oggi per esempio Maeterlinck dà completamente ragione, dicendo che Pascal lo volle una volta per tutte. - Pascal dice: abbiamo dall’esistenza terrena propriamente nulla, se non il fatto che ci nasconde l’eternità, l’infinità. - Si deve dire che questa fede è molto diffusa. Ovunque si guardi, si trova dappertutto una giusta nostalgia dello spirituale, dell’eterno, che si esprime in questo modo: l’esistenza terrena è davvero assai insoddisfacente. Solo nella visione dell’eterno l’uomo può trovare vera soddisfazione. - Ma quando veramente si penetra nei mondi eterni, allora qualcos’altro si aggiunge a ciò che dice Pascal. Quando cioè si penetra nell’eternità, allora si ha l’esperienza che essa non nasconde affatto a noi l’esistenza terrena, ma anzi ci mostra che tutto là è organizzato per guidarci di nuovo all’esistenza terrena.

Contro la dottrina della reincarnazione ci sono talvolta le obiezioni più curiose. Una signora, a cui spiegai la necessità della reincarnazione con tutti gli argomenti, mi disse: io non voglio venire di nuovo sulla terra, la vita mi piace troppo poco. — Tentai di chiarirle che i suoi sentimenti non avevano nulla a che fare con la cosa. Mi ascoltò e poi partì. Da una stazione seguente mi mandò una cartolina su cui era scritto: io tuttavia non voglio più nascere! - Si può ridere di simile disposizione d’animo. La si trova frequentemente. Non si considera che non importa la disposizione d’animo, non importa ciò che si esprime qui sulla terra in questa vita. Non si sa che le forze nella propria anima, nel tempo tra la morte e una nuova nascita, spingono necessariamente verso la reincarnazione, che l’anima vuole di nuovo tornare. Queste forze sono davvero presenti. Là tutto è organizzato affinché le forze sviluppate possano essere soddisfatte solo se di nuovo si entra nella vita terrena. Si sente che l’anima è rimasta imperfetta, che non ha sviluppato certe qualità nella sua ultima vita terrena. Qui sulla terra forse può essere indifferente se si è perfetti o imperfetti, non così nella vita tra la morte e una nuova nascita. Là spingono forze irresistibili per trasformare l’imperfezione in perfezione. Si comprende che in molti casi ciò può essere raggiunto solo attraverso sofferenza e dolore, e si sa che per raggiungere una perfezione bisogna assumere su di sé le sofferenze e le gioie di una vita terrena. E allora si entra con tutta la forza in una nuova incarnazione.

Ho citato questo perché si può vedere molto chiaramente da una simile cosa che la nostra concezione del mondo deve essere universale, che non si può concludere dai desideri e dagli interessi della vita tra la nascita e la morte ai desideri e agli interessi che si hanno tra la morte e una nuova nascita. Pensare in modo consapevole ed energico, l’uomo l’impara veramente solo quando attraverso la concezione del mondo spirituale si educa in questo modo all’universalità, quando impara a conoscere che ogni cosa deve essere considerata da diversi lati. Già la pratica della vita costringe l’uomo a fare così nella vita ordinaria. Se qualcuno dice: il fuoco è benefico —, ha ragione. Ma se si dice: il fuoco è molto nocivo, perché brucia città e villaggi -, anche questo è vero. L’affermazione assoluta: il fuoco è buono —, oppure: il fuoco è male —, non vale. Per quanto riguarda il fuoco, già la pratica della vita insegna a riconoscere questi due lati. Ma se si richiede lo stesso per entità dei mondi superiori, per esempio Lucifero e Arimane, gli uomini non vi si prestano volentieri, ma domandano: Lucifero è un essere buono o cattivo, Arimane è un essere buono o cattivo? - Gli uomini vogliono definizioni che diano loro risposta a simili domande, e si ritiene una risposta come estremamente insoddisfacente quella che dice: Lucifero e Arimane possono essere sia buoni che cattivi. Dal fuoco non si richiede questo. Qui la pratica della vita ci aiuta a trasformare un giudizio scorretto in uno corretto.

Tra le varie cose che ora circolano per esempio in Germania per attaccarci, c’è anche questo, che di recente è stato detto: lui - cioè il Dottor Steiner - espone nelle sue conferenze pubbliche le cose come si presentano alla sua visione, ma evita di dare concetti determinati o giudizi. - Cari amici, in una scuola filosofica greca volevano una volta avere un concetto ben determinato di cosa sia un uomo. Dopo lungo dibattito convennero di dire, per definire il concetto di uomo, che un uomo è un essere che cammina su due gambe e non ha piume. Il giorno dopo qualcuno portò un gallo spennato e disse: questo è dunque un uomo, perché cammina su due gambe e non ha piume. Secondo la definizione dovrebbe dunque essere un uomo! - Con i «concetti determinati» sta così: che, se si guarda più da vicino, possono essere molto estranei alla realtà. Perciò proprio la concezione del mondo spirituale abituerà gli uomini a caratterizzare le cose da tutti i lati. La scienza della natura ha anche prodotto una buona dose di pensiero unilaterale, e anche coloro che vogliono elevare un po’ il loro spirito al di sopra del pensiero naturalistico, mostrano spesso — con tutta la buona volontà — una certa ingenuità notevole. In questo ambito si deve veramente sviluppare gradualmente la volontà verso una piena chiarezza.

Come ieri ho cercato di mostrare come persone che si possono considerare come ricercatori approfonditi della natura e i cui nomi non devono essere denigrati, proprio nell’ambito della ricerca antroposofica non possono giudicare, così senza ingiustizia si può non lasciarsi subito confondere da un’idea che magari viene portata in buona fede, ma che non è però convincente. C’è per esempio il ricercatore della natura William Crookes. Egli ha compiuto molto di significativo per la ricerca naturalistico-scientifica, è stato al contempo qualcuno che di tutto cuore si è dedicato alla ricerca dell’immortalità. Voleva ottenere certezza sull’immortalità con i comuni metodi naturalistico-scientifici, e ha ottenuto meravigliosi risultati nella sua ricerca medianica. Ora una volta ha espresso un’idea cosicché ci si può appropriare di questa idea, andarvi insieme fino a un certo punto. Se qualcuno sostiene: che vediamo i colori dipende dalla natura dei nostri occhi, che udiamo i suoni lo dobbiamo alle nostre orecchie, e se avessimo altri organi sensoriali il mondo intorno a noi sarebbe completamente diverso -, questo è completamente giusto. Se ora William Crookes dice: perché dunque negate l’esistenza di un mondo soprasensibile, che non è però lì per voi solo perché avete organi che non sono adatti a percepirlo? - questo ha anche la sua correttezza. Questa idea completamente legittima l’esprime più precisamente, partendo dal fatto che dice: percepiamo i colori, udiamo i suoni, ma dell’elettricità e del magnetismo vediamo solo gli effetti. Essi sono forze naturali il cui fondamento l’uomo non conosce, anche se le applica nella vita pratica. Lo si trova ovunque, che si dicono essere forze naturali il cui fondamento l’uomo non ha penetrato. - D’accordo! In realtà non significa nulla se non: per i colori l’uomo ha gli occhi, per i suoni ha le orecchie e così via; nel caso del magnetismo l’uomo vede sì che il magnete attira il ferro, ma il magnetismo stesso, ciò che il magnetismo veramente è, non lo vede. Nel caso dell’elettricità percepisce effetti di luce e calore, ma non l’elettricità stessa. - Ora William Crookes dice: come apparirebbe il mondo per esseri che potessero percepire direttamente l’elettricità e il magnetismo con particolari organi sensoriali, ma che non potessero percepire luce, colori, suoni e così via? Se non potessimo percepire la luce, allora per esempio un cristallo sarebbe non trasparente per noi, il vetro egualmente, e la costruzione di finestre non avrebbe alcun senso. Ci impedirebbero solo di avere una connessione con il mondo esterno. Se invece avessimo organi per la corrente elettrica, allora vedremmo un filo del telegrafo come una linea di luce che attraversa lo spazio buio; fluire, luminosa elettricità percepiremmo. Magneti potremmo, se avessimo un organo per il magnetismo, percepire cosicché le forze magnetiche irradiassero in tutte le direzioni e così via. — William Crookes dice ora: non è improbabile che esistano esseri i cui organi sono organizzati per oscillazioni che i nostri organi lasciano intatte. Tali esseri vivono in un mondo completamente diverso da noi. - E allora considera come apparirebbe questo mondo. Il vetro e il cristallo sono in questo mondo corpi scuri; i metalli, poiché conducono l’elettricità, sono già un po’ più luminosi, attraversati da parti scure. Un filo del telegrafo sarebbe un buco lungo e stretto in un corpo di impenetrabile solidità. Una macchina dinamo che lavora sarebbe simile a un incendio, e un magnete avrebbe proprio compiuto il sogno dei mistici medievali di una lampada eterna che non si spegne mai.

Bene l’ha esposto William Crookes, e in questo modo si può già suscitare la rappresentazione di quanto sia assurdo affermare che questo mondo sensibile-fisico è l’unico, che non c’è nessun altro mondo se non il nostro, e che non possono esserci altri esseri se non gli uomini. Tutto giusto! Ma si può ancora dire qualcos’altro su questa idea - e qui comincia l’altro lato della cosa, che riguarda il vero ricercatore dello spirito. Supponiamo che affrontiamo la domanda: come sarebbe se l’uomo, al posto degli occhi, avesse veramente questi organi per percepire direttamente l’elettricità e il magnetismo, se questa idea che una persona espone in maniera ingenua fosse realizzata in noi uomini, come sarebbe? Allora noi uomini ci orienteremmo nel regno dell’elettricità e del magnetismo immediatamente e direttamente, come ora ci orientiamo nel regno della luce e dei suoni. Ma questo avrebbe una conseguenza. Se l’uomo avesse un organo per percepire direttamente l’elettricità e il magnetismo, avrebbe insieme con questo organo, che sarebbe per lui un organo di conoscenza, il potere e la forza di uccidere o rendere malato ogni altro uomo. Questo potere glielo darebbe immediatamente un simile organo.

Questo è ciò che la scienza dello spirito ha da dire sull’idea di William Crookes, perché la scienza dello spirito sa che l’uomo è percorso da tali forze che hanno un legame qui sulla terra con le forze magnetiche ed elettriche. Ora la domanda assume un significato completamente diverso: ora diventa veramente visibile il pezzo di ingenuità nell’esporre semplicemente una simile idea. Mentre una persona che non possiede una visione superiore espone l’idea di penetrare nelle forze elettriche e magnetiche, per il ricercatore dello spirito consegue immediatamente da questa idea quanto è stato appena detto. Se ce ne rendiamo conto, arriviamo a comprendere che non dobbiamo restare in superficie, se vogliamo veramente approfondirci nella saggezza che sta alla base dell’ordinamento mondiale e comprenderla. Perché questa conoscenza del ricercatore dello spirito ci mostra che è molto bene per l’uomo che non abbia gli organi elettrici e magnetici, che così non possa danneggiare i suoi simili con essi. In questo modo gli istinti più bassi e i desideri non possono neanche esprimersi in tale maniera, per sé e per il mondo in modo fatale. L’uomo ha un mondo intorno a sé che gli permette, in un’educazione lenta e graduale, di vincere queste forze inferiori e solo allora di ascendere alle forze superiori.

Questo è tutto il significato dell’evoluzione terrena: che l’uomo, percorrendo molte vite terrene, in molteplici onde che si alternano su e giù, gradualmente procede verso il perfezionamento, ma cosicché impara a mettere le sue forze inferiori, istinti e desideri al servizio delle idee e dei motivi superiori. Questo non potrebbe fare se, nel tempo in cui doveva educarsi alla moralità nel corso dell’evoluzione terrena, avesse ricevuto organi che gli permettessero di percepire direttamente l’elettricità e il magnetismo, perché allora la tentazione sarebbe stata troppo forte di uccidere gli uomini che per qualche motivo non gli piacessero, e di lasciare sulla terra solo gli uomini che gli andassero bene.

Così vediamo che è proprio la concezione del mondo spirituale che ci dà la possibilità di considerare l’esistenza da tutti i lati e penetrare più profondamente in essa. Quando l’uomo veramente diventa un ricercatore dello spirito, come è stato brevemente caratterizzato nella conferenza pubblica di ieri, entra veramente nel mondo dello spirito, e allora percepisce che intorno a sé sono le gerarchie superiori, come qui intorno a sé sono i tre regni naturali. Lì impariamo a conoscere certe entità che chiamiamo esseri luciferici e arimanici. Quali sono dunque queste forze luciferiche? Sono forze che appartengono a entità che nel precedente incarnamento terreno, nel vecchio tempo lunare, sono rimaste indietro nella loro evoluzione, cioè non sono entrate nel pieno indurimento dell’esistenza terrena in cui l’uomo è entrato, ma si sono fermate a uno stadio che precede la materializzazione dell’uomo. Così sono rimaste spiritualmente più avanti di quanto non sia l’uomo. Nella loro evoluzione hanno potuto arrivare solo a uno stadio che è più spirituale dello stadio in cui l’uomo attraversa le sue incarnazioni terrene. Quando hanno permeato la natura umana con le loro forze, hanno fatto sì che questa natura umana fosse più spirituale di quanto propriamente dovrebbe essere. Se queste forze luciferiche non fossero state, l’uomo nel suo corpo astrale avrebbe qualcosa di personalmente spiritualizzato, subordinato alle forze conscie dell’Io, qualcosa di inconsapevole come è il luciferismo, ma non avrebbe tali forze come ora ha. Nella sua natura inferiore l’uomo è divenuto più spirituale a causa dell’influsso luciferiano di quanto altrimenti sarebbe stato. L’uomo avrebbe ricevuto tutto ciò che sulla terra avrebbe dovuto ricevere dalle sole potenze che si evolvono in avanti, ma non sarebbe stato così spirituale come oggi è. Sarebbe stato senza il marchio luciferiano.

Ma anche qualcos’altro non avrebbe l’uomo. Senza questo influsso l’uomo non avrebbe potuto avere la libertà, perché se questo influsso luciferiano non fosse venuto, egli eseguirebbe tutte le sue azioni cosicché qualunque cosa dovesse fare, potrebbe solo guardare ai motivi che gli verrebbero dalla sfera spirituale sotto forma di idee defluenti. Qualunque cosa l’uomo realizzasse sulla terra, la realizzerebbe in modo da vedere l’idea che sta alla base come un’immagine che gli mostra ciò che deve accadere, senza che dovesse formarsi questa idea. Sarebbe come un’ispirazione dai mondi superiori, e agirebbe su di lui cosicché non potrebbe resistere. Seguirebbe come naturale la volontà degli dèi.

Ma c’era l’influsso luciferiano. Attraverso di esso l’uomo è stato messo nella posizione di non lasciarsi scorrere semplicemente i motivi di un’azione, ma di dovere preparare questi motivi attraverso il suo proprio lavoro dalle profondità della sua anima. Deve educarsi alle idee morali, e questo educarsi alle idee morali l’uomo non potrebbe farlo se non fosse venuto l’influsso luciferiano. Perché così è entrato nella nostra natura astrale qualcosa di più spirituale. Così non agisce solo nella coscienza dell’Io l’idea della moralità - che agirebbe cosicché a nessun uomo verrebbe in mente di fare il male, perché dalle entità divine-spirituali l’idea del bene per un’azione verrebbe presentata immediatamente al suo occhio spirituale -, ma agiscono anche gli istinti e le passioni. Questa idea non potrebbe neppure emergere nella coscienza dell’Io, se la natura astrale dell’uomo, plasmata individualmente dall’influsso luciferiano, non le si opponesse. Questo influsso luciferiano ha fatto sì che nella nostra natura, dall’inconscio verso il conscio, debba entrare la purificazione, che ci dobbiamo elevare verso idee morali e motivi consci lottando con noi stessi, e seguire poi queste idee da nostra iniziativa. Così è Lucifero che ci rende capaci di seguire le idee morali dopo che ce le siamo conquistate da noi.

Ora possiamo dire: c’è dunque una forza che sorge dal nostro interno quando ci eleviamo verso idee morali. Dov’è questa forza nell’uomo, se l’uomo non è per natura morale, ma deve educarsi a questo; dov’è la forza che nella seele lavora dall’inconscio per presentare idee morali agli uomini? Dov’è in noi affinché possiamo tirarla fuori da noi? - Quando l’uomo diventa ricercatore dello spirito, quando può guardare nella sfera spirituale, allora scopre anche dov’è la forza che produce idee morali. Essa lavora continuamente nelle forze inconsce, essa è nell’uomo, ma nel mondo ordinario viene usata per qualcos’altro completamente diverso. Quando agiamo nel mondo ordinario, prima di esserci proposti scopi morali, agiamo sotto l’influsso dei nostri istinti, desideri e impulsi. Ma possiamo agire solo se mettiamo il nostro corpo in attività. Allora continuamente lavoriamo con forze inconsce. Perché chi sa, se non si occupa di scienza dello spirito, con quali forze si piega un braccio, si mette un piede davanti all’altro e così via? Quali siano queste forze che operano nell’uomo, senza scienza dello spirito non lo si sa. Nessun uomo sa come avvengono i suoi movimenti, come accade che egli può essere un uomo d’azione nel mondo fisico esterno, e quale forza vi opera. Solo il ricercatore dello spirito lo nota, quando arriva alla cosiddetta conoscenza immaginativa. Allora ci si crea immagini che operano in modo da estrarre dall’anima forze più forti di quanto siano usualmente impiegate nella vita ordinaria. Da dove viene questa forza che scatena nell’anima le immagini dell’esperienza immaginativa? Viene da dove operano le forze che ci rendono un uomo agente nel mondo, che ci fanno muovere le mani e i piedi. Perché è così, si arriva all’Immaginazione solo se si può restare in quiete, se si può portare la volontà del corpo a una sospensione, se la si può controllare. Allora si nota come questa forza, che altrimenti muove i muscoli, confluisce verso l’essere psichico-spirituale e forma le immagini immaginative. Si compie dunque uno spostamento di forze. Laggiù nelle profondità del corporeo c’è dunque qualcosa della nostra essenza più propria, di cui non sentiamo nulla nella vita ordinaria. Per il fatto che escludiamo il corporeo, lo spirito che altrimenti si esprime nelle nostre azioni fluisce verso l’anima e la riempie di ciò che altrimenti deve usare per il corporeo. Il ricercatore dello spirito sa che deve sottrarre al corpo ciò che altrimenti il corpo consuma. Per la conoscenza immaginativa il corporeo deve dunque essere escluso. Nella vita ordinaria, pensiamo sì, ci formiamo le rappresentazioni conscie dell’Io, ma la forza appena discussa fluisce nel nostro organismo nella coscienza vigile verso i nostri organi, diventa efficace e di regola non è affatto usata per divenire visibile spiritualmente nell’anima. Se non siamo ricercatori dello spirito, non abbiamo potere su questa forza, dobbiamo lasciarla laggiù nell’inconscio, ma comunque essa fa qualcosa, questa forza. Agisce sulle nostre idee morali. Se fluisce consapevolmente verso l’alto, ci educhiamo per mezzo di questa forza alla conoscenza immaginativa; se non viene usata consapevolmente per questo, serve all’uomo nel suo agire nel mondo. Ma l’uomo non è sempre in azione, in attività; allora inconsapevolmente questa forza che siede laggiù si libera, e allora lavora anche al sorgere delle idee morali. La medesima forza dunque che muove le membra, che spiritualmente pervade il corpo così che l’uomo possa afferrare, camminare e così via, talvolta si libera nel corpo umano e produce gli ideali morali. Se si può ammirare da qualche parte un pensatore morale che da solo sviluppa alti ideali, si vedono in questi ideali la liberazione delle medesime forze che giocano nei suoi movimenti manuali e così via. Per lo sviluppo degli ideali morali l’uomo dunque deve prima venire a quiete.

Ma si possono anche sviluppare ideali morali e non seguirli, perché le forze che usiamo per sviluppare ideali morali le usiamo anche per muoverci, e possono essere usate per l’una e per l’altra cosa. Sviluppare ideali morali non significa ancora essere morali. Solo seguirli significa agire moralmente. Gli ideali morali allora emergono come ricordi. Finché ci si deve ancora educare a essi, si deve usare la medesima forza per produrli che più tardi si usa per seguirli. Li portiamo come immagini di ricordo in noi come nostri standard morali. Perciò l’uomo deve essere educato alla moralità, così che queste immagini di ricordo come suoi standard morali sorgano in lui e possa seguirli.

Chi è dunque colui che in noi opera per evocare così gli ideali morali dalla nostra natura? Questo è Lucifero. Egli ci costringe a generare da noi stessi le nostre idee morali, la nostra moralità libera. All’uomo deve Lucifero il fatto che deve generare la sua libertà morale da se stesso. Non c’è libertà nella natura. La libertà si trova solo se si esegue, si realizza ciò che spiritualmente-psichicamente pervade l’uomo. Per il fatto che Lucifero penetrò nei desideri inferiori dell’uomo, divenne non solo il seduttore dell’uomo, ma al contempo il creatore della libertà umana. Attraverso l’impulso di Lucifero l’uomo fu reso libero.

Se così studiamo la natura più intima del nostro corpo fisico nel modo in cui la scienza della natura studia la natura, e seguiamo le leggi logiche, allora arriviamo a questa origine della libertà umana. Se oggi un uomo dicesse: nel magnetismo non credo, io vedo solo un ferro e questo non può possibilmente attrarre un altro ferro, è fantasia -, questo è smentito dalla pratica della vita. Nel campo psichico-spirituale gli uomini però si comportano in modo da negare le forze presenti. Forze luciferiche stanno nella libertà. Senza queste forze luciferiche non potremmo essere esseri liberi, non potremmo mai sviluppare dai profondi della nostra anima impulsi etici e comportarci secondo essi. Solo si comprenderà la libertà, quando si comprenderà che la natura fisico-sensibile dell’uomo è percorsa da uno spirituale-psichico, che si esprime già nel movimento della mano, che però può liberarsi: consapevolmente nelle immaginazioni del ricercatore dello spirito, inconsapevolmente nella presentazione di sé dei motivi morali. Se guardiamo al nostro interno, impariamo anche il lato buono di Lucifero, e non si può più dire: Lucifero è un essere cattivo -, perché è al contempo anche il portatore della libertà umana.

Ora l’uomo trasforma anche altre forze nella sua anima in funzioni corporee, per esempio nel parlare, nel mettere in movimento l’organo del linguaggio nel cervello. Qui non siamo con il corpo intero in azione, ma per il fatto che dallo spirituale-psichico poniamo in attività l’organizzazione del corpo fisico, compiamo un’attività interna. Quando parliamo, forze psichico-spirituali agiscono sull’organo di Broca, che si trova nella terza circonvoluzione cerebrale, e poi sulla laringe. Se questa forza che agisce sull’organo di Broca l’estraiamo dal parlare, se ce ne diventiamo consapevoli senza usarla per parlare, allora l’abbiamo colta nel suo essere spirituale-psichico. Supponiamo per esempio che meditiate così da trasfigurare le forze della vostra anima che di solito si esprimono nel parlare, senza parlare, rimanete silenziosi. Se così trattenete lo psichico nel vostro interno prima che penetri nel corporeo, avete afferrato una forza che conduce alla cosiddetta Ispirazione, all’udire spirituale. Su questo si fonda il detto occulto della cosiddetta «conoscenza silenziosa». Un tale silenzio è inteso dove si usano internamente le forze che altrimenti fluiscono nella laringe. Allora penetrano nello spirituale e rendono l’anima interiormente attiva. Così si penetra nel mondo dell’Ispirazione.

Questo mondo dell’Ispirazione è in fondo, quando il ricercatore dello spirito vi entra, un mondo che è separato dal mondo della semplice Immaginazione. È un mondo attraverso cui altre entità dei mondi spirituali si fanno conoscere a noi. Nel nostro ciclo temporale è così che per una necessità naturale sempre più anche nell’uomo, inconsapevolmente, tali forze trovano espressione che altrimenti si esauriscono solo negli organi del corpo fisico e nei loro lavori interni.

Quando dunque nell’uomo come naturalmente la forza agisce che altrimenti usa nel parlare, allora questa forza lo mette in grado di percepire uno spirituale che corrisponde a un’Ispirazione. Questo è diverso dal percepire le immagini nella conoscenza immaginativa con l’occhio del vero veggente. Questa forza che agisce nei nostri ideali morali ci lascia riconoscere il lato buono degli esseri luciferici. Se possiamo percepire con questa forza che altrimenti è usata per parlare, allora entriamo nella sfera di cui, senza pregiudizio religioso, il Vangelo di Giovanni ci dà la comprensione giusta, dicendo: «In principio era il Verbo.» — Questo «Verbo» si sente quando si può indebolire la propria parola, la propria corporeità, così che si può trattenere la forza che altrimenti parla attraverso la laringe, prima della laringe, e in tal modo diventa libera.

Quale era dunque l’ostacolo che faceva sì che gli uomini fin dall’inizio non percepissero la Parola del mondo? Era che dovevano imparare a parlare! Ma con l’ulteriore sviluppo il linguaggio effettivamente diverrà qualcosa di straordinario. Il linguaggio si è molto trasformato nel corso dell’evoluzione umana. Se si torna ai gradi primitivi del linguaggio, gli uomini erano ancora immediatamente intrecciati con il linguaggio. Anche oggi ancora si trova in campagna che l’uomo là vive molto più in esso e con esso, è cresciuto insieme a esso. Sente ancora, quando pronuncia una parola, che c’è dentro come un’imitazione di ciò che vede intorno a sé. Quanto più l’evoluzione umana procede, tanto più il linguaggio diventa astratto, diventa solo il segno di ciò che deve esprimere. Il linguaggio diventa sempre più inorganico, sempre più arabeschi, sempre più estraneo all’uomo. Da dove viene questo? Nell’estraniamento del linguaggio dal significato interno delle parole vengono rivelate quelle forze che erano impiegate per sviluppare il linguaggio. Questo a sua volta è collegato con il fatto che presto arriverà una percezione spirituale dell’essere del Cristo, proprio perché l’uomo avrà liberate le forze che formano il linguaggio. Nei tempi antichi il linguaggio era strettamente intrecciato con l’organismo umano; ora comincia a emanciparsi da questo. Con ciò la forza che forma il linguaggio si libera e sarà usata per percepire la Parola del mondo, del Cristo spirituale.

Così abbiamo considerato due lati della natura umana: come da un lato l’uomo usa la forza luciferica nella generazione libera degli ideali morali, e come d’altro canto attraverso la liberazione della forza che forma il linguaggio — attraverso qualcosa cioè che condivide con l’intera umanità, perché queste forze si liberano nell’intera umanità - acquisisce la forza di percepire spiritualmente il Cristo. All’impulso del Cristo arriviamo per il fatto che siamo membri dell’intera umanità. Nella stessa misura in cui il linguaggio diventa sempre più astratto e la forza del linguaggio si emancipa dall’organismo nella natura umana, l’uomo si prepara a percepire veramente il Cristo spirituale. Questo è l’altro lato dell’evoluzione umana. Mentre l’uomo attraverso l’influsso luciferiano è divenuto interiormente più libero, per il fatto che questo gli diede la possibilità di formarsi gli ideali morali, così acquisterà come per una forza esterna la capacità di riunirsi con il Cristo. Il Cristo si avvicinerà all’uomo così da riversare il suo essere come la totalità degli ideali morali sull’intera evoluzione dell’umanità. L’essere del Cristo, quando così diventerà noto all’intera umanità, avrà in sé qualcosa della natura dei motivi morali. E così tocchiamo qualcosa che mostra che l’antroposofia può elevarsi a qualcosa che può riunire il sentimento della verità più alto con i motivi morali più nobili. Nel mio libro «La filosofia della libertà», che è stato completato vent’anni fa, ho cercato di mostrare che vera libertà è allora presente nell’anima umana quando l’uomo segue i motivi morali che ha elevato nella sua consapevolezza. Quale è la natura di questi motivi morali? Non costringono: li seguiamo senza costrizione. Nessun motivo è morale se costringe. I motivi che seguiamo per costrizione sono stati portati a noi dal mondo esterno. I motivi morali si riconoscono dal fatto che non li possiamo seguire. Dobbiamo penetrarne il valore in modo libero. L’uomo solo allora si dichiara a favore dei motivi etico-morali in modo veramente morale, quando va verso di loro, quando non gli si impongono. Questo è il caratteristico dei motivi morali. Il Cristo, quando l’umanità lo riconoscerà nello spirito, avrà in comune con i motivi etici il fatto che lo si può anche rinnegare, che non costringe nessuno al riconoscimento. Gli dèi antichi hanno ancora agito su altre forze dell’anima umana. Hanno colto ancora l’uomo dove non si era ancora elevato alla consapevolezza. Il Cristo però apparirà conscio all’uomo nella sua spiritualità nella misura in cui l’uomo si sarà reso libero nella consapevolezza ed elevato verso di lui. Sarà lì per tutti coloro che vogliono riconoscerlo, senza che nessuno sia forzato a riconoscerlo. Apparirà davanti all’umanità in modo che lo si possa seguire in modo libero. Come un motivo morale non costringe l’uomo, ma lo lascia libero di seguire questo motivo o no, così sarà con l’essere del Cristo: l’uomo deve essere pienamente consapevole del valore di questo essere del Cristo se vuole seguirlo. Il riconoscimento dell’essere del Cristo in futuro per ogni singolo uomo sarà al contempo un’azione libera della sua anima. Questo sarà l’infinitamente significativo, che possiamo penetrare a una verità che non ci costringe a riconoscerla, ma che riconosciamo solo quando comprendiamo pienamente il suo valore.

Così effettivamente l’idea che l’antroposofia ci dà del cristianesimo - che verrà per la prima volta nella sua vera forma - porterà agli uomini una verità che nel massimo grado è al contempo una verità libera. A questo si può ancora aggiungere qualcosa dato in forma figurata, che attraverso la meditazione può essere ulteriormente compreso. Due volte nell’evoluzione dell’umanità è stata usata la medesima parola. Una volta durante la tentazione del paradiso, quando Lucifero disse all’uomo: «Voi sarete come gli dèi, i vostri occhi si apriranno.» Questa è l’espressione figurata dell’impulso luciferiano. Lucifero così ha versato la spiritualità nella natura inferiore dell’uomo e così ha dato all’uomo la possibilità di arrivare alla libertà interiore attraverso motivi morali. E una seconda volta è stato detto, ora dal Cristo: non siete degli dèi? — La medesima parola! Da questo si vede che non importa solo il contenuto di una parola, ma l’essenza che pronuncia una parola, il modo in cui una parola è pronunciata. Si vede il necessario collegamento tra l’atto di Lucifero e l’atto del Cristo anche espresso in modo figurato, come gli scritti religiosi hanno l’abitudine di fare.

Lucifero è il portatore della libertà personale del singolo uomo, il Cristo è il portatore della libertà dell’intera umanità, dell’intera umanità sulla terra. Questo è il significativo dell’antroposofia, che ci insegna che il riconoscimento dell’essere del Cristo avverrà cosicché all’uomo sta a disposizione il riconoscerlo oppure no, come sta a disposizione all’uomo di non essere morale.

Una verità libera dovrà essere il Cristo per l’anima umana. Tutte le altre verità che appartengono all’intera umanità ci costringono. Ma ancora riposano nel grembo del mondo verità che proprio con il mistero del Golgota si collegano, il cui riconoscimento deve essere atti liberi dell’essenza umana e che nobilitano questa essenza umana proprio per il fatto che sono riconosciute dalla volontà libera dell’essere umano. Così profondamente la verità libera, la verità libera concreta, penetra nella natura dell’essere umano che si sviluppa sulla terra. Ci si mostra come la verità, che è guadagnata nella libertà, appartiene alle leggi fondamentali dell’evoluzione umana.

Ci si è mostrato come la libertà poteva venire nell’evoluzione umana solo attraverso l’influsso luciferiano, e che l’uomo doveva prima elevarsi alla verità con l’aiuto di questo impulso luciferiano. Allora l’umanità fu costretta alla verità: si poteva riconoscere la verità solo per costrizione. Ma come ideale per il futuro l’uomo può considerare che si sviluppi in modo tale come qui è stato esposto, verso la libertà, e possa riconoscere verità in modo libero. Si potrebbe dire molto sull’antroposofia, ma qualcosa che è più intimamente collegato al nostro bisogno di libertà di quanto sia stato appena espresso sulla verità libera difficilmente ci sarà; qualcosa che nel modo più profondo, più nobile deve parlare di ciò che sta nella nostra determinazione umana.

Sentiamo per la prima volta cosa significhi essere uomo sulla terra, quando sappiamo quale ideale consapevole sta davanti a noi: l’ideale della libertà e della verità, della verità che si creerà un corpo esteriore nella libertà.

Su simili idee della libertà dovevo parlare con voi proprio nel momento in cui abbiamo acquisito la nostra stessa liberazione come Società antroposofica da catene che per noi era divenuto impossibile portare, per dare con queste idee un’indicazione emozionante sul modo in cui dovrebbe essere disposta una società che fa di tali ideali il fine della sua coesistenza.

Ora voglio ancora dirvi nel modo più cordiale - come sentiranno con me tutti gli amici che da fuori si sono uniti ai nostri amici svedesi qui -, quanto è profondamente soddisfacente, e ancora più profondamente soddisfacente alla conclusione del nostro evento, che in questo paese a quanto qui è stato presentato sia stata incontrata una comprensione così profonda e salda, che si sia sviluppata qui una comprensione così profonda per ciò che vogliamo con la fondazione della Società Antroposofica. E veramente, non per combattere alcunché, ma per servire nel modo giusto il nostro ideale antroposofico liberamente concepito, sia questa scelta come parola d’addio. Possa la Società che voi qui avete fondato ancora contribuire molti lavori e molte prestazioni a ciò che oggi abbiamo potuto discutere nella nostra conferenza sulla libertà dell’anima alla luce della conoscenza antroposofica. Possa attraverso questo lavoro fluire dai mondi spirituali ciò che là già aspetta e spera, ciò che sicuramente per noi uomini si avvererà, se attraverso il nostro lavoro sarà compiuto ciò che così tremendamente significante diventerà per l’evoluzione dello sforzo spirituale dell’umanità. Possa questo essere il lavoro proprio di questo Gruppo! Con queste parole voglio aver pronunciato con voi la mia parola d’addio.

8°L'inverno della Terra e la vittoria dello spirito solare

Bochum, 21 Dicembre 1913

Molti amici provenienti da lontano sono venuti dai nostri amici di Bochum per visitare, sotto l’albero di Natale, il Gruppo qui fondato del nostro sforzo spirituale. E senza dubbio tutti coloro che da fuori sono venuti per inaugurare solennemente oggi insieme ai nostri amici di Bochum il Gruppo qui fondato, sentono la bellezza e il significato spirituale della decisione dei nostri amici di Bochum di fondare qui, in questa città, nel mezzo di un’attività eminentemente materiale, nel mezzo di un campo che appartiene in certo modo principalmente alla vita esterna, questo luogo dello sforzo spirituale e del sentimento spirituale. E sotto molti aspetti il nostro caro Gruppo, qui specialmente in questa regione più che altrove, può essere per noi un simbolo per il significato del nostro modo antroposofico di vita spirituale nel tempo presente e per il futuro dello sviluppo dell’anima umana.

Non stiamo veramente in nulla che dobbiamo considerare criticamente, in modo denigratorio, quando stiamo nel mezzo di un campo dell’attività materiale più moderna, perché stiamo invece su un territorio che proprio ci mostra come deve sempre più e più diventare nella vita terrena esterna successiva. Mostreremmo solo di non comprendere, se dicessimo: vecchi tempi, in cui si aveva in certo modo foresta e prato e la vita naturale originaria più intorno a sé di quanto i camini del presente, avessero a ritornare. - Mostreremmo solo di non comprendere. Perché si proverebbe che non si ha intuizione di ciò che i saggi di tutti i tempi hanno chiamato «le necessità eterne, a cui l’uomo deve sapersi adattare». Di fronte alla vita materiale che copre la terra, come in particolare il XIX secolo ha portato e che i tempi successivi porteranno all’umanità in modo ancora molto più vasto, di fronte a questa vita non c’è critica legittima tratta da una simpatia per l’antico, ma c’è unicamente l’intuizione che così è il destino del nostro pianeta terrestre. Si possono chiamare belli i vecchi tempi da un certo punto di vista, si possono considerare come una primavera o un’estate della terra, ma protestare contro il fatto che vengono anche altri tempi sarebbe altrettanto poco comprensibile quanto sarebbe poco comprensibile essere scontenti del fatto che all’estate e alla primavera seguono autunno e inverno. Perciò dobbiamo apprezzare e amare, quando dai nostri amici per una decisione interiormente coraggiosa si crea proprio nel mezzo della vita e dell’attività più moderna un luogo della nostra vita spirituale. E giusto sarà che tutti coloro che solo per questo giorno hanno recato la loro visita a questo nostro Gruppo se ne vadano con un cuore grato proprio per la bella attività tenuta in genuino senso antroposofica dei nostri amici di Bochum.

È veramente così piacevole e simpatico ciò che da anni chiamiamo le nostre «inaugurazioni di rami», che in simili occasioni al circolo che si è radunato in un luogo qualsiasi vengono amici da fuori, spesso da molto lontano. Grazie a ciò accade che questi amici da fuori possono in primo luogo accendere in immediata visione il fuoco interiore della loro gratitudine, che dobbiamo coltivare per tutti coloro che fondano tali rami, e che d’altro canto questi amici da fuori possono portare con sé l’impressione vivente dell’esperienza, che mantiene svegli i pensieri che poi da tutte le parti rivolgiamo al lavoro di un tale Gruppo, così che questo lavoro attraverso i pensieri che creano da tutte le parti possa divenire fecondo. Sappiamo infatti che la vita spirituale è una realtà, sappiamo che i pensieri non sono solo ciò che il materialismo crede, ma che i pensieri sono forze viventi che, quando li uniamo nell’amore per esempio sopra un luogo qualsiasi della nostra opera, lì si dispiegano, lì sono aiuti.

Convinto vorrei potere essere che anche da questo odierno riunirsi coloro che hanno recato la loro visita qui portino via l’impulso, spesso e spesso, di pensare al luogo di questa nostra attività, così che i nostri amici qui possano sentire, quando siedono tranquilli fra loro, immedesimandosi in ciò che attraverso la grazia delle gerarchie ci diviene come conoscenze spirituali, così che i nostri amici, quando di nuovo soli si riuniscono tranquilli, possano sentire che da tutte le parti nel loro spazio di lavoro, nel loro spazio di lavoro spirituale, vengono i pensieri che creano.

Guardare a ciò che è, e non esercitare una critica ingiustificata dell’essere, questo gradualmente l’impariamo proprio attraverso la nostra concezione del mondo antroposofica. Senza dubbio dobbiamo dire: la terra attraversa un’evoluzione. E quando, armati delle nostre conoscenze antroposofiche, o anche solo se comprensibilmente con ciò che al di fuori delle conoscenze antroposofiche possiamo sapere, guardiamo indietro ai tempi precedenti dello sviluppo terrestre, allora i tempi precedenti ci appaiono rispetto alla terra che è solcata da ferrovie e percorsa da fili del telegrafo, che è attraversata da quei flussi elettrici - così questi tempi ci appaiono come la primavera e l’estate, e i tempi in cui entriamo come l’autunno e l’inverno della terra. Ma non sta a noi di lamentarsi, sta a noi di chiamare questa una necessità. Nemmeno sta a noi lamentarci, come non sta all’uomo di lamentarsi quando l’estate finisce, che vengono autunno e inverno.

Ma quando viene l’autunno e l’inverno, l’anima umana si è preparata da lunghi secoli a piantare il segno dell’ingresso della Parola vivente nell’evoluzione terrestre nella profondità della notte invernale. E così il cuore umano mostrava, l’anima umana mostrava che deve essere creato ciò che il vivente che l’estate dà da fuori senza il contributo dell’uomo, attraverso il contributo umano da dentro.

Se ci rallegrano le forze primaverili che germogliano e sbocciano, che delicate forze estive senza il nostro contributo da fuori si succedono, se l’inverno ci copre con il suo manto di neve ciò che ci rallegra senza il nostro contributo durante l’estate e continuamente rinnova la prova che forze divine-spirituali regnano nel mondo, così durante il freddo e buio tempo invernale conserviamo ciò che è posto nell’inverno come la speranza estiva del futuro, che ci dice che, così come dopo ogni inverno vengono primavera ed estate, così un giorno, quando la terra avrà raggiunto il suo scopo nel cosmo, verranno di nuovo una nuova primavera e un’estate spirituale, che le nostre forze creative plasmeranno insieme. Così il cuore umano innalza il segno della vita eternamente vivente.

Proprio in questo segno della vita eterna spirituale vivente ci sentiamo oggi uniti ai nostri amici di Bochum, per inaugurare il loro Gruppo da poco fondato. È bello che possiamo inaugurarlo proprio prima della festa di Natale.

Forse a molti, che inizialmente sente solo superficialmente di tutto ciò che sulla base della nostra scienza dello spirito è ricercato su Gesù Cristo, ciò che si rivela a riguardo di Gesù Cristo, forse a molti, che guardi superficialmente, sembrerà come se al posto della semplicità e dell’ingenuità precedenti della festa di Natale con il suo ricordo delle belle scene dei Vangeli di Matteo e Luca, noi mettessimo qualcosa di straordinariamente complicato. Dobbiamo infatti richiamare l’attenzione dell’anima umana sul fatto che all’inizio del nostro conteggio del tempo due fanciulli Gesù sono entrati nell’evoluzione terrestre; dobbiamo parlare di come l’Io dell’uno dei fanciulli Gesù si trasferì nei corpi dell’altro fanciullo Gesù; dobbiamo parlare di come nel trentesimo anno della vita di Gesù l’essere del Cristo si abbassò e visse tre anni negli involucri di Gesù di Nazareth. Potrebbe facilmente sembrare che tutto l’amore, l’intimità che l’umanità attraverso i secoli ha saputo portare a sua salvezza, quando le veniva presentato il Bambino Gesù nella mangiatoia, circondato dai pastori, quando alle loro orecchie giungeva il meravigliosamente penetrante canto natalizio, quando i presepi venivano celebrati qua e là, quando le luci che rallegravano il più infantile cuore apparivano sull’albero di abete, potrebbe sembrare che di fronte a tutto ciò che così immediatamente nel contemplare accende il cuore umano all’intimità, alla pietà, all’amore, dovesse spegnersi il caldo sentimento, la calda emozione, quando si devono accogliere le complicate idee dei due fanciulli Gesù, del trasferimento dell’Io di uno negli involucri dell’altro, dell’abbassamento di una divinità-spirituale negli involucri corporei di Gesù di Nazareth. Ma non dobbiamo darci a simili pensieri, perché sarebbe male se non volessimo obbedire in questo ambito alla legge della necessità.

Sì, cari amici, nei luoghi che giacevano al margine della foresta o nel mezzo dei campi e dei prati, dove le montagne innevate e le lontananze parlavano o i vasti piani e i laghi parlavano, in quei luoghi che non erano percorsi da binari e fili del telegrafo, là potevano abitare i cuori che erano immediatamente accesi quando la mangiatoia veniva costruita, e quando ci si ricordava di ciò che i Vangeli di Matteo e Luca raccontavano della nascita del meraviglioso Bambino. Ciò che è contenuto in questi racconti, ciò che è accaduto sulla terra in modo che questi racconti ne siano testimonianza, quello vive e continuerà a vivere. Solo un’epoca che entra, possiamo dire, nell’«inverno terrestre», un’epoca delle ferrovie e dei fili del telegrafo e dei camini, ha bisogno di forze più forti nell’anima per accendere calore e intimità nel cuore di fronte al meccanismo esteriore, di fronte alla materialità esterna. L’anima deve rafforzarsi per essere così interiormente convinta della verità di ciò che è accaduto in preparazione del mistero del Golgota, che vive fermamente nel cuore, come anche la mechanica ordinanza naturale possa intervenire nell’essere terrestre. Diversamente la notizia del Bambino di Betlemme dovette penetrare nelle anime di coloro che abitavano al margine della foresta, sui versanti dei monti, sui laghi e nel mezzo dei campi e dei prati; diversamente deve penetrare la notizia del medesimo essere a coloro che devono stare all’altezza delle moderne condizioni di esistenza.

Per questo motivo oggi coloro che noi chiamiamo i Maestri della Saggezza e dell’Accordo dei Sentimenti ci danno notizia da lontano delle connessioni superiori che dobbiamo considerare, quando si parla del Bambino di Betlemme. Allora stiamo con le nostre conoscenze più moderne non meno pieni d’anima davanti all’albero di Natale, perché abbiamo ancora da sapere altro di quanto abbiano saputo i tempi precedenti. Al contrario, impariamo a comprendere meglio questi tempi precedenti, impariamo a comprendere perché la speranza futura e la gioia futura sicura brillavano negli occhi di giovani e vecchi davanti all’albero di Natale e davanti alla mangiatoia. Impariamo a comprendere come là viveva ancora di più di ciò che poteva vedersi immediatamente, quando nel nostro senso ci esponiamo i fondamenti per cui proviamo un amore così profondo e intimo verso il Bambino di Betlemme. Uno dei fanciulli Gesù, quello dalla stirpe natanica della casa di David, possiamo chiamarlo nel bellissimo senso, nel più bellissimo senso «il Bambino dell’umanità, il Bambino umano». Perché che cosa proviamo di fronte a questo Bambino, la cui essenza brilla ancora attraverso i racconti del Vangelo di Luca?

L’umanità ha avuto la sua origine con l’origine primordiale terrestre. Ma molto è accaduto all’umanità nel corso del tempo lemurico, di quello atlantico e del tempo post-atlantideo. E sappiamo che questo era una caduta, che c’era per l’umanità nei tempi primordiali una conoscenza primordiale e una visione primordiale, una connessione primordiale con le forze divine-spirituali, un’eredità antica di una conoscenza della connessione con gli dèi. Sempre più si è intonato verso il basso ciò che così dalle entità divine viveva nelle anime degli uomini. Gli uomini sono divenuti così che nel corso del tempo sempre meno attraverso la loro conoscenza immediata sentivano la loro connessione con il fondamento primordiale divine-spirituale. Sempre più furono gettati sul campo della pura osservazione materiale, dell’essere sensibile. Solo ancora all’inizio della vita umana, nella vita infantile, si sapeva venerare e amare l’innocenza, l’innocenza dell’uomo che non aveva ancora assunto le forze di discesa della terra.

Come si dovrebbe allora, dato che ora sappiamo che con uno dei fanciulli Gesù un’entità venne sulla terra che non era stata prima sulla terra come tale, che era un’anima che non aveva partecipato al resto dell’evoluzione terrestre dell’umanità - come ho presentato nella mia «Scienza occulta», - che era rimasta indietro nello stato innocente prima della tentazione luciferica, che un’anima, in un senso molto, molto più elevato di quanto si pensi ordinariamente, un’anima umana infantile, era venuta sulla terra, come non si dovrebbe riconoscere questa anima umana come «il Bambino dell’umanità»? Ciò che noi stessi nella tenerezza dell’infanzia non possiamo più avere, perché portiamo i risultati delle nostre incarnazioni precedenti, ciò che non possiamo ancora riconoscere in nessuno di noi, nemmeno nel momento in cui prima apriamo gli occhi sul campo della terra, nel Bambino si presenta, che come il fanciullo Gesù lucan era entrato sulla terra. Perché in questo Bambino c’era un’anima che non era stata prima sulla terra generata dal corpo umano, che era rimasta indietro dalle anime umane quando l’evoluzione dell’umanità sulla terra era ricominciata di nuovo, che allora, all’inizio del nostro conteggio del tempo, apparve nella fase infantile dell’uomo sulla terra. Perciò quel meraviglioso evento che la Cronaca dell’Akasha ci rivela: che questo Bambino, il fanciullo Gesù natanico, subito dopo la nascita produceva suoni intelligibili solo per sua madre, suoni che non erano simili a nessuno dei linguaggi parlati di quel tempo o di qualsiasi tempo, ma da cui brillava per la madre qualcosa come un messaggio da mondi che non sono i mondi terrestri, un messaggio dai mondi superiori. Che questo Bambino Gesù potesse parlare, subito dopo la nascita potesse già parlare, questo è il meraviglioso!

Allora crebbe cosicché nella sua propria essenza concentrato avrebbe dovuto contenere tutto quello che l’amore e la capacità di amare potevano portare insieme tutte le anime umane. E la grande genialità dell’amore, questo è ciò che viveva nel Bambino. Non poteva imparare molto di quanto la cultura umana ha conquistato nella vita terrestre. Ciò che nel corso di migliaia di anni era stato conquistato dagli uomini, il fanciullo Gesù natanico fino al suo dodicesimo anno poco poteva esperire. Perché non poteva, allora l’altro Io entrò in lui nel suo dodicesimo anno. Ma tutto ciò che toccava dalla tenerezza dell’infanzia più delicata, era toccato dall’amore perfezionato. Tutte qualità dell’animo, tutte qualità del sentimento, agivano come se il cielo avesse inviato l’amore sulla terra, così che nella stagione invernale della terra potesse essere portata una luce che risplende nell’oscurità dell’anima umana, quando il sole durante questo tempo invernale non dispiegava la sua piena forza esterna. Quando più tardi il Cristo entrò in questo involucro umano, dobbiamo essere consapevoli che questa essenza del Cristo poteva farsi comprendere sulla terra solo perché doveva operare attraverso questi involucri.

L’essere del Cristo non è un uomo. L’essere del Cristo è un’entità delle gerarchie superiori. Sulla terra dovette vivere tre anni come uomo tra gli uomini. Per questo dovette nascergli un uomo di fronte, del tipo come è stato da me spesso descritto per il fanciullo Gesù natanico. E perché questo Bambino umano non avrebbe potuto accogliere — perché non aveva precedentemente calcato la terra, non aveva l’educazione preliminare di incarnazioni precedenti —, perché non avrebbe potuto accogliere ciò che la cultura esterna ha sviluppato sulla terra, così entrò in questo Bambino un’anima che nel senso più elevato se l’era appropriato, ciò che la cultura esterna poteva portare: l’anima di Zarathustra.

Così vediamo la connessione più meravigliosa, quando allora il Cristo Gesù sta davanti a noi. Vediamo la cooperazione di questo Bambino umano, che la migliore apostasia umana, l’amore, aveva salvato dai tempi in cui l’uomo non era ancora caduto nella tentazione luciferica, fino all’inizio del nostro conteggio del tempo, dove per la prima volta incarnato appariva sulla terra, con il profeta dell’umanità più evoluto, con Zarathustra, e con quell’entità spirituale che la sua vera dimora fino al mistero del Golgota aveva all’interno dei regni delle gerarchie superiori, e che allora dovette prendere il suo palcoscenico sulla terra, entrando attraverso la porta degli involucri di Gesù di Nazareth nella sua esistenza terrestre. Ciò che sulla terra è il più alto, e che noi possiamo contemplare solo nella sua purezza originaria nello sguardo ancora innocente dell’essere umano, dall’occhio del Bambino, questo il Bambino umano portava nel massimo grado. Ciò che sulla terra può essere raggiunto come il più alto, questo Zarathustra portava a questo Bambino umano. E ciò che i cieli potevano dare alla terra, così che la terra spiritualmente ricevesse ciò che riceve ogni estate attraverso la forza accresciuta del sole, questo la terra riceveva attraverso l’essere del Cristo.

Si dovrà ancora imparare a comprendere tutto ciò che è accaduto alla terra. E per i nostri tempi che verranno l’anima potrà gonfiarsi di intimità, l’anima potrà rafforzarsi attraverso una forza che sarà più forte di tutte le forze che finora si sono unite al mistero del Golgota, in un’epoca che esternamente poco può supportare il rafforzamento di quelle forze che si tendono verso la vera fonte dell’uomo, verso l’essenza più intima dell’uomo, verso la comprensione di come questa essenza fluisce dal cosmo spirituale. Ma prima dobbiamo, per comprendere completamente ciò, innalzarci di nuovo alla conoscenza dello spirito come un tempo si comprendeva il Bambino Gesù nel giorno di Natale. Verranno tempi in cui si guarderà in certo modo con l’occhio dell’anima all’accadimento terrestre. Allora molti si diranno ciò che oggi nelle cerchie più ampie non si può ancora dire, a cui oggi solo la scienza dello spirito ci abilita, così che possiamo già dirci molte cose che oggi nelle cerchie più ampie non si possono ancora dire.

Vediamo la primavera avanzare. Vediamo, durante la primavera che avanza, le piante che sgorgano, che sbocciano dalla terra. Sentiamo la nostra gioia infiammarsi a quello che esce dalla terra. Sentiamo che la forza del sole diventa sempre più forte, fino a quel punto in cui le nostre corpi gioiscono, fino al sole di Giovanni celebrato nei misteri nordici. Gli iniziati di questi misteri sapevano che il sole di Giovanni si diffonde sulla terra con il suo calore e la sua luce per rivelare il dominio del cosmo nel circolo della terra. Guardiamo, sentiamo tutto questo.

Bene, guardiamo e sentiamo durante questo tempo anche altro. Talvolta lampi e tuoni s’infrangono nei raggi del sole primaverile, quando nuvole coprono questi raggi. Si versano irregolarmente i rovesci di pioggia sulla superficie della terra. E avvertiamo allora l’infinita, per nulla influenzabile armoniosa regolarità della corsa del sole, e il - beh, abbiamo bisogno della parola - l’effetto mutevole delle entità che operano sulla terra come pioggia e sole, come temporale, come altre manifestazioni che dipendono da tutto il possibile agire irregolare, di fronte al regolare, armonico, per nulla influenzabile operare della corsa del sole e delle sue conseguenze per lo sviluppo delle piante e tutto ciò che vive sulla terra. Infinita regolare armonia dell’efficacia solare, e il mutevole come il capriccioso di ciò che accade immediatamente nella nostra atmosfera: sentiamo questo come una dualità.

Allora, quando l’autunno si avvicina, sentiamo il morire del vivente, l’appassire di ciò che ci rallegra. E se abbiamo compassione per la natura, le nostre anime forse diventano tristi per la natura che muore. La forza risvegliante, amante del sole, ciò che regolarmente, armoniosamente permea l’universo, diventa invisibile, e ciò che designammo come il mutevole allora trionfa. È vero ciò che ancora tempi precedenti sapevano, ciò che dalla nostra materialità è scomparso dalla consapevolezza: che nel tempo invernale l’egoismo della terra trionfa di fronte alle forze che, permeando la nostra atmosfera, fluiscono dal vasto essere del mondo sulla nostra terra e svegliano la vita sulla nostra terra.

Come una dualità appare così a noi tutta la natura esterna. Completamente diverso il lavoro della primavera e dell’estate e il lavoro dell’autunno e dell’inverno. Come se la terra diventasse disinteressata e si consegnasse all’abbraccio dell’universo, da cui il sole le invia luce e calore e le risveglia la vita, come mostrando la sua disinteressatezza ci appare la terra di primavera e estate. Come mostrando il suo egoismo, evocando da se stessa tutto ciò che può contenere e produrre nella sua propria atmosfera, così la terra di autunno e inverno ci sta davanti. Vincendo l’operare solare, l’operare cosmico attraverso l’egoismo della operazione terrestre, così ci appare la terra invernale.

Quando guardiamo con l’occhio che la ricerca spirituale può aprirci, quando guardiamo lontano dalla terra e su noi stessi, quando completamente al di là del materiale guardiamo lo spirituale, allora percepiamo ancora altro. Lo sappiamo: sì, in ciò che nella primavera e nell’estate avviene intorno a noi, e che così appare come se solo nella manifestazione delle forze solari agissero le forze mutevoli della atmosfera terrestre, in questo vivono gli spiriti elementari, in questo vivono innumerevoli entità spirituali che circolano la terra nel regno elementare, spiriti inferiori, spiriti superiori. Spiriti inferiori che sono legati alla terra nel regno elementare, che devono soffrire durante la primavera e l’estate, che gli spiriti superiori che fluiscono dal cosmo esercitino una grande signoria, li facciano servitori dello spirito che scorre dal sole, servitori le forze demoniache che regnano nell’egoismo della terra stessa. Vediamo durante la primavera e l’estate della terra come gli spiriti della terra, dell’aria, dell’acqua, del fuoco diventano servitori degli spiriti cosmici che mandano giù le loro forze sulla terra. E quando comprendiamo l’intera connessione spirituale della terra e del cosmo, allora durante la primavera e l’estate questi rapporti si aprono alle nostre anime e ci diciamo: tu, terra, ti mostri a te stessa facendo che gli spiriti che sono servitori dell’egoismo diventino servitori dell’universo, degli spiriti cosmici che evocano la vita dal tuo grembo, che tu stessa non potresti evocare!

Allora avanziamo verso la primavera e l’inverno. E allora sentiamo l’egoismo della terra, sentiamo come diventano potenti quegli spiriti della terra che sono legati a questa terra stessa, che si sono staccati dall’universo dai tempi di Saturno, Sole e Luna; sentiamo come si chiudono di fronte all’operazione che fluisce dal cosmo. Ci sentiamo nella terra che vive egocentricamente. E allora forse teniamo sguardo su noi stessi. Allora esaminiamo la nostra anima con il suo pensiero, sentimento e volontà, l’esaminiamo seriamente e ci chiediamo: come emergono dalle profondità della nostra anima i pensieri? Come emergono prima ancora i nostri sentimenti, i nostri affetti e le nostre sensazioni? Hanno quella regolarità con cui il sole passa attraverso l’universo e alla terra dona le forze vitali che sbocciano dal suo grembo? - Non l’hanno. Le forze che nel nostro pensare, sentire e volere si mostrano nella quotidianità, già secondo il loro aspetto esteriore sono simili all’agire mutevole nelle nostre atmosfera. Come fulmine e tuono si infrangono, così irrompono le passioni umane nell’anima. Come nessuna legge regola pioggia e sole, così i pensieri umani emergono dalle profondità dell’anima. Con il modo in cui vento e tempo si alternano, esteriormente già la nostra vita dell’anima deve essere paragonata, non con la regolarità con cui il sole domina la nostra terra. Fuori sono gli spiriti dell’aria e dell’acqua, gli spiriti del fuoco e della terra che operano nel regno elementare, e che propriamente rappresentano l’egoismo della terra. In noi stessi sono le forze elementari. Ma queste forze mutevoli in noi che regolano la nostra vita quotidiana, sono embrioni, sono esseri germinali che, solo come germe, ma comunque come germe, somigliano agli esseri elementali che fuori sono contenuti in tutto il mutevole. Portiamo le forze dello stesso mondo in noi mentre pensiamo, sentiamo e vogliamo, che come esseri demonici nel regno elementare nel vento e nel tempo vivono fuori.

Quando i tempi si avvicinavano in cui gli uomini che stavano al cambio dell’era fra il vecchio e il nuovo tempo sentivano: viene un’epoca che ricorda il tempo invernale della terra -, sì, allora c’erano fra questi uomini tali insegnanti, tali saggi che comprendevano i segni dei tempi, che avvertivano: anche se la nostra vita dell’anima interna assomiglia all’efficacia mutevole del mondo esterno, e così come l’uomo sa: dietro questa efficacia del mondo esterno, specialmente in autunno e inverno, il sole comunque splende, vive e lavora il sole nel cosmo, tornerà di nuovo —, così anche l’uomo può fermarsi al pensiero che, di fronte al proprio mutevolezza che vive nella sua anima, esiste un sole, profondamente, profondamente in quei fondamenti dove scaturisce la fonte della nostra anima dalla fonte del mondo stesso. Su questo gli saggi hanno attirato l’attenzione al cambio dei tempi: che così come il sole deve apparire di nuovo e riguadagnare la sua forza di fronte all’egoismo della terra, così anche dalle profondità della nostra anima deve svilupparsi la comprensione per ciò che può raggiungere questa anima dalle fonti dove questa anima nella sua vita stessa si connette con il sole spirituale del mondo, così come la vita terrestre si connette con il sole fisico del mondo.

Inizialmente era detto come una speranza, puntando al grande simbolo che la natura stessa offriva. Fu detto così che per quei giorni in cui il sole ricupera la sua forza, la solstizio invernale fu stabilito per la celebrazione, il tempo di cui ci si diceva: e per quanto l’egoismo della terra possa dispiegarsi, vittoriosa è il sole sopra l’egoismo della terra. Penetrano dentro come attraverso l’oscurità di una notte santa nel mondo degli spiriti elementali che rappresentano l’egoismo della terra, gli spiriti che vengono dal sole e che ci mostrano come i demoni egocentrici della terra agli spiriti del cosmo li asserviscono.

Inizialmente lo si sentiva come una speranza. E quando il grande punto di svolta dei tempi era venuto, dove realmente altrimenti desolazione e vuoto avrebbero dovuto apparire nelle anime umane, allora si preparò il mistero del Golgota. Allora si mostra sul campo spirituale: sì, nell’interno dell’uomo vivono tali forze che possono essere paragonate solo alle forze mutevoli dell’atmosfera terrestre, all’egoismo terrestre. Esse si mostrarono nei tempi antichi, dove gli uomini ancora portavano l’eredità dalle antiche forze divine in sé, come quelle forze che in primavera e estate si mostrano: erano servitori delle gerarchie divine antiche. Ma nel tempo in cui si procedeva verso il mistero del Golgota, le forze interne dell’anima umana divennero sempre più e più come gli spiriti demoniaci elementali esterni in autunno e inverno. Strappate si dovevano dalle antiche correnti divine e dall’efficacia, come in inverno le forze mutevoli della nostra terra si sottraggono all’efficacia solare. E allora per l’uomo nella sua evoluzione terrestre accadde ciò che sempre già simbolicamente si presentava nella speranza nella vittoria del sole sulle forze invernali: allora accadde il rivolgimento invernale del mondo, in cui il sole spirituale per l’intera evoluzione terrestre passò in tal modo che il sole fisico nel solstizio invernale sempre passa. Questi sono i tempi in cui il mistero del Golgota cadde.

Due epoche terrestre dobbiamo veramente distinguere. Un’epoca prima del mistero del Golgota, dove procede attraverso l’estate della terra verso l’autunno, dove le forze interne degli uomini diventano sempre più e più simili alle forze mutevoli della terra; e la grande festa di Natale della terra, il tempo del mistero del Golgota, dove irrompe sulla terra ciò che effettivamente è il tempo invernale della terra, ma dove dall’oscurità emerge lo spirito vittorioso del sole, il Cristo, che si avvicina alla terra, che interiormente alle anime porta ciò che il sole esternamente porta come forze di crescita della terra.

Così sentiamo veramente il nostro intero destino umano terrestre, la nostra essenza umana più intima, quando stiamo davanti all’albero di Natale. Così ci sentiamo intimamente uniti al Bambino umano che ha portato il messaggio da quel tempo in cui l’umanità non era ancora caduta nella tentazione e così nella predisposizione al declino, il messaggio che un’ascesa di nuovo avrebbe inizio, come nel solstizio invernale l’ascesa inizia. Sentiamo proprio in questo giorno così intima la parentela dello spirituale nella profondità dell’anima con lo spirito che tutto pervade e domina, che esternamente si esprime in vento e tempo, ma anche nel regolare, armonico corso del sole, internamente si esprime nel corso dell’umanità sopra la terra, nella grande festa del Golgota.

Non dovrebbe l’umanità verso il futuro, da questi pensieri - che non dovrebbero restare pensieri, che possono divenire sentimenti ed emozioni -, sviluppare una nuova pietà, un’intima pietà interiore, una pietà che non può ottundersi di fronte al meccanismo più estremo come deve sempre più e più dispiegarsi sulla terra? Non dovrebbero di nuovo essere possibili preghiere natalizie, canti natalizi, anche nell’atmosfera della terra divenuta astratta, riempita di fili del telegrafo e fumo, se l’umanità imparerà a sentire come è connessa nelle sue profondità con le potenze divine-spirituali, perché nelle sue profondità intuisce la grande festa di Natale della terra con la nascita del fanciullo Gesù lucan?

Vero è quello che da un lato ci suona attraverso tutta la storia umana terrestre: che una volta doveva venire la grande festa di Natale della terra, che preparava la festa di Pasqua del Golgota. Vero è che questo unico evento doveva apparire come la vittoria dello spirito solare sui demoniaci spiriti terrestri mutevoli. Vero è da un altro lato, ciò che Angelo Silesio disse: «Se il Cristo mille volte nasce a Betlemme, e non in te, rimani per l’eternità ancora perduto.» Vero è che dobbiamo trovare in noi, nelle profondità della nostra anima, ciò per cui comprendiamo Gesù Cristo.

Ma vero anche è che diversamente nei luoghi al margine del bosco, sulla riva del lago, circondati da monti, gli uomini dopo un’estate trascorsa nei campi e nei pascoli potevano guardare avanti al simbolo del Bambino Cristo, che sentivano diversamente ancora nella loro anima di quanto noi, che dobbiamo sentire la forza di percepire il messaggio natalizio di fronte al nostro tempo fumoso, secco, divenuto astratto-meccanicamente. Se questi forti pensieri possono mettere radici nei nostri cuori, che la scienza dello spirito può darci, allora una forza solare uscirà da questi nostri cuori, che sarà capace di brillare nella più desolata ambientazione esterna, di brillare con la forza come se nella nostra interiorità stessa luce su luce si accendesse sull’albero della nostra vita dell’anima, che perché le sue radici sono le radici della nostra stessa anima, sempre di più in questo stesso tempo invernale dovremo trasformarlo in albero natalizio. Possiamo farlo se non solo come teoria accogliamo in noi, se come immediata vita accogliamo in noi ciò che il messaggio dello spirito, ciò che la vera antroposofia può essere per noi. Così volevo portare i pensieri della festa di Natale dalla nostra scienza dello spirito nello spazio che oggi vogliamo consacrare per il lavoro che da più tempo già i nostri cari amici qui stanno compiendo.

Sul nome di quella divinità che nel nord è considerata la divinità che dovrebbe portare le forze ringiovanenti, le forze spirituali di infanzia dell’umanità che invecchia, verso cui si inclinano proprio le anime nordiche quando vogliono parlare di ciò che, fluendo dall’essere di Gesù Cristo, può portare alla nostra umanità nuovo messaggio di una rinascita, su questo nome voglio che i nostri amici qui consacrino il loro lavoro e il loro Gruppo. «Gruppo «Widar»» vogliono chiamarlo. Possa questo nome essere promettente, come è promettente per noi, che vogliamo comprendere il lavoro che qui è compiuto, ciò che da anime che amano, da anime che amano lo spirito, qui è già stato compiuto e che si intende compiere. Vogliamo stimare così profondamente ciò che i nostri amici di Bochum qui tentano, e vogliamo concedere al loro Gruppo e al loro lavoro la consacrazione che oggi dovrà essere al contempo una consacrazione al Cristo, dandola con il fatto che qui dispieghiamo i nostri più belli, i nostri più amorevoli pensieri per la benedizione, per la forza e per il vero, autentico, amore spirituale a questo lavoro. Se possiamo così sentire, allora celebriamo con i nostri amici di Bochum questa festa odierna della denominazione del Gruppo «Widar» nel giusto senso.

Lasciamo che i nostri sentimenti si innalzino a coloro che chiamiamo i conduttori e governanti della nostra vita spirituale, ai Maestri della Saggezza e dell’Accordo dei Sentimenti, e imploriamo la loro benedizione per il lavoro che deve svolgersi qui in questa città attraverso i nostri amici:

Voi che guidate la vita spirituale, e date agli uomini secondo le epoche ciò di cui l’uomo ha bisogno, Voi collaborate quando i nostri amici qui in questa città servono devotamente la vita dello spirito.

Simile voglio che sia la nostra preghiera ai conduttori spirituali, alle gerarchie superiori in questo momento che è solenne sotto due aspetti. E possiamo sperare che regni su questo Gruppo ciò che è promesso, nonostante tutte le resistenze che sempre più si accumulano, nonostante tutti gli ostacoli e le inimicizie, ciò che è promesso al nostro lavoro: che attraverso di esso il mistero del Cristo sia incorporato di nuovo all’umanità nel modo in cui deve accadere.

Che questo regni possa essere oggi la nostra preghiera natalizia: che anche questo Gruppo possa diventare un testimone vivente di ciò che come forza fluisce nell’evoluzione dell’umanità dai mondi superiori e sempre più e più può dare alle anime umane la consapevolezza della verità delle parole:

Alle sensazioni parlano Le cose nello spazio infinito, Esse si trasformano nel flusso del tempo; Penetrando consapevolmente l’anima umana, Da spazi illimitati non vincolata E dal flusso del tempo non raggiunta, Nel regno delle eternità entra.

Da questo sentimento compenetrato, i nostri cari amici di Bochum qui procederanno al loro lavoro. Da questo sentimento compenetrato, coloro che ora attraverso il loro incontro con loro concretamente sanno del loro operare, spesso e spesso penseranno a questo lavoro. Possono infatti questi pensieri dispiegare la loro particolare forza anche per il fatto che abbiamo potuto consacrare il lavoro immediatamente prima della festa di Natale di questo anno, prima della festa che può sempre essere per noi un simbolo per tutto ciò che lo spirito ha di vittorioso sulla materia, su tutti gli ostacoli che gli possono in qualche modo opporsi nel mondo e devono opporsi.

9°La forza del bambino e la forza dell'eternità — Un dono di Natale

Berlino, 23 Dicembre 1913

Potrebbe sembrare facile che quella semplice, cara gioia, che per lunghi tempi si è espressa in centinaia e ancora centinaia di cuori, quando attraverso questi cuori passava un tale spettacolo del divino Bambino e del suo destino terreno, potrebbe sembrare che questa semplice, cara gioia venisse compromessa dalla nostra concezione del mondo antroposofica, dalle conoscenze che sembrano così complicate, che portano con sé tante cose, intorno a Gesù Cristo, verso cui dobbiamo sforzarci all’interno della nostra concezione del mondo. È certissimo che ogni cuore, ogni sentimento viene colpito con gioia quando può accorgersi nuovamente di come, dalle città fino alle più desolate regioni isolate, attraverso i secoli, in questo periodo natalizio, i cuori degli uomini - sia di coloro che hanno attraversato una certa vita spirituale, sia di coloro che sono rimasti nella semplicità della vita contadina - come tutti questi cuori si sentivano spinti verso il divino Bambino, in cui percepivano le forze che un tempo erano entrate nello sviluppo dell’umanità e l’avevano salvato dalla morte spirituale, dal che, secondo le leggi eterne del mondo, si credeva che dovesse perire. Ogni cuore, ogni sentimento deve essere colpito quando vede di nuovo come questo divino Bambino sia stato venerato.

Eppure, è solo un’apparenza se si volesse credere che la nostra conoscenza che diventa sempre più complicata del miracolo di Betlemme potrebbe in qualche modo compromettere questo calore immediato, questo sentimento elementare. È, dico, solo apparentemente che si considerano i rapporti, se si può pensare così. Poiché oggi ci troviamo di fronte a un mondo diverso, e sempre più e sempre di più ci troveremo di fronte a un mondo diverso da quello di quei secoli, che non vivevano in una memoria come facciamo noi,

bensì in una vita immediata durante questo periodo natalizio, vedevano passare tali spettacoli dinanzi a sé. La nostra epoca complicata, che ha gettato tanti sguardi nel pensiero e nella rappresentazione naturalistico-scientifici, ha bisogno di un diverso impulso dell’anima, per poter di nuovo elevare lo sguardo al divino Bambino, che ha portato il più grande impulso nello sviluppo dell’umanità. Solo apparentemente è più complicata la nostra concezione, che parla dei due Gesù fanciulli, del Gesù fanciullo salomonico e di quello natanico. Perché nel Gesù fanciullo natanico vediamo in certo modo il Bambino di tutta l’umanità, quell’essere umano che, mentre il resto dell’umanità intraprendeva il suo cammino terreno, era rimasto indietro - rimasto nei mondi spirituali - prima che il Tentatore, il principio luciferino, si avvicinasse all’umanità. Vediamo che esso era stato come conservato al livello di infanzia dell’umanità, e come l’impulso dell’infanzia spirituale dell’umanità era stato trattenuto nel regno dello spirito, finché «venne il tempo opportuno», quando esso nacque come uomo straordinario nel Gesù fanciullo natanico e apparve come un Io umano che non era passato attraverso le precedenti incarnazioni terrestri, ma che per la prima volta appariva in un’incarnazione terrena e che già subito dopo la nascita parlava a sua madre in una lingua comprensibile solo a lei, una lingua che suonava come se scendesse dalle altezze celesti. E sempre più ci convinceremo che di fronte alla comprensione dell’umanità di tipo diverso della nostra epoca avremo bisogno dello sguardo rivolto al divino Bambino, che veneriamo nel Gesù fanciullo natanico, che era rimasto al livello di infanzia dell’umanità nel regno dello spirito, che era nato con quelle qualità umane, con quelle proprietà originarie che tutti gli uomini avrebbero avuto, se non fossero entrati nello sviluppo terreno attraverso la tentazione luciferina. Con tutte queste proprietà, che erano l’eredità originaria dell’umanità prima della tentazione luciferina, il Gesù fanciullo natanico entrò nell’umanità.

Dobbiamo sapere questo oggi, dobbiamo sapere che in questo Gesù fanciullo abbiamo l’infanzia di tutta l’umanità, affinché dal profondo della nostra anima possiamo sentire la stessa cosa che gli uomini semplici sentivano in precedenza - ma solamente sentivano, cosa che noi

possiamo sapere, se vogliamo continuare nel cammino spirituale - quando stavano di fronte alla glorificazione del divino Bambino in tali spettacoli. Ciò che più parla alla nostra anima in uno spettacolo come quello che si è presentato a noi, è proprio l’innocenza più profonda del Bambino, l’innocenza divina infantile propria dell’umanità di fronte a ciò che il Tentatore nella figura di Lucifero, o del successivo Arimane, che si deve considerare come il «Diavolo» medievale, ha fatto dell’umanità. Profondamente toccante è questo contrasto tra l’Erode sedotto dal diavolo e trascinato dal diavolo del nostro spettacolo, e il principio di innocenza dell’uomo, il sacro principio dell’uomo che protegge e conduce a una vita eterna - il Bambino dell’umanità.

Tali rappresentazioni, come vivono in uno spettacolo del genere, non erano certamente sorte da un sentire superficiale. Erano sorte dalla conoscenza intuitiva dei più profondi misteri del mondo, che si conoscevano, anche se solo intuitivamente, attraverso il Medioevo, dalle città fino alle desolate regioni delle montagne e dei paesi. Ma gli uomini si rivolgevano a questi misteri diversamente da come dobbiamo riscoprirli nuovamente noi.

Facilmente lo sguardo dell’anima viene distolto da uno spettacolo del genere verso rappresentazioni in cui, si potrebbe dire, con tutti i mezzi dell’arte più alta, come erano sorti nel 13° e 14° secolo dalla pienezza del sentire cristiano, veniva rappresentato l’intero mistero dello sviluppo dell’umanità sulla terra e il rapporto dell’anima umana con quello che come eternamente divino vive nell’essere umano. Così vorrei oggi, in questo giorno, quando vogliamo celebrare a nostro modo la santa notte natalizia, rivolgere lo sguardo da questi spettacoli a una rappresentazione grandiosa, in cui possiamo ammirare, in certo modo, i fondamenti originari che dalla sensibilità più alta e da quello che, si potrebbe dire, per il Medioevo era la conoscenza «scientifica-artistica», conducono a tali semplici spettacoli. Vorrei volgere lo sguardo a una tale rappresentazione artistica suprema, che contiene, in certo modo, i fondamenti originari di ciò che vive poi in tali semplici spettacoli.

A Pisa, la città dell’Italia occidentale, si trova il celebre Duomo, in cui Galilei, come abbiamo spesso menzionato, osservò quella lampada ecclesiastica oscillante, mediante cui scoprì con la sua genialità le leggi senza cui la fisica moderna odierna non si potrebbe concepire. Adiacente a questa chiesa troviamo il celebre cimitero, il Camposanto, circondato da alte mura, sul che l’arte medievale ha incorporato quello che si pensava riguardo ai misteri divini e al rapporto dell’uomo con questi misteri divini, con il principio spirituale originario e eterno pensato nell’essere umano. Molti di questi misteri medievali sono rappresentati pittoricamente sulle mura del Camposanto di Pisa. Questo cimitero era infatti ricoperto di terra, che i Crociati avevano portato dal sepolcro di Gesù Cristo. E chi oggi ancora visita questo cimitero e solleva una manciata di terra, può provare il sentimento che sotto questa terra c’è qualcosa di quello che un tempo i Crociati avevano portato dalla Palestina, per diffonderlo su questo cimitero, che doveva essere considerato particolarmente sacro.

Tra i dipinti sulle mura del Camposanto c’è un quadro, «Il Trionfo della Morte». Ma lo si chiama così solo dal 1705. Prima, tutti coloro che lo vedevano, lo conoscevano e ne parlavano, lo chiamavano il «Purgatorio», il «Purgatorio». E certamente sulle mura del Camposanto c’erano anche un «Cielo» e un «Inferno». Questo Purgatorio ora contiene, espressa nel modo più profondo, il modo in cui l’anima medievale si rapportava al mistero dell’anima umana e il suo legame con l’Eternale originario nell’essere umano. Oggi molte cose di questa immagine sono già corrotte. Ma si può ancora, attraverso la corruzione, intravedere quello che il pittore oggi sconosciuto alla storia ha voluto incantare sulla parete dei grandi misteri dello sviluppo umano.

Qui vediamo prima come, emergendo da una cavità della terra in una montagna e sviluppandosi potentemente, un corteo di re e regine, pieni di autocoscienza e superbia e ricolmi del sentimento: sappiamo chi siamo sulla terra, quando apparteniamo a tale rango! - Dalla cavità di una montagna

esce il corteo, e quando esce dalla caverna, si scontra con tre bare sorvegliate da un eremita. Improvvisamente questa comitiva di cacciatori si trova di fronte a queste tre bare. È caratteristicamente differenziato quello che si trova in queste bare: in un'uno scheletro, nella seconda un cadavere già così avanzato nella decomposizione che i vermi lo rosicchiano, e nella terza uno morto da poco tempo, che è appena entrato in decomposizione. Si ferma il corteo di fronte a queste tre bare. Un eremita siede di fronte a queste bare, quasi indicando con il gesto: fermatevi! Guardate ciò che siete veramente come uomini in questo memento mori. - Più in alto, sopra la montagna, su un’altura che si eleva, vediamo tre eremiti seduti, coloro che procurano il nutrimento, ma anche coloro che, profondamente chini sui loro libri, meditano sui misteri dello sviluppo umano, il tutto disposto in modo che la montagna di sotto formi il tetto. Lì, dove il corteo di caccia incontra le bare, seduti in alto stanno i tre eremiti, che rappresentano la pace e sono capaci di penetrare nell’interno dell’anima umana, per trovare il legame di questa anima umana con i campi dell’Eterno. E se guardiamo oltre, vediamo vari uomini malaticci gettati qua e là che si uniscono immediatamente al corteo di caccia che sta di fronte al memento mori. Inoltre vediamo persone che ascoltano i suoni dell’arpa; dietro l’arpa c’è una figura che tiene il dito alla bocca. Sopra il tutto vediamo diffondersi puri esseri angelici da un lato, esseri demoniaci in immagini abominevoli - il pittore ha usato tutta la sua fantasia per esprimere i demoni - d’altro canto. Così che tutto a destra nell’immagine si vedono gli Angeli che si chinano verso gli uomini che ascoltano i suoni dell’arpa. Tra questi e la montagna, dalla cui cavità esce il fuoco, vediamo i demoni svilupparsi.

Ma tutto questo in realtà è lì, per chi consideri la cosa, per volgere lo sguardo verso qualcosa che forse con un’osservazione superficiale non si noterebbe, ma che gradualmente conduce a un’intuizione dei più profondi misteri umani.

Cos’è che deve essere veramente rappresentato? Oh, è caratteristico della concezione di quella scienza medievale, quando vediamo il corteo di caccia fermarsi di fronte ai tre cadaveri: prima uno scheletro, poi il secondo, un cadavere già divorato dai vermi, poi il terzo, un corpo gonfio, uno morto da poco tempo - un motivo che troviamo spesso nel Medioevo. Lo comprendiamo solo quando ci chiediamo: perché escono le persone dalla montagna? Chi sono coloro che si trovano nel corteo di caccia? - e quando sappiamo: non sono vivi, sono morti che si trovano nel Kamaloka! - Tali corpi avete in voi - vuol dire l’immagine -: lo scheletro come il corpo fisico, il cadavere divorato dai vermi come il corpo eterico, e quello che appartiene al defunto come il corpo astrale. Ricordatevi, voi viventi, quello che dovete contemplare dai misteri dell’esistenza dopo la morte! - Così vediamo, in modo medievale espresso, il mistero dei tre involucri umani.

In modo peculiare, meraviglioso per così dire. L’eremita che siede un po’ elevato dinanzi alle tre bare ci indica con tutto il gesto che l’uomo ha la necessità di penetrare nei misteri dell’esistenza, per riconoscere come egli è connesso con le fonti originarie ed eterne per la sua esistenza passeggera. L’immagine prosegue poi in modo che la montagna stessa si estende in alto sopra il tutto, e in alto siedono gli eremiti, in tranquilla contemplazione e in una serena vita naturale, mentre ci mostrano in certo modo come ci si possa connettere, mediante l’introspezione, con l’interno della natura umana.

Questo voleva rappresentare il pittore, e non un «Trionfo della Morte», come venne chiamata successivamente l’immagine, quando non se ne comprese più il senso. Dall’immagine stessa possiamo vedere come avessero ragione coloro che parlavano del Purgatorio, cioè di quello che noi chiamiamo il Kamaloka. Ciò che il pittore intendeva era mostrare che, così come siamo nella vita, non sempre apparteniamo a coloro che comprendono il significato della vita dopo la morte e che si rapportano in modo giusto all’Eternale originario nella natura umana, come il pittore ci mostra in coloro che non stanno più nella vita, ma nella vita dopo la morte;

poiché noi abbiamo a che fare con quelli che sono nel corteo di caccia, con uomini che sono nel Kamaloka, che sono già morti. Loro vedono quello che diventa del corpo dopo la morte.

Quando guardiamo ai malati, agli uomini malaticci, vediamo da un lato quello che è il corporeo, e dall’altro vediamo come i demoni e gli Angeli si allontanano con le anime umane. E vediamo la profondità che si manifesta davanti a noi: ogni demone ha nelle sue artigli un’anima che porta via, e ogni Angelo conduce sotto le sue ali un’anima con sé, ma queste anime sono diverse. E questo è quello che voglio sottolineare in questa ora natalizia. Le anime che vengono prese dai demoni correttamente deformati, ma compresi correttamente, sono anime che hanno la forma di uomini invecchiati. E quelle che vengono prese dagli Angeli verso le beatitudini del Cielo, sono anime che il pittore ha raffigurato come bambini. In questo avvertiamo la concezione che attraversa tutto il Medioevo: che qualcosa nell’uomo deve rimanere infantile per tutta l’esistenza terrena, che gli uomini possono conservare qualcosa, anche se diventano molto vecchi ed esteriormente decrepiti, dell’infantilità, dell’innocenza della sensibilità per tutta la vita; che al contrario ci sono uomini che non solo esteriormente fisicamente, ma anche spiritualmente invecchiano, facendo loro quello che è carnale e terreno. Perché sulla terra ci si invecchia. Coloro che invecchiano, possono farlo solo attraverso la colpa, attraverso ciò che distoglie dall’Eternale celeste originario. Perciò le loro anime sembrano come uomini invecchiati, mentre le anime di coloro che rimangono connesse con ciò che conserva il legame con l’Eternale nel mondo spirituale, mantengono la forma infantile.

Questo è ciò che così enormemente grande, così potente parla da questa immagine del Camposanto di Pisa a chi la guarda: che c’è qualcosa nella natura umana che dobbiamo considerare come espressione dell’Eternale dell’uomo nei primi tre anni di infanzia - cosa che ho tentato di rappresentare nel piccolo libro «La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità» - che l’uomo nei primi anni di infanzia è in effetti diverso da dopo. Questo crescere insieme con le altezze divine-spirituali che si manifestava nell’infanzia, lo si sentiva nel Medioevo. Lo si esprimeva persino in un’opera d’arte così grandiosa, come in questa immagine del Camposanto a Pisa, forse

a questo proposito il quadro più interessante nella composizione dei tempi più antichi del Medioevo, che come immagine era così straordinaria che - cosa però impossibile, perché è stata dipinta nel tempo dopo Giotto - è stato attribuito a Giotto e a molti altri grandi contemporanei. Come l’uomo medievale stava di fronte al Bambino, l'esprime nel modo più straordinario questa immagine. Questo sentimento lo troviamo davvero ovunque. Lo troviamo così meravigliosamente in questi semplici spettacoli natalizi; lo troviamo nel fatto che proprio la leggenda del Bambino Gesù si è inserita in tutti i cuori con un calore inesprimibile, e come proprio questa leggenda infantile abbia reso consapevoli gli uomini di come egli sia connesso con l’impulso del Cristo. Gli uomini avevano bisogno della certezza che nel Bambino fosse entrato il principio che salva l’eternità dell’anima umana. Come l’uomo che ha conservato il suo Eterno, nell’immagine del pittore come essere umano in forma infantile, viene portato dagli Angeli nei campi dei Beati, così dobbiamo anche immaginarci che nella figura del Bambino innocente entrasse nel mondo ciò di cui sappiamo che nel suo trentesimo anno di vita si unì all’impulso divino cristiano, all’essenza divina cristiana.

Così è, vorrei dire, la connessione dalle altezze della vita spirituale nel Medioevo, come si presenta a noi in un’immagine come quella del Camposanto di Pisa, con i semplici spettacoli, che certamente nel modo in cui uno è stato presentato qui sono nati solo più tardi, ma che contengono tutti gli impulsi i quali esprimevano quello che noi di nuovo cerchiamo nel suono e nel modo della nostra epoca. Così non era nemmeno «semplicemente» solo - cosa che oggi così volentieri si mormora agli orecchi della gente - come le anime degli uomini nei secoli precedenti stavano di fronte al Bambino Gesù. Come ora dobbiamo accogliere in noi l’insegnamento del Bambino Gesù natanico, che nel suo dodicesimo anno di vita accolse in sé l’Io dello Zoroastro e nel suo trentesimo anno l’essenza di Cristo, come dobbiamo comprenderlo per farci rappresentare quello che nello sviluppo umano doveva accadere, affinché l’uomo salvasse l’Eterno nella sua essenza, così l’uomo medievale non aveva bisogno di tutta la scienza che viene data in concetti e teorie, bensì di ciò che era dato in tali concezioni grandiose sulla natura dell’anima umana, come è stato espresso nell’immagine appena caratterizzata. Tempi diversi richiedono modi diversi di rappresentare i misteri eternali, e i diversi tempi hanno avuto i loro modi diversi di rappresentare i misteri eternali. E ancora

e di nuovo è la manifestazione del fatto che l’uomo può avere una grande speranza per la sua anima. Nel tempo prima del mistero del Golgota era la speranza che venisse quello che spiritualmente nell’uomo corrisponde a quello che il sole nel nostro sistema planetario è in senso fisico. Ciò che oggi possiamo sapere, lo si sentiva profondamente in tutti i tempi.

Vediamo in primavera la vita, le piante germogliare dalla terra, e le vediamo crescere verso l’estate. Rivolgiamo lo sguardo al sole e sappiamo: dal sole escono le forze che fecondano la terra, in modo che possa trarre da sé la vita vivente delle piante germinanti e fiorenti e degli altri esseri. E insieme a quello che accade così regolarmente in un sacro ordine di anno in anno, vediamo mischiarsi a questa regolarità del corso del sole - che riempie ogni luogo alla sua ora precisa con la forza di benedizione di cui deve essere riempito - quello che appartiene per così dire all’atmosfera della terra stessa: le tempeste che spazzano via i campi, la pioggia che scorre dalle nuvole, la nebbia che si diffonde sulla terra; vediamo quello che non ha regola e ordine. Vediamo regola e ordine forse in quello che dalla terra promana dal sole. Abbiamo in primavera e estate il sentimento, quando guardiamo la natura con attenzione, che il sole, trionfante affrettandosi sulla terra, può qualcosa su quello che la terra per così dire sulla sua superficie genera in vento e tempesta. Ma quando ci avviciniamo all’autunno, e arriva l’inverno, e la forza del sole perde la sua forza e incide meno sull’essere terreno, allora ci diventa sensibile in un altro modo il carattere mutevole della terra stessa. E chiunque osservi un po’ attentamente questo alternarsi di primavera ed estate da un lato e autunno e inverno dall’altro, può dirsi: in primavera il sole vince con il suo sacro ordine quello che l’egoismo della terra produce dalla natura terrena in effetti mutevoli. In inverno invece è il tempo in cui la terra sviluppa quello che c’è nella sua atmosfera egoistica, dove ciò che è in essa vince ciò che dal cosmo benedetto entra nella terra.

L’uomo, che considera il suo interno nel pensare, nel sentire e nel volere, vede come gli impulsi dei sentimenti, gli affetti, le forze della volontà dal risveglio al sonno sorgono in lui senza regola. Può sentire come questo carattere mutevole nel suo interno non si possa paragonare a nulla, eccetto a quello che è nell’atmosfera della terra. E in verità, così come l’atmosfera terrestre, è quello che domina il nostro pensare, sentire e volere. La nostra anima ha in sé le stesse forze, anche se solo in forma embrionale, come quelle che laggiù operano in aria e tempesta e nelle forze elementari. Le dominano in noi come forze il pensare, il sentire e il volere. Laggiù sono forze elementari, potenze demoniache, che vivono in aria, acqua e fuoco, e in quello che abbiamo intorno a noi in lampi e tuoni, negli effetti mutevoli della nostra atmosfera. Siamo fondamentalmente, quando pensiamo, sentiamo e vogliamo, solo affini a quello che invernalmente la terra sviluppa dal suo proprio egoismo. E questo lo si sentiva in tutti i tempi. Quando arrivava l’inverno, che rendeva l’egoismo della terra e le forze elementari più efficaci - forze che ora non seguivano il sole come seguivano il sole dominante in primavera e in estate -, allora si sentiva che tutto questo era affine al proprio interno dell’uomo. O tempo invernale - così sentiva l’uomo, anche se non l’esprimeva chiaramente -: tu sei affine al mio proprio interno! - Ma quando poi arrivava la profondità della notte invernale, quando veniva il tempo del solstizio invernale, allora l’uomo sentiva in ciò che il sole ora sviluppava di nuovo le sue forze, affinché crescessero e sempre più crescessero e si irrobustissero verso la primavera e l’estate; allora l’uomo sentiva: la forza del sole vince sempre sull’egoismo della terra. - E allora sentiva l’uomo in se stesso coraggio e speranza, e poteva dire a sé stesso: come nel mondo fisico il sole cosmico vince sempre sulle forze terrestri della terra, come sempre il vittorioso sole irrompere nella buia notte invernale, quando lo sentiamo, così deve esserci anche nell’interno dell’uomo qualcosa che nelle profondità dell’anima governa come sole spirituale, che verrà e vincerà - come il sole dell’anno vince nel solstizio invernale -, che verrà come sole spirituale nel grande solstizio invernale! - Dapprima si sperava, poi si sapeva che era arrivato il tempo del grande solstizio invernale, quando si imparò a comprendere il tempo del mistero del Golgota come il sorgere del sole spirituale nell’interno dell’uomo.

Ora guardiamo a quei tempi antichi nello sviluppo terreno, quando era primavera terrena ed estate terrena, prima che il mistero del Golgota fosse venuto. Allora l’uomo portava ancora in sé il retaggio degli antichi tempi, l’antica chiaroveggenza che gli rendeva possibile la visione nel mondo spirituale, dove la coscienza del legame con il mondo divino-spirituale era ancora presente. Ma noi viviamo nell’inverno terreno, questo non può essere negato, nel tempo in cui è veramente avvenuto che non solo laggiù saremo sempre più circondati dalle forze meccaniche che operano nelle macchine, nell’industria, nelle circostanze commerciali dell’attività terrena, ma viviamo anche così che non abbiamo più intorno a noi, come al tempo della primavera terrena e dell’estate terrena, il mondo spirituale-divino. Ma quello che l’uomo sentiva come simbolo, la vittoria del sole al tempo del solstizio invernale come la vittoria del sole spirituale nelle profondità dell’anima umana, può sentirlo l’umanità odierna di fronte al mistero del Golgota e alla sua preparazione mediante quella nascita che rinnoviamo a celebrare ogni anno nel Natale. Come l’uomo non deve mai, quando vive verso l’inverno, disperare della potenza del sole, ma può sperare che le gioie che l’autunno gli ha tolto riappariranno dopo la profondità della notte invernale, così l’uomo può guardare a quello che si è compiuto in connessione col mistero del Golgota, e può dire a se stesso: se anche, come le tempeste invernali nella notte invernale, l’egoismo della notte invernale umana agisca senza regola nel proprio interno, tuttavia non può mai scomparire la speranza che, di fronte a quello che si manifesta come carattere mutevole nella nostra stessa anima, debba affermarsi quello che dal mistero del Golgota è connesso con tutto il divenire umano terreno: l’impulso del Cristo, che entrò nello sviluppo dell’umanità terrena attraverso il corpo del Bambino Gesù natanico, che poté entrare perché nel Bambino Gesù natanico nascesse il Bambino dell’umanità, il Bambino con quelle proprietà che appartenevano all’anima umana, quando ancora non era passata attraverso incarnazioni terrestri, a cui non era stato ancora impiantato ciò che viene dall’entrare nelle incarnazioni terrestri, il Bambino che aveva ancora le proprietà delle altezze spirituali, in cui eternamente può essere.

Queste rappresentazioni volevo esporre a voi, affinché da esse possiamo ricavare come, in vista delle forze infantili dell’uomo, che sono simultaneamente le sue forze di eternità, gli uomini possano sentire il massimo, quello che sempre si è sentito e che deve continuare a sentirsi alla vista del Bambino divino nel Natale. E anche se la nostra conoscenza deve diventare diversa, anche se al posto di quello che la concezione medievale vedeva nell’immagine che ho indicato, dobbiamo acquisire altre rappresentazioni - la rappresentazione dei due Bambini Gesù, il trasferimento dell’essenza dell’uno nell’altro, il prendere possesso del corpo del Bambino Gesù natanico da parte dell’essenza di Cristo -, rimane tuttavia il fatto che possiamo rivolgere lo sguardo con i nostri sentimenti più santi e con le nostre speranze più forti all’idea che ci dice: dal mistero del Golgota vive nel nostro divenire umano qualcosa che è entrato nella nostra aura terrena, a cui dobbiamo solo appellarci nella nostra gioia festiva, come speranza nell’indistruttibilità del nostro essere umano.

Ricordarcene è altrettanto necessario per noi, come lo è stato per gli uomini che avevano la loro gioia negli spettacoli semplici. Anzi, possiamo dire ancora altro: non abbiamo meno la nostra gioia negli spettacoli semplici. Ci sentiamo connessi con quegli uomini che avevano la loro gioia in questi spettacoli, perché a nostro modo sappiamo apprezzare quello che è stato dato agli uomini dal fatto che il Bambino dell’umanità è entrato nello sviluppo terreno, come è stata data loro la speranza più forte, l’impulso più forte di cui l’uomo ha bisogno, affinché nell’inverno terreno, nel tempo dopo il mistero del Golgota, possa sostenersi alla vista che, come nel cosmo fisico il sole vince l’egoismo terreno, così nelle profondità dell’anima umana sempre più e sempre più vivrà l’impulso che è fluito dal mistero del Golgota come l’impulso del sole spirituale dello sviluppo umano terreno. Un tempo l’evento era presente come un evento storico, attraverso cui questo impulso è entrato nella vita terrena, ma deve svegliarsi sempre di nuovo in memoria, come può accadere attraverso tali feste. Perché è vero da una parte che un tempo l’essenza di Cristo è entrata nell’aura terrena attraverso il mistero del Golgota; vero è dall’altra parte quello che Angelo Silesio ha detto con belle parole:

Nascerà Cristo mille volte a Betlemme E non in te, resterai perduto in eterno!

Ciò che è nato a Betlemme deve nascere profondamente e sempre più profondamente nella nostra propria anima, affinché vediamo in questa propria anima compiuto quello che il sentire medievale voleva veder compiuto, vedendo il destino delle anime pervase dall’impulso del Cristo in quelle figure infantili che gli Angeli portano sulle ali nei campi dei Beati e che non cadono nelle artigli di Arimane, a cui rimangono solo quelle anime che si sono connesse con la vita terrena così profondamente da sembrare vecchie, mentre il destino dell’anima non è diventare vecchia sulla terra, bensì rimanere giovane. E solo il destino del corpo sulla terra è invecchiare. Il destino più elevato dell’uomo è di mantenere la gioventù spirituale in questo corpo che invecchia, in connessione col mistero del Golgota, e così di sentire sempre più e sempre più in se stesso la speranza che, benché le tempeste invernali agiscano nell’anima e le tentazioni vivano nell’anima, non possa mai morire la fiducia vivente che dalle profondità dell’anima possa emergere ciò che è fluito nell’aura terrena attraverso il mistero del Golgota, e che vogliamo ravvivare ricordandolo nelle nostre anime attraverso tali feste.

Così ho cercato di sintetizzare quello che possiamo sentire come umore natalizio proprio da una considerazione che con queste poche parole cerca di sintetizzare quello che dalla nostra concezione del mondo antroposofica sentiamo di fronte alla festa natalizia, con ciò che gli uomini nei tempi precedenti vivevano al messaggio del Bambino divino in uno spettacolo come quello che abbiamo presentato. Lo devono esprimere le parole:

Nell’abisso dell’anima umana Vive il sole dello spirito vittorioso; Delle giuste forze del sentimento, Esse possono presagirlo Nella vita invernale dell’interno, E lo stimolo di speranza del cuore: Esso contempla la vittoria del sole-spirito Nella luce di benedizione natalizia, Come il simbolo della vita suprema Nella profonda notte dell’inverno.

APPENDICE

Luciferico e arimanico nella vita culturale odierna

Appunti dalla conferenza, Lipsia, 12 gennaio 1913

La nostra vita deve rappresentare, per così dire, quello che mediante l’antroposofia possiamo diventare. Questo richiede uno sguardo libero sulla vita e un sano giudizio su di essa. Nel nostro tempo la vita è più complicata di quanto fosse nell’epoca precedente. Anche nei periodi di tempo che ci stanno poco dietro, era ancora molto meno complicata. Questo dipendeva dalle semplici circostanze. Allora il sentimento e le proprietà a esso correlate erano più diffuse nell’umanità di quanto lo siano oggi. Ma anche molte altre cose sono cambiate in modo essenziale. E siamo tutti collocati in questa vita trasformata e dobbiamo tentare di penetrare la sfera della vita in cui stiamo, come è necessario. Proprio alla vita del presente appartiene il fatto che ci assicuriamo armonia dell’anima e unità interiore del sentimento nonostante la frammentazione della vita moderna.

In una conferenza questo non si può esaurire: possiamo solo estrarne alcuni aspetti. Troviamo oggi ovunque il materialismo, anche un materialismo che penetra tutta la vita pratica, portato avanti dal funzionamento meccanico. Quest’ultimo ha reso le circostanze della vita d’affari, della vita in generale, molto più complicate; ha prodotto l’affrettarsi e il tumultuare, in cui l’umanità deve stare e non arriva alla riflessione. Gli uomini spesso non si accorgono nemmeno di come tutta la loro forza di lavoro, tutto il loro pensare e meditare dalla mattina alla sera sia dedicato a ciò che vale ai bisogni materiali. È solo naturale che nell’epoca in cui siamo circondati dal rumore delle macchine, l’uomo cominci a pensare materialisticamente su tutti i problemi. Sarebbe veramente impossibile la diffusione della concezione del mondo materialistica e monistica in un’altra epoca.

Noi antroposofi stiamo in una nuova concezione del mondo. Nel mondo entra il movimento spirituale. Considerate le difficoltà che ci stanno di fronte; considerate come la scienza dello spirito sia rimasta piccola nonostante il suo grandioso design. Confrontiamo come laggiù nel mondo regnano come confessioni religiose quello che è da considerarsi come residuo dei tempi passati. Troviamo lì molti sforzi religiosi. Dovremo considerarli bene. Troviamo lì una presa della religione molto intellettuale. Sorgono predicatori cristiani che non credono più a un Cristo umano, non all’immortalità. Gli uomini sono contenti quando sorge un movimento come quello di Jatho e simili e viene presentato il più possibile razionalisticamente. Tutte le vecchie autorità non possono contrastare la cieca fede in ciò che la scienza ha provato. Questi fenomeni stanno tutti di nuovo in relazione con le concezioni morali. Chi sta in una professione d’affari mi confermerà quanto poco la verità abbia un posto nel commercio odierno tra venditore e cliente. Molti, che stanno con un sentimento di responsabilità in mezzo, ne soffrono. Ma i concetti così tenuissimi di questi predicatori intellettuali hanno in loro forze morali? Anche l’opinione pubblica, di cui oggi siamo così orgogliosi, non è esistita nel 13° e 14° secolo come adesso attraverso la stampa. Grandi filosofi hanno detto da tempo: L’opinione pubblica sono errori privati. - Chi potrebbe mai convincere un Ostwald e simili che entità spirituali hanno qualcosa a che fare con lui? Attraverso il fatto che le nega, egli però chiama in causa proprio determinate entità spirituali. Dietro un Ostwald procede un esercito di spiriti ben determinati. In tutta la materia vive lo spirito. C’è uno spirito a cui interessa molto negare il suo spirito, cioè Arimane. Quando l’uomo rivolge tutti i suoi sguardi solo alle leggi materiali, non scaccia gli spiriti, bensì li evoca: loro si insinuano nei cervelli dei materialisti. Mefistofele invia Faust nel regno delle Madri e dice: Lì troverai il nulla. - Faust risponde a lui: «Nel tuo nulla spero di trovare il tutto.» - Ma l’umanità odierna non risponde come Faust, perché gli uomini materialisti sono posseduti da Arimane.

In direzione religioso-razionalistica invece opera un altro spirito, cioè Lucifero. Attraverso concetti astratti, così tenuissimi, egli separa gli uomini dal vero Spirituale. Le Idee devono adesso vivere nella storia: è altrettanto saggio quanto se un pittore solamente dipinto dovesse dipingere quadri. Questo intrecciarsi con la materia era stato preparato da lungo tempo, e oggi ha raggiunto un apice provvisorio. Eraclito diluì la teosofia a filosofia attraverso l’influenza di Lucifero. Questo è espresso figuratamente nell’asserzione che egli offrì il suo libro in sacrificio alla Diana di Efeso.

Ora vogliamo considerare l’opinione pubblica. Essa sorge dalla legalità che consiste nel fatto che Lucifero e Arimane dovevano intervenire nell’immagine del mondo. Precedentemente al posto dell’opinione pubblica c’erano persone la cui vita d’anima si elevava fino ai misteri spirituali. Da queste personalità usciva un’influenza nel bene e nel male sulla vita del mondo. Lo si comprende, se per esempio si studia la storia di Firenze tra gli anni 1100 e 1500. Oggi corrispondono a questa influenza coloro che si sforzano di ottenere il legame con lo Spirituale. Fino a questo punto però non hanno avanzato insieme le entità luciferiche rimaste sulla Luna, che determinano l’opinione pubblica. Di conseguenza questa è rimasta indietro di circa un millennio. All’opinione pubblica lavorano i più infimi tra loro, socialmente reclute solamente dell’esercito luciferino. In loro si formano degli esseri che più tardi appariranno come potenti entità. Loro stanno dietro il tavolo della redazione; loro stanno dietro l’oratore popolare e così via. Loro sono nella loro arte spiriti luciferici appena inizianti, in realtà ancora piccolini.

Sapersi orientare nella vita: questo appartiene alla scienza dello spirito pratica. L’uomo forma col suo intelletto la sua immagine del mondo. Cos’emerge allora da questa conoscenza dell’intelletto e dei sensi? C’è una parola antica. Non la comprendono nemmeno coloro che vi sono chiamati a rappresentarla. Il serpente dice: Sarete come Dio e saprete cosa è bene e male. - Tutta la conoscenza dell’intelletto e dei sensi è luciferica: è il suo vero carattere distintivo. L’insistere sull’esperienza esteriore, che non lascia valere nulla se non gli atomi, sono idee fantastiche. Dietro la Maya non stanno gli atomi, bensì le realtà spirituali, spirituali. Tutti i fenomeni descritti non sono realtà: le realtà sono le entità spirituali. Le monadi non esistono, se non le comprendiamo in realtà come le gerarchie superiori. Ci sono molte gerarchie, tra le più alte sono anche le Divinità della Trinità. La filosofia parla solo di un’unità. Ma gli spiriti sono molti, e l’unità esiste solo nelle anime degli spiriti. Chi si è abituato a pensare così, da sapersi nella comunità degli spiriti, ha le leggi morali. Arimane lascia gli uomini sprofondare nella palude della materia; Lucifero li ritira dalla verità, non lascia loro presagire che si perdono in un mondo di apparenza. La Maya ha una giustificazione, se è compresa come espressione della realtà che sta dietro.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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