Mi riempie di soddisfazione che oggi sera, dopo un tempo relativamente lungo, sia nuovamente in grado di parlare in questo luogo. Coloro tra voi che hanno partecipato alla nostra manifestazione di Monaco di quest’anno, oppure che si sono informati in altro modo su quanto è stato aggiunto al contenuto delle manifestazioni precedenti attraverso il mio tentativo di un Mistero, intitolato «Il Guardiano della Soglia», hanno potuto vedere come l’anima debba comportarsi quando vuole acquisire una vera rappresentazione piena di contenuto di molte cose di cui si parla nella scienza dello spirito, o diciamo nell’occultismo. Nel corso degli anni abbiamo parlato di varie cose riguardanti quegli esseri che designiamo con il nome degli esseri luciferici e degli esseri ahrimanici. Il fatto che il carattere e lo stato d’animo di questi esseri si riveli soltanto quando ci accostiamo lentamente e gradualmente a essi dai più vari punti di vista: proprio questo doveva essere mostrato nel «Guardiano della Soglia». Doveva essere dimostrato che non è sufficiente farsi un concetto superficiale di questi esseri, per esempio un concetto simile a quello che gli uomini amano tanto, cioè una definizione ordinaria, bensì che è necessario considerare dai più vari punti di vista come essi intervengano nella vita umana. E voi potrete ricavare proprio da questo tentativo qualcosa di ciò che per molti anni ha costituito il tono fondamentale anche di quegli insegnamenti che ho potuto tenere qui: quel tono fondamentale che mi sono ormai più volte permesso di designare con le parole della verità assoluta nei confronti dei mondi spirituali, oppure anche come il tono di una seria grandezza nei confronti di questi mondi spirituali. È tanto più necessario sottolinearlo nella nostra epoca presente, poiché la serietà e la dignità dello sforzo antroposofico, nel vero senso della parola, sono ancora assai poco comprese.
Se nei diversi insegnamenti degli ultimi anni ho voluto lasciar trasparire principalmente una cosa, è questa: che voi facciate il tentativo di accostarvi allo sforzo antroposofico realmente con questo spirito di serietà e di verità, e di divenire consapevoli di ciò che lo sforzo antroposofico significa nel contenuto complessivo dell’essere del mondo, nel contenuto dello sviluppo umano e anche nel contenuto spirituale della nostra epoca. Non si può dirlo abbastanza spesso: nell’antroposofia non ci si può introdurre con pochi concetti, non con una teoria riassunta in brevi proposizioni, né tanto meno con un programma; nell’antroposofia veramente autentica ci si può introdurre soltanto con la vita intera della propria anima. Ma la vita è divenire, è sviluppo. E se potesse sorgere l’obiezione — come può il singolo aderire a un movimento antroposofico, se subito si pone la richiesta dello sviluppo, del divenire, se si dice che si può entrare soltanto lentamente e gradualmente nel corso del tempo in ciò che è contenuto nelle profondità di quella cosa che è veramente antroposofia, come può allora il singolo decidere di entrare in qualcosa in cui deve svilupparsi gradualmente? — allora si deve rispondere così. Prima che l’uomo possa ascendere al più alto vertice di uno sviluppo, possiede ciò che ha guidato l’intera umanità nella ricerca di tale sviluppo: egli possiede il senso della verità nel suo cuore, nella sua anima, e non ha che dar seguito a questo senso della verità senza pregiudizi, ma con la volontà della verità, non con la volontà della vanità di una teoria, non con la volontà della superbia di un programma, bensì con la volontà della verità che risiede profondamente nell’anima, se essa non viene turbata da ogni sorta di pregiudizio. Si può dire: si percepisce la verità là dove scorre sincera. Perciò una critica sincera della verità è già possibile quando si è solo agli inizi del suo conseguimento. Ma questo non esclude il fatto che vi si veda la cosa principale: cioè immergersi nella totalità del divenire, nella totalità dello sviluppo dello sforzo antroposofico.
Nella nostra epoca sono veramente molte le cose che confondono gli uomini riguardo al sentimento naturale della verità, che altrimenti è presente nella loro anima; e su questi momenti confusionari abbiamo potuto puntare più volte nel corso degli anni. Oggi non ho bisogno di ripeterlo. Ho parlato a voi per questo motivo, perché mediante ciò voglio dimostrare il fatto che è sempre di nuovo e ancora una volta necessario, anche quando abbiamo già riconosciuto una cosa o l’altra dalla scienza occulta, di accostarsi alle cose sempre da nuovi lati e da nuovi punti di vista, di considerarle sempre di nuovo. Per questo ci fornisce un appiglio quello che ci viene incontro nel campo dell’antroposofia, per esempio di fronte ai quattro Vangeli. In questo autunno ho potuto concludere la considerazione della serie dei Vangeli a Basilea con un ciclo di conferenze sul Vangelo di Marco. Si vorrebbe nella considerazione dei Vangeli, di cui ce ne sono quattro, vedere un esempio esemplare dell’avvicinarsi da diversi lati alle grandi verità dell’esistenza. Ogni Vangelo offre l’occasione di considerare il Mistero del Golgota da un lato diverso, e noi possiamo conoscere il Mistero del Golgota soltanto se lo consideriamo da questi quattro diversi lati, che ci si rivelano attraverso la considerazione dei Vangeli. Come era dunque, per esempio, negli ultimi dieci o dodici anni lo spirito delle nostre considerazioni riguardo a questo aspetto? Coloro tra voi che vorranno o potranno vedere chiaramente in questo punto hanno soltanto bisogno di prendere in mano il mio libro «Il cristianesimo come fatto mistico», il cui contenuto è stato esposto ancora prima della fondazione della «Sezione tedesca della Società teosofica». Chi considera seriamente ciò che è stato detto lì vedrà che fondamentalmente sono già contenute tutte quelle cose che furono successivamente discusse in riferimento ai diversi Vangeli, e che l’intero Mistero del Golgota, come è stato esposto nel corso degli anni, è già contenuto in questo libro.
Ma niente sarebbe stato più ingiustificato che credere che, ora, quando si sapesse ciò che sta scritto in questo libro «Il cristianesimo come fatto mistico», si avesse già una rappresentazione sufficiente per l’epoca attuale del Mistero del Golgota. Gli sviluppi successivi erano proprio necessari: quelli che correvano nella medesima linea, che si erano sviluppati consequenzialmente dall’embrione di questa considerazione spirituale, che non contrastavano in nessun punto con questo «Cristianesimo come fatto mistico», ma che erano adatti ad aprire sempre nuovi e nuovi modi di considerare il Mistero del Golgota e a penetrare sempre più profondamente in esso. Con questo tentavamo di sostituire al posto dei concetti, delle teorie e dei programmi l’immersione immediata e vivente nei fatti spirituali. E sinceramente, se nonostante tutto questo avevamo sempre la sensazione di una certa mancanza, cioè che non si poteva sempre dare tutto il necessario, questa mancanza è in realtà legata a qualcosa che non si può cambiare sul piano fisico: al tempo. Non è semplicemente possibile dare tutto quello che c’è da dire in un tempo determinato. Perciò è stata sempre fatta una presupposizione al vostro animo: la presupposizione di avere pazienza e di attendere come le cose vengono fuori gradualmente. Questo deve servirci da indicazione su come anche le cose di cui ora avrò occasione di parlarvi nei prossimi tempi debbano essere comprese. Nel corso degli anni abbiamo parlato molto sulla vita tra la morte e una nuova nascita; eppure negli insegnamenti essenziali dei prossimi incontri dovrebbe trattarsi nuovamente principalmente di questo ambito, perché è giunto a me proprio nel corso dell’estate e dell’autunno il compito di indagare spiritualmente questo ambito ancora una volta e anche di esporre un punto di vista che semplicemente non poteva essere toccato prima. Molte cose che riguardano questo ambito possono ora venire considerate per la prima volta, ciò che il profondo significato morale delle verità sovrumane relative a questo ambito ci presenta. Accanto a tutte le altre presupposizioni che sono state ora brevemente indicate, è stata certamente fatta sempre all’interno del nostro movimento un’altra presupposizione: una presupposizione che, si potrebbe dire, nella nostra epoca così piena di superbia e vanità ferisce letteralmente molti cuori. Ma poiché non ci si può lasciar distogliere da una tale circostanza dalla serietà e dalla verità che siamo debitori al nostro movimento, questa presupposizione deve semplicemente essere posta. Essa consiste nel comprendere davvero, in un lavoro intimo e serio, imparando e impegnandosi seriamente, ciò che viene estrapolato dai mondi spirituali. Possiamo dire che da molti anni il rapporto degli uomini che vivono sul piano fisico con i mondi spirituali è diventato diverso da come era, per esempio, praticamente per tutto il diciannovesimo secolo. Fino all’ultimo terzo del diciannovesimo secolo, su cui ho già puntato, c’era poco accesso ai mondi spirituali; fluiva, secondo le necessità dello sviluppo dell’umanità, poco contenuto nell’anima umana dai mondi spirituali. Ora viviamo invece in un’epoca in cui l’anima ha soltanto bisogno di essere ricettiva, di abbandonarsi e di essere preparata, affinché le rivelazioni dai mondi spirituali possano fluire verso di essa. E sempre più ricettive diventano singole anime, perché, quando sono consapevoli del loro compito di epoca, l’afflusso delle conoscenze spirituali è un fatto. Perciò un’ulteriore richiesta per l’antroposofo è di non chiudersi a ciò che può fluire in qualche modo nell’anima dalla presente epoca dai mondi spirituali. Prima che mi immerga in ciò che costituisce principalmente l’oggetto delle nostre prossime considerazioni, vorrei puntare su due particolarità della vita spirituale che dobbiamo considerare con speciale attenzione. L’uomo vive tra la morte e la nuova nascita in un modo ben determinato i fatti del mondo spirituale. Ma li vive anche attraverso l’iniziazione; li vive anche, quando ha preparato l’anima, proprio durante il suo soggiorno nel corpo fisico, divenendo così partecipe dei mondi spirituali. Abbiamo parlato spesso di queste cose. Perciò si può dire: ciò che accade tra la morte e la nuova nascita, e che è propriamente un’esperienza del mondo spirituale, deve essere contemplato attraverso l’iniziazione.
Non soltanto per l’esperienza dei mondi spirituali, ma anche per la retta comprensione, per il retto immergersi nella comunicazione dal mondo spirituale è necessaria l’osservanza di due cose, che fondamentalmente risultano da molte cose spesso discusse qui. Che nei mondi spirituali le cose appaiano diverse da come appaiono qui nel mondo fisico, che l’anima entri in una sfera quando entra nei mondi spirituali, in cui deve abituarsi a molte cose che sono diametralmente opposte alle cose del mondo fisico: questo è stato sottolineato spesso. E qui si deve puntare su una cosa. Qui sul piano fisico noi uomini, se qualcosa deve accadere nel mondo fisico attraverso di noi, dobbiamo essere attivi, dobbiamo muovere le mani, dobbiamo spostarci, dobbiamo trasportare il nostro corpo fisico da un luogo all’altro. Affinché dunque nel mondo fisico qualcosa accada attraverso di noi, è necessaria la nostra attività, il nostro intervento agente nelle cose. L’esatto contrario è necessario — parlo sempre del presente ciclo di epoca — per i mondi spirituali. Ciò che deve accadere nei mondi spirituali attraverso di noi deve accadere proprio attraverso il nostro riposo, attraverso la nostra pace dell’animo. A ciò che è il fare affannoso sul piano fisico corrisponde nel mondo spirituale l’attesa serena e tranquilla degli eventi. Quanto meno ci muoviamo sul piano fisico, tanto meno accade attraverso di noi; quanto più ci muoviamo, tanto più può accadere. Quanto più tranquilla può diventare la nostra anima, quanto più possiamo rinunciare a ogni affaccendamento nel nostro interno, tanto più può accadere attraverso di noi nel mondo spirituale. Affinché attraverso di noi qualcosa accada nel mondo spirituale, è necessario che siamo nella posizione di considerare ciò che accade come qualcosa con cui siamo benedetti, che si produce cosicché si avvicina a noi perché lo meritiamo attraverso la nostra pace dell’animo. Lasciate che vi porti un esempio.
Ho già qui più volte puntato sul fatto che l’anno 1899 è stato un anno importante per chi possiede conoscenze spirituali. È stato il termine di un periodo storico dell’umanità di cinquemila anni, del cosiddetto piccolo Kali Yuga. Dopo questo anno le anime degli uomini sono state poste nella necessità di lasciar venire a sé lo spirituale in un modo diverso da prima di questo tempo. Per avere un esempio concreto: un certo Norberto fondò, intorno al cambio del dodicesimo secolo, nell’Occidente un ordine. Questo Norberto era, prima che gli venisse l’idea di fondare l’ordine, si potrebbe quasi dire, un uomo di vita leggera, un uomo pieno di passione e di lussuria mondana. Allora un giorno gli capitò qualcosa di straordinario. Fu colpito da un fulmine. Non l'uccise, ma trasformò tutta la sua essenza. Ci sono molti esempi simili nello sviluppo dell’umanità. L’intero uomo fu trasformato: la composizione dei quattro membri — corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io — subì una trasformazione attraverso il penetramento della forza che era nel fulmine. Allora fondò l’ordine in questione. E sebbene l’ordine, come molti altri ordini, non abbia mantenuto ciò che voleva il suo fondatore, ha comunque procurato molti benefici in quel momento. Questo è accaduto più volte, che un cosiddetto caso intervenisse. Ma non è un caso: è un evento portato dal karma del mondo. L’uomo era stato prescelto per fare qualcosa di straordinario; perciò le condizioni nella sua corporeità dovevano essere create affinché potesse farlo. Questo era necessario come un evento esteriore, come un’influenza più esteriore. In questo riguardo l’anno di confine 1899 è stato quello dopo il quale sempre più e più sulle anime devono agire tali influenze puramente interiormente, che non possono venire da fuori in misura così considerevole. Non è che debba venire una transizione brusca, ma è così: ciò che da oggi agirà sulle anime umane agirà sempre più interiormente e interiormente. Voi ricordate quello che dissi al riguardo, come Cristiano Rosenkreuz dovrebbe agire sull’anima umana se volesse chiamarla, e come questa è una chiamata più interiore.
Prima di questo anno nominato queste chiamate dovevano essere procurate più attraverso eventi esteriori; dopo questo anno diventano sempre più interiori e interiori. Sempre più interiore diventerà l’intercorso delle anime umane con le gerarchie superiori, e sempre più l’uomo dovrà sforzarsi, proprio attraverso l’interno, attraverso le forze più profonde e intime della sua anima, di mantenere lo scambio reciproco con gli esseri delle gerarchie superiori. Quello che ora vi ho caratterizzato come un’incisione nella vita del piano fisico, corrisponde nel mondo spirituale, visibile per colui che può avere uno sguardo nei mondi spirituali, a molte cose che si sono svolte fra gli esseri delle gerarchie superiori. Cose che gli esseri dei mondi superiori hanno da compiere tra di loro sono state fatte in modo tutto particolare proprio in questo punto temporale. Ma una particolarità sussistette per questo punto temporale. Gli esseri che nei mondi spirituali dovevano procurare che finisse il Kali Yuga avevano bisogno di qualcosa della nostra terra, di qualcosa che accadeva sulla nostra terra. Avevano bisogno del fatto che in singole anime, che erano mature per questo, esistesse una conoscenza di queste cose; oppure almeno che ora esista una conoscenza, che rappresentazioni su questo rivolgimento vivano nelle anime. Perché come l’uomo sul piano fisico ha bisogno di un cervello per sviluppare una coscienza, così gli esseri delle gerarchie superiori hanno bisogno di pensieri umani, in cui si rispecchiano le cose che le gerarchie superiori compiono. Il mondo umano è necessario anche per il mondo spirituale: partecipa, deve essere presente. Ma deve partecipare nel modo giusto. E coloro che allora erano maturi oppure oggi sono maturi, per partecipare a queste cose dal lato dell’umanità, non potevano, oppure non possono sviluppare per ciò che deve accadere nel mondo spirituale una propaganda sul piano fisico, come ci si è abituati a svilupparla. Non è per il fatto che ci comportiamo affannosamente sul piano fisico che aiutiamo gli spiriti delle gerarchie superiori, bensì per il fatto che in primo luogo abbiamo comprensione per ciò che deve accadere, e che però oltre a ciò siamo allora in completa pace dell’animo, in assoluta raccolta della nostra vita animica nella posizione di abbandonarci devotamente a tale manifestazione del mondo sovrumano.
Dunque la tranquillità che possiamo preservare, l’atmosfera che possiamo conquistare, per attendere così una cosa in grazia, per riceverla in grazia, è quello che possiamo contribuire. Possiamo dunque dire, sebbene l’affermazione suoni paradossale: le nostre azioni, la nostra attività nei mondi superiori dipendono dalla nostra pace dell’animo. Quanto più tranquilli possiamo diventare, tanto più può accadere attraverso di noi riguardo ai fatti dei mondi superiori. Perciò è anche necessario per la partecipazione a un movimento spirituale di poter sviluppare realmente questa atmosfera, questa pace dell’animo. E sarebbe sommamente desiderabile, proprio per il movimento antroposofico, che dai suoi partecipanti fosse perseguita questa pace dell’animo, questo comportamento pieno di grazia, questo comportamento permeato della consapevolezza della grazia nei confronti dei mondi superiori. Tra le attività che l’uomo sviluppa sul piano fisico troviamo in realtà cose simili soltanto forse nel campo della creazione artistica, oppure nel campo della vera ricerca della conoscenza, oppure della promozione di un movimento spirituale. Certamente non crea il più alto che può creare secondo le sue capacità quell’artista che vuole essere sempre affannato e affannato e vuole sempre spingere le cose avanti e avanti; bensì quello che creerà il più alto è l’artista che è in grado di attendere i momenti della benedizione e che può anche tacere quando lo spirito non gli parla. E certamente non giunge a nessuna conoscenza superiore colui che vuole costruire una conoscenza superiore con i concetti che ha già, bensì giunge a conoscenze superiori colui che tranquillamente, in piena rassegnazione, quando gli sorge una domanda, un enigma del mondo, può attendere e si dice: devo semplicemente attendere finché dal mondo spirituale non venga a me il raggio di luce della risposta.
Certamente non opera correttamente in un movimento spirituale colui che corre di uomo in uomo e vuole persuadere il più velocemente possibile che questo movimento spirituale è l’unica cosa giusta, bensì opera correttamente colui che può attendere fino a quando le anime appropriate hanno riconosciuto il loro impulso verso le verità del mondo spirituale e queste anime si avvicinano. Così è riguardo all’agire per quanto riguarda ciò che splende nel nostro mondo fisico, ma soprattutto per quanto riguarda tutto ciò che l’uomo stesso può compiere nel mondo spirituale. E si potrebbe dire: anche le cose più pratiche su questo campo spirituale dipendono equamente dalla instaurazione di un certo stato di tranquillità. Vorrei soltanto puntare ancora su una cosa. Prendiamo il metodo di guarigione psichico-spirituale. Nella guarigione spirituale non è la cosa principale che si compiano questi o quei movimenti, questi o quei gesti. Devono essere compiuti soltanto come preparazione. Ma tutti mirano infine a instaurare la tranquillità, l’equilibrio. Quello che si vede esternamente in una guarigione spirituale è in realtà soltanto la preparazione di ciò che compie colui che è il guaritore spirituale. Ciò che avviene infine è la cosa principale. È in una tale questione come se ci trovassimo di fronte a una bilancia. Dapprima dobbiamo mettere da una parte qualcosa che vogliamo pesare, poi mettiamo dall’altra parte un peso; allora il giogo della bilancia si muove a destra e a sinistra. Ma possiamo leggere il peso soltanto quando è stato instaurato l’equilibrio. Così è riguardo all’agire nei mondi spirituali. Diversamente è riguardo al conoscere, al percepire. Come accade il percepire nella vita quotidiana del piano fisico? Ognuno sa che, fatta eccezione per singoli campi del piano fisico, le cose ci vengono incontro. Dal mattino alla sera nella vita vigile durante il giorno le cose ci vengono incontro; di momento in momento riceviamo sempre nuove impressioni. Soltanto negli stati d’eccezione cerchiamo noi stessi le impressioni, eseguiamo ciò che le cose altrimenti eseguono. Ma allora già entriamo in ciò che è ricerca di conoscenza. Non è così con le conoscenze spirituali. In queste dobbiamo mettere davanti alla nostra anima tutto ciò che deve comparire dinanzi a essa. Mentre tutto il nostro fare, tutto ciò che nel mondo spirituale deve accadere attraverso di noi, accade per il fatto che instauriamo la più assoluta tranquillità, dobbiamo essere continuamente attivi se vogliamo realmente conoscere qualcosa nel mondo spirituale. Con questo è connesso il fatto che per molti, che vorrebbero essere anch’essi antroposofi, ciò che pratichiamo da una vera conoscenza appare troppo scomodo. Molti dicono: presso di voi si deve imparare tutto, si deve riflettere su tutto, si deve occuparsi di tutto! Ma senza questo non si giunge a nessuna comprensione dei mondi spirituali. Si deve sforzare la propria anima, si devono considerare le cose dai più vari lati. È questo quello di cui si tratta. I concetti che si vogliono acquisire sui mondi superiori ci si deve lavorare lentamente e tranquillamente. Nel mondo fisico dobbiamo, quando vogliamo avere un tavolo, produrre questo tavolo attraverso il nostro lavoro mosso. Se però vogliamo «produrre» qualcosa nei mondi spirituali, allora dobbiamo sviluppare la tranquillità, il tipo di tranquillità che è necessaria affinché qualcosa accada; e quando qualcosa è fatto, allora esce dalle tenebre crepuscolari. Ma se vogliamo conoscere qualcosa, allora dobbiamo attraverso il nostro pieno sforzo costruire prima le ispirazioni. Per conoscere è necessaria un’attività, uno stato d’animo interiormente attivo, un andare da ispirazione a ispirazione, da immaginazione a immaginazione, da intuizione a intuizione. Lì dobbiamo mettere insieme tutto, e niente ci viene incontro che non mettiamo noi stessi davanti a noi, se vogliamo conoscerlo. Dunque proprio al contrario di tutto quello che è giusto nel mondo fisico, le cose stanno nel mondo spirituale. Devo premettere questo affinché da subito ci accordiamo un poco su come tali cose possano essere in primo luogo trovate e in secondo luogo anche comprese, come dovremo discuterne fra di noi nel prosieguo.
Voglio in queste considerazioni toccare meno la vita immediata dopo la morte, che abbiamo spesso discusso sotto il nome del cosiddetto Kamaloka — questo vi è noto nei suoi aspetti essenziali — vogliamo piuttosto considerare da nuovi punti di vista i tempi che, dopo che abbiamo passato la morte, seguono il nostro tempo di vita nel Kamaloka. Innanzitutto è necessario che puntiamo sulla particolarità di come viviamo lì in generale. Voi sapete che l’uomo come primo grado della conoscenza superiore possiede quello che abbiamo chiamato vita immaginativa; potremmo anche dire la vita in visioni vere e reali. Mentre nel mondo fisico siamo circondati da colori, suoni, odori, sensazioni di gusto, da rappresentazioni che facciamo attraverso il nostro intelletto, nel mondo spirituale siamo in primo luogo circondati da immaginazioni, che si possono anche chiamare visioni. Ma con questo concetto di immaginazione, di visione, dobbiamo essere chiari che queste, quando sono corrette nel senso spirituale, non ci presentano immagini di sogno, bensì realtà, verità. Prendiamo un caso determinato. Quando l’uomo è passato attraverso la porta della morte, incontra coloro che sono morti prima di lui e che erano con lui nella vita. Ci troviamo realmente con i nostri cari nel tempo intermedio fra la morte e la nuova nascita. Come noi percepiamo le cose nel mondo fisico, vedendo i loro colori, udendo i loro suoni e così via, così dopo la morte siamo circondati, mi permetto di dire paragonativamente, da una nube di visioni. Tutto è intorno a noi visione; noi stessi siamo visione. Come qui siamo carne e sangue, così siamo allora visione. Ma questa visione non è un sogno, bensì noi sappiamo che è realtà. Se incontriamo un defunto con cui prima eravamo insieme, egli è anche visione; è incluso nella nube visionaria. Ma come sappiamo sul piano fisico che il colore rosso viene dalla rosa rossa, così sappiamo sul piano spirituale: la visione viene dall’essere spirituale che è passato attraverso la porta della morte davanti a noi.
Ma allora si presenta una particolarità che dobbiamo ben considerare, e che si mostra a chiunque vive questo tempo dopo la morte. Qui sul piano fisico può per esempio accadere così. Abbiamo una persona che avremmo veramente dovuto amare, secondo le condizioni che possiamo abbracciare e secondo i concetti che però comprendiamo solo successivamente; l’abbiamo amata troppo poco, le abbiamo dunque tolto amore. Prendiamo un tale esempio: avremmo tolto amore a una persona oppure le avremmo fatto altrimenti qualcosa di male. Allora può, se non abbiamo proprio un cuore ostinato, sorgere in noi la sensazione, l’idea: devi riparare! E quando in noi sorge questa sensazione, allora ci è data la possibilità di rimediare. Possiamo in un certo senso continuare a lavorare sulla relazione del mondo che ci circonda sul piano fisico. Non possiamo questo nel primo tempo dopo il tempo del Kamaloka, di cui stiamo ora parlando. Quando ci troviamo di fronte a una persona, possiamo bene dal modo in cui ci comportiamo dinanzi a essa avere la conoscenza: tu le hai fatto questo o quello di male, oppure le hai tolto l’amore che le dovevi; comprendiamo anche il proposito che vogliamo rimediare, ma non possiamo. Possiamo sviluppare soltanto quella relazione con la persona che era già stata fondata nel tempo prima della morte. L’altro possiamo riconoscerlo, ma non possiamo inizialmente aggiungere niente, non possiamo inizialmente rimediare. Ciò significa che in questo mondo visionario, che ci avvolge come una nube, non possiamo cambiare niente. Lo contempliamo, ma non possiamo cambiare niente. Come ci siamo comportati con una persona che è morta prima di noi, così rimane la nostra relazione con lei, e la continuiamo a vivere. Questo è spesso anche quello che appartiene alle esperienze più dolorose dell’iniziazione. Allora si sperimenta molto nella propria relazione con il mondo fisico, e lo si contempla veramente più a fondo di come lo si contempla con gli occhi o con l’intelletto. Lo si può penetrare nei suoi fondamenti, ma non lo si può cambiare immediatamente.
Questo costituisce il dolore della conoscenza spirituale, questo costituisce il martirio della conoscenza spirituale, in quanto questa conoscenza si riferisce alla nostra propria vita, in quanto è autoconoscenza. E così è anche dopo la morte. Gli uomini dopo la morte si trovano verso quelli verso cui durante la vita hanno intrapreso una relazione, in relazioni che sono per così dire permanenti, che si continuano in modo continuo come erano. Quando di recente questo fatto si è presentato al mio occhio spirituale con una forza straordinaria, ho potuto dirmi di nuovo una cosa. Mi sono veramente occupato molto nella mia vita di Omero e ho cercato di comprendere molte cose nelle antiche composizioni di Omero. Ma proprio in questa occasione mi è venuta in mente una parte di Omero: là dove Omero — la cui chiaroveggenza è indicata dai Greci per il fatto che parlavano di Omero il «cieco» — parla del regno che l’uomo percorre dopo la morte, lo chiama il «regno delle ombre, in cui nessun cambiamento, nessuna trasformazione è possibile». E allora ho saputo di nuovo come tante cose vivano nei grandi poemi e nelle rivelazioni dell’umanità, che noi riconosciamo soltanto quando le estraiamo dalle profondità della conoscenza spirituale. E molte cose di quello che la conoscenza dell’umanità dovrà fornire si baseranno sul fatto che gli uomini vedono i loro grandi antenati, che erano benedetti dallo splendere della luce spirituale nella loro anima, in una nuova luce: sì, in una luce della vera comprensione. Quanto tocca un’anima ricettiva quando si accorge in una tale parola: questo antico veggente ha potuto scrivere soltanto questa parte perché la verità del mondo spirituale si era accesa nella sua anima! Allora inizia la vera devozione verso le forze divine e spirituali che operano attraverso il mondo, e soprattutto attraverso i cuori e le anime degli uomini. Allora vediamo per la prima volta con vera pietà a ciò che accade nel mondo per il progresso e l’avanzamento. Molto è nel più profondo senso vero in quello che hanno creato quei popoli che erano benedetti come Omero. È vero nel senso spirituale.
Ma questa verità, che una volta una chiaroveggenza antica e crepuscolare poteva conoscere immediatamente, è andata perduta per l’epoca presente e deve essere conquistata di nuovo sulla via della conoscenza spirituale. Desidero in questa occasione, per ancor più avvalorare questo esempio, un esempio di una penetrazione di quello che è stato dato dai geni creativi dell’umanità, portare qualcos’altro: una verità contro cui persino mi sono opposto quando mi è passata attraverso l’anima, una verità che mi è apparsa stessa paradossale, che però come essa si è subito presentata con una necessità interiore, dovevo riconoscere come verità. Perciò il fatto che si sia rivelato lì può anche essere detto. Quello che allora avevo da elaborare nei mondi spirituali era connesso anche con la considerazione di certi capolavori d’arte. Dovevo considerare questi capolavori d’arte. Tra questi era anche quello che avevo visto e studiato prima, ma che si è presentato davanti a me in questa maniera proprio soltanto adesso. Quello che vi dico ora è un’osservazione verso i sepolcri dei Medici a Firenze. Lì c’è quella cappella che Michelangelo ha costruito e allestito. Due Medici, di cui non vogliamo parlare oltre, dovevano essere eternati lì in statue. Ma Michelangelo ha aggiunto quattro cosiddette figure allegoriche, che si sono chiamate, in base a quello che era emerso allora e a cui Michelangelo ha pure dato l’occasione, «Mattina» e «Sera», «Giorno» e «Notte». Ai piedi di una statua Medici «Giorno» e «Notte», ai piedi dell’altra «Mattina» e «Sera». Ora potete facilmente, anche se non avete proprio buone riproduzioni, procurarvi una conferma di ciò che sto per dire su queste quattro figure allegoriche dei sepolcri Medici attraverso l’aspetto di esse. Partiamo dalla più celebre, la «Notte». Nelle descrizioni da cui di solito i libri di viaggio copiano, si può leggere che le particolari posizioni del corpo che Michelangelo ha scelto per la figura recumbente, la «Notte», sarebbero innaturali, perché un uomo in una tale posizione non potrebbe dormire, sicché dunque questa figura non sarebbe un’espressione simbolica particolarmente buona per la notte. Ma voglio dire qualcos’altro.
Supponiamo che consideriamo con sguardo occultistico questa figura allegorica della «Notte», e ci dicessimo: quando l’uomo dorme, il suo Io e il suo corpo astrale sono fuori dal corpo fisico e dal corpo eterico. Allora è pensabile che qualcuno pensi a un gesto, a una particolare posizione del corpo che sia la più appropriata per la posizione del corpo eterico, quando il corpo astrale e l’Io non sono dentro. Se durante il giorno camminiamo, abbiamo questo o quel gesto per il fatto che nel corpo fisico e nel corpo eterico sono il corpo astrale e l’Io. Ma durante la notte il corpo astrale e l’Io sono fuori, allora il corpo eterico è solo nel corpo fisico. Sviluppa la sua attività e mobilità: questo da un certo gesto. E l’impressione può essere che, per il libero operare del corpo eterico, non ci sia nessun gesto più appropriato di quello che Michelangelo ha raffigurato in questa «Notte»; un gesto così preciso che non potrebbe essere realizzato meglio, non più precisamente che attraverso la posizione della figura, che mostra la posizione del corpo eterico. Ora passiamo all’altra figura, il «Giorno». Allora ci possiamo dire la seguente cosa. Supponiamo che potessimo indurre un uomo a far tacere in lui, per quanto possibile, la vita eterica e quella astrale, e a far sì che l’Io sia prevalentemente attivo e produca un gesto, e cercassimo il gesto più appropriato per l’Io. Allora non potremmo trovare un gesto migliore di quello che Michelangelo ha espresso nel «Giorno»! Lì i gesti non sono più allegorici, bensì immediatamente, totalmente realistici come sono creati dalla vita. E per un’eternità temporale sono scritti nello sviluppo dell’umanità attraverso l’artista: così appare il gesto che esprime al massimo l’attività dell’Io, e così appare il gesto che esprime al massimo l’attività del corpo eterico! E adesso le altre figure, in primo luogo il «Tramonto». Se immaginiamo in un uomo particolarmente ben e completamente formato l’uscita del corpo eterico, dunque quello scioglimento che entra nel corpo fisico, anche quando la morte ci raggiunge — se immaginiamo, non la morte, bensì l’uscita dei tre membri corpo eterico, corpo astrale e Io e cerchiamo il gesto che allora fa il corpo fisico — allora abbiamo il gesto di questa figura allegorica «Tramonto».
Se vogliamo esprimere in un gesto l’operosità interiore del corpo astrale con poca attività del corpo eterico e dell’Io, allora la più precisa è quella che Michelangelo ha dato all’«Aurora». Sicché abbiamo da un lato le espressioni per l’attività del corpo eterico e dell’Io, e d’altro canto per l’attività del corpo fisico e del corpo astrale. Come detto, mi sono opposto; ma quanto più precise sono le cose, con tanta maggiore necessità ne risulta. E voglio in questa questione non sottolineare nient’altro che dimostrare come l’artista crei dal mondo spirituale. Devo ammettere che Michelangelo l’ha fatto più o meno inconsciamente; ma che cosa significa questo altrimenti che il brillare del mondo spirituale nel mondo fisico! Non per la distruzione, ma per l’approfondimento delle opere d’arte l’occultismo contribuirà. Soltanto verrà anche il fatto che molte cose di quello che oggi è considerato «arte» non saranno più considerate arte. Perciò forse singole persone saranno deluse; la verità però vincerà. Ho potuto benissimo comprendere il motivo interiore della leggenda che è nata proprio verso la figura più elaborata: che Michelangelo a Firenze, quando era solo nella cappella Medici con la «Notte», era in grado di farla alzare, sicché andava in giro! Non voglio espandermi oltre, ma quando si sa che qui è l’attività del corpo vitale che è espressa, allora si ha già l’efficacia della leggenda, allora è già lì. Così è con molte cose, e così è anche con Omero. Una tale parola ci viene incontro come la dice Omero: il regno spirituale, un regno delle ombre, in cui non vi è nessun cambiamento, nessuna trasformazione. Se però consideriamo le relazioni nella vita dopo il Kamaloka, allora inizia per noi una nuova comprensione verso tali opere di una persona benedetta da Dio, e molte cose riceveranno un tale arricchimento attraverso la scienza dello spirito. Sono cose su cui si può puntare, ma non sono le cose principali nella vita. Le cose principali nella vita sono quelle che si presentano sempre come relazioni reciproche fra uomo e uomo. Se l’uomo si comporta verso l’uomo in modo che di fronte a ogni anima umana presagisce lo spirituale nell’uomo, allora si porrà verso di essa in modo completamente diverso rispetto a quando crede che nell’altro vi è soltanto quello che assume una concezione del mondo materialistica. L’enigma sacro che deve essere ogni anima umana per noi può esserlo ai nostri sentimenti, alle nostre sensazioni soltanto se nella nostra anima abbiamo qualcosa che è capace di gettare la luce spirituale su quell’altra anima. Attraverso l’approfondimento nei segreti cosmici, con cui sono connessi i segreti umani, impariamo veramente a conoscere la natura umana, impariamo a riconoscere chi ci si trova davanti quando ci si trova davanti a un uomo; impariamo soprattutto a far tacere quello che altrimenti come pregiudizio abbiamo di fronte all’uomo, e impariamo a sentire e conoscere i veri, veri, giusti lati dell’uomo. La più importante luce che l’antroposofia darà sarà quella che illuminerà l’anima umana. In tal modo verranno anche i giusti sentimenti sociali e i giusti sentimenti di amore, che dovrebbero regnare fra gli uomini, come un frutto della vera conoscenza spirituale nel mondo. Ciò che deve venire non può essere compreso che come un frutto, la cui crescita e prosperità possiamo curare soltanto attraverso la conoscenza spirituale. Se Schopenhauer ha detto: «È facile predicare la morale, difficile fondarla», ha corrisposto a un sentimento giusto, perché trovare principi morali non è difficile, e tenere prediche morali non è difficile. Ma afferrare l’anima umana là dove in essa germinano le conoscenze, che per se stesse diventano vera morale, che è in grado di portare la vita umana: questo è quello di cui si tratta. Come ognuno di noi si relaziona alle conoscenze spirituali, questo potrà fondare in noi anche il germe per una vera morale umana del futuro. La morale del futuro si costruirà sulla conoscenza spirituale; o si costruirà in questo modo, oppure non potrà essere affatto fondata! È necessario che ci confessiamo questo in fedele amore alla verità. Questo richiede da noi che ci immergiamo realmente nella vita vivente e nel tessere dell’antroposofismo e soprattutto consideriamo anche quello che è stato detto come una prefazione oggi: l’agire nel mondo spirituale presuppone la pace dell’animo, rivelarsi degni della benedizione; il conoscere presuppone di essere attivi.
Da questo vi sarà anche comprensibile il fatto che nel tempo fra la morte e la nuova nascita, quando ci troviamo di fronte a un altro essere, attraverso l’attività che sviluppiamo, possiamo conoscere se abbiamo tolto amore a qualcuno oppure se gli abbiamo fatto qualcosa che non avremmo dovuto fare. Ma la tranquillità che è necessaria per far entrare la correzione, quella pace dell’animo dell’anima, non possiamo svilupparla in questo momento. Nel corso delle conferenze invernali caratterizzeremo anche quel tempo fra la morte e la nuova nascita, quando nel corso naturale della vita fra la morte e la nuova nascita entra il fatto che l’uomo possa far entrare le condizioni per il cambiamento di una tale cosa, cioè in altre parole, può causare una specie di costruzione del suo karma. Dobbiamo però in modo tranquillo distinguere il momento che abbiamo appena considerato e i tempi seguenti, che hanno altri compiti e che considereremo ancora per il tempo fra la morte e la nuova nascita. Soltanto questo deve ancora essere detto, che vi sono certe condizioni sotto cui l’uomo può vivere il suo essere dopo la morte in modo più favorevole o in modo meno favorevole. Dipende, se si confrontano cioè due uomini o diversi uomini dopo la morte, il modo in cui vivono proprio dopo il tempo che segue immediatamente il tempo di vita nel Kamaloka, dalla costituzione morale che avevano sulla terra. Gli uomini che sulla terra hanno mostrato buone proprietà morali hanno le condizioni più favorevoli nel tempo dopo il Kamaloka; gli uomini che hanno mostrato proprietà morali carenti hanno condizioni cattive. Come ciò si esprime nella vita dopo la morte, vorrei esprimere in una formula che, poiché le nostre parole sono coniate per il mondo fisico e non per il mondo spirituale, non può essere completamente esatta. Si può soltanto sforzarsi di renderla possibilmente esatta.
Allora si può dire: attraverso la costituzione morale della nostra anima diventiamo in questo momento caratterizzato spiriti socievoli, che hanno comunione con gli altri spiriti, dunque con gli spiriti umani o con gli spiriti delle gerarchie superiori. Attraverso la costituzione morale carente della nostra anima non diventiamo spiriti socievoli, bensì spiriti solitari, tali spiriti che sulla nebbia della loro visione hanno difficoltà straordinaria a risalire. E questo è un fondamento essenziale della sofferenza dopo la morte: il sentirsi come spirito solitario, come eremita spirituale; mentre il marchio essenziale della comunanza è il trovare la connessione a quello che è necessario per uno, quello di cui uno ha bisogno. Ed è richiesto un tempo assai lungo per la vita dopo la morte di attraversare questa sfera, che nell’occultismo si chiama la sfera di Mercurio. Per la sfera seguente rimane naturalmente ancora determinante l’atmosfera morale dell’anima, ma subentrano nuove condizioni. Per la sfera seguente, la sfera di Venere, sono soprattutto decisive le atmosfere religiose dell’anima. Gli uomini con una vita religiosa interiore diventeranno in questo tempo esseri socievoli, indipendentemente da quale credo essi appartenessero. Al contrario gli spiriti che non hanno una costituzione religiosa, condanna questa sfera di nuovo a una ristrettezza spirituale su se stessi, a un doversi rannicchiare in se stessi. Non posso in nessun altro modo, se anche suona paradossale, che dire: coloro che hanno principalmente una mentalità materialistica e si inquietano contro la vita religiosa, devono diventare eremiti spirituali, saranno ciascuno per così dire rinchiusi nel suo gabinetto. E non è un paragone ironico, bensì una verità quando dico: tutti coloro che oggi fondano una «religione monistica», cioè l’opposto della religione, saranno tutti incarcerati in un carcere; allora assolutamente non potranno trovarsi. In questo modo subentra la correzione degli errori e dei difetti che l’anima si è data sulla vita terrena. Gli errori e i difetti vengono corretti sul piano fisico da loro stessi; gli errori e i difetti significano però nella vita fra la morte e la nuova nascita fatti! Quello che noi pensiamo qui, significa un fatto nella vita fra la morte e la nuova nascita.
Significa il pensiero già un fatto nell’iniziazione. Un pensiero errato nell’iniziazione, quando lo si riesce veramente a contemplare, non sta là soltanto in tutta la sua bruttezza, bensì con tutta la forza distruttiva che contiene. Di molti pensieri che sono sparsi all’interno di questo o quel movimento agitatore, gli uomini si sbarazzerebbero veramente presto se potessero soltanto avere una presagazione di quello che significa come fatto, come fatto distruttivo. Questo appartiene infatti al martirio dell’iniziazione: i pensieri si raggruppano intorno a noi e stanno lì come masse indurite, si direbbe come ghiacciate, e finché ci comportiamo fuori dal corpo non possiamo scuoterli. Se abbiamo afferrato un pensiero falso e usciamo dal corpo, allora è là, allora non possiamo cambiarlo. Per questo dobbiamo prima ritornare di nuovo nel corpo. Ci rimane bensì il ricordo, ma anche l’iniziato può correggerlo soltanto dentro il corpo fisico. Ma fuori è come una montagna che è là. La serietà intera della vita effettiva può soltanto venire alla luce in tale maniera. Quando ciò è detto, allora può anche essere comprensibile che per certi livellamenti del karma il ritorno nel corpo fisico è necessario. Gli errori ci si presentano nella vita fra la morte e la nuova nascita bene; ma quello che là era errore, quello si deve correggere nel corpo fisico. Così viene di nuovo nella prossima vita livellato quello che è accaduto in quella precedente. Ma quello che deve essere riconosciuto in tutta la forza e in tutta la falsità rimane inizialmente invariato, come le cose, già secondo un detto di Omero, sono nel regno spirituale. Le cose che là riconosciamo dal mondo spirituale, esse devono dunque come sensazioni, come sentimenti entrare nella nostra anima. Sono già sentimenti e diventano allora il motivo per contemplare la vita in un nuovo modo. Una predica domenicale monistica può mostrare vari principi morali. Cambieranno se stessi per questo, il tempo lo mostrerà, gli uomini assai poco, perché attraverso il modo in cui si parla allora i concetti non sono adatti ad afferrare realmente l’anima umana.
Per questo c’è bisogno della forza reale dei concetti. E i concetti acquisiscono la forza reale quando sappiamo: quello che grava sul tuo karma, quello ti si presenta dopo la morte un certo tempo completamente in modo immediato. Tu contempli quello che grava sul tuo karma, ma rimane così. Non puoi adesso cambiarlo, puoi soltanto approfondire cosicché tu l’unisca immediatamente con la tua natura! Tali concetti allora operano sulla nostra atmosfera cosicché possiamo contemplare la vita nella giusta maniera. E allora subentrano tutte le cose che sono necessarie per la promozione della vita, quando l’umanità voglia veramente progredire nel senso di coloro che hanno la guida spirituale dell’umanità, nel senso dei maestri spirituali dell’umanità, voglia progredire verso quegli obiettivi che sono stati proposti a questa umanità.
Secondo quanto già indicato, le nostre considerazioni negli incontri dei rami dovranno dedicarsi nel corso dell’inverno a una discussione della vita fra la morte e la nuova nascita. Dalla natura della cosa emerge che ogni esposizione, condotta da un certo punto di vista qui ancora non toccato, potrà divenire comprensibile, intelligibile e, potremmo dire, provabile soltanto quando avremo a disposizione l’insieme di questi insegnamenti invernali. Naturalmente, molto deve essere anticipato: comunicazioni cioè che sono risultati di ricerche condotte negli ultimi mesi. Quello che può servire a completare e a rendere pienamente intelligibile la comprensione, potrà evidenziarsi soltanto attraverso lo sviluppo delle nostre considerazioni. Affinché sin dall’inizio possiamo intenderci con maggiore facilità su questi argomenti importanti, incomincerò oggi con una piccola considerazione dell’uomo, quale ognuno può facilmente osservare nella vita quotidiana. Quando consideriamo la vita umana, quello che ci appare anzitutto come fatto più significativo ed eminente, a un’osservazione imparziale, è l’Io umano stesso. Ora dobbiamo distinguere fra il vero Io umano e la consapevolezza di questo Io umano. Poiché deve risultare evidente a chiunque che questo Io umano è certamente già attivo almeno dal momento in cui l’uomo nasce, e soprattutto in quei periodi in cui il bambino non ha ancora alcuna consapevolezza del suo Io. In questi periodi il bambino parla di sé come di un’altra persona: abbiamo già considerato queste cose. Sappiamo che intorno al terzo anno di vita — naturalmente ci sono bambini presso cui questo accade prima — il bambino comincia ad avere una consapevolezza di sé e comincia a parlare di sé in prima persona.
Sappiamo che questo anno segna il limite estremo — sebbene in molte persone si spinga avanti — per quanto riguarda ciò che l’uomo può ricordare posteriormente da quello che la sua anima ha sperimentato. Troviamo dunque una cesura netta nella vita dell’uomo: prima non esiste la possibilità di vivere se stesso consapevolmente e chiaramente nel suo Io; dopo, l’uomo si vive nel suo Io, si sente per così dire a casa nel suo Io, potendo in tal modo far emergere dal ricordo sempre di nuovo le esperienze di questo Io. Quale insegnamento trae una considerazione imparziale della vita dal fatto che il bambino passa gradualmente, per così dire, dall’ignoranza dell’Io alla consapevolezza dell’Io? Una considerazione imparziale della vita insegna quanto segue. Se il bambino non venisse mai in collisione con il mondo esterno fin dalle prime ore dopo la nascita, non potrebbe giungere alla consapevolezza del suo Io. Potete osservare voi stessi come talvolta, nel corso della vita, prendiate consciamente consapevolezza del vostro Io solo in un momento successivo. Dovete soltanto urtar bene contro lo spigolo di un mobile, e allora questo urto vi renderà consapevole del vostro Io. La collisione con il mondo esterno vi dice che avete un Io, e difficilmente dimenticherete di pensare al vostro Io se vi siete procurati un buon bernoccolo. Certo, questi scontri con il mondo esterno non devono necessariamente produrre nel bambino dei bernoccoli, ma sono sempre presenti in varie sfumature. Quando il bambino stende la manina e tocca qualcosa dal mondo esterno, c’è una lieve collisione con il mondo esterno. Quando il bambino apre gli occhi e la luce li colpisce, c’è una lieve collisione con il mondo esterno. È attraverso il mondo esterno che il bambino impara a conoscere se stesso, e tutta la vita nei primi anni consiste essenzialmente nel fatto che il bambino impara a distinguersi dal mondo esterno e, attraverso il mondo esterno, impara a conoscersi. Il risultato di sufficienti collisioni con il mondo esterno si raccoglie nell’anima del bambino nella consapevolezza di sé. Possiamo dire: quando il bambino ha avuto sufficienti urti dal mondo esterno, da ciò risulta che egli si chiama “Io”.
Una volta che il bambino ha acquisito questa consapevolezza dell’Io, sorge la necessità di mantenere questa consapevolezza vigile e attiva per tutta la vita. Ma questa consapevolezza non può essere mantenuta vigile in nessun altro modo se non attraverso continue collisioni. Le collisioni con il mondo esterno hanno esaurito per così dire il loro compito quando il bambino è giunto al punto di dire “Io” di sé. Da quelle non può dunque, per così dire, imparare più niente riguardo allo sviluppo della consapevolezza dell’Io. Ma dall’osservazione imparziale del momento del risveglio il nostro uomo può sperimentare come la consapevolezza dell’Io possa essere mantenuta vigile soltanto attraverso collisioni. Sappiamo che la consapevolezza dell’Io, insieme con tutti gli altri contenuti, inclusi quelli del corpo astrale, svanisce durante il sonno e si risveglia al mattino con il nostro risveglio. Perché si risveglia allora? Si risveglia perché l’uomo con la sua essenza spirituale-animica ritorna nel suo corpo fisico, o anche nel suo corpo eterico. Allora sperimenta di nuovo le sue collisioni, i suoi scontri con il corpo fisico e il corpo eterico. Chi è in grado di osservare la vita animica con precisione anche senza conoscenze occulte, può notare il seguente fatto. Quando al mattino ci svegliamo, scopriamo che molta di ciò che la nostra memoria ha conservato torna di nuovo alla consapevolezza: rappresentazioni esperite, sensazioni esperite, altre cose esperite salgono nella consapevolezza, affiorano per così dire dai fondali della consapevolezza stessa. Se si esamina tutto ciò con assoluta precisione — già senza conoscenze occulte si può esaminarlo, purché ci si sia acquisiti una certa capacità di osservazione della vita psichica — allora si trova: quello che qui affiora ha un certo carattere impersonale. Si può persino osservare come questo carattere diventi sempre più impersonale quanto più gli eventi giacciono dietro di noi, cioè quanto meno la nostra consapevolezza dell’Io vi è ancora coinvolta.
Potete ricordare cose che giacciono molto lontane nella vostra vita, e richiamarle alla memoria così da provare verso quegli eventi tanta poca partecipazione quanto verso qualcosa che sperimentate nel mondo esterno e che non vi riguarda particolarmente. Ciò che altrimenti è conservato nella memoria ha la tendenza continua di staccarsi dal nostro Io. Il fatto che ogni mattina il nostro Io ritorni nella consapevolezza con assoluta chiarezza dipende da ciò che ogni mattina ci immergiamo nello stesso corpo. Questo corpo ci risveglia mediante la collisione in cui entriamo con esso: ogni mattina il nostro Io-consapevolezza si riaccende di nuovo. Mentre dunque il bambino verso l’esterno si urta e così giunge alla consapevolezza dell’Io, noi manteniamo la consapevolezza dell’Io vigile urtandoci contro il nostro interno. E non ci urtiamo soltanto al mattino: siamo spinti dentro e per tutto lo stato di veglia diurno siamo compressi nel nostro interno, e dal controspinta del nostro corpo si accende la nostra consapevolezza dell’Io. Il nostro Io è nel corpo fisico, nel corpo eterico e nel corpo astrale, e ha continuamente collisioni con questi. Possiamo dunque dire che il nostro Io-consapevolezza lo dobbiamo al fatto che siamo spinti dentro nella nostra corporeità e da essa sperimentiamo il controspinta. Ci urtiamo con la nostra corporeità. Orbene, questo non può non avere una conseguenza. La conseguenza che hanno sempre gli urti: se voi urtate da qualche parte, anche se non viene subito notato, si produce una lesione, un danno. In realtà, le collisioni dell’Io con la corporeità producono continuamente dei danneggiamenti, per così dire piccole distruzioni nella nostra corporeità. Sta di fatto così: continuamente distruggiamo la nostra corporeità. Il nostro intero Io-consapevolezza non potrebbe svilupparsi se non ci scontrassimo con la corporeità e così la distruggessimo. La somma di queste distruzioni è in realtà niente altro se non quello che causa la morte nel mondo fisico.
Dobbiamo dire: al fatto che siamo in grado di distruggere continuamente il nostro organismo, cioè alla nostra attività distruttiva, dobbiamo il mantenimento vigile della nostra Io-consapevolezza. Noi siamo dunque in questo senso i distruttori del nostro corpo astrale, del nostro corpo eterico e del nostro corpo fisico. Per quanto lo siamo, ci comportiamo verso il corpo astrale, il corpo eterico e il corpo fisico in modo alquanto diverso che verso l’Io stesso. Dalla vita ordinaria già comprendiamo come possiamo divenire distruttori del nostro Io. Vogliamo chiarirci preliminarmente come possiamo divenire distruttori del nostro Io. Il nostro Io è qualcosa — indipendentemente da che cosa sia — e, in quanto è qualcosa nel mondo, ha un valore determinato. L’uomo sente che il suo Io ha un valore determinato nell’economia complessiva del mondo. Ma l’uomo può diminuire questo valore. Come lo diminuiamo? Se ad esempio arrechiamo danno a qualcuno cui forse eravamo debitori di amore, in quel momento abbiamo effettivamente diminuito il valore del nostro Io. Siamo meno degni nel nostro Io dopo aver inferto a qualcuno una sofferenza immeritata; il nostro Io è divenuto più spregevole. Questa è una realtà che ciascuno può comprendere in sé. Ma egualmente può comprendere che propriamente l’Io è continuamente occupato nella vita — poiché l’uomo non raggiunge mai l’ideale del suo stato di valore — nel rendersi continuamente sempre meno degno e più spregevole, nel lavorare cioè al proprio svilimento, alla propria distruzione. Ma finché restiamo nel nostro Io, durante la vita la distruzione l’abbiamo sempre nelle mani per eliminarla. Possiamo farlo, anche se non sempre lo facciamo. Prima di aver oltrepassato la porta della morte, possiamo sempre farlo. Se abbiamo inflitto a qualcuno una sofferenza immeritata, possiamo in qualche modo compensarla, dentro i limiti della vita. Se riflettete, comprenderete che l’uomo fra la nascita e la morte ha la possibilità di ledere il suo Io, di lavorare allo svilimento e alla distruzione dell’Io, ma ha anche la possibilità di eliminare e di compensare la distruzione dell’Io.
Questa possibilità l’uomo, come è nel presente ciclo dell’umanità, non ce l’ha inizialmente nei confronti del suo corpo astrale, del corpo eterico e del corpo fisico. Non può lavorare su di essi come fa consapevolmente sul suo Io mediante l’attività consapevole, poiché non è dotato di consapevolezza in questi arti della sua essenza. Rimane dunque ciò che l’uomo continuamente distrugge nel suo corpo astrale, nel corpo eterico e nel corpo fisico. Continuamente li distrugge, ma non è in grado di fare alcunché per ripararli. È facile comprendere perché: se qualcuno venisse in una nuova incarnazione con le forze che corrispondono al suo corpo fisico, al corpo eterico e al corpo astrale, come le ha praticate alla fine della sua incarnazione precedente, avrebbe dei corpi astrali, eterici e fisici del tutto inutilizzabili. Ciò che è nel dominio psichico è sempre origine e contenuto di forze per ciò che si esprime nella corporeità. Il fatto che alla fine di una vita abbiamo un organismo fragile è la prova che l’anima nostra non ha le forze per mantenerlo fresco. Per mantenere e vigile la consapevolezza, abbiamo continuamente distrutto il nostro rivestimento corporeo. Con le forze che ancora possediamo alla fine di un’incarnazione non potremmo fare nulla nella successiva incarnazione. Debbono venirci nuove forze capaci di elaborare nella prossima incarnazione il nostro corpo astrale, il corpo eterico e il corpo fisico in modo che siano freschi e sani entro certi limiti, idonei a una nuova incarnazione. Nell’esistenza terrestre — e ciò si mostra già per una semplice considerazione esteriore — l’uomo trova la possibilità di distruggere i suoi tre corpi; ma non trova la possibilità di articolarli, di elaborarli e di ricostituirli lui stesso in modo completamente sano. Qui la ricerca occulta ci mostra che nella vita fra la morte e la nuova nascita, dalle condizioni non-terrestri che allora viviamo, ci giungono le forze che servono al ripristino dei nostri rivestimenti umani consumati.
Fra morte e nuova nascita viviamo sviluppandoci verso l’universo, verso il cosmo, e le forze che non possiamo attingere dalla terra dobbiamo attingerle dagli altri corpi celesti che appartengono al sistema terrestre. In essi risiedono i serbatoi di forze per i nostri rivestimenti umani. Sulla terra esiste per l’uomo soltanto la possibilità di ottenere le forze per l’incessante ripristino dell’Io; gli altri arti della natura umana devono attingere le loro forze da altri mondi, non dalla terra. Quando consideriamo anzitutto il corpo astrale, scopriamo che l’uomo dopo la morte si sviluppa — effettivamente, letteralmente si sviluppa, diventando sempre più grande, estendendosi verso tutte le sfere planetarie. L’uomo, mediante l’espansione della sua essenza spirituale-animica, diviene durante il periodo del Kamaloca un essere così vasto — si compenetrano diversi esseri — che giunge al limite indicato dal cerchio descritto dalla luna intorno alla terra. Poi si espande fino alla sfera di Mercurio — quello che nell’occultismo si intende per Mercurio — poi fino alla sfera di Venere, quindi oltre fino alla sfera di Marte, alla sfera di Giove e alla sfera di Saturno. L’uomo si dilata sempre più. Con l’essenza che ha portato attraverso la porta della morte, vive nel vero senso della parola così da divenire un abitante di Mercurio, un abitante di Venere, di Marte e così via, e deve acquisire la capacità di sentirsi a casa in questi altri mondi planetari. Come diviene a casa o non a casa in essi? Anzitutto, quando il suo periodo di Kamaloca è terminato, deve possedere in sé qualcosa che lo renda capace di avere affinità con le forze che si trovano nella sfera di Mercurio, in cui allora è collocato. Ora scopriamo, quando esaminiamo diversi uomini nella loro vita fra la morte e la nuova nascita, che gli uomini sono diversi per questa vita. Troviamo una chiara differenza a seconda che un uomo entri nella sfera di Mercurio con una disposizione animica morale, con il risultato di una vita morale, oppure con il risultato di una vita immorale. Naturalmente, sono intese tutte le possibili sfumature.
L’uomo con disposizione e costituzione animica morale, con un risultato morale della sua vita, è nella sfera di Mercurio quello che potremmo chiamare un essere socialmente spirituale: ha la possibilità di venire in relazione con altri esseri — sia con uomini morti precedentemente sia con esseri della sfera di Mercurio — di scambiarsi relazioni di vita. L’uomo immorale diviene un eremita, si sente escluso dalla comunanza degli altri abitanti di questa sfera. Questo è quello che la qualità morale o immorale della disposizione animica produce nella vita fra la morte e la nuova nascita. È essenziale che comprendiamo: la moralità in questa sfera produce il nostro collegamento e la nostra unione con gli esseri che vivono in questa sfera, mentre la nostra disposizione animica immorale rinchiude il nostro essere proprio come in una prigione, sicché allora sì, abbiamo la consapevolezza che gli altri esseri sono presenti, ma siamo come rinchiusi in un guscio e non possiamo raggiungerli. L’isolamento è il risultato, diciamo così, di una vita umana terrena non sociale, immorale. Per la sfera successiva, che provvisoriamente chiameremo la sfera di Venere — nel senso dell’occultismo è sempre così denominata — quello che determina il modo di trovare collegamento è la disposizione animica religiosa. Gli uomini che si sono acquisiti sulla terra la sensazione che ogni cosa transitoria nelle cose e nell’uomo stesso è connessa con qualcosa di imperituro, e una sensazione che la vita individuale con la sua disposizione animica deve tendere verso un Divino-Spirituale, questi uomini trovano il collegamento con gli esseri di questa sfera. Al contrario, l’uomo materialistico, colui che non può rivolgere la propria anima all’Eterno e all’Imperituro, al Divino, è come rinchiuso nel carcere del suo proprio essere, in solitudine, entro questa sfera. Proprio entro questa sfera possiamo mediante indagini occulte vedere al meglio come noi ci prepariamo per questa sfera nel nostro corpo astrale qui sulla terra, mediante il modo di vivere sulla terra.
Dobbiamo acquistare quaggiù già in un certo modo una comprensione, una propensione per quello con cui vogliamo trovare collegamento lassù. Consideriamo il fatto che gli uomini sulla terra, in epoche e momenti diversissimi — come doveva essere e come è del tutto giusto — hanno ricevuto la mediazione della vita divino-spirituale nei vari confessioni religiosi e concezioni del mondo. Lo sviluppo umano poteva progredire soltanto così: da una sorgente unitaria, ad esempio della vita religiosa, in tempi diversi e per popoli diversi, secondo i loro doni particolari, secondo le loro condizioni climatiche e altri fattori, sono stati dati i diversi confessioni religiosi da coloro che erano stati chiamati a ciò dalle condizioni cosmiche. Questi confessioni religiosi provengono dunque da una sorgente unitaria; ma sono diversamente graduati a seconda delle condizioni di ogni singolo popolo. Fino ai nostri tempi gli uomini si distinguono in gruppi sulla terra riguardo ai loro confessioni religiosi, riguardo alle loro concezioni del mondo. Ma per mezzo di ciò che una confessione religiosa, una concezione del mondo, forma nella nostra anima, noi ci prepariamo la comprensione e la capacità di collegamento per la sfera di Venere. I sentimenti religiosi dell’induista, i sentimenti religiosi del cinese, del musulmano, del cristiano, preparano la sua anima in modo che questa anima nella sfera di Venere trovi anzitutto comprensione, propensione e simpatia per quegli esseri che hanno gli stessi sentimenti e che hanno formato la loro anima dagli stessi confessioni. Si può veramente dire: è ben dichiarato per la ricerca occulta che oggi ancora gli uomini sulla terra — sebbene ciò per il futuro sia destinato a essere incrociato e inizia già a esserlo — sono divisi secondo razze, stirpi e così via, e possiamo distinguerli secondo questi marchi distintivi, mentre nella sfera di Venere, dove vi viviamo insieme ad altri uomini e ad altri esseri, non esiste tale divisione razziale. Gli uomini si articolano in modo che soltanto i loro confessioni religiosi e le loro concezioni del mondo sono determinanti.
Una certa articolazione esiste ancora perché proprio questa articolazione terrestre, anche delle religioni, dipende in certa misura da relazioni di stirpe e di razza. Ma non è l’elemento razziale a essere determinante, bensì quello che l’anima sperimenta per il fatto di avere una certa confessione religiosa. Sempre portiamo certi periodi dopo la morte entro queste sfere; poi ci espandiamo e progrediamo fino alla sfera successiva. Il prossimo che l’uomo sperimenta dopo la sfera di Venere è la sfera del Sole. Effettivamente, come anime, fra la morte e la nuova nascita diventiamo abitanti del Sole. Per la sfera solare è necessario qualcosa di più che per la sfera di Venere. Per la sfera solare esiste una chiara ed eminente necessità: se vogliamo prosperare in essa fra la morte e la nuova nascita, non dobbiamo comprendere soltanto un certo gruppo di uomini, bensì tutte le anime umane, dobbiamo ottenere punti di contatto con tutte le anime. Nella sfera solare ci sentiamo già come eremiti, come isolati, se siamo ristretti dai pregiudizi di una qualsiasi confessione religiosa e non siamo in grado di comprendere colui che ha svolto l’anima con una confessione diversa. Chi sulla terra ha acquisito soltanto la capacità di sentire l’eccellenza di una qualsiasi confessione religiosa, non comprende — possiamo dire ora — durante la sfera solare i cultori di altre confessioni. Ma questo non comprendere non è come sulla terra. Qui gli uomini possono camminare l’uno accanto all’altro senza comprendersi fino nel profondo dell’anima, possono separarsi in diverse confessioni religiose e concezioni del mondo. Nella sfera solare — poiché ci espandiamo tutti fino allora e ci compenetriamo, siamo insieme e simultaneamente separati dal nostro interno — ogni separazione e ogni non comprensione è insieme una fonte di sofferenza tremenda. Un’accusa che non possiamo superare perché sulla terra non ci siamo educati a farlo, e che continuamente grava su di noi, è l’incontro con ogni singolo appartenente a una confessione diversa.
Diventerà in certo modo più comprensibile quello che qui si deve dire quando, prendendo l’avvio da questa vita fra la morte e la nuova nascita, si accenni a qualcosa riguardante l’iniziazione. Poiché quello che l’iniziato sperimenta quando entra nei mondi spirituali è in un certo modo qualcosa di assolutamente analogo a questa vita fra la morte e la nuova nascita. L’iniziato deve viversi in queste medesime sfere, e se vivesse nei pregiudizi di una concezione del mondo unilaterale, sperimenterebbe in questa sfera solare le stesse sofferenze. Perciò è necessario che all’iniziazione preceda una comprensione completa, senza residui, di ogni confessione diffusa sulla nostra terra, una comprensione di ciò che vive in ogni singola anima, indipendentemente da quale concezione del mondo essa appartenga. Altrimenti tutto il resto, verso cui non si reca questa comprensione, viene incontro come qualcosa di angoscioso, come montagne infinitamente alte che stanno per piombare addosso, come apparizioni esplosive che vengono incontro, sicché si sente la violenza intera di tali esplosioni scaricarsi su di sé. Ogni incomprensione verso gli uomini che ci viene incontro perché noi stessi ci rinchiudiamo, agisce così nei mondi spirituali. Questo non è sempre stato così. Nei tempi pre-cristiani lo sviluppo dell’umanità non era tale che gli uomini dovessero svilupparsi verso una tale comprensione di ogni singola anima umana. L’umanità dovette attraversare l’unilateralità. Ma coloro che furono elevati a una certa guida del mondo, dovevano più o meno consapevolmente accogliere in sé quello che può dare comprensione per tutto, senza distinzione. E anche se qualche essenza umana era soltanto la guida di un popolo, doveva essere introdotta alla comprensione di ogni singola anima umana. Questo si indica così grandiosamente nell’Antico Testamento nel passo dove Abramo si presenta a Melchisedek, il sacerdote dell’Altissimo.
Chi comprende questo passo sa che Abramo, che doveva divenire la guida del suo popolo, fu in questo momento iniziato — anche se non pienamente consapevole come nelle iniziazioni successive — riguardante la comprensione di quel Divino che può permeare tutte le anime umane. Nel passo della riunione di Abramo con Melchisedek giace un mistero profondo per lo sviluppo dell’umanità. Ma poco a poco l’umanità dovette essere preparata per avere sempre più la possibilità di attraversare realmente e fruttifieramente la sfera solare. Come accadde questo? Il primo impulso nel nostro sviluppo terrestre verso un tale appropriato attraversamento della sfera solare fu dato, dopo che le preparazioni erano state create dal popolo dell’Antico Testamento — di questo parleremo ancora — dal Mistero del Golgota. Non si tratta in questo momento di affrontare la domanda se il cristianesimo nel suo sviluppo finora abbia esaurito tutti i suoi fini, tutte le sue possibilità di sviluppo. È del tutto ovvio che il cristianesimo nei suoi confessioni religiosi ha sviluppato soltanto unilateralità del principio cristiano totale e in dettagli sta decisamente al di sotto di altre confessioni nella sua affermazione positiva. Ciò che importa è di quale possibilità di sviluppo dispone, che cosa può dare all’uomo che penetra sempre più profondamente nella sua essenza. Abbiamo già cercato di esporre quello che possiamo dire su queste possibilità di sviluppo. C’è infinitamente molto da dire, ma ora dovrà essere toccato soltanto uno che possa illuminare il punto che al momento ne abbiamo bisogno. Se comprendiamo realmente in profondità i diversi confessioni religiosi, troviamo un punto caratteristico per evidenziare le confessioni religiose. È il fatto che per lo sviluppo terrestre più antico i singoli confessioni sono stati accordati alle singole razze, stirpi, alle singole articolazioni dei popoli della terra. Tali cose si sono conservate. Sappiamo che ancora oggi la religione indù può essere praticata soltanto da colui che è nato induista. In certo senso le religioni più antiche sono religioni tribali, religioni popolari. Non intendete questa espressione come una denigrazione, bensì come una semplice caratterizzazione.
Le singole religioni, che sono state date ai popoli dagli iniziati, ricavate certo dalla sorgente primaria di una religione mondiale generale, ma adattate ai singoli popoli, stirpi e così via — questi singoli confessioni hanno qualcosa di religiosamente egoistico. Sempre i popoli hanno amato quello che è nato da loro stessa carne e sangue in senso religioso. Sì, sappiamo persino che quando nei tempi antichi, provenendo dalle sedi dei misteri, una religione qualsiasi fu fondata presso i popoli dell’antichità, colui che era forestiero di corpo non andò e fondò una religione, bensì fondò un secondo mistero che fu portato dove ce n’era già un altro; al popolo invece fu dato come guida un appartenente al suo popolo, alla sua stirpe. In questo aspetto esiste una grande differenza riguardante quello che si può chiamare il vero cristianesimo. L’individualità verso cui il cristiano guarda, il Cristo Gesù, ha operato nei riguardi dello stato terrestre il meno proprio nel popolo in cui era stato direttamente generato. Quando consideriamo le condizioni occidentali: sono esse da valutarsi ugualmente, in senso religioso, alle condizioni indiane, cinesi, cioè alle condizioni dove ancora le religioni popolari perdurino? Non lo sono! Le nostre regioni sarebbero uguagliabili all’induismo, al cinismo soltanto se qui in Europa centrale, ad esempio, fossimo buoni credenti di Wotan. Allora saremmo nella stessa posizione; allora anche qui comparirebbe l’elemento religiosamente egoistico. Ma entro l’occidente l’elemento religiosamente egoistico è scomparso, e fu assunta la religione di un fondatore che non giace in nessuna comunanza popolare, bensì che giace fuori da essa. Questo fatto si deve considerare bene. Quello che il sangue conduceva a sangue e cooperava nella fondazione delle antiche comunanze religiose, non cooperò nella diffusione del cristianesimo. Fu lo psichico quello che in prevalenza agiva, e fu assunta una religione che per l’occidente giace ad esempio al di fuori della comunanza popolare.
Perché è così? È così perché il cristianesimo nella sua radice più profonda fin dall’inizio era tarato per essere una confessione per tutti gli uomini, senza distinzione di credenza, di nazionalità, di stirpe, di razza e di tutto quello che altrimenti divide gli uomini. Il cristianesimo è compreso giustamente soltanto quando è compreso come se riguardasse soltanto l’umano nell’uomo, quell’elemento umano che è in tutti gli uomini. E ciò non lede il fatto che il cristianesimo nelle sue prime fasi e anche ai nostri tempi ha sviluppato confessioni singole; poiché in esso risiede la possibilità di sviluppo dell’universalmente umano. Anzi, entro il mondo cristiano dovrà compiersi persino un grande rivolgimento se il cristianesimo deve essere compreso giustamente nella sua radice. Si dovrà fare una certa distinzione fra la conoscenza del cristianesimo e la realtà del cristianesimo. Certamente Paolo ha già cominciato con questa distinzione, e chi comprende Paolo può sapere di questa distinzione qualcosa; ma questa distinzione fino a oggi è rimasta poco compresa. Nel fatto che Paolo ha strappato la confessione cristiana al Cristo Gesù dal puro giudaismo e ha coniato la parola: «Cristo è morto non solo per i giudei, ma anche per i gentili», ha fatto qualcosa di enorme per la giusta concezione del cristianesimo. Poiché sarebbe completamente falso se qualcuno affermasse che il Mistero del Golgota si sia compiuto soltanto per coloro che si chiamano cristiani. Si è compiuto per tutti gli uomini! Questo è anche quello che Paolo intende quando dice che Cristo è morto anche per i gentili, non solo per i giudei. Poiché ciò che per mezzo del Mistero del Golgota è entrato in tutta la vita terrestre ha anche significato per tutta la vita terrestre. E per quanto possa suonare strano oggi a quelli che non fanno la seguente distinzione, si deve però dire: colui che comprende veramente la radice del cristianesimo è ad esempio colui che è capace di guardare a un confessore di un altro sistema religioso — indipendentemente dal fatto che si chiami indiano, cinese o altrimenti — così da domandarsi: quanto di cristiano è in lui?
Non si tratta del fatto che costui lo sappia, bensì che conosca che cosa sia la realtà del cristianesimo — proprio come non si tratta del fatto che l’uomo conosca la fisiologia, se gli si concede di conoscere il fatto della digestione. Chi dal suo sistema religioso oggi non ha ancora un rapporto consapevole col Mistero del Golgota non si è acquisito comprensione per esso; ma ciò non dà all’altro il diritto di negare la realtà del cristianesimo per lui. Soltanto quando i cristiani saranno tanto cristiani da ricercare il cristiano in tutte le anime terrestri — e non soltanto quando hanno inculcato ad altre anime mediante tentativi di conversione il cristianesimo — soltanto allora la radice del cristianesimo sarà compresa giustamente. Ma tutto ciò risiede nel cristianesimo rettamente inteso. Si deve fare la distinzione fra la realtà e la comprensione del cristianesimo. Comprendere quello che è sulla terra dal Mistero del Golgota in poi è un grande ideale, un ideale di un’importante conoscenza per la terra, una conoscenza che gli uomini si acquisteranno gradualmente. Ma la realtà si è avverata, una volta esiste, in quanto il Mistero del Golgota si è compiuto. Ora la nostra vita nella sfera solare dipende effettivamente da quale rapporto abbiamo acquisito col Mistero del Golgota. La nostra vita nella sfera solare dipende da questo rapporto cosicché quello che nella sfera solare può essere provato — l’acquisire un rapporto con tutti gli uomini — è possibile soltanto per mezzo di un tale rapporto col Mistero del Golgota come è stato ora caratterizzato: per mezzo di un rapporto col Mistero del Golgota che non ci rinchiuda ancora in una realizzazione ancora imperfetta del cristianesimo in questo o quel confessione. Altrimenti in ogni caso ci rendiamo nella sfera solare uomini solitari che non possono trovare le anime e i cuori di altri uomini.
C’è un detto che mantiene la sua forza fino nella sfera solare: dove noi come esseri entro la sfera solare veniamo a un’altra essenza umana, possiamo esservi socievoli con questa altra essenza umana e non come respingerci con la nostra propria essenza, se si avvera sulla nostra anima il detto: «Dove due nel mio nome vogliono unirsi, io posso stare in mezzo a loro». Nella consapevolezza effettiva del Cristo tutte le persone possono unirsi entro la sfera solare. E questo trovare è di un’importanza straordinaria, di un grande significato. Poiché una decisione si compie entro la sfera solare per l’uomo: deve avere entro la sfera solare una certa comprensione. E possiamo renderci questa comprensione più chiaramente mediante un fatto straordinariamente significativo, che propriamente potrebbe stare davanti a ogni anima, ma che le anime umane non sempre si rendono chiaro. Uno dei più begli insegnamenti del Nuovo Testamento è quello che possiamo caratterizzare come il fatto che il Cristo Gesù nel fare consapevole l’uomo della consapevolezza del nucleo di essenza divino-spirituale nel suo interno, che “Dio” come scintilla divina vive in ogni singola anima umana, che ogni uomo ha una divinità in sé. Questo il Cristo Gesù evidenziò in modo particolare, e con tutta la forza enfatizzò: «Voi siete dei, tutti!» E l’enfatizzò cosicché dal detto si vede: egli considera questa designazione dell’uomo, quando l’uomo se l’attribuisce, come la giusta. Questo detto un’altra essenza l’ha fatto. In quale occasione, l’Antico Testamento l’esprime simbolicamente. Lucifero, all’inizio dello sviluppo umano, fa il detto: «Voi sarete come dei!» Un tale fatto si deve notare. Due esseri fanno il detto di contenuto uguale: voi sarete o dovete essere come dei — Lucifero e Cristo! E che cosa vuole dire la Bibbia sottolineando bene entrambi? Vuol dire che dal carattere di Lucifero questo detto porta al danno, dall’essenza di Cristo al massimo beneficio. Non vi giace un meraviglioso mistero? Quello che Lucifero come voce tentratrice lanciò nell’umanità — come il massimo contenuto di saggezza il Cristo doveva dirlo agli uomini.
Con lettere incisive sta scritto nel documento corrispondente come non si tratti soltanto del contenuto di un qualche detto, bensì essenzialmente da chi il detto proviene. Sentiamo da una tale cosa che innanzitutto sempre prendiamo le cose abbastanza profondamente e che possiamo imparare molto da quello che essotericamente già sta davanti a noi! Nella sfera solare, fra la morte e la nuova nascita, è dove sempre di nuovo e ancora una volta sentiamo tutta la forza delle parole che parlano alla nostra anima umana: tu sei un dio, tu devi essere un dio! E sappiamo là una cosa sempre con assoluta certezza, quando arriviamo nella sfera solare: sappiamo che Lucifero ci incontra di nuovo e ci spinge questo detto con forza nella nostra anima. Lucifero cominciamo allora a comprendere assai bene; il Cristo soltanto allora, se sulla terra ci siamo gradualmente preparati a comprenderlo. Non portiamo nella sfera solare nessuna comprensione per il detto, in quanto risuona dall’essenza di Cristo, se sulla terra non ci siamo acquisiti questa comprensione mediante il nostro rapporto col Mistero del Golgota. Con una parola banale vorrei dire quanto segue. Nella sfera solare incontriamo due troni. Il trono di Lucifero: là la parola della nostra divinità ci viene incontro seducente, e questo trono è sempre occupato. L’altro trono ci appare, o meglio, appare a molti uomini ancora assai vuoto, poiché su questo altro trono nella sfera solare dobbiamo nella nostra vita fra la morte e la nuova nascita ritrovare quello che si può chiamare l’immagine akashica del Cristo. E se possiamo ritrovare questa immagine akashica del Cristo nella vita fra la morte e la nuova nascita nella sfera solare, questo — come vedremo negli sviluppi ulteriori — è per la nostra salvezza. Ma possiamo trovarla soltanto perché il Cristo è disceso dal sole e si è unito alla sfera terrestre, e perché possiamo affilare il nostro occhio spirituale sulla terra mediante la comprensione del Mistero del Golgota, affinché il trono di Cristo sul sole non ci appaia vuoto, bensì affinché i suoi atti ci diventino visibili, gli atti che ha compiuto quando egli stesso ancora abitava il sole.
È certamente così — ho detto anzi che devo esprimermi banalmente se voglio parlare di questi due troni — che di questi rapporti elevati si può parlare soltanto in modo più o meno figurato; ma chi sempre più si eleva a una comprensione, comprenderà che le parole che sulla terra sono coniate non bastano, e che per farsi comprendere, bisogna già ricorrere all’immagine. Ora troviamo per quello che durante la sfera solare abbiamo bisogno, soltanto comprensione, sostegno, se sulla terra ci siamo appropriati qualcosa che non soltanto gioca nelle forze astrali, bensì anche nelle forze eteriche. Se perseguite quello che ho esposto, saprete che le religioni giocano nelle forze eteriche, elaborano il corpo eterico dell’uomo. Un buon patrimonio spirituale rimane a tutti noi, in quanto nella nostra anima sono portate forze dalla sfera solare, se ci siamo acquisiti una comprensione del Mistero del Golgota. Poiché dalla sfera solare dobbiamo estrarre quelle forze di cui abbiamo bisogno affinché per la prossima incarnazione il nostro corpo eterico ci ritorni nella giusta maniera. Ma dalle altre sfere planetarie ci procuriamo le forze che ci servono affinché nella prossima incarnazione il nostro corpo astrale ci ritorni nella giusta maniera. Ora nessuno creda che quello che ho appena detto sia inteso in un altro senso e stile che non nello stile e nel senso dello sviluppo umano. Vi ho detto in precedenza: già nel tempo pre-cristiano fu dato a una guida dell’umanità come ad Abramo, nell’incontro con Melchisedek, o Malekzadik, di appropriarsi queste forze per la sfera solare. Non dovrà farsi un’affermazione intollerante come se l’uomo potesse appropriarsi le forze per stare nel giusto rapporto con gli esseri nella sfera solare soltanto mediante un cristianesimo ortodosso, bensì dovrà enunciarsi un fatto di sviluppo. E cioè il fatto che le possibilità dei tempi antichi, in cui tramite altri mezzi l’immagine akashica del Cristo era da contemplare, diminuiscono sempre più con il progredire dello sviluppo terrestre.
Gli occhi spirituali di Abramo erano completamente aperti per l’immagine akashica del Cristo nella sfera solare. Questo è completamente giusto. Non è un’obiezione che il Mistero del Golgota non era ancora accaduto e che allora il Cristo era ancora sul sole; egli era durante questo tempo unito nella sua realtà ad altre sfere planetarie. Era completamente così che allora e fino ai nostri tempi gli uomini potevano contemplare quello che era da vedere. E se andiamo ancora più indietro, in quei tempi primordiali in cui i primi maestri dell’India antica, i santi Rishis erano le guide del loro popolo, erano anche completamente tali guide dell’umanità, che avevano ben familiarità col Cristo che allora era ancora sul sole, e che anche a quelli che si affidavano a loro insegnavano tale comprensione, certamente non con i nomi successivi. Se anche nella sfera della conoscenza di questi tempi antichi il Mistero del Golgota non aveva ancora agito, per coloro che dalle profondità dell’essere traevano le verità intime, era completamente possibile acquisire anche quello che rendeva gli uomini capaci di trarre dal sole quello che poteva rinnovare i loro corpi eterici nella maniera appropriata. Ma queste possibilità cessavano con l’ulteriore sviluppo dell’umanità; e dovevano cessare, poiché sempre nuove forze devono essere immesse nello sviluppo dell’umanità. Quindi quello che è stato detto deve essere inteso come un fatto di sviluppo. Viviamo incontro a un futuro in cui gli uomini si toglieranno sempre più la possibilità di percorrere giustamente la sfera solare nel tempo fra la morte e la nuova nascita, se si allontaneranno dall’evento-Cristo. È vero: dobbiamo cercare il cristiano in ogni anima. Dobbiamo, se vogliamo comprendere la radice del cristianesimo, domandarci di ogni uomo a cui ci poniamo di fronte: quanto di cristiano è in lui? Ma è anche vero che l’uomo può escludersi dal cristianesimo per il fatto che non si rende consapevole quello che esso è nella realtà.
Se ripetiamo ancora la parola di Paolo: «Cristo è morto non soltanto per i giudei, bensì anche per i gentili», si può aggiungere: ma se nel progresso ulteriore dell’umanità gli uomini si escludessero e consapevolmente sempre più rifiutassero il Mistero del Golgota, ciò impedirebbe che anche a loro arrivi quello che per loro è accaduto. Accaduta è la grazia del Mistero del Golgota per tutti gli uomini. Libero sta a ogni uomo il farla agire su di sé. Ma da come egli la fa agire su di sé, dipenderà sempre più nel futuro quanto egli sia in grado di ricercare dalla sfera solare le forze necessarie affinché la sua corporeità eterica nella prossima incarnazione possa ricostituirsi nella giusta maniera. Quale conseguenza straordinaria ciò abbia per tutto il futuro dell’umanità sulla terra, in tempi prossimi potremo parlarne. Così il cristianesimo, come si — benché poco compreso — sia pure pur sempre allacciato al Mistero del Golgota, è la prima preparazione dell’umanità, affinché giunga di nuovo nel giusto rapporto con la sfera solare. Un secondo impulso dovrà essere la giusta comprensione antroposofica del Mistero del Golgota. Si può acquisire un giusto rapporto con la sfera solare se si impara a penetrare sempre più il Mistero del Golgota. Ma l’uomo, quando si è vivificato nella sfera solare, si sviluppa oltre, ad esempio si vive nella sfera di Marte. Si tratta del fatto che egli non soltanto nella sfera solare acquisti un giusto rapporto alle forze del sole, ma che lo porti anche nel proseguire l’ulteriore sviluppo nella sfera di Marte. Affinché la sua consapevolezza non si offuschi, affinché dopo la sfera solare non cessi, bensì affinché la possa portare nella sfera di Marte, nella sfera di Giove che deve allora percorrere, per il nostro ciclo umano è necessario che nelle anime umane prenda piede la comprensione spirituale di quello che vive nelle nostre religioni e concezioni del mondo. Quindi la ricerca della comprensione per quello che vive nelle religioni e concezioni del mondo. Al posto della comprensione geisteswissenschaftlich verrà ancora una comprensione completamente diversa, di cui l’uomo oggi non può nemmeno farsi un’idea.
Poiché come è vero che una verità è giusta in un’epoca quando è permeata di senso di verità, così è altrettanto vero che sempre nuovi e nuovi impulsi verranno immessi nello sviluppo dell’umanità. È completamente vero che quello che l’antroposofia ha da offrire vale soltanto per un’epoca determinata, affinché l’umanità, quando accoglie l’antroposofia, porti questi impulsi elaborati nel tempo ulteriore, per accogliere anche con le forze elaborate anche le forze ulteriori. Così abbiamo potuto mostrare il nesso della vita sulla terra con la vita fra la morte e la nuova nascita. Non può sfuggire a nessuno che l’uomo effettivamente altrettanto necessariamente ha un sapere, un sentimento e una percezione per la vita fra la morte e la nuova nascita, come per la vita terrestre stessa, poiché quando entra nella vita terrestre, il benessere, la fiducia, la forza e la speranza di questa vita terrestre dipendono da quali forze egli si porta con sé dalla vita fra l’ultima morte e la nascita presente. Ma quali forze possiamo procurarci là dipende di nuovo da come ci siamo comportati nell’incarnazione precedente; quale costituzione morale, quale costituzione religiosa, quale costituzione animica umana generale ci siamo appropriati. Così dobbiamo pensare che noi con l’essere sovrasensibile in cui viviamo fra la morte e la nuova nascita, lavoriamo creativamente insieme, sia all’ulteriore sviluppo di tutto il genere umano, sia alla distruzione del genere umano. Poiché se gli uomini non si appropriassero le forze che possono dar loro corpi astrali sani, le forze nei corpi astrali umani diventerebbero vuoti e desolati, e l’umanità sprofonderebbe moralmente e religiosamente sulla terra. E se non si procurassero le forze per i corpi eterici, languirebbero come genere umano sulla terra. Ognuno può farsi la rappresentazione: in quale misura devo cooperare affinché non solamente corpi debilitati passino sulla terra? Non soltanto un sapere, bensì una responsabilità è l’antroposofia, che ci pone in rapporto con tutto l’essere della terra e lo mantiene in rapporto.
Nelle nostre considerazioni sulla vita tra la morte e la nuova nascita, vi sarà rimasto ben presente come l’uomo, in questo intervallo, prosegua inizialmente a vivere nelle condizioni che si è preparate durante l’esistenza terrena. Abbiamo messo in luce che, allorché ritroviamo una personalità nel mondo spirituale dopo la morte, il rapporto tra noi e questa personalità è anzitutto quello che si è stabilito durante l’esistenza terrena, e che noi per il momento non possiamo modificarlo in alcun modo. Supponiamo allora un caso concreto: un amico o un’altra personalità che ci ha preceduto nel trapasso viene da noi ritrovata nel mondo spirituale dopo la morte. Immaginiamo che fosse una personalità verso cui, per certe circostanze, avevamo un obbligo — poniamo di amore — e che in certa misura abbiamo venuto meno a questo obbligo. Dovremo continuare a provare quel rapporto che esisteva prima della morte, il rapporto di un’indifferenza affettiva di cui noi stessi siamo colpevoli. Ci ritroviamo di fronte alla personalità nel modo descritto nella conferenza precedente, e contempliamo continuamente ciò che durante la vita avevamo generato. Se durante l’esistenza terrena eravamo giunti a modificare il nostro rapporto con quella personalità — supponiamo di aver lasciato manifestare questa indifferenza affettiva solo dieci anni prima della morte altrui o della nostra — allora dovremo vivere in questo rapporto per un tempo proporzionalmente lungo dopo la morte, e solo dopo aver pienamente provato questo rapporto potremo proseguire oltre, per vivere poi in modo appropriato anche il rapporto migliore che avevamo avuto con quella personalità. Questo è quello che dobbiamo ben comprendere: di fronte ai cambiamenti di rapporti che sulla terra abbiamo provocato, dopo la morte non siamo in grado di compensarli, di modificarli; una certa immutabilità è subentrata.
Si potrebbe facilmente credere che questo costituisca solo un rapporto doloroso, e che tutta questa questione possa essere percepita dall’uomo solamente con sofferenza. Giudicheremmo così secondo le nostre limitate condizioni terrene. Ma le cose si presentano diversamente quando le esaminiamo dal punto di vista del mondo spirituale. Nel periodo tra la morte e la nuova nascita l’uomo deve sì attraversare tutto il dolore causato dal dovere riconoscere: in questo momento, nel mondo spirituale, scorgo l’ingiustizia, ma non posso cambiarla, devo lasciarla modificare dalle circostanze. Chi lo percepisce, vive questo dolore. Ma vive altresì il fatto che sa come debba essere così, e che sarebbe dannoso, spiacevole per la sua evoluzione ulteriore se non fosse così, se non potesse assorbire quello che attraverso un tale dolore può sperimentare. Infatti, allorché contempliamo un tale rapporto e non possiamo modificarlo, acquistiamo la forza per modificarlo successivamente nel karma della vita. Così funziona la tecnica del karma: possiamo trasformarlo e modificarlo quando entriamo nuovamente in un’incarnazione fisica. Solo in minima misura il defunto stesso può modificarlo. Vede come accadrà — questo si riferisce anzitutto al primo tempo dopo la morte, al periodo nel Kamaloka — ciò che è determinato dalla vita prima della morte; ma deve inizialmente fermarsi qui e non può introdurre alcun cambiamento nelle sue condizioni, nella sua esperienza. Possiamo allora affermare: i vivi, coloro che rimangono sulla terra, hanno un’influenza molto maggiore sul defunto di quanto il defunto non abbia su se stesso e di quanto altri defunti non abbiano su di lui. E questo è qualcosa di straordinariamente significativo. Chi rimane ancora sul piano fisico e ha stabilito un certo rapporto con i defunti, chi ha relazioni con le anime tra la morte e la nuova nascita, è in realtà l’unico capace di provocare, per mezzo della propria volontà umana, durante questa vita alcuni cambiamenti nelle condizioni dei defunti dopo la morte.
Consideriamo un caso concreto, che può insegnarci molte cose. E possiamo anche riflettere sul Kamaloka; in questo riguardo le condizioni non cambiano quando si passa al periodo Devachanico successivo. Immaginiamo due esseri umani che hanno vissuto sulla terra. Può accadere che uno ad un certo momento della sua vita abbia sviluppato un rapporto — diciamo quello più rilevante per noi — con l’Antroposofia; è diventato un antroposofo. L’altro, che gli sta accanto, proprio perché l’amico è diventato antroposofo, diventa furiosamente contrario all’Antroposofia, comincia adesso a criticarla terribilmente. Forse avete sentito dire che quell’altro non sarebbe diventato così nemico dell’Antroposofia se il suo amico non fosse diventato antroposofo! Supponiamo che l’Antroposofia fosse arrivata prima a lui: allora sarebbe forse diventato un buon antroposofo. Può essere; tali situazioni esistono nella vita. Ma dobbiamo essere consapevoli che spesso tali situazioni giocano molto nel velo di Maya, in quello che chiamiamo l’inganno della vita. Può accadere infatti il seguente fatto: colui che comincia a criticare terribilmente l’Antroposofia perché l’amico è diventato antroposofo, critica solo nella sua coscienza ordinaria, nella sua coscienza dell’Io; nella sua coscienza astrale, nel suo inconscio, non deve necessariamente condividere questa avversione all’Antroposofia. Senza che lo sappia, può essersi sviluppata perfino una sete di Antroposofia. E in molti accade che quello che si presenta come avversione nella coscienza ordinaria sia effettivamente inclinazione nell’inconscio. Dal fatto che qualcuno esprima consciamente questo o quello, non segue che senta ed emozioni come si esprime. Dopo la morte non viviamo solo le conseguenze di ciò che è nella nostra coscienza ordinaria, nella nostra coscienza dell’Io. Chi credesse questo, contemplerebbe le condizioni dopo la morte in modo completamente errato. Abbiamo spesso sottolineato come l’uomo abbandoni il corpo fisico e il corpo eterico con la morte, ma i desideri, le nostalgie e così via rimangono.
Eppure non rimangono solo i desideri e le nostalgie di cui l’uomo è consapevole, bensì anche quelli che sono nel suo inconscio e di cui non sa niente, quelli che forse combatte, contro cui si infuria. Dopo la morte questi sono spesso molto più forti e intensi di quanto lo siano nella vita. Nella vita si manifesta una certa disarmonia tra il corpo astrale e l’Io in un sentirsi svuotati, insoddisfatti e così via. Dopo la morte è la coscienza astrale che conferisce il carattere totale dell’anima umana, l’impronta intera, come l’uomo è. Ciò che viviamo nella nostra coscienza ordinaria non è neppure di importanza così grande come tutti i desideri nascosti, le bramosità, le passioni che esistono nelle profondità dell’anima e di cui l’Io spesso non sa niente. Così può accadere che un tale uomo, che per il fatto che l’amico è diventato antroposofo si scaglia contro l’Antroposofia, varchi la porta della morte. E quella nostalgia, che forse si è proprio sviluppata perché ha criticato l’Antroposofia, si manifesta adesso e diventa un desiderio intimo e ardente verso l’Antroposofia. Questo desiderio rimarrebbe insoddisfatto: perché difficilmente potrebbe accadere che l’uomo dopo la morte avesse da sé stesso l’occasione di soddisfare questo desiderio. Ma attraverso una peculiare concatenazione di circostanze, in un tal caso colui che è rimasto sulla terra può aiutare l’altro e modificare qualcosa nelle sue condizioni. E qui si presenta il caso che in molti esempi si può osservare anche nei nostri ambienti. Possiamo ad esempio leggere al defunto. Questo si fa in modo che ci si crei una vivida rappresentazione del morto davanti a sé: si immaginano ad esempio i suoi lineamenti e mentalmente si ripercorrono con lui le cose che, poniamo, stanno in un libro antroposofico. Occorre farlo solo mentalmente; questo agisce in modo immediato su colui che ha oltrepassato la porta della morte. E finché è nello stato di Kamaloka, neppure la lingua costituisce un ostacolo; lo diventerebbe solo se fosse nel Devachan. Perciò non si può neppure domandare: il morto comprende la lingua? Durante il periodo del Kamaloka esiste ancora pienamente una sensibilità per il linguaggio.
In tale modo attivo l’uomo può prestare aiuto a colui che ha oltrepassato la porta della morte. Ciò che in tal modo irradia dal piano fisico è qualcosa che può provocare una modificazione nelle condizioni della vita tra la morte e la nuova nascita, qualcosa che può essere donato al defunto solo dal mondo fisico, ma che non gli può essere donato dal mondo spirituale direttamente. Vediamo da ciò che l’Antroposofia, se davvero si radica nei cuori degli uomini, effettivamente colmerà l’abisso tra il mondo fisico e il mondo spirituale, e questo sarà l’effetto vitale, il grande valore vitale dell’Antroposofia. L’Antroposofia è veramente ancora agli inizi della sua azione se si vede la cosa principale nel fatto di appropriarsi certi concetti e idee antroposofici, come che l’uomo sia composto dai suoi costituenti essenziali o che cosa possa venirgli dal mondo spirituale. Solo quando si comprenderà come l’Antroposofia interviene nella nostra vita, essa creerà il ponte tra il mondo fisico e il mondo spirituale, ma praticamente. Non ci comporteremo più passivamente verso coloro che hanno oltrepassato la porta della morte, bensì ci comporteremo attivamente verso di loro, staremo in vivente contatto con loro e potremo aiutarli. Affinché ciò accada, l’Antroposofia deve però radicarsi nella coscienza che il nostro intero mondo è composto dall’essere fisico e dall’essere sovrumano, spirituale, e che l’uomo non è sulla terra solo per raccogliere durante la vita tra nascita e morte i frutti della vita fisica per se stesso, bensì è sulla terra per inviare nel mondo sovrumano quello che può essere piantato solo sul piano fisico, quello che può esistere solo su questo piano. Indipendentemente dal fatto che l’uomo, per ragioni legittime o per comodità, si sia tenuto lontano dagli insegnamenti antroposofici: dopo la morte possiamo portare a lui gli insegnamenti antroposofici nel modo descritto. È possibile che qualcuno ponga la domanda: forse questo disturba il defunto, forse non lo vuole?
Questa domanda non è completamente legittima, perché gli uomini contemporanei nel loro inconscio non hanno affatto grande avversione all’Antroposofia. Non hanno proprio niente nel loro inconscio contro di essa; e se potessimo raggiungere l’inconscio di coloro che consciamente si scagliano contro l’Antroposofia cosicché il loro inconscio potesse esprimersi, difficilmente esisterebbe alcuna ostilità verso l’Antroposofia. L’uomo infatti è pieno di pregiudizi e rivendicativo verso il mondo spirituale solo nella sua coscienza dell’Io, solo in quello che si manifesta come coscienza dell’Io sul piano fisico. In questo modo abbiamo conosciuto un aspetto della mediazione tra il mondo fisico e il mondo spirituale. Possiamo però anche porci la domanda: è possibile anche d’altro canto una mediazione verso questo mondo fisico? Cioè: può colui che ha oltrepassato la porta della morte comunicare in qualche modo a coloro che rimangono sul piano fisico? Oggi questo accade nel minimo dei modi, e precisamente perché gli uomini sul piano fisico vivono per lo più solo nella loro coscienza dell’Io e non si immergono nella coscienza che è legata al corpo astrale. Non è facile formarsi un’idea di come, gradualmente, man mano che l’Antroposofia farà ulteriore progresso nell’evoluzione dell’umanità, gli uomini conquisteranno una consapevolezza di ciò che intorno agli uomini esiste come mondo astrale, devachanico o altrimenti spirituale. Ma questo verrà. Semplicemente per il fatto che l’uomo riflette su ciò che l’Antroposofia può offrire attraverso i suoi insegnamenti, troverà i mezzi e i modi per penetrare il velo del piano meramente fisico e dirigere l’attenzione al mondo che gli sta intorno tutto il tempo e che gli sfugge solo perché non è attento al mondo spirituale. Come possiamo trovare i mezzi e i modi per prestare attenzione a questo mondo spirituale? Oggi vorrei provocarvi una rappresentazione di come l’uomo possa anzitutto sapere quanto poco, in verità, conosca e comprenda effettivamente delle cose del suo ambiente. L’uomo infatti comprende straordinariamente poco che sia significativo dal mondo.
Mediante i suoi sensi e il suo intelletto apprende a conoscere i fatti ordinari in cui è immerso. Quello che accade intorno a lui e quello che accade in lui stesso, l’apprende a conoscere e poi collega queste cose, denomina l’una come causa e l’altra come effetto, e ritiene quindi di conoscere i processi quando li collega secondo causa ed effetto o secondo altri concetti. Al mattino alle otto lasciamo la nostra abitazione, entriamo nella strada, andiamo poi alla sede di lavoro, mangiamo durante il giorno, facciamo questo o quello per nostro piacere; lo facciamo finché non entriamo nuovamente nel sonno. Poi colleghiamo queste cose nella nostra vita: l’una ci fa un’impressione più forte, l’altra più debole. Attraverso questo viviamo anche impressioni dell’anima: l’una ci è simpatica, l’altra antipatica. Così viviamo — una leggera riflessione può insegnarcelo — come se stessimo nuotando in superficie nel mare e non avessimo alcuna nozione di quello che si trova nel fondo marino. Così viviamo nella vita e conosciamo solo quello che esternamente si presenta come realtà. Ma in quello che così si presenta come realtà c’è incredibilmente molto. Prendiamo l’esempio: dovremmo ogni giorno alle otto del mattino lasciare la nostra stanza per arrivare alla sede di lavoro. Un giorno partiamo tre minuti dopo. Viviamo pure qualcosa: arriviamo tre minuti dopo e facciamo come al solito quando partiamo alle otto da casa. Ma talvolta accade che constatiamo che, se fossimo stati sulla strada alle otto, forse saremmo stati investiti da un’automobile e uccisi. Questo significa in questo caso: se fossimo andati sulla strada alle otto, non vivremmo più. Oppure possiamo un’altra volta constatare che proprio allora ha avuto un incidente il treno che altrimenti avremmo preso, così che possiamo calcolare che avremmo avuto parte all’incidente. Qui abbiamo ancora più radicalmente quello che ho appena enunciato. Noi poniamo attenzione solo a quello che accade, non a quello che continuamente potrebbe accadere e da cui sempre sfuggiamo.
Sfuggiamo continuamente a cose che potrebbero accaderci, e infinitamente più grande è la sfera delle possibilità rispetto a quello che realmente accade. Ora possiamo dire: questo inizialmente per la nostra vita esterna non ha importanza. Certo, non per l’esteriore, ma per l’interiore sì! Supponiamo che abbiate fatto l’esperienza di aver già avuto un biglietto per il piroscafo «Titanic», che un amico vi ha sconsigliato di viaggiare; avete venduto il biglietto e avreste sentito della catastrofe. Avreste allora la medesima esperienza dell’anima che se foste stati un osservatore disinteressato? Non farebbe piuttosto un’impressione straordinariamente significativa sulla vostra anima? Se sapessimo davanti a quante cose nel mondo siamo preservati, quante cose sono possibili nel bene e nel male, per cui le forze si raccolgono e che solo per uno spostamento non si realizzano, allora avremmo un sentimento per le esperienze dell’anima della felicità o della sventura, per esperienze del corpo che ci sono possibili, ma che non viviamo, che non viviamo affatto. Chi di tutti quelli che sedete qui può sapere quello che avrebbe vissuto, se ad esempio stasera la conferenza fosse stata annullata e fosse stato altrove? Ma se lo sapesse, talvolta da questo sapere avrebbe una condizione interiore dell’anima completamente diversa da quella che ha ora, perché non sa quello che avrebbe potuto accadere. Tutto questo che è possibile, ma non diventa realtà sul piano fisico, vive come forze, come effetti dietro il nostro mondo fisico, esiste nel mondo spirituale come forze realmente presenti, lo pervade per così dire. Ci si riversano addosso non solo le forze che qui nella realtà ci determinano, bensì anche le innumerevoli forze che esistono solo nella possibilità, e solo raramente penetra qualcosa da queste possibilità nella nostra coscienza fisica. Ma allora è di solito occasione di un’esperienza significativa dell’anima. Non dite: quello che ora è stato rappresentato, che cioè esiste un mondo infinito di possibilità, che ad esempio qui la conferenza avrebbe potuto essere annullata e che i qui presenti avrebbero potuto vivere qualcos’altro — tutto questo parla contro il Karma. Non parla contro il Karma. Se si dicesse così, non si saprebbe che l’idea di Karma, come l’abbiamo rappresentata, vale solo per il mondo delle realtà dentro la vita fisica umana, e che la vita dello spirituale vive dentro e trama il nostro vivere fisico, che un mondo di possibilità domina dove le leggi che ora giocano come leggi karmiche sono di natura completamente diversa. Se penetriamo noi stessi di un sentimento di quanto la realtà fisica costituisca una piccola parte di quello che potremmo vivere, come il nostro mondo di esperienze sia solo un pezzo ritagliato dalle possibilità, allora questo può suggerirci la ricchezza immensa, il fluire traboccante della vita spirituale che sta dietro la nostra vita fisica. Ora può accadere il seguente fatto. Può accadere che un uomo effettivamente nei suoi pensieri, o non neppure nei pensieri, ma nel suo sentimento consideri un po’ questo mondo delle possibilità. Può ad esempio una volta sperimentare qualcosa del genere: hai mancato un treno in cui probabilmente saresti stato colpito dalla morte. Questo può essere un momento che nell’anima produce una profonda impressione, quando questo ci sta davanti. Tali momenti sono adatti per aprirci per così dire verso il mondo spirituale, dove allora possono penetrarvi presagi. Tali momenti che in qualche modo sono connessi con noi, possono poi annunziarci anche desideri o pensieri presenti delle anime che vivono tra la morte e la nuova nascita. Se l’Antroposofia negli uomini renderà vivo il sentimento per le possibilità della vita, per determinati eventi e sconvolgimenti che non si sono verificati solo perché non si è concretizzato qualcosa per cui le forze erano presenti, se questo viene sentito e l’anima si attiene a questo sentimento, allora essa è effettivamente adatta a ricevere esperienze dal mondo spirituale da quelle personalità con cui nel mondo fisico è stata connessa.
Se l’uomo, anche durante la vita turbolenta del giorno, per lo più non è incline a cedersi ai sentimenti di quello che avrebbe potuto accadere, tuttavia esistono tempi nella vita umana in cui quello che avrebbe potuto accadere ha un effetto determinante sull’anima umana. Se osservaste la vita onirica o la strana vita nel passare dal vegliare al sonno o dal sonno al vegliare più attentamente, se osservaste certi sogni più attentamente, che talvolta sono completamente inspiegabili, dove vi accade questo o quello in un’immagine onirica o in una visione, se l’anima seguisse questo, troverebbe che tali immagini inspiegabili sono qualcosa che avrebbe potuto accadere, e che è stato trattenuto solo perché si sono verificate altre circostanze diverse da quelle che avrebbero potuto verificarsi, o perché in altri modi si sono frapposti ostacoli. Chi mediante meditazioni o altrimenti rende mobile la sua vita rappresentativa, avrà, anche se non in rappresentazioni chiaramente espresse, tuttavia sentimentalmente momenti nella vita di veglianza in cui sente di vivere in un mondo di possibilità. Se si sviluppa un tale sentimento, ci si prepara per ricevere impressioni dal mondo spirituale proprio da quelle persone umane che con noi erano connesse nel mondo fisico. E allora tali effetti si manifestano anche in tali momenti, come quelli che sono stati or ora caratterizzati, come esperienze oniriche, che però allora hanno un significato reale, che indicano qualcosa di reale nel mondo spirituale. Proprio perché l’Antroposofia ci insegna che qui nella vita tra nascita e morte c’è il Karma, ci mostra che dovunque stiamo, noi stiamo sempre di fronte a un numero infinito di possibilità che potrebbero accadere. Una viene scelta secondo la legge del Karma; le altre rimangono dietro, ci circondano per così dire come un’aura mondiale reale. Quanto più crediamo al Karma, tanto più crediamo anche a questa aura mondiale reale che ci circonda composta di forze che si raccolgono, ma che tuttavia sono spostate cosicché sul piano fisico non conducono a niente.
Se noi consentiamo che l’Antroposofia influenzi il nostro sentimento, se tali cose penetrano nel nostro sentimento, allora l’Antroposofia sarà il mezzo pedagogico umano per ricevere anche impressioni, influssi dai mondi spirituali. Se dunque l’Antroposofia guadagna un’influenza sulla vita culturale, sulla vita dello spirito, allora non solo da quella che è stata descritta come influenza della vita fisica verso lo spirituale andrà, bensì ritorneranno anche le esperienze che i defunti hanno nel tempo che essi vivono tra morte e nuova nascita. Così anche qui l’abisso sarà eliminato tra il mondo fisico e il mondo spirituale. Da ciò deriverà un’immensa espansione della vita umana, e solo così deriverà quello che l’Antroposofia deve realizzare: una vera unione dei due mondi, non solo una comprensione teorica che esiste un mondo spirituale. È una volta necessario comprendere che l’Antroposofia adempie completamente il suo compito solo quando penetra vivamente le anime umane e quando per suo mezzo non solo comprendiamo qualcosa, bensì diventiamo completamente diversi nel nostro atteggiamento e nel nostro rapporto verso il mondo circostante. L’uomo pensa, a causa dei pregiudizi del nostro ciclo di tempo, assai, assai troppo materialisticamente. Anche quando spesso crede a un mondo spirituale, pensa assai troppo materialisticamente. Così diventa straordinariamente difficile per l’uomo comprendere il giusto rapporto tra l’elemento psichico e quello corporeo nell’epoca attuale. Le abitudini del pensiero tendono troppo a farci pensare il psichico in modo strettamente legato al corporeo. Qui forse solo un paragone può aiutarci a capire quello che effettivamente dovremmo comprendere. Quando guardiamo un orologio, esso consiste di ruote, di altre parti metalliche e simili. Nel corso ordinario della vita, guardiamo mai un orologio quando ci serve, per studiare il meccanismo o per osservare l’interazione dei vari ingranaggi? No. Guardiamo l’orologio per sapere che ora è. Ma questo non ha assolutamente niente a che fare con tutte le parti metalliche e simili. Infatti, che cosa ha a che fare il tempo con le parti metalliche?
Guardiamo l’orologio e non ci occupiamo affatto di quello che l’orologio stesso ci mostra. Oppure prendiamo un altro esempio per il paragone. Quando oggi l’uomo parla di telegrafia, ha principalmente in mente il telegrafo elettrico. Ma quando non si aveva ancora il telegrafo elettrico, tuttavia si telegrafava. Perché se si conoscono solo i giusti segnali e così via, si potrebbe — forse neppure molto più lentamente — realizzare anche senza il telegrafo elettrico di parlare da un luogo all’altro. Si mettessero colonne ad esempio da Berlino a Parigi, si mettesse a ogni colonna un uomo che passasse i segni corrispondenti. E se questo avvenisse con la necessaria velocità, accadrebbe esattamente quello che il telegrafo elettrico realizza. Certo è più semplice e più veloce mediante il telegrafo elettrico; ma quello che accade lì, il telegrafare, non ha assolutamente niente a che fare con la struttura di un telegrafo elettrico, così come il tempo non ha niente a che fare con il meccanismo interno dell’orologio. Allo stesso modo che la trasmissione da Berlino a Parigi non ha niente a che fare con la struttura del telegrafo elettrico, allo stesso modo e così poco la realtà che è l’anima umana ha a che fare con le strutture del corpo umano. Solo se pensiamo così arriviamo a una corretta concezione dell’autonomia dell’essenza psichica. Perché perfettamente potrebbe essere che questa anima umana, con tutto quello che possiede, facesse uso di un corpo diverso, di un corpo diversamente conformato, così come si potrebbe inviare il messaggio da Berlino a Parigi attraverso qualcosa di diverso da quanto la struttura di un telegrafo elettrico. E come il telegrafo elettrico è solo il modo più conveniente entro le nostre condizioni per trasmettere un messaggio, così il corpo in movimento oscillante, che ha una testa in alto, per le nostre condizioni terrestri è il mezzo più conveniente perché l’anima si svolga, si manifesti. Ma non è affatto il caso che il corpo abbia più a che fare con quello che è la vita dell’anima, di quanto il telegrafo elettrico e la sua struttura abbiano a che fare con la trasmissione di un messaggio da Parigi a Berlino, o di quanto l’orologio abbia a che fare con il tempo. Perché si potrebbe concepire uno strumento completamente diverso per misurare il tempo, diverso dai nostri orologi. E così è perfettamente concepibile un corpo umano diverso da quello che usiamo secondo le attuali condizioni terrestri, per vivere i rapporti dell’anima umana. Perché, con che cosa l’anima umana è collegata? Come dobbiamo effettivamente intendere l’anima umana nel suo rapporto con il corpo? Proprio su questo argomento vorremmo citare la celebre espressione di Schiller, applicata anche in figura all’uomo: «Se cerchi il supremo, il migliore, la pianta può insegnartelo.» Si consideri la pianta, che durante il giorno diffonde le foglie, apre il fiore, e quando la luce se ne va, chiude foglie e fiore. Che cosa le è sottratto? Quello che le viene dal sole, dallo spazio stellare durante il giorno, le è sottratto. Ma quello che irradia dal sole, fa sì che le foglie ammassate si dispieghino di nuovo, che il fiore si schiuda. Nello spazio mondiale quindi ci sono le forze che fanno rilasciare gli organi della pianta quando se ne allontanano, o che fanno dispiegare gli organi della pianta quando agiscono. Quello che nello spazio mondiale è diffuso e nella pianta fa rilasciare gli arti quando se ne allontana, produce nell’uomo il proprio Io con il corpo astrale. Quando l’uomo lascia cadere gli arti, quando lascia cadere le palpebre, come la pianta quando chiude foglie e fiori? Quando l’Io e il corpo astrale escono dall’essenza umana. Quello che il sole produce nella pianta, lo producono l’Io e il corpo astrale negli organi della natura umana. Quindi possiamo dire: il corpo della pianta deve guardare al sole, come il corpo umano deve guardare al proprio Io e al corpo astrale e considerarli come quello che produce su di lui lo stesso effetto che il sole produce sulla pianta. Non vi sembra ancora strano, se considerate questo solo esteriormente, quando allora l’indagine occulta ci insegna che effettivamente l’Io e il corpo astrale nascono dallo spazio mondiale, a cui appartiene il sole, e non appartengono affatto alla terra?
Ora questa considerazione non vi sembrerà neppure meravigliosa: quando gli uomini nel sonno o nella morte escono dalla terra, allora vivono i grandi rapporti mondiali, allora sono lì. La pianta è ancora legata al sole e alle forze che sono nello spazio. L’Io e il corpo astrale dell’uomo si sono resi autonomi rispetto alle forze diffuse nello spazio e vanno per la loro strada. Perciò la pianta può solo dormire quando effettivamente la luce solare le è sottratta. L’uomo, riguardo al suo Io e al suo corpo astrale, è indipendente da quello che è la sua patria, dai soli e dai pianeti, perciò può anche dormire durante il giorno quando splende il sole. Si è emancipato nel suo Io e nel suo corpo astrale da ciò con cui effettivamente è uno: dalle forze stellari e solari. E non è grottesco se diciamo: così quello che rimane sulla terra e nei suoi elementi dopo la morte appartiene alla terra e alle sue forze; ma l’Io e il corpo astrale appartengono alle grandi forze mondiali, tornano a queste forze mondiali con la morte dell’uomo e vivono dentro di esse il periodo tra morte e nuova nascita. E durante il tempo tra nascita e morte, mentre l’anima è racchiusa in un corpo fisico, quello che è la nostra vita dell’anima, quello che effettivamente appartiene alla vita solare e stellare, non ha più a che fare con questo corpo fisico di quanto il tempo, che in fondo è determinato da costellazioni solari e stellari, abbia a che fare con l’orologio e con il suo meccanismo negli ingranaggi. Sarebbe perfettamente concepibile che, se abitassimo su un altro pianeta invece che sulla terra, con la nostra stessa anima fossimo adattati a condizioni planetarie completamente diverse. Che abbiamo occhi come sono conformati in questa maniera, che abbiamo orecchi come sono conformati così, non deriva dalle relazioni dell’anima, bensì da quello che sono le condizioni terrestri, le relazioni terrestri. Utilizziamo solo questi organi. Impregnare noi stessi di questa consapevolezza, che con i nostri elementi dell’anima apparteniamo al mondo stellare, è proprio quello che ci dà illuminazione sulla nostra vera relazione umana, sulla nostra vera essenza umana. Se sappiamo questo, sappiamo anche comportarci nel modo giusto riguardo alle nostre condizioni qui sulla terra. Se quindi penetriamo in questo modo il rapporto dell’uomo, si potrebbe quasi dire, più o meno esteriore, al suo corpo fisico o corpo eterico, allora negli uomini sorgerà certezza. Non si sapranno più solo come esseri terrestri, bensì come appartenenti all’intero mondo, al macrocosmo intero, come un’essenza che si trova dentro il macrocosmo. Solo perché qui è legato al corpo non è consapevole dell’appartenenza con le forze del grande spazio mondiale. Questo è quello che nel corso dei tempi è sempre stato tentato di penetrare nelle anime, là dove la vita spirituale è stata approfondita. E in fondo, è stato solo negli ultimi quattro secoli che la consapevolezza di questa appartenenza dell’uomo alle forze spirituali che tessono e operano nello spazio mondiale è andata persa. Se consideriamo quello che abbiamo sempre sottolineato — che in Cristo dobbiamo vedere il grande essere solare che mediante il mistero del Golgota si è unito con la terra e le sue forze, così che l’uomo può assorbire la forza di Cristo sulla terra — allora nella penetrazione con l’impulso di Cristo starà contemporaneamente quello che si trova nei grandi impulsi del macrocosmo, e sarà per ogni ciclo di umanità il giusto, il vederne in Cristo quello che ci deve dare il sentimento di appartenenza al macrocosmo. Nel dodicesimo secolo sorse in Occidente una bella parabola, una narrazione, in cui si rappresenta il seguente. Un tempo una fanciulla aveva un certo numero di fratelli. Tutti erano poveri mendicanti, l’intera famiglia. Ora la fanciulla una volta trovò una perla. Per questo era venuta in possesso di un’incredibile ricchezza. I fratelli erano intenti a partecipare al benessere che era venuto su quella fanciulla, e accadde il seguente. Un fratello era pittore, e disse alla fanciulla: farò il quadro più bello che sia mai esistito, se mi lascerai partecipare alla tua ricchezza.
Ma la fanciulla non volle saperne di lui e lo rifiutò. Il secondo fratello era musicista. Promise alla fanciulla di comporre il pezzo musicale più meraviglioso, se lo lasciasse partecipare alla sua ricchezza. Ma lo rifiutò. Il terzo fratello era farmacista, e come era nel medioevo, nelle farmacie si trovavano principalmente profumerie e altre cose, che non erano solo erbe medicinali, ma erano anche utili per la vita. L’acqua profumata più dolce promise questo fratello alla fanciulla, se lo rendesse partecipe della sua ricchezza. Ma anche questo fratello lo rifiutò. Il quarto fratello era cuoco. Promise alla fanciulla che le cucinerebbe cose così buone che mangiando tali cose avrebbe avuto un cervello come Zeus e inoltre avrebbe avuto il cibo più squisito, se lo lasciasse partecipare alla sua ricchezza. Lo rifiutò. Il quinto fratello era un locandiere, e prometteva che le avrebbe procurato i migliori spasimanti, se lo lasciasse partecipare alla sua ricchezza. Eppure lo rifiutò. Allora venne, così racconta la parabola, colui che poteva effettivamente trovare l’anima della fanciulla, e con lui condivise il suo gioiello, la perla che aveva trovato. Tutto è raccontato in modo bellissimo. E ancora più bellissimo è stato poi rappresentato da un poeta posteriore del diciassettesimo secolo, da Jakob Bälde, in modo più ampio e bello. Ma abbiamo anche una spiegazione che già dal tredicesimo secolo e che in questo caso è stata data dal poeta stesso, così che non si potrebbe dire che la narrazione fosse soltanto così interpretata. In essa il poeta dice di aver voluto rappresentare l’anima umana con il suo libero arbitrio. La fanciulla è l’anima umana, che ha il libero arbitrio. I cinque fratelli della fanciulla sono i cinque sensi: il pittore è l’occhio, il musicista è l’orecchio, il farmacista è l’olfatto, il gusto è il cuoco e il locandiere è il tatto. Li rifiuta, per condividere invece il gioiello del libero arbitrio con colui che è effettivamente affine alla sua anima, con il Cristo — così si rappresenta — cioè non per assorbire quello a cui i sensi spingono, ma quello a cui spinge l’impulso di Cristo, quando l’anima è penetrata da esso. In questo modo abbiamo, si potrebbe dire, in modo bello separato l’autonomia della vita dell’anima, che è nata dallo spirito, che ha la sua patria nello spirito, da quello che è nato dalla terra: i sensi e tutto quello che è solamente affinché l’anima vi sia annegata, cioè complessivamente la corporeità terrestre. Doveva — affinché inizi il lavoro di mostrare come con un pensare appropriato si possa emergere dalla vita ordinaria — essere rappresentato come sia fondato e giusto quello che la ricerca occulta contempla nel mondo spirituale, quando il ricercatore occulto sa direttamente attraverso la sua intuizione che l’anima dell’uomo, cioè Io e corpo astrale, appartengono al mondo stellare. Se si considera così il rapporto umano con i costituenti che rimangono nel sonno, come tuttavia è così senza altro indipendente dal mondo stellare, perché l’uomo può anche dormire durante il giorno, e se lo si confronta con la pianta e la luce solare, allora può essere compreso come sia fondato quello che la ricerca occulta produce. Si tratta di penetrare le fondamenta che effettivamente possono essere trovate nel mondo. Se però qualcuno trova infondato quello che proviene dalla ricerca occulta, è solo un segno che non ha considerato tutto quello che effettivamente il sapere dal mondo esteriore può fornire. Questo a volte richiede molta energia e molta apertura mentale; non sempre le si possiede. Ma si può dire: chi con sincerità ricerca nel mondo spirituale e poi consegna il risultato della sua ricerca al mondo, lo consegna al giudizio appropriato. Perché di fronte alla critica ragionevole la vera ricerca occulta non indietreggia, solo di fronte alla critica superficiale, che però non è critica. Se ora vi ricordate come è stato rappresentato il corso dell’intera evoluzione umana dal tempo di Saturno attraverso il tempo del Sole e della Luna fino al nostro tempo della Terra, allora vi ricorderete anche come durante il tempo della Luna è subentrata una separazione, che continua durante l’esistenza terrena.
Attraverso questa separazione è stato effettuato che oggi il psichico e il corporeo si pongono rispettivamente l’uno di fronte all’altro in modo abbastanza distaccato. Al tempo solare antico erano ancora molto più affini tra loro. Per il fatto che il Sole si era già separato dalla Luna nel tempo lunare antico, è stato effettuato che lo psichico dell’uomo diventasse più autonomo. Allora lo psichico, in certi intervalli di tempo tra gli incarnamenti, si spingeva nel macrocosmo generale, si rendeva autonomo, e questo effettuò che quegli strani rapporti subentrassero, che durante l’evoluzione terrena la separazione del Sole e poi quella della Luna nel tempo lemurico effettuarono, per cui una schiera di singole anime umane — come è descritto più ampiamente nella «Scienza occulta sommaria» — si spinsero avanti, per attraversare destini particolari separati dalla terra e per ritornare poi di nuovo più tardi. Ma ci si deve ancora rivelare che l’uomo, riguardo a quello che rimane quando ha oltrepassato la porta della morte ed entra nel mondo spirituale, la sua patria, conduce una vita radicalmente diversa, che è in realtà molto poco affine al corpo terrestre. Ancora ulteriori dettagli, che sono necessari per una più precisa conoscenza della vita tra morte e nuova nascita, potranno essere appresi nelle conferenze seguenti.
Nelle considerazioni precedenti sulla vita fra la morte e la nuova nascita abbiamo visto che quella parte della natura umana che nel passaggio per la porta della morte abbandona il corpo fisico e in gran parte il corpo eterico — dunque la parte immortale dell’essere umano — attraversa un’esistenza che trae le sue forze dal mondo stellare, e abbiamo posto in rilievo come questa natura umana tragga dal dominio stellare le proprie forze fra la morte e la nuova nascita. Abbiamo sottolineato inoltre come l’uomo risulti più o meno capace di attingere in maniera giusta le sue forze dal mondo stellare, a seconda che nel corso della vita terrena abbia sviluppato certe disposizioni morali o religiose. Così potremmo illustrare come l’uomo tragga le sue giuste forze dal dominio che, in senso occulto, viene denominato Mercurio attraverso una disposizione morale adeguatamente sviluppata durante l’esistenza terrena, e come dal dominio di Venere possa attingere le forze corrispondenti, poi necessarie per la prosecuzione della vita — sia per la vita ulteriore fra le incarnazioni che per la futura vita terrestre — per mezzo di una corrispondente esperienza religiosa. Se ora riuniamo i diversi pensieri che finora abbiamo portato innanzi alla nostra anima, possiamo dire quanto segue. Così come l’uomo, fintanto che si serve dei suoi sensi e si lascia guidare dall’intelletto legato al cervello quale suo strumento — in altre parole, così come durante la sua permanenza terrena rimane legato alle forze di questa nostra terra — così tra la morte e la nuova nascita rimane legato alle forze che irraggiano dai mondi stellari. Certo, per l’uomo attuale esiste una certa differenza nel rapporto del suo essere verso le forze terrene durante la vita fisica, e nel suo rapporto verso le forze stellari fra la morte e la nuova nascita. Le forze che l’uomo assimila nella sua coscienza durante la vita terrena — dunque le forze che egli consapevolmente vive nel corso dell’esistenza terrena — non apportano elementi essenziali a ciò che l’uomo necessita per la propria natura, per la costruzione e l’animazione di sé. Sono processi di degradazione. Che ciò sia davvero così lo vediamo semplicemente dal fatto che l’uomo durante il sonno non sviluppa alcuna coscienza. Perché non la sviluppa? Semplicemente perché non deve essere testimone di ciò che accade durante il sonno. Infatti durante il sonno vengono ristabilite le forze consumate nel corso della veglia. L’uomo non deve assistere a questa ricostruzione delle proprie forze durante il sonno. L’intero processo — contrario al processo di veglia — viene come occultato alla coscienza umana. La Bibbia possiede un’espressione significativa e profonda di questa verità. Si tratta di uno di quei detti biblici che, come tutti i fondamenti occulti dei testi religiosi primitivi, è assai poco compreso. Quando si legge nella Bibbia, con riferimento alla vita nel paradiso, che lo Spirito divino decise che l’uomo, dopo essersi appropriato di questo o quello — ad esempio il discernimento fra il bene e il male — non avrebbe dovuto ottenere nemmeno un’apertura di sguardo sulle forze della vita. Quella è la sede dove la Bibbia avverte che l’uomo non deve assistere alla rigenerazione del suo essere durante il sonno; in generale non deve assistere alla rigenerazione del suo essere nel corso dell’esistenza fisica terrena. Non deve essere testimone di questo. Quando l’uomo si sveglia, l’intero processo vitale è propriamente un processo di distruzione, un processo di consumo. Nel corso della veglia in realtà niente viene veramente costruito nell’uomo. Dove ancora si verifica una vera animazione, una vera costruzione — cioè nella prima infanzia — la coscienza è ancora offuscata, e tutto il processo costruttivo viene in seguito all’uomo occultato dal fatto che non riesce a ricordarsi dei tempi della sua primissima infanzia. Possiamo dunque affermare: per la vita cosciente terrena rimane all’uomo nascosto ciò che si può denominare processi di animazione e costruzione. Sono processi di percezione e conoscenza quelli che riempiono la coscienza umana, non processi veri e propri di animazione. La situazione diventa tuttavia diversa nella vita fra la morte e la nuova nascita. L’intera vita fra la morte e la nuova nascita è destinata a incorporare nella natura umana le forze che possono servire alla costruzione della prossima vita, a succhiare queste forze, per così dire, dalla totalità del mondo stellare verso la natura umana. Tuttavia in questo processo non accade come sulla terra, dove in certo senso l’uomo non conosce affatto sé stesso. Sulla terra infatti non si conosce. Che cosa sa l’uomo dei processi che avvengono nel suo organismo? Niente ne sa per immediata percezione; e ciò che si consegue mediante l’anatomia, la biologia e simili non costituisce un vero sapere sulla natura umana, ma qualcosa di completamente diverso. Nella vita fra la morte e la nuova nascita l’uomo contempla come le forze del mondo stellare agiscono su di lui, sulla sua natura, come lo ricostruiscono gradualmente. Da ciò potete dedurre quanto diversa sia la contemplazione fra la morte e la nuova nascita rispetto a quella sulla terra. Qui l’uomo si pone in un punto della terra, protende i sensi verso l’esterno e poi lo sguardo o l’udito si proiettano verso le lontananze. Vede dunque dal centro in cui si trova verso le distanze. Nel dopo-morte accade esattamente il contrario. Allora l’uomo sente come se il suo intero essere fosse disperso, e ciò che egli contempla è in realtà il centro. Guarda verso un punto. Viene un momento per l’uomo fra la morte e la nuova nascita in cui percorre un cerchio che attraversa interamente lo zodiaco. Da ogni punto dello zodiaco, quindi da diversi punti di vista, egli contempla la propria natura e sente allora come se da singole regioni dello zodiaco attingesse le forze che riversa sulla sua natura, affinché possegga ciò che le occorre per la prossima incarnazione. Dunque si guarda dal perimetro verso un centro.
È come se qui sulla terra poteste raddoppiarvi, uscire da voi stessi, lasciarvi stare al centro, girarvi attorno continuamente e succhiare ininterrottamente le forze dell’universo, il soma vivificante, che — poiché da diversi lati assume caratteri diversi — si riversa diversamente nella natura che avete lasciato stare al centro. Così è effettivamente, tradotto nel spirituale, la vita fra la morte e la nuova nascita. Se ora vogliamo rappresentarci la differenza che sussiste fra uno stato — che in realtà è assai simile all’esperienza fra la morte e la nuova nascita — cioè fra lo stato di sonno e questa vita fra la morte e la nuova nascita, possiamo caratterizzare questa differenza in modo assai semplice, benché colui per cui tali rappresentazioni sono inusuali non possa farsene facilmente un’idea. Ma si può caratterizzarla in maniera semplice nel modo che segue. Quando l’uomo nel suo essere terreno dorme, dunque ha abbandonato il corpo fisico e il corpo eterico e vive nel suo Io e corpo astrale — che si trovano nel mondo stellare — egli effettivamente si trova fuori nell’intero dominio stellare. Ed è veramente così che il nostro stato durante il sonno è obiettivamente molto più simile allo stato fra la morte e la nuova nascita di quanto comunemente si creda. Obiettivamente questi due stati sono l’uno all’altro assai simili. Differiscono solo per il fatto che l’uomo durante il sonno, nella vita normale, non ha coscienza del mondo in cui si trova durante il sonno, mentre fra la morte e la nuova nascita ha coscienza, sa ciò che gli accade. Questa è la differenza essenziale. Se l’uomo nel suo Io e corpo astrale, quando questi si trovano fuori dal corpo fisico e dal corpo eterico durante il sonno, si risvegliasse semplicemente, si troverebbe nello stesso stadio in cui si trova fra la morte e la nuova nascita. La differenza è veramente solo uno stato di coscienza. E questa circostanza è assai significativa per la ragione già addotta. È significativa perché l’uomo, finché risiede sulla terra — quindi anche durante lo stato di sonno — rimane legato al corpo fisico; non è libero dal corpo fisico durante il sonno. Può diventare libero dal corpo fisico solo quando questo corpo transita in uno stato inanimato, quando subisce una modificazione come accade quando l’uomo varchi la porta della morte.
Finché il corpo fisico rimane vitale, si mantiene una connessione fra il vero uomo spirituale — Io e corpo astrale — e il corpo fisico e il corpo eterico. Comunemente ci si rappresenta lo stato del sonno in modo troppo semplice. Questo è certamente comprensibile, perché quando si affrontano le cose complicate — come accade quando si penetra nei mondi superiori — si possono in certo senso caratterizzare le cose solo da un aspetto. Una caratterizzazione completa delle vere relazioni si consegue solo quando, con pazienza, si procede gradualmente nella scienza dello spirito e si conoscono le cose da tutti i lati. Si caratterizza — e giustamente — lo stato di sonno umano dicendo che nel letto rimangono distesi il corpo fisico e il corpo eterico, mentre quello che chiamiamo Io e corpo astrale si stacca e si unisce alle forze stellari. Ora tuttavia questa caratterizzazione, per quanto corretta da un aspetto, è data solo da un aspetto. E in certo modo si può farsi un’idea di come questa caratterizzazione sia data solo da un aspetto quando si consideri il sonno di un uomo dal punto di vista della scienza dello spirito, quando questo sonno si compia come dire in un tempo abbastanza normale. Perché in verità, obiettivamente considerato, un pisolino pomeridiano è tutt’altro che un vero sonno notturno. Non tanto per la condizione salutistica dell’uomo o per altre cose che riguardano l’uomo stesso, ma per l’intero rapporto dell’uomo verso il mondo ha importanza ciò che ora ho illustrato. Non considereremo dunque un pisolino pomeridiano, bensì un sonno che colpisca l’uomo più o meno attorno alla mezzanotte. Così il sonno di un uomo sano circa attorno a mezzanotte, e questo stato di sonno considerato dal punto di vista della coscienza chiaroveggente, è ciò che osserveremo. Quando nel quotidiano stato di veglia siamo coscienti, possiamo dire che nell’essere umano sussiste una certa connessione ordinata fra ciò che denominiamo i quattro corpi della natura umana: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io.
Troviamo la corretta connessione fra i quattro corpi della natura umana nel modo migliore se la rappresentiamo press’a poco come la coscienza chiaroveggente vede quella che è detta l’aura dell’uomo. Naturalmente quello che posso disegnarvene è solo una traccia molto schematica. Se ora consideriamo il comune stato di veglia dell’uomo, allora potremmo disegnare la connessione aurica dell’uomo più o meno nel modo seguente: il corpo fisico presenta una linea più marcata; dentro la linea punteggiata il corpo eterico; ciò che è ombreggiato più densamente è il corpo astrale; e l’aura dell’Io si dovrebbe disegnare in modo che penetri l’uomo intero, ma io la disegno come raggi che lo circondano, senza confini netti, verso l’alto e verso il basso.
Ora accanto a questa disegnerò la differenza nella composizione aurica durante lo stato di sonno di un uomo che dormisse circa attorno a mezzanotte, rispettivamente l’immagine aurica dello stesso: corpo fisico e corpo eterico come nel primo disegno; ombreggiato più scuro rappresenterebbe il corpo astrale; la sua prosecuzione indeterminata verso il basso si staccherebbe, ma rimane tuttavia in una posizione verticale. L’aura dell’Io la disegnerei allora in forma raggiante nel modo come qui si vede. Nella regione del collo l’aura dell’Io è interrotta e ricomincia nella regione della testa, ma in modo che sia diretta raggiante verso l’esterno e proceda indeterminata verso l’alto quando l’uomo è in posizione orizzontale, ma è diretta verso l’alto, dalla testa verso il basso.
Così sostanzialmente l’aspetto dell’aura dell’uomo addormentato sarebbe tale che il corpo astrale sia essenzialmente condensato e scuro — nella regione ombreggiata scura nel disegno — nelle parti superiori è più sottile che durante il giorno. Nella regione del collo l’aura dell’Io è interrotta, in basso è di nuovo raggiante e procede quindi indeterminata. L’essenziale è che durante uno stato di sonno così fatto, ciò che si può denominare l’immagine aurica dell’Io si divide effettivamente in due parti. Durante lo stato di veglia l’aura dell’Io rimane unita come un ovale, si divide durante uno stato di sonno così fatto nel mezzo per separarsi e consiste durante il sonno di due porzioni, di cui una è verso il basso ripiegata da una specie di gravità e si allarga verso il basso, sicché non si ha a che fare con un’aura dell’Io che si chiude, bensì con una che verso il basso si allarga. Questa parte dell’aura dell’Io risulta alla percezione chiaroveggente come una parte aurica essenzialmente assai scura, che presenta fili scuri, ma è tinta in sfumature assai forti, ad esempio rosso-scuro. Ciò che da essa si stacca verso l’alto è di nuovo tale che dalla regione della testa inizia stretto, poi però si allarga indeterminatamente, espandendosi così nel mondo stellare. Nello stesso modo diviso nel mezzo non è l’aura astrale, sicché non si può parlare di una vera divisione di essa, mentre l’aura dell’Io almeno all’apparenza viene divisa. Così abbiamo anche in questa percezione occulta una sorta di espressione figurativa del fatto che l’uomo con ciò che lo penetra come forze dell’Io durante lo stato di veglia diurna esce verso lo spazio cosmico, per stabilire il contatto col mondo stellare, per succhiare per così dire le forze dal mondo stellare. Quella parte dell’aura dell’Io che si stringe verso il basso e diventa scura presenta un aspetto più o meno come opaco, mentre quella che si spinge verso l’alto splende luminosa e riluce in luce radiante, ed è insieme quella che rimane più esposta all’influenza delle potenze ahrimaniche. La parte contigua dell’aura astrale rimane più esposta alle forze luciferiche.
Possiamo perciò dire: la caratterizzazione che con ragione si dà da un certo punto di vista — che l’Io e il corpo astrale lasciano l’uomo — è per le parti superiori dell’aura dell’Io e astrale assolutamente esatta. Per quelle parti dell’aura dell’Io e astrale che più corrispondere alle parti inferiori, specialmente alle parti inferiori del tronco della figura umana, non è propriamente corretta; invece per queste parti è addirittura così che durante il sonno l’aura dell’Io e del corpo astrale rimane più all’interno, rimane più connessa al corpo fisico e al corpo eterico di quanto non avvenga durante lo stato di veglia, che sono verso il basso più dense, più compatte. Infatti si vede anche come durante il risveglio ciò che io ho disegnato così fortemente in basso esca di nuovo dalle parti inferiori della natura umana. Proprio come la parte superiore durante l’addormentarsi esce, così la parte inferiore dell’aura dell’Io e del corpo astrale durante il risveglio in certo modo esce, e rimane solo una specie di frammento di queste due aure al di dentro, come ho disegnato nella prima figura. Ora è straordinariamente importante sapere che mediante l’evoluzione della nostra terra, mediante tutte quelle forze che vi hanno partecipato e che voi potete riconoscere da “La scienza occulta nelle sue linee generali”, è stato disposto che l’uomo non partecipi come testimone a questo lavoro più attivo dell’aura inferiore durante il sonno. Cioè non partecipi consapevolmente a questo lavoro. Infatti da queste parti dell’aura dell’Io inferiore e dell’aura astrale inferiore vengono stimolate le forze vivificanti che l’uomo necessita, affinché possa essere riparato ciò che durante lo stato di veglia è stato consumato. Le forze rigeneratrici devono provenire da queste parti dell’aura. Che esse agiscano verso l’alto e ricostituiscano l’uomo intero, dipende dal fatto che la parte dell’aura che si spinge verso l’alto sviluppa forze di attrazione, che essa succhia dal mondo stellare, e mediante esse può attirare le forze che vengono dal basso, sicché agiscono rigeneranti sull’uomo. Questo è il processo obiettivo.
Ora la comprensione di questo fatto ci fornisce anche in certo senso la migliore comprensione di certi insegnamenti che l’uomo riceve quando segue i vari testi occulti o fondati sull’occultismo. Avete già sentito, come ho or ora detto, da un certo punto di vista assolutamente giustificata la caratterizzazione che il sonno consista nel fatto che l’uomo lascia il suo corpo fisico e corpo eterico nel letto e con il suo corpo astrale e Io esce fuori; il che per le parti superiori dell’aura dell’Io e astrale è in certo senso assolutamente esatto, specialmente per l’aura dell’Io. Se però seguite scritti orientali, allora non trovate questa caratterizzazione, bensì proprio il contrario. Trovate caratterizzato che durante lo stato di sonno ciò che altrimenti vive nella coscienza umana si ritrae più profondamente nel corpo. Dunque trovate la caratterizzazione inversa del sonno. E specialmente in certi scritti Vedanta potete trovare la cosa caratterizzata in modo che questo, di cui diciamo che si ritrae dal corpo fisico e corpo eterico, durante il sonno si sprofonda più profondamente nella natura fisica ed eterea, che ciò che usualmente provoca il vedere si ritrae in parti più profonde dell’occhio, sicché il vedere non può più aver luogo. Perché viene caratterizzato così negli scritti orientali? È perché l’uomo d’oriente si trova su un altro punto di vista. Mediante la sua sorta di chiaroveggenza vede più quello che accade all’interno dell’uomo, ciò che si svolge nel suo interno. Presta meno attenzione al processo del uscire dell’aura superiore e più al fatto della permeazione durante il sonno con l’aura inferiore. Quindi ha dal suo punto di vista naturalmente ragione. Si può dire: i processi che accadono nell’uomo nel corso del suo sviluppo sono molto complessi, e sempre più gli diventerà possibile nel corso dell’evoluzione di rappresentarsi tutto l’ambito di quei processi. Ma lo sviluppo consistette nel fatto che gli uomini nel loro contemplare conobbero gradualmente singole porzioni. Da qui i singoli insegnamenti dati nelle diverse epoche. Sebbene sembrino non corrispondere, non sono perciò falsi, bensì si riferiscono sempre all’unilateralità che pure sempre si compie. Ma il processo intero dello sviluppo diviene chiaro soltanto quando si raccolgono tutti i processi insieme. Su questo occorre concentrarsi. Noi stiamo ora nel punto in cui potremo davvero comprendere assai bene un certo pezzo dell’evoluzione. È veramente una differenza assai significativa nell’intera disposizione dell’anima, nell’intera atmosfera animica dell’uomo, se noi rivediamo lo sviluppo animico umano ad esempio nelle incarnazioni che si sono svolte nel periodo egizio-caldaico, poi di nuovo nel periodo greco-latino e poi nei nostri tempi. Già esteriormente possiamo benissimo seguire ciò che l’anima esperisce. Io credo che anche in questo circolo illuminato un gran numero di persone troverebbe che, quando si trovano di fronte a un cielo stellato, oggi non sanno esattamente dove sono le singole costellazioni e come le singole costellazioni cambiano le loro posizioni nello spazio celeste durante la notte. Nel complesso possiamo dire: i popoli diventano sempre più rari, coloro che ancora sanno bene come stare di fronte al cielo stellato. Anzi, ci saranno anche persone, ad esempio fra la popolazione urbana, a cui invano potreste chiedere: è ora tempo di luna piena o di luna nuova? Non intendo questo come rimprovero affatto; risiede nello sviluppo naturale. Ma ciò che ora vale per l’anima, in tempo egizio-caldaico, specialmente nel più antico tempo egizio-caldaico, sarebbe stata un’impossibilità completa. Allora gli uomini veramente sapevano come stare di fronte al cielo. Il presente ha di nuovo un altro vantaggio rispetto a quelle persone del tempo egizio-caldaico: il pensiero logico — come potrebbero pensare gli uomini oggi se si dessero pena — di questo gli uomini del tempo egizio-caldaico non avevano nemmeno l’idea. Vivevano al giorno, e ciò che facevano alle loro occupazioni quotidiane, lo facevano più istintivamente. Si sbaglierebbe completamente se si credesse che allora una costruzione o un acquedotto venisse realizzato facendosi sedere in ufficio i periti e realizzando la cosa con i mezzi come oggi si producono piani e così via.
Nemmeno i periti di allora lo facevano, così come oggi il castoro non disegna un piano della sua costruzione, che poi fa assai abile e ordinata. Dunque non esisteva un pensiero così logico e scientifico come quello che abbiamo oggi, bensì ciò che gli uomini nella veglia facevano, lo svolgevano istintivamente. Possedevano il sapere che essi avevano, e noi sappiamo che enorme, grande sapere dell’epoca egizio-caldaica è stato conservato; l'avevano conseguito in un modo completamente diverso. Conoscevano il cielo stellato, il cielo notturno; sapevano come stare di fronte al cielo, ma non possedevano un’astronomia come la posseggono gli uomini attuali. Si esponevano allo spettacolo del cielo stellato, essi avevano le successive immagini nei successivi tempi notturni, e su di loro non agiva soltanto ciò che imprimeva sui sensi, non soltanto queste immagini sensibili, bensì su di loro agiva la totalità delle forze astrali che sono diffuse nello spazio. Con queste vivevano. Così ad esempio per loro il corso del Grande Carro, delle Sette Stelle era un’esperienza; un’esperienza che continuava anche quando dormivano, perché erano sensibili, sensitivamente ricettivi per ciò che spiritualmente con il Grande Carro si muoveva sul cielo. Tutto questo lo percepivano. Percepivano con lo spettacolo sensibile ciò che come Spirituale vive nello spazio cosmico. Ancora qualcosa penetrava nella loro coscienza di ciò per cui la coscienza presente è completamente inetta a percepirlo, poiché oggi l’uomo percepisce solo l’immagine sensibile del cielo stellato. E poiché è molto intelligente, prende una carta stellare dove gli uomini hanno disegnato tutte le forme di animali, e dice: gli uomini antichi hanno disegnato qui simboli, così hanno raccolto le stelle; ma ora l’uomo è progredito così da vedere la realtà come è veramente. Ma l’uomo moderno non sa che gli Antichi hanno visto anche ciò che hanno disegnato; che erano formazioni reali quelle che hanno disegnato secondo l’immediato spettacolo che si presentava loro. Uno poteva disegnare meglio, l’altro peggio, ma hanno disegnato la realtà. Questo hanno visto. Ma non hanno visto così come si vede nella vita sensibile.
Bensì quando ad esempio hanno esperito il Grande Carro mentre si muoveva sul cielo notturno, hanno visto le stelle fisiche solo così come inserite in un possente essere spirituale, che essi veramente percepivano. Ma non era così da vedere in quel luogo un animale che si muove sul cielo come si vede un animale fisico sulla terra — quella sarebbe un’idea infantile — bensì questa esperienza del movimento delle Sette Stelle era intimamente unita alla loro propria natura. Gli uomini sentivano come agiva sui loro corpi astrali e ivi provocava cambiamenti. Un’immagine di come ciò potesse essere potete formarvela se vi rappresentate: qui c’è una rosa. Non l'osservereste, ma soltanto l’afferrereste, e afferrandola, in realtà esperite sempre il vostro proprio contatto con la rosa. Dunque non osservereste la rosa, ma solo l’afferrereste ed esperireste il vostro proprio contatto e in questo modo formereste una rappresentazione della rosa. Così “toccavano” per così dire col loro corpo astrale questi uomini ciò che potevano experire nel Grande Carro, “avvertivano” l’astratico, e il loro proprio contatto con esso l'experivano. Questo però suscitava in loro stessi cambiamenti, cambiamenti che ancora oggi sempre vengono provocati, ma non vengono più percepiti. In ciò consiste in certo modo l’evoluzione verso i nostri tempi moderni, scientifici, nel nostro tempo del giudizio: l’esperienza immediata dei processi spirituali ha cessato, e restato indietro è il mondo sensibile e l’intelletto legato al cervello. Se dunque nel tempo egizio-caldaico si parla di esseri spirituali nello spazio e tali esseri vengono anche disegnati, e in ciò, come punti di riferimento, vengono disegnate le stelle fisiche, allora corrisponde alla realtà immediatamente esperita. Così nel tempo egizio-caldaico esisteva una percezione degli uomini che era ancora molto più simile alla vita fra la morte e la nuova nascita di quanto la nostra attuale vita fisica conscia sia simile alla vita fra la morte e la nuova nascita.
Se infatti si percepisce veramente come il corpo astrale e l’Io esperiscono i processi al cielo, allora si sa anche il seguente: come tu vivi lì con il cielo stellato, così vivi al di fuori del tuo corpo fisico e corpo eterico, e non vi è il minimo motivo per credere che, se il corpo fisico e corpo eterico una volta non ti fossero presenti, non vivresti egualmente con il cielo stellato. Così esisteva una conoscenza immediata del co-vivere dei processi stellari nella vita fra morte e nuova nascita. Chi avesse vissuto nel tempo egizio-caldaico, avrebbe trovato ridicolo se gli si fosse voluto provare l’immortalità dell’anima: perché avrebbe detto: non c’è bisogno di provarlo! Non avrebbe nemmeno inteso nel nostro senso che cosa sia una prova, poiché il pensiero logico non esisteva. Ma se avesse imparato in una scuola occulta che cosa sia in futuro una prova, allora avrebbe detto: l’immortalità dell’anima non c’è bisogno di provarlo, poiché quando si esperisce il cielo stellato notturno, si esperisce ciò che è indipendente dalla corporeità. Così per lui l’immortalità era un’esperienza immediata, e molto di ciò che noi oggi descriviamo circa la percezione nello stato disincarnato, questi uomini lo sapevano. Lo sapevano immediatamente. Poiché se da questi mondi stellari più lontani rivolgiamo lo sguardo alle nostre stelle planetarie, il Saturno ad esempio per questi uomini era qualcosa che essi percepivano spiritualmente. Cioè percepivano ciò che come mondo spirituale è connesso con il Saturno. Percepivano cioè realmente — specialmente per i tempi più antichi dell’epoca egizio-caldaica questo vale — ciò che dell’uomo fra la morte e la nuova nascita vive su questo Saturno. Assai curioso sembrerebbe a un uomo di quel tempo se gli si fosse voluto dire che si aspirerebbe a una tale “corrispondenza di Marte”, come molti oggi se la figurano, poiché per lui era completamente presente una connessione con questi mondi nella sua coscienza. Se però si conosce il Saturno o il Marte o un altro stato planetario e si può seguire come oggi esso si svolge nel nostro sistema planetario, allora questo vi conduce anche alla conoscenza di quegli stati, come ad esempio in “La scienza occulta nelle sue linee generali” sono descritti come lo stato di Saturno, Sole e Luna, che sono pre-terrestri.
Tutto ciò è stato allora esperito. Non si sarebbe avuto bisogno di esprimerlo a parole, bensì allora semplicemente si sarebbe dovuto portare di fronte alla coscienza umana mettendo la gente, coloro che non potevano percepire direttamente, in stati in cui lo potessero percepire. Altrimenti non sarebbe stato possibile. Nel tempo greco-latino le cose erano già diverse. Allora la sensibilità degli uomini per tutto ciò che ora ho raccontato era già andata perduta, e ciò che ancora era presente era il ricordo di essa. Così nel tempo greco-latino presso i popoli che fecero autorità, ad esempio dell’Europa meridionale, non esisteva più nello stesso grado la possibilità di contemplare gli esseri spirituali del cielo stellato, ma il ricordo di esso era presente. Un’anima che nasceva dentro la cultura greco-latina non aveva più la possibilità di guardare verso i mondi stellari per contemplare lo Spirituale; non si vedevano più nello stesso modo come nel tempo egizio-caldaico gli esseri spirituali appartenenti ai mondi stellari. Ma come l’uomo oggi si ricorda di ciò che ha esperito ieri, così le anime ancora si ricordavano di ciò che in incarnazioni precedenti avevano esperito sul mondo. Questo irradiava negli uomini: da loro sapevano che vive nelle loro anime. Platone l'indica come ricordo. Ma gli uomini non sempre l'interpretano come ricordo. E in ciò consiste il progresso nello sviluppo, che la percezione immediata fu attenuata e invece durante il tempo greco-latino si sviluppa il giudizio, il mondo dei concetti, che solo allora venne. Per questo doveva indietreggiare l’altro, poteva vivere solo nel ricordo. Molto chiaramente si vede questo in Aristotele, che visse nel quarto secolo prima di Cristo, il fondatore della logica, l’arte del giudicare; egli stesso non poteva più percepire niente di ciò che come Spirituale sta là nei mondi stellari, ma nei suoi scritti porta di nuovo tutte le vecchie teorie, sicché non parla di ciò che noi oggi conosciamo come corpi mondiali fisici, bensì parla degli “spiriti delle sfere”, di esseri spirituali.
Gran parte delle esposizioni di Aristotele è dedicata all’enumerazione dei singoli spiriti planetari, degli spiriti delle stelle fisse e così via fino al Dio dell’universo unitario. Gli spiriti delle sfere giocano ancora un grande ruolo in Aristotele. Ma anche il ricordo del tempo greco-latino degli esseri spirituali del mondo andò gradualmente perduto per l’umanità. Ed è interessante vedere come pezzetto dopo pezzetto del sapere antico verso i tempi moderni si perde. Le nature più orientate spiritualmente continuavano ancora a trarre dalla loro memoria la coscienza che a tutto ciò che fisicamente come corpo mondiale è sparso nello spazio sono connessi esseri spirituali, così come noi lo rappresentiamo oggi nella scienza antroposofica. Così si trova ancora molto in questa relazione, si potrebbe dire persino grandiosamente rappresentato per il suo tempo, in Keplero. E quanto più ci avviciniamo ai tempi moderni, tanto più svanisce anche questa possibilità di avere ancora ricordo di ciò che l’anima ha esperito al contemplare del cielo stellato nel tempo egizio-caldaico. Il ricordo che ancora era presente nel tempo greco-latino svanisce anche lui, e sempre più si avvicina il tempo del copernicanesimo, in cui si vedono solo le sfere mondiali fisiche che precipitano per lo spazio. Solo occasionalmente risplende, come detto, presso spiriti più recenti, affinché qualcosa si irradi ancora nella coscienza, la possibilità dai collegamenti stellari di perseguire qualcosa circa i nessi spirituali, circa i processi spirituali, come Keplero se l’è presa a cuore, di calcolare indipendentemente dal cielo stellato il tempo di nascita di Gesù di Nazaret. Questo era un calcolo che proveniva ancora dal saturo spirituale di Keplero: proprio come Keplero era anche consapevole che da una certa costellazione stellare nell’anno 1604 seguiva di nuovo l’essere soffocato del vecchio ricordo. E quanto più avanziamo verso i tempi moderni, tanto più l’umanità è affidata al senso esteriore e all’intelletto legato al cervello, poiché nelle profonde strati della coscienza era sprofondato ciò che le anime avevano esperito nei tempi antichi.
In tutte le vostre anime era una volta presente ciò che le anime hanno esperito quando erano nella situazione di percepire questa viva vita spirituale nello spazio cosmico. Nelle profondità delle vostre anime c’è dappertutto dentro. Ma oggi non esiste la possibilità di condurre le anime nottetempo di fronte al cielo stellato e dirigere il loro sguardo ad esempio al Grande Carro e rendere evidenti anche le forze che emanano dal Grande Carro, le forze spirituali. Non è così immediatamente possibile perché le forze di contemplazione, le forze di percezione sedono profonde dentro l’anima. Durante il sonno l’uomo lo vive con la parte dell’aura che si spinge verso l’alto, ma non è con la coscienza fuori. Perciò il scientifico sollevamento dei ricordi dimenticati dei tempi antichi per le anime del presente è il giusto. E come accade questo sollevamento? Così come lo facciamo in Antroposofia! Niente di nuovo viene portato alle anime, bensì viene sollevato ciò che le anime hanno esperito nei tempi antichi, ciò che nel tempo greco-latino non potevano più percepire direttamente, ma non avevano completamente dimenticato; ciò che ora completamente è dimenticato, ma può di nuovo essere sollevato. Così che Antroposofia non è altro che lo stimolo al sollevamento di forze sapenziali che sedono profonde dentro le anime. Tutti gli uomini che hanno compiuto l’evoluzione fino ai tempi occidentali, hanno nelle profondità delle loro anime le rappresentazioni che sono da stimolare mediante Antroposofia, e i metodi antroposofici sono i mezzi stimolanti per sollevare queste rappresentazioni che riposano nelle profondità dell’anima. Ora vogliamo attirare l’attenzione alla differenza che sussiste per il fatto di questi due modi di stare verso il mondo, fra un’anima umana che fosse incarnata nel tempo greco-latino, e un’anima che oggi è incarnata. Abbiamo visto che durante il tempo greco-latino anche nel corso della vita terrena l’anima aveva un certo nesso, una certa capacità di percezione per ciò che allora visse fra la morte e la nuova nascita. Questo allora non era stato ancora trascinato in strati così profondi dell’anima.
Perciò la differenza nella coscienza sulla terra e fra la morte e la nuova nascita in questi tempi antichi non era così grande come oggi. Ma perché i Greci non potevano più ricordarsi se non di ciò che avevano esperito, per questo la differenza era già enormemente grande. Oggi la cosa è già tanto progredita che l’uomo fra la morte e la nuova nascita ancora può sviluppare una coscienza mediante una disposizione morale dell’anima, mediante una disposizione religiosa dell’anima, fino a salire verso la sfera di Venere. Se però giunge nella sfera del Sole, e specialmente al di là della sfera del Sole, allora gli manca la possibilità di accendere la sua coscienza, se non qui sulla terra non mira a sollevare le rappresentazioni che sedono nelle profondità dell’anima nella coscienza diurna. Qui nel corso della vita terrena Antroposofia così si presenta come una teoria, come una visione del mondo che uno si impadronisce perché l'interessa. Dopo la morte è una torcia che gli illumina il mondo spirituale da un certo punto in poi fra la morte e la nuova nascita. E se la si disprezza qui nel mondo, allora manca questa torcia: allora subentra un abbattimento della coscienza fra la morte e la nuova nascita. Fare scienza spirituale non è una questione puramente teorica, bensì una questione viva. Scienza spirituale è per così dire una torcia viva. Il contenuto dell’insegnamento spirituale qui sono concetti e idee; dopo la morte sono forze vive! Ma ciò vale propriamente anche solo per la nostra coscienza. Poiché da ciò che ho detto all’inizio della considerazione odierna vi diventerà chiaro che anche già nel corso della vita terrena le idee spirituali che adoperiamo sono forze vivificanti. Solo che l’uomo non è testimone delle forze vivificanti, poiché gli è chiusa la conoscenza dei poteri vivificanti. Dopo la morte le contempla, ne è testimone. Qui Antroposofia è per così dire una sorta di teoria, e all’uomo sottrae per la coscienza nello stato di veglia ciò che è spiritualmente vivificante, ma che è obiettivamente presente.
Dopo la morte l’uomo è immediatamente testimone come le forze, che egli assimila durante la vita sulla terra con gli insegnamenti spirituali, veramente agiscano ordinatoriamente, agiscano vivificando, agiscano rinforzando quello che allora in sua natura può esserci, quando si appresta a una nuova incarnazione sulla terra. Così dall’evoluzione dell’umanità viene assorbito ciò che è insegnamento spirituale. Se però questo insegnamento spirituale non venisse assorbito — al presente è sufficiente se pochi l'assorbono, ma sempre più uomini nel futuro lo dovranno assorbire — allora gradualmente gli uomini, quando tornerebbero agli incarnamenti terrestri, non avrebbero le forze vivificanti sufficientemente abbondanti che allora occorrono. Subentrerebbe una decadenza, una degenerazione nella incarnazione successiva. Gli uomini ben presto appassirebbero, avrebbero prematuramente rughe e così via. Una decadenza, un appassimento dell’umanità fisica subentrerebbe se non venissero assorbite le forze spirituali. Poiché le forze che gli uomini prima avevano assorbito dai mondi stellari devono dalle profondità delle anime di nuovo essere sollevate e essere usate per l’evoluzione dell’intera umanità. Se voi contemplate questo, potrete essere così veramente impregnati dal pensiero come l’Essere-sulla-terra abbia la sua grande, la sua enorme importanza. Perché questo doveva accadere una volta, che per così dire l’uomo dalla sua connessione coi mondi stellari venisse così interiorizzato, che la stessa forza che altrimenti ha sempre succhiato dai mondi stellari, diventasse la forza più intima della sua anima e dalla sua anima di nuovo venisse sollevata. Ma ciò può accadere solo sulla terra. Si potrebbe dire: il Soma zampillava in tempi primordiali dalle regioni celesti dentro le singole anime, vi si conservava e ora deve dalla singole anime di nuovo effluire. In questo modo riceviamo ancora in un modo completamente particolare una rappresentazione della missione terrena. E dopo che abbiamo oggi inserito questa rappresentazione, considereremo ancora più attentamente la vita fra la morte e la nascita successiva.
Non come negli anni trascorsi intendo parlare oggi in generale della festa di Natale; questo lo conserverò per martedì. Per contro desidero chiedervi di considerare quanto avrò da esprimere oggi come una sorta di dono natalizio: come qualcosa che vorrei volentieri porre sotto l’albero di Natale per le vostre anime, come una contemplazione natalizia certo antroposofica, che però forse grazie al significativo che vi possiamo accogliere, se l'uniamo alla nostra anima nel modo giusto, potrà occuparci ancora a lungo nella meditazione e nella riflessione. Possiamo ben certamente commemorare nel tempo natalizio quella Entità che forse per molti si rivela come mitologica o mistica, ai cui nomi tuttavia siamo abituati, o piuttosto ci siamo abituati nel corso del tempo, a collegare in una certa maniera gli impulsi spirituali della vita culturale occidentale. Si tratta dell’Entità di Christian Rosenkreutz. Con questa individualità di Christian Rosenkreutz e con la sua azione fin dal tredicesimo secolo — abbiamo caratterizzato questo spesso — colleghiamo tutto ciò che comporta il proseguimento dell’impulso dato dalla manifestazione di Cristo Gesù sulla terra e dall’attuazione del Mistero del Golgota. Una volta fu esposto ciò che possiamo definire l’ultima iniziazione di Christian Rosenkreutz nel tredicesimo secolo. Oggi si parlerà di un’azione di Christian Rosenkreutz che cade verso la fine del sedicesimo secolo; di un’azione di Christian Rosenkreutz che è così significativa per l’impulso del Cristo perché la collegava con lo stesso ciò che era stata un’azione importantissima nella storia evolutiva dell’umanità nei tempi antecedenti l’avvenimento del Mistero del Golgota. Fra tutte le cose che ci possono rendere così veramente comprensibile quanto incisivo sia stato per la storia umana terrestre il Mistero del Golgota, fra tutto questo vi appartiene l’azione di un altro fondatore di religione, l’azione di Gautama Buddha.
La visione mondiale orientale ci tramanda come Gautama Buddha in quella vita, di cui solitamente si racconta come la vita del Buddha, ascese nel ventisettesimo anno della sua vita da un Bodhisattva a un Buddha. E noi sappiamo cosa significhi che un Bodhisattva ascenda a Buddha. Abbiamo più volte sottolineato tutta l’importanza, il significato mondiale di quanto giunge fino a noi come il primo atto del Buddha, che da un Bodhisattva era divenuto Buddha; abbiamo sottolineato tutta l’importanza del “Sermone di Benares”. Tutto ciò è certamente profondamente iscritto nelle nostre anime. Solo di una cosa vogliamo commemorare oggi particolarmente: cosa significhi nel grande contesto del mondo che un Bodhisattva sia asceso a Buddha. Così insegna la dottrina orientale, e così ci insegna anche tutto quello che l’occultismo occidentale su questo fenomeno: che un’Entità umana, quando da un Bodhisattva ascende a un Buddha, non ha più bisogno di tornare in un corpo fisico umano sulla nostra terra, bensì una tale Entità ascesa alla dignità di Buddha può da allora operare in mondi puramente spirituali. E così riconosciamo pienamente come verità valida per noi che quella individualità umana che fu l’ultima volta sulla terra il Gautama Buddha, da allora vive nelle altezze spirituali, operando dapprima da queste altezze spirituali nello sviluppo dell’umanità, inviando da quelle altezze spirituali nello sviluppo dell’umanità i suoi impulsi, le sue forze per l’ulteriore evoluzione e trasformazione dell’umanità. E abbiamo sottolineato un’azione importante che il Buddha ha compiuto come il contributo che doveva portare al Mistero del Golgota. Abbiamo ricordato la bella leggenda, il bel racconto che troviamo nel Vangelo di Luca: che i pastori si riunirono quando il Gesù descritto in questo Vangelo nacque. Sappiamo che la leggenda racconta di un canto angelico che si levò a quella nascita e che i pastori accolsero nei loro animi credenti, nei loro animi che presentivano. Abbiamo poi indicato da dove provenisse quel canto: le Rivelazioni devono raccontare del Divino nelle altezze, e Pace avvenga agli uomini sulla terra, coloro che sono di buona volontà.
— Il canto è quello della Rivelazione delle forze divine-spirituali nei mondi spirituali e del loro riflesso nei cuori degli uomini di buona volontà. Abbiamo sottolineato che questo che allora come canto di pace suonò, era appunto il contributo del Buddha dalle altezze spirituali al Mistero del Golgota. Poiché il Buddha si unì al corpo astrale di quel Gesù che ci viene incontro nel Vangelo di Luca. E quello che il Vangelo trasmette come canto angelico è l’influsso del Vangelo della Pace del Buddha nell’azione che doveva essere compiuta dal Cristo Gesù. Il Buddha parlò allora al momento della nascita del Gesù, e ciò che ai pastori sembrò come canto angelico, era quello che dai tempi precristiani antichi come il messaggio della Pace e dell’amore universale doveva essere accolto anche nella missione del Cristo Gesù. Tuttavia rimase sempre anche ciò che può essere chiamato l’Entità del Buddha, operante nel corrente flusso dello sviluppo cristiano dell’Occidente. Specialmente deve essere sottolineata un’azione di quel Buddha che non operava più in un corpo umano da allora, che tuttavia operava in un corpo spirituale, come aveva operato al momento della nascita di Gesù; che continuava a operare, percettibile per coloro che attraverso una qualsiasi forma di iniziazione sono in grado non soltanto di entrare in una relazione con gli uomini fisici, ma anche con i grandi, puramente negli animi spirituali, alti Guida e Maestri che si avvicinano agli uomini. Alcuni secoli, una serie di secoli dopo che il Mistero del Golgota era stato compiuto, fioriva una Scuola dei Misteri nel Sud della Russia, così nella regione del Mar Nero. Insegnanti significativi erano in quella Scuola dei Misteri. Solo brevemente può essere accennato qui — e mezzo in forma simbolica — quello che veramente accadde là. Fra gli insegnanti che operavano nel corpo fisico, ce n’era uno che non operava nel corpo fisico, bensì poteva solamente avvicinarsi a quegli studenti e discepoli che potevano entrare in una relazione con anche quei Guida e Maestri che non erano incarnati in un corpo fisico, bensì che solo in un corpo spirituale si manifestavano nei Misteri.
Fra questi insegnanti che allora nel corpo spirituale nella detta Scuola dei Misteri si manifestavano, era la medesima Entità di cui ci viene raccontato come il Gautama Buddha. E un discepolo significativo aveva allora questa Entità nel settimo, ottavo secolo dopo il Mistero del Golgota. Il Buddha allora nella sua vera Entità non era affatto intento a quello che si chiama il Buddhismo, a perpetuarlo forse in forma antica, bensì procedeva insieme con tutta l’evoluzione dell’epoca, con tutto lo sviluppo. Aveva accolto l’impulso del Cristo, aveva egli stesso, come abbiamo visto, collaborato all’impulso del Cristo. E solo nel tono, nel carattere fondamentale di quello che doveva dare nella accennata Scuola dei Misteri, si esprimeva quello che ancora doveva venire dalla antica corrente buddhista. Ma si esprimeva in tale modo che tutto era completamente rivestito di sentimento cristiano, di abito cristiano. Si può dire: dopo che il Buddha era divenuto un Essere che non aveva più bisogno di incarnarsi in un corpo umano, era divenuto un collaboratore dell’evoluzione cristiana dal mondo spirituale. E un fedele discepolo allora aveva profondamente accolto quello che il Buddha in quel tempo poteva dare, aveva profondamente accolto qualcosa che certo non poteva divenire bene comune dell’umanità, che però era come un’unificazione della dottrina buddhista con la dottrina del Cristo: l’assoluta dedizione a quello che nell’uomo è sovrasensibile, l’elevazione al di sopra del legame immediato con il sensibilmente-terrestre, il donarsi completamente — certamente non con l’intelletto, con la ragione, bensì con il cuore, con l’anima — dedicarsi al Psichico-Spirituale del mondo, il ritirarsi dalle estrinsecazioni del mondo, il completamente donarsi con tutta l’anima allo Spirituale e ai suoi misteri. E quando quell’anima, che era stata un’anima di discepola buddhista-cristiana, che per mezzo del Buddha aveva sentito parlare del Cristo, apparve di nuovo sulla terra, allora si incarnò in quel genere di uomo che nella storia dello sviluppo dell’umanità conosciamo come Francesco di Assisi.
Chi la figura di Francesco di Assisi intende conoscere spiritualmente nella sua intera particolarità dalle profondità occulte dello sviluppo dell’umanità, colui guardi alla precedente incarnazione di Francesco di Assisi, si renda consapevole — se nella sua singolare maniera di vita si vuol intendere Francesco di Assisi, specialmente di ciò che ci appare grande e potente in lui, poiché insieme è così alieno dal mondo e tanto lontano da tutto ciò che è immediatamente sensibilmente provato — colui si renda consapevole che Francesco di Assisi nella sua precedente incarnazione, come è accennato, era un discepolo cristiano del Buddha nella accennata Scuola dei Misteri. Così l’Entità del Buddha continuò a operare — invisibilmente, sovrasensibilmente — nel corrente sviluppo che dal Mistero del Golgota era entrato nello sviluppo dell’umanità. Ma proprio in Francesco di Assisi può mostrarsi a noi come questa azione del Buddha sarebbe stata per tutti i tempi seguenti se niente di altro fosse accaduto, se il Buddha avesse semplicemente continuato a operare come aveva operato in quella azione che abbiamo appena caratterizzato, e per mezzo del che aveva preparato Francesco di Assisi per la sua missione. Se avesse così continuato — molti, molti uomini sarebbero insorti dalla disposizione d’animo di Francesco di Assisi. Sarebbero divenuti discepoli buddhisti nel Cristianesimo, sarebbero divenuti confessori del Buddhismo. Quello che come sentimento buddhista era rimasto vivo in coloro che erano divenuti confessori di Francesco di Assisi, sarebbe stato tuttavia impossibile conciliare con tutto ciò che l’epoca moderna, il periodo dal sorgere della vita spirituale nuova, pone come esigenze all’umanità. Ricordiamoci come abbiamo rappresentato il passaggio dell’anima umana attraverso le diverse regioni del mondo fra la morte e la nuova nascita. Ricordiamoci che questa anima umana fra morte e nuova nascita deve attraversare ciò che chiamiamo le sfere planetarie, che deve muoversi fino alle vastità dello spazio cosmico.
Ricordiamoci che in realtà fra morte e nuova nascita diveniamo successivamente abitanti della luna, di Venere, di Mercurio, del Sole, di Marte, di Giove e di Saturno, abitanti del cielo stellato, per poi di nuovo raccoglierci da questi mondi, per incarnarci di nuovo attraverso una qualche coppia di genitori e attraversare quello che si può vivere sul palcoscenico della terra, mentre al di fuori dello spazio terrestre assolviamo quello che dobbiamo vivere come abitanti di altri mondi. Di ogni anima che attraversa la nascita nel divenire, possiamo dire che dopo la sua ultima morte ha compiuto i diversi insegnamenti che possono essere compiuti fuori nel cielo stellato. Portiamo attraverso la nascita dentro l’esistenza le forze che viviamo nei diversi campi del cielo stellato. Guardiamo ora a come sulla nostra terra già trascorre la vita, come l’uomo a ogni nuova incarnazione, a ogni nuovo darsi corpo qui sulla terra trovi la terra trasformata, come egli viva il nuovo. Ricordiamoci come l’uomo nei suoi diversi incarnamenti ha vissuto i tempi precristiani, come nuovamente si incarnò dopo che nella evoluzione dell’umanità il Mistero del Golgota aveva avuto luogo e come impulso nella ulteriore evoluzione dell’umanità doveva proseguire. Scriviamoci fortemente davanti all’anima come la terra un’evoluzione attraversa, dai mondi divino-spirituali discendendo fino a un certo punto più profondo; come allora all’evoluzione terrestre si congiunse quello che possiamo denominare l’impulso del Mistero del Golgota, e come da allora in poi un’evoluzione ascendente della terra avviene, che solo ora è all’inizio, che però proseguirà avanti, quando gli uomini accoglieranno gli impulsi da questo Mistero nelle loro anime, sicché più tardi risaliranno di nuovo fino a quel livello dov’erano prima che avvenisse la seduzione di Lucifero. Rendiamoci consapevoli che — proprio dalle loro più profonde condizioni evolutive — l’evoluzione terrestre sempre diversamente la troveremmo quando attraverso la nascita di nuovo ritorniamo qui nell’esistenza terrestre. Così accade anche quando entriamo negli altri corpi celesti fra la morte e la nuova nascita. Certamente anche questi corpi celesti un’evoluzione subiscono. Subiscono parimente un’evoluzione, una discesa e un’ascesa nella loro evoluzione come la nostra stessa terra.
Ogni volta che dopo una morte qualcuno dei corpi celesti fuori — Marte, Venere o Mercurio — entriamo, incontriamo altre condizioni, e quando incontriamo tali altre condizioni, accogliamo anche altri insegnamenti, altri impulsi da questi corpi celesti e portiamo altri impulsi ogni volta indietro, diciamo, da Mercurio, da Venere e così via; poiché accogliamo tutti gli impulsi che allora portiamo di nuovo attraverso la nascita nel divenire. Portiamo, poiché gli altri corpi celesti anche le loro evoluzioni compiono, ogni volta altre forze interiori dell’anima con noi. Oggi, dato che veniamo come indicati dal profondo significato della festa natalizia nell’essenza dello spazio cosmico, l’essenza spirituale dello spazio cosmico stesso, oggi vogliamo commemorare particolarmente un’evoluzione che si offre alla ricerca occulta, quando questa ricerca occulta veramente penetra fino a una certa profondità in ciò in cui penetrare può: nell’essenza di altri mondi che sono così collegati con altri pianeti, altri sistemi planetari, come la vita spirituale della terra è collegata al pianeta terra. Come nella vita spirituale della terra un’evoluzione discendente fino al Mistero del Golgota e da allora un’ascesa avviene che solo ora è mascherata, camuffata, perché l’impulso del Cristo sempre più e più deve essere compreso, e perché gli uomini allora già un’evoluzione ascendente compiranno, così — vogliamo considerare — un’ascendente e una discendente evoluzione avvenne anche su Marte, il cui palcoscenico entriamo anche fra la morte e la nuova nascita. Era fino al quindicesimo, sedicesimo secolo che Marte una tale evoluzione compieva, che quello che gli era stato dato fin dall’inizio dai mondi spirituali era in evoluzione discendente. Come fino al principio della nostra era il calcolo l’evoluzione terrestre una discendente era, così fino al quindicesimo, sedicesimo secolo l’evoluzione di Marte una discendente era. Doveva un’ascendente divenire, doveva un’ascendente divenire, poiché quella evoluzione discendente nella sua conseguenze lassù si era manifestata.
Portiamo noi come uomini gli impulsi, le forze dai mondi stellari quando di nuovo attraverso la nascita nell’esistenza terrestre entriamo, e fra le diverse forze anche le forze marziane. In un’individualità specialmente chiaramente possiamo vedere come trasformato era quello che dal Marte si portava sulla terra dentro. A tutti gli occultisti è noto che la medesima anima che in Niccolò Copernico si manifestava per portare l’alba della epoca nuova, precedentemente incarnata era dal 1401 al 1464 nel Cardinale Niccolò da Cues, Niccolò Cusano. Come tuttavia sono diversi questi due personaggi che in una certa misura l’anima medesima in sé contenevano! Niccolò da Cues nel quindicesimo secolo completamente, completamente dedito ai mondi spirituali, nelle sue considerazioni nei mondi spirituali radicato — e quando di nuovo apparve, quella possente trasformazione provocando, che solo poteva essere provocata dal fatto che dalla visione mondiale dello spazio, del sistema planetario, tutto quello che era spirituale era stato scagliato fuori, e si contemplava solo i movimenti esteriori e le relazioni esteriori dei corpi celesti! Come poteva allora la medesima anima che come Niccolò da Cues sulla terra era e ancora completamente ai mondi spirituali dedita era, quando nella prossima incarnazione di nuovo appariva, ora astratto, matematico, puramente spaziale-geometrico le relazioni celesti pensare? Lo poteva perché, quando si era nel frattempo fra l’esistenza di Niccolò da Cues e quella di Copernico la sfera marziana passato, proprio dentro era entrata nel declino di Marte. Nessuna forza dal Marte si portava con sé che le anime nella vita così ispirasse che uno slancio altissimo nei mondi spirituali si prendesse. Solamente quello che era fisico-sensibile era, quello solo viveva in tali anime che appunto in quel tempo Marte passato avevano. Se tutto su Marte così fosse continuato, se Marte nel suo declino dentro fosse rimasto, allora si sarebbero le anime da questo corpo celeste solamente quello portato che le qui sulla terra per una concezione puramente materiale del mondo capaci avrebbe fatto.
Attraverso quello che però dal declino di Marte proveniva, è nata la scienza naturale moderna. Esso si era versato nelle anime in modo tale da condurle, sul campo della conoscenza materiale del mondo, di trionfo in trionfo, e continuerebbe a operare nell’ulteriore evoluzione dell’umanità solo nel senso di tutto ciò che può diventare scienza naturale materiale, ciò che può fungere da base per l’industria e il commercio, per la configurazione esteriore della cultura terrestre. Sarebbe possibile che a quella classe di uomini che si forma proprio perché stava completamente sotto l’influsso della mancanza di certe antiche forze marziane, che non erano più presenti — a questa classe di uomini dedita unicamente alla cultura esteriore — se ne opponesse un’altra, composta esclusivamente di seguaci di Francesco d’Assisi o del Buddhismo trasferito nel Cristianesimo. Un’Entità come quella del Buddha — che ha continuato a operare nella maniera oggi accennata fino a Francesco d’Assisi — avrebbe potuto formare sulla terra stessa un contrappeso contro la mera concezione materialistica del mondo, versando forti forze nelle anime. Ma queste forze avrebbero condotto a formare una classe di uomini capace di condurre solo una vita monastica come Francesco d’Assisi, e solamente questa classe avrebbe potuto ascendere alle altezze spirituali. Se tutto fosse rimasto così, l’umanità sarebbe stata divisa sempre più e più in due classi: da una parte coloro che si sarebbero dedicati alla vita materiale, poiché questa classe era già divenuta necessaria sulla terra per la propagazione della cultura materiale terrestre esteriore; e dall’altra, sollevati dall’impulso buddhista continuante a operare, gli estimatori, i curatori e i conservatori della cultura spirituale. Ma questi ultimi non avrebbero potuto partecipare — come non vi ha potuto partecipare Francesco d’Assisi — alla cultura materiale esteriore, e queste due categorie di uomini divisi sarebbero divenute sempre più e più nettamente separate.
Quando si poteva prospetticamente prevedere che una tale cosa avrebbe dovuto verificarsi, era allora compito di quella individualità che noi veneriamo sotto il nome di Christian Rosenkreutz non lasciar procedere l’evoluzione terrestre in modo che avvenisse una tale biforcazione. Bensì Christian Rosenkreutz sentiva la missione di offrire, a ogni anima umana che si trovasse là o qui su qualche piano nella vita nuova, la possibilità che ogni anima potesse salire nelle altezze spirituali. Abbiamo sempre sottolineato, ed è sottolineato nella mia scrittura «Come si raggiungono le conoscenze dei mondi superiori?», che il nostro scopo nello sviluppo spirituale occultistico occidentale non è raggiungere l’ascesa nei mondi spirituali attraverso una separazione dalla vita, attraverso un isolamento ascetico dalla vita, bensì dare la possibilità a ogni anima, in qualsiasi posizione si trovi, di trovare da sé l’ascesa nel mondo spirituale. Che l’ascesa nei mondi spirituali sia compatibile con ogni altra posizione della vita, che si potesse evitare la frammentazione dell’umanità in due categorie separate — l’una dedicata solo alla cultura industriale, commerciale e materiale, sempre più e più colta e tuttavia sempre più bestiale e materialistica, l’altra sempre più separata, capace di condurre una vita nel senso di Francesco d’Assisi —, che questo non accadesse: ciò doveva diventare la preoccupazione di Christian Rosenkreutz quando si avvicinava il tempo nuovo, che doveva portare la cultura materialistica, in cui tutte le anime dovevano accogliere le forze marziane in declino. E poiché allora non poteva esserci nelle anime ciò che avrebbe impedito quella biforcazione, doveva venire al genere umano anche dalle forze marziane di entrare completamente con tutta la propria anima nello Spirituale, per lo Spirituale. L’umanità doveva per esempio essere conquistata a pensare bene naturalisticamente, a contemplare il mondo naturalisticamente, a farsi idee e concetti sul mondo completamente secondo il modello dei pensieri naturalistici moderni, ma insieme ad avere nell’anima la possibilità di approfondire spiritualmente quelle idee, di svilupparle spiritualmente, così da poter trovare, partendo da una contemplazione naturalistica, la strada verso un’altezza spirituale.
Questa possibilità doveva essere creata! E fu creata attraverso Christian Rosenkreutz, che dalla terra, da ogni parte, riuniva attorno a sé i suoi fedeli verso la fine del sedicesimo secolo, per farli partecipare a quello che certamente esternamente, spazialmente, si compiva da stella a stella, ma tuttavia veniva preparato nelle sante Scuole dei Misteri, là dove si agisce all’interno dei corpi celesti, al di sopra di questi corpi celesti, per la cultura mondiale, non solo per la cultura planetaria. Attorno a sé Christian Rosenkreutz riunì coloro che erano stati riuniti anche alla sua iniziazione nel tredicesimo secolo. Fra questi vi era anche uno che era divenuto suo scolaro e amico da lungo tempo — colui che una volta si era incarnato sulla terra, ma che ora non doveva più apparirvi: Gautama Buddha come Entità spirituale, come era appunto dopo essere divenuto Buddha. Così egli era lo scolaro di Christian Rosenkreutz! E affinché tutto quello che era accaduto attraverso il Buddha fosse rivolto a sboccare nella missione che è stata appunto ora descritta come quella di Christian Rosenkreutz in quel tempo, accadde allora, come azione comune di Christian Rosenkreutz e dell’Entità del Buddha, l’invio del Buddha da un’efficacia meramente terrestre a un’efficacia cosmica. Il Gautama Buddha, o meglio l’individualità del Gautama Buddha, poté divenire quello che poté accogliere dagli impulsi di Christian Rosenkreutz nel seguito — parleremo più tardi una volta delle relazioni fra il Gautama Buddha e Christian Rosenkreutz più precisamente; ora va solo accennato che attraverso queste relazioni l’individualità del Buddha in realtà non continuava a operare sulla terra come una volta, quando insegnava nella Scuola dei Misteri al Mar Nero, bensì questo Buddha abbandonava la sfera d’azione immediata della terra e trasferiva la sua sfera d’azione su Marte. Cosicché all’inizio del sedicesimo secolo, nell’evoluzione marziana, accadeva qualcosa di simile a quello che era avvenuto all’inizio dell’evoluzione ascendente terrestre nel Mistero del Golgota. Fu effettuato attraverso Christian Rosenkreutz ciò che si può denominare: l’apparizione del Buddha su Marte.
Attraverso questo fu iniziata l’ascendente cultura marziana. Da allora cominciò per Marte l’ascendente evoluzione marziana, come per la terra l’ascendente cultura è cominciata col Mistero del Golgota. Così il Buddha divenne per Marte un Redentore, un Salvatore, in maniera simile a come il Cristo Gesù è divenuto per la terra. La preparazione per questo fu, per il Buddha, quello che egli doveva insegnare come Buddha: l’insegnamento del Nirvana, della non-soddisfazione dalla terra, della liberazione dalle incarnazioni terrestri. Ciò che insegnava era preparato al di fuori della terra, per i fini della terra. Si guardi nell’anima del Buddha, si comprenda il «Sermone di Benares», si comprenda come in questo si manifesti, nella preparazione, un’altra efficacia rispetto a quella che si svolge solamente sulla terra, e si comprenderà quanto saggio fosse il contratto fra Christian Rosenkreutz e il Buddha. In seguito a esso, all’inizio del diciassettesimo secolo, il Buddha abbandonava la sua sede d’azione sulla terra, dove avrebbe potuto operare nella sfera terrestre sulle anime umane fra nascita e morte, ma appunto dai mondi spirituali, per operare da allora sul palcoscenico di Marte per le anime umane fra morte e nuova nascita. Questo è il significativo che fu effettuato, si direbbe attraverso il trasferimento della festa di Natale dalla terra su Marte. Cosicché da allora tutta l’umanità in una certa misura compie una sorta di confessione di Francesco d’Assisi e indirettamente del Buddha; ma gli uomini la compiono non sulla terra, bensì tutti gli uomini compiono — se vogliamo usare la parola paradossale — il loro monachesimo, una confessione a Francesco d’Assisi, su Marte, e si portano da lì le forze dentro sulla terra. Attraverso questo possono avere quello che là conquistarono nelle loro anime come forze dormienti, ovunque siano collocati, e non hanno bisogno di essere collocati in un monastero particolare per vivere qualcosa come i singoli discepoli di Francesco d’Assisi. Quest’ultima eventualità fu impedita dal fatto che il Buddha fu inviato nei mondi cosmici in accordo con Christian Rosenkreutz, il quale operava allora sulla terra senza il Buddha.
Se il Buddha avesse continuato a operare nella sfera terrestre, avrebbe potuto solamente ottenere di generare monaci buddhisti o francescani, e le altre anime sarebbero state dedite alla cultura materiale. Attraverso quello che invece accadde — quello che si può denominare una specie di «Mistero del Golgota» per Marte — le anime umane attraversano, al di fuori della terra, in una sfera dove non sono in un’incarnazione terrestre, ciò di cui necessitano per l’ulteriore vita terrestre: quello che deve essere accolto come autentico elemento buddhista nelle anime, e che nell’epoca postcristiana può essere accolto solo fra morte e nascita. Stiamo qui direttamente davanti alla soglia di un grande segreto, il segreto che ha portato un impulso il quale continua a operare nell’evoluzione dell’umanità. Oh, chi comprende veramente questa evoluzione dell’umanità sa che ciò che si è sempre manifestato veramente sulla nostra terra, nella sua giusta maniera, si inserisce continuamente nel flusso generale della evoluzione dell’umanità. Il Mistero del Golgota di Marte era diverso da quello della terra: non così potente, non così incisivo, non conducente alla morte. Ma potete farvene una rappresentazione se riflettete su cosa significhi che colui che era il più grande Principe di pace e di amore, il Portatore della Pietà sulla terra, sia stato trasferito su Marte per operare alla guida di tutta l’evoluzione marziana. Non è mitologia, bensì Marte ha ricevuto il suo nome proprio da questo, che è il pianeta in cui le forze che vi sono si trovano maggiormente in guerra fra loro. E la missione del Buddha è di doversi «crocifiggere» sul palcoscenico di questo pianeta, dove vi è la maggior parte delle forze belligeranti, sebbene le forze lì siano completamente di natura psichico-spirituale. Così stiamo davanti a un’azione di colui che aveva il compito di accogliere l’impulso del Cristo nella giusta maniera, di proseguirlo e di essere il grande servitore del Cristo Gesù.
Così stiamo davanti al segreto di Christian Rosenkreutz, e lo ritroviamo così saggio che gli altri impulsi, che erano preparatori al Mistero del Golgota e che si dispongono attorno al Mistero del Golgota nell’evoluzione dell’umanità — per quanto sta a lui — si inseriscono nella maniera rigorosa nello sviluppo generale dell’umanità. Una tale cosa come è stata ora esposta non si può accogliere semplicemente con parole e idee, bensì la si deve sentire nella sua profondità e nella sua intera ampiezza con tutta la propria anima e con tutto il proprio cuore. Si deve sentire cosa significhi sapere che con le forze, le quali ora portiamo dentro nel nostro presente ciclo umano quando avanziamo attraverso la nascita verso un’incarnazione terrestre, sono anche le forze del Buddha. Furono trasferite là dove viviamo la vita fra morte e nuova nascita, affinché entriamo nella vita terrestre nella giusta maniera; poiché all’interno della vita terrestre, fra nascita e morte, è nostro compito acquistare il giusto rapporto con l’impulso del Cristo, con il Mistero del Golgota. Lo possiamo solo se tutti gli impulsi cooperano nella giusta maniera. Il Cristo è disceso da altri mondi e si è unito all’evoluzione terrestre. Deve dare all’uomo il Massimo che possa unirsi all’anima umana come impulso. Ma questo può accadere solo se le forze connesse con l’evoluzione dell’umanità intervengono tutte al loro giusto posto in questa evoluzione. Il grande Maestro del Nirvana, che esortava gli uomini a liberare le proprie anime dal desiderio e dall’impulso verso la rincarnazione, non doveva operare là dove l’uomo deve entrare nella rincarnazione, bensì, secondo il grande Piano tessuto dai Dèi — Piano a cui gli uomini devono partecipare perché servono ai Dèi —, secondo questo Piano il grande Maestro continua a operare nella vita che sta sempre al di là di nascita e morte. Tentate ora di sentire il diritto interiore di una tale rappresentazione, tentate di seguire con questa idea il corso dell’evoluzione dell’umanità, per comprendere perché il Buddha doveva precedere il Cristo Gesù, e come ha operato dopo che l’impulso del Cristo è confluito nell’evoluzione dell’umanità.
Tentate di elaborare ciò, e allora vedrete nella giusta luce la nuova evoluzione dell’umanità, la nuova evoluzione spirituale che inizia dal sedicesimo secolo, in cui voi stessi vi trovate. Vedrete come le anime umane accolgono le forze che le devono portare avanti prima di avanzare nel divenire attraverso la nascita. Questo è quello che oggi, in un giorno di festa significativo, non come una diretta conferenza natalizia, ma come una specie di dono-di-Cristo che vi devo fare riguardante Christian Rosenkreutz, voglio porre sotto l’albero di Natale. Forse alcuni o molti di voi l'accoglieranno nel modo come è inteso: come un rafforzamento del cuore, come un rafforzamento delle forze dell’anima, quale rafforzamento ci occorre se vogliamo vivere con la nostra anima sicuramente all’interno di quello che la vita ci offre in armonia e in disarmonia. E se proprio nei giorni natalizi potete accogliere una tale energia e un tale rinvigorimento dell’anima attraverso la consapevolezza di come siamo collegati con le grandi forze cosmiche, allora forse accogliete anche, attraverso un tale dono festivo posto sotto l’albero di Natale, da una tale officina di lavoro antroposofica, quello che rimane vivo durante tutto l’anno e che dobbiamo sviluppare; ciò che però possiamo sviluppare meglio se possiamo proseguire la vita, con tale incoraggiamento, fra una vigilia di Natale e la prossima.
Abbiamo già considerato alcuni aspetti della vita fra la morte e la nuova nascita; poco tempo addietro abbiamo inserito anche una riflessione sul rapporto di Christian Rosenkreutz con il Buddha. Ciò è stato possibile perché, come si è dimostrato, da quel tempo il Buddha mantiene un legame con una sfera planetaria, con la sfera di Marte, e perché l’uomo, dopo aver attraversato l’evento del Cristo nel Sole durante il tempo fra la morte e la nuova nascita, proseguendo nei regni più elevati della sfera di Marte, vive l’esperienza di Buddha nel modo che conviene alla nostra epoca. L’esperienza di Buddha deve essere compresa oggi come è adatto viverla nel nostro tempo, non come era nella fase storica in cui l’individualità che qui consideriamo visse sulla Terra come Gautama Buddha. Solo la consapevolezza di muoverci in sintonia con l’evoluzione mondiale ci dà una vera, autentica comprensione dell’essenza umana e del suo legame con l’evoluzione cosmica intera. Sappiamo che nel periodo postcontinentale si susseguono cinque epoche culturali più significative, durante le quali l’anima umana attraversa gradualmente sviluppi rilevanti: la civiltà urindiana, l’urpersica, l’egizio-caldaica, la greco-romana e la nostra civiltà contemporanea. Sappiamo però anche che in ciascuna di queste epoche, quasi in germe, si prepara già la civiltà successiva. Nel nostro tempo si sta già preparando lentamente nelle anime la sesta civiltà postcontinentale, e questa preparazione deve avvenire nel seguente modo. La sesta civiltà postcontinentale si prepara quando l’anima umana impara a comprendere quello che nel nostro tempo si diffonde come dottrina occulta, come scienza dello spirito. Mediante questa diffusione non si trasmette soltanto una conoscenza dell’essenza umana necessaria per il futuro in generale, bensì si diffonde anche ciò che può essere definito un approfondimento sempre maggiore della comprensione dell’impulso del Cristo.
Tutto quello che deve contribuire a questa diffusione della comprensione dell’impulso cristiano nel nostro tempo si raccoglie, per l’Occidente, in ciò che può essere denominato il Mistero del Santo Graal. Il Mistero del Santo Graal è intimamente legato anche a ciò che è stato esposto: il conferimento della missione per Marte al Buddha attraverso Christian Rosenkreutz. Questo Mistero del Santo Graal può offrire all’uomo contemporaneo ciò che l'introduce nella comprensione della vita fra la morte e la nuova nascita, propria della nostra epoca. Questa comprensione esige innanzi tutto che tentiamo di rispondere a una questione importante. Senza cercare di approfondire ulteriormente questa domanda, non potremo proseguire nelle nostre considerazioni sulla vita fra la morte e la nuova nascita. La questione è: perché, anche nella proclamazione del Cristianesimo laddove esso era già annunziato secondo la sua essenza profonda, certe dottrine sono rimaste sullo sfondo, insegnamenti che ora dobbiamo introdurre in ciò che può essere chiamato la dottrina avanzata, la proclamazione progredita del Cristianesimo? Sapete che non soltanto nella proclamazione esteriore, esoterica del Cristianesimo tutto ciò che concerne la reincarnazione e il karma è stato trascurato, ma lo è stato anche nelle proclamazioni più esoteriche e nelle rivelazioni dei secoli passati. Molti, ascoltando il contenuto della visione antroposofica del mondo, si chiedono: come mai, sebbene attraverso le nostre proclamazioni il Rosacrocianesimo dovrebbe scorrere insieme a tutto ciò che l’occultismo può offrire, il Rosacrocianesimo fino al nostro tempo non ha posseduto le dottrine della reincarnazione e del karma? Come mai al Rosacrocianesimo del nostro tempo si è dovuta aggiungere la dottrina della reincarnazione e del karma? Per intendere questo, occorre considerare nuovamente da un determinato punto di vista il rapporto intero dell’uomo col mondo. Le condizioni preliminari per quella considerazione a cui procederemo in questi discorsi si trovano già nella «Scienza Occulta nei suoi Tratti Essenziali». Ma dobbiamo raffigurarci come sia il rapporto dell’uomo col mondo precisamente nel nostro tempo, nel tempo che è stato preparato dalla Saturn-, dalla Sole- e dalla Luna-epoca. Sappiamo che questo uomo terreno consiste del corpo fisico, del corpo eterico, del corpo astrale e dell’Io, con tutto ciò che vi appartiene. Sappiamo che l’uomo, quando varca la soglia della morte, dapprima abbandona il corpo fisico; dopo qualche tempo però anche la maggior parte del corpo eterico si dissolve nell’etere cosmico, e con l’uomo rimane soltanto qualcosa come un estratto del corpo eterico. Ancora a lungo accompagna l’uomo il corpo astrale, da cui però una sorta di involucro viene rigettato dopo che il periodo kamalokico è concluso. Poi l’estratto del corpo eterico e quello del corpo astrale attraversano un ulteriore sviluppo, che l’uomo deve compiere fra la morte e la nuova nascita. Nell’intimo rimane l’Io umano immutato. Che l’uomo viva il periodo fra la nascita e la morte nel corpo fisico, che viva il periodo durante il quale è ancora completamente avvolto dal corpo astrale, il periodo kamalokico, oppure che viva il tempo devachico, che costituisce la maggior parte del percorso fra la morte e la nuova nascita: è l’Io che fondamentalmente attraversa tutte queste epoche. Ma questo Io, il vero, reale Io, non deve essere confuso con ciò che l’uomo nel corpo fisico terreno percepisce come suo Io. I filosofi parlano molto di questo Io dell’uomo nel corpo fisico terreno, che credono di afferrare. Si dice per esempio che questo Io sia ciò che rimane quando tutto il resto nell’uomo cambia. Il vero Io rimane bensì; ma che rimanga l’Io di cui parlano i filosofi è un’altra questione. E chi parla molto della persistenza di questo Io di cui parlano i filosofi viene confutato dal fatto che l’uomo dorme la notte; poiché allora l’Io di cui parlano i filosofi è estinto, non c’è. Se durante il tempo fra la morte e la nuova nascita le cose stessero come durante il sonno notturno, non potremmo parlare di molto, riguardo al permanere dell’anima umana per il tempo fra la morte e la nuova nascita.
Poiché fondamentalmente sarebbe lo stesso che l’Io non fosse presente affatto, oppure che non sapesse nulla di sé e vivesse come qualcosa di esteriore. La questione dell’immortalità non può riguardare il fatto che l’Io esista, bensì che sappia qualcosa di sé. Dunque l’immortalità di quell’Io che innanzitutto vive nella consapevolezza umana viene confutata da ogni sonno notturno; poiché allora questo Io semplicemente si estingue. Ma il vero Io riposa molto più profondamente, infinitamente più profondamente! E come ci si può fare un’idea di questo vero Io, anche se non si può ancora ascendere alle sfere dell’occultismo? Per ottenere tale rappresentazione, possiamo pensare: l’Io deve essere presente nella natura umana anche quando l’uomo non può ancora dire «Io», quando ancora striscia sulla terra. Allora è già presente il vero Io — non l’Io di cui parla la filosofia — e si manifesta in una maniera del tutto singolare. Esaminiamo come si manifesta. Alla scienza esteriore apparirà del tutto insignificante come noi osserviamo l’uomo nei primi mesi o anni di vita. Ma per colui che vuole conoscere la natura umana, questa osservazione è della massima importanza. Dapprima l’uomo striscia su tutte e quattro le membra, e occorre un’apposita fatica perché l’uomo si alzi da questa posizione di strisciamento, da questo abbandono alla gravità, per assumere la posizione verticale e mantenersi in essa. Questo è l’uno. Il secondo aspetto è questo: sappiamo che l’uomo non può ancora parlare nel primo periodo. Impara anche a parlare. Cercate di ricordare cosa abbiate imparato a dire per primo, come abbiate imparato a pronunciare la prima parola, come poi abbiate imparato a formulare la prima frase. Cercate di ricordarvene, ma senza ricorrere a mezzi chiaroveggenti — sarà inutile. Senza mezzi chiaroveggenti l’uomo non è in grado di ricordare, come non riesce a ricordarsi in quale modo ha compiuto il primo sforzo per passare dalla posizione di strisciamento alla posizione verticale. E un terzo aspetto è il pensiero stesso.
La memoria ripercorre sì il tempo fino a quando già si poteva pensare, ma non al di là di quel tempo. Chi è l’attore in questo imparare a camminare, a parlare e a pensare? Questo è il vero, reale Io! Cosa fa dunque questo vero Io? Osserviamo una volta ciò che compie. Fin dall’inizio l’uomo è destinato a camminare eretto, a parlare e a pensare. Ma non lo possiede immediatamente. Non è da principio ciò per cui è destinato come uomo terreno. Non possiede da principio ciò mediante cui vive nello sviluppo culturale umano; deve prima conquistarselo gradualmente. Nel primo periodo della vita contendono fra loro lo spirito che vive in lui quando è eretto, e lo spirito che è in lui quando è abbandonato alla gravità, quando in lui non sono ancora sviluppate la capacità di parlare e di pensare. Così vediamo come l’uomo, quando ha conseguito la sua destinazione, può stare eretto e camminare, può parlare e pensare; è l’espressione di ciò che è dato nella forma umana. Il camminare eretto, il parlare e il pensare corrisponde naturalmente alla forma dell’uomo. È impossibile concepire un altro essere che potesse camminare come l’uomo, avere cioè il midollo spinale in linea verticale, parlare e pensare, senza avere la forma umana. Perfino il pappagallo, se deve parlare, può farlo soltanto perché è eretto. Questo è intimamente legato alla linea verticale. Animali molto più intelligenti non impareranno a parlare, poiché il loro midollo spinale non è in linea verticale bensì orizzontale. Certamente intervengono ancora altre cose. Tuttavia vediamo che l’uomo non è da principio posto nella condizione che è la sua destinazione. Ciò avviene perché l’uomo, infine, dopo gli sforzi che il suo vero Io ha compiuto, sforzi che gli hanno dato il pensiero, il parlare e la linea verticale, è immerso nella sfera in cui vivono gli spiriti della forma, gli Exusiai. Questi spiriti della forma, che nella Bibbia sono chiamati anche Elohim, sono quelli da cui realmente proviene la forma umana, ma appunto la forma, quella forma in cui l’Io dell’uomo naturalmente dimora e si imprime nei primi mesi e anni di vita.
Ma altri spiriti si oppongono, spiriti che gettano l’uomo indietro, lo deprimono al di sotto del livello di questi spiriti della forma. Quali sono questi spiriti? Gli spiriti della forma sono quelli che abilitano l’uomo a imparare a parlare, a pensare e a camminare eretto. Quegli spiriti che lo gettano indietro, affinché si muova su tutte e quattro le membra, affinché non possa parlare e il suo pensiero non si sviluppi nel primo periodo di vita, sono spiriti che egli deve prima superare nel corso della vita, che gli danno una forma scorretta. Sono spiriti che dovrebbero essere spiriti del movimento, Dynamis, ma che nella loro evoluzione sono rimasti indietro e non hanno neppure raggiunto il livello degli spiriti della forma. Sono spiriti luciferici rimasti fermi nella loro evoluzione, che agiscono dall’esterno sull’uomo e lo consegnano all’elemento della gravità, da cui deve elevarsi gradualmente per mezzo dei veri spiriti della forma. Mentre osserviamo così l’uomo che attraverso la nascita entra nell’esistenza fisica, scorgiamo, in questi sforzi che compie per conseguire quello che dovrà avere più tardi nella vita, i veri spiriti della forma in avanzamento, che lottano con quegli spiriti che dovrebbero essere spiriti del movimento, ma si sono fermati a uno stadio anteriore. Con spiriti luciferici vediamo già qui gli spiriti della forma in lotta, e in questo ambito gli spiriti luciferici sono così forti, così potenti, che non lasciano emergere la consapevolezza dell’Io che qui lavora. Diversamente, se gli spiriti luciferici non tenessero repressa questa consapevolezza, l’uomo durante questo periodo mostrerebbe: tu sei un combattente; tu senti la posizione orizzontale e vuoi coscientemente la posizione verticale; vuoi imparare a parlare e a pensare! Non può fare nulla di questo, poiché è avvolto negli spiriti luciferici. Qui intravediamo ciò che gradualmente riconosceremo come il vero Io di fronte a un Io che appare soltanto nella consapevolezza.
All’inizio di questa serie di discorsi è stato detto che cercheremo gradualmente di giustificare quello che l’occultismo, ciò che la veggenza ha da dire sulla natura umana di fronte al sano giudizio umano. Questo sano giudizio umano deve però realmente voler osservare come l’uomo, negli ultimi periodi della prima infanzia, entra nell’esistenza fisica, come vi entra gradualmente. Cosa è dunque, quando l’uomo entra nella vita, di più compiuto? La forma esteriore è ancora poco sviluppata, poiché l’uomo contraddice la sua forma esteriore. Deve prima inserirsi nella forma che gli è assegnata. Cos’è dunque il più compiuto nell’uomo — non soltanto dopo la nascita, ma anche prima della nascita? Questo è il capo, questa è la testa. È ciò che fondamentalmente tra gli organi fisici è realmente sviluppato con una certa evidenza, anche nell’embrione. Perché? Questo accade poiché non tutti gli organi nell’uomo sono in egual modo attraversati e tessuti dalle realtà delle gerarchie superiori, dagli spiriti della forma, bensì i diversi arti lo sono in modo diverso: diversamente la testa, diversamente la parte dell’uomo in cui risiedono braccia e gambe. La testa si distingue essenzialmente dalla restante natura, sia spirituale sia fisica, dell’uomo. Quando consideriamo la testa umana in modo chiaroveggente, essa si distingue dalla mano in maniera molto straordinaria. Quando si muove la mano, si muovono in egual modo sia la mano fisica sia il corpo eterico della mano. Quando però si è conseguita una certa capacità nella chiaroveggenza, è possibile che il chiaroveggente tenga fermo il corpo fisico della mano e muova soltanto il corpo eterico della mano. Questo è un esercizio particolarmente importante: trattenere le parti mobili e muovere soltanto le parti eteriche. Attraverso il conseguimento di questo, si sviluppa sempre più la chiaroveggenza progressiva del futuro, mentre ogni cedimento ai movimenti che si compiono inconsciamente, di per sé, è un rivivere della danza dei dervisci, che oggi è già superata.
L’immobilità del corpo fisico è la caratteristica della chiaroveggenza odierna; tutti i possibili movimenti convulsi e simili erano la caratteristica dell’epoca antica. Sarebbe dunque qualcosa di del tutto straordinario se il chiaroveggente, per esempio, mantenesse una posizione completamente determinata delle sue mani — forse le mani incrociate sul petto — e conservasse la massima mobilità delle sue mani eteriche, in modo da compiere con queste l’infinità delle cose nell’ambito sovrasensibile, mentre terrebbe fermo il corpo fisico delle mani. Questa sarebbe un’educazione del tutto singolare, dove si esprimerebbe l’autocontrollo dell’uomo riguardo alle mani. Ora esiste però un organo nell’uomo dove questo accade già, anche senza che sia chiaroveggente, dove la parte eterica si muove liberamente mentre la corrispondente parte fisica rimane ferma: questo è il cervello, quell’organo dove l’ordine del mondo ha foggiato il guscio fisso intorno ai lobi cerebrali. Vogliono bensì muoversi, ma non possono. Perciò nell’uomo ordinario, riguardo al cervello, è sempre presente quello che è presente nel chiaroveggente quando, per esempio, tiene ferme le mani fisiche e muove soltanto le mani eteriche. Per la chiaroveggenza, però, la testa è qualcosa di completamente diverso da ciò che ci appare nell’uomo ordinario. Poiché per il chiaroveggente il cervello è qualcosa che, come tentacoli, si erge dalla testa in modo serpeggiante. Ogni testa è infatti una testa di Medusa. Questo è qualcosa di molto reale. E questa è la differenza della testa umana rispetto al resto del corpo: che l’uomo, riguardo al resto del corpo, raggiungerà soltanto attraverso un’evoluzione ulteriore ciò che nel capo è il pensiero ordinario esteriore. In questo risiede persino in certa misura la forza del pensiero: l’uomo giunge nella condizione di poter mantenere il cervello a riposo fino nei movimenti più sottili, i movimenti nervosi, mentre pensa. Per il fatto che può mantenere il cervello tranquillo, tranquillo fino nei movimenti più sottili, che per così dire sono i movimenti nervosi, i pensieri diventano più fini, più tranquilli, più logici.
Così possiamo dire: quando l’uomo entra nell’esistenza attraverso la nascita, la sua testa è il più compiuto, poiché per essa è già intervenuto quello che, riguardo alla parte dell’uomo che si esprime attraverso gesti, le mani, potrà essere raggiunto soltanto in futuro. Nell’antica epoca lunare quello che oggi è il cervello era ancora al livello delle odierne mani. Allora la testa era ancora aperta da molti lati, non era ancora chiusa dalla calotta cranica. Mentre ora siede come in una prigione, allora poteva muoversi da tutti i lati. Questo era certo sull’antica luna, dove abbiamo ancora l’uomo completamente nell’elemento liquido, non in quello solido. Perfino in una certa epoca dell’antica epoca lemuriana, quando l’uomo aveva appena raggiunto lo stadio di sviluppo che ripete l’antica epoca lunare, persino allora era così che, per esempio, dove c’era una fenditura cerebrale in alto, non soltanto c’era l’organo spesso menzionato, bensì qualcosa come uno zampillare dei pensieri nell’elemento liquido. E una specie di vapore infuocato che si sviluppava nell’elemento umano era ancora presente presso l’antico atlantideo. Senza avere una chiaroveggenza sovrannormale, bensì con una chiaroveggenza che semplicemente ogni uomo possedeva, si poteva vedere nell’atlantideo se un uomo era un pensatore nel senso dell’antica epoca atlantidea, oppure se non lo era. Chi era un pensatore aveva appunto uno splendore di fuoco luminoso, una specie di vapore luminoso sopra la sua testa; e chi non pensava girava senza uno splendore simile. Queste sono cose che dapprima si devono conoscere quando si vuole considerare la trasformazione della natura umana dal momento in cui l’uomo vive qui nel corpo fisico, attraversa la morte ed entra nell’altro periodo fra la morte e la nuova nascita. Poiché tutto ciò che lavora nell’uomo, affinché l’uomo venga a esistenza, per così dire svanisce quando l’uomo è già dentro il mondo fisico; ma ha un’importanza del tutto particolare, è del tutto singolarmente significativo, quando l’uomo ha deposto il corpo fisico.
Le forze che hanno formato il cervello fisico dell’uomo, l’uomo non le percepisce nel tempo fra la nascita e la morte. Ma tutto quello che egli percepisce nel tempo fra la nascita e la morte diventa insignificante quando è passato attraverso la morte. Invece allora vive nelle forze che rimangono inconsce nel corso della vita terrena. E mentre nel corso della vita terrena egli sperimenta il suo «Io di rappresentazione» nello stato di veglia, fra la morte e la nuova nascita sperimenta proprio quell’Io che ci appare intuendo nel camminare, parlare e pensare dell’uomo. Rimane inconscio per l’uomo terreno, non giunge nella sua consapevolezza. Ciò che rimane inconscio e poi rimane completamente coperto, possiamo ora ripercorrerlo indietro nel tempo fino alla nascita e ancora prima della nascita, e possiamo anche ripercorrerlo ulteriormente quando consideriamo il tempo dopo la morte. Ciò che si nasconde maggiormente, poiché ha costruito l’uomo, e ciò che svanisce quando l’uomo è uomo terreno, è massimamente presente quando egli non è più uomo terreno, cioè nel tempo dopo la morte. Le forze che si possono soltanto intuire, che rendono l’uomo un camminatore dall’interno, che spingono il suono della parola, che lo rendono un pensatore, che trasformano il cervello in organo del pensiero, queste sono le forze più importanti quando l’uomo è nella vita fra la morte e la nuova nascita. Allora il suo vero Io si risveglia davvero. Come si risveglia, di questo parleremo la prossima volta.
Nel corso di questo inverno abbiamo realizzato diverse lezioni per comprendere con maggiore precisione, come nei passati anni non si era potuto fare, la vita dell’uomo nel suo insieme. Voglio dire: la vita complessiva dell’uomo, così come si svolge da un lato tra la nascita e la morte nel mondo fisico, e dall’altro tra la morte e la nuova nascita nel mondo spirituale. Nel corso di questo inverno avremo ancora molte cose da discussione su questo medesimo argomento. Sarà dunque necessario che ci sforziamo di raccogliere insieme molti dettagli, che possono contribuire alla completa comprensione di questa questione, e che poniamo alcune cose sotto una luce del tutto particolare, che già abbiamo considerato da altri lati. Vi prego dunque, prima di tutto, di ricordarvi come abbiamo considerato il corso della vita fisica dell’uomo, anche nel senso del breve scritto L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito. Abbiamo rappresentato questo corso secondo cicli: un ciclo dalla nascita fino a circa il settimo anno, o diciamo fino al cambio dei denti; un secondo ciclo dal cambio dei denti fino alla pubertà, approssimativamente fino al quattordicesimo anno; poi un terzo ciclo. I cicli vanno dunque di sette in sette anni. È chiaro che anche da quello che si può osservare esteriormente, la suddivisione in cicli di vita è pienamente giustificata. D’altra parte però, nella vita reale dell’uomo, questi cicli non sono mantenuti esattamente, e attraverso altri fatti che incidono profondamente sulla vita umana, questi cicli vengono in certo modo incrociati. Infatti, abbiamo sempre sottolineato più e più volte un fatto importante che incide profondamente sulla vita umana, che particolarmente esce fuori da questa suddivisione in cicli. Si tratta di quel momento fino a cui l’uomo si ricorda nella sua vita, e da quando inizia a sentirsi e a sapere veramente come un Io, cioè l’insorgenza della consapevolezza dell’Io: quel momento fino a cui l’uomo in seguito si ricorda dalla memoria.
Questo fatto non ricade sempre nello stesso preciso momento, bensì per lo più nel periodo che va dalla nascita al settimo anno circa: allora la consapevolezza dell’Io irrompe nell’uomo. Analogamente, per l’età successiva della vita, si potrà dire qualcosa di simile. Se, è vero, non irrompe nella vita dell’uomo qualcosa di così drastico come questo balenare della consapevolezza dell’Io, tuttavia esistono altri fenomeni che offuscano la pura periodicità ciclenaria di sette anni nella vita dell’uomo. Però avremo sempre la possibilità di affermare che tutto ciò che irrompe nella vita umana in questo modo, attraversando appunto la periodicità ciclica, si svolge molto più irregolarmente dei veri e propri eventi ciclici. Difficilmente troverete due uomini che si ricordano fino a esattamente lo stesso momento, che cioè hanno sperimentato il balenare della consapevolezza dell’Io nello stesso preciso periodo. Benché sia vero che nemmeno il cambio dei denti avviene in due persone nello stesso identico periodo. Ma sulla ragione per cui quest’ultimo fatto non si verifica, avremo ancora da parlare. Se consideriamo i periodi ciclici che abbiamo menzionato in precedenza, e che sono trattati nel mio scritto sull’educazione del bambino, possiamo dire: questi periodi hanno una proprietà ben definita. Cominciano, per così dire, dal più fisico dell’uomo, dal più esteriore dell’uomo, e procedono verso l’interno. Diciamo che dalla nascita al settimo anno lo sviluppo è dedicato prevalentemente al corpo fisico; poi al corpo eterico, e oltre a questo al corpo astrale, all’anima della sensazione e così via. I fattori dello sviluppo vanno dunque sempre più dall’esterno verso l’interno. Questa è la proprietà particolare di questi periodi di sette anni. Come stanno le cose con ciò che si inserisce in questo modo e attraversa questi cicli di vita? Il balenare della consapevolezza dell’Io nel primo ciclo è qualcosa di molto interiore, è qualcosa di straordinariamente interiore.
Consideriamo, per ottenere chiarezza su questo punto, quello che in un certo senso contrasta con il balenare della consapevolezza dell’Io. Scopriamo che, se consideriamo il corso della vita umana in modo intelligente, l’arresto della crescita — che pure entra una volta nella vita umana — può in un certo senso essere paragonato a un fatto che, attraversando appunto i periodi di sviluppo di sette anni, irrompe nella vita. Consideriamo dunque l’arresto della crescita, che accade molto tardi nell’uomo, cioè il fatto che l’uomo a un certo punto smette di crescere. Come si presenta questo nella vita umana? Se consideriamo il primo periodo di sette anni, scopriamo che esso termina con il cambio dei denti. Con l’eruzione dei denti si costituisce, per così dire, l’ultimo atto di ciò che si può chiamare l’estrinsecarsi del principio formativo. Le forze formatrici dell’uomo fanno il loro ultimo assalto quando fanno erompere i denti. Questo è come il punto finale del dare forma all’uomo; poiché successivamente il principio che forma la figura umana non agisce più. Con il settimo anno il principio formativo è completato. Ciò che accade successivamente è solo un ingrandimento di ciò che già nella forma è predisposto. L’uomo dal settimo anno in poi non riceve più una particolare trasformazione del cervello. Cresce solo ciò che già è predisposto; ma la forma vera e propria è già completamente data nell’uomo, il resto è crescita. Possiamo dunque dire: il principio formativo dispensa la sua efficacia nei primi sette anni di vita dell’uomo. Il principio formativo viene dagli Spiriti della Forma; così che questi Spiriti della Forma dispiegano la loro efficacia nell’uomo nei primi sette anni di vita. Posso dunque dire: l’uomo, quando entra nel mondo attraverso la nascita, per quanto riguarda la forma non è ancora completamente formato; il principio formativo, gli Spiriti della Forma, agiscono ancora nei primi sette anni e solo dopo il settimo anno hanno portato l’uomo al punto che la forma ha solo bisogno di crescere.
Ma tutti i disegni formali sono presenti fino al settimo anno, e i secondi denti sono ciò che i principi formatori ancora producono nell’uomo. Questo è il punto conclusivo del principio formativo. Se il principio formativo continuasse ad agire, allora i denti apparirebbero ancora più tardi. Ora possiamo porci la domanda: è vero che, dal momento in cui questi Spiriti della Forma costruiscono l’uomo fino al settimo anno, tutto ciò che viene dagli spiriti formatori sia concluso per l’uomo? Non è affatto così: piuttosto l’uomo continua a crescere; cresce e cresce e sviluppa ulteriormente la predisposizione della forma. Se nulla di più intervenisse, potrebbe continuare a crescere indefinitamente; potrebbe crescere sempre più. Poiché se consideriamo soltanto i principi formativi che sono attivi nell’uomo fino al settimo anno, non esiste alcuna ragione per cui queste forme non dovrebbero continuamente ingrandirsi. Non c’è ragione per questo, proprio come non c’è ragione contro la crescita di altri esseri. L’uomo potrebbe continuare a crescere se non sopraggiungesse qualcos’altro. Ma qualcosa sopraggiunge. Quando l’uomo arresta la sua crescita, allora altri principi formativi si avvicinano di nuovo a lui. Questi principi si sono avvicinati lungo tutto il tempo, ma allora si uniscono completamente al suo organismo, afferrandolo, però cosicché ora formano un ostacolo e l’organismo non può più crescere. I principi formativi che agiscono fino al settimo anno lasciano all’uomo l’elasticità. Allora altri principi formativi si avvicinano all’uomo, e sono di tal genere che ciò che è elastico viene chiuso in una forma conclusa e l’uomo è impedito nell’ulteriore crescita. Per questo la crescita a un certo punto si arresta. E lì, dove la crescita si ferma, agiscono quei principi formativi che si avvicinano all’uomo dall’esterno. Sempre, quando principi formativi agiscono, quando forme crescono, per l’arresto della crescita deve essere provveduto dal fatto che, a loro volta, principi formativi da un altro lato si oppongono ai primi, vi si contrappongono polaricamente. Così è anche nell’uomo.
Se dunque l’uomo fino al settimo anno ha sviluppato questa forma, che nel disegno è rappresentata come il campo tratteggiato, questa forma può continuamente crescere. Fino al settimo anno — all’interno della parte tratteggiata — i principi formativi hanno agito. Allora altri principi formativi si oppongono — i primi agiscono dall’interno, i secondi dall’esterno — e si contrappongono all’uomo, così che egli può crescere solo fino alla linea b-b, all’interno dell’altro campo a tratteggio leggero. Infatti è veramente come se l’uomo fino al settimo anno ricevesse un abito che è elastico e che egli può continuamente ingrandire. Ma a un certo momento riceve un abito che non è più elastico; allora deve indossarlo, e non può andare oltre. Possiamo dunque dire che nell’uomo si incontrano principi formativi dall’interno con principi formativi dall’esterno; i primi vengono dagli Spiriti della Forma, e cioè da quegli Spiriti della Forma che hanno percorso uno sviluppo completamente regolare nel cosmo. I principi formativi dall’esterno non sono della stessa natura, ma provengono da Spiriti della Forma rimasti indietro, da quegli Spiriti della Forma che hanno assunto un carattere luciferino.
Sono questi che agiscono in modo puramente spirituale; mentre ciò che agisce attraverso la materia, nel corso regolare della progressione, ha percorso correttamente lo sviluppo attraverso Saturno, Sole e Luna, è arrivato regolarmente sulla Terra e dalla corporeità internamente forma la figura dell’uomo. Gli Spiriti della Forma irregolari agiscono in modo da prendere ciò che viene loro offerto e, di conseguenza, trattenerlo. L’uomo nella sua crescita è dunque arrestato da tali Spiriti della Forma rimasti indietro. Gli esseri delle gerarchie superiori hanno i compiti più vari. Tra l’altro, oggi abbiamo caratterizzato uno di questi compiti. Abbiamo già rappresentato in molti modi sia come agiscono le gerarchie regolari, sia come agiscono gli esseri spirituali rimasti indietro dalle varie gerarchie. E abbiamo rappresentato che attraverso gli Spiriti della Forma — potete leggerlo voi stessi nella Scienza occulta negli accenni — l’uomo in realtà è arrivato alla condizione di ricevere la predisposizione all’Io. Sappiamo che attraverso i Troni l’uomo ha ricevuto la predisposizione fisica, attraverso gli Spiriti della Saggezza la predisposizione eterea, attraverso gli Spiriti del Movimento la predisposizione astrale, e che dunque ha ricevuto attraverso gli Spiriti della Forma la predisposizione all’Io nel suo corpo fisico. Se consideriamo questo, possiamo dire che l’uomo nella sua espressione esterna è organizzato dai regolari Spiriti della Forma verso un essere-Io, e questo si esprime nel suo primo ciclo di vita; allora però è trattenuto nella sua crescita dagli avversari di questi Spiriti della Forma, dagli Spiriti della Forma rimasti indietro. Con questo abbiamo veramente imparato a conoscere il contrasto con ciò che compare come il primo, come l’elemento più interiore nell’uomo: il balenare della consapevolezza dell’Io. Questo compare già nei primi anni, l’elemento più interiore. L’elemento più esteriore, la forma, viene trattenuto solo negli anni successivi; questo è come un atto conclusivo. Con questo abbiamo imparato a conoscere le due evoluzioni nell’uomo come qualcosa di opposto.
Dell’una ho detto: viene da fuori e va verso l’interno, afferra nell’ventunesimo anno l’anima della sensazione e così via. Allora abbiamo un’altra evoluzione dei fatti: questa va dall’interno verso l’esterno — fino all’arresto della crescita della forma. L’una va dallo spirituale al corporeo. Lo sviluppo regolare, quello che interessa prevalentemente l’educazione, va dall’interno verso l’esterno. L’altro, che è molto più irregolare e individuale, va dall’esterno verso l’interno e si esprime, quando l’uomo ha raggiunto una certa età, nella conclusione dell’elemento più esteriore, del corpo fisico. Abbiamo dunque due linee di sviluppo che agiscono in senso contrapposto nell’uomo. Questo è molto importante che l’educatore sappia. Per questo motivo è con ragione che nel libro L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito si è tenuto conto della prima serie di sviluppo, quella che va dall’interno verso l’esterno, perché solo lì si può educare. All’altra serie di sviluppo, quella che va dall’esterno verso l’interno, non si può affatto intervenire: è lo sviluppo individuale. È qualcosa che si può bensì considerare, ma non si può arrestare e su cui non si può molto educare. E il fatto di distinguere su cosa si può educare e su cosa non si può educare è della massima importanza. Così come l’arresto della crescita proviene dagli Spiriti della Forma rimasti indietro, così il primo manifestarsi dell’Io nell’uomo, come esso brilla nella prima infanzia, proviene dagli Spiriti della Volontà rimasti indietro. E tra questi si trovano ancora diversi altri fatti, dove agiscono Spiriti della Saggezza rimasti indietro, Spiriti del Movimento rimasti indietro. Ora, non si può caratterizzare la vita complessiva dell’uomo, inclusa la vita tra la morte e la nuova nascita, se non si riuniscono insieme tutti i fattori che influiscono sull’uomo, se non si sa che già nella vita ordinaria l’influenza di nature di carattere luciferino si mostra nei modi più vari. L’influenza di nature di carattere luciferino si mostra però anche in molti altri ambiti della vita.
Poiché in queste lezioni vogliamo tentare di comprendere la vita complessiva dell’uomo, per così dire, dalle fondamenta, non abbiamo paura di lanciarci in qualche considerazione più ampia. Per primo, attiriamo l’attenzione su un fenomeno che può però mostrarci che anche nel piano fisico, dunque tra la nascita e la morte, la vita nel corso dell’evoluzione dell’umanità si è essenzialmente trasformata. E se comprendiamo questo, avremo anche la possibilità di capire in quale misura si sia trasformata la vita tra la morte e la nuova nascita. Chi oggi considera la vita in modo razionale ma superficiale, facilmente può credere che nelle cose essenziali sia stata sempre così come oggi. Ma non è stato sempre così. Per alcuni fenomeni abbiamo solo bisogno di tornare indietro pochi secoli e scopriremo che certe cose erano del tutto diverse. Esiste oggi qualcosa che è infinitamente importante per la vita dell’anima dell’uomo tra la nascita e la morte, e che non era presente affatto, nella forma odierna, nei secoli che non sono ancora molto lontani. Si tratta di ciò che oggi viene compreso nell’espressione di «opinione pubblica». Ancora nel tredicesimo secolo sarebbe stata una follia parlare di un’opinione pubblica come facciamo oggi. Oggi si parla molto contro la credenza nell’autorità. Ma oggi la credenza nell’autorità è molto più oppressiva di quanto lo fosse nei secoli spesso criticati del passato. Allora si trovavano certamente dei difetti; ma non c’era una credenza così cieca nell’autorità. La cecità della credenza nell’autorità di solito si esprime nel fatto che l’autorità non può essere colta. Oggi l’uomo si sentirà ben presto soccombente — che si dica questo o quello, su queste o quelle basi — quando si dice: «Ma la scienza ha provato questo o quello». Nei secoli precedenti gli uomini hanno fatto più affidamento su autorità che si presentavano loro personalmente e visibilmente. Ma quell’essere incorporeo, con cui si intende dire che la scienza l’ha provato, è una cosa molto discutibile. In ciò che con questo si esprime, c’è qualcosa che oggi fonda una credenza nell’autorità verso qualcosa di imprendibile, come non era presente nei secoli precedenti. Con cose su cui, in un certo senso — ed è veramente così —, l’uomo più semplice e più primitivo nei secoli precedenti ha cercato di saperne qualcosa a suo modo, qualcosa di sapere sulla vita sana e malata per esempio, gli uomini oggi nella nostra cultura non si occupano quasi per nulla. Poiché perché dovrebbe oggi qualcuno sapere qualcosa sulla vita sana e malata? Lo sanno i medici, e a loro si può affidare la gestione della salute e della malattia! Questo è uno dei fenomeni che rientra nel capitolo di oggi: un’autorità non individuabile, di grandezza massima. Ma quante cose non si insinuano ancora nella vita tra noi ovunque, dalle quali l’uomo dipende dalla prima giovinezza, attraverso cui giudizi e orientamenti emozionali si spingono nella nostra vita già dai primi anni! Questi volteggiamenti, questi insegnamenti viventi tra gli uomini si designano abitualmente come opinione pubblica, sulla quale i filosofi hanno pronunciato la sentenza: le opinioni pubbliche sono per lo più errori privati. Eppure non si tratta del fatto che si sappia che le opinioni pubbliche sono per lo più errori privati, bensì che le opinioni pubbliche esercitano un’enorme potenza sulla vita del singolo. Per il tredicesimo secolo qualcuno considererebbe la storia in modo assai stolto se volesse parlare di un’opinione pubblica per la vita del singolo. Allora c’erano singole personalità; queste esercitavano certamente un’autorità riguardo a questo o a quello; le si obbediva, sia in cose pratiche sia in cose di amministrazione. Ma ciò che oggi l’opinione pubblica impersonale è diventata, allora non esisteva. Chi non vuol credere a questo dalle realtà occulte, studi dalla storia di quei secoli — anche da tempi successivi — per esempio la storia di Firenze, quando il governo della città era passato ai Medici. Lì vedrà come le singole autorità sono potenti, ma un’opinione pubblica non era ancora presente. Questa si è formata solo in un’epoca anteriore di quattro, cinque secoli rispetto ai nostri tempi, e si può proprio parlare di un’emergenza dell’opinione pubblica.
Si devono considerare tali cose come realtà. È una sfera reale, una sfera di pensieri che volteggia! Da dove viene ora questo, che riceviamo spesso come qualcosa di non constatabile? Cos’è questa opinione pubblica? Forse ricordate che ho parlato di esseri spirituali che appartengono immediatamente alle gerarchie superiori agli uomini e che partecipano in diversi modi alla guida dell’umanità. Dovete solo prendere il mio libro La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità, e vi troverete molto su questi esseri spirituali appartenenti alle gerarchie superiori. Ora sappiamo anche che il massimo punto di divisione nello sviluppo dell’umanità terrestre è quello che è accaduto attraverso il Mistero del Golgota. Attraverso di esso è accaduto qualcosa che, fondamentalmente, l’esoterismo di Paolo esprime nel modo più meraviglioso. Paolo ha semplicemente parlato, ma al modo in cui parla sta un profondo esoterismo. Paolo non poteva sempre dire senza esitazione quello che sapeva come un iniziato: per primo, poiché voleva parlare per un circolo più ampio, e secondo, non era possibile nel suo tempo dire tutto quello che sapeva nel modo in cui poteva dire le cose. Ma al tutto il suo modo di presentazione sta un profondo esoterismo. Scopriamo per esempio che alla sua distinzione del «primo Adamo» e del «più elevato Adamo», del Cristo, sta un fatto di profonda significazione. Dal primo Adamo, nel suo senso, discendono le diverse generazioni di uomini, in quanto i corpi discendono da Adamo. Perciò possiamo dire: la diffusione fisica dell’umanità sulla terra, nei diversi periodi, conduce infine indietro al corpo fisico di Adamo — naturalmente Adamo ed Eva. Allora ci chiediamo: cosa sta alla base dello sviluppo fisico dell’umanità da Adamo in poi? — Naturalmente lo sviluppo dell’anima! Nei corpi fisici che discendono da Adamo vivono dentro le anime. Queste anime, che sono scese dallo spazio cosmico, hanno portato con sé una certa eredità spirituale, un’eredità di beni spirituali sulla terra. Ma questo bene spirituale è stato esposto nel corso del tempo a un declino.
Uomini che per esempio nel sesto, settimo millennio prima della fondazione del cristianesimo hanno vissuto, hanno avuto un contenuto spirituale più intenso, più esteso di uomini che hanno vissuto nel primo millennio prima del Mistero del Golgota. Il bene che gli uomini una volta hanno ricevuto è gradualmente regredito nell’anima, è scomparso. Per il bene spirituale viene particolarmente in considerazione la vita tra la morte e la nuova nascita. Possiamo anche dire: se torniamo molto indietro nel tempo prima del Mistero del Golgota, scopriamo che gli uomini dopo la morte hanno avuto una vita dell’anima intensa e illuminata; poi però la vita dell’anima diventa sempre più buia e più scura; gli uomini portano con sé sempre più solo una vita dell’anima crepuscolare quando passano attraverso la morte. Specialmente presso i popoli più progrediti, per esempio presso i Greci, era veramente così, che questi Greci, nonostante fossero il popolo più progredito della terra, nei loro saggi, nel senso del progresso nello sviluppo, potevano ben dire: «Piuttosto essere un mendicante nel mondo superiore, che un re nel regno delle ombre!» Questo è un detto che sappiamo era adatto al popolo greco, poiché i Greci potevano vivere una vita pienamente saziata nel piano fisico; ma non appena erano passati attraverso la morte, la loro vita era ombreggiante. È una verità completa che questa vita spirituale, che gli uomini avevano ricevuto e che dopo la morte si mostrava come una coscienza più chiaroveggente o crepuscolare, era discesa verso una vita opaca. E specialmente nel quarto periodo post-atlantideo, quello greco-latino, in cui si è svolto il Mistero del Golgota, era già diventato il più scuro. Questo è il significativo nel battesimo attraverso Giovanni il Battista: che per certi uomini che egli battezzò, questo fatto caratterizzato doveva essere portato alla coscienza. Gli uomini che egli battezzava, li immergeva completamente nell’acqua. Il suo battesimo era un completo sprofondamento. In questo modo il corpo eterico di tali uomini veniva sollevato e diventavano per un breve momento sott’acqua chiaroveggenti. Ciò che Giovanni poteva mostrare loro era il fatto che l’uomo, nel corso dei tempi, per quanto riguarda la sua vita dell’anima, era regredito così tanto da avere solo poco di quel bene spirituale originario che poteva portare attraverso la porta della morte e che poteva dargli una coscienza chiaroveggente. E a colui che era stato battezzato così da Giovanni, gli dava l’intuizione: una rinascita della vita dell’anima è necessaria. Qualcosa di nuovo doveva irradiarsi nelle anime, così che ancora una volta una vita dopo la morte potesse svilupparsi. E questo nuovo è irradiato nelle anime attraverso il Mistero del Golgota. Dovete solo leggere il ciclo di lezioni «Da Gesù a Cristo» e vedrete che dal Mistero del Golgota irradia una vita spirituale ricca, che irraggia verso i singoli uomini, che qui sulla terra sviluppano una relazione con il Mistero del Golgota. E da lì le anime rinascono di nuovo. Perciò Paolo poteva dire: Così come i corpi umani fisici discendono da Adamo, così sempre più e più i contenuti dell’anima degli uomini discenderanno dal Cristo, dal secondo Adamo, dall’Adamo spirituale. — Questa è una verità profonda, che Paolo ha deposto nelle sue parole semplici. Se il Mistero del Golgota non fosse venuto, gli uomini avrebbero sempre più perso contenuto dell’anima e sarebbero arrivati solo al desiderio di vivere al di fuori del corpo fisico, oppure sarebbero continuati a vivere solo con brame e desideri di una vita puramente fisica sulla terra, sarebbero diventati sempre più e più materialisti. Poiché tutto accade lentamente e gradualmente, oggi non è ancora esaurito per tutta la popolazione terrestre il bene spirituale originario; ci sono ancora popoli della terra che hanno qualcosa del vecchio bene spirituale, nonostante non abbiano trovato una relazione con il Mistero del Golgota. Ma proprio i popoli più progrediti possono conquistarsi una coscienza dopo la morte solo nel senso in cui arrivano alla condizione di «morire dentro il Cristo», come dice la parte centrale della formula dei Rosacroce.
Così il Mistero del Golgota ha agito come una specie di irradiazione del contenuto dell’anima degli uomini sulla terra. Se consideriamo questo in modo appropriato, abbiamo acquistato comprensione, rispetto alla linea di sviluppo dell’uomo, per una domanda ben determinata, per la domanda: cosa è allora veramente accaduto ulteriormente, per il fatto che gli uomini, per così dire, hanno ricevuto la capacità, attraverso la comprensione del Mistero del Golgota, di ottenere il contenuto dell’anima che irraggia nel loro Io? Come si differenzia questo contenuto dell’anima da quello che prima del Mistero del Golgota era presente come una vecchia eredità? La differenza sta nel fatto che gli uomini prima del Mistero del Golgota possedevano questo contenuto dell’anima in un modo molto più autodeterminato. Erano dunque in una guida molto più immediata degli esseri, che conosciamo come Angeli, Arcangeli e così via come gli esseri delle gerarchie immediatamente superiori. Questi esseri delle gerarchie immediatamente superiori guidavano gli uomini molto, molto meno autonomamente prima del Mistero del Golgota che dopo lo stesso. E il progresso di questi esseri delle gerarchie superiori — Angeli, Arcangeli, Archai — consiste nel fatto che a loro volta hanno imparato, sempre più e più, a svolgere la guida dell’uomo in un modo che rispetta l’autonomia dell’uomo. Sempre più autonomi e autonomi dovevano vivere gli uomini sulla terra. Questo hanno imparato gli esseri spirituali guida delle gerarchie superiori da parte loro, e in questo consiste il loro progresso. Ma anche questi spiriti sono tali che possono rimanere indietro. Non tutti gli spiriti che erano coinvolti nella guida dell’uomo hanno veramente acquisito, attraverso il Mistero del Golgota, la capacità di essere guide e condottieri dei popoli in modo libero. Di questi esseri delle gerarchie superiori, alcuni sono rimasti indietro, hanno assunto carattere luciferino. E a ciò che alcuni di loro realizzano appartiene per esempio ciò che oggi chiamiamo opinione pubblica.
L’opinione pubblica non è fatta solo da uomini, bensì anche da una certa forma di spiriti luciferini che si trovano al livello più basso, angeli rimasti indietro, arcangeli. Questi iniziano solo il loro percorso luciferino, non sono ancora saliti molto alto nella gerarchia degli spiriti luciferini; ma sono spiriti luciferini. Si può seguire con vista veggente come certi spiriti delle gerarchie superiori non proseguono lo sviluppo dopo il Mistero del Golgota, come si induriscono nel vecchio modo di guida e perciò non possono venire a diretto contatto con gli uomini. Quelli che hanno proseguito lo sviluppo possono venire a diretto contatto con gli uomini in modo regolare; quelli che non l’hanno fatto non possono, e agiscono in un potere di pensiero confuso, che fluisce attraverso l’opinione pubblica. Si capisce la funzione dell’opinione pubblica solo se si sa che in questa forma entra nell’umanità. Così abbiamo immediatamente intorno a noi il fenomeno che esseri da uno sviluppo regolare se ne discostano e assumono carattere luciferino. È importante che si sappia questo. Poiché quegli esseri luciferini, che già abbiamo imparato a conoscere e che hanno maggiore potenza, hanno pure cominciato «in piccolo». L’intero esercito degli esseri luciferini ha cominciato in piccolo. È vero che sulla vecchia luna non c’era opinione pubblica, ma qualcosa che si potrebbe paragonare a essa c’era, una specie di guida degli uomini. E se fissiamo lo sguardo su questo esercito degli spiriti luciferini — quello che altrimenti abbiamo riportato come spiriti luciferini sono esseri potenti e significativi, per esempio quelli che sono spiriti della forma e si avvicinano agli uomini in modo da arrestare la loro crescita — se parliamo ora degli altri, dell’esercito degli spiriti luciferini, questi sono come i recluti. Ma inizia qui qualcosa con la carriera degli spiriti luciferini, che assumerà poi dimensioni completamente diverse, poiché gli spiriti che intervengono diventano sempre più e più potenti. L’opinione pubblica, che si avvicina agli uomini e che è guidata e diretta da certi esseri luciferini di natura inferiore, poiché l’uomo la riceve tra nascita e morte, deve avere anche il suo contrappeso nella vita tra la morte e la nuova nascita.
Cioè: l’uomo, poiché è rimasto intrappolato in una tale corrente nella vita tra nascita e morte, come è stata caratterizzata, deve sperimentare un corrispondente contrappeso tra la morte e la nuova nascita. Poiché se non lo sperimentasse, si verificherebbe quanto segue. Questi spiriti, che sono rimasti indietro e fanno l’opinione pubblica, non hanno affatto importanza, affatto potenza nel più per la vita che l’uomo vive tra la morte e la nuova nascita. Hanno completamente rinunciato a questa potenza, a operare lì, poiché già agiscono qui nel piano fisico, agiscono in modo spirituale, e precisamente in un modo come è possibile solo come opinione pubblica. L’uomo non può portare via dall’opinione pubblica nulla nel mondo spirituale. Tutto quello che avrebbe voluto portare via da essa avrebbe l’aspetto più fuori luogo, se l'applicassimo dopo la morte. Deve essere già detto, sebbene a molti sembrerà molto strano: tutti i giudizi pubblici, tutto quello che raggiunge l’uomo relativamente molto presto nella sua opinione, gli rende difficile la sua vita nel Kamaloka, se vi rimane attaccato e gli diventa caro. E specialmente quegli uomini che credono di avere il loro proprio giudizio all’interno dell’opinione pubblica — poiché non ce l’hanno mai — al massimo si rendono difficile il loro Kamaloka. Ma dopo il Kamaloka l’opinione pubblica non ha affatto più importanza. E per le condizioni dopo la morte non ha veramente il minimo valore se anche gli uomini hanno sfumature dell’opinione pubblica come liberale o conservatore, radicale o reazionario. Questo è qualcosa che per la strutturazione dei diversi raggruppamenti degli uomini non ha significato, e che è fondato solo sulla terra, per trattenere gli uomini dal progresso, che dovrebbero fare per l’illuminazione della coscienza, che agisce dopo la morte. Questi esseri, che stanno dietro l’opinione pubblica, volevano rimanere indietro, dietro il progresso che è accaduto attraverso il Mistero del Golgota. Per lo sviluppo terrestre però il Mistero del Golgota acquisterà sempre più grande significato.
Dobbiamo essere assolutamente chiari che il futuro dello sviluppo terrestre non può accadere cosicché si possano migliorare queste cose — opinione pubblica e simili — che rappresentano una necessità nello sviluppo. Gli uomini nel loro interno possono diventare migliori. Perciò lo sviluppo deve sempre più e più intervenire nell’interno; così che l’uomo in futuro sopporterà molto più un’opinione pubblica, ma il suo interno sarà diventato più forte. Questo può accadere solo attraverso la scienza dello spirito. Ma il fatto che l’uomo diventi sempre più e più in grado di far fronte a quegli spiriti che ora si manifestano come reclute dei domini luciferini, la cui manifestazione si esprime ora nell’opinione pubblica, sarà possibile solo per il fatto che l’uomo attraversa anche tra la morte e la nuova nascita qualcosa che di nuovo rende il suo interno più forte, che rende più forte in lui quello che è indipendente dalla vita terrestre. Mentre si rende appunto più dipendente dalla vita terrestre attraverso l’opinione pubblica e sempre più dipendente, tra la morte e la nuova nascita deve accogliere qualcosa che nel prossimo vivere terrestre lo rende sempre più libero e libero dall’opinione pubblica. Con questo è connesso il fatto che proprio nel tempo in cui l’opinione pubblica sorge e acquisisce significato, è fondato — quello che qui nelle nostre lezioni è stato presentato nel periodo natalizio — il regno del Buddha su Marte, così che l’uomo tra la morte e la nuova nascita passa attraverso il regno del Buddha su Marte. Christian Rosenkreuz aveva dato al Buddha la missione di agire in modo particolare su Marte. E quello che non sarebbe buono qui sulla terra — il voler fuggire, il voler discostarsi dalle circostanze terresti — questo l’uomo deve attraversarlo tra la morte e la nuova nascita, mentre attraversa la sfera di Marte. Lì viene acquisito tra l’altro il fatto che getta via il velo dell’opinione pubblica, che è buona solo per la terra. Poiché ancora molto più oppressive cose verranno in futuro, e ancora molto più necessario sarà attraversare ciò che l’uomo come allievo del Buddha su Marte può attraversare.
Qui sulla terra gli uomini possono essere allievi del Buddha solo se non vogliono far parte della parte avanzata della popolazione terrestre. Ma tra la morte e la nuova nascita il Buddha sviluppa quello che è divenuto del suo insegnamento, quello che ha fatto valere qui — che l’uomo deve essere libero dalle incarnazioni — come un insegnamento che non serve la vita sulla terra, la quale deve procedere da incarnazione a incarnazione. Ciò che diede allora era dotato dell’assetto adatto all’uomo nello stato scorporeo. L’insegnamento del Buddha avanzato è il giusto per il tempo tra la morte e la nuova nascita. E così come il Buddha è apparso nel corpo astrale del fanciullo Gesù di Luca, così di nuovo il Cristo stesso guida gli uomini tra la morte e la nuova nascita, in quanto li conduce attraverso la sfera di Marte, affinché possano accogliere l’insegnamento avanzato del Buddha. Così gli uomini nella sfera di Marte possono divenire liberi da quello che essi — inadatto al loro progresso ulteriore sulla terra — accolgono attraverso l’uniformazione dell’opinione pubblica. E se Marte era veramente designato nei tempi precedenti come il pianeta delle virtù guerriere, il Buddha ha il compito di trasformare pian piano queste virtù guerriere nell’uomo, in modo che fondino un senso libero e indipendente nel modo necessario oggi. Mentre l’uomo oggi è incline a cedere il suo sentimento di libertà a quello che, come opinione pubblica, vuole sempre più incatenare gli uomini, proprio su Marte avrà tra la morte e la nuova nascita lo sforzo di sciogliersi da questi vincoli e di non riportarli nella vita della terra, quando ritorna alla nuova incarnazione. In questo contesto abbiamo qualcosa che, per come mi sembra, caratterizza nel modo più meraviglioso come la saggezza agisce nel mondo, come tutto ciò che progredisce e resta indietro è veramente diretto infine nello sviluppo cosmico in modo che l’armonia di questo sviluppo cosmico ne sia il risultato finale. L’uomo veramente non può, nella linea centrale, realizzare il suo progresso.
Lo capiscono alcuni — forse l’ho già menzionato qui — che non ci si può porre unilateralmente sul terreno di questo o quel punto di vista. Vediamo certamente nel mondo esteriore idealisti, materialisti e altri «-isti» che giurano fedeltà al loro punto di vista in modo appropriato. Grandi spiriti come Goethe, per esempio, non lo fanno; cercano di venire incontro alle circostanze materiali con il pensiero materiale, a quelle spirituali con il pensiero idealistico. Se poi spiriti più piccoli pensano di aver afferrato questo, allora dicono: tra due diversi punti di vista la verità sta nel mezzo. — Questo sarebbe pressappoco lo stesso che se qualcuno nella vita pratica volesse sedersi tra due sedie. Ma la verità si trova per primo quando non ci si pone unilateralmente su questo o quel punto di vista, cioè quando si è capaci di applicare in modo appropriato quello che il materialismo ha come metodo di conoscenza e quello che l’idealismo ha come tale. Il mondo non progredisce per il fatto che si mantiene sempre il mezzo; il mezzo è in modo appropriato presente quando sono presenti anche i singoli lati, e quando li si considera come forze. Se per esempio si vuole pesare qualcosa su una bilancia, non si ha bisogno solo di quello che sta nel mezzo della bilancia, ma anche dei due piatti della bilancia. Così, accanto a quello che è l’opinione pubblica, deve anche stare il suo polo opposto: l’insegnamento del Buddha su Marte, che non sarebbe presente se non fosse venuta l’opinione pubblica. Il vivente ha bisogno della polarità, ha bisogno del contrasto; non si possono voler eliminare solo i singoli contrasti, bensì la vita progredisce nella polarità. — Potrebbe qualcuno credere che sarebbe meglio, dal momento che il polo sud e il polo nord della terra sono contrapposti, se entrambi non esistessero! Anche se non sono così contrapposti come pensava quel professore — di cui si racconta che scriveva i suoi libri così in fretta che non poteva pensare mentre li scriveva, e perciò gli accadde di scrivere il frammento secondo cui la cultura poteva svilupparsi solo nella zona media della terra, poiché al polo nord la cultura congelerebbe per il freddo e al polo sud si scioglierebbe per il calore —, in un altro aspetto il polo nord e il polo sud sono veramente contrasti polarici, che devono essere presenti, poiché non attraverso il neutrale, bensì attraverso il mantenimento e l’armonizzazione dei contrasti si può progredire. Così quello che si sviluppava sulla terra doveva attraversare uno sviluppo che scende al di sotto del livello del progresso. Poiché l’opinione pubblica vale meno di quello che il singolo si può conquistare come opinione, se progredisce. È submano. A questo submano si oppone la corrente del Buddha, che l’uomo attraversa tra la morte e la nuova nascita. Entrambi devono essere presenti. Questo è straordinariamente importante da considerare nello sviluppo. Così è veramente così, che possiamo dire: sì, ci sono spiriti rimasti indietro; ma tutto quello che da una parte rimane indietro, quello che d’altra parte progredisce oltre lo sviluppo, tutto questo è attraverso la saggezza complessiva del mondo così disposto, che infine viene fuori l’armonia. Gli spiriti rimasti indietro sono usati per segnare sempre il polo opposto degli spiriti che hanno progredito ulteriormente. Se consideriamo così la vita, allora ci sarà chiaro come l’uomo verso il futuro dello sviluppo terrestre porterà sempre più e più disposizioni nella vita, le quali in un altro modo si mostrano come le disposizioni puramente fisiche. E questo sarà qualcosa che sempre più e più mostrerà che si deve contare anche con altre disposizioni dell’uomo oltre a quelle puramente fisiche. Disposizioni fisiche si troveranno — sebbene si mostrino progressivamente — che possono essere ricondotte all’età di neonato; ma vi saranno gradualmente altre disposizioni, che non possono essere ricondotte all’età di neonato, bensì che in modo abbastanza chiaro appaiono solo negli anni più tardi della vita. E sarà una particolarità dello sviluppo verso il futuro il fatto che vi saranno sempre più e più uomini, dei quali si dovrà dire: cosa è veramente accaduto all’uomo in una certa età della vita? È come se fosse stato scambiato, come se diventasse un altro! — Questo si mostrerà sempre più. Appariranno disposizioni che prima non erano affatto disposte, e che compaiono solo a una certa età.
Queste saranno le anime più sviluppate, quelle che manifestano una certa frattura nella vita — poiché il fatto che l’uomo fosse allievo del Buddha nella vita tra la morte e la nuova nascita non si mostra subito, ma solo negli anni più tardi della vita — e questo sarà il caso di coloro dei quali possiamo dire: fino a un certo momento abbiamo potuto seguirli, allora hanno mostrato le loro proprietà individuali; allora sorgono linee guida completamente nuove, acquistano comprensione per qualcosa di completamente diverso da ciò per cui prima avevano mostrato comprensione. Questi saranno gli uomini che nel futuro saranno molto più portatori del vero progresso spirituale, che forse verranno considerati solo come gente che si sviluppa tardi, poiché si penserà: era semplicemente non sviluppato in precedenza, perciò queste proprietà sono uscite tardi. — In verità però sarà così, che questi uomini nella vita più tarda producono quelle proprietà che sono così loro proprie, poiché nelle incarnazioni terrene precedenti si sono posti i fondamenti per poter attraversare in modo particolarmente intenso la cultura di Marte e poter acquisire disposizioni, attraverso le quali potevano agire in modo originale all’interno dello sviluppo dell’umanità, potevano portare un nuovo aspetto nello sviluppo dell’umanità. Perciò per la vera cultura spirituale entreranno in gioco sempre più e più quegli uomini che — l’ho già affrontato da un altro punto di vista — dalla loro giovinezza mostrano meno disposizioni per tale punto di vista spirituale, che assumono nel vivere più tardi. E vediamo ora che per questo motivo, nella direzione rosacrociana è stata sempre sottolineata una realtà che potevamo affrontare nei tempi passati, ma — poiché non eravamo così avanti nella caratterizzazione come lo siamo ora — non potevamo provare. Coloro che nel senso rosacrociano rappresentavano il principio iniziatico in occidente, hanno sempre sottolineato esplicitamente che è impossibile individuare già nell’infanzia le vere individualità guida, poiché queste sono individualità presso le quali, nel senso indicato, si mostra una specie di frattura nella vita più tarda.
— Quando il veggente odierno parla del Buddha, sa soprattutto che il Buddha ha mantenuto fedelmente quello che aveva promesso il suo insegnamento: ha continuato a lavorare per quello che, nell’uomo, non spinge direttamente verso la corporeità fisica, che perciò non appare incarnato fin dall’inizio nella corporeità fisica, ma entra nell’uomo solo allora, quando la corporeità fisica ha attraversato un certo sviluppo, quando è arrivata a uno spiccato livello verso lo spirito. Allora viene ciò che il Buddha dà all’uomo. Questo sorge dunque solo negli anni più tardi della vita. Questo dobbiamo tenere in considerazione, se vogliamo comprendere lo sviluppo completo dell’essere umano. Di ciò che da questo risulta per il singolo uomo per quanto riguarda la vita tra la nascita e la morte, parleremo dopo.
Quando consideriamo la vita umana in connessione con la vita nel rimanente esistere cosmico, così come possiamo considerarla con la percezione ordinaria che ci è data nell’esistenza esteriore dell’uomo, osserviamo in realtà soltanto la parte minima di quello che nel mondo si riferisce all’uomo. In altre parole: tutto quello che l’uomo può osservare, quando non vuole penetrare i misteri dell’esistenza, non può in fondo illuminarlo veramente su se stesso. Infatti, quando guardiamo intorno con i comuni organi di percezione umana, con l’organo del pensiero, non abbiamo propriamente nulla che racchiuda i misteri più profondi e significativi dell’esistenza. Questo aspetto emerge con particolare chiarezza quando si sviluppa, anche solo in misura relativamente modesta, la capacità di considerare la vita e il mondo da un’altra prospettiva: dal sonno. Ciò che si può vedere durante il sonno rimane ordinariamente nascosto alla percezione umana attuale. Poiché non appena l’uomo sprofonda nel sonno, in tutto quel lasso fra l’addormentarsi e il risveglio, l’uomo non vede propriamente nulla. Se però nel corso dello sviluppo spirituale giunge il momento in cui si può osservare anche quando si dorme, allora si vede in gran parte soprattutto quello che si riferisce all’uomo stesso e che rimane completamente nascosto all’osservazione ordinaria di ogni giorno. È facile comprendere perché questo deve restare nascosto all’osservazione quotidiana. Il cervello è uno strumento del giudizio, del pensiero. Si deve pertanto usare il cervello quando nella vita ordinaria si vuole pensare, giudicare; si deve almeno mettere il cervello in una certa attività; ma allora non si può osservarlo, non si può vederlo. Nemmeno l’occhio stesso può osservarsi quando osserva. E fondamentalmente accade così con tutto l’uomo.
Lo portiamo con noi, ma non possiamo osservarlo, non possiamo approfondire noi stessi in esso. Perciò giriamo propriamente lo sguardo verso il mondo esteriore, ma nella vita moderna non possiamo affatto girarlo verso noi stessi. Ora, i più grandi misteri dell’esistenza non stanno fuori nel mondo, bensì si trovano dentro l’uomo. Consideriamo quello che conosciamo dalla scienza dello spirito. Sappiamo che propriamente i tre regni della natura che ci circondano si basano su un certo arresto nello sviluppo. Il regno minerale, il regno vegetale, il regno animale si fondano essenzialmente sul fatto che qualcosa è rimasto indietro nello sviluppo. Soltanto l’entità essenziale che ha partecipato all’umanità durante l’esistenza terrestre ha compiuto il normale progresso dello sviluppo. Quando l’uomo osserva il regno minerale, vegetale o animale, contempla in realtà nel mondo quello che nel suo proprio essere corrisponde a ciò di cui egli «ricorda», a quello che è incorporato nella sua memoria. Se l’uomo considera soltanto quello che è incorporato nella sua memoria, quello che ha vissuto nell’anima, contempla appunto quello che si è svolto nel passato e ancora sussiste, quello che ancora un certo essere continua. Ma la viva e invisibile vita dell’anima del presente non si contempla quando ci si abbandona alla memoria. La memoria con tutte le sue rappresentazioni rappresenta qualcosa che si è come depositato nella nostra viva vita dell’anima, che letteralmente sta dentro di essa. Naturalmente queste cose sono tutte dette in senso figurato; ma è quello che, come memoria, è incorporato nella vita dell’anima, non la viva, elementare e presente vita dell’anima immediata. Allo stesso modo, nella natura esterna, accade con il regno minerale, vegetale e animale. In questi regni vivono i pensieri degli esseri divino-spirituali che erano stati pensati nel passato; e si proseguono nell’esistenza viva e presente così come le nostre rappresentazioni di ricordo si proseguono nella nostra vita dell’anima. Perciò non abbiamo nel mondo che ci circonda i pensieri degli esseri divino-spirituali presenti e vivi, bensì le rappresentazioni di memoria degli dèi, i pensieri conservati degli dèi.
Quando contempliamo la memoria nel suo contenuto, questo può davvero interessarci poiché noi, con la nostra memoria, afferriamo un angolo della creazione universale, quello che passa dall’atto creativo all’essere. È il grado più basso di quello che è stato creato, quello che vive nella nostra stessa anima come memoria, come rappresentazioni di ricordo; il grado primo, il più effimero di quello che è creato. Ma quando ci si risveglia spiritualmente durante il sonno, allora si vede qualcosa di diverso. Allora non si vede quello che sta fuori nello spazio; non si vedono processi come quelli che si incontrano nel regno minerale, vegetale o animale, neanche nel regno umano esteriore. Bensì si comprende che propriamente l’aspetto essenziale di ciò che si osserva è il creante e vivificante nell’uomo stesso. È come se tutto il resto fosse estinto e la terra, che si contempla dal punto di vista del sonno, contenesse soltanto l’uomo. Proprio ciò che durante il giorno, quando si è svegli, non si vedrebbe mai, si rivela allora, quando si contempla il mondo dal punto di vista del sonno. E allora si imparano veramente per la prima volta a conoscere i pensieri che gli esseri divino-spirituali si sono conservati, per plasmare sull’uomo al di là dell’essere minerale, vegetale e animale. Mentre attraverso la percezione fisica del mondo si osserva tutto il resto, soltanto non l’uomo, attraverso la percezione spirituale dal punto di vista del sonno non si osserva tutto il resto, ma propriamente soltanto l’uomo, in quanto si parli di una creazione, e ciò che accade nel regno umano, tutto ciò che sfugge all’ordinaria percezione quotidiana. Questa è la prima cosa straniera che questa contemplazione ha: quando viviamo osservando il mondo dal punto di vista del sonno, cioè quando dentro il sonno diventiamo chiaroveggenti e ci risvegliamo spiritualmente.
Ora, questo corpo umano — e considero come corpo umano quello che durante il sonno rimane nel letto, cioè corpo fisico e corpo eterico insieme — questo corpo umano presenta un aspetto particolare, un aspetto la cui caratteristica si può esprimere approssimativamente nel seguente modo: soltanto nel bambino, nella prima infanzia, questo corpo umano che dorme è in certa misura simile al tessere, vivere e agire negli altri regni della natura. Il corpo dell’uomo adulto, o comunque del bambino da una certa età in poi, quando viene osservato dal punto di vista del sonno presenta propriamente un processo continuo di corruzione, di distruzione. Certamente ogni notte durante il sonno le forze distruttive vengono di nuovo morte dalle forze di crescita; durante la notte viene compensato quello che il giorno distrugge, ma esiste sempre un eccesso di forze distruttive. E poiché esiste sempre un eccesso di forze distruttive, è questo che fa sì che noi muoriamo. Le differenze che rimangono si sommano. Ogni notte rimane sempre una differenza. Le forze che durante la notte vengono sostituite non sono mai esattamente grandi come quelle che sono state consumate durante la vita diurna, sicché nella vita normale dell’uomo ogni giorno rimane sempre un certo avanzo di forze distruttive. E poiché questo avanzo, che ogni giorno rimane, si aggiunge all’altro, sopraggiunge la morte naturale per vecchiaia quando la somma è così grande che le forze distruttive superano quelle costruttive. Quando contempliamo l’uomo dal punto di vista del sonno, osserviamo propriamente un processo di distruzione. Non osserviamo questo processo di distruzione con tristezza. Poiché i sentimenti che durante la vita diurna si potrebbero avere su questo processo di distruzione non si hanno quando, dal punto di vista del sonno, si contempla questo processo di distruzione, poiché allora si sa che questo processo di distruzione è la condizione dello sviluppo spirituale veramente proprio dell’uomo. Nessun essere che non distruggesse il suo corpo potrebbe pensare, potrebbe sviluppare vita interiore dell’anima. Sarebbe completamente impossibile che da soli processi di crescita, senza che vi stessero processi di distruzione, potesse svilupparsi vita dell’anima nel senso in cui l’uomo la vive. Si vedono dunque nei processi di distruzione, che accadono nell’organismo umano, le condizioni della vita psichica umana, e si sente l’intero corso come un beneficio. Persino si sente come una beatitudine, d’altro canto della vita, il fatto che si possa gradualmente dissolvere il proprio corpo. Non è soltanto che l’aspetto da questo lato della vita appare diversamente, ma anche tutti i sentimenti, tutti i modi di concepire appaiono diversamente; si ha propriamente da questo altro lato della vita, dal punto di vista della coscienza del sonno, sempre davanti a sé il corpo che decade, il corpo propriamente in decadenza. Quando ora consideriamo la vita fra la morte e la nuova nascita, abbiamo allora qualcosa di diverso. Per un certo tempo dopo la morte persiste un certo tipo di convivenza con la vita precedente. Per il tempo di Kamaloka tutto questo è diventato chiaro per voi; ma anche dopo il tempo di Kamaloka prosegue ancora per un po’: si vive con la vita precedente. Poi però viene un tempo che sempre sopraggiunge nella vita fra morte e nuova nascita. Viene un certo momento in cui effettivamente, in un senso ancora molto più alto che durante la coscienza del sonno, ha luogo un capovolgimento di tutta la contemplazione, di tutta la percezione rispetto alla contemplazione e percezione ordinaria, un capovolgimento per la seguente ragione appunto: quando si sta qui in questa esistenza terrestre, si guarda dal proprio corpo verso l’altro mondo, che non è propriamente il nostro corpo; da questo momento in poi, fra morte e nuova nascita, si guarda in misura molto scarsa verso l’ambiente, verso l’universo. Si guarda invece sempre di più su quello che ora si potrebbe chiamare il corpo umano, se ne conoscono tutti i segreti. Arriva dunque un momento, fra morte e nuova nascita, in cui si comincia a interessarsi in particolare per il corpo umano. È incredibilmente difficile quando si vogliono caratterizzare queste relazioni, e lo si può fare propriamente soltanto con parole balbettanti. Arriva un momento fra morte e nuova nascita in cui ci si sente di fronte a tutto il cosmo come se si avesse questo universo dentro di sé e fuori di sé soltanto il corpo umano.
Come ci si sente nei confronti dello stomaco, del fegato, della milza che li si ha interiormente, così ci si sente allora di fronte alle stelle e propriamente agli altri mondi, da questo momento in poi: si sente, si porta tutto questo dentro il proprio essere. Ciò che per questa vita qui è esteriore è allora propriamente il mondo interiore, e come ora si guarda verso le stelle, le nuvole e così via, così si guarda allora al corpo umano. E propriamente a quale corpo umano? Se si vuole sapere a quale corpo umano si guarda allora, bisogna comprendere che quello che, come nuovo uomo, entra nell’esistenza attraverso una nascita successiva si prepara per natura molto, molto prima della nascita. Non comincia con la nascita o con il concepimento, il fatto che questo uomo si prepari a essere di nuovo sulla terra, bensì molto prima. Ci sono infatti cose affatto diverse importanti rispetto a quelle che la biologia statistica attuale presume. Questa presume che, quando un uomo entra nell’esistenza attraverso la nascita, riceve determinate proprietà da padre, madre, nonno e così via, fino a tutta intera la serie degli antenati, per eredità. Oggi esiste già un libro piuttosto carino su Goethe, in cui le proprietà di Goethe vengono seguite fino ai suoi antenati. Ora questo, nel senso esteriore, è del tutto giusto; è assolutamente giusto nel senso esteriore, appunto nel senso che ho già più volte accennato: che propriamente non c’è nessuna contraddizione fra nessun fatto naturalistico che è asserito con diritto e i fatti che devono essere discussi dal punto di vista scientifico-spirituale. Questo sta proprio come quando qualcuno viene e dice: ecco che qui sta un uomo, perché vive? — Allora qualcuno può rispondere: so perché costui vive: vive per il fatto che ha i polmoni dentro e che fuori c’è aria. — Questo è del tutto giusto, naturalmente giusto. Ma un altro può venire e dire: questo uomo vive da una ragione completamente diversa ancora. È caduto in acqua quattordici giorni fa e io gli sono saltato dietro e l’ho tirato fuori: perciò vive; se io non gli fossi saltato dietro e non l’avessi tirato fuori dall’acqua, oggi non vivrebbe affatto!
Questa asserzione è del tutto giusta, ma anche l’altra asserzione è egualmente giusta. Così è del tutto giusto quando con la scienza naturale esteriore si dimostra che qualcuno porta in sé i tratti ereditari dei suoi antenati; ma è egualmente giusto quando si indica il suo karma e le altre cose. Nel principio dunque la scienza dello spirito non può affatto essere intollerante; nel principio soltanto la scienza esteriore può essere intollerante, per esempio rifiutando la scienza dello spirito. Così qualcuno può venire e dire che ha conservato in sé i caratteri della serie dei progenitori. Ma accanto a questo c’è anche il fatto che l’uomo, da un determinato momento fra la morte e la nuova nascita, comincia a sviluppare forze che agiscono sui suoi antenati. Molto prima che un uomo entri nell’esistenza fisica, egli sta già in una connessione misteriosa con l’intera serie degli antenati. E che in una serie di progenitori appaiano determinate proprietà ben definite, deriva dal fatto che da questa serie di antenati — forse soltanto dopo secoli — deve sorgere un uomo ben determinato. Questo uomo, che forse dopo secoli deve sorgere da una serie di antenati, regola dal mondo spirituale le proprietà dei suoi antenati. Goethe dunque — se vogliamo ancora una volta ricorrere a questo esempio — mostra i caratteri dei suoi progenitori poiché dal mondo spirituale si è continuamente dedicato a impiantare nei suoi antenati le sue proprietà. E così come è stato mostrato per Goethe, lo fa ogni uomo. Da un momento ben determinato in avanti, dunque, l’uomo fra la morte e la nuova nascita è già occupato con la preparazione della sua successiva esistenza terrestre. Ciò che l’uomo qui sulla terra porta in sé come suo corpo fisico non deriva affatto tutto dalla vita fisica dei progenitori, non deriva affatto tutto da quello che sulla terra può accadere come processi. Ciò che portiamo come corpo fisico è in realtà già in sé un’entità a quattro articolazioni. Noi abbiamo sviluppato il nostro corpo fisico attraverso il tempo di Saturno, il tempo del Sole, il tempo della Luna e il tempo della Terra.
Fu impostato per primo nel vecchio Saturno; durante il tempo del Sole si è articolato il corpo eterico, durante il tempo della Luna il corpo astrale, e durante il tempo della Terra l’io; e attraverso queste articolazioni il corpo fisico è stato sempre trasformato. Così abbiamo in noi la trasformata impostazione di Saturno, le trasformate condizioni del Sole, le trasformate condizioni della Luna, tutte quante in noi. Non potremmo portare un corpo fisico umano in noi se non portassimo le trasformate condizioni fisiche in noi. Visibile è di tutto, propriamente, soltanto quello che abbiamo dalla terra; gli altri articoli infatti non sono visibili. Il corpo fisico dell’uomo diviene visibile poiché assume le sostanze della terra, le trasforma nel suo sangue, e permea quest’ultimo di un’invisibilità. In realtà si vede soltanto il sangue e i prodotti di trasformazione del sangue, dunque soltanto un quarto del corpo fisico umano; i tre altri quarti sono invisibili. Qui c’è infatti innanzitutto un’impalcatura invisibile; in questa impalcatura invisibile ci sono correnti invisibili; tutto questo però è presente come forze. In queste correnti invisibili ci sono nuovamente effetti invisibili delle singole correnti le une sulle altre. Tutto questo non è ancora visibile. E ora questo triplice invisibile viene permeato da quello che i nutrienti, che vengono trasformati in sangue, costituiscono come riempimento di questo triplice invisibile. Attraverso questo soltanto il corpo fisico diviene visibile. E soltanto con le leggi di questo visibile siamo nel campo che proviene dall’elemento terrestre. Tutto il resto non proviene dalle condizioni terrestri; tutto il resto è quello che viene dalle condizioni cosmiche ed è già preparato per noi quando avviene il concepimento, quando il primo atomo fisico dell’uomo entra nell’essere. Lì è stato preparato in tempi precedenti, senza che ci fosse una connessione fisica con padre e madre, quello che deve essere la successiva corporalità dell’uomo. Le relazioni ereditarie vengono allora lavorate dentro.
Su quello che si prepara, si potrebbe dire, come l’embrione spirituale, come il germe vitale spirituale, e che inizia a prepararsi dal momento attratto fra morte e nuova nascita, guarda propriamente lo psichico dell’uomo. Questo è il suo mondo esteriore! Notate adesso la differenza: quando chiaroveggentemente nel sonno ci si risveglia, si guarda al corpo umano che diviene, si guarda al corpo umano che propriamente si trova in un continuo processo di distruzione — e quando si guarda al momento in cui si vedono le proprie interiora come il proprio mondo esteriore. Ma allora il nuovo uomo interiore è il mondo esteriore! Si vede dunque al contrario rispetto a quando si vede chiaroveggentemente durante il sonno. Durante il sonno si sente come si sentono le proprie interiora come il proprio mondo esteriore; si vede però solo un uomo in dissoluzione; nel tempo fra morte e nuova nascita si guarda da quel momento in poi sul corpo che sorge, sul corpo che diviene, sul corpo che si fa entrare nell’essere. L’uomo non ha soltanto la capacità di conservarsi un ricordo di quello che vede fra morte e nuova nascita. Ciò che egli vede lì come componente l’opera meravigliosa della corporalità umana è davvero più grande di tutto quello che l’uomo può contemplare quando guarda il cielo stellato, o quando con una qualche contemplazione legata al corpo fisico guarda il mondo fisico esteriore. Grandi sono i misteri dell’essere, anche quando li consideriamo soltanto sensibilmente, dal nostro punto di vista sensibile; ma più grande è quello che contempliamo quando quello che vediamo così esteriormente come interiora dentro noi stessi portiamo, e quando allora contempliamo il corpo umano che diviene con tutti i suoi misteri! Vediamo allora come tutto tende, si prepara per afferrare infine l’essere fisico, quando l’uomo entra nel mondo fisico attraverso la nascita. Ora non esiste nulla che in realtà possa essere chiamato beatitudine, se non la contemplazione del processo di creazione, del processo di divenire. Tutta la considerazione di un essere già esistente non è nulla rispetto alla contemplazione del divenire; e quello che si intende con le beatitudini che l’uomo può sentire fra morte e nuova nascita si riferisce propriamente al fatto che l’uomo in questo periodo dell’essere può contemplare il divenente.
Su cose come queste, che sono passate attraverso le rivelazioni dei tempi e di cui alcuni spiriti, che erano appropriatamente preparati, sono stati colti, su queste si riferiscono parole come quelle che abbiamo per esempio nel «Prologo in cielo» nel «Faust» di Goethe: «Ciò che diviene, che eterna agisce e vive, / Abbracciatelo con l’amor che dolce vi costringe, / E quel che in fluttuante apparenza si muove, / Fermatelo con durevoli pensieri». Questa è appunto la differenza nella contemplazione di questo mondo fra la nascita e la morte e il mondo fra la morte e la nuova nascita: che qui contempliamo essere, e poi divenire. Potrebbe forse venire a qualcuno il pensiero: ma allora l’uomo si occupa soltanto della contemplazione del suo proprio corpo? Non lo fa. Poiché questo proprio corpo è, in questo stadio del divenire, realmente mondo esteriore, non è il proprio corpo, è l’espressione dei misteri divini. E allora viene in mente in modo giusto perché il corpo fisico, che l’uomo fra nascita e morte in verità soltanto maltratta, perché questo corpo umano — quando si abbraccia questo intero processo della contemplazione — è il tempio dei misteri cosmici, poiché contiene più dell’essere esteriore di quanto si vede quando si è dentro. Si ha allora quello che è mondo esteriore come mondo interiore; quello che si chiama altrimenti universo è allora ciò a cui si può dire io — e questo è il mondo esteriore che si contempla. Bisogna semplicemente non offendersi del fatto che si contempla il proprio corpo — cioè il corpo che allora deve diventare il proprio corpo — e che naturalmente al di là devono esserci anche tutti gli altri corpi che sorgono. Ma non cambia nulla. Non cambia perché qui di nuovo abbiamo a che fare con la pura moltiplicazione.
In realtà una differenza dei corpi umani che possa interessare e che possa essere significativa comincia soltanto in tempo relativamente breve prima che gli uomini entrino nell’essere fisico. La maggior parte del tempo fra morte e nuova nascita, quando si guarda al corpo umano che diviene, è davvero così che i singoli corpi si distinguono soltanto per il numero, e questo si trasferisce anche propriamente all’esperienza propria, alla sensazione propria. È davvero già non grande differenza quando si vuole considerare un chicco di grano: si va in un campo e da una spiga qualsiasi si estrae un chicco, oppure si va cinquanta passi più avanti e da una spiga si estrae un chicco. Per l’essenziale, che si può considerare nel chicco di grano, un chicco è buono quanto l’altro. Ma questa sensazione si ha anche quando si considera il proprio corpo; che sia proprio ha propriamente valore soltanto per l’avvenire, poiché lo si vuol poi riferire sulla terra; ora interessa soltanto come portatore dei più alti misteri cosmici, e in ciò consiste la beatitudine, che lo si possa considerare come qualsiasi altro corpo umano. Si sta davanti al mistero del numero, che qui non è il caso di trattare ulteriormente, ma fra molte altre cose che entrano in considerazione vi è il fatto che il numero — cioè l’essere molteplice — dal punto di vista spirituale non viene sentito come dal punto di vista fisico. Ciò che viene sentito in molti esemplari viene di nuovo sentito come unità. Ci si sente attraverso il proprio corpo dentro l’universo, e attraverso quello che nella vita fisica si chiama universo ci si sente dentro nella propria itatità. Così diversa è la percezione quando una volta si considera il mondo da qui, un’altra volta di là. Per il veggente il momento propriamente più significativo fra morte e nuova nascita è quello in cui l’uomo cessa di occuparsi soltanto della sua ultima vita e comincia di nuovo a guardare al divenire. L’impressione che il veggente riceve quando segue una tale anima al passaggio fra morte e nuova nascita, dove l’anima comincia a incarnarsi nel divenire, è di conseguenza così sconvolgente, poiché l’anima stessa che attraversa questo momento sperimenta un significativo turbamento.
Questo si può paragonare soltanto con l’insorgere della morte qui nella vita fisica. Quando nella vita fisica subentra la morte, si passa dalla vita all’essere; lì si passa — sebbene non sia esatto in questo modo, poiché non si può designare esattamente — da qualcosa che sta con la vita morta prima con noi, a un divenire, a un sorgere. Si incontra quello che contiene seminalmente una vita completamente nuova. È il momento inverso della morte. Questo è così incredibilmente significativo. Ora, nel contesto di questo, dobbiamo lanciare uno sguardo sulla evoluzione umana, sull’evoluzione terrestre dell’uomo. Guardiamo indietro a un tempo in cui la nostra anima era per esempio nel tempo antico egizio-caldaico, dove, quando guardava attraverso il corpo fisico nel mondo, non solo contemplava le stelle come corpi celesti fisico-sensibili, ma dove ancora — anche se soltanto in certi stati intermedi nella vita fra nascita e morte — contemplava sulle stelle entità spirituali che sono legate all’essere stellare. Questo agì dentro le anime, e le anime erano in quel tempo riempite da impressioni dal mondo spirituale. Doveva accadere che nel corso dello sviluppo gradualmente la possibilità di contemplare lo spirituale si spegnesse e lo sguardo si limitasse alla sensibilità. Questo si è svolto durante il tempo greco-latino, dove lo sguardo dell’uomo era sempre più distolto dal mondo spirituale e limitato al mondo sensibile. E adesso viviamo nel tempo dove per l’anima sempre di più si spegne la possibilità di contemplare lo spirituale nella vita del mondo fisico esteriore. La terra è proprio adesso nel suo processo di divenire, nel suo processo di morire, e ci si immerge molto forte in questo processo di morte. Mentre dunque al tempo egizio-caldaico gli uomini contemplavano ancora lo spirituale intorno a loro, ora contemplano soltanto il sensibile — e sono orgogliosi quando possono fondare una scienza che contiene soltanto il sensibile. Questo processo continuerà ancora. Verrà un tempo in cui l’uomo perderà interesse per le impressioni immediate del mondo sensibile e in cui guarderà al sub-sensibile nei suoi occhi e se ne interesserà.
Possiamo notare già oggi come si avvicini il tempo in cui l’uomo si interessi soltanto ancora del sub-sensibile. A volte questo emerge persino in modo molto significativo, per esempio quando la fisica odierna non contempla più affatto i colori. Poiché in realtà la fisica oggi non contempla più la qualità del colore, bensì vuole contemplare quello che sta sotto il colore, quello che sotto il colore vibra, sotto il colore oscilla. Potete oggi già in molti libri leggere l’assurdità che si dica per esempio che un colore giallo sia un numero di oscillazione così grande di lunghezze d’onda. Allora la contemplazione viene già distolta dalla qualità del colore e viene diretta a quello che non sta nel colore giallo e che poi si rappresenta come realtà. Potete oggi trovare libri di fisica, anche libri fisiologici, in cui viene sottolineato che non più l’immagine sensibile immediata deve catturare l’attenzione, bensì qualcosa dove tutto è dissolto in oscillazioni e numeri di oscillazioni. E questo modo di considerare il mondo continuerà ancora oltre. Gli uomini perderanno l’attenzione per l’essere sensibile e vorranno soltanto guardare a quello che è presente come effetti di forza. Bisogna soltanto ricordare una cosa culturale-storicamente e provare la cosa empiricamente. Aprite ancora oggi il discorso che Du Bois-Reymond ha tenuto il 14 agosto 1872 «Sui limiti della conoscenza naturale». Lì troverete un’espressione singolare per una cosa che già Laplace ha descritto, l’espressione della «conoscenza astronomica di un sistema materiale», cioè quando si rappresenta quello che sta dietro un processo di luce o di colore come qualcosa che si produce soltanto da forze matematico-fisiche. Arriverà una volta al punto che le anime umane saranno così lontane — e già per la prossima incarnazione le migliori disposizioni le hanno coloro che oggi vengono educati in certe scuole — di aver perso il vero interesse per il colore che brilla e per il mondo della luce, e di chiedere soltanto i rapporti di forza. Gli uomini non avranno più interesse per il violetto e il rosso, bensì soltanto per queste o quelle lunghezze d’onda.
Questo devastare dell’interiorità umana è qualcosa a cui si va incontro, e l’antroposofia è lì per contrapporsi, in tutti i dettagli contrapporsi. Poiché non è che soltanto la pedagogia immediata lavori su questo devastamento della vita, bensì questo corso è presente in tutta la vita. Ed era un certo contrasto rispetto alla vita ordinaria, quando nella nostra antroposofia volevamo dare alle anime quello che le refertilizza di nuovo, quello che non deve derivare soltanto dalla maia sensibile; poiché vogliamo dare all’anima umana di nuovo quello che non dà soltanto la maia sensibile, bensì quello che sgorga come spirito. E questo possiamo, quando le diamo ciò per cui nelle prossime incarnazioni potrà vivere di nuovo nel mondo vero. Così c’era un certo contrasto nel fatto che dovevamo esporre queste cose nel mondo che, nell’indifferenza verso forma e colore, forma un tale contrario a quello che vogliamo; poiché specialmente riguardo ai colori il mondo attuale prepara le anime anche a contrastare quello che vogliamo. Non dobbiamo lavorare soltanto con concetti e idee, bensì dobbiamo lavorare con idee universali. Perciò non è una semplice predilezione di noi quando ci circondiamo così come qui in questo spazio, bensì questo è connesso con l’intera essenza della scienza dello spirito. Deve risvegliarsi di nuovo nell’anima la possibilità di sentire immediatamente quello che si offre ai sensi, affinché di là, da allora nell’anima possa germinare di nuovo la vita viva nello spirituale. Ora, in questa incarnazione, ognuno di noi può accogliere la scienza dello spirito. L’accoglie con l’anima, l'elabora con l’anima; ma quello che ora accoglie psichicamente entra nei suoi doti per la prossima incarnazione. Se dunque passa attraverso il tempo fra la morte e la prossima nascita, allora dall’anima sua invia nel suo corpo che diviene quello che allora prepara i suoi doti corporali per poter di nuovo vedere il mondo più spiritualmente. Non può farlo se non accoglie l’antroposofia. Poiché se non l’accoglie, allora prepara il suo corpo per non contemplare nulla se non rapporti desolati, per non avere nemmeno più un occhio per il mondo sensibile.
Ora sia detto qualcosa che, per il veggente, pronuncia un giudizio sulla missione della scienza dello spirito. Quando il veggente oggi rivolge lo sguardo alla vita che le anime conducono fra morte e nuova nascita, a quelle anime che hanno già passato il momento caratterizzato prima e si preparano nella contemplazione del corpo che diviene per un futuro essere, allora può accorgersi che le anime guardano a un corpo che diviene, il quale non offrirà più loro la possibilità di sviluppare doti per comprendere lo spirituale, poiché per la vita nel corpo fisico bisogna già aver messo in questi doti prima della nascita. Perciò già nel prossimo futuro nasceranno uomini ai quali sempre più — come per molte anime già da tempo — mancherà la dote per accogliere il sapere spirituale. Si presenterà l’aspetto di anime che nelle vite precedenti non hanno avuto l’occasione di accogliere lo spirituale, e che di certo rappresentano uno sguardo su un divenire — ma il terribile è questo: su un divenire a cui manca qualcosa e deve mancare. Da questi aspetti nasce la comprensione della missione dell’antroposofia. Appartiene davvero agli aspetti sconvolgenti, quando si vede un’anima che guarda alla sua prossima incarnazione, al suo prossimo corpo, e vede un divenire che spunta e germoglia, ma un divenire al quale essa deve dire a se stessa: «Gli mancherà qualcosa! Ma quello che gli mancherà io non posso darglielo, perché dipende dalla mia incarnazione precedente!» — Nel piccolo questo si può paragonare con il dover lavorare a qualcosa di cui sapessi: deve diventare imperfetto, sei condannato a farlo imperfetto. Cercate di figurarvi il paragone: potete fare tale lavoro perfetto e potete avere gioia del lavoro, oppure siete fin dall’inizio condannati a farlo imperfetto! Questa è la grande questione: l’anima umana deve essere sempre di più condannata a guardare ai suoi corpi che rimangono imperfetti, oppure non deve esserlo? — Se non deve esserlo, allora deve qui nella sua vita in corpi fisici accogliere il messaggio delle conoscenze spirituali dai mondi spirituali.
È già quello che coloro che vedono il loro compito non derivare soltanto dagli ideali terrestri! Non deriva da alcun ideale terrestre, bensì deriva dall’aspetto della vita totale, quella vita che si presenta quando alle vite terrestri aggiungiamo il tempo fra morte e nuova nascita. E lì mostra la possibilità di un futuro umano fecondo, mostra anche la possibilità di contrastare il devastamento dell’anima umana. Lì si può allora acquisire quel sentimento che dice: la scienza dello spirito deve esistere, deve venire, deve sussistere nel mondo. La vera, reale scienza dello spirito è appunto quella senza la quale l’umanità nel futuro non potrà sussistere. Ma non nel senso che senza essa non si possa sussistere come senza altre conoscenze; bensì la scienza dello spirito è quello che non soltanto dà all’uomo concetti e idee, ma che dà vita. E quello che è in un’incarnazione per l’anima concetti e idee della scienza dello spirito, è per essa nella prossima incarnazione vita, forza vitale interiore ed efficacia vitale. Perciò non è soltanto una vita in concetti e idee quello che la scienza dello spirito dà all’uomo, bensì è elisir di vita, forza vitale. Perciò, se ci si conta come appartenente a un movimento scientifico-spirituale, si dovrebbe sentire questa scienza dello spirito come una necessità vitale, non soltanto come qualcosa che si fonda come le cose che si fondano in altre associazioni. Questo sentimento dell’esser collocato vivo nelle necessità dell’esistenza è il vero sentimento di fronte alla scienza dello spirito. E abbiamo fatto queste considerazioni sulla vita fra morte e nuova nascita per ricevere, d’altro canto, l’impulso giusto che ci può dare direttamente l’entusiasmo per la scienza dello spirito.
Nel periodo in cui il materialismo ha principalmente fiorito in forma teorica — ossia nei decenni intermedi e in parte anche negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo, allorché gli scritti di Büchner o di Vogt, il cosiddetto «grosso» Vogt, avevano prodotto un profondo effetto su larghi strati di persone che allora si sentivano come uomini consapevoli — si poteva spesso udire una certa espressione. Un’espressione che ancora oggi talvolta si ode, dal momento che in certi gruppi di concezione del mondo i ritardatari di quel materialismo teorico si trovano ancora presenti. Allorché le persone non vogliano semplicemente negare ogni vita dopo la morte, quando talvolta accettano l’idea di una tale vita dopo la morte, allora dicono: ebbene, certo, può esistere una tale vita dopo la morte. Tuttavia perché dovremmo occuparcene qui, in questa vita terrena? Vedremo bene, quando la morte sarà intervenuta, se una tale vita esista. Se noi qui sulla terra ci occupiamo soltanto di quello che la terra ci offre e non teniamo in considerazione quello che deve venire dopo la morte, non perderemo allora nulla di straordinario. Se la vita dopo la morte ha da offrire qualcosa, la vedremo bene allora! Come si è detto, questa maniera di esprimersi si poteva spesso udire, e ancor oggi la si ode in larghi strati, e quando è pronunciata così potrebbe quasi sembrare in certa misura accettabile. Eppure essa contraddice completamente i fatti che emergono dalla ricerca dello spirito, quando si osservano spiritualmente quei fatti che si svolgono nella vita fra la morte e la nuova nascita. Quando l’uomo ha attraversato la porta della morte, egli entra certamente in relazione con le più diverse forze ed esseri. L’uomo non si immerge unicamente in una somma di fatti sovrasensibili, bensì entra in contatto con certe forze, sì, con esseri che noi conosciamo e abbiamo spesso discusso: gli esseri delle singole gerarchie superiori. Domandiamoci dunque una volta: quale significato ha per l’uomo, nel passaggio attraverso la vita fra la morte e la nuova nascita, entrare in rapporto con queste forze e questi esseri delle gerarchie superiori? Noi sappiamo che l’uomo, quando ha attraversato questa vita nel mondo sovrasensibile ed entra nuovamente nell’esistenza attraverso una nuova nascita, diviene in certa misura l’autocostruttore della sua corporeità, anzi del suo intero destino nella vita successiva. Entro certi limiti, l’uomo forma e costruisce il suo corpo, fino alle circonvoluzioni del cervello, con le forze che deve portarsi dai mondi spirituali quando attraversa di nuovo la nascita nell’esistenza fisica. In questa esistenza fisica la nostra intera vita dipende dal fatto che possediamo forme, conformazioni del nostro corpo fisico, per mezzo delle quali possiamo entrare in relazione con il mondo fisico esteriore, per mezzo delle quali possiamo agire, operare in questo mondo fisico esteriore. Sì, per mezzo delle quali possiamo pensare in questo mondo fisico esteriore. Se noi non possediamo qui nel mondo fisico il cervello opportunamente formato, che ci formiamo noi stessi, nel passaggio attraverso la nascita, dalle forze del mondo sovrasensibile, allora rimaniamo insufficienti per la vita nel mondo fisico. Noi siamo adeguati a questa vita nel mondo fisico soltanto se ci portiamo dal mondo spirituale forze tali, per mezzo delle quali possiamo costruirci un corpo all’altezza delle esigenze di questo mondo fisico con tutti i suoi compiti. Le forze, le forze sovrasensibili che l’uomo ha bisogno di possedere per formare il suo corpo e il suo destino, noi le riceviamo da quegli esseri e da quelle forze delle gerarchie superiori con cui entriamo in relazione fra la morte e la nuova nascita. Ciò che abbiamo bisogno di acquisire per la costruzione della nostra vita deve dunque essere procurato nel tempo che precede la nostra nascita, dalla morte precedente!
Dobbiamo, fra la morte e la nascita successiva, avvicinarci passo dopo passo agli esseri appropriati, che possono accordarci, trasmetterci le forze di cui avremo bisogno quando saremo di nuovo entrati nell’esistenza fisica, per la nostra vita. Ora possiamo passare davanti agli esseri delle gerarchie superiori durante la vita fra la morte e la nuova nascita in una duplice maniera. Possiamo passare dinanzi a loro così da riconoscerli, da comprendere la loro essenza, le loro caratteristiche peculiari, e da poter ricevere quello che essi sono capaci di offrirci. È un ricevimento di quello che le gerarchie superiori ci possono offrire, e di cui avremo bisogno nella vita successiva. Noi dobbiamo essere in grado di comprendere, anzi soltanto di scorgere, quando ci viene dato questo o quello, di cui potremo fare uso. Potremmo però anche passare accanto a questi esseri cosicché, per così dire in senso figurato, le mani di questi esseri delle gerarchie superiori ci offrano doni di cui avremmo bisogno per la nostra vita, ma che noi non riceviamo, poiché è buio, parlando spiritualmente, in questo mondo superiore per cui passiamo. Possiamo dunque passare attraverso questo mondo con consapevolezza, di modo che diventiamo consapevoli di ciò che gli esseri dovrebbero trasmetterci, oppure possiamo passare attraverso questo mondo senza consapevolezza, e non diventiamo consapevoli di ciò che gli esseri vogliono trasmetterci. Il modo in cui passiamo, quale delle due modalità dobbiamo necessariamente scegliere per il passaggio fra la morte e la nuova nascita, questo è predeterminato dagli effetti residui della precedente ultima vita terrena e delle vite precedenti. Un uomo che nella sua ultima vita terrena si è comportato in modo ottuso e rifiutante verso tutti i pensieri e le idee che ci possono venire come illuminazioni sul mondo sovrasensibile, un tale uomo passa attraverso la vita fra la morte e la nuova nascita come attraverso un mondo di tenebre.
La luce, parlando spiritualmente, di cui abbiamo bisogno per riconoscere come questi esseri si avvicinano a noi, per comprendere quali doni dobbiamo ricevere dalle varie gerarchie per la nostra vita successiva, quella luce della consapevolezza non possiamo ottenerla nel mondo sovrasensibile stesso, bensì dobbiamo ottenerla qui nell’incarnazione fisica terrestre. Passiamo così attraverso la vita sovrasensibile fino alla nascita successiva senza riconoscere nulla, senza che riceviamo le forze di cui avremo bisogno per la vita successiva, se non portiamo con noi, attraversando la porta della morte, idee e concetti per portarli nella vita spirituale. Da questo vediamo come sia impossibile dire: si potrebbe aspettare fino alla morte, e allora si vedrà quale fatto o quale realtà ci si presenterà dopo la morte. Come possiamo allora comportarci verso questa realtà dipende dal fatto se qui nella vita terrena le nostre anime si sono dimostrate ricettive o rifiutanti verso i concetti sul mondo sovrasensibile, che abbiamo potuto ottenere, e che devono essere la luce per cui illuminiamo il nostro passaggio fra la morte e la nuova nascita. Possiamo anche vederne un’altra cosa da quello che è stato detto. La credenza che si debba semplicemente morire per ricevere tutto quello che il mondo sovrasensibile potrebbe offrire, se non si è provveduto a prepararsi per esso qui, questa credenza è del tutto falsa. Tutti i mondi hanno la loro missione particolare. E quello che l’uomo può acquisire nella sua incarnazione terrestre, non può acquisirlo in nessuno degli altri mondi. Certo, egli può fra la morte e la nuova nascita, in ogni caso, entrare in comunione con gli esseri delle gerarchie superiori. Tuttavia, per ricevere i loro doni, per non procedere nel buio attraverso la vita o in orribile solitudine, ma per poter instaurare una relazione con le gerarchie superiori e le loro forze, per questo devono essere acquisiti qui nella vita terrena i concetti e le idee che sono la luce per contemplare le gerarchie superiori.
Un uomo che nella vita terrena, nel ciclo temporale attuale, ha disprezzato di acquisire concetti spirituali, procede così in orribile solitudine attraverso la vita fra la morte e la nuova nascita; e per quanto riguarda la vita superiore, orribile solitudine significa proprio procedere nel buio, e allora non si portano nella vita successiva le forze di cui si avrebbe bisogno per costruirsi il corpo in modo appropriato e preparare i suoi strumenti. Può soltanto costruirli in forma imperfetta, e sarà dunque un uomo insufficiente nella vita successiva. Da questo vediamo come il karma agisce da una vita all’altra. In una vita l’uomo disprezza, per sua scelta libera, di sviluppare una relazione con i mondi spirituali in modo qualsiasi; nella vita successiva egli non ha forze per procurarsi nemmeno gli organi per mezzo dei quali potrebbe pensare, sentire, volere le verità della vita spirituale. Allora rimane ottuso e inattento verso le condizioni spirituali, e la vita spirituale passa oltre a lui come in un sogno, come accade invero a molti uomini. Non può interessarsi, sul globo terrestre, per i mondi spirituali. E quando allora una tale anima attraversa nuovamente la porta della morte, essa è allora una vera preda per le potenze luciferiche; precisamente verso tali anime Lucifero si avvicina. L’aspetto singolare è che nella vita successiva nel mondo spirituale, che segue a quella ottusa e disattenta, a un tale uomo gli esseri e i fatti delle gerarchie superiori vengono certamente illuminati. Ma ora non per mezzo di quello che egli ha acquisito nella vita terrena, bensì per mezzo della luce che Lucifero infonde nella sua anima. Lucifero allora illumina per lui il mondo superiore, mentre egli passa attraverso la vita fra la morte e la nuova nascita. Ora può sì percepire le gerarchie superiori, può percepire quando esse gli vogliono offrire forze. Tuttavia, il fatto che Lucifero gli abbia acceso quella luce dà la sfumatura particolare, la colorazione particolare; fa sì che tutti i doni siano allora di natura particolare. Le forze delle gerarchie superiori non sono allora quelle che l’uomo altrimenti avrebbe potuto ricevere, bensì divengono tali che, quando egli entra nella vita successiva, può sì formarsi e conformarsi la sua corporeità, ma la conforma in modo che diventa un uomo che è bensì all’altezza del mondo esteriore e delle sue esigenze; tuttavia in certa misura un tale uomo è interiormente insufficiente, poiché nella sua anima è permeato e colorato dai doni di Lucifero, o almeno da doni di natura luciferica. Quando incontriamo nella vita uomini che hanno formato la loro corporeità in modo da saper ben usare il loro intelletto, da acquisire certe abilità per mezzo delle quali possono elevarsi, ma lo fanno soltanto a proprio vantaggio, quando applicano i loro doni soltanto per conseguire quello che ha significato per essi e per il loro essere, quando cioè perseguono il loro vantaggio in modo assai spietato, secco, come accade appunto a molti uomini nella nostra epoca, allora il veggente scopre molto frequentemente che essi hanno attraversato quella storia preliminare che è stata caratterizzata. Prima di giungere a quella vita secca, intelligente e abile, furono guidati attraverso il mondo che si estende fra la morte e la nuova nascita dalle essenze luciferiche; e queste poterono avvicinarsi a loro poiché nell’incarnazione precedente erano stati ottusi e sognanti durante la vita. Questa ottusità e questo sognare però se li erano acquisiti poiché precedentemente avevano attraversato una vita fra la morte e la nuova nascita dove si erano dibattuti nel buio, in una vita nella quale gli spiriti delle gerarchie superiori avrebbero dovuto offrire loro le forze per la costruzione di una nuova vita, che però non poterono ricevere correttamente; e questo di nuovo era accaduto poiché precedentemente avevano volontariamente rifiutato di occuparsi delle idee e dei concetti su un mondo spirituale. Qui abbiamo il nesso karmico! A seconda di come nel divenire storico dell’umanità si presenta il fatto reale, le cose che sono state esposte si moltiplicano in varie forme. Ma esse si presentano; si presentano non di rado, quando con l’aiuto della ricerca dello spirito avanziamo nei mondi superiori e, conoscendo le condizioni delle vite umane, le portiamo dinanzi allo sguardo spirituale.
È dunque errato dire: si ha bisogno di occuparsi solo di quello che ci circonda nell’esistenza terrena, poiché il resto si rivelerà da sé. — Come si rivelerà dipende appunto interamente da come ci si è preparati per esso qui. Anche un’altra cosa può facilmente accadere. E io espongo queste cose affinché, attraverso la comprensione della vita fra la morte e la nuova nascita, la vita fra la nascita e la morte ci diventi sempre più comprensibile. In questa vita terrena, quando l’osserviamo intelligentemente, vediamo certi uomini — specialmente nel nostro tempo questi uomini si presentano di frequente — che in certa maniera possono pensare soltanto a metà, la cui logica si ferma dovunque di fronte alla realtà. Sia addotto un esempio. Un predicatore di libero pensiero, per il resto assolutamente onesto nei suoi sforzi, ha detto una volta, in occasione, nel primo calendario dei liberi pensatori, quanto segue: non si dovrebbero insegnare ai bambini i concetti religiosi, poiché ciò sarebbe innaturale. Se si lascia crescere i bambini senza inculcare loro concetti religiosi, vediamo che da sé non perverranno a concetti di Dio, immortalità e così via. Da ciò si potrebbe dedurre che tali concetti sono innaturali per l’uomo; e ciò che è innaturale per l’uomo non gli si dovrebbe insegnare, ma soltanto ciò che si può far emergere dalla sua medesima anima. — Come accade in molte altre cose, così in un tale enunciato ci sono migliaia e migliaia di persone dell’epoca presente che trovano questo molto intelligente, molto acuto. Ma se si applica la vera logica, allora si trova quanto segue. Si prenda un uomo che non ha ancora imparato a parlare, lo si metta su un’isola solitaria e ci si assicuri che non udirà alcun suono del linguaggio. La conseguenza sarà: egli non imparerà mai a parlare. E chi dice che non si dovrebbero insegnare all’uomo concetti religiosi, costui logicamente dovrebbe anche dire che l’uomo non dovrebbe imparare a parlare, poiché il linguaggio non si comunica da sé. Il predicatore di libero pensiero di cui si parla non può dunque diffondere il pensiero addotto per mezzo della sua logica, poiché con la sua logica si ferma di fronte ai fatti.
Può soltanto abbracciare un piccolo cerchio con essa, e non si accorge che il pensiero, se lo si afferra affatto, da sé si dissolve. Chi si guarda intorno nella vita, trova questo pensiero insufficiente, questo pensiero a metà molto diffuso. Se si ritracciano con l’aiuto della ricerca sovrasensibile le tappe di un tale uomo e si arriva alle regioni che l’anima ha attraversato fra l’ultima morte e l’ultima nascita, dove dunque è diventato così illogico, allora il veggente scopre spesso che un tale uomo nell’ultima vita fra la morte e la nuova nascita è passato attraverso il mondo spirituale in modo che sotto la guida di Arimane si è opposto alle essenze spirituali superiori e alle forze, a quegli esseri e poteri che avrebbero dovuto offrirgli ciò di cui aveva bisogno in questa vita, e che non gli potevano dare la possibilità di svilupparsi in modo che potesse pensare correttamente. Arimane era la sua guida, e Arimane gli ha dato la possibilità di ricevere i doni degli esseri e dei poteri delle gerarchie superiori soltanto in modo che nella vita, ovunque, con il suo pensiero si fermi dinanzi ai fatti reali, che non catturi mai il suo pensiero in modo che sia in sé concluso e valido. Una gran parte di quegli uomini — e ce ne sono numerosi — che oggi non possono pensare, deve questo al fatto che nell’ultima vita fra la morte e la nuova nascita dovettero lasciarsi accompagnare da Arimane, poiché in certa misura se ne erano resi idonei attraverso la loro ultima vita terrena, attraverso quella vita terrena che è la precedente rispetto all’attuale. E come si è svolta questa vita terrena, quando la si osserva con lo sguardo del veggente? Si trovano presso tali uomini che erano ipocondriaci, uomini riottosi, che non volevano avvicinarsi al mondo e ai suoi fatti e alle sue essenze, ai quali in certa maniera era sempre sgradevole acquisire una qualche relazione con l’ambiente.
Molto frequentemente tali uomini nell’incarnazione precedente erano ipocondriaci insopportabili. Se la loro forza corporea fosse stata sottoposta a indagine fisica, avrebbero avuto tali malattie fisiche che si trovano molto frequentemente in nature ipocondriache. E se allora si procede più indietro, indietro fino alla vita precedente fra la morte e l’incarnazione corporea, che così ha preceduto la vita ipocondriaca, allora si trova che questi uomini in quel tempo dovettero nuovamente mancare della giusta guida, che non poterono percepire correttamente quali fossero i doni delle gerarchie superiori. E come se li erano preparati nella terzultima vita qui sulla terra? Se li preparavano per il fatto che in quel tempo sviluppavano una certa disposizione dell’anima, per quanto fosse certamente da chiamare religiosa, ma soltanto dall’egoismo. Erano uomini che soltanto dall’egoismo erano nature pie, forse persino mistiche, come del resto molto frequentemente la mistica sorge dall’egoismo, cosicché l’uomo dice: cerco nel mio interno, per riconoscere Dio nel mio interno. — E se si risale a quello che egli cerca là, è soltanto il suo proprio sé che egli fa diventare il Dio. In molte anime pie si trova che sono pie soltanto affinché dopo la morte sbocchi in loro questa o quella disposizione spirituale. Disposizione dell’anima egoistica è quello che si preparano in questo modo. Se dunque tracciamo tre tali vite terrene con l’aiuto della ricerca dello spirito, allora troviamo nel primo come disposizione fondamentale nell’anima: mistica egoistica, religiosità egoistica. E quando oggi consideriamo uomini che si comportano nella maniera caratterizzata verso la vita, allora attraverso la ricerca spirituale arriviamo ai tempi in cui c’erano in abbondanza anime che in puro egoismo sviluppavano una disposizione religiosa. Passavano allora attraverso un’esistenza fra la morte e la nuova nascita, impotenti di ricevere dagli spirituali i doni che avrebbero dovuto formare giustamente la loro vita successiva. Allora la vita successiva era una vita riottosa, ipocondriaca, dove tutto era loro contrario. Per questo si preparavano di nuovo a quello che, quando avevano attraversato la porta della morte, Arimane e le sue schiere erano loro guide, e ricevevano tali forze, per mezzo delle quali nella seguente vita terrena mostravano una logica difettosa, un pensiero corto, ottuso. Così abbiamo il secondo caso di tre incarnazioni successive. E vediamo ancora e ancora come sia insensato credere di poter aspettare fino a quando la morte si avvicini, per entrare in relazione con il mondo sovrasensibile. Sì, come ci si colleghi al mondo sovrasensibile dopo la morte, questo dipende appunto dalle inclinazioni interiori dell’anima e dagli interessi che ci siamo acquisiti qui verso il mondo sovrasensibile. Non soltanto le vite terrene successive sono collegate come causa ed effetto — bensì anche la vita qui fra la nascita e la morte e le vite fra la morte e la nuova nascita sono collegate in certa misura come cause ed effetti. Possiamo vedere questo dal seguito. Quando il veggente volge lo sguardo nel mondo sovrasensibile, dove si trovano le anime dopo la morte, egli vi trova anime che in un certo periodo di questa vita fra la morte e la nuova nascita — si attraversano molte esperienze in questo lungo lasso di tempo, e nelle descrizioni sempre soltanto parti si possono descrivere — sono servi di quei poteri che noi chiamiamo i Signori di tutta la vita sana, germinante e rigogliosa sulla terra. Noi troviamo fra gli uomini defunti certamente tali, che per un certo tempo nel mondo sovrasensibile collaborano al compito meraviglioso — ed è un compito meraviglioso — di versare, di distillare nel mondo fisico tutto quello che può promuovere le creature della terra nella loro salute, ciò che può condurle al fiore e al prosperare. Come per certe condizioni possiamo diventare servi dei cattivi poteri di malattia e sventura, così possiamo divenire servi di quegli esseri spirituali che promuovono salute e crescita, che inviano nel nostro mondo forze che promuovono la vita rigogliosa dal mondo spirituale. Poiché è soltanto una superstizione materialistica che l’igiene fisica, gli ordinamenti esteriori siano i soli a promuovere la salute.
Tutto quello che accade nella vita fisica viene diretto dagli esseri e dai poteri dei mondi superiori, che continuamente inviano le loro forze nel mondo fisico, le vi distillano, le forze che in certa misura operano liberamente, o operano su uomini o su altri esseri come promozione di salute oppure come danneggiamento di salute e crescita. — Dirigenti rispetto a questi processi in salute e malattia sono certi poteri spirituali ed esseri. Ma l’uomo diviene nella vita fra la morte e la nuova nascita collaboratore di questi poteri; e noi possiamo, se ci siamo preparati in modo appropriato, godere la beatitudine di collaborare, di distillare nel nostro mondo fisico le forze provenienti dai mondi superiori che promuovono salute e crescita. E quando il veggente osserva per mezzo di che cosa si siano meritate queste tali anime, nota: nella vita terrena fisica gli uomini possono compiere e pensare quello che vogliono compiere e pensare in una duplice maniera. Guardiamo la vita. Vediamo numerosi uomini che compiono il loro lavoro come è loro prescritto dal loro incarico o da questo o da quello. Ma se anche non subentra il caso radicale che tali uomini stiano di fronte al loro lavoro come l’animale condotto al macello, tuttavia si potrebbe dire: lavorano perché devono. Nemmeno trascurerebbero il loro dovere — certo, tutto ciò è possibile! In certa misura, durante il ciclo umano attuale, non può nemmeno essere diversamente rispetto a ciò che il dovere esige e per cui l’uomo non ha nessun altro stimolo se non che il dovere l'esige. Non si deve affatto asserire come se la critica del lavoro di dovere dovesse essere svilita completamente! Non così deve essere inteso; lo sviluppo della terra è tale che precisamente questo aspetto della vita acquista sempre più e più estensione. Nel futuro non sarà diversamente: le mansioni che gli uomini dovranno compiere si complicheranno sempre più e più, per quanto riguarda la vita esteriore, e sempre più e più gli uomini saranno condannati a fare e pensare soltanto ciò a cui il dovere li spinge. Tuttavia noi abbiamo già oggi — e l’avremo sempre più — che ci sono uomini che compiono il loro lavoro soltanto perché il dovere li spinge, e che invece ci sono altri uomini che si cercano una comunità come la nostra, dove possono compiere qualcosa, non da dovere esteriore, come nella vita esteriore, bensì qualcosa a cui dedicano entusiasmo, dedizione. Perciò possiamo considerare il lavoro da questo lato: se è per così dire un lavoro di compimento esteriore e di pensiero dal dovere, oppure un lavoro che è compiuto con entusiasmo, con dedizione, dal più intimo impulso dell’anima, a cui nulla spinge se non l’anima stessa. Questa disposizione dell’anima — non soltanto dal dovere, bensì da amore, da inclinazione, da dedizione, di pensare e agire — prepara l’anima a diventare serva dei buoni poteri di salute, di tutte le forze salutari che sono inviate dal mondo sovrasensibile nel nostro mondo fisico, serva di tutto ciò che germina, che rigoglia, che prospera, e di sentire la beatitudine che per questo si può sentire. È straordinariamente importante per la vita complessiva dell’uomo sapere questo. Poiché soltanto per il fatto che si acquisiscono nella vita tali forze che lo rendono capace di stare insieme con i poteri appropriati, soltanto per questo l’uomo può collaborare spiritualmente a una sanazione sempre progrediente, a un prospero sempre progrediente delle condizioni terrestri. E possiamo ancora considerare un altro caso. Prendiamo un uomo che si sforza di adattarsi all’ambiente e alle sue esigenze. Non è così in tutti gli uomini. Ci sono quelli che non si sforzano di trovare il loro posto nel mondo; ci sono uomini che nella vita sia spirituale sia nella vita corporea esteriore non riescono a trovare il loro posto nelle circostanze. Così abbiamo per esempio uomini che una volta leggono un avviso su una colonna che dice che in questo o quel luogo si svolge una conferenza antroposofica; allora vi vanno dentro, ma a malapena sono dentro, che già si addormentano. La loro anima non riesce ad adattarsi all’ambiente, non vi si attune.
Mi sono noti uomini che non possono nemmeno cucirsi un bottone che si è staccato; il che significa che non riescono ad adattarsi alle circostanze fisiche esteriori. E così possiamo addurre migliaia e migliaia di modi di trovarsi più o meno abilmente nella vita. Da tali cose dipendono molte cose, l’ho già detto. Ora vogliamo soltanto addurre quello che da questo dipende per la vita fra la morte e la nuova nascita. Tutto diviene causa, e da tutto scaturiscono effetti. Un uomo che si sforza di integrarsi nel suo ambiente, che può dunque cioè anche cucirsi un bottone, o può ascoltare qualcosa di cui non è abituato senza addormentarsi subito, un tale si prepara così a diventare dopo la morte un collaboratore, un aiutante di quegli spiriti che promuovono il progresso umano, che inviano i poteri spirituali e le forze sulla terra, per promuovere il progresso umano e la vita progrediente, la vita che progredisce da epoca a epoca. Soltanto in questo modo possiamo acquisire noi la beatitudine, dopo la morte, di guardare giù sulla vita terrena come essa progredisce, e di collaborare alle forze che sono continuamente inviate giù sulla terra, affinché ci sia progresso, se qui nella vita ci sforziamo di adattarci alle circostanze, di trovare il nostro posto nell’ambiente. Il karma è compreso allora nel modo giusto, nella maniera complessiva, soltanto quando arriviamo a considerarlo nei suoi dettagli, in quei dettagli che ci mostrano in quale molteplicità di maniere cause ed effetti sono collegati qui nel mondo fisico, nel mondo spirituale e nell’essere complessivo. Con questo di nuovo è gettata una luce sul fatto che la nostra vita nei mondi spirituali dipende da come trascorriamo la vita nel corpo fisico. Poiché, come si è detto, tutti i mondi hanno la loro missione particolare, e non due mondi hanno una missione uguale nell’essere. Ciò che in un mondo sono le apparizioni caratteristiche, le esperienze caratteristiche, non sono anche le apparizioni caratteristiche e le esperienze caratteristiche in un altro mondo. E se un essere deve assimilare quelle cose che può assimilare soltanto sulla terra, deve assimilarle proprio sulla terra. E se le trascura, non può compiere l’assimilazione in un altro mondo. Questo si mostra particolarmente in una cosa, che propriamente abbiamo già toccato, ma è bene scriverla profondamente nella nostra anima: questo si mostra nell’assimilazione di certi concetti e idee di cui l’uomo ha bisogno per tutta la sua vita. Prendiamo un esempio che ci è vicino: l’antroposofia, giustificata e operante nella nostra epoca. Gli uomini l’acquisiscono così: vivono anzitutto sulla terra e si avvicinano all’antroposofia nel modo che conoscono e l’assimilano in sé. Potrebbe nascere facilmente anche qui la credenza che non sia necessario praticare l’antroposofia qui sulla terra, bensì: come appare nei mondi spirituali, questo già si imparerà quando si sarà passati attraverso la porta della morte; allora si troveranno anche maestri spirituali delle gerarchie superiori, che potranno portare queste cose all’anima! Ora sussiste il fatto che l’uomo con tutta la sua anima, secondo gli sviluppi che ha attraversato fino al ciclo umano presente, è preparato proprio a avvicinarsi sulla terra al genere di vita antroposofica, al quale si può avvicinare soltanto perché si vive nel corpo fisico, perché si partecipa alla vita fisica. A questo l’uomo è destinato. E se non vi partecipa, non può sviluppare relazioni con nessuno degli esseri spirituali che potrebbero farsi maestri per lui. Non si può semplicemente morire, e allora dopo la morte trovare un maestro che potesse sostituire quello che qui nella vita fisica terrestre l’antroposofia può portare alle anime. Non abbiamo bisogno di cadere in pensieri tristi poiché vediamo che molti uomini disprezzano l’antroposofia, e dobbiamo supporre che fra la morte e la nuova nascita non possono acquisirla. Non abbiamo bisogno di disperare, poiché questi uomini rinasceranno in una nuova vita terrena, e allora ci sarà già sufficiente stimolo antroposofico e antroposofia sulla terra, cosicché potranno assimilarla. Per l’epoca attuale la disperazione non è ancora al suo posto — ma questo nessuno dovrebbe indurre a dire: posso acquisire l’antroposofia nella vita successiva; adesso posso ancora risparmiarmela! — No, anche questo non può essere recuperato, quello che qui viene trascurato. Quando il nostro movimento teosofico tedesco era proprio agli inizi, una volta parlai in una conferenza su Nietzsche di certe cose dei mondi superiori. Nel contesto in cui allora fu detto, erano inserite discussioni. Durante una di queste qualcuno si alzò e disse: «Una tale cosa si deve sempre verificare secondo la filosofia kantiana, e allora si scopre che non si possono sapere tutte queste cose; poiché soltanto allora si può saperne qualcosa, quando si sarà morti». — Letteralmente così disse allora il soggetto. Ebbene, non è così che basta soltanto morire per esperire qualsiasi cosa. Quando si passa attraverso la porta della morte, non si esperiscono le cose per cui non ci si è preparati. La vita fra la morte e la nuova nascita è completamente una continuazione della vita qui, come abbiamo visto dagli esempi già addotti. Quindi, dalle essenze delle gerarchie superiori, dopo la morte come uomini, quello che possiamo ottenere per il fatto che diventiamo antroposofi, possiamo ottenerlo soltanto per il fatto che qui sulla terra ci siamo preparati per esso. La nostra relazione con la terra, il nostro passaggio attraverso la vita terrena ha dunque un significato che non può essere sostituito da nulla. Certamente una sorta di mediazione può subentrare proprio in questo campo. Ne ho anche già parlato. Un uomo può morire e durante la sua vita terrena non ha potuto sapere nulla di scienza dello spirito; ma suo fratello, sua moglie, o un amico a lui caro è antroposofo. Il defunto si è rifiutato qui durante la sua vita di sapere qualcosa di antroposofia; forse ha solo inveito contro di essa. Ora è passato attraverso la porta della morte. Allora, per mezzo di quell’altra personalità sulla terra, può essere reso familiare con l’antroposofia. Ma vediamo anche qui che qualcuno sulla terra esiste e l’offre all’altro per amore, cosicché anche qui la relazione con il terrestre deve essere mantenuta. Su questo riposa quello che ho chiamato «letture ai defunti».
Possiamo offrire loro un grande beneficio, anche se prima non volevano sapere nulla del mondo spirituale. Possiamo farlo in modo che lo facciamo in forma di pensiero e in questo modo istruiamo i defunti, oppure possiamo prendere un libro antroposofico o simile, rappresentarci la personalità del defunto e allora leggergli dal libro. Allora i defunti lo percepiscono. Proprio per mezzo di tali cose abbiamo nel nostro movimento antroposofico grandi, bellissimi esempi di quello che possiamo accordare ai defunti. Molti nostri amici leggono ai loro defunti. — Si può anche fare quell’esperienza, che ho potuto fare di recente, che qualcuno mi chiese di un defunto che era passato poco prima, poiché si faceva notare attraverso vari segnali, soprattutto durante la notte, attraverso inquietudine nella stanza, baccano e così via. Spesso da questo si può trarre la conclusione che il defunto vuole qualcosa. In questo caso risultò effettivamente che il defunto aveva nostalgia di sapere qualcosa. L’interessato era stato durante la vita un uomo dotto, ma prima aveva rifiutato tutto ciò che veniva come sapere del mondo spirituale. Ora si poteva udire che gli sarebbe stato di gran beneficio se gli si leggesse per esempio un certo ciclo di conferenze, poiché in esso sono discusse le cose di cui egli, si direbbe, aveva sete. Così, oltre la morte, in modo enormemente significativo si può creare rimedio per qualcosa che sulla terra era stato trascurato. Questo è ciò che ci porta così propriamente la grande, significativa missione dell’antroposofia: che l’antroposofia colmerà l’abisso fra i vivi e i defunti, che gli uomini non muoiono come se si allontanassero da noi, ma che rimaniamo in relazione con loro e possiamo essere attivi per loro. Se qualcuno chiede se allora si può sempre sapere se il defunto ci ascolta, allora si deve dire che da un lato gli uomini che fanno una tale cosa con vera dedizione, dopo qualche tempo dal modo come i pensieri vivono nella loro propria anima, che leggono al defunto, veramente noteranno che il defunto li circonda. Ma questa è una sensazione che soltanto anime che osservano più finemente possono avere.
La cosa peggiore che può accadere è che una tale cosa, che può essere un grande atto di amore, semplicemente non sia ascoltata; allora l’avremo resa non necessaria per il soggetto. Forse però ha allora, nel contesto più largo, un altro significato. Tuttavia non ci si dovrebbe preoccupare molto di un tale insuccesso, poiché accade appunto che si legga a una molteplicità di persone — e nemmeno esse ci ascoltino. Queste cose possono porre la serietà e la dignità dell’antroposofia nei concetti giusti. Sempre tuttavia dobbiamo dire che il modo come vivremo nel mondo spirituale dopo la morte dipenderà completamente dal modo come abbiamo vissuto qui sulla terra. Anche la convivenza con altri uomini nel mondo spirituale dipende da quale relazione abbiamo cercato con loro qui. Con un uomo a cui qui non abbiamo stabilito una relazione, non possiamo senza più instaurare una relazione nell’altro mondo, fra la morte e la nuova nascita. La possibilità di essere condotti a lui, di stare insieme nel mondo spirituale, ce la si acquisisce solitamente di regola per mezzo di quello che qui sulla terra è stato stabilito, anche se non soltanto per quello che nell’ultima incarnazione, ma anche per quello che è stato stabilito in incarnazioni precedenti. In breve, le condizioni materiali e personali che abbiamo creato sulla terra sono quello che determina la vita fra la morte e la nuova nascita. Si presentano eccezioni, ma sono appunto eccezioni. E se vi ricordate di quello che ho detto nel periodo natalizio qui riguardo al Buddha e la sua missione presente su Marte, allora avete proprio nella figura del Buddha un tale caso di eccezione. Ci sono numerose anime sulla terra che nelle ispirazioni dei Misteri hanno incontrato personalmente il Buddha — o ancor prima nella sua condizione di Bodhisattva. Ma poiché il Buddha come il figlio di Suddhodana ha compiuto la sua ultima incarnazione terrena, e poi quello che ho descritto come il suo operare nel corpo eterico, e ora ha spostato la sua attività a Marte, perciò ora è data la possibilità, anche se non siamo stati insieme col Buddha prima, di entrare in una relazione con lui nella vita fra la morte e la nuova nascita; e ciò che da questa relazione risulta, lo portiamo allora di nuovo nella prossima incarnazione terrena.
Questo è però il caso eccezionale. Di regola troviamo dopo la morte quegli uomini con cui qui abbiamo stabilito relazioni e condizioni, e continuiamo queste relazioni e condizioni dopo la morte. Queste esposizioni, che si collegano a quello che è stato dato nel corso di questo inverno riguardo alla vita fra la morte e la nuova nascita, sono dette con l’obiettivo e la prospettiva di mostrare come l’antroposofia sia per l’uomo soltanto qualcosa di incompleto, se rimane una teoria e una scienza esteriore; come diventi soltanto allora quello che deve essere, quando come un elisir di vita penetra le anime, cosicché le anime vivono completamente quello che si presenta all’uomo in modo emotivo, quando egli entra in una relazione di conoscenza con i mondi superiori. La morte allora non si presenta all’uomo come qualcosa che distrugge le relazioni umane personali. L’abisso fra la vita qui sulla terra e la vita dopo la morte sarà superato, molte attività si svolgeranno nel futuro che sotto questo punto di vista saranno compiute. Gli uomini morti agiranno nella vita, i vivi nel regno dei morti. Ed ora desidero che le vostre anime si immergano un poco in come la vita diventi più ricca, più piena, più spirituale, quando tutto veramente avviene attraverso l’antroposofia. Soltanto chi così può sentire l’antroposofia, sente rettamente verso l’antroposofia. Non è la cosa principale che noi sappiamo: l’uomo è composto di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e io, passa attraverso diverse incarnazioni, la terra durante la sua esistenza ha passato diverse incarnazioni, l’esistenza di Saturno, l’esistenza di Sole, l’esistenza di Luna. — Sapere questo non è la cosa principale; l’essenziale e il più importante è che possiamo trasformare la nostra vita per mezzo dell’antroposofia nel modo che l’avvenire della terra esige. Non possiamo sentire questo abbastanza profondamente, e non spesso abbastanza possiamo essere stimolati in questa relazione.
Poiché le emozioni che portiamo via dalle nostre riunioni sotto lo stimolo della conoscenza del mondo sovrasensibile, e con cui allora avanziamo nella vita, esse sono l’elemento importante nella vita antroposofica. Perciò non è sufficiente se nell’antroposofia soltanto sappiamo, bensì nell’antroposofia sappiamo sentendo, e sentiamo sapendo. Soltanto dobbiamo comprendere quanto sia falso il credere, senza sapere qualcosa del mondo, di poter essere giusti verso il mondo. Vera è quella parola che Leonardo da Vinci ha detto: il grande amore è la figlia della grande conoscenza. E chi non vuole conoscere, nemmeno impara ad amare nel vero senso. Così, in questo senso, deve anzitutto l’antroposofia venire nella nostra anima, affinché da questa influenza, procedendo da noi, sempre più e più nella evoluzione della terra cominci una corrente, una corrente spirituale, che formi spirito e fisico in un’armonia. Allora verrà il tempo in cui gli uomini sulla terra vivranno ancora materialmente — e la vita terrena esterna sarà sempre più e più materiale —, ma l’uomo avanzerà sulla terra e nella sua anima porterà la relazione con il mondo superiore. All’esterno la vita terrena sarà sempre più materiale — questo è il karma della terra —, ma nella misura in cui la vita terrena all’esterno diviene sempre più materiale, devono, se lo sviluppo della terra deve raggiungere il suo scopo, le anime all’interno divenire sempre più spirituali. A come questo compito si configuri, a questo desideravo con la considerazione odierna dare di nuovo un piccolo contributo.
Berlino, 1º aprile 1913
Ci siamo proposti di considerare da certi punti di vista la vita fra la morte e la nuova nascita, e nel corso di questi corsi invernali abbiamo tentato di esporre vari aspetti di questa vita, potendo così offrire importanti integrazioni ai punti di vista più generali che sono stati comunicati nella mia «Teosofia» e anche nella «Scienza occulta nei suoi lineamenti». Oggi un punto di vista deve occuparci soprattutto, quello che emerge dalla domanda: come si pone dunque quello che ad esempio nella «Teosofia» è esposto per la vita fra morte e nuova nascita in relazione a quanto è stato detto nel corso di questi corsi invernali? Ricordiamo come nella «Teosofia» il passaggio dell’anima, dopo che ha valicato la soglia della morte, sia stato dapprima descritto attraverso il dominio animico. Sappiamo che questo dominio animico è stato articolato in una regione dell’«incandescenza dei desideri», in una della «irritabilità fluida», in una dei «desideri», in una regione di «gioia e sofferenza», poi nelle regioni superiori della «luce animica», della «forza animica operosa» e della «vita animica propriamente detta». Ciò è stato descritto come il dominio animico, come il mondo animico, ed è ben noto che l’anima dopo la morte deve attraversare questi domini, che trovate allora descritti in un certo rapporto nella mia «Teosofia». In seguito l’anima attraversa ulteriormente ciò che deve essere designato come il mondo spirituale, e nella mia «Teosofia» anche questo mondo spirituale è stato descritto nelle sue regioni successive, le cui designazioni sono state date in riferimento a certi quadri terrestri: il dominio continentale del mondo spirituale, poi il dominio cosiddetto oceanico del mondo spirituale e così via. Nel corso dell’inverno è stato descritto come l’anima, quando valica la soglia della morte, abbandona il corpo fisico e poi anche il corpo eterico, come essa si dilata, diviene sempre più grande.
È stato poi esposto come questa anima viva regioni che — per certi motivi, di cui si è parlato — possono essere designate dapprima con la regione della Luna, poi di Mercurio, di Venere, del Sole, di Marte, di Giove, di Saturno, poi del cielo stellato vero e proprio; come l’anima, cioè l’individualità spirituale vera e propria dell’uomo, continua perpetuamente a dilatarsi e vive queste regioni, che racchiudono sempre più vasti domini mondiali; come allora l’anima di nuovo comincia a contrarsi, diviene sempre più piccola, per unirsi infine con il germe che fluisce verso l’anima dalla corrente ereditaria. E da questa unione del germe umano che fluisce verso l’anima per eredità con quello che è stato assunto dal grande, macrocosmico dominio mondiale, sorge proprio ciò che è l’uomo della sequenza temporale terrestre, ciò che la vita fra nascita e morte deve vivere. Ora è in verità entrambe le volte, tanto nella mia «Teosofia» come nelle descrizioni che sono state date qui, in fondo data la medesima cosa. Su ciò si è richiamata l’attenzione. Ma l’una volta è descritto per così dire più dall’interno. Nella mia «Teosofia» trovate la descrizione data in certi quadri, che sono dati più in riferimento ai rapporti animici interiori. Nelle descrizioni che sono state fatte qui in questo inverno, è stata data la descrizione in riferimento ai grandi rapporti cosmici attraverso l’ancoraggio ai nomi planetari. Ora si tratta che noi possiamo portare le due descrizioni in accordo l’una con l’altra. È già stato detto che l’anima umana nei primi tempi, dopo che ha valicato la soglia della morte, è per così dire essenzialmente costretta, in una certa maniera, a guardare indietro a ciò che essa poteva vivere sulla Terra. Una vita ancora pienamente legata alle condizioni terrestri rappresenta il tempo del Kamaloka, come si suole anche chiamarlo. Questo tempo del Kamaloka è in fondo veramente un tempo in cui l’anima deve sentirsi chiamata a disabituarsi progressivamente da tutto ciò che ancora vive in essa di legami immediati con l’ultima incarnazione terrestre.
Consideriamo infatti che l’uomo qui nel corpo fisico ha esperienze animiche che dipendono più o meno completamente dalla sua vita corporea. Consideriamo come una parte molto grande delle esperienze animiche dipenda completamente dalle impressioni sensoriali. Eliminate tutto ciò che le impressioni sensoriali vi portano nell’anima e cercate di rendervi conto di quanto allora rimanga ancora in questa anima, quando avete tolto tutto ciò che le impressioni sensoriali vi hanno dato; allora avrete un’immagine di un contenuto animico estremamente debole! Eppure, mediante un’ultima considerazione potrete dirvi: tutto ciò che i sensi hanno dato cessa sì, quando l’anima valica la soglia della morte; e ciò che allora può rimanere per essa — ed è perfettamente naturale — non è più la vivacità di un’impressione sensoriale, bensì soltanto ciò che dalle impressioni sensoriali risulta come ricordo. Se dunque pensate a quanto delle impressioni sensoriali vive nella vostra anima, potrete facilmente farvi un’idea di quanto, dal grande contenuto della vita animica, rimanga dopo la morte dalle impressioni sensoriali. Voglio dire: se vi ricordate di determinate impressioni sensoriali di ieri — prendiamo solo questo come esempio di come le impressioni sensoriali sono ancora relativamente vivaci — se pensate a quanto siano sbiadite le impressioni sensoriali che avete sperimentato ieri, quando volete richiamare dinnanzi all’anima l’impressione vivente che si è svolta davanti a voi: così sbiadita — come ricordo — rimane ancora all’anima ciò che le impressioni sensoriali hanno trasmesso. Da questo vedete che in fondo tutto il vivere nel mondo sensoriale è presente per l’anima come esperienza specificamente terrestre. Con la perdita degli organi sensoriali, che appunto interviene quando l’uomo valica la soglia della morte, viene meno anche ogni significato delle impressioni sensoriali. Ma poiché l’uomo rimane attaccato alle impressioni sensoriali, poiché serba ancora il desiderio verso le impressioni sensoriali, perciò egli attraversa inizialmente la regione dell’incandescenza dei desideri. Vorrebbe ancora per molto tempo avere impressioni sensoriali, ma non può averle, poiché ha abbandonato gli organi sensoriali.
La vita che trascorre nel desiderio di impressioni sensoriali e nell’impossibilità di averle, questa è la vita nella regione dell’incandescenza dei desideri. Essa arde veramente nel profondo dell’anima. Questa vita è una parte della vera vita del Kamaloka, quando l’anima anela ad avere impressioni sensoriali, alle quali si è abituata qui sulla Terra, e — poiché gli organi sensoriali sono stati abbandonati — non può avere tali impressioni sensoriali. Una seconda regione della vita del Kamaloka è quella della irritabilità fluida. L’anima vive questa regione in modo che essa, quando la vive davvero pura, si è già disabituata dal desiderare impressioni sensoriali, ma ha ancora assolutamente desideri di pensieri, di quei pensieri che nella vita terrestre sono ottenuti per mezzo dello strumento del cervello. Nella regione dell’incandescenza dei desideri l’anima fa l’esperienza per cui progressivamente si dice: è un’assurdità, una pazzia, voler avere impressioni sensoriali in un mondo per il quale gli organi sensoriali sono stati abbandonati, in cui nessun essere può avere organi sensoriali che siano formati soltanto dalle sostanze della Terra. Ma l’anima può aver abbandonato da lungo questa brama di impressioni sensoriali, e tuttavia serba ancora sempre il desiderio di poter pensare come si pensa sulla Terra. Questo pensiero terrestre viene disabituato nella regione della irritabilità fluida. Qui l’uomo sperimenta progressivamente come i pensieri, così come sono concepiti sulla Terra, abbiano in fondo significato soltanto nella vita fra nascita e morte. Allora l’uomo sperimenta, quando si è disabituato da concezioni di pensieri che sono vincolati allo strumento fisico del cervello, ancora sempre un certo legame con la Terra nelle forme di quello che è contenuto nei suoi desideri. Considerate soltanto che i desideri sono propriamente qualcosa che è più intimamente unito all’anima che, si potrebbe dire, il mondo dei pensieri. I desideri hanno in ogni uomo una determinata colorazione. E mentre altri pensieri si hanno nella giovinezza, altri nella parte centrale dell’età, altri nella vecchiaia, così facilmente si riconosce come una certa forma del desiderare si snoda attraverso tutta la vita terrestre dell’uomo. Questa forma, questa sfumatura del desiderare viene abbandonata soltanto più tardi nella regione dei desideri. E poi infine nella regione di gioia e sofferenza viene abbandonato il desiderio di vivere del tutto insieme con un corpo terrestre fisico, con questo corpo terrestre fisico con il quale si era insieme nell’ultima incarnazione. Mentre si attraversano queste regioni — dell’incandescenza dei desideri, della irritabilità fluida, dei desideri e quella di gioia e sofferenza —, è sempre ancora presente un certo desiderio dell’ultima vita terrestre. Dapprima, per così dire, nella regione dell’incandescenza dei desideri. Qui l’anima ancora sempre anela a poter vedere attraverso occhi, a poter udire attraverso orecchi, benché non possa più avere occhi e orecchi. Quando infine si è disabituata a poter avere tali impressioni da occhi, orecchi e così via, allora anela ancora a poter pensare attraverso un cervello, come l’aveva sulla Terra. Quando infine si è disabituata anche da questo, allora anela ancora a poter desiderare con un tale cuore come l’aveva sulla Terra. E infine l’uomo non anela più a impressioni sensoriali, non più ai pensieri della sua testa e non più ai desideri del suo cuore, però ancora alla sua ultima incarnazione terrestre nel suo complesso. Da questo desiderio l’uomo poi progressivamente si separa. Tutto ciò che deve essere attraversato in queste regioni concorderà esattamente con il procedere dell’anima che si dilata fino a quella regione che abbiamo chiamato sfera di Mercurio, dunque il distendersi dell’anima attraverso la sfera lunare fino alla sfera di Mercurio. Ma quando si procede verso questa sfera di Mercurio, allora si presenta all’anima ciò che nella mia «Teosofia» è descritto come una sorta di regione spirituale del dominio animico, del mondo animico. Cercate di rileggere ancora una volta questa descrizione del dominio animico e del passaggio dell’anima attraverso questo dominio; allora dal carattere di ciò che l’anima vive vedrete come, per così dire, ciò che si suole chiamare l’aspetto sgradevole del Kamaloka cessa già nella regione della luce animica — anche secondo la descrizione nella «Teosofia».
Questa regione della luce animica concorda ora con la sfera di Mercurio; e da quello che è stato detto sulla sfera di Mercurio potete applicare tutto a quello che nella «Teosofia» è descritto come la regione della luce animica. Confrontate schiettamente quello che è stato descritto della vita dell’anima, quando essa si è dilatata fino alla sfera di Mercurio, con quello che nella «Teosofia» è contenuto sulla regione della luce animica, e vedrete come l’una volta si è tentato di descrivere dalle esperienze animiche interiori, l’altra volta dai grandi rapporti macrocosmici attraverso i quali l’anima passa quando ha quelle esperienze interiori. Procedete allora oltre e cercate nella «Teosofia» di leggere quello che è detto sulla forza animica operosa, così comprenderete che attraverso le esperienze interiori nella regione della forza animica operosa deve subentrare quello che qui è stato addotto come determinante nel passaggio attraverso la sfera di Venere. Così è stato esposto che l’anima nel vivere terrestre deve aver sviluppato impulsi religiosi in una certa maniera. Affinché possa passare attraverso questa sfera di Venere correttamente, affinché non debba restarvi sola, bensì sviluppare una vita associata, deve possedere quelle proprietà che qui sono state descritte, deve essere pervasa da certi concetti religiosi. Confrontate quello che è stato detto su questo con la descrizione della regione della forza animica operosa nella «Teosofia», così troverete l’accordo nel fatto che l’una volta questi rapporti sono rappresentati dall’interno, l’altra volta dall’esterno. Ciò che è stato descritto come la regione più alta, come la più animica del mondo animico, la regione della vita animica propriamente detta, viene vissuto quando l’anima passa attraverso la regione della vita solare. Sicché si può dire: qualcosa fino oltre la sfera lunare, come già menzionato, dura la vera sfera del Kamaloka; allora cominciano le regioni più luminose del mondo animico, fino al Sole. Ciò che l’anima vive al Sole è appunto la regione della vita animica. La vita animica è il caratteristico nel tempo dopo la morte fino all’epoca in cui l’anima passa attraverso la regione solare. Sappiamo anche che l’anima in questa regione solare allora fa la sua conoscenza particolarmente precisa con lo spirito della luce che per essa sulla Terra è divenuto il tentatore, il coruttore: con Lucifero. E sappiamo che, quando nella sua dilatazione esce negli spazi mondiali, sempre più e più si avvicina a quelle forze che la rendono capace di sviluppare ora quello che per la prossima incarnazione terrestre le occorre. Quando l’anima passa attraverso la regione solare, attraverso la regione della vita solare, allora è prima finita con l’ultima incarnazione terrestre. Fino alla regione di gioia e sofferenza, dunque fin là dove l’anima si trova come fra la Luna e Mercurio, ancora intimamente l’assale il desiderio della sua ultima vita terrestre; tuttavia anche nella regione di Mercurio, di Venere, del Sole l’anima non è ancora completamente libera dall’ultima incarnazione terrestre. Ma essa deve farcela con sé per quanto riguarda quello che va al di là del puro vivere personale; deve farcela nella regione di Mercurio con quello che in essa si è sviluppato o non sviluppato di concetti morali, deve farcela nella regione di Venere con quello che in essa si è sviluppato di concetti religiosi, e nella regione solare con quello che in essa si è sviluppato di comprensione dell’Umano-Universale, che non è ristretto in una confessione religiosa, bensì che corrisponde alla vita religiosa che vale per l’intera umanità. Sono dunque gli interessi superiori che ancora nello sviluppo ulteriore dell’umanità potranno essere formati, con i quali l’anima fino all’epoca della regione solare deve farla finita. Allora entra nella vita cosmico-spirituale, si inserisce nella regione di Marte. Questa regione di Marte concorda ora con ciò che trovate nella mia «Teosofia» descritto come la prima parte del mondo spirituale. In questa descrizione nella «Teosofia» trovate rappresentato dall’interno come l’anima dell’uomo si è così spiritualizzata, che ora vede come qualcosa di esteriore ciò che è per così dire l’immagine primordiale della corporeità fisica, dei rapporti fisici sulla Terra nel complesso. Tutto ciò che sulla Terra sono immagini primordiali della vita fisica appare come una sorta di dominio continentale del mondo spirituale. In questo dominio continentale è disegnato dentro tutto ciò che sono le configurazioni esterne dei diversi incarnazioni. Con questa regione del mondo spirituale è rappresentato internamente lo stesso che l’uomo deve vivere quando si parla cosmicamente, nella regione di Marte. Potrebbe sembrare strano che in questa regione di Marte, che nei corsi di questi discorsi ripetutamente è stata designata come una regione della lotta, degli impulsi aggressivi fino all’inizio del XVII secolo, debba essere cercata in questa regione di Marte la prima regione del Devachan, del vero mondo spirituale. Eppure è così. Tutto ciò che sulla Terra appartiene al dominio veramente materiale, ciò che sulla Terra provoca che il regno minerale appaia come materiale, riposa sul fatto che sulla Terra le forze si trovano in una contesa perpetua. Questo ha anche portato a che, quando il materialismo produsse fiori particolarmente rigogliosi e si vedeva la vita materiale come l’unica sulla Terra, si sia vista nella contesa, cioè nella «lotta per l’esistenza», la sola legge che valga per la vita terrestre. Questo è naturalmente un errore, poiché sulla Terra non soltanto l’esistenza materiale si sviluppa. Ma quando l’uomo entra sulla Terra, può entrare soltanto nell’esistenza come ha le sue immagini primordiali nella regione infima del mondo spirituale, che per la Terra è mondo spirituale. Leggete ora nella descrizione di questa regione infima del mondo spirituale nella mia «Teosofia». Desidero proprio portare questo capitolo qui oggi, affinché vediate ciò che propriamente può essere detto delle nostre intere considerazioni. Ricordate che l’inizio della descrizione del mondo spirituale nella mia «Teosofia» è stato fatto così (p. 132): «La formazione dello spirito nel mondo spirituale avviene per il fatto che l’uomo impara a vivere nelle diverse regioni di questa terra». Dunque potremmo ora con ciò che abbiamo considerato nel corso di questo inverno dire che l’uomo dalla regione di Marte in poi comincia ulteriormente a imparare a vivere nei rapporti spirituali.
Inoltre: «La sua stessa vita si fonde in corrispondente successione con queste regioni; egli assume provvisoriamente le loro proprietà. Esse pervadono così il suo essere con il loro essere, affinché il primo allora con il secondo rafforzato possa agire nella Terra. Nella prima regione del mondo spirituale l’uomo è circondato dalle immagini spirituali primordiali delle cose terrestri. Durante la vita terrestre egli conosce soltanto le ombre di queste immagini primordiali, che afferra nei suoi pensieri. Ciò che sulla Terra è soltanto pensato, in questa regione è vissuto. L’uomo cammina sotto i pensieri; ma questi pensieri sono esseri veramente reali». E poi viene esposto più avanti (p. 133): «Le nostre stesse incarnazioni si fondono qui con il resto del mondo nell’unità. Così qui guardiamo alle immagini primordiali della realtà fisico-corporea come a un’unità, alla quale noi stessi apparteniamo. Impariamo dunque progressivamente la nostra parentela, la nostra unità con l’ambiente attraverso l’osservazione. Impariamo a dirle: quello che si estende qui intorno a te, sei tu stesso». Ma questo è uno dei pensieri fondamentali della saggezza vedantica indiana antica. Il saggio si appropria durante la vita terrestre di quello che l’altro vive dopo la morte, cioè il pensiero di afferrare che egli stesso è imparentato con tutte le cose, il pensiero: «Sei tu stesso». Nella vita terrestre questo è un ideale, al quale la vita del pensiero può dedicarsi; nel regno degli spiriti è un fatto immediato, che ci diviene sempre più chiaro attraverso l’esperienza spirituale. E l’uomo stesso in questo regno diviene sempre più consapevole che, secondo la sua vera essenza, appartiene al mondo spirituale. Si percepisce come spirito fra spiriti, come un membro dello spirito originario, e di sé sentirà: «Io sono lo spirito originario» (La saggezza del Vedanta dice: «Io sono Brahman», cioè appartengo come membro all’essere originario da cui provengono tutti gli esseri). Queste parole le trovate nella mia «Teosofia». Così vediamo che l’uomo, quando si descrive il suo entrare nella regione di Marte, apprende nel vivere fra morte e nuova nascita il significato pieno del «Sei tu stesso», del «Tat tvam asi» e dell’«Io sono Brahman». E quando qui sulla Terra nella o intorno all’anima suona la parola: «Io sono Brahman», o l’altra parola: «Tat tvam asi», «Sei tu stesso», allora questa è un’imitazione terrestre di quello che come esperienza scontata di sé suona nella regione di Marte, nel mondo spirituale infimo, nell’anima. Quando ci chiediamo allora da dove la saggezza dell’antica India ha tratto quello che entro questa saggezza ha sempre portato alla parola profondamente significativa «Tat tvam asi», «Sei tu stesso», «Io sono Brahman», allora ora abbiamo trovato questa regione, e ci appaiono quei maestri dell’antica India come abitanti della regione di Marte trasferiti sulla Terra. E a quello che è stato detto così sulla regione di Marte, sulla regione infima del Devachan nella «Teosofia» anni fa, aggiungiamo ora quello che in questo inverno abbiamo potuto considerare: che con l’alba dei tempi moderni il Buddha è stato trasferito in quella medesima regione, nella regione di Marte della Terra. Che è stato trasferito nella Terra e su di essa, per così dire come preparatore del Mistero del Golgota — spiritualmente considerato come preparatore — mezzo millennio prima di questo Mistero del Golgota nella regione è entrato, nella quale la saggezza di Marte da tempi immemoriali ha echeggiato. E dopo il Mistero del Golgota è stato, come sappiamo, attraverso il Rosacrocianesimo inviato dopo nella regione di Marte per agire ancora lì. Ciò che nel cosmo si svolse: che in tempi immemoriali nella regione di Marte dimorava l’antico brahmanesimo, che all’inizio del XVII secolo dopo il Mistero del Golgota, come abbiamo visto, questo brahmanesimo passò nell’impulso del Buddha, di questo un’immagine si svolgeva qui sulla Terra: il passaggio dal brahmanesimo al buddhismo nella cultura indiana. Così vediamo come ciò che sulla Terra si svolge, in un senso vasto, in un senso grandioso è immagine di ciò che accade nelle regioni celesti.
Se dunque allora avete letto il capitolo nella «Teosofia» che ora vi si è rivelato come la regione di Marte, e per il quale vi è stato richiamato che un’esperienza scontata di sé è lì l’«Io sono Brahman», potete ora allora, rileggendo quel capitolo, immaginarvi come vi sia un divenire, un accadere anche nelle regioni del cosmo, come questo accadere possa in una certa misura essere penetrato, e come l’impulso del Buddha cosmicamente si comporti verso quell’accadere che è descritto nel relativo capitolo della mia «Teosofia». Così si articola per noi insieme quello che abbiamo considerato ad esempio in questo inverno con ciò con cui in una certa maniera abbiamo iniziato il nostro lavoro teosofico più di dieci anni fa. Quando per la prima volta abbiamo descritto il mondo spirituale e abbiamo parlato di un dominio continentale del mondo spirituale, quando abbiamo parlato di come questo mondo spirituale nella sua regione infima debba essere caratterizzato dal punto di vista della vita animica interiore, già allora la descrizione era data in modo che voi, se avete compreso quella rappresentazione di allora, lo troverete naturale che l’impulso del Buddha possa collocarsi in questo mondo spirituale, nella sua regione infima, come abbiamo potuto descrivere in questo inverno. Così gli articoli della ricerca spirituale si articolano insieme. Quando poi vogliamo rappresentare cosmicamente la seconda regione del mondo spirituale, quella che allora è stata descritta dal punto di vista interno dell’anima, il dominio oceanico del mondo spirituale, allora dobbiamo farla coincidere con la regione di Giove. E quando vogliamo descrivere cosmicamente il terzo dominio del Devachan, il dominio aereo, allora coincide con l’operare di Saturno, con la regione di Saturno. E quello che è descritto come la quarta regione del mondo spirituale, questo già esce al di là del nostro sistema planetario. Qui l’anima per così dire si dilata in spazi più vasti, nel più vasto cielo stellato. E troverete nella descrizione che allora fu data dal punto di vista interno della vita dell’anima come le proprietà delle esperienze animiche per la quarta regione del mondo spirituale sono date in modo tale da mostrarvi: non possono essere vissute in quello che ancora sta in una relazione cosmica spaziale così stretta verso la Terra come l’intero sistema planetario.
Dalla quarta regione del mondo spirituale viene portato dentro qualcosa che è così primordialmente estraneo, che non lo si può mettere insieme con tutto quello che, anche nell’ultima sfera planetaria, la sfera di Saturno, può essere vissuto. E poi l’anima si impara a vivere sempre oltre oltre negli spazi terrestri, ma anche negli spazi solari, va nel cielo stellato. Questo è descritto nei tre rami superiori del mondo spirituale, che l’anima attraversa, prima che di nuovo si contragga e cominci a ripassare le condizioni intere in un altro modo, in quanto nel suo ritorno si appropria le forze per cui può costruirsi una nuova vita terrestre. In generale possiamo dire: quando l’anima ha attraversato la regione solare, è finita con tutto quello che in una certa maniera può essere vissuto in riferimento alla «personalità» dell’uomo. Ciò che è vissuto fuori dalla regione solare, fuori dalla regione della vita animica propriamente detta, questo è allora spirituale; questo va al di là di tutto il personale. Ciò che l’anima allora vive come il «Sei tu stesso» — e specialmente nel nostro tempo, dove lo vive, ciò che su Marte può essere vissuto come l’impulso del Buddha, che qui sulla Terra ha un aspetto così strano, ma su Marte non ha più un aspetto strano — l’impulso designato dalla parola «Nirvana», cioè il liberarsi da tutto ciò che sulla Terra riceve il suo significato, dunque l’avvicinarsi al grande significato cosmico dello spazio mondiale: tutto questo l’anima lo vive in modo tale da farsi libera da ciò che è la personalità. Nella regione di Marte, nella regione infima del mondo spirituale, dove l’anima giunge a comprendere il «Sei tu stesso», o nel nostro tempo ad accogliere l’impulso del Buddha, essa si libera dai legami con tutto ciò che è naturale-terrestre. Dopo che se ne è liberata spiritualmente — a cui l’impulso del Cristo deve aiutarla — se ne libera spiritualmente afferrando tutto ciò che sono vincoli di sangue, ciò che sulla Terra può essere vincolato nella sua determinatezza terrestre, ma passando poi a rapporti nuovi.
Nella regione di Giove allora vengono sciolti i rapporti che costringono l’anima a una confessione religiosa determinata più ristretta. Sappiamo che l’anima può passare solo così attraverso la regione di Venere; sola diventerebbe, se una confessione religiosa non l’avesse assolutamente avuta. E abbiamo detto che può passare correttamente attraverso la regione solare solo se ha comprensione per tutte le confessioni. Nella regione di Giove però l’anima primo si libera dalla confessione cui durante l’ultima incarnazione ha appartenuto. Non è qualcosa cui ha personalmente appartenuto, bensì qualcosa in cui è nata, che aveva comunitariamente con altre anime. Mentre dunque può passare soltanto attraverso la sfera di Venere se durante la vita terrestre si è appropriata assolutamente rappresentazioni religiose, mentre può passare soltanto attraverso la regione solare se ha comprensione per tutte le confessioni religiose terrestri, può passare soltanto attraverso la regione di Giove se è in grado di staccarsi dalla confessione che ha avuto durante la vita; non basta che possa soltanto comprendere gli altri. Poiché là allora si decide, quando passa attraverso la regione di Giove, se la prossima volta deve ancora passare attraverso la medesima confessione, o se ha tutto vissuto quello che in una determinata confessione religiosa può essere vissuto. Il frutto di una confessione religiosa l’anima raccoglie su Venere, il frutto della comprensione di tutta la vita religiosa sperimenta su Sole; ma quando allora l’anima giunge nella regione di Giove, allora deve essere in grado di fondarsi un nuovo rapporto religioso per la prossima vita che deve vivere sulla Terra. Questi sono tre stadi che l’anima fra morte e nuova nascita vive: dapprima vivere spiritualmente il frutto della confessione cui nell’ultima vita apparteneva l’anima; poi accogliere il frutto di quello che ha sviluppato in stima anche di tutte le altre confessioni religiose; poi staccarsi così tanto dall’ultima confessione che può veramente transitare in un’altra confessione. Poiché per il fatto che si stimano tutte le confessioni insieme non si può ancora transitare in un’altra; e sappiamo che l’anima nel suo ritorno attraverso queste regioni ancora una volta viene nella regione di Giove; là allora si prepara quelle disposizioni di cui ha bisogno per vivere nella prossima vita in un’altra confessione. Così lentamente vengono impresse nell’anima le forze di cui l’anima ha bisogno, affinché possa costruirsi una vita nuova. Leggete ora quello che nella «Teosofia» è detto sulla terza regione del mondo spirituale, il dominio aereo, così troverete quelle cose che qui è stato detto nella descrizione della regione di Saturno. In questa regione soltanto quelle anime saranno di natura per così dire associata, non dovranno vivere un’orribile solitudine, che sono capaci di esercitare davvero già una certa tappa dell’auto-conoscenza, dell’auto-conoscenza priva di pregiudizi. Soltanto per il fatto che si può esercitare l’auto-conoscenza, si è capaci di entrare in quelle regioni che allora vanno al di là della regione di Saturno, dunque anche al di là del nostro sistema solare nella vita cosmica mondiale, dalla quale le anime devono sempre portare ciò che veramente provoca il progresso della Terra. Poiché se mai le anime di natura associata non si vivessero al di là della vita di Saturno, la Terra non potrebbe mai sperimentare un progresso. Prendete ad esempio le anime che oggi qui siedono: se le anime che oggi vivono incarnate nel mondo non fossero mai andate, fra morte e nuova nascita, al di là della regione di Saturno, allora la cultura della Terra sarebbe ancora la medesima che ad esempio nel tempo indiano antico. Soltanto per il fatto che nel frattempo anime sono andate al di là della regione di Saturno, la cultura molto antica indiana ha potuto avere il suo progresso nella cultura molto antica persiana; e di nuovo il progresso dalla cultura molto antica persiana alla cultura egizio-caldaica è stato provvisoriamente provocato per il fatto che gli impulsi al progresso sono stati portati dalle regioni al di là della sfera di Saturno. Ciò che gli uomini hanno contribuito al progresso della cultura terrestre, questo è stato portato dalle anime dalla regione al di là della regione di Saturno.
Tutto questo che è stato portato dall’al di là della regione di Saturno, provoca il progresso esteriore dell’umanità; provoca che i singoli periodi culturali da tempo a tempo si trasformino, che nuovi impulsi culturali si presentino. Accanto a questo abbiamo allora quel flusso dell’esperienza interiore, che è diverso dal progresso culturale esteriore, che ha il suo centro di gravità terrestre nel Mistero del Golgota. Se ora sappiamo che il flusso dell’esperienza interiore nel vivere animico terrestre degli uomini ha il suo centro di gravità nel Mistero del Golgota, e se da un lato mettiamo questo Mistero del Golgota in rapporto con la regione solare, allora sorge una domanda; una domanda che potrebbe occuparci a lungo in queste considerazioni, che però almeno oggi vogliamo porre davanti alla nostra anima. Poiché è appunto il bene che le nostre anime su tali domande, da sé, in sé, su base di quello che ora possiamo già trovare in corsi e cicli, possono farsi pensieri propri, che allora possono solo essere rettificati secondo le ricerche che qui vengono proposte. Da un lato abbiamo il fatto che il Cristo è lo spirito solare, che si è unito con la vita terrestre attraverso il Mistero del Golgota. Potete leggere nel modo più preciso questo fatto nel ciclo «Il Vangelo di Giovanni in rapporto ai tre altri Vangeli, specialmente al Vangelo di Luca», che è stato tenuto a Kassel, e nel ciclo «Da Gesù a Cristo». Ora abbiamo dunque l’altro fatto, che tutto il progresso esteriore della Terra, il progresso dei singoli periodi culturali, è da cercare al di là della regione di Saturno, che dunque deve essere portato dall’al di là della regione di Saturno. Da ciò sorge una domanda. Ciò che provoca il vero progresso della Terra di epoca culturale in epoca culturale, è legato a un mondo completamente diverso — al di là della sfera di Saturno — da quello che provoca il progresso caratterizzabile come quel flusso spirituale che va attraverso lo sviluppo dell’umanità, che nei tempi antichi si presenta all’umanità, ha il suo centro di gravità nel Mistero del Golgota e che allora prosegue come è stato più volte descritto. Come si accordano queste due cose? Davvero si deve dire: queste due cose si accordano completamente.
Dovete soltanto immaginarvi che al nostro intero sviluppo della Terra, come l’abbiamo oggi, è andata innanzi l’incarnazione anteriore della Terra, il tempo lunare antico. E ora immaginate successivamente di fronte al tempo lunare antico e il tempo attuale della Terra. Dal tempo lunare antico fino nel mondo attuale della Terra si svolge tutto lo sviluppo in modo tale che nel mezzo abbiamo qualcosa come una sorta di sonno mondiale. Come in una sorta di stato germinale è entrato, nel passaggio dalla Luna antica alla Terra, tutto quello che sul vecchio Sole esisteva, e da questo è poi più tardi uscito quello che è presente sulla Terra. Ma con questo emergere dal sonno mondiale sono pure emerse tutte le singole sfere planetarie anche prima. Così le sfere planetarie al tempo della Luna antica non erano come sono oggi. Abbiamo il tempo della Luna antica; poi questo entra nel sonno mondiale. Poi si sviluppano le sfere mondiali, le sfere planetarie; queste vi appartengono come sono ora. Perciò possiamo andare fino nella sfera di Saturno, e abbiamo in ciò quello che si è soltanto fra il tempo della Luna antica e della Terra formato nel cosmo. Se però prendiamo l’impulso del Cristo, allora non appartiene a quello che si è formato nel cosmo durante questo tempo, bensì a quello che ha appartenuto già al Sole antico, che dal Sole antico si è sviluppato, ma è rimasto nel Sole, quando la Luna antica si separò da esso, che si è sviluppato verso la Terra, ma rimase unito con il Sole, dopo che tutte le sfere si sono svolte dal Sole, quelle dentro Saturno, Giove e così via. Perciò l’anima, oltre a quello che era prima del Mistero del Golgota, ha ora in sé quello che è più di tutto quello che è contenuto nelle sfere planetarie, che è radicato profondamente nello spazio mondiale, che dunque dapprima dalla Terra scende dal Sole, ma spiritualmente appartiene a regioni molto più profonde di quelle che abbiamo davanti nelle sfere planetarie. Poiché le sfere planetarie sono un risultato dello sviluppo dalla Luna antica alla Terra. Ciò che però ci arriva dall’impulso del Cristo, viene dal Sole antico, che è andato innanzi alla Luna antica.
Da questo vediamo che il corso esteriore della cultura della Terra, per quanto si presenta come progresso, è certamente legato al cosmo, che però la vita interiore in un senso molto più profondo ancora di quanto la vita culturale esterna è legata con la vita solare. Così abbiamo anche spiritualmente in questi interi rapporti qualcosa di fronte a noi, di cui possiamo dire: sì, se guardiamo nei mondi stellari, allora ci appare in questi mondi stellari dapprima come distribuita nello spazio un mondo, che attraverso le anime umane che fra morte e nuova nascita vanno in questi mondi stellari di nuovo si rianima nella cultura umana; ma per il fatto che guardiamo al Sole, allora scorgiamo nel Sole qualcosa che è divenuto come è oggi, per il fatto che ha passato esso stesso uno sviluppo lunghissimo, lunghissimo. E quando non poteva ancora essere parlato di alcun rapporto della cultura terrestre con i mondi stellari, come oggi può essere fatto, la vita solare era già unita con l’impulso del Cristo, stava in rapporto con esso, in tempi primordiali, nei quali di un legame della Terra con le stelle ancora non poteva essere parlato. Così è, per così dire, tutto quello che dai mondi stellari è portato giù per la cultura della Terra come una sorta di corpo terrestre che doveva essere animato — e che è stato animato — con quello che si è portato ai tempi della Terra con lo sviluppo del Sole, con l’impulso del Cristo. La Terra è stata animata per il fatto che il Mistero del Golgota è accaduto; allora la cultura terrestre ha ricevuto la sua «anima». Ciò che il «Decesso sul Golgota» è, è morte apparente; in verità è la nascita dell’anima terrestre. E tutto quello che dai mondi spaziali può essere portato giù, anche dall’al di là della sfera di Saturno, si presenta verso la sfera terrestre come il corpo terrestre verso l’anima terrestre. Queste sono considerazioni che possono mostrarci come entro la presentazione nel libro «Teosofia», soltanto con parole un po’ diverse e da un punto di vista diverso, sia già contenuto ciò che in questo inverno, come dal punto di vista cosmico, cosmograficamente, è stato descritto.
Dovete soltanto immaginarvi che l’una volta è descritto dall’anima, l’altra volta dai grandi rapporti cosmici, e potete portare le due descrizioni a perfetto accordo, a parallelismo completamente pieno. Ciò che come conclusione voglio ricavarne, è che potete vedere come è ampia la scienza spirituale, e che il suo metodo deve essere tale che dai più diversi lati si riunisce quello che può portare chiarimento sul mondo spirituale. Se anche prima viene aggiunto qualcosa dopo anni a quello che è stato detto anni fa, i dati non devono per questo contraddirsi; poiché non provengono da sistemi filosofici o da raziocinio umano, bensì dalla ricerca occulta. Ciò che oggi è giallo, sarà ancora giallo fra dieci anni, anche se soltanto fra dieci anni il caratteristico di quello che il giallo è sarà compreso. Così vale quello che qui è stato proposto in anni passati ancora dopo anni, anche se ora può essere nuovamente illuminato da nuovi punti di vista da quello che ora possiamo aggiungere.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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