Chi vuole attribuire un certo valore a quella forma di concezione del mondo scientifico-spirituale di cui mi permetterò di parlare oggi e tra due giorni, deve fare conoscenza con la contraddizione singolare che risiede nello sviluppo dell’umanità: una corrente spirituale, un impulso spirituale può essere, da un certo punto di vista superiore, nel senso più eminente conforme ai tempi, ed eppure questo essere così conforme ai tempi viene inizialmente respinto bruscamente dai contemporanei, respinto in un modo, si potrebbe dire, pienamente comprensibile.
Conforme ai tempi era l’impulso verso una nuova concezione dell’universo dello spazio, che Copernico ha dato all’alba dei tempi nuovi; conforme ai tempi senza dubbio dal punto di vista che lo sviluppo dell’umanità proprio al tempo di Copernico rendeva necessario che questo impulso venisse. Non conforme ai tempi questo impulso si rivelò assolutamente ancora per lunghi periodi, nella misura in cui gli si oppose resistenza da parte di tutti coloro che vollero attenersi alle vecchie abitudini di pensiero, ai pregiudizi di secoli e millenni. Conforme ai tempi in questo senso appare ai seguaci della scienza dello spirito qui intesa questa concezione del mondo scientifico-spirituale; e non conforme ai tempi essa è dal punto di vista da cui ancora molti nostri contemporanei devono giudicarla. Tuttavia ritengo di poter mostrare, nel corso di questa conferenza e di quella di tra due giorni, che nelle profondità inconsce dell’anima dell’umanità attuale esiste qualcosa come una nostalgia per questa concezione del mondo scientifico-spirituale e qualcosa come una speranza per essa.
Come si presenta inizialmente, questa scienza dello spirito vuole essere una vera continuatrice dell’opera spirituale scientifica naturale, così come è stata compiuta negli ultimi secoli. E sarebbe completamente inesatto se si credesse che questa scienza dello spirito svolga in qualche modo da se stessa ostilità contro i grandi trionfi, contro gli immensi risultati e le verità lungimiranti che il pensiero scientifico naturale degli ultimi secoli ha portato. Al contrario: ciò che la scienza naturale era ed è per la conoscenza del mondo esteriore, questo vuole essere la scienza dello spirito per la conoscenza del mondo spirituale. Così potrebbe addirittura essere chiamata un figlio del modo di pensiero scientifico-naturale, sebbene questo sia ancora oggi dubitato nei circoli più vasti.
Per offrire una rappresentazione — non una prova, ma inizialmente una rappresentazione che debba promuovere la comprensione —, si dica quanto segue riguardo al rapporto della scienza dello spirito qui intesa con la concezione del mondo scientifica naturale. Guardiamo al grande, immenso sviluppo della conoscenza scientifico-naturale negli ultimi tre o quattro secoli; ci diciamo allora che esso ha portato, da un lato, verità immense sul vasto orizzonte della conoscenza umana, e che, d’altro lato, questo pensiero è confluito nella vita pratica. Dappertutto ci risplende di fronte, nel campo del Tecnico e del Commerciale, quello che le leggi e le conoscenze della scienza naturale, confluite nella pratica di vita, ci hanno portato. Se ora si vuole farsi una rappresentazione di come la scienza dello spirito qui intesa si rapporti a questi progressi, allora si può inizialmente offrire un confronto. Si può guardare al contadino che coltiva il suo campo, che raccoglie i frutti del campo. La maggior parte di questi frutti del campo viene incorporata nella vita umana, usata per il nutrimento degli uomini; soltanto una piccola parte rimane. Essa viene usata per la nuova semina dei frutti. Solo di questa ultima parte si può dire che essa può seguire le forze propulsive, le forze interne di vita e di formazione, che risiedono nel grano che spunta, nel frutto che spunta. Ciò che viene condotto nei granai viene per lo più allontanato dal suo progresso, che risiede nelle sue proprie leggi di formazione; viene condotto in un flusso laterale, usato per il nutrimento umano, non continua in modo immediato ciò che risiede nei germi, che è la sua forza propulsiva propria.
Così appare alla scienza dello spirito qui intesa, all’incirca, ciò che la scienza naturale ha portato di conoscenze negli ultimi secoli. La stragrande maggior parte è stata giustamente usata per acquisire intuizione nei fatti esterni, spaziali-sensibili; è stata usata per entrare nell’utilità umana. Ma può rimanere indietro, proprio dalle idee che la considerazione della natura negli ultimi secoli ha fornito, qualcosa nell’anima umana che non viene usato per comprendere questo o quello nel mondo sensibile esteriore, che non viene usato per costruire macchine o per coltivare industrie — ma che viene reso vivente, così da essere conservato nella sua propria direzione, come il grano che viene di nuovo usato per la semina e può seguire le sue leggi di formazione. Proprio quando l’uomo si compenetra così con ciò che i frutti meravigliosi di conoscenza della scienza naturale ci hanno procurato, quando lascia che questo viva nella sua anima, quando ha il sentimento per porre la domanda: come può la vita dell’anima essere illuminata e compresa dai concetti e dalle idee che la scienza naturale ha fornito, come si può vivere con queste idee, come si può da esse comprendere dove risiedono le forze propulsive principali della vita dell’anima umana? — quando l’anima umana ha il sentimento di sollevare queste domande con il tesoro di spirito conquistato, di sollevarle non nella teoria ma con la pienezza intera della vita dell’anima, allora appare ciò che soltanto nel nostro tempo, dopo che la scienza naturale è stata coltivata per un po’ sul suo proprio terreno, può passare nella cultura umana.
Anche da un altro lato questa scienza dello spirito può essere chiamata, in molti modi, un figlio del modo di pensare scientifico-naturale; solo che lo spirito deve essere ricercato in modo diverso dalla natura. Proprio quando si vuole stare di fronte allo spirito con una base altrettanto sicura, metodica, scientifica, come la scienza naturale sta di fronte alla natura, allora si deve trasformare il pensiero scientifico-naturale e formarlo in modo che diventi uno strumento idoneo per la conoscenza dello spirito. Come questo possa accadere, di questo dovrà essere comunicato qualcosa in queste conferenze. Proprio quando si sta così saldamente sul terreno della scienza naturale, allora si vede che con i mezzi con cui essa lavora una conoscenza spirituale non può essere acquisita. Ancora e ancora spiriti illuminati hanno parlato del fatto che, partendo dal sicuro terreno della scienza naturale, l’uomo deve comprendere che la sua capacità conoscitiva è limitata. La scienza naturale e il kantismo — per nominare solo questi — hanno contribuito a far sorgere la credenza che le capacità conoscitive dello spirito umano siano limitate, che l’uomo non possa penetrare attraverso il suo sapere nelle regioni dove risiede la fonte con cui l’anima deve sentirsi unita; dove l’uomo comprende che non solo entrano in azione le forze comprensibili dalla scienza naturale, ma altre forze. Qui la scienza dello spirito dà completamente ragione alla scienza naturale. Proprio per le capacità conoscitive che hanno reso grande la scienza naturale, su cui la scienza naturale deve anche rimanere come tale, per esse non c’è possibilità di penetrare nel territorio spirituale.
Ma nell’anima umana dormono altre capacità conoscitive, capacità conoscitive che non possono essere usate nella vita quotidiana e nell’attività della scienza ordinaria, ma che possono essere tirate fuori da questa anima umana: e quando vengono tirate fuori, quando vengono tirate fuori dalle profondità sotterranee dell’anima umana, allora fanno dell’uomo qualcosa di diverso. Lo pervadono con una nuova forma di conoscenza, con una forma di conoscenza tale da poter penetrare in regioni che sono chiuse alla sola scienza naturale. È — non attribuisco un peso particolare all’espressione, ma chiarisce la cosa — una sorta di chimica spirituale, attraverso cui si può penetrare nei territori spirituali dell’esistenza; ma una chimica che certamente ha somiglianza solo, rispetto alla logica sicura e al pensiero metodico, con la chimica esteriore: è la chimica della stessa vita dell’anima umana. E da questo punto di vista, per comprenderci, si dica di nuovo da parte mia, comparativamente, quanto segue. Se abbiamo acqua davanti a noi, allora quest’acqua ha certe proprietà. Il chimico viene e mostra che in quest’acqua sono contenuti idrogeno e ossigeno. Prendiamo l’idrogeno: brucia, è gassoso, è completamente diverso dall’acqua. Avrebbe qualcuno mai, se non sapesse nulla di chimica, potuto vedere nell’acqua che contiene idrogeno? L’acqua è liquida, non brucia, anzi estingue il fuoco. L’idrogeno brucia, è un gas, insomma: avrebbe qualcuno potuto vedere nell’acqua che contiene idrogeno? — Tuttavia il chimico viene e separa l’idrogeno dall’acqua. Con l’acqua si può paragonare l’uomo, come sta davanti a noi nella vita quotidiana, come sta davanti alla scienza ordinaria. In lui sono unite la realtà fisica-corporea e la realtà spirituale-animica. La scienza esterna e la concezione del mondo che si edifica su di essa hanno completamente ragione quando dicono: sì, a questo uomo che ci sta di fronte non si può vedere che in lui esista qualcosa di spirituale-animico; ed è comprensibile quando una concezione del mondo nega completamente questo spirituale-animico. Ma è proprio così come se si negasse la natura dell’idrogeno.
Certamente la necessità di una prova sussiste: che lo spirituale-animico possa veramente essere separato dall’essenza umana, distinto dal fisico-corporeo nella chimica spirituale-animica. Questo può essere. Che esista una tale chimica spirituale-animica, questo è ciò che la scienza dello spirito ha da dire oggi all’umanità, così come il copernicanismo dovette dire all’umanità così sorpresa che la terra non sta ferma, ma si muove a velocità folle attorno al sole, mentre il sole sta fermo. E come ancora fino nel diciannovesimo secolo gli scritti copernicani erano sull’Indice, così in una certa misura per lungo tempo le conoscenze della scienza dello spirito staranno sull’indice di altre concezioni del mondo, quelle concezioni del mondo che non possono liberarsi da ciò che sono pregiudizi centenari, da ciò che sono abitudini di pensiero. E che questa scienza dello spirito tuttavia possa afferrare cuori e anime fino a un certo grado già ora, che non sta proprio al di fuori della ricerca del nostro tempo, di questo abbiamo sì una piccola prova, di cui non voglio vantarmi, ma che tuttavia può essere menzionata come testimonianza, potrei dire, della conformità ai tempi nascosta nelle anime della scienza dello spirito. Siamo infatti nella posizione di costruire già nel nostro tempo, a questa scienza dello spirito, una libera accademia su libero suolo svizzero. Possiamo davvero vedere, attraverso la comprensione degli amici di questo flusso spirituale, il simbolo della stessa nell’edificio dalla forma nuova anche come stile architettonico — a doppia cupola, rotonda — che dalle alture di Dornach, presso Basilea, dovrà elevarsi come primo monumento esteriore per ciò che questa scienza dello spirito ha da incorporare nella cultura moderna. Che questo edificio è già in costruzione, che le forme delle sue cupole si innalzano già sopra la rotonda, questo ci consente di parlare oggi della scienza dello spirito con ancora molta più speranza e soddisfazione interiore, nonostante tutta l’ostilità, nonostante tutta l’incomprensione che le accade e che ancora deve accaderle in vasti circoli.
Ciò che ho designato come chimica spirituale non è certamente nulla che possa essere raggiunto attraverso metodi esterni, che si possano vedere con gli occhi, che si producano attraverso operazioni esterne. Ciò che si può chiamare chimica spirituale si compie solamente nell’anima umana stessa: sono operazioni di carattere intimamente animico-spirituale, operazioni che non lasciano l’anima come essa è nella vita quotidiana, ma agiscono su quest’anima in modo che essa si trasformi, che diventi uno strumento conoscitivo completamente diverso da quello che è ordinariamente. E non sono operazioni meravigliose di alcun tipo, operazioni prese da superstizione, quelle che vengono applicate nella chimica spirituale; sono completamente operazioni interne, animico-spirituali, che si costruiscono su ciò che esiste anche nella vita quotidiana: forze dell’anima che sono sempre presenti, che usiamo nella vita quotidiana, ma che in questa vita quotidiana, potrei dire, vengono usate solo marginalmente, e che devono essere potenziate immensamente, devono irradiarsi all’infinito, se l’uomo vuole davvero diventare un ricercatore spirituale.
Una forza che nella nostra intera vita animica agisce più marginalmente, ma che deve essere immensamente intensificata, possiamo chiamarla: l’attenzione. Cos’è l’attenzione? Ebbene, non lasciamo che la vita, che scorre passando davanti all’anima, fluisca così come si configura da sé; ci sollecitiamo internamente per dirigere lo sguardo spirituale su questo o quello. Estraiamo cose singolari, le mettiamo nel campo visivo della nostra coscienza, concentriamo le forze dell’anima su questi dettagli. E possiamo dire: soltanto così la nostra vita animica, che richiede attività, è possibile anche nella vita quotidiana, poiché possiamo sviluppare tale interesse che evidenzia singoli eventi, fatti ed esseri dal flusso che passa dell’essere. Questa attenzione è assolutamente necessaria nella vita ordinaria. Sempre più e più si comprenderà, proprio quando anche la scienza dello spirito penetra un poco nelle anime, che fondamentalmente ciò che le persone chiamano la questione della memoria è solo una questione di attenzione; e questo getterà punti di vista importanti su tutte le questioni educative. Si può proprio dire che, quanto più ci si sforza, già nel bambino che cresce e anche nell’uomo successivo, di mettere l’anima ripetutamente e ripetutamente nell’attività dell’attenzione, tanto più la memoria viene rafforzata. Non solo essa funziona meglio per le cose su cui siamo stati attenti, ma quanto più spesso possiamo esercitare questa attività di attenzione, tanto più la nostra memoria cresce, tanto più intensamente si configura. E un’altra cosa ancora: chi non ha sentito oggi parlare di quel triste fenomeno animico che si potrebbe chiamare la discontinuità della coscienza? Ci sono oggi persone che non hanno uno sguardo indietro completo sulla loro vita fino a ora, persone che in seguito non sanno: eri con il tuo Io in questa o quella esperienza; che non sanno ciò che hanno attraversato. Può accadere che tali persone lascino la loro casa, perché hanno perso la continuità nella loro vita animica; che lascino la loro casa senza senso e ragione, che vadano per il mondo come con la perdita del loro proprio Io, così che solo dopo anni ritrovano il loro Io e possono riagganciarsi a ciò che il loro Io ha sperimentato. Tali fenomeni non avrebbero mai potuto condurre a quella tragedia a cui spesso conducono, se si sapesse che anche questa integrità, questo mantenimento pieno-consapevole della coscienza, dipende da uno sviluppo regolare dell’esercizio dell’attenzione.
Così l’esercizio dell’attenzione è qualcosa di cui abbiamo assolutamente bisogno nella vita ordinaria. Il ricercatore dello spirito deve collegarsi a essa, deve svilupparla verso uno speciale rafforzamento interiore dell’anima, deve approfondirla in ciò che si potrebbe chiamare meditazione, concentrazione. Questi sono i termini tecnici per la cosa. Così come nella vita ordinaria, spinti dalla vita stessa, rivolgiamo l’attenzione a questo o quell’oggetto, così il ricercatore dello spirito, dalla sua metodica animica interna, dirige tutte le forze dell’anima verso una rappresentazione, un’immagine, una sensazione, un impulso di volontà, uno stato d’animo che possa comprendere, che sia completamente chiaro davanti alla sua anima, e su cui concentra tutte le forze dell’anima. Ma le concentra cosicché, come altrimenti solo nel sonno profondo, ha soppresso tutta l’attività sensoria che si dirige verso l’esterno, e ha ridotto allo stato di quiete tutto il pensiero e lo sforzo, tutte le preoccupazioni e gli affetti della vita, come altrimenti solo nel sonno profondo. Riguardo alla vita ordinaria, l’uomo diventa proprio come nel sonno profondo; solo che non perde la sua coscienza, ma la mantiene completamente sveglia. Ma tutte le forze dell’anima, che altrimenti sono disperse nell’esperienza esterna, sulle preoccupazioni e i turbamenti dell’essere, sono concentrate su quella singola rappresentazione, sensazione o altro, collocato per volontà nel centro della vita dell’anima umana. In tal modo le forze dell’anima si comprimono insieme; e ciò che altrimenti dorme solo, ciò che agisce come tra le righe della vita per questa vita, si irradia, si imprime fuori dall’anima umana. E accade effettivamente che, attraverso questo rafforzamento interno dell’anima umana nella concentrazione, nell’attenzione intensificata all’infinito, quest’anima impara a sperimentare se stessa così che diviene capace di strapparsi consapevolmente dal corpo fisico-sensibile, come l’idrogeno viene liberato dall’acqua attraverso il metodo chimico.
Certamente, è un’elaborazione interna animica che si estende attraverso anni quando il ricercatore dello spirito vuole rendere la sua anima capace, attraverso tale esercizio di attenzione, attraverso tale esercizio di concentrazione, di strapparsi dal corpo fisico. Ma allora viene il tempo in cui il ricercatore dello spirito sa connettere un senso con la parola — oh, con la parola così paradossa per il mondo odierno, con la parola così fantastica che appare a questo mondo: sperimento me stesso come essere spirituale-animico fuori dal mio corpo, e so che questo corpo sta fuori dalla mia anima — ebbene, come la tavola sta fuori dal mio corpo. Sa che l’anima, rafforzata internamente, può sperimentare se stessa così anche quando ha il corpo come un oggetto esterno davanti a sé, questo corpo con tutti i suoi destini che attraversa nella vita esterna ordinaria. L’uomo diviene allora indipendente da ciò che altrimenti è completamente essenza esterna, e sperimenta se stesso come essere spirituale-animico in separazione dal suo corpo; e questo essere spirituale-animico mostra allora proprietà completamente diverse da quelle che mostra quando è unito al corpo fisico-sensibile e si serve dell’intelletto legato al cervello.
Inizialmente la forza di pensiero si stacca dall’esperienza fisica. — Poiché non voglio parlare in astrazioni, ma vorrei relazionare di fatti reali, quindi non ci si sorprenda del fatto che voglio descrivere senza artifizi, senza pregiudizi, ciò che ancora oggi suona così paradosso. — Quando il ricercatore dello spirito inizia a connettere un senso con la parola: tu vivi ora nella tua anima, tu sai che la tua anima è veramente un essere spirituale, in cui ti sperimenti quando sei fuori dai tuoi sensi e dal tuo cervello, allora sente inizialmente con il suo pensiero come fuori dal suo cervello, circondando e pervadendo la sua testa. Sì, sa che, finché si trova nel corpo fisico tra la nascita e la morte, deve sempre tornare nel corpo. Il ricercatore dello spirito sa esattamente osservare il momento in cui, dopo aver vissuto con il puramente spirituale-animico, di nuovo ritorna con il suo pensiero nel suo cervello. Lo sperimenta: come questo cervello offre una resistenza, sente come si immerge con le onde della precedente vita puramente spirituale e poi scivola nel suo cervello fisico, che ora nella sua propria attività di nuovo segue ciò che lo spirituale-animico compie. Questa esperienza fuori dal corpo, e questo di nuovo immergersi nel corpo, appartiene alle esperienze più sconvolgenti del ricercatore dello spirito.
Ma questo pensiero, che sperimenta se stesso puramente in se stesso, che trascorre fuori dal cervello, si presenta diversamente dal pensiero ordinario. I pensieri ordinari sono opachi accanto ai pensieri che ora stanno come un mondo nuovo davanti al ricercatore dello spirito quando è fuori dal suo corpo. I pensieri si interpenetrano con figuratività interna. Perciò chiamiamo ciò che si presenta davanti all’occhio spirituale: Immaginazioni — ma non perché crediamo che queste contengano solo qualcosa di fantastico, pensato, bensì perché ciò che viene percepito è effettivamente sperimentato in modo figurativo, immaginato. Ma questa Immaginazione è un immergersi nelle cose stesse: si sperimentano le cose e i processi del mondo spirituale, e le cose e i processi del mondo spirituale si presentano in Immaginazioni davanti all’anima. — Così il pensiero può essere separato dalla vita fisico-corporea, e il ricercatore dello spirito può sapere di trovarsi in un mondo di processi ed esseri spirituali.
Ma anche altre forze dell’uomo possono essere staccate dal puramente fisico-corporeo. Quando il pensiero è staccato, allora il ricercatore dello spirito sperimenta inizialmente, dopo tutto ciò che è stato ora descritto, se stesso nella sua essenza puramente spirituale-animica; ma ciò che sperimenta con le cose e i processi nel mondo spirituale è una maniera di percezione completamente diversa da quella della percezione ordinaria. Quando normalmente si percepiscono le cose, esse sono là, e se stessi si è qui; stanno di fronte a noi. Non è così dal momento in cui si sperimenta un mondo spirituale intorno a sé nella vita spirituale-animica, mondo che realmente sorge con la stessa necessità con cui attorno al cieco nato sorgono colori e luce quando è stato operato. No, il mondo spirituale non si sperimenta come il mondo esteriore. Questa esperienza è tale che si hanno le cose e gli esseri del mondo spirituale non solo davanti a sé, ma che si è immersi in essi con tutto il proprio essere. Allora si sa: tu percepisci le cose e gli esseri immedesimandoti totalmente in essi; e ciò che è in essi lo percepisci così che essi si conformano alle immagini che guardi. Si sente che tutta la percezione è un’imitazione. Si sente se stessi in attività continua. Perciò si potrebbe chiamare questo risvegliarsi del mondo del pensiero immaginativo una mimica spirituale, un gioco di viso spirituale. Ci si stacca dal corporeo con il proprio essere spirituale-animico; ma questo spirituale-animico è in continua attività e si immerge nei processi del mondo spirituale e imita ciò che vi vive come loro proprie forze. E si sente così uniti con gli esseri che si può paragonare questo immergersi al fatto che, se qualcuno stesse di fronte a un uomo, potrebbe indovinare ciò che vive in lui, e avrebbe tal partecipazione interiore che nel suo proprio gioco di viso dovrebbe mostrare l’espressione della tristezza se l’altro fosse triste, e nel suo proprio gioco di viso dovrebbe mostrare l’espressione della gioia se l’altro fosse lieto. Così si sperimentano le cose spirituale-animicamente assieme a ciò che altri sperimentano; si diviene se stessi l’espressione di ciò. Nel volto spirituale si esprime se stessi l’essenza delle cose. È una percezione attiva, a cui si è spinti. Si può dire: la ricerca dello spirito pone esigenze completamente diverse all’anima umana da quelle della ricerca esterna, che prende le cose passivamente; l’esigenza che l’anima sia in attività interiore e possa immergersi nelle cose e negli esseri e divenire l’autoespressione di ciò che le cose offrono.
Così come la forza di pensiero come essere spirituale-animico può essere separata, dalla chimica spirituale, dal fisico-corporeo, così anche un’altra forza, che l’uomo altrimenti usa solo nel corpo, che si versa nel corpo, può essere separata da questo corpo. Per strano che suoni: questa altra forza è la forza del linguaggio, la forza che usiamo altrimenti nella vita ordinaria nel parlare.
Com’è quando parliamo? I nostri pensieri vivono in noi, i nostri pensieri fanno vibrare il nostro cervello; questo ha la sua connessione con l’apparato fonico, i muscoli si pongono in movimento; ciò che viviamo internamente scorre nelle parole e vive nelle parole. Non possiamo dire — e proprio dal punto di vista della scienza dello spirito dobbiamo dirlo —: nel parlare effondiamo ciò che è nella nostra anima in organi fisico-corporei. — Perché l’uomo intensifica l’attenzione così come è stato descritto, e aggiunge ancora qualcos’altro — di nuovo tale attività che è ordinariamente già presente e che deve anche essere intensificata all’infinito —, nasce il distacco della forza del linguaggio dal corpo fisico-sensibile. Questa forza è la dedizione.
La conosciamo nei momenti in cui sentiamo religiosamente, in cui siamo dediti in amore a questo o quell’essere, in cui in ricerca rigorosa possiamo seguire le cose e le loro leggi, in cui possiamo dimenticare noi stessi con tutti i nostri sentimenti e pensieri. La conosciamo, questa dedizione. Essa scorre propriamente solo tra le righe della vita ordinaria. Il ricercatore dello spirito deve intensificare questa forza all’infinito; illimitatamente deve irradiarla. Deve veramente essere dedito al flusso dell’essere così come è altrimenti dedito a questo flusso dell’essere — senza lui stesso fare nulla di ciò che sperimenta — nel sonno profondo, quando tutta l’attività dei suoi arti riposa, quando tutti i sensi tacciono, quando l’uomo è solo completamente dedito e non fa nulla; ma allora è caduto nel sonno nell’incoscienza. Ma se l’uomo, attraverso volontà interna, può sollecitarsi a fare ripetutamente, come esercizio della sua anima, così che sopprime tutta l’attività sensoria, che sopprime tutta l’attività dei suoi arti, che mette la sua vita fisico-sensibile in uno stato come nel sonno profondo, eppure rimane sveglio, mantiene completamente la sua coscienza interna luminosa e sviluppa il sentimento, la sensazione, di essere effuso nel flusso dell’essere, di non volere nulla se non ciò che la volta vuole per lui — se evoca ripetutamente e ripetutamente questo sentimento, ma l'evoca separato dall’attenzione, allora l’anima si irradierà sempre più e più.
Solo i due esercizi — quello con l’attenzione e quello con la dedizione — devono essere separati l’uno dall’altro; poiché si contraddicono. Se l’attenzione richiede la massima tensione, la concentrazione verso un oggetto — la meditazione approfondita —, la dedizione, la dedizione passiva al flusso dell’essere, richiede l’intensificazione immensa di quel sentimento che troviamo nell’esperienza religiosa o in altra dedizione a un essere amato. I frutti che l’uomo raccoglie da tale intensificazione immensa della dedizione e dell’attenzione sono proprio che isola la sua vita spirituale-animica dal fisico-corporeo. E così la forza che altrimenti si effonde nella parola, che si attiva per il fatto che non rimane in se stessa ma pone i nervi in movimento, questa forza può essere separata dall’attività linguistica esterna, può rimanere nello spirituale-animico in se stessa. Allora la forza del linguaggio — così possiamo chiamarla — viene strappata dal suo fisico-sensibile, e l’uomo sperimenta ciò che si può chiamare, con una parola goethiana, l’udito spirituale, l’ascolto spirituale.
Di nuovo è così che l’uomo sperimenta se stesso fuori dal suo corpo, ma ora in modo che si immerge nelle cose e percepisce l’essenza interna delle cose; ma la percepisce anche così che la ricrea in se stesso, come con un gesto interno — non solo come con una mimica, ma con gesto interno, come con un gesto interno. Lo spirituale-animico strappato dal corpo si attiva così, come se fossimo tentati, attraverso una disposizione particolare riguardo al nostro talento di imitazione, di esprimere attraverso i nostri gesti ciò che ci occupa. Ciò che viene fatto solo attraverso disposizioni particolari, lo fa l’anima strappata dal corpo per percepire. Si immerge nelle cose, e quali forze giocano là dentro, le imita attivamente. Tutta questa percezione nel mondo spirituale è un’auto-attivazione; e poiché si percepisce l’attività in cui ci si deve porre, perché si imitano la tessitura interna e l’essenza delle cose, si percepiscono queste cose. Nel mondo sensibile esteriore l’ascolto è passivo: ascoltiamo. — Il parlare e l’ascoltare fluiscono come insieme nell’ascolto spirituale. Noi siamo immersi nell’essenza delle cose; ascoltiamo la loro tessitura interna. Ciò che Pitagora ha chiamato la musica delle sfere è qualcosa che il ricercatore dello spirito può veramente raggiungere. Si immerge nelle cose e negli esseri del mondo spirituale e ascolta; ma ascolta mentre parla. Un ascolto che parla, un parlare che ascolta nell’immergersi nell’essenza delle cose: è ciò che si sperimenta. Questa è la vera Ispirazione che così nasce.
Una terza attività interna, una terza forma di esperienza interna può venire al ricercatore dello spirito quando continua a sviluppare ulteriormente l’attenzione intensificata e la dedizione. Ciò che accade nel ricercatore dello spirito mentre sperimenta se stesso fuori dal suo corpo, vorrei esporlo nel seguente modo.
Osserviamo il bambino. È una peculiarità dell’uomo — non posso parlarvi diffusamente, voglio solo indicare ciò che è importante per lo scopo di questa conferenza —, è una peculiarità dell’uomo che cresce, che deve darsi da solo la sua direzione nello spazio, che deve darsi da solo il modo di essere posizionato nello spazio nel corso della vita dell’infanzia. L’uomo nasce non potendo camminare, non potendo stare in piedi, dovendo inizialmente — come qui in Austria è consueto dire — usare tutte e quattro le membra. Allora sviluppa quelle forze interne che vorrei chiamare forze di raddrizzamento. E in tal modo in lui emerge ciò che così molti spiriti più profondi hanno sentito nel suo significato, dicendo che, grazie al fatto che l’uomo può elevarsi nella direzione verticale, sa dirigere lo sguardo verso le vastità dello spazio celeste, lo sguardo non si attacca solo al terrestre. Ma l’essenziale è che l’uomo, attraverso forze interne, attraverso irradiazione interna ed esperienza, si sviluppa dalla sua vita orizzontale impotente nella vita verticale eretta. Lo scienziato naturale comprenderà già che ciò che esiste qui come attività interna dell’uomo è qualcosa di completamente diverso dalle forze di eredità che danno all’animale le sue forze di direzione nel mondo. Completamente diversamente agiscono nell’animale le forze che portano l’animale in questa o quella direzione verso la verticale, rispetto a quelle che agiscono nell’uomo, in cui agisce una somma di forze che lo strappa dalla sua situazione impotente, e che agisce internamente, per assegnargli quella direzione dello spazio attraverso cui è veramente, nel vero senso della parola, uomo della terra, attraverso cui diviene ciò che è come uomo sulla terra. Queste forze agiscono nel molto occulto. Le si raggiungono solo quando ci si è già un poco addentrati nella scienza dello spirito; ma è un intero sistema, una grande somma di forze. Non sono tutte consumate al tempo dell’infanzia dell’uomo, quando impara a stare in piedi e camminare. Proprio forze di questo tipo rimangono nascoste nell’uomo; ma rimangono inutilizzate nella vita sensoria esterna e nella vita scientifica esterna.
Nel modo in cui l’anima compie esercizi di attenzione intensificata e dedizione, l’uomo diviene interiormente consapevole di come in lui siedano queste forze che l'hanno raddrizzato da bambino. Diviene consapevole di forze di raddrizzamento spirituale, di forze di movimento spirituale; e la conseguenza è che può aggiungere, alla mimica interna, al gioco di viso interno, alla capacità di gesto interno, al gesto interno, anche la fisionomia interna del suo spirituale-animico. Quando lo spirituale-animico è così fuori dal fisico-corporeo, quando l’uomo inizia, come ricercatore dello spirito, a poter connettere un senso con la parola: tu ti sperimenti nello spirituale-animico —, allora viene anche il momento in cui diviene consapevole delle forze che l'hanno raddrizzato, che l'hanno messo verticalmente sulla terra come essere fisico-sensibile. Queste forze le usa ora nel puramente spirituale-animico, e così arriva nella posizione di usare queste forze diversamente da come altrimenti nella vita. Consegue di dare a queste forze altre direzioni, di fare da se stesso un’altra forma di quella che ha fatto nell’esperienza fisica durante la sua infanzia. Conosce ora come sviluppare movimenti interni, sa adattarsi a tutte le direzioni, sa darsi al suo spirituale altre fisionomie che come uomo della terra; consegue di immergersi in altri processi ed esseri spirituali; sa unirsi così che trasforma le forze che altrimenti lo cambiano da bambino strisciante a uomo eretto, che trasforma queste nella interiorità delle cose spirituali e degli esseri, così che a queste cose ed esseri diviene simile e così stesso li esprime e così li percepisce. Questa è la vera Intuizione. Poiché la vera percezione di esseri e processi spirituali è un immergersi in essi, è un’assunzione della loro propria fisionomia. Mentre si sperimenta attraverso la mimica interna ciò che sono processi negli esseri, mentre si sperimenta la mobilità degli esseri spirituali per il fatto che si è capaci di imitare i loro gesti, si è ora capaci di trasformare se stessi nelle cose e nei processi; si è capaci di assumere la forma propria dello spirituale, così lo si percepisce, così che si è diventati se stessi.
Non ho voluto descrivervi con espressioni generalmente filosofiche il modo in cui il ricercatore dello spirito si immette nei mondi spirituali; ho voluto descrivervi il più concretamente possibile come questa esperienza spirituale-animica si stacca dal corporeo, dalla percezione fisico-sensibile, e si immerge nel mondo spirituale, divenendo attivamente percettiva in esso. Ma ciò che è apparso è che ogni passo nel mondo spirituale deve essere accompagnato da attività, che a ogni passo dobbiamo sapere che le cose non ci portano il loro essere, ma che possiamo sapere delle cose e dei processi del mondo spirituale solo quello che siamo capaci di imitare, di ricreare, poiché possiamo comportarci come attivamente percettivi. Questa è la grande differenza della conoscenza spirituale da quella ordinaria esterna: che questa conoscenza esterna si consegna passivamente alle cose, mentre la conoscenza spirituale deve vivere in continua attività, e l’uomo deve divenire ciò che vuole percepire.
Viene perdonato ancora oggi a qualcuno — o si potrebbe anche dire, viene perdonato di nuovo oggi — se si parla in generale di un mondo spirituale. Questo le persone se lo lasciano ancora andare. Ma è ancora paradosso per i nostri tempi che qualcuno possa dire: l’uomo può staccarsi da tutto il vedere, l’udire, da tutte le percezioni sensibili, da tutto il pensiero legato ai nervi e al cervello, e può allora, mentre scompare completamente davanti a lui tutto ciò che viene sperimentato nell’essere fisico, sentirsi circondato, sapere di essere circondato, da un mondo completamente nuovo e concreto, sì, da un mondo in cui processi ed esseri sono di natura puramente spirituale, come qui nel mondo fisico processi ed esseri sono di natura fisica. Non è un panteismo vago, non una salsa generale della vita spirituale è quella di cui la scienza dello spirito ha da parlare. Di fronte alla scienza dello spirito è come se essa dicesse: ti porto in un prato, là spunta qualcosa, è natura; poi ti porto in un laboratorio e dico: questa è natura, Pan-natura! Tutti i fiori e i piccoli coleotteri e gli alberi e gli arbusti, tutti i processi chimici e fisici: Pan-natura! Le persone sarebbero poco soddisfatte con tale Pan-natura, poiché sanno che si va bene solo quando si può veramente seguire il singolo. Così poco come la scienza esterna parla di Pan-natura, così poco la scienza dello spirito parla di una salsa generale spirituale; parla di reali, percettibili, concreti processi ed esseri spirituali. Non deve temere di sfidare i tempi dicendo: proprio come noi, quando siamo nel mondo fisico, vediamo inizialmente gli uomini come esseri fisici attorno a noi sotto, si potrebbe dire, le gerarchie degli esseri fisici, i minerali, le piante, gli animali e gli uomini —, così scompare tutto ciò attorno a noi dal nostro orizzonte spirituale quando ci immettiamo nel mondo spirituale; ma sorgono regni spirituali, gerarchie spirituali: esseri che inizialmente sono come l’uomo, esseri che sono più alti dell’uomo. E come dall’uomo verso il basso vanno gli animali, le piante e i minerali nel mondo fisico, così ci sono esseri e creazioni verso l’alto dall’uomo, in regni più alti dell’essere: singole, individuali esseri e creazioni spirituali.
Come l’anima umana si posiziona nel mondo spirituale, come è la sua vita dentro questo mondo spirituale secondo la ricerca dello spirito finora indicata nel principio; come l’anima umana deve vivere in questo mondo spirituale quando depone il corpo fisico alla morte, quando percorre il tragitto, dopo essere passata attraverso la porta della morte, in un mondo puramente spirituale: di questo allora si parlerà tra due giorni. Su singole conoscenze della scienza dello spirito riguardo a questa vita dopo la morte dovrà trattare la conferenza tra due giorni.
Ciò che così la scienza dello spirito sviluppa come suo metodo — bene, si nota subito — si distingue molto essenzialmente da ciò che i nostri contemporanei possono ancora ammettere, da questo punto di vista, dalle abitudini di pensiero che si sono formate nel corso dei secoli e che si attaccano in modo altrettanto fermo a questa scienza dello spirito, come le abitudini di pensiero dei secoli passati si attaccavano al sistema mondiale copernicano. Ma come deve pensare la scienza dello spirito nei confronti della ricerca dell’epoca, se vuole comprendersi correttamente e comportarsi correttamente verso questa ricerca dell’epoca?
La prima obiezione che può essere così facilmente sollevata dalla nostra epoca è che si dica: sì, lo scienziato dello spirito parla così di come l’anima debba per prima sviluppare forze particolari; allora può guardare nel mondo spirituale. Colui che non ha ancora sviluppato queste forze, che non ha ancora raggiunto la formazione di immagini spirituali, la separazione del pensiero, il distacco delle forze del linguaggio, il distacco delle forze di direzione dello spazio, delle forze di natura dell’essere, per lui il mondo spirituale non conta niente! Tale obiezione è proprio come quella che direbbe: chi non sa dipingere, per lui i quadri non contano nulla. — Sarebbe male. Solo chi ha imparato a dipingere può dipingere. Ma sarebbe triste se solo chi potesse dipingere potesse trovare i quadri comprensibili e intelligibili. Chi ha imparato a dipingere può dipingerli, certamente; ma quando il quadro sta davanti all’uomo, allora è così che l’anima umana ha in sé le forze completamente naturali per comprendere il quadro, anche se non è capace di dipingerlo. E l’anima umana ha un linguaggio in sé che la collega all’arte vivente. È così con la scienza dello spirito. Trovare i fatti e i processi e gli esseri del mondo spirituale e descriverli, questo può solo chi è diventato un ricercatore dello spirito; ma quando il ricercatore dello spirito si sforza — come, ad esempio, è stato tentato riguardo al metodo della scienza dello spirito —, di vestire ciò che ha ricercato nel mondo spirituale, nelle parole dei pensieri e delle idee ordinarie, allora ciò che così dà è comprensibile a ogni anima, anche se non è diventata un ricercatore dello spirito; se solo è capace di rimuovere tutto ciò che viene dall’educazione contemporanea, che viene dall’educazione che si dà come se stesse su un terreno solido della scienza naturale, sul quale, in verità, non sta affatto, ma solo lo crede. Se l’anima si disfa di tutti i pregiudizi, se veramente si consegna senza pregiudizi a ciò che il ricercatore dello spirito sa annunziare, allora il risultato della ricerca dello spirito è comprensibile a ogni anima. Le anime umane sono disposte verso la verità e verso il sentimento della verità, non verso il sentimento dell’errore e dell’inesattezza, quando solo rimuovono tutta la spazzatura che si accumula dai pregiudizi. Profondamente nelle anime umane risiede un linguaggio segreto e intimo, il linguaggio attraverso cui ognuno, a ogni livello di educazione e sviluppo, può comprendere il ricercatore dello spirito, se solo vuole.
Ma è questo che il ricercatore dello spirito trova proprio nella ricerca del nostro tempo. Nei secoli passati le persone hanno creduto di poter sapere qualcosa del mondo spirituale solo attraverso rappresentazioni di fede; negli ultimi tempi queste anime hanno potuto credere che un sapere sicuro possa costruirsi solo su fatti esterni; nei nostri tempi le anime non lo sanno ancora nel loro subcosciente, come si dice — in ciò che possono chiarire per se stesse in concetti e rappresentazioni e sentimenti non è ancora —, ma per il ricercatore dello spirito è chiaro: viviamo in un’epoca in cui si prepara, nelle profondità delle anime umane, profondità di cui quelle anime ancora non sanno molto, nostalgia per la scienza dello spirito, speranza per questa scienza dello spirito. Sempre più e più si riconoscerà che i vecchi pregiudizi devono scomparire. Soprattutto riguardo al pensiero si riconoscerà allora così tante cose. Così ci saranno oggi ancora molte persone — proprio quelle che credono di stare su un terreno filosofico ben costruito — che diranno: non ha provato Kant, non ha provato la fisiologia moderna, che l’uomo non può tuffarsi dietro il mondo sensibile con il suo sapere? E ora viene una tale scienza dello spirito e vuole combattere Kant, vuole mostrare che ciò non sia corretto, che la fisiologia moderna dimostra così chiaramente! — Sì, la scienza dello spirito non vuole affatto mostrare che ciò sia inesatto, ciò che Kant dice dal suo punto di vista e che la fisiologia moderna dice dal suo punto di vista; ma il tempo, la ricerca attualmente agente nel segreto dell’epoca, imparerà che c’è ancora, riguardo a ciò che è corretto e non corretto, un punto di vista diverso da quello a cui ci si è abituati. Prendiamo come si comporta la reale pratica di vita — la pratica di vita che è quella fertile — come si comporta verso queste cose.
Potrebbe qualcuno affermare rigorosamente, attraverso prove, che l’uomo con i suoi occhi è incapace di vedere, ad esempio, cellule. Tale corso di prova potrebbe essere completamente corretto, così corretto come la prova kantiana che l’uomo, con le capacità che Kant conosce, non può penetrare nell’essenza delle cose. Supponiamo che non ci fosse ancora ricerca microscopica, e fosse provato che l’uomo non può vedere le parti più piccole: questo può essere corretto. La prova può in ogni aspetto essere assolutamente corretta, e nulla potrebbe essere obiettato contro la prova rigorosa che l’uomo con i suoi occhi non può inizialmente vedere gli organismi cellulari più piccoli dei grandi organismi. Ma non si trattava di questo nel reale progresso della ricerca; si trattava di mostrare, nonostante la correttezza di questa prova, che si possono trovare strumenti fisici — microscopio, telescopio e altri — per raggiungere ciò che è completamente provabile che non possa essere raggiunto se le capacità che l’uomo ha rimangono disarmate. Hanno ragione coloro che dicono: le capacità umane sono limitate; ma la scienza dello spirito non li contraddice, mostra solo che c’è anche un’irradiazione e un rafforzamento spirituale delle capacità conoscitive umane, come c’è un’irradiazione e un rafforzamento fisico, e che, nonostante la correttezza del contrario corso di pensiero, la ricerca spirituale fruttuosa deve mettersi proprio al di là di un tale corretto e non corretto. Gli uomini impareranno a non insistere più su ciò che può essere provato con i mezzi limitati delle forze di prova che si hanno; impareranno che la vita pone allo sviluppo dell’umanità altre esigenze rispetto a ciò che si chiama così immediatamente logicamente sicuro.
Un’altra cosa deve essere detta quando la ricerca reale, non solo immaginaria dell’epoca, debba essere portata in relazione con ciò che la ricerca dello spirito veramente ha come compito, come scopo. Ancora una volta si può puntare ai progressi veramente immensi della scienza naturale. Non è sorprendente, di fronte a questi grandi, immensi progressi della scienza naturale, che oggi ci siano spiriti che credono di poter costruire un edificio mondiale su base sicura della scienza naturale, che certamente non riflette su tali forze come sono state discusse. C’è oggi una corrente spirituale già ampiamente diffusa, potrei dire, colorata di materialismo; ma si chiama qualcosa di più nobile, poiché il termine materialismo è caduto in disarmonia: la corrente spirituale monistica. Questa corrente spirituale monistica, il cui capo è certamente il significativo, nel suo campo della scienza naturale, Ernst Haeckel, e il cui feldmaresciallo è Wilhelm Ostwald. Questa concezione spirituale tenta, attraverso uno sviluppo di ciò che solo dalle intuizioni dalla conoscenza della natura può essere acquisito, di costruire una concezione del mondo. La ricerca del tempo arriverà, di fronte a tale tentativo, al seguente risultato: finché la scienza naturale rimane nella ricerca delle leggi dell’essere sensibile esteriore, nella verifica dei rapporti in questo essere sensibile esteriore dell’anima, allora la scienza naturale rimane su solido terreno. E ha veramente compiuto qualcosa di grande; ha compiuto il grande che ha spazzato via efficacemente la luce di vita da vecchi pregiudizi. Come ancora lo stesso Faust stava di fronte alla natura e ricorreva a una magia materiale esterna, così oggi colui che comprende la scienza naturale non può più ricorrere a una tale magia materiale. — Ma è un’altra cosa che la stessa vita spirituale, sui percorsi che sono stati caratterizzati, impone una magia interna dell’anima. — Contro tutti quegli insegnamenti superstiziosi della corrente spirituale, contro tutto ciò che vorrebbe spiegare la natura esterna così come spieghiamo un orologio, quando diciamo: ci sono dentro piccoli spiritelli; di fronte a tutta la spiegazione della natura che trova, dietro le manifestazioni naturali, questi e quegli esseri, la scienza naturale ha compiuto il suo grande nella negazione, anche come concezione del mondo. E diamo un’occhiata a come la cosiddetta concezione della natura scientifica-naturale agisce, finché gli spiriti possono occuparsi dell’eliminazione dei vecchi, insalubri concetti di ogni sorta di esseri spirituali finti dietro la natura. Finché si può fare fronte contro tale aspirazione spirituale, finché una concezione del mondo scientifica-naturale vive della lotta contro ciò che dovette essere combattuto.
Ma questa lotta ha già superato il suo apice, ha già compiuto il suo bene; e oggi la ricerca del tempo va verso il chiedere: con quali mezzi possiamo costruirci un’immagine del mondo in cui l’anima umana ha posto? Qui questa concezione del mondo scientifica-naturale, questo materialismo Haeckel-Ostwald, fallisce completamente quando l’uomo si comprende correttamente. Sempre più chiaro e più chiaro diventerà alla ricerca del tempo — si potrebbe dire — che come soldati gli assertori della pura concezione del mondo materialistica sono grandi nel combattere la vecchia superstizione, ma sono come guerrieri che hanno compiuto il loro servizio e non hanno talento per sviluppare le arti della pace, per sviluppare industrie, per coltivare agricoltura. Alla scienza naturale non dovrebbe essere tolta la sua grandezza quando diviene concezione del mondo, per combattere rappresentazioni superstiziose. Finché tali pensatori della concezione del mondo possono rimanere nella lotta, lì hanno ancora qualcosa nella lotta nella loro anima che li mantiene; ma quando l’uomo vuole allora costruirsi una vera immagine mondiale, in cui l’anima ha un posto, allora è come il guerriero che non ha talento per le arti della pace. Là sta di fronte alla domanda della sua anima, diciamo, in tempi di pace della vita mondiale, e un’immagine dei mondi non si costruisce.
Tale stato d’animo si farà sempre più e più valere nelle anime; questi stati d’animo il ricercatore dello spirito può già contemplare nei fondamenti delle anime. Là dove queste anime ancora non ne sanno nulla, regnano le nostalgie per ciò che la ricerca dello spirito vuole portare al mondo. Questo è il segreto del nostro tempo. Ma quando, da un punto di vista superiore — si potrebbe dire —, è completamente conforme ai tempi questa concezione del mondo di ricerca dello spirito, così essa è non conforme ai tempi davanti a molti contemporanei che ancora non guardano profondamente in ciò che veramente essi stessi vogliono. Perciò questa scienza dello spirito porta inizialmente un’immagine mondiale che si guarda come se non stesse su solido terreno scientifico. L’altra immagine mondiale, quella del cosiddetto monismo, vuole essere costruita solo su base della scienza esterna. Questa immagine mondiale, si potrebbe sul suo retro, visto oggi, vedere dove deve condurre, quando l’anima veramente vuole vedere soddisfatte le sue speranze, le sue nostalgie. In quella attività della ricerca dello spirito di cui è stato parlato, risulta per l’anima ciò che veramente l'eleva alla comunità spirituale; risulta il mondo spirituale in attività percettibile, in percezione attiva. Attraverso la scienza dello spirito l’uomo può di nuovo sapere del vero mondo spirituale, della reale spiritualità. Di questo la cosiddetta immagine mondiale monistica non ha nulla da dire alla ricerca spirituale del tempo.
Ma questa ricerca del tempo, questa ricerca delle anime umane, essa non può essere soffocata; e così una parte dei nostri contemporanei si è già abituata a posizionare i pensieri su cose spirituali in se stessa quasi così che questi pensieri corrano come i pensieri scientifici-naturali: che l’esteriore sia contemplato nella dedizione passiva. Che cosa è accaduto? È accaduto che una parte dei nostri contemporanei — quelli che se ne occupano, lo sanno — fondamentalmente è caduta nel volere guardare lo spirituale così come si guarda il sensibile. Non dico che non molte cose completamente vere possano accadere per questa strada; ma il metodo di tale procedura è diverso da quello della scienza dello spirito. Ciò che si chiama spiritismo vuole guardare esteriormente, senza percezione interna attiva, senza elevarsi nei mondi spirituali, esseri e processi spirituali esteriormente passivamente, come si guardano processi fisico-sensibili. Di quale corrente spirituale è figlio lo spiritismo puro esteriore? È il figlio di quella corrente spirituale che sta sul cosiddetto punto di vista monistico e si consegna alla superstizione del materialismo, della mera efficacia di leggi naturali esterne. Che cosa — così dirà qualche contemporaneo — lo spiritismo, un figlio del vero monismo Haeckeliano? — La ricerca del tempo se ne convincerà che è proprio così con questo figlio, come con altri figli. Molti padri, molte madri hanno i più bei pensieri su tutto ciò che dovrebbe svilupparsi nel bambino, e tuttavia a volte può nascere un vero monello. Da ciò di cui il monismo sogna come un vero figlio della cultura, non si tratta; ciò di cui si tratta è ciò che veramente nasce. La pura credenza nel materiale genererà la credenza che anche gli spiriti possano comportarsi e rivelarsi solo materialmente. E quanto più crescerebbe il puro materialismo monistico, tanto più fiorirebbero le società spiritiste e i punti di vista spiritici ovunque, come l’immagine speculare necessaria. Quanto più gli assertori ciechi della direzione Haeckel e Ostwald riusciranno, in questioni di concezione del mondo, a respingere la vera scienza dello spirito, tanto più vedranno che coltiveranno lo spiritismo, il lato opposto della vera ricerca dello spirito. Così sicuro come il ricercatore dello spirito sta sul terreno della vita spirituale ricercabile, riconoscibile, conoscibile, così poco può seguire il metodo che vuole materializzare lo spirito e consegnarsi passivamente a ciò che è spirito, mentre può solo essere sperimentato nell’attivo.
Ma voglio caratterizzare ancora la ricerca del nostro tempo, che ancora non può comprendersi interiormente, in un altro aspetto. Un uomo che come filosofo merita una certa stima ha scritto un saggio singolare in una rivista molto letta. In esso scrive, per esempio, che Spinoza e Kant sono piuttosto difficili da leggere per molte persone. Uno si legge dentro; ma allora i concetti vagano e vorticano così — ebbene, non deve essere assolutamente negato che così sia per molte persone quando vogliono leggere Kant o Spinoza, che i concetti turbinano attorno a loro. Ma quel filosofo dà un consiglio, su come si potrebbe configurare diversamente, secondo la ricerca del nostro tempo. Dice: abbiamo oggi un’istituzione, un progresso tecnico, attraverso cui ciò che viene messo davanti all’anima nei soli pensieri astratti Kantiani e Spinoziani, che confondono queste anime, può essere portato davanti alle anime in modo molto vivido, così che ci si possa consegnare passivamente nella percezione. Il filosofo vuole mostrare, in una sorta di cinematografo, come Spinoza siede, inizialmente leviga il vetro, come poi il pensiero dell’estensione gli viene — questo si mostra in immagini mutevoli. L’immagine dell’estensione si trasforma nell’immagine del pensiero, e così via. E così l’intera etica e la concezione del mondo di Spinoza potrebbero essere costruite in modo vivido cinematograficamente. Così sarebbe tenuto conto della ricerca esterna del tempo. Stranamente, l’editore della rivista in questione ha anche notato: così il vecchio bisogno metafisico dell’uomo potrebbe essere aiutato attraverso un’invenzione che molti considerano uno scherzo, che è completamente conforme ai tempi.
Bene, potrebbe forse da un certo lato essere completamente appropriato alla ricerca del nostro tempo, ma solo a quella esterna, se potesse leggere di fronte al cinematografo l’«Etica» di Spinoza o la «Critica della Ragione Pura» di Kant. Perché no? Sarebbe tenuto conto della consegna passiva che si ama oggi. Si ama così che non si possa credere che lo spirituale debba avere una realtà in cui ci si possa trovare solo così che si partecipi a ogni passo. Che si esprima in se stesso, nel proprio spirituale-animico, ciò che è l’essenza delle cose, questo il nostro tempo ancora non ama. Diamo un’occhiata a una colonna di annunci! Tentiamo di indovinare i pensieri delle persone che stanno davanti a essa. A una conferenza in cui non vengono date immagini luminose, ma dove si riflette solo su come le anime partecipino nella creazione dei pensieri presentati, non entreranno tante persone quanto a una conferenza in cui lo spirituale-animico è presuntamente dimostrato in immagini luminose, dove ci si può solo consegnare passivamente.
Chi guarda dentro la ricerca del nostro tempo, dove rende effettive le sue speranze e le sue nostalgie più profonde, ancora inconsapevoli, sa che riposano nelle profondità delle anime il bisogno di attività, il bisogno di ritrovarsi di nuovo come anima in piena attività. Libera, procurata con interno sostegno sicuro, l’anima umana può essere solo quando può sviluppare attività interna. Nella vita, trovare il suo cammino e orientarsi, l’anima umana può solo per il fatto che diviene consapevole che non è solo ciò che le viene passivamente donato dal mondo, ma che essa è presente in ciò che può sperimentare in attività; e dal mondo spirituale può comprendere solo ciò di cui può impadronirsi in attività. Nel riflettere su ciò che la scienza dello spirito dà, l’assimilazione deve sviluppare una partecipazione, una co-attività; per questo, però, la scienza dello spirito diviene una soddisfazione dei bisogni più profondi, di quelli inconsci nelle anime del presente; per questo viene incontro alla ricerca più intima del nostro tempo. Poiché, riguardo alle cose qui toccate, il nostro tempo è un tempo di transizione. Oh, è facile dirlo, è persino banale dirlo: viviamo in un’epoca di transizione; poiché ogni tempo è un’epoca di transizione. Perciò è sempre corretto dire che viviamo in un’epoca di transizione. Ma quando si sottolinea che si vive in un’epoca di transizione, allora si tratta piuttosto di ciò in cui un tempo qualsiasi si trovi in una transizione. Se ora si vuole caratterizzare il nostro tempo nella sua transizione, allora si deve dire: era necessario — poiché solo così la scienza naturale, e ciò che per essa è diventato grande, poteva arrivare ai suoi risultati — che per secoli l’umanità passasse attraverso un’educazione passiva; poiché solo così, attraverso la consegna alle verità materialistiche, poteva essere raggiunto ciò che doveva essere raggiunto, proprio su base scientifica-naturale. Ma è così che la vita si svolge ritmicamente. Come un pendolo oscilla su un lato e rimbalza al lato opposto, così l’anima umana, quando è stata educata in modo legittimato per un certo tempo alla fedele, dedita passività, deve di nuovo sollevarsi per ritrovarsi; deve sollevarsi verso l’attività per conquistare se stessa. Poiché che cosa è diventata attraverso la passività? Bene, ciò che è diventata attraverso la passività voglio pronunciarlo senza paura, con un periodo che suona radicale, che per molti certamente suonerà molto paradosso. Ma d’altro lato mostra proprio l’immersione nella scienza dello spirito che è proprio il fatto che non ci si solleva alle conseguenze della concezione del mondo scientifica-naturale, che non si enfatizza questo risultato radicale. Non si ha il coraggio di trarre le conseguenze reali, neanche quelle che fingono di stare unicamente su ciò che la vera scienza naturale produce. Se si avesse questa conseguenza, allora si sentirebbero parole straordinarie sussurrare attraverso la ricerca del tempo. All’inizio degli antichi documenti testamentari stanno parole — non voglio parlare oggi del loro significato interiore; ognuno può prendere le parole per ciò per cui le prende; uno le prenda per un’immagine, un altro per l’espressione di un fatto: in ciò che ho da dire su queste parole, tutti possono essere d’accordo —, le parole dicono: «Sarete come Dio e conoscerete — o distinguerete — il bene e il male!» Ci risuona, la parola, dall’inizio dell’Antico Testamento. Come la si prenda: si dovrà ammettere che esprime qualcosa di significativo per la natura umana e l’anima umana. Al tentatore è attribuito che si avvicini all’uomo e sussurri al suo orecchio: «Se mi segui, sarai come un Dio e distinguerai il bene dal male.» Si potrà presagire che la tendenza al bene non senza questa tentazione si esprimerebbe nell’uomo; che senza questa tentazione sarebbe sorta solo la tendenza al bene, così che tutta la libertà umana è connessa con ciò che queste parole esprimono. Ma esse esprimono che l’uomo fu invitato dal tentatore a considerarsi al di là di sé come un essere diverso: come un Dio comportarsi verso il bene e il male. Come detto: uno può pensare a queste parole e al tentatore come vuole, oggi non chiedo veramente che lo si prenda subito come un vero essere — sebbene sia ben provata, per colui che vede attraverso le cose, la parola: «Il diavolo non lo sente il popolo, anche se l’avesse al collo.» Chi potrà ascoltare un poco la ricerca del tempo, sente oggi ancora il suo sussurro in questa ricerca del tempo. Si avvicina. Lo si chiami una voce dell’anima o come si vuole: là è — senza ogni superstizione può essere detto. E per coloro che hanno il coraggio di trarre le ultime conseguenze di una concezione del mondo puramente scientifica-naturale, porta parole di una strana particolarità, di una straordinaria saggezza. Solo quelli che fanno credere di stare su base puramente scientifica-naturale non hanno il coraggio dell’ultima conseguenza. Prendono nel loro sentire e pensare la fede nella distinzione di bene e male, che dovrebbero veramente negare, se volessero stare puramente su base della scienza naturale. È così che, non appena ci si pone su base della sola scienza naturale, non solo il sole splende sul bene e sul male allo stesso modo, ma secondo la legalità naturale dall’essenza umana il male è compiuto proprio come il bene. E così sussurra, il tentatore, traendo la conseguenza, all’uomo: non lo vedete, siete solo come animali più sviluppati. Siete come gli animali e quindi non potete distinguere fra il bene e il male. — Questo è ciò che fa del nostro tempo un’epoca di transizione: che il tentatore, con la voce opposta a quella in cui ha parlato secondo l’Antico Testamento, parla di nuovo nel nostro tempo: siete solo animali sviluppati e quindi, se vi comprendete correttamente, non dovete fare distinzione fra bene e male.
Se si avesse il coraggio per questa conseguenza, allora sarebbe il risultato di una concezione del mondo pura, consegnata in passività. Che il tempo sia preservato da questa voce — sia detto solo figurativamente —, che nella ricerca del tempo sia portato un sapere della vita spirituale: questo è il compito, questo è lo scopo della scienza dello spirito. Coloro che combattono ancora oggi questa scienza dello spirito dal punto di vista di qualche scienza, dovranno convincersi che è così con questo combattimento come con il combattimento contro il copernicanismo. Ora, dove siamo considerati più nel mondo grazie alla costruzione della nostra libera accademia per la scienza dello spirito a Dornach, di quanto non lo siamo stati prima, le voci degli oppositori si moltiplicano. E quando di recente vi obiettai nella scrittura: «Che cosa deve la scienza dello spirito e come è trattata dai suoi oppositori?», che gli oppositori della scienza dello spirito oggi stanno nello stesso punto di vista su cui stavano gli oppositori di Copernico, allora disse uno che si sentiva giustamente colpito: sì, la differenza sarebbe solo che ciò che Copernico ha detto sono fatti, mentre la scienza dello spirito porta solo affermazioni. Non realizza, il poveretto, che per la gente del suo spirito i fatti del copernicanismo erano allora nulla di diverso da affermazioni, vuote affermazioni; e non realizza che oggi chiama vuote affermazioni ciò che è davanti alla vera ricerca proprio fatti, certamente fatti della vita spirituale. E così si possono trovare obiezioni contro questa scienza dello spirito sollevate tanto dalla scienza che dal lato della vita religiosa. Come le persone al tempo di Copernico hanno detto: non possiamo credere alla rotazione della terra attorno al sole, poiché non sta nella Bibbia —, così dicono le persone oggi: non crediamo a ciò che la scienza dello spirito ha da dire, poiché non sta nella Bibbia. — Ma le persone se la caveranno con ciò che la scienza dello spirito ha da dire, come se la sono cavata con ciò che Copernico aveva da dire.
Ancora una volta deve essere ricordato un uomo che era insieme profondamente erudito e sacerdote, che ha agito in questa università e che, quando ha tenuto il suo discorso rettoriale su Galileo, ha pronunciato le belle parole: allora, quando erano là coloro che credevano che le rappresentazioni religiose sarebbero state scosse, stavano contro Galilei; ma oggi — così ha detto questo studioso al suo insediamento rettorale —, oggi l’uomo veramente religioso sa che, attraverso ogni nuova verità che viene ricercata, un pezzo viene aggiunto alla rivelazione originaria della provvidenza divina mondiale e alla gloria dell’ordine mondiale divino. — Così si vorrebbe attirare l’attenzione degli oppositori della scienza dello spirito su qualcosa che avrebbe potuto essere, anche se in realtà non era. Supponiamo che prima di Colombo qualcuno si fosse avvicinato e avesse detto: questa nuova terra — che poi ha scoperto — non possiamo scoprirla, viviamo bene nella vecchia terra, il sole vi splende così bello. Sappiamo se la terra da scoprire ha il sole che splende? — Così vengono al ricercatore dello spirito coloro che credono che i loro sentimenti religiosi sarebbero turbati dalle scoperte della scienza dello spirito. Deve avere una rappresentazione religiosa vacillante, una fede debole, quello che può credere che il sole del suo sentimento religioso non illuminerebbe ogni terra neonata, anche sul territorio spirituale, così come il sole che illumina il vecchio mondo illumina il nuovo mondo. E potrebbe essere sicuro colui che affronti i fatti senza pregiudizi, che è così. Ma il tempo, nella sua ricerca, quando sempre più e sempre più sarà permeato dalla scienza dello spirito, sarà toccato da essa, come molti oggi ancora non si sognano. La scienza dello spirito ha ancora molti oppositori, comprensibilmente. Ma sente di stare in armonia, in questa scienza dello spirito, con tutti quegli spiriti dell’umanità che, anche se non hanno ancora avuto la scienza dello spirito, hanno intuito quei rapporti dell’anima umana con i mondi spirituali che appunto sono aperti dalla scienza dello spirito. Così sente, particolarmente in relazione a ciò che è stato detto sul nuovo messaggio del tentatore, in armonia ad esempio con Schiller e il suo presentimento del mondo spirituale. Dalle sue stesse ricerche scientifiche naturali Schiller ha completamente ricevuto l’impressione che si debba sollevare l’uomo dalla mera animalità, e che l’anima umana ha partecipazione a un mondo spirituale. Come si è in profonda armonia con uno spirito guida dello sviluppo della concezione del mondo più recente, ci si sente sul terreno della scienza dello spirito, quando si possono riunire, come in un sentimento, ciò che oggi con frasi più ampie doveva essere esposto, riunire con le parole di Schiller:
Ora cadde della bestialità il sordo confine, E l’umanità salì sulla fronte sgombra! E il nobile straniero, il Pensiero, Saltò dalla mente attonita!
Confermando che la bestialità si è allontanata e che l’uomo appartiene a un mondo spirituale, confermando tali frasi, la scienza dello spirito sta oggi davanti alla ricerca del nostro tempo.
Ricordato — tutto alla fine — deve essere uno spirito che ha agito qui in Austria, nel modo che nella sua profondamente viva anima sentito come un oscuro istinto ciò che la scienza dello spirito ha da elevare a certezza. Sentito con il suo pensiero e visione solitari, staccati, aggrappandosi a prospettive spirituali, sebbene come medico potesse stare completamente su terreno della scienza naturale. Con lui, con Ernst von Feuchtersleben — lui, l’infermiere dell’anima e l’educatore dell’anima —, sia pronunciato come confessione della scienza dello spirito, sia riassunto ciò che è stato presentato in questa conferenza, riassunto proprio con le parole di Feuchtersleben, in cui risuona qualcosa di ciò che l’anima come sua forza suprema può sentire; sentire però solo allora, quando è sicura della sua connessione con il mondo spirituale. Ernst von Feuchtersleben dice — frase che si può portare come un motto a tutta la scienza dello spirito:
«L’anima umana non può nascondersi che infine il suo vero bene può afferrare solo attraverso l’allargamento della sua proprietà ed essenza più interiore.»
L’allargamento, il rafforzamento, la protezione di questa essenza più interiore, di questo essere spirituale interiore dell’anima dovrà essere offerto alla ricerca del tempo attraverso la scienza dello spirito.
Se è già difficile esprimersi sui fondamenti della scienza dello spirito, così come è stato fatto nella conferenza di due giorni fa, allora si può certamente dire che le comunicazioni riguardanti i risultati della ricerca che dovrebbero formare l’argomento della conferenza di oggi, in un certo senso rappresentano davvero un rischio rispetto alle forme di rappresentazione e alle abitudini di pensiero del presente. Poiché, se si troverà molte cose paradossali in ciò che la conferenza di due giorni fa esprime da questo punto di vista, allora certamente e comprensibilmente si troverà molto difficile vedere una ricerca seria in ciò che deve essere detto oggi. Più probabilmente, in vasti circoli del presente, si sarà inclini a vedervi solo le fantasticherie di uno strano visionario. Di questo si deve essere pienamente consapevoli quando si parla di queste cose; consapevoli del fatto che tutto ciò che in un periodo successivo entra nella coscienza generale, molto anche di ciò che in seguito diviene una cosa ovvia, nel tempo in cui appare per la prima volta è qualcosa di paradosso, qualcosa di fantastico.
Vorrei solo premettere questo per caratterizzare quanto il ricercatore dello spirito sia consapevole di tutto ciò che comprensibilmente può essere provato quando si permette di comunicare i risultati della ricerca che ancora oggi sembrano paradossi a questo tempo.
Prima di venire ai risultati della ricerca, vorrei in alcune parole introduttive caratterizzare lo stato fondamentale dell’anima del ricercatore dello spirito. Questo stato fondamentale è davvero completamente diverso dallo stato d’animo di fronte a un altro campo di ricerca. Mentre nella propria conoscenza, di fronte alla vita esterna e anche alla scienza ordinaria, si ha — oggi con un certo diritto — il sentimento che si posseggono le capacità conoscitive in sé, e si devono solo, per così dire, portare in attività, allora si potrebbe giudicare tutto ciò che la natura stessa, e ciò che il ricercatore presenta dalla natura — mentre ci si dedica completamente a questa ricerca, si usa tutta la fatica per effettivamente ricercare, per effettivamente osservare le cose e riconoscere le loro leggi attraverso l’intelletto. Lo stato d’animo del ricercatore dello spirito di fronte alla verità, di fronte a ogni ricerca di conoscenza, è completamente diverso. Poiché, lavorando in questa ricerca dello spirito, sempre più e più si acquista la necessità di usare tutto il lavoro dell’anima, tutto lo sforzo interiore, inizialmente per la preparazione; e sempre più e più si acquisisce il sentimento: se si vuole avvicinarsi a una verità da questo o quel campo, allora in realtà si vorrebbe sempre ancora aspettare, ancora prepararsi ulteriormente e ulteriormente, perché si ha la consapevolezza: quanto più fatica e lavoro si dedica a quel percorso dell’anima che deve essere percorso prima di ricercare, tanto più ci si rende maturi per ricevere la verità. Poiché è una ricezione della verità, questo è ciò di cui si tratta nella vera, reale ricerca dello spirito. E questo sentimento, questo stato d’animo diviene così forte nell’anima, che si sente un timore sacro nel lasciare che le cose si avvicinino a sé, e che si desidera sempre di nuovo di aspettare rispetto a importanti, essenziali conoscenze della ricerca dello spirito, piuttosto che permettere alle cose di entrare nella coscienza troppo presto. Questo condiziona uno stato d’animo molto particolare nel ricercatore dello spirito stesso, quello stato d’animo che penetra gradualmente tutto il lavoro di cui due giorni fa è stato parlato come lavoro interiore dell’anima in esercizi, che nel ricercatore dello spirito produce un certo atteggiamento di fronte alla verità, proprio l’atteggiamento di timore sacro di fronte alla verità.
Dopo aver premesso questo, vorrei ora, vorrei dire, imparzialmente entrare in ciò che deve essere detto su questo tema importante, significativo, così prossimo a ogni anima della conferenza di questa sera. Certamente, non sono i peggiori animi nel nostro presente quelli che ancora mantengono l’opinione che le verità della fede siano particolari e che le verità del sapere siano anche particolari, e che credono che tutto ciò che l’uomo può immaginare come superiore alla nascita e alla morte sia solo un oggetto della fede, non di una scienza rigorosamente provabile. Proprio questa rigorosa separazione tra fede e sapere è abolita dalla ricerca dello spirito. E ci si sente in armonia con ciò che a lungo avrebbe voluto entrare nella ricerca spirituale moderna, quando si sviluppano in questo senso le verità che si trovano al di là della morte, come deve accadere qui; ci si sente in armonia con essa, quando ci si tiene sempre di nuovo e di nuovo davanti agli occhi che il grande Lessing si è veramente confrontato con una delle principali verità di questa ricerca dello spirito; si è confrontato ancora in quello scritto che scrisse come suo testamento spirituale poco prima della sua morte, come frutto maturo del suo pensiero e della sua contemplazione: nel suo «Educazione del genere umano». Lessing non esita a dire che la concezione delle vite terrestri ripetute non ha bisogno di essere un errore solo perché appariva, per così dire, come qualcosa di primo a cui l’umanità arrivò, prima che i pregiudizi della scuola e dei filosofi vi distendessero un velo oscuro su quello che l’umanità sapeva all’inizio della sua evoluzione culturale da questo lato della morte. — Così ci si sente allora in armonia — si potrebbero citare ancora molti spiriti — con le migliori personalità che hanno inserito la loro ricerca nello sviluppo culturale dell’umanità, proprio quando si sta sul terreno di questa ricerca dello spirito.
È stato detto due giorni fa che le cose della vita spirituale, i processi di essa, possono essere ricercati solo quando l’uomo realmente, per mezzo di ciò che è stato descritto due giorni fa, arriva a rafforzare così fortemente i poteri che dormono in essa, che questa anima trova la possibilità — fu detto in modo comparativo: come il chimico estrae l’idrogeno dall’acqua — che così l’anima del ricercatore dello spirito trova la possibilità, attraverso gli esercizi dell’anima, di uscire dal fisico-corporeo e di sperimentare se stessa separata dal fisico-corporeo, così che può connettere un senso con la parola: sperimento me stesso come essere animico-spirituale fuori dal mio corpo, e il mio corpo con tutto ciò che gli appartiene nel mondo sensibile sta di fronte a me come un oggetto esteriore sta di fronte a noi quando l’osserviamo con gli occhi, lo tocchiamo con le mani. — E già l’ultima volta che mi fu permesso tenere alcuni discorsi pubblici qui, potei attrarre l’attenzione sul momento significativo che entra nella vita del ricercatore dello spirito quando veramente questo ricercatore dello spirito, attraverso gli esercizi menzionati due giorni fa, è diventato maturo. — Chi desideri saperne di più su questi esercizi lo troverà nel mio libro «Come si acquistano conoscenze dei mondi superiori?» e nella mia «Scienza occulta nelle sue linee generali». Anche qui solo in linea di principio si dovrà indicare ciò che il ricercatore dello spirito sperimenta. Quando ha portato la sua anima al punto che possa uscire dal suo corpo, questo l'esperimenta un giorno, si potrebbe anche dire una notte; poiché entrambe sono possibili: nel mezzo dei normali processi del giorno, nel mezzo della notte, e se è correttamente preparato, né l’uno né l’altro disturberanno. Può manifestarsi in innumerevoli modi diversi: vorrei solo descrivere il carattere tipico. Può manifestarsi così o così, si manifesterà sempre in modo tipico a quello che ora cito. Accade che l’uomo come si svegli dal sonno; sa: qualcosa accade, che non è un sogno. È strappato da tutta la percezione esterna, da tutte le preoccupazioni, da tutte le passioni, da tutto ciò che lo collega al giorno. O nel mezzo del giorno accade l’evento, in cui ci si deve fermare nella propria rappresentazione, dove qualcosa di completamente diverso entra nella rappresentazione, nella coscienza. Ciò che allora entra può essere così — sarà sempre simile al modo in cui lo descrivo; vorrei descrivere nel modo più concreto possibile come questo evento sconvolgente possa realmente accadere al ricercatore dello spirito —: si può avere il sentimento: tu sei ora come in una casa in cui è caduto il fulmine. Il tuo ambiente cade come una casa in cui è caduto il fulmine. Il fulmine passa attraverso te stesso. Si sente come tutto ciò con cui si è materialmente collegati, come gli elementi, viene separato da sé; così si sente se stessi strappati da sé, sostenendosi come un essere spirituale. È l’impressione più profonda, più sconvolgente concepibile. Da questo momento in poi, o da uno simile, si sa cosa significa sperimentare se stessi fuori dal corpo nell’anima stessa. E i ricercatori dello spirito di tutti i tempi hanno usato un’espressione per questa esperienza che appare completamente appropriata a chi conosce questa esperienza. Poiché c’è sempre stata, proprio come lo richiedevano le diverse culture, una sorta di ricerca dello spirito. Quella odierna è diversa da quelle dei tempi precedenti; è appropriata ai progressi della moderna scienza naturale. Ma ciò che per essa si raggiunge è stato raggiunto anche mediante i metodi che i diversi tempi rendevano possibili. Così i ricercatori dello spirito dei più diversi tempi hanno attribuito a questa esperienza appena indicata le parole: si sia come uomo arrivato alla porta della morte. — E veramente, ciò che si può prima immaginare come vivibile attraverso la morte, accade. Non accade immediatamente come una realtà, poiché il ricercatore dello spirito ritorna di nuovo nel suo corpo e tutto è come prima; percepisce di nuovo il mondo esteriore. Ma tutto ciò che sperimenta è l’immagine di ciò che realmente accade quando l’uomo passa attraverso la porta della morte, quando la vita esterna fisica cessa e la vita dopo la morte inizia.
Se si vuole comprendere come il ricercatore dello spirito arriva alle cose di cui qui si parla, allora ci si deve rendere conto che, mediante la preparazione attenta della sua anima di cui è stato parlato, arriva a percepire in modo completamente diverso da come si percepisce con i sensi esterni; che può realmente guardare dentro quelle sfere dell’essere di cui si dovrà parlare.
La prima cosa a cui il ricercatore dello spirito arriva quando ha superato un tale momento attraverso cui si sta alla porta della morte, la prima cosa potrebbe essere chiamata in un certo senso: si arriva al di là della memoria umana. La memoria umana, la forza di memoria umana, è qualcosa che vive, per così dire, nella nostra anima come l’inizio, si potrebbe dire, di uno spirituale. Anche ricercatori filosofici esterni, che non sanno nulla della ricerca dello spirito, lo riconoscono. Il ricercatore francese che è arrivato a così brillanti risultati, Bergson, vede già nella memoria dell’uomo qualcosa di puramente spirituale, che non ha nulla a che fare con processi biologici o fisiologici. E quando i pregiudizi della scienza naturale, che ancora oggi si attaccano quasi a tutti, saranno superati, allora si riconoscerà come nel tesoro della nostra memoria per l’anima umana giace già qualcosa che è, per così dire, l’inizio di un passaggio di ciò che è legato ai sensi e al cervello, a qualcosa di puramente spirituale-animico. Mentre spingiamo le nostre rappresentazioni nella memoria, non le conserviamo attraverso processi corporei di alcun tipo, ma puramente nell’anima. Posso solo indicare questo. La giustificazione scientifica naturale di ciò che è stato appena detto richiederebbe molto tempo e conferenze speciali. Così, come si percepiscono nella vita ordinaria immagini di memoria che si levano dal tesoro della nostra anima — immagini che, così come si presentano, non hanno nulla che potrebbe indurci a farle diventare un’illusione o un’allucinazione —, così sorgono, ma non dal tesoro dell’anima, bensì dai mondi spirituali, davanti all’anima del ricercatore dello spirito i processi spirituali e i fatti spirituali. E ci si accorge allora che, dietro ciò che chiamiamo il tesoro della memoria, l’anima umana può ancora sperimentare qualcosa di diverso. Il ricercatore dello spirito vede allora, per così dire, il seguente: ora sei uscito dal tuo corpo con la tua anima; ora puoi ancora meglio, perché è diventato come un oggetto esteriore, comprendere ciò che ti sei acquisito attraverso il mondo sensibile: il tesoro della memoria. Ma questo tesoro della memoria è come un velo che copre qualcosa che vive sempre nell’anima, solo inconsapevolmente, che è sempre in essa; ciò che è però coperto da memoria e ricordo, velato. Sì, nelle profondità dell’anima umana c’è qualcosa che vive sempre in essa; ma quando l’uomo diffonde i suoi ricordi nell’anima, copre questo spirituale-animico inconsapevole. Mentre il ricercatore dello spirito si eleva nello spirituale-animico, ha, per così dire, come la coda di cometa del suo essere spirituale-animico attaccata ai suoi ricordi; ma può guardare attraverso questi ricordi a qualcosa che si potrebbe chiamare: forze di tipo superiore alle forze che preservano i nostri ricordi. Se l’espressione non fosse così fuori moda — ma è difficile trovare espressioni appropriate per questi campi che non hanno nulla a che fare con il mondo sensibile — allora si potrebbe usare l’espressione: si sale a una super-memoria dalla memoria. Si arriva gradualmente in ciò che due giorni fa era chiamato rappresentazione immaginativa. Mentre si ha sempre il sentimento, quando si parla di memoria: le immagini della memoria si elevano, si presentano dinanzi all’anima, mentre ci si consegna loro passivamente —, si sprofonda ora in ciò che è dietro la memoria e si sa che si deve attivamente co-generare ciò che allora emerge come Immaginazione, come contenuto di una super-memoria. Ma si sa anche, per l’anima preparata a queste cose, che ciò che si rivela come dietro la memoria era sempre lì, che era solo coperto dalla memoria; e si sa, riconoscendolo nella sua essenza, che ciò che si spinge giù nei fondamenti che si trovano sotto il tesoro della memoria è esso stesso qualcosa che agisce sul nostro organismo fisico, che è attivo in esso. Si fa ancora una scoperta completamente diversa. Si fa la seguente scoperta — e questa scoperta è straordinariamente significativa per il rapporto tra la ricerca dello spirito e la ricerca naturale. La ricerca naturale ci si presenta oggi dicendo: tutto ciò che l’uomo sente, pensa e vuole è legato a processi del suo sistema nervoso. Ha ragione su questo; ma non può, con i suoi mezzi, scoprire il modo in cui la vita dell’anima è legata al sistema nervoso, come ad esempio il pensiero è legato al cervello. Si deve andare a fondamenti molto più profondi della vita dell’anima. Quando si arriva con la ricerca dello spirito, ci si accorge: sì, per la rappresentazione ordinaria della vita quotidiana, anche per il lavoro scientifico, è completamente corretto che tutti i pensieri che formiamo, così come tutte le sensazioni per esempio, sono legati al cervello; ma come sono legati al cervello? Lo spirituale-animico più profondo, di cui la coscienza ordinaria non sa nulla, che viene scoperto solo dalla ricerca dello spirito, è quello che prima elabora, diciamo, una certa area cerebrale, quello che prima invia le sue forze di lavoro nei sensi e nel cervello; e attraverso il fatto che questo «subconscio» spirituale-animico elabora il sistema nervoso, questo diviene uno specchio per rispecchiare ciò che appare nella vita ordinaria. Ciò che appare nella vita ordinaria è l’immagine speculare dello spirituale-animico. Proprio come se uno specchio stesse qui e tu, se ti avvicinassi, allora non vedresti te stesso, ma solo la tua immagine speculare, proprio così ti comporti mentre sviluppi il tuo pensiero ordinario, il tuo sentimento e la tua volontà. Lo spirituale-animico più profondo lavora specificamente sul sistema nervoso e al cervello, e ciò che elabora là fa sì che qualcosa possa essere percepito. Così è lo spirituale-animico che elabora l’occhio, e ciò che produce certi processi nell’occhio. Quando questi processi sono stati prodotti, allora l’occhio rispecchia nello spirituale-animico quello che chiamiamo il colore. Così è lo spirituale-animico più profondo ciò che lavora nel corpo. E a questo la ricerca dello spirito porterà l’umanità: a riconoscere che siamo noi stessi che viviamo nella profondità delle nostre rappresentazioni, e che con il loro essere più profondo prepariamo per prima il corpo affinché diventi un apparato di riflessione per ciò che allora l’anima sperimenta. Così è nella vita ordinaria, esterna, spaziale. Ma nel momento in cui le nostre rappresentazioni diventano immagini di memoria, qualcosa d’altro deve accadere: dobbiamo, se le rappresentazioni non devono passare come sogni davanti a noi, affinché diventino memoria, usare l’attenzione. Tutto ciò che deve diventare memoria, che deve rimanere nella nostra anima, su questo dobbiamo concentrarci più a lungo di quanto sia necessario, diciamo, per il semplice quadro rappresentativo. Un’impressione di colore non rimarrebbe nella nostra memoria se la guardassimo solo il tempo necessario affinché il colore venga prodotto. Se la guardiamo più a lungo, allora facciamo appello a quella forza che preserva tutto questo nella nostra anima come memoria. Spingiamo, per così dire, indietro la nostra attività animica in un essere più profondo, e questo non si dimostra come il corpo fisico, ma come qualcosa che è più fine, più eterico del corpo fisico. E ciò che nella ricerca dello spirito si può designare con l’espressione certamente fuori moda, oggi non affatto popolare, «eterico» — ma la parola non ha il significato che solitamente si associa a esso —, si presenta come un corpo eterico, che è già di natura spirituale.
Ma la nostra anima non agisce solo così che crea queste immagini di memoria, ma agisce molto di più, attraverso il suo rapporto con il mondo esterno nella vita tra nascita e morte, dentro se stessa. E qui il ricercatore dello spirito scopre la cosa straordinaria che i nostri ricordi rimangono solo rappresentazioni perché sono fermati dal corpo eterico, non lasciati fluire nel corpo fisico. Se queste rappresentazioni fluissero nel corpo fisico, se diventassero attività in esso, allora passerebbero nelle forze formative, nelle forze di vita del corpo fisico, l'attraverserebbero e l'organizzerebbero. Perché consentiamo alle nostre rappresentazioni di rimanere rappresentazioni, di non transitare nelle forze organizzative, esse mantengono il carattere della memoria; le conserviamo nel loro potere di rappresentazione. Possono rimanere ricordi.
Ma l’anima sviluppa anche nella vita forze molto più forti di quelle che sviluppano i ricordi, e queste forze più forti vengono anch’esse inizialmente conservate nell’anima. Ma si trovano come una super-memoria dietro il normale tesoro della memoria; sono in noi. Questo è ciò che il ricercatore dello spirito sperimenta quando, guardando attraverso la memoria a questo tesoro super-memorioso, sa: c’è qualcosa che vive nella tua anima che non può fluire nel tuo corpo fisico, che si trova sotto la superficie della memoria, ma che non diventa nemmeno una forza attiva nel tuo corpo fisico, adesso com’è tra nascita e morte. C’è qualcosa che non rimane rappresentazione, e che tuttavia non diventa forza organizzativamente attiva. Il ricercatore dello spirito sperimenta questo mentre è fuori dal suo corpo. Ma sperimenta contemporaneamente l’altro, che può esprimere quando si renderà conto del fatto, dicendo così: sì, così sperimento qualcosa nella mia anima che è in essa, che non ha uso, perché non può fluire nel corpo che è stato formato dalla nascita o, diciamo, dal concepimento, perché non vi trova posto. E mentre il ricercatore dello spirito si approfondisce in ciò che ho qui indicato, lo sperimenta cosicché può riconoscerlo come si riconosce il germe che è in una pianta. La pianta si sviluppa dalla radice al frutto, in cui il germe è. Ma il germe è già pianificato nell’intera pianta. Ciò che è germe non ha senso per questa pianta, non può immergere le sue forze in questa pianta; ma è in essa, è il piano per una pianta seguente, diciamo, dell’anno prossimo. Mentre il ricercatore dello spirito si immerge, si immerge in qualcosa che in lui è un nucleo d’anima, un germe d’anima, di cui sa che sarà formato in questa vita tra nascita e morte, ma che non sviluppa le sue forze in questa vita; si immerge in strati più profondi dell’anima, e rimane pronto per una vita seguente, come nel frutto della pianta il germe rimane pronto per la pianta seguente, che non potrebbe svilupparsi senza la precedente.
Così si arriva all’intuizione dell’armonia delle successive vite terrestri umane con tutta la natura esterna, quando si impara così a immergersi nello spirituale-animico. Ciò che è importante è solo che il ricercatore dello spirito non perda mai di vista: ciò che devi sperimentare qui può solo essere tale che ripetutamente e ripetutamente diventi consapevole della tua propria attività; poiché se non lo sei, se non comprendi come è sorto, allora diventa illusione, allucinazione o pura fantasia. È completamente un errore quando viene obiettato: sì, come può il ricercatore dello spirito sapere che ciò che scopre così non è allucinazione, non è illusione, non è fantasia? Potrebbe essere un’allucinazione auto-suggerita. Se il ricercatore dello spirito si comportasse, rispetto a ciò che sperimenta così come descritto, come la mente malata si comporta verso un’allucinazione, allora questa obiezione sarebbe completamente giustificata. Poiché si presenta come una percezione esterna, non si vede attraverso di essa. Ma il ricercatore dello spirito impara esattamente a conoscere questo, attraverso la preparazione corretta — come si legge nei miei scritti «Come si acquistano conoscenze dei mondi superiori?» —, che può distinguere ciò che è solo una reminiscenza del mondo esteriore, e che cosa sia fantasia e allucinazione a cui ci si comporta passivamente; che deve distinguere questo da ciò che si presenta cosicché lo riconosca come si sa di una lettera o di una parola: ciò che sta sulla carta non significa se stesso, ma qualcos’altro. Poiché il ricercatore dello spirito non usa il visto così come si usano le allucinazioni, ma così che si può paragonare a una lettura spirituale in una scrittura di Immaginazioni che si presentano davanti a lui. Solo quando si impara a usare liberamente in una mente ciò che si mette davanti a se stessi per propria attività, così da vivervi come si vive nei tratti di una scrittura, attraverso cui si vede ciò che significano; solo elevarsi in questo modo spiritualmente rafforzato a ciò che entra nella visione dell’anima, si può giungere a veramente contemplare quali sono i processi e gli esseri del mondo spirituale. Allora però, poiché ci si immerge gradualmente nell’elemento della nostra anima che non è lo stesso del corpo, si entra nell’essenza di cui si può dire che le appartiene la proprietà dell’immortalità.
La ricerca dello spirito non è una filosofia speculativa in cui si riflette su quali ragioni possano emergere per l’immortalità dell’anima: la ricerca dello spirito mostra come si arriva all’anima stessa, e da questa vera anima mostra ciò che veramente è. Espone l’anima; e poi si scopre che ciò che è esposto come anima non è un risultato dell’esteriorità corporea, ma che questa corporeità è il risultato di ciò che si scopre. Poiché, quando da un lato scopri in te il nucleo dell’anima, che senti in essa, da cui vivi, che è il germe per una nuova vita terrena, così sperimenti nel contenuto di coscienza che si trova al di sopra del tesoro della memoria anche ciò che nell’uomo è stato attratto come il fisico-corporeo umano, prima che come essere fisico iniziasse la sua esistenza con la nascita o, diciamo, il concepimento. Proprio come è l’anima stessa che prepara il proprio cervello spazialmente quando percepiamo, affinché rispecchi il suo contenuto, così si sperimenta che lo spirituale-animico, a cui sei penetrato, era presente prima della nascita, prima del concepimento, in un mondo spirituale, e in esso si era acquisito le forze per unirsi con ciò che è dato come sostanza fisica da padre e madre, per permeare con questa sostanza, per organizzarsi con essa. Si sperimenta che l’uomo, così come entra nel mondo, non è solo il risultato di padre e madre, ma che si unisce lo spirituale con il materiale, con ciò che è dato da padre e madre; lo spirituale che scende dai mondi spirituali, dove ha vissuto tra l’ultima morte e questo concepimento. E il ricercatore dello spirito, imparando a conoscere ciò che nell’anima giace al di là della memoria, può così anche imparare a riconoscere come l’anima si comporta quando il fisico non tiene più l’attività di questo spirituale-animico, quando la morte è venuta all’uomo. Quando la morte è venuta all’uomo, allora l’anima vive inizialmente — questo è il fatto che si presenta alla ricerca dello spirito — in ciò che durante la vita non è diventato fisico-corporeo; vive nel suo tesoro di memoria. Nel primo periodo dopo la morte si svolge dinanzi all’anima un vasto quadro di memoria di tutto ciò che l’uomo ha sperimentato tra nascita e morte. Anche tutti quegli eventi che sono stati dimenticati nella vita risalgono. Questa esperienza di tutta la memoria dura solo pochi giorni. Il ricercatore dello spirito può vedere in tal modo ciò che appare come la prima esperienza dopo la morte, poiché conosce la natura della memoria. Quando l’anima è fuori dal corpo, allora diventa veramente per il ricercatore dello spirito un contenuto di coscienza, come diventa per il morto quando ha passato la porta della morte. Di fronte al ricercatore dello spirito appare, non appena è fuori dal corpo, ciò che è il suo intero contenuto di pensiero, ma ora come un mondo; come altrimenti si hanno montagne e nuvole e stelle e sole e luna e fiumi e città attorno a sé, così fuori dal suo corpo inizialmente si ha un quadro di ciò che si è sperimentato, di fronte a sé; solo che si può vedere attraverso questo quadro, si può vedere il suo potere effettivo. Essendosi abituati — per usare un’espressione banale — a vedere veramente al di fuori del corpo attraverso queste cose, si arriva gradualmente anche a essere veramente in grado di gettare consapevolmente lo sguardo su ciò che l’anima attraversa dopo la morte, su ciò che ha attraversato dopo l’ultima morte, su ciò che l’attende dopo la morte che verrà. Inizialmente è questo quadro di memoria che si svolge, i pensieri che si sono accumulati. Ma dietro di esso sorge un’altra forza dell’anima. Ora che la morte è passata, questa forza dell’anima non è più ostacolata dal corpo, ora agisce in modo che questo quadro di memoria dopo alcuni giorni scompaia dall’ambiente dell’uomo.
Si arriva davvero a cose rischiose quando si parla dell’argomento della conferenza di oggi, ma non si può fare a meno di toccare queste cose, se non si vuole indulgere in parole generiche. Ho tentato di rappresentare ciò che è emerso dalla ricerca dello spirito riguardo alla durata di questa prima esperienza dopo la morte. È emerso che questa rassegna del quadro di memoria delle esperienze dell’ultima vita dura per tempi diversi per persone diverse, per una persona più a lungo, per un’altra più breve; ma in generale, grosso modo, finché la forza dura durante la vita, attraverso cui l’uomo può mantenersi sveglio quando gli è impedito di addormentarsi. Una persona a malapena riesce a vegliare una notte senza che il sonno la sopraffaccia; un’altra può vegliare molte notti. Questa forza interna di resistere al sonno è la misura del numero di giorni che questa reminiscenza dopo la morte dura. Poi scompare, e qualcos’altro appare.
Ciò che ora appare, vi si può approfondire solo se l’hai già conosciuto attraverso le esperienze al di fuori del corpo; ma è molto difficile trovare parole per queste esperienze dell’anima, che sono di natura completamente diversa da quelle che si sperimentano nella vita quotidiana. La nostra lingua è infatti plasmata per il mondo sensibile. Ciò che si trova al di fuori del mondo sensibile, l’anima lo sperimenta completamente diversamente da come qui nel mondo sensibile. Perciò vi prego di scusarmi se alcune espressioni vi sembreranno sgradevoli, paradossali; ma potete essere sicuri: quando qualcuno si accinge a descrivere ciò per cui le parole si trovano difficilmente, con le parole completamente ordinarie della lingua, non potrà immediatamente descrivere dalle esperienze dell’anima stessa ciò che viene sperimentato dopo la rassegna. — Ciò che l’anima ora sperimenta, ciò che il ricercatore dello spirito sperimenta al di fuori del corpo, è ciò che vorrei designare con l’espressione — non è né un sentimento né una volontà, è qualcosa tra il sentimento e il volere — quello che vorrei chiamare un «volere sentente», un «sentimento volente». Hai questa forza dell’anima che hai sviluppato internamente in nessun modo nella vita ordinaria. La conosci come ricercatore dello spirito. È come se la volontà si muovesse con noi nel mondo; e come se questa volontà, potrei dire, mentre si muove così, sulle sue ali o sulle sue onde porta ciò che ora ci si presenta come sentimento, cosicché sia come fuori di noi, come gioca sulle onde della volontà. Mentre altrimenti siamo abituati a sentire questo sentimento come qualcosa che è interiormente cresciuto con noi, ora diventa come ondeggiante e tessente sulle onde della volontà; e sappiamo tuttavia, poiché ci diffondiamo in questa esperienza nel mondo, che siamo in ciò che è fuori di noi come volere sentente, come sentimento volente, ciò che è fuori come le percezioni di colore e di tono del mondo sensibile, che questo è pervaso dal nostro essere. Un sentimento è fuori, che percepiamo come luce; ma sappiamo contemporaneamente di essere uniti con esso.
Ma nel primo periodo dopo la rassegna l’uomo sperimenta tutto questo cosicché il suo unico mondo che percepisce inizialmente è fondamentalmente quello da cui è uscito con la morte. Dopo che il quadro di memoria si è appannato, questo volere sentente, sentimento volente si dispiega, si irradierà nell’anima; ma esso esprime solo cose che sono ancora legate all’ultima vita terrena; così possiamo caratterizzare le cose che sperimentiamo lì grossomodo nel seguente modo. La vita terrena non dà mai all’uomo, nella sua esperienza, tutto ciò che potrebbe dargli. Una quantità di cose rimane tale che possiamo dire: non abbiamo goduto di tutto ciò che avrebbe potuto essere goduto, ciò che avrebbe potuto fare impressioni tra nascita e morte. È sempre così: tra le righe della vita rimane qualcosa di desideri, di brame, di amore per altre persone e così via. Incompiuto — per usare un’espressione banale — nell’ultima vita: questo è ciò su cui guardiamo bramosi spiritualmente, e in verità ora per anni guardiamo bramosi spiritualmente. In questi anni è così che abbiamo il nostro mondo principalmente in ciò che siamo stati. Guardiamo dentro il nostro ultimo essere terreno, guardiamo in esso ciò che è rimasto incompiuto. E solo attraverso il fatto che viviamo per anni in una sfera in cui nulla di questo può essere soddisfatto come viene soddisfatto sulla terra, perché abbiamo deposto gli organi corporei per farlo, lavoriamo noi stessi nell’anima fuori da tali collegamenti con l’ultima vita terrena.
Anche qui la ricerca dello spirito ha ancora una volta da comprendere la lunghezza di queste esperienze, e allora si può dire il seguente. Il tempo che l’uomo attraversa nella prima infanzia, fino al punto in cui si ricorda, non ha alcuna influenza sulla durata delle esperienze che sono state ora descritte. Allo stesso modo, il tempo che viviamo dopo il venticinquesimo, ventiseiesimo, ventisettesimo anno non ha più alcuna influenza. Gli anni da circa il quarto fino nei venti anni: questi indicano anche la lunghezza durante la quale — così strettamente legati all’ultima vita terrena — si devono raccogliere esperienze nel mondo spirituale, ci si deve estrarre dalla vita terrena. Si scopre, per l’osservazione spirituale: fintanto che si è avuto bisogno, dopo la precedente vita spirituale, dopo aver passato il concepimento e la nascita, di costruire il nostro corpo con le forze verso l’alto, fino nei venti anni, così a lungo si è avuto bisogno, per pervadere la vita con le forze corporee, quelle organico-fertili, per pervaderla con le forze che nella vita desiderano, godono, all’incirca così a lungo è anche il tempo attraverso cui ci si deve di nuovo trovare fuori dall’ultima vita terrena. Così che, se si diventa, diciamo, dodici anni, forse si ha bisogno solo di cinque anni per venire fuori dall’ultima vita terrena, o sette anni; ma se, diciamo, si è arrivati a cinquanta anni, allora gli anni dopo la metà dei venti anni non contribuiscono più in modo particolare al prolungamento del periodo di cui ora si parla.
Di questo periodo si deve dire che già in un certo modo entra ciò che si potrebbe chiamare: l’uomo percepisce processi spirituali ed esseri spirituali nel suo ambiente. Ho già due giorni fa indicato che, quando il ricercatore dello spirito sperimenta se stesso spirituale-animico, è in un vero mondo spirituale. In questo mondo spirituale il morto entra; ma è all’inizio così occupato con le sue relazioni con il suo mondo precedente, nel modo come ne abbiamo parlato prima, che può solo attraverso il percorso della sua vita precedente acquisire una connessione con ciò che è nel suo ambiente spirituale. Per dare un esempio: supponiamo che qualcuno sia passato attraverso la porta della morte. La rassegna è passata. Vive in questo periodo di strapparsi dalle connessioni con la vita terrena precedente. Qualcuno che ha amato è ancora nel corpo fisico. Colui che è ancora in questo stadio dell’esperienza di cui stiamo ora parlando, non può guardare direttamente all’anima che è ancora sulla terra; ma si forma un tipo di commutazione: nell’ultima vita terrena abbiamo amato l’uomo che è rimasto; su quel sentimento d’amore guardiamo, quando siamo in questo stadio di cui stiamo ora parlando. Questi sentimenti sono il nostro mondo esterno. Guardando a essi, troviamo la strada verso l’anima che è ancora sulla terra. Allo stesso modo dobbiamo trovare anche la strada, attraverso il sentimento, a un’anima che è già passata attraverso la porta della morte. Così si può dire: l’uomo vive come anima dopo la morte con le anime umane, ma inizialmente sulla via attraverso la propria vita.
Ma sempre più e più sviluppa l’uomo una forza, una forza dell’anima, che ancora una volta solo il ricercatore dello spirito conosce, quando sperimenta se stesso spirituale-animico al di fuori del corpo. Per questa non c’è più espressione. Per l’altra forza si può almeno dire ancora: «volere sentente» o «sentimento volente», perché ha qualcosa di simile a volere e sentimento. Sebbene il volere e il sentimento siano oggettivati, hanno ancora qualcosa di simile, le cose che ondeggiano fuori in volizioni e sentimenti, qualcosa di simile ai sentimenti e agli impulsi di volontà che abbiamo altrimenti nella vita. Ma ciò che l’anima ora sperimenta, ciò che come forza si risveglia in essa mentre si allontana, nel modo descritto, dalla vita terrena precedente, posso solo designarlo con un’espressione che può sembrare sgradevole riguardo al linguaggio ordinario, che però è caratteristica: posso solo denominarlo forza creatrice dell’anima, forza creatrice spirituale. È qualcosa che l’anima ora direttamente sperimenta. Che si passa in un’attività, l’anima lo sperimenta pienamente; ma contemporaneamente, che questa forza creatrice realmente si sviluppa, realmente irradia dall’anima nell’ambiente — ancora una volta è sgradevole, ma per poter rendersi comprensibili questa espressione deve essere usata —, questa forza è qualcosa che irradia nell’ambiente come una luce spirituale, che illumina i processi spirituali e gli esseri in giro, così che li vediamo. Come quando il sole sorge vediamo, attraverso il sole, gli oggetti esterni, così vediamo, attraverso la nostra propria forza luminosa interna che si riversa, i processi e gli esseri spirituali. Ora arriva il momento in cui l’anima è nell’ambiente spirituale, nella misura in cui in essa si risveglia questa forza creatrice, e questo mondo per illuminarla. E qui le religioni non hanno usato un’espressione insignificante quando, per designare la vita dopo la morte, dicono: questo sentirsi nella forza creatrice, questo immergersi in un ambiente spirituale che diventa così visibile perché si invia la propria forza creatrice in esso, questa esperienza nell’effusione della luce è un sentimento di beatitudine. Perfino i dolori sono così sperimentati come beatitudini in questo mondo. Qui l’anima ora sperimenta la sua ulteriore vita.
Ora accade che l’anima può sottoporsi a questa esperienza che è stata descritta solo in stati alternati. — Entro così in campi che per una vita ordinaria nuotano completamente nel fantastico; ma date le comunicazioni preparatorie che sono state date, posso anche esporre queste cose; poiché deve essere chiaro che il ricercatore dello spirito non affermerà mai nulla di diverso da ciò che solo allora tali cose gli si aprono, quando sperimenta al di fuori del corpo. — L’anima così sperimenta stati alternati. Non è sempre nello stato in cui irradia la sua luce luminosa spirituale dell’anima sull’ambiente, così che anime umane e altri esseri siano ora attorno a lei e processi spirituali siano sperimentati da lei. Non è sempre così che l’anima vive nel mondo spirituale esteriore, ma questo stato deve alternarsi con lo stato in cui l’anima sente questa irradiazione della sua luce luminosa spirituale allentata. L’anima diviene internamente ottusa, non può più irradiare la sua luce sull’ambiente, deve raccogliere tutto il suo essere in se stessa. E ora arriva quel momento in cui nel periodo intermedio tra la morte e una nuova nascita l’anima vive una vita completamente solitaria. Dura a lungo. Se si vuole paragonarla con la vita ordinaria, si può dire: come nella vita ordinaria l’uomo deve alternare tra sonno e veglia, così dopo la morte deve alternare tra una vita che si effonde nel mondo esterno e una vita della solitudine interna. Dove tutto ciò che in precedenza è stato sperimentato nello stato di espansione è stato incorporato, dove però l’anima sa: sei ora completamente solo con te. Come nel sonno diventi inconscio, qui ci si ritira in se stessi, ma non si diviene inconsci. L’anima sperimenta una coscienza intensificata proprio in questi periodi di solitudine, ma lo sperimenta cosicché sa: il mondo spirituale è fuori, tu però sei solo con te, tutto ciò che sperimentiamo lo viviamo in te. — Ciò che si vive in se stessi sono gli echi di ciò che si è sperimentato fuori di sé. Solo così la luce luminosa interna può di nuovo intensificarsi e uscire di nuovo dall’anima. E poi ci si sveglia spiritualmente di nuovo e si sperimenta di nuovo l’altro stato.
È una delle esperienze più strane, veramente imparare una volta a connettere un senso con le parole, che tra la morte e una nuova nascita l’anima vive in compagnia spirituale e solitudine; che per questo alternarsi di stati di esperienza comunitaria e solitudine nel mondo spirituale — certamente attraverso lassi di tempo molto più lunghi di giorno e notte —, che per questa esperienza dopo la morte qualcosa di simile significa per il vivere spirituale come dormire e svegliarsi per il vivere fisico. Ho indicato questi rapporti nel mio penultimo libro: «La soglia del mondo spirituale.» Ma l’anima sperimenta così, mentre continua a vivere tra la morte e una nuova nascita, gradualmente un oscuramento, uno spegnersi della sua luce luminosa. Si potrebbe dire: le esperienze della solitudine interna diventano sempre più forti. Diventano gradualmente così che l’uomo sperimenta internamente un intero mondo, si potrebbe dire un intero cosmo. Veramente, diventa così che è giustificato dire: la paura viene all’uomo da se stesso, quando scopre tutto ciò che c’è nei fondamenti dell’anima, e che ora emerge all’incirca nel mezzo della vita tra la morte e una nuova nascita.
Poi arriva il momento che ho cercato di rappresentare nel mio quarto dramma-mistero: «L’Aurora dell’Anima»; ho cercato di rappresentare questo momento in cui l’uomo è capace solo di avere esperienze interiori; dove le notti della solitudine diventano sempre più lunghe; dove l’uomo non può più svegliarsi spiritualmente a una coscienza in cui la sua luce luminosa irradia tutt’intorno. Ho cercato di esprimere ciò che l’uomo allora sperimenta con un’espressione simbolica, con l’espressione: la mezzanotte dell’essere spirituale tra la morte e una nuova nascita. È il tempo in cui l’uomo sperimenta tutto ciò che è nelle profondità della sua anima come il suo mondo; dove sa solo: al di là delle sponde della tua anima sono i mondi spirituali, in cui tutto ciò che esiste di esseri spirituali, in cui sono tutte le anime umane che sono disincarnate o anche incarnate, e in cui sono tutti gli altri esseri; ma lo sa solo perché ne ha gli echi in sé. E ora sorge qualcosa nell’anima che di nuovo non può essere designato con una parola ordinaria. Non è vero che il linguaggio ordinario ha la parola «nostalgia» per la cosa più passiva nell’anima. Quando abbiamo nostalgia nell’esperienza fisica, siamo al nostro più passivo. Desideriamo qualcosa, desideriamo qualcosa che non abbiamo — e la nostalgia certamente non può produrre ciò che desideriamo. Possiamo solo comportarci passivamente. Ma le forze dell’anima acquisiscono un carattere completamente diverso quando l’anima è al di fuori del corpo. Dalle profondità della solitudine, da ciò che l’anima sperimenta nel modo descritto nella mezzanotte cosmica dello spirito, si forma la nostalgia di immergersi di nuovo nel mondo, da cui è strappato nella sua solitudine. E la nostalgia diviene ora attiva, e da essa diviene qualcosa che è spiritualmente reale, una forza organizzatrice. Diviene veramente una nuova forza percettiva. Questa nostalgia spirituale genera una nuova forza dell’anima, di nuovo tale forza che può ora percepire un mondo esteriore, ma un mondo che è simultaneamente esteriore e interiore: esteriore, perché realmente si trova al di fuori del nostro essere; interiore, perché lo guardiamo come il mondo che abbiamo sperimentato nella vita precedente, il mondo della nostra precedente incarnazione terrena. Ora questo, dalla nostra nostalgia, diviene il nostro mondo esteriore. Guardiamo a tutto ciò che è rimasto incompiuto nella vita precedente, e nella nostra nostalgia si costruiscono forze, per creare compensazione per ciò che l’anima nella precedente vita terrena ha fatto di male, sciocco, cattivo, brutto, per creare compensazione per questo in una nuova vita.
Questo è il momento in cui ogni uomo può guardare indietro alle sue vite terrestri precedenti, il momento in cui realmente tra la morte e una nuova nascita agli occhi dell’uomo — davanti all’occhio spirituale — rimangono tutti gli atti delle sue vite precedenti, e in lui si risveglia la tendenza, in una nuova vita terrena, a creare tali compensazioni che le nuove esperienze terrestri vivano fuori e riparino ciò che è stato sperimentato in vite terrestri precedenti. Ho già conosciuto persone che dicevano di avere abbastanza di una vita; persino una persona che era vicina a trovare qualcosa di ragionevole in queste vite terrestri ripetute — allora mi scrisse da una stazione ferroviaria successiva, dicendo che non voleva saperne di una nuova vita terrena. Ma non si tratta che possiamo formarci una rappresentazione di queste vite terrestri ripetute, ma che ogni anima nella situazione appena descritta guarda alle sue vite terrestri precedenti e contemporaneamente acquisisce la tendenza a vivere una nuova vita terrena che è compensazione per le vite terrestri precedenti. E si vive oltre: che ci sono persone a cui si è diventati debitori, o che sono diventate nostre debitrici: questo sta di fronte all’anima come completamento della propria vita terrena. E sorge la tendenza a vivere di nuovo con le persone a cui si è diventati debitori, per compensare ciò di cui si è diventati debitori. E in altre persone sorge la stessa tendenza. Per questo sorgono forze in diverse persone che hanno precedentemente vissuto insieme; lì vengono eccitati dalle forze spirituali che tendono verso la terra. Per questo accade che nella nuova vita terrena si riuniscano tali persone che precedentemente erano state insieme. Deve compensarsi ciò di cui queste anime si sono lasciate debitrici. Come detto, le tendenze là si riuniscono. E poi continua a vivere sempre più questa vita spirituale tra morte e nuova nascita: sempre più e sempre più si imprimono, si irradiano le tendenze di cui è stato parlato. Diventano tendenze viventi. E l’uomo si crea, da ciò che ha così sperimentato sulle vite terrestri precedenti, il prototipo, il prototipo spirituale della nuova vita terrena.
Questo se lo crea ora da se stesso come il tempo procede; là se lo crea ora da se stesso, ciò che si unisce con la sostanza materiale che è data da padre e madre, per entrare in una nuova vita terrena. E a seconda di come le proprietà ereditate da padre e madre nella sostanza materiale possono essere e sono imparentate con il prototipo spirituale, il prototipo spirituale è attratto verso il materiale come magneticamente, in quale vita ci si trova. Così l’uomo torna di nuovo alla terra, si unisce di nuovo con un corpo terrestre. E la ricerca dello spirito può ora vedere ciò che nel bambino — si potrebbe dire in modo così misterioso — si forma, come da dentro emergono espressioni facciali via via, come movimenti abili si sviluppano da goffi, come ciò che così visibilmente funziona dall’interno il corpo modella e plasma; in tutto questo il ricercatore dello spirito guarda quello che le esperienze tra morte e nuova nascita hanno subito, di cui ora si è parlato, come esso sempre più e sempre più si unisce al corpo — il ricercatore dello spirito vede ciò. Ora comprende perché inizialmente non possono esserci ricordi di queste esperienze prima della nascita: le forze che potrebbero diventare forze di memoria vengono consumate per organizzare il corpo. Il bambino si ricorderebbe di tutto il precedente, perché ha queste forze; ma le forze si trasformano; proprio come le forze di pressione che sviluppo quando faccio scorrere il dito sul tavolo si trasformano in calore, così queste forze di memoria si trasformano in forze organizzative. Ciò che il bambino organizza internamente, ciò che rende il cervello plastico, così che il bambino più tardi può pensare, così che può sviluppare forze di memoria nel corpo fisico: questo è forza trasformata, retrospettiva; questo scompare in questa forma in cui potrebbe sviluppare la retrospezione, e organizza il corpo. E lo spirituale che organizza il corpo è lo spirituale-animico trasformato che è fluito nel corpo. E così comprendiamo la vita in cui stiamo proprio quando comprendiamo ciò che è accaduto al di fuori della vita al di là della morte. Ciò che agisce nell’uomo nella vita terrestre ha acquisito le sue forze tra la morte e una nuova nascita. Le forze che qui emergono puramente spiritualmente sono le forze di memoria che si sono trasformate, che fluiscono nel corpo e l'organizzano.
I ricercatori naturali un giorno arriveranno a vedere come le forze che si trovano puramente nell’eredità, anche nell’uomo subiscano un esaurimento nel momento in cui sorge la capacità di eredità. Alcuni animali inferiori muoiono nel momento stesso in cui diventano maturi per la nascita di un altro essere; ciò che l’uomo deve sviluppare di forze per avere discendenti fisici e trasmettere loro qualcosa deve essere completato con la sua pubertà; posso solo indicare questo. La ricerca naturale e la ricerca dello spirito insieme potranno fornire importanti chiarimenti su questo. Ma in tutto ciò che funziona come forze fisiche nell’uomo funziona lo spirituale. Le forze spirituali sono quelle che si attivano nel corpo fisico in modo che pervadano questo corpo fisico. Il corpo fisico è il riflesso dello spirituale. E fondamentalmente, sono processi di distruzione che producono il riflesso di cui prima abbiamo parlato. Sempre sono processi di distruzione quando vediamo colori, quando sentiamo suoni; anche quando formiamo rappresentazioni di memoria commettiamo processi di distruzione in noi. Su questo si basa la necessità di dormire, affinché l’uomo non lasci agire solo i processi di distruzione.
Così viviamo, mentre pervadiamo il nostro corpo e l'irradiamo con le forze che acquistiamo al di fuori del corpo; e la vita si comprende solo quando consideriamo lo spirituale-animico che funziona nella vita. La ricerca dello spirito non l’ha così bene come altre, in quanto può parlare della morte nelle piante e negli animali nello stesso modo come nell’uomo. Ciò che ho ora detto vale solo per l’uomo. In questo modo la ricerca dello spirito allarga lo sguardo al di là di ciò che si trova tra nascita e morte. Sì, anche i dettagli diventano spiegabili per la ricerca dello spirito. Posso molto bene immaginare che, tra gli ascoltatori rispettati, coloro che hanno un po’ di simpatia per questi risultati della ricerca dello spirito vorranno ascoltare volentieri i dettagli; ma posso solo portare singoli esempi.
In primo luogo sia portato un esempio che, in particolare al ricercatore dello spirito stesso, sebbene suoni paradosso, può sembrare come un vero mistero della vita. Questo è l’esistenza di nature criminali. Non è vero che la ricerca dello spirito affatto non si mette dalla parte che i criminali meritino solo pietà, e non dovrebbero essere puniti. Non è compito del ricercatore dello spirito immischiarsi negli affari esteriori del mondo; ma comprendere ciò che ci incontra nella vita umana, questo il ricercatore dello spirito vuole, e lo vuole dalle profondità del mondo spirituale. Qui ci chiediamo: come sta con una vita che si rivela criminale? Bene, le cose sono facilmente dette, ma il ricercatore dello spirito deve prima strappare le risposte a tali domande, e deve strappare in linea di massima, anche per parlare di queste cose, perché sembrano proprio così paradossali per la vita rappresentativa del presente. Quando il criminale è contemplato in modo chiaroveggente, si scopre che le nature criminali sono una sorta di aborti spirituali. C’è per ogni anima una possibilità di scendere dai mondi spirituali, di unirsi con la materialità fisica che è la normale; ma le tendenze che portano a questo Normale si incrociano con altre tendenze, così che la maggior parte delle persone — ma i criminali in particolare fortemente — scendono nella vita terrena molto prima di quanto normalmente dovrebbe accadere. Questo si scopre stranamente. Bene, questo ha qualcos’altro come conseguenza. Per penetrare correttamente con tutta la corporalità, così che si stia nella corporalità della terra come un essere umano completo, questo si può fare solo se ci si incarna approssimativamente al momento normale. Ma se ci sono ragioni dalle vite terrestri precedenti di scendere prima sulla terra, allora si porta qualcosa con sé, che vive nell’inconscio, di cui non si ha coscienza. Vale a dire che nelle profondità dell’anima vive qualcosa come una leggerezza della vita terrena, perché non si è arrivati nel momento in cui ci si sarebbe potuto unire nel modo più perfetto con il fisico. Così ci si unisce solo superficialmente. Ma non si sa nulla di questo. Diventa uno stato d’animo interiore dell’anima: non prendere la vita pienamente. E così può accadere che nella propria coscienza ordinaria anche si abbia un istinto di autoconservazione anormalmente sviluppato, così che ci si pone di fronte al mondo sociale con ostilità, si svolge l’egoismo più forte, così che si diventa criminali — e ancora nella propria natura interna, che non si conosce, una leggerezza, una leggerezza della vita: non si vuole attribuire valore a questa vita. Questo è causato da un aborto spirituale. Quando questo è il caso, allora questo anche entra nell’esistenza, in modo che l’uomo possa alimentare il crescente istinto di autoconservazione in tal modo che non conosce, ciò che è una leggerezza della vita, e questo si vede germogliare in anime criminali. Solo quando ho saputo che questo era così, mi è diventato chiaro altro. C’è un lessico della lingua dei criminali. Si comprende interiormente il modo particolare della lingua criminale, questa leggerezza della vita nelle parole, che di certo provengono dall’inconscio dell’anima —, si comprende solo quando si conosce ciò che è stato indicato sopra. Ma deve sempre essere sottolineato di nuovo che nella totalità delle vite terrestri umane si equilibra di nuovo ciò che una vita terrena commette, così che il criminale, proprio per le conseguenze di ciò che ha sperimentato come risultato dei suoi crimini, ascende a ulteriori vite terrestri in cui ha luogo una compensazione.
Ma anche altre cose diventano comprensibili quando consideriamo i misteri della vita con la ricerca dello spirito. Qui vediamo persone che, per esempio, sono state portate via da una disgrazia. Stranamente si scopre che, in persone che sono state portate via da una disgrazia nel tempo in cui altrimenti non avrebbero ancora dovuto lasciare la terra, quindi in un tempo in cui le forze fisiche terrene sono ancora superiori; se per esempio qualcuno all’età di trentacinque anni è investito da una locomotiva senza cercare la morte —, le forze sono ancora nel suo corpo, che avrebbero potuto ancora agire. Mentre esce dal mondo fisico, queste forze non scompaiono nel nulla, ma si vede come lo spirituale-animico, le forze intellettuali, le forze del pensiero più preciso possano proprio essere rafforzate da una tale disgrazia, così che tale persona può essere rinata con forze intellettuali più forti di un altro che muore di una morte naturale. Si deve già familiarizzare con il fatto che la ricerca dello spirito, mentre guarda la vita da un grande orizzonte, deve parlare diversamente di molte cose rispetto a come si parla nella vita ordinaria. Qualcuno che muore presto nella vita terrestre, diciamo per una malattia, che sperimenta molto attraverso questa malattia, che prepara la sua anima attraverso questa malattia in modo che le sue forze di volontà possano essere rafforzate. La morte precoce per malattia rafforza la volontà.
Sì, potrebbe sembrare già come pura fantasticheria; ma sono consapevole anche — questo posso bene intrecciare — che ho una certa responsabilità quando discuto queste cose, e che non le discuterei se non conoscessi i mezzi della ricerca dello spirito con cui queste cose possono essere note con tale certezza, come le cose del mondo esterno possono essere note. Lo sentirei come la più grande frivolezza se queste cose fossero dette senza che nell’anima risieda un sapere impregnato da tale stato d’animo come è stato appena indicato.
Così la vita dell’uomo diviene proprio comprensibile per ciò che si trova al di fuori della vita fisica; e così come la vita tra nascita e morte si sviluppa, è un risultato della vita che si trova al di là di nascita e morte. Per molti questo potrebbe sembrare una svalutazione della vita. Affinché non sembri così ai rispettati ascoltatori, vorrei ripetere qualcosa di molto breve. Qualcuno potrebbe dire: allora siamo resi consapevoli che ciò che viviamo in una vita terrena, ce lo siamo preparati noi stessi. È vero. Ma viviamo una disgrazia — la viviamo perché in precedenza abbiamo impiantato la tendenza della nostra anima di scendere in questa disgrazia. Come la pianta alpina non prospera nella pianura, ma cerca l’altitudine, così l’anima umana cerca la situazione dove le può accadere la disgrazia; cresce in ciò che sperimenta come destino. Come vivere nelle Alpi è naturale per quella pianta, così è naturale per l’anima umana buttarsi nella disgrazia, se acquisisce in sé la tendenza attraverso l’intuizione: solo se superi questa disgrazia, puoi diventare più perfetto in un aspetto dove dovresti rimanere più imperfetto, se la disgrazia non ti accadesse. Se qualcuno dice: allora veniamo fatti fabbri della nostra propria disgrazia; e se si dice che non dovremmo solo sopportare e soffrire la nostra disgrazia, ma che in un certo senso l’abbiamo anche meritata spiritualmente — questo non può diventare confortante! — allora a questo si deve dire, quello che ho già chiarito in precedenza con un paragone. Se qualcuno ha vissuto fino al suo diciottesimo anno dalla tasca di suo padre in abbondanza e senza aver imparato nulla, e suo padre allora fallisce, allora può essere, dalla prospettiva esterna, una grande disgrazia quando ora la vita lo tratta duramente. E ha ragione, quando ora trova la vita sfortunata. Ma supponiamo che sia diventato cinquantenne e guardi la sua vita da un’altra prospettiva: allora dice a se stesso: se la disgrazia non mi avesse colpito, non sarei diventato quello che sono adesso. Per mio padre era una disgrazia, per me era un fermento dello sviluppo della mia vita. — Così non siamo sempre nella posizione di trovare il punto di vista corretto per una disgrazia nel momento in cui la viviamo. Stiamo prima della nascita da un punto di vista completamente diverso da dopo: da quello che deve essere sperimentato in una nuova vita, che crea compensazione per ciò che è accaduto prima. Allora ci prepariamo la disgrazia, che in seguito giustamente soffriremo noi stessi in modo soffocante, e su cui giustamente ci lamentiamo, perché allora la guardiamo solo dalla prospettiva dell’esperienza fisico-terrestre.
Vorrei ancora dire un po’ sul tempo che passa tra la morte e una nuova nascita. Il breve tempo della rassegna dopo la morte, che dura solo pochi giorni, l’ho già indicato; il tempo che viene dopo dura più a lungo, dura per decenni. Il ricercatore dello spirito arriva nel modo seguente, circa, a stabilire quanto a lungo dura questo tempo. Deve chiedersi per primo, affinché possa sviluppare le forze, per comprendere così qualcosa: che cosa, nella tua anima, è tale che, quando ti sperimenti al di fuori del corpo, ti appare così nell’anima, da essere qualcosa che può essere portato dalla morte attraverso l’anima? E si scopre stranamente che si porta qualcosa dal corpo, mentre altrimenti si lascia tutto. Le passioni, i ricordi e così via, si lasciano dietro come ricercatore dello spirito quando si va fuori dal corpo; ma ci si porta i superamenti, ci si porta quello che si può solo acquisire in una vita terrestre, diciamo, dopo i vent’anni. Non si vuole sentir dire oggi volentieri, perché oggi le persone vengono anche considerate mature per il più alto prima dei vent’anni. Si può vederlo nei giornali: le persone che non hanno raggiunto il ventesimo anno scrivono sopra e sotto la riga. Ma in verità è così: ciò che si vive così davvero per se stesso, si sperimenta cosicché diviene veramente saggezza di vita immagazzinata, questo accade per il fatto che si è già sperimentato qualcosa e si guarda indietro con una successiva esperienza al precedente. Questo travaglio interiore attraverso i propri superamenti, questa esperienza interna dell’anima è quello che è già un pre-germe — così risulta — a ciò che l’anima quindi attraversa tra morte e nuova nascita. E così l’anima deve vivere nel continuo superamento, nella trasformazione di forze. Normalmente l’anima rimane nel mondo spirituale tra la morte e una nuova nascita, finché ha qualcosa da trasformare. Da un altro lato, sia affermato il seguente: viviamo in un certo tempo; prendiamo questo o quello, sperimentiamo questo o quello, mentre apparteniamo a una certa tribù popolare. Dopo che siamo passati attraverso la morte, dalla nostra esperienza di vita. Ma la terra cambia. Non solo che cambiano le condizioni fisiche. Gli ascoltatori rispettati possono solo ricordare come, attorno alla fondazione del cristianesimo, le regioni qui dove ora sta Vienna erano conosciute. Ma in archi di tempo ancora più brevi cambiano il volto culturale della terra, il contenuto spirituale del nostro ambiente, da cui prendiamo il nostro ricordo, il nostro tesoro di memoria. Ora l’anima normalmente non torna in una nuova vita terrena prima del momento in cui possa entrare in un ambiente spirituale completamente nuovo. Questo risulta dal fatto che non senza significato l’anima è rinata, ma cosicché possa sperimentare qualcosa di nuovo. Per questo deve cambiare tutto ciò che ha sperimentato nella vita terrena precedente, per esempio la capacità di esprimersi in una particolare lingua. Deve trasformarlo; deve acquisire altre abilità linguistiche. Questo è il tempo — dura per secoli. Normalmente comprende qualcosa come da uno a uno e mezzo millenni. Ma attraverso certe circostanze possono, come detto, insorgere aborti spirituali.
Il tempo spinge; non posso ulteriormente indulgere nella descrizione delle circostanze particolari. Vorrei solo dire che colui, tra gli ascoltatori rispettati, che dovesse tornare a casa con il sentimento — sì, questo non è veramente credibile; come l’uomo può saperne qualcosa! — sia reso consapevole di ciò che ho già menzionato all’inizio: che in verità le comprensioni successive — conoscenze che sono penetrate in tutte le anime — si sono prima comunicate come paradossi della cultura terrestre. E colui che oggi vuole coltivare la ricerca dello spirito deve familiarizzare con quanto sia comprensibile che venga presa come fantasticheria quella che si imprenderà così certamente negli spiriti, come la concezione copernicana si è impressa, dopo che prima era vista come fantasticheria, come qualcosa di dannoso, perfino da molti. Ma ancora una volta posso attirare l’attenzione sulla prospettiva che si mette davanti al ricercatore dello spirito e a chi può comprendere la ricerca dello spirito nel senso menzionato due giorni fa, per dargli la forte consapevolezza della verità che gradualmente si vincerà. Per quanto debba spingere attraverso le fessure rocciose più strette, così che agiscono le masse di roccia più forti dei pregiudizi, essa si spingerà comunque. La consapevolezza si rafforzerà su di essa quando si guarda a Giordano Bruno; là si ha l’immagine di fronte: si presentò all’umanità cosicché spezzasse pregiudizi centenari, quando disse: le persone hanno creduto, quando guardavano nello spazio ampio lassù, che si distendesse la volta celeste blu; sole e pianeti vi giravano intorno e la volta celeste blu è un muro, un muro blu! — Allora Giordano Bruno poteva dire: questo muro vi appare solo perché la vostra capacità di percezione raggiunge solo fin lì. Voi stessi vi costruite questo confine; in realtà non esiste. Gli infiniti dello spazio si stendono. E gli infiniti dello spazio sono riempiti da infiniti mondi.
Oggi il ricercatore dello spirito deve ricordare di questa espansione dello sguardo umano negli infiniti dello spazio, deve pensare a come Giordano Bruno per primo attirò l’attenzione sul fatto che i confini dello spazio nel firmamento celeste sono solo fatti dalla limitazione della capacità di percezione umana stessa; deve puntare al fatto che c’è anche un tale firmamento per il tempo dell’esperienza umana. Mentre si abbraccia la vita umana con gli organi di percezione fisica e l’intelletto, si vede su questi confini, i confini di nascita e morte, come una volta si è visto il confine dello spazio nel firmamento blu, ma che in realtà non esiste. Così anche il confine per il tempo dell’esperienza umana tra nascita — o diciamo concepimento — e morte, è solo stabilito dalla limitazione della capacità di visione umana. E al di là di nascita o concepimento e morte si estende l’infinito temporale, e in questo infinito temporale sono incorporati i ripetersi della vita terrena umana che vanno avanti e indietro, e quelle vite che si trovano tra morte e nuova nascita. Non posso certo esporre come i ripetersi una volta hanno preso un inizio, come l’uomo è stato generato dallo spirituale e qui ha trovato il suo luogo di residenza — allora la terra stessa è emersa dal mondo spirituale —, e come l’uomo, dopo aver passato i ripetersi terrestri, quando la terra stessa cade via dalle anime umane, entra in un’altra, di nuovo, vita spiritualizzata. Questo può solo essere indicato; se ne trovano maggiori dettagli nella mia «Scienza occulta».
Anche se ci si trova così, nella ricerca dello spirito, in contrasto con il pensiero dei nostri tempi nel modo indicato, si deve ancora dire: negli istinti di coloro che erano i leader dell’umanità — ho concluso la considerazione due giorni fa nello stesso modo — si trova ancora quello che riprende vita oggi nella ricerca dello spirito. La ricerca dello spirito, come è qui intesa, le persone non l’hanno avuta; perché è un bambino del nostro tempo e nascerà dall’educazione del nostro tempo; ma quelli che sentivano la loro anima unita con lo spirito del tutto, che ribolle e tesse in tutti gli uomini, quelli impressero a ciò che può dire completamente Sì la ricerca dello spirito, nelle parole. La ricerca dello spirito ci mostra come comprendiamo la vita tra nascita e morte, come in questo corpo fisico, nell’intera vita fisica, vediamo funzionare e tessere ciò che è immortale, ciò che può vivere anche in un mondo spirituale. La ricerca dello spirito ci mostra che abbiamo la vita nel corpo attraverso la vita al di fuori del corpo, così che nessuno può comprendere la vita tra nascita e morte, che non comprenda la vita al di fuori del corpo, nel firmamento spirituale. Goethe l'esprime con le parole — presago dei successivi risultati della ricerca dello spirito —, con parole che non solo chiariscono la confessione di Goethe a una vita immortale, ma anche esprimono come sapeva che il valore reale nel riconoscimento della vita presente, nell’esperienza dell’esistenza terrena, dipendeva dal fatto che si sa di questa esistenza terrena pervasa, illuminata, penetrata da ciò che è extraterrestre, sovramondano, immortale. Perciò questa conoscenza della ricerca dello spirito, che una vera essenza interiore del mortale è riconosciuta attraverso l’immortale, dovrebbe essere racchiusa come in un sentimento nelle parole in cui Goethe una volta espresse la sua convinzione. Nei confronti di coloro che non si vogliono formare una prospettiva, dall’essenza caratteristica della presente vita, su un’altra vita, mi piacerebbe dire con Goethe: «Non vorrei affatto rinunciare al bene di credere in una continuazione futura; sì, con Lorenzo de’ Medici vorrei dire che tutti coloro che non sperano in un’altra sono morti anche per questa vita.»
Questo ciclo di conferenze avrà il fine di descrivere la vita interiore dell’uomo in connessione con la vita tra la morte e una nuova nascita, al fine di mostrare come questi due ambiti dell’esistenza siano intimamente legati l’uno all’altro. E accanto a ciò avrà il fine di sviluppare linee direttrici dalla conoscenza di quanto suggerito, che possano realmente orientare l’uomo in molte situazioni difficili della vita, che siano idonee, in certa misura, a dare un saldo sostegno della vita dell’anima attraverso una comprensione, per così dire, profonda di questa vita dell’anima. Per questo sarà necessario che voi, miei cari amici antroposofici, vi abbiate a lavorare attraverso le prime conferenze, che devono costruire un fondamento, una base; esse vi condurranno in territori scientifici esoterici, che forse a taluno potranno sembrare inizialmente remoti, ben lontani da quello che l’animo umano vorrebbe afferrare immediatamente. Ma quando perverremo a ciò verso cui queste conferenze rivolgono effettivamente il loro fine, allora vedrete che questo fine può essere raggiunto soltanto in forma sicura, se ci si lavora dapprima attraverso le apparentemente remote conoscenze esoteriche che devono essere offerte.
Se si osserva inizialmente la vita interiore dell’uomo in modo astratto, essa si presenta in tre forme, alle quali abbiamo spesso attirato attenzione: nelle forme del pensare, del sentire e del volere; ma per considerare questa vita interiore completamente, si deve aggiungere ancora un quarto aspetto. In realtà non appartengono soltanto questi tre ambiti nominati alla vita interiore dell’uomo, ma vi appartiene anche quello che egli fa dalla mera sensazione sensoriale. Non lasciamo che i colori e i suoni, le impressioni di calore e simili passino davanti alla nostra coscienza semplicemente, ma li afferriamo, ne facciamo nostre percezioni. E il fatto che possiamo ricordarci di queste impressioni, che possiamo conservarle, che non sappiamo soltanto, quando siamo direttamente di fronte alla rosa, che la rosa è rossa, ma che possiamo, per così dire, portare con noi il rosso della rosa, che possiamo conservare i colori come rappresentazione del ricordo: ciò testimonia che la vita sensoriale, la vita della percezione, attraverso cui ci mettiamo in contatto con il mondo esteriore, appartiene già alla nostra vita interiore. In modo che possiamo dire: alla nostra vita interiore dobbiamo contare la percezione del mondo esteriore, nella misura in cui appunto l'interiorizziamo nel percepire stesso. Inoltre, dobbiamo aggiungere il mondo dei pensieri, attraverso cui ci procuriamo dapprima conoscenze di ciò che è prossimo, e nella scienza di ciò che è remoto, attraverso cui in senso assai più ampio ancora che attraverso la percezione facciamo del mondo esteriore il nostro mondo interiore. Non viviamo soltanto nelle nostre percezioni; pensiamo anche su di esse e abbiamo la coscienza che, attraverso la nostra riflessione, possiamo sapere qualcosa sui segreti di ciò che è percepito.
Dobbiamo allora contare alla nostra vita interiore i nostri sentimenti, e con i sentimenti siamo subito in quell’ambito della vita interiore umana che, per così dire, in sé stesso racchiude tutto ciò che ci pone, come uomini stessi, in contatto con il mondo, in una relazione corrispondente alla dignità umana. Che possiamo sentire le cose, che possiamo gioire dell’ambiente, è appunto il fondamento del nostro vero essere umano, in certa misura anche tutto ciò che costituisce la nostra felicità e il nostro dolore. Tutto ciò si svolge in sentimenti che fluttuano su e giù: sentimenti che elevano la nostra vita, in cui ci sentiamo felici e soddisfatti, si premono in avanti su di noi, si rafforzano. Altri sentimenti si avanzano attraverso gli eventi della vita, attraverso il nostro destino, anche attraverso la nostra vita interiore, che significano il nostro dolore, il nostro soffrire. E dicendo la parola «sentimento», si indica il territorio che appunto include la felicità e il dolore della vita umana.
Quando si accenna al quarto aspetto, alla volontà, si tratta di qualcosa che ci rende di nuovo preziosi per il mondo, che ci pone nel mondo cosicché non soltanto conosciamo, non soltanto sentiamo per noi stessi, ma possiamo anche controrispondere al mondo. Ciò che un uomo vuole, può volere, e ciò che dalla volontà si effonde nelle azioni, forma il suo valore per il mondo. Possiamo dunque dirci: nel momento in cui accenniamo al territorio della volontà, abbiamo a che fare con quell’elemento che ci mostra l’uomo come un membro del mondo, ed è la nostra vita interiore che scorre come un membro nel mondo. Che siano gli affetti egoistici, le passioni socialmente nemiche delle nature criminali che si riversano nella volontà e da lì diventano membro del mondo per la rovina del mondo, oppure che siano gli alti ideali puri che l’idealista raccoglie dal suo contatto con un ordine mondiale spirituale e li fa fluire nel suo agire — li fa fluire magari soltanto nelle parole che, infuocando o mostrando anche dignità umana, agiscono sugli uomini —, sempre abbiamo a che fare, nel territorio della volontà, con ciò che dà valore all’uomo. In modo che la ricchezza totale che l’uomo può avere come essere animico si esprime quando si nominano questi quattro ambiti: percezione, pensiero, sentimento, volontà.
Per colui che si addentra un po’ più profondamente in una considerazione di questi quattro — potremmo dire sfere interne della natura umana animica —, si mostra una differenza significativa tra due e due membri di questa natura umana a quattro membri. Ma nella vita ordinaria questa differenza in realtà non viene molto alla coscienza degli uomini; viene al massimo alla coscienza, se pensiamo ai quattro ambiti della natura umana nel modo seguente.
Se parliamo della percezione e pensiamo su di essa, possiamo avere la sensazione: con la percezione siamo in un rapporto diretto con il mondo esteriore, in certa misura. Interiorizziamo il mondo esteriore attraverso la percezione; esso fornisce qualcosa che allora appartiene al nostro interno, quando elaboriamo la sensazione. Ma abbiamo la sensazione che dobbiamo aver disposto la nostra sensazione cosicché essa ci dia, in certa misura, fedeli immagini del mondo esteriore. E ogni malattia della percezione, della vita sensoriale, ogni malattia dei sensi ci indica che, attraverso tale malattia, la nostra vita interiore s’impoverisce; s’impoverisce per il fatto che diventiamo più poveri di quello che possiamo ricevere dal mondo esteriore in noi stessi.
Passando dalla percezione al pensiero, allora possiamo divenire consapevoli che anche rispetto al pensiero abbiamo la sensazione: non può bastarci, se questo pensiero soltanto si agita in se stesso e si dedica a se stesso. I pensieri hanno in fin dei conti un valore soltanto se ci rendono presente qualcosa di oggettivo, qualcosa che si trova fuori di noi, se possono portare luce su ciò che si trova fuori di noi. La nostra riflessione non potrebbe accontentarci, se attraverso questa riflessione non potessimo sapere qualcosa sul mondo esteriore.
Se però avanziamo al nostro sentimento e pensiamo un poco su questo sentimento, allora troveremo che questo sentimento, o meglio l’anima sentiente, è assai più intimamente legata al nostro essere interiore immediato che il pensiero e la percezione. Abbiamo la rappresentazione che noi stessi, almeno esteriormente, sul piano fisico, dobbiamo svilupparci, se vogliamo sentire, percepire in modo corretto le raffinatezze del mondo esteriore. Se abbiamo un pensiero e lo chiamiamo vero, diciamo di un tale pensiero vero: esso deve valere in realtà per tutti i nostri compagni umani, e deve, se soltanto troviamo le parole giuste per esprimerlo, esserci la possibilità di convincerne altri. Se siamo di fronte a un fenomeno naturale, oppure diciamo a una creazione umana artistica, e sviluppiamo il nostro sentimento su di essa, sappiamo che in fondo la nostra natura umana, così come è, non ci aiuta a esaurire completamente ciò che può venire incontro a noi. Potremmo rimanere completamente sordi di fronte a una creazione musicale o pittorica, semplicemente perché non abbiamo educato il nostro sentimento così da poter percepire le raffinatezze. E se seguiamo questo filo di pensiero, allora troviamo che questa vita sentiente è qualcosa di molto interiore, che anche così come la viviamo interiormente non la possiamo trasferire immediatamente in pensieri e comunicarla ad altri uomini. Siamo, nella nostra vita sentiente, in certo senso soli in ogni caso; ma sappiamo simultaneamente che questa vita sentiente è la fonte di una ricchezza interiore tutta particolare, di un fatto di sviluppo interiore appunto perché è qualcosa di così soggettivo, che non può fluire immediatamente nell’oggetto così come vive interiormente.
Lo stesso dobbiamo dire rispetto alla volontà. Come siamo diversi gli uni dagli altri riguardo a ciò che possiamo volere, riguardo a ciò che dalla volontà può fluire nelle nostre azioni! Soltanto per il fatto che uno può volere questo e un altro quello, accade la molteplicità umana delle azioni. Se potessimo, nel sentimento, gioire del fatto che troviamo forse un compagno nella vita che, puramente interiormente, soggettivamente, è giunto a un identico punto di vista del sentire come noi stessi, che può sentire interiormente certe raffinatezze del mondo esteriore cosicché una comprensione indipendente da noi, eppure con noi collegata, sia presente, allora sentiamo la nostra vita elevata in tale compagnia. Dobbiamo sviluppare il nostro sentire ognuno da soli in noi stessi, ma possiamo trovare uomini con cui questo sentire può accordarsi. Giacché, sebbene la vita sentiente sia interiore, è tuttavia possibile che gli uomini possano accordarsi nel loro sentire. Due volontà che si rivolgessero a un medesimo oggetto — due uomini cioè che nello stesso istante volessero fare la medesima cosa — non possono esistere. Le volontà non possono confluire in un unico oggetto. La stessa manovella che afferriamo, attraverso cui giriamo una macchina, possiamo afferrarla soltanto da soli. E anche se l’altro ci aiuta, la parte di lavoro che compiamo attraverso la nostra volontà è appunto metà dell’intero lavoro: facciamo la nostra metà, l’altro l’altra metà. Due impulsi di volontà non possono stare insieme in un oggetto. Sebbene ci poniamo insieme in mondi comuni attraverso la nostra volontà, siamo appunto attraverso questa volontà così posti nel mondo, che ognuno è una singola individualità per se stesso attraverso la volontà. In modo che proprio attraverso la volontà siamo indicati su come la volontà costituisce il valore individuale intero dell’uomo, come la volontà, per così dire, da questo punto di vista è l’intima essenza. Possiamo dedurne che la percezione e il pensiero sono più esterni nella vita interiore dell’uomo, mentre il sentimento e la volontà costituiscono il più profondo, l’interno propriamente detto. Ma ancora un’altra differenza risulta, attraverso un modo di considerazione tutto esterno, esoterico, per questi quattro circoli della vita animica umana.
Quando, con il nostro percepire, stiamo di fronte al mondo, ci diciamo ben certo: questo percepire ci trasmette il mondo, ma soltanto sempre da un unico punto di vista. Quanto è piccolo lo spaccato del mondo che possiamo fare nostro attraverso il nostro percepire nella nostra vita interiore! Siamo dipendenti da luogo e tempo in questo percepire; dobbiamo dire: il minimo di ciò che intuiamo nel mondo viene nella nostra vita interiore attraverso la nostra percezione. — E rispetto ai nostri pensieri abbiamo la sensazione: anche se ci sforziamo ancora così tanto, possono ancora esserci ulteriori progressi, possiamo ancora penetrare ulteriormente attraverso i nostri pensieri. — In breve, abbiamo la sensazione: il mondo sta fuori e tu ti impadronisci soltanto di un piccolo pezzo di questo mondo attraverso il tuo percepire, attraverso il tuo pensare.
Diversamente è già con il sentimento. Con il sentimento è così, che ci si dice: oh, quanto sarebbe in realtà possibile in possibilità di sentire, di possibilità di felicità e di sofferenza, in me stesso! Quanto potrei estrarre dalle profondità della mia anima! E se l'estraessi, quanto più fine, quanto più elevato sentirei riguardo alle cose del mondo! Mentre si ha rispetto al percepire e al pensare la sensazione: fuori c’è molto nel mondo, e soltanto una piccola parte si può vivere nel percepire e nel pensare, si deve avere rispetto al sentimento la sensazione: giù là sono profondità infinite; se le portassi su, il mio sentimento diverrebbe più ricco e sempre più ricco. Posso portarne su soltanto la più piccola parte e trasformarla nel mio vero sentimento. Mentre dunque attraverso il mio percepire e il mio pensare posso fare soltanto una piccola parte del mondo la mia vita interiore, attraverso il sentimento posso portare nelle sfere della vera esperienza soltanto una parte di ciò che riposa in me come possibilità.
In misura assai più elevata è così nella volontà. Voglio soltanto indicare una cosa. Quanto dobbiamo sentire che rimaniamo indietro con ciò che compiamo, rispetto a ciò che potremmo fare, a ciò che in noi è disposto.
In modo che sentiamo che, attraverso il nostro percepire e il nostro pensare, portiamo soltanto una parte del mondo esteriore nella nostra vita interiore, e sentiamo che, di ciò che riposa nel profondo pozzo dell’anima, possiamo portare su soltanto una parte attraverso il nostro sentire e il nostro volere. Per questo si dividono, per così dire, in due parti i quattro circoli della nostra vita animica: il percepire e il pensare da un lato, il sentimento e la volontà dall’altro.
Una luce ancora tutta diversa viene gettata su questi quattro circoli della nostra vita interiore, quando tentiamo di illuminare esotericamente ciò che l’uomo può chiarirsi attraverso la riflessione in modo esoterico.
Sapete, miei cari amici, nella notte, quando l’uomo dorme, è in certa misura il collegamento tra il suo Io, il suo corpo astrale da un lato, e il suo corpo fisico, il suo corpo eterico dall’altro, diverso da quando è sveglio di giorno. Quando siamo svegli di giorno sono, per così dire, in modo normale collegati il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io. Questo collegamento è durante il sonno allentato, così allentato che, dall’ambito dei sensi e dall’ambito del pensiero — dunque da tutto l’ambito degli strumenti della coscienza —, il corpo astrale e l’Io sono fuori, e perciò l’oscurità della notte si diffonde inizialmente sulla coscienza normale: l’incoscienza. Quando ora l’uomo, attraverso i suoi esercizi esoterici, rinforza la sua anima cosicché in quella entità spirituale-animica che di notte è inconscia al di fuori del corpo egli diviene conoscente, percepente — cioè conoscente e percepente spiritualmente —, quando egli veramente sperimenta come suo umano lo spirituale-animico al di fuori del corpo, allora per lui sorge un nuovo mondo, un ambiente spirituale, così come per l’uomo esiste un ambiente fisico, quando si serve dei suoi sensi e del suo cervello, che appunto serve al pensiero. Questo ambiente spirituale, che si può allora considerare, non è affatto sempre lo stesso. L’uomo può mettersi, per così dire, nella posizione del ricercatore dello spirito in diversi tempi, in diverse maniere. Ed effettivamente sempre agisce, su ciò che l’uomo vede spiritualmente, l’intenzione — ma non propriamente l’intenzione intellettuale, bensì quella che riposa più inconsciamente istintiva nella sua intera vita animica —: ciò che egli vuole effettivamente conoscere. Se l’uomo per esempio esce dal suo corpo per trovare una relazione con un uomo deceduto, allora questa intenzione agisce su tutto il suo campo della coscienza spirituale. Egli sorvola, per così dire, tutto ciò che non appartiene a questa intenzione. Egli si dirige, se la cosa gli riesce affatto, sul defunto e il suo destino, al fine di conoscere ciò che vuole scorgere nel defunto. Il resto del mondo spirituale rimane — ebbene, l’espressione è inopportuna — non osservato, rimane non illuminato, e l’uomo allora sperimenta solo il collegamento con il defunto. In modo che dipende dalle sue intenzioni ciò che l’uomo vede nella geistige Welt. Perciò è comprensibile che ciò che la coscienza chiaroveggente descrive di quello che ha visto nel mondo spirituale possa essere infinitamente diverso tra i diversi individui chiaroveggenti. Ognuno può aver visto correttamente ciò che doveva vedere in base alla tendenza che riposava in lui, quando aveva portato fuori il suo spirituale-animico dal fisico-corporeo.
Voglio ora oggi, e in queste conferenze del resto, descrivere ciò che la coscienza chiaroveggente vede quando si immerge nel mondo spirituale con l’intenzione di conoscere la vita interiore umana, questi quattro circoli dell’anima — del percepire, del pensare, del sentire, del volere —, al fine di scoprire ciò che effettivamente in questa anima umana fremisce e fluttua, e causa felicità e dolore in questa anima umana.
Supponiamo dunque che una coscienza chiaroveggente fosse giunta al punto di portare veramente fuori il suo spirituale-animico dal fisico-corporeo, così come l’uomo altrimenti lo fa soltanto nello stato incosciente durante il sonno, ed esegue questo movimento verso l’esterno con la tendenza decisa, con l’impulso di conoscere la vita interiore dell’uomo, di sentirsi opposto alla vita interiore umana: allora si presenterà a lui ciò che tenterò di descrivere.
La cosa successiva che si presenta alla coscienza chiaroveggente è in realtà un capovolgimento totale di tutto il modo di guardare il mondo. Finché siamo nel corpo, guardiamo intorno con i sensi, pensiamo con il nostro intelletto. Guardiamo un mondo di montagne, fiumi, nuvole, stelle e così via intorno a noi, e in un punto di questo mondo ci vediamo allora noi stessi come qualcosa di piccolissimo di fronte a questo grande mondo. Nel momento in cui la coscienza chiaroveggente comincia ad agire fuori dal corpo, questo rapporto si rovescia completamente. Il mondo che altrimenti si stende davanti ai nostri sensi, su cui pensiamo con il nostro intelletto legato al cervello, questo mondo scompare dalla visione, dalla percezione. Non produce nemmeno pensieri, se così si può dire. Ma ci si sente come versati in questo mondo; ci si sente veramente, quando si è usciti dal corpo, cosicché questo sentimento, nella forma giusta, è espresso se si dice: il mondo che una volta hai guardato, in esso sei ora versato, in esso sei dentro. Tu riempi fino a un certo limite tutto lo spazio, e tu stesso tessi nel tempo.
È una sensazione a cui bisogna prima abituarsi. È una sensazione che si può esprimere anche cosicché si dica: quello che una volta era mondo esteriore è diventato mondo interiore. Non come se portassi questo antico mondo esteriore dentro di me, ma il sentimento, la sensazione è lì: è diventato mondo interiore. Tu vivi nello spazio in cui prima le tue percezioni sensoriali erano diffuse, sulle cui cose e processi pensavi; lì vivi dentro. — E quel piccolo essere che ha stazione nel centro dell’orizzonte sensoriale, l’uomo, quello diventa, quando si sviluppa la coscienza chiaroveggente in certa maniera, veramente ora il mondo. Su quello guardiamo come una volta guardavamo il tutto diffuso nello spazio e procedendo nel tempo come mondo esteriore. Siamo divenuti il mondo.
Pensate un poco, miei cari amici, che capovolgimento del guardare umano il mondo è, quando ciò che prima non era mondo per nulla, a cui si è detto Io, quando quello è lì fuori effettivamente ora il mondo, su cui tutto si orienta. È come se da tutti i punti dello spazio si guardasse verso un unico centro — e lì ci si vede se stessi. È come se si nuotasse nel tempo avanti e all’indietro — e in un punto di un’onda di questo flusso temporale ci si trova se stessi. Ci siamo divenuti il mondo.
Questa è la prima impressione, quando si sviluppa — lo dico esplicitamente ancora una volta — la coscienza chiaroveggente con questa tendenza di conoscere la vita interiore umana. Allora questa è la prima impressione. Strano: si esce dal corpo con la tendenza di conoscere la vita interiore umana, e la prima cosa che viene incontro è la forma umana stessa. Ma come è trasformata questa forma umana! Non si può dire abbastanza spesso: si deve uscire dal corpo con l’intenzione di conoscere la vita interiore umana. Allora accade tutto ciò che ora dirò. Non è necessario che accada durante il divenire chiaroveggente in tutti i casi.
Questa forma umana, come si presenta diversamente! Si sa: ciò su cui si guarda, ciò che si guarda, quello sei tu. Sì, sei tu, tu che una volta ti sei sentito da dentro nella tua pelle, nel tuo sangue, tu stai fuori. — Ma si vede effettivamente di ciò che sta lì, inizialmente soltanto la forma esterna, tuttavia trasformata. Gli occhi, quello che era occhio, brillano come due soli, ma soli interiori, in bagliore di luce vibrante, scintillanti, emergenti e nello scintillio offuscantisi: soli che diffondono luce radiante. Così gli occhi appaiono sulla forma umana trasformata. Le orecchie cominciano in certa maniera a suonare; quello che si vede nel mondo fisico dalle orecchie non lo si vede, ma si sente un certo suonare. Tutta la pelle risplende in una specie di raggi, che si sentono più di quanto si possano scorgere. Insomma, la forma umana appare come un luminoso, sonoro, magnetico-elettrico, emanante raggi. Ma le espressioni sono naturalmente inopportune, perché sono appunto tratte dal mondo fisico.
Così il mondo sta dinanzi a noi. E questo è ora il nostro mondo nella descrizione iniziale dell’esperienza chiaroveggente: l’uomo che brilla di luce, tutta la pelle in un luminoso splendere, gli occhi visibili, le orecchie udibili! E ora si sa, quando si ha questa impressione: hai guardato il tuo corpo, il tuo corpo fisico, da al di fuori del corpo. Si sa: dal punto di vista dello spirito visto, il corpo fisico è così.
Quando si tenta di esercitare un’attività interiore fuori, ma al di fuori del corpo, che si può paragonare al riflessione — ma è effettivamente qualcosa di diverso dal pensiero ordinario, è uno svilupparsi di una forza spirituale interiore creatrice —, quando si sviluppa questo, allora si vede in questo essere luminoso dentro più: si vedono dentro forze motrici, che come una specie di circolazione di forza penetrano questa forma luminosa. E ora si sa: quello che vedi lì dentro come una specie di inclusione nel tuo corpo luminoso è la tua vita di pensiero vista da fuori. Ora si può riconoscerlo come una parte del corpo eterico che si vede appunto. Si vede il corpo eterico come la vita di pensiero che tesse. È come un fluire di onde scure, una circolazione sanguigna spirituale si potrebbe dire, onde scure nel corpo luminoso, che conferiscono all’insieme un aspetto particolare e che ti impongono proprio il riconoscimento: là ondeggia e turbina nel tuo corpo fisico il corpo eterico dentro, che ora guardi da fuori, che ora ti diviene visibile.
Vedete, così si ottiene, stando al di fuori del corpo, il riconoscimento che veramente esistono il corpo fisico e il corpo eterico, e come appaiono, visti da fuori.
Ma ora l’arricchimento interiore può andare ancora oltre. Se infatti si scorgesse soltanto ciò che ho ora esposto, allora ci si sentirebbe strangamente nella geistige Welt. Ci sentiremmo allora come un essere che sul piano fisico ben può ricevere le impressioni del mondo esteriore, ma interiormente sarebbe completamente privo di sentimento, che non potrebbe sentire nulla. Ma anche ciò che corrisponde a questo sentimento del piano fisico può risvegliarsi interiormente fuori al di fuori del corpo. Questo non è il sentire stesso, giacché questo sentire ha una giustificazione soltanto, è presente soltanto entro il corpo fisico; ma è ciò che entro il mondo spirituale corrisponde al sentire. Prima infatti si era soltanto sentito: tu sei dentro lo spazio e ondeggierai dentro il tempo. Tu sei nello spazio in cui prima vedevi i processi, le entità, e nel tempo in cui percepivi, là sei dentro. Quando però il corrispettivo del sentimento interiore spirituale si risveglia ora fuori al di fuori del corpo, allora questo spirituale comincia a sviluppare un sapere, per cui varie cose si illuminano fuori, per cui non soltanto ci si sente come diffuso sopra lo spazio, bensì si percepisce qualcosa che in questo spazio dentro è, che in questo flusso temporale come essere ondeggia. E non si trova ora ciò che si vedeva prima attraverso il corpo e i suoi organi guardando nel mondo esteriore, bensì ci si sperimenta vivendo dentro l’interno di questo mondo esteriore, nel spirituale che permea e turbina attraverso questo mondo esteriore. È come se lo spazio in cui ci si era sentiti prima, ora fosse riempito da innumerevoli stelle, che si muovono tutte e a cui ci si appartiene. E ora si sa: tu ti sperimenti nel tuo corpo astrale. Ci si sperimenta così nel proprio corpo astrale al di fuori del corpo fisico, che si rianima il contenuto in cui prima ci si era sentiti soltanto.
Se ora si guarda indietro a quello che prima si era visto di se stessi, a ciò che poco prima era stato descritto così come il mondo esteriore, a questo corpo luminoso con la circolazione di pensiero scura dell’etere dentro, allora nel momento in cui ci si concentra al di fuori del corpo appena sul corpo astrale, sulla vita stellare del corpo astrale, ciò che ci si è lasciato, il corpo abbandonato, si presenta diversamente. E si può allora osservare esattamente la differenza che può essere espressa così: tu puoi concentrarti su te stesso all’indietro, allora vedi il tuo corpo luminoso e il tuo corpo eterico del pensiero. Ma se puoi concentrarti così su te stesso che un mondo interiore di stelle, da cui sai che lo riempi, si vive in te, e tu guardi all’indietro al tuo corpo fisico che hai lasciato, allora il luminoso può cessare, allora la circolazione di pensiero cessa. È questo in certa maniera da fare volontariamente, ma al suo posto emerge un’immagine della nostra propria essenza, che ci appare — sì, non si può dire diversamente — come il nostro karma personificato. Ciò che in noi come uomini portiamo, per cui ci prepariamo questo o quel destino, è come avvolto. Il nostro karma, il nostro destino, personificato, ci sta davanti. E sappiamo, quando contempliamo questo: questo sei tu, ma così come effettivamente sei nella tua essenza interiore morale. Questo sei tu, così come stai dentro nel mondo come un’individualità; questo sei proprio tu.
Ancora un’altra coscienza insorge. Questa coscienza che ancora vi si aggiunge, ha qualcosa di assai oppressivo. Si scorge infatti questo destino completamente personificato cosicché lo si sente nel contatto più interiore con la sua corporalità, con il suo uomo terreno. E precisamente così, che si ha il riconoscimento immediato: come nel tuo corpo terreno i tuoi muscoli sono costruiti, come tutto il tuo sistema muscolare è, è una creazione di questo tuo destino, del tuo karma. Ora viene allora il tempo, quando ci si dice: come è diversa talvolta la Maja dalla verità. Là crediamo, finché stiamo sul piano fisico, che questo uomo muscolare consista appunto nei muscoli carnosi; in verità questi muscoli carnosi sono il karma cristallizzato. E sono così strutturati nell’uomo, così cristallizzati, che l’uomo fino alla più fine composizione chimica dentro nel suo sistema muscolare porta il suo karma cristallizzato. Lo porta così molto, che il vedente spirituale diviene completamente consapevole: se un uomo per esempio ha mosso i suoi muscoli cosicché si è recato in un luogo in cui gli è accaduto una disgrazia, questo è accaduto perché nei muscoli la forza spirituale riposava che l’ha spinto da sé stesso al luogo in cui gli è accaduta la disgrazia. L’ordine del mondo ha cristallizzato il nostro destino nel nostro sistema muscolare. E nel nostro sistema muscolare vive lo spirito, per il piano fisico esteriore cristallizzato, che senza la nostra consapevolezza manifesta ci conduce dovunque dobbiamo andare, dove dobbiamo venire in conformità al nostro karma.
Quando questo arricchimento interiore procede ancora oltre, quando l’uomo al di fuori del corpo sperimenta ancora il suo interno, allora insorge in lui quello che altrimenti sulla vita fisica, sul piano fisico corrisponde all’impulso di volontà. Non appena questa vita di volontà insorge interiormente — ma al di fuori del corpo —, l’uomo non si sente soltanto come dentro un sistema di stelle, bensì si sente come dentro il sole di questo sistema di stelle, sa di essere uno con il sole del suo sistema planetario. Si potrebbe dire: se si sperimenta interiormente il proprio corpo astrale, si sa di essere uno con i pianeti del proprio sistema planetario; se ci si sperimenta col proprio Io al di fuori del corpo, si sa di essere uno con il sole del proprio sistema di stelle, su cui tutto si orienta, su cui tutto tende.
Se ora si guarda indietro a quello che ora non è dentro, bensì fuori — giacché quello che è fuori finché si è nel corpo fisico, è, quando si è al di fuori del corpo, dentro, e quello che è dentro quando si è nel corpo fisico, è, quando si è al di fuori del corpo, fuori —, se dunque si guarda indietro a se stessi, allora insorge qualcosa di diverso, allora insorge la necessità nel riguardare a se stessi, che ciò che fuori nel mondo fisico si trova come la propria corporalità, dovette nascere e deve perire: nascimento e morte del corpo fisico insorge. Si diviene consapevoli come entità spirituali e esseri spirituali siano presenti che dirigono e guidano l’origine di questo corpo fisico, e come altri di nuovo lo smantellano. E ci si diviene consapevoli in quale cosa si cristallizza questo vero sorgere e perire nel mondo fisico. Giacché si sa: questo sorgere e perire è in fondo legato al sistema osseo dell’uomo. Con l’installazione del sistema osseo nel corpo fisico umano è pronunciato il giudizio sulla forma in cui l’uomo conosce nascita e morte nel mondo fisico. Come il sistema osseo è cristallizzato nell’uomo, così attraverso questa formazione è determinato come l’uomo come essenza sorge e perisce. Si sa: tu nel dasein fisico non potrebbe essere l’essenza che sei, se non il mondo intero avesse cooperato, per cristallizzare entro il tuo dasein fisico la tua natura fisica così forte, che si presenta a te come sistema osseo. E si apprende a venerare nel sistema osseo, per strano che suoni, le potenze cosmiche universali che agiscono, che trovano la loro espressione spirituale in tutti quegli esseri che nel cosmo solare si concentrano. Si apprende per così dire a riconoscere come sia stato disegnato nella cosmica ordine del mondo il piano fondamentale dell’uomo, questo suo sistema osseo, e come tutto il resto che sono i suoi organi fisici, per così dire vi sia appeso.
In modo che la visione chiaroveggente di quello che diventa mondo esteriore finisce con la visione del simbolo della morte, si potrebbe dire, con la visione dell’uomo di ossa dall’esterno. Giacché si giungerà attraverso questi processi chiaroveggenti alla conoscenza, come i mondi spirituali si siano formato per così dire un simbolo esteriore fisico, questi mondi spirituali, a che appartieni veramente con la tua essenza interiore, e in cui ti sei messo stando al di fuori dal tuo corpo. Impari a conoscerti come il tuo essere al di fuori dal tuo corpo. E ora impari anche a riconoscere, proprio in questo quarto stadio: quando nel mondo compiamo le nostre azioni, quando sviluppiamo la nostra volontà, allora è la forza in noi che inconsciamente agisce sul piano fisico, che in realtà prima conosciamo adesso. Se semplicemente avanziamo e per avanzare ci serviamo della meccanica del nostro sistema osseo, allora in questo processo del camminare cooperano forze universali, cosmiche, forze in cui solo allora siamo veramente dentro quando ci sperimentiamo al quarto stadio al di fuori dal nostro corpo.
Pensate un momento, miei cari amici: l’uomo fa una passeggiata e muove con aiuto della meccanica ossea le sue membra avanti; pensa che lo faccia per suo piacere. Che questo possa accadere, che ci siano forze attraverso cui possiamo muoverci avanti con la nostra meccanica ossea, per questo doveva esserci il mondo intero, e il mondo intero doveva essere permeato da forze divine-spirituali, da forze divine-spirituali, dal che otteniamo il sapere soltanto quando siamo a questo quarto stadio. In ogni nostro passo vive il cosmo divino-spirituale; e mentre crediamo che siamo noi che portiamo avanti i nostri piedi, non potremmo farlo se non vivessimo nel cosmo spirituale, nel mondo divino.
Rivolgiamo, finché siamo nel corpo fisico, lo sguardo intorno. Lì vediamo gli esseri del regno minerale, del regno vegetale, del regno animale, vediamo montagne, fiumi, mari, laghi, nuvole, vediamo stelle, sole, luna; ciò che lì esternamente vediamo ha un interno, e in questo interno entriamo noi stessi quando viviamo nella maniera descritta al di fuori del nostro corpo. Quando lì viviamo, sappiamo: ciò che in essi è spirituale, ciò che si nasconde dietro il sole raggiante, dietro le stelle splendenti, dietro montagne, fiumi, mari, laghi, nuvole, vive nella nostra meccanica ossea quando la muoviamo, e tutto questo deve esserci. Allora guadagniamo anche più comprensione per ciò che è stato precedente. Così come la nostra volontà è in intimo contatto con la nostra meccanica ossea, così i nostri sentimenti sono in intimo contatto con il nostro sistema muscolare; questo sistema muscolare è un’espressione simbolica per il nostro sistema sentimentale. Così come i nostri muscoli sono costruiti, così come i nostri muscoli ci permettono accorciarsi e allungarsi, al fine di evocare a sua volta la meccanica ossea, così è il sistema planetario necessario, che indaghiamo quando ci troviamo nel nostro corpo astrale. Nel nostro sistema muscolare vive l’intero sistema planetario, così il cosmo intero nella nostra meccanica ossea. Ciò che in modo corrispondente riguardo ai pensieri e alle sensazioni sensoriali è da dire, verrà nelle conferenze seguenti.
Tali cose fornisce il riconoscimento spirituale. Vediamo da quello che questo riconoscimento spirituale veramente non è soltanto qualcosa che ci fornisce pensieri e idee, bensì qualcosa che può permeare la nostra intera anima, cosicché effettivamente impariamo a conoscerci, che diventiamo un uomo diverso nella nostra intera sensazione e nel nostro pensiero. Poiché se si lascia agire sulla propria sensazione ciò che è stato ora esposto come l’esperienza della coscienza chiaroveggente e lo si condensa in una sensazione di vita fondamentale dell’anima, come si può allora esprimere questa sensazione di vita fondamentale dell’anima? Come si deve dire, se con una breve parola si vuol designare ciò che come un sentimento di vita interiore è acceso in noi da un tale sapere della ricerca chiaroveggente?
Si guarda a quello che è apparentemente il più quotidiano, che è l’espressione dei nostri più quotidiani capricci, e si ottiene qualcosa come un’impressione di ciò che si trova in «La prova dell’anima» per bocca di Capesius e Benedettus descritto: come nell’uomo quasi confluiscono gli scopi che gli esseri divino-spirituali si sono proposti, come fluisce in ciò che è natura umana ciò che gli esseri divino-spirituali hanno pensato attraverso i mondi. E ora si vuol comprendere tutto questo in una sensazione di vita: si guarda diversamente all’intera natura umana di prima, si sa ora questa natura umana molto diversamente permeata dal cosmo divino di prima. E la coscienza di ciò s’infiamma, si rafforza, si energizza e dice con comprensione interiore animica e sentimentale: se si vuol comprendere l’uomo, non si può farlo altrimenti che imparando a sapere, è generato questo uomo intero dal divino-spirituale!
Se lo guardiamo come il suo sentire fluisce nella sua attività muscolare, come il divino-spirituale, il cosmico fluisce nei suoi ossi, come il mondo intero vive nel movimento dei suoi ossi, come l’intero sistema planetario vive nel contrarsi e nello sciogliersi e nello scigliersi dei muscoli, se si pensa e si sente tutto questo, allora con piena comprensione si dice: Sì, dal divino questo uomo è nato.
Ex deo nascimur.
Ieri era mio compito, nel contesto di una considerazione del pensare, del sentire, del volere e del percepire, comunicare alcune esperienze esoteriche che sorgono nell’anima umana quando essa vive da ricercatrice dello spirito al di fuori del corpo con l’intenzione di sapere qualcosa sull’interno animico e sulla sua essenza. Oggi sarà mio compito presentare da un altro lato tali esperienze, perché soltanto quando osserviamo la vita dagli aspetti spirituali più diversi possiamo guadagnare veramente consapevolezza di questa vita.
Rappresentatevi bene, come ieri si è tentato di mostrare, ciò che l’anima umana vede quando inizialmente riguarda dalla propria corporalità e da ciò che fisicamente con essa si connette al di fuori del corpo, e ciò che allora sperimenta in seguito; cioè ciò che il corpo astrale e l’Io dell’uomo sperimentano quando si rinforzano sempre più e più nello spazio che per così dire hanno entrato al di fuori del corpo. Esiste ora un altro sentiero, in certa misura per considerare lo stesso. È appunto questo che è significativo della vera considerazione spirituale: nel fondo ci arriviamo ai misteri dell’esistenza attraverso la considerazione spirituale solo in questo modo, che si osserva una cosa dai lati più diversi. C’è infatti ancora un altro modo di uscire dal corpo. Vorrei dire, il modo descritto ieri ci mostrò: l’anima così esce dal corpo che semplicemente esce dal corpo nello spazio e inizia a vivere là al di fuori dal corpo. Questo uscire-dal-corpo può accadere ancora nel modo seguente. Si può, al fine di trovare il sentiero fuori da sé stesso, innanzitutto tentare di entrare più profondamente in sé stessi. Si può tentare di collegarsi alle esperienze con ciò che nell’anima, potremmo dire, è il più simile all’esperienza spirituale. Si può tentare di collegarsi con la nostra memoria agli eventi. Fu infatti spesso detto:
Poiché siamo in grado come anime umane non soltanto di percepire, pensare, sentire e volere qualcosa, ma di conservare i pensieri e le percezioni come tesoro di memoria, noi trasformiamo appunto il nostro interno propriamente già in qualcosa di spirituale. E nel mio discorso pubblico ho fatto cenno al fatto che il filosofo francese Bergson è già giunto a questo, che ciò che come tesoro di memoria è presente nell’anima dell’uomo non lo si può considerare come in qualche modo direttamente connesso con il corporeo; che lo si deve piuttosto considerare come un'interiorità animica, come qualcosa che l’anima sviluppa, che è presente puramente spirituale-animicamente.
In verità, quando nella coscienza chiaroveggente inizia l’immaginazione, quando dalle oscurità dell’esistenza spirituale emergono le prime impressioni, allora queste impressioni nella loro qualità, nella loro intera essenza sono assai simili a quel contenuto dell’anima che in noi è come tesoro di memoria. Come immagini di ricordo, ma appunto ora di nuovo come qualcosa di infinitamente più spirituale, sorgono le rivelazioni dalla geistige Welt quando con la coscienza chiaroveggente iniziamo a percepire. Notiamo allora per così dire che il nostro tesoro di memoria è la prima vera spiritualità, la prima, attraverso cui per così dire ci eleviamo già fuori dal nostro corpo, che allora dobbiamo procedere oltre, che dobbiamo portare in su tali immagini galleggianti nello spirituale come la memoria ce le offre — certamente di vivacità assai maggiore —, dalle profondità dello spirito che non appartengono al nostro vivere come le rappresentazioni del ricordo, che per così dire dietro la memoria qualcosa si tira. Deve essere trattenuto: tira qualcosa su da regioni spirituali estranee, mentre il tesoro di memoria tira su da quello che abbiamo co-esperito nel fisico.
Se ora tentiamo di volger lo sguardo spirituale indietro alle esperienze del nostro Io negli anni che abbiamo esperito dal punto temporale della nostra infanzia, fino a cui la nostra memoria risale, se tentiamo di allontanare il sguardo da tutto l’esterno e di vivere così pienamente dentro noi stessi, in modo che ci inoltriamo sempre di più nei nostri ricordi, anzi portiamo in su dalla nostra memoria anche ciò che solitamente non è presente, allora ci avviciniamo sempre più e più al punto temporale fino a cui possiamo ricordarci. E se compiamo tale cosa spesso, se acquistiamo persino una certa pratica in ciò — e possiamo farlo —, di portare in su ricordi da lungo tempo dimenticati, in modo che sviluppiamo una forza più forte del ricordarsi, se portiamo in su sempre di più il dimenticato e così rendiamo più forte la nostra forza che richiama i ricordi, allora vedremo che, vorrei dire, come su un prato tra i singoli fili d’erba verde e piante d’erba emergono fiori, allora tra i ricordi emergono immagini, immaginazioni di qualcosa che prima non avevamo conosciuto. È qualcosa che veramente emerge come i fiori sul prato tra le piante d’erba, che però viene da profondità spirituali del tutto diverse da quelle dal che i ricordi sorgono, che appunto sorgono dalla nostra propria anima. E allora impariamo a distinguere ciò che in qualche modo potrebbe collegarsi ai nostri ricordi, da ciò che così emerge da fondi spirituali e profondità spirituali. E in tal modo ci educhiamo gradualmente alla possibilità di sviluppare una forza, di estrarre lo spirituale dai suoi fondi.
Per questo accediamo in un altro modo al di fuori dal nostro corpo che non sia il modo descritto ieri. Nel modo descritto ieri lasciamo il corpo per così dire immediatamente. Nel modo qui inteso oggi andiamo all’indietro la nostra vita, percorriamo la nostra vita. Ci immergiamo nella nostra vita interiore, ci educhiamo, attraverso il rafforzamento della nostra forza di memoria nella nostra vita interiore, a portare in sullo spirituale tra i nostri ricordi dalle geistige Welt, e così giungiamo finalmente a spingere fuori attraverso la nostra nascita, attraverso la sequenza dei tempi oltre la nostra concezione, nel mondo spirituale, in cui abbiamo vissuto prima che ci collegassimo alla nostra attuale incarnazione con una sostanza di eredità fisica. Giungiamo, percorrendo rapidamente la nostra vita, fuori nel mondo spirituale, indietro nel tempo prima che entrassimo in questa incarnazione. Questo è l’altro modo di lasciare il corpo, di venire dentro lo spirituale. E questo modo mostra una grande differenza rispetto al modo descritto ieri.
State bene attenti a queste differenze, poiché appunto in questo ciclo di conferenze ho a comunicarvi tante sottigliezze e intimità della vita spirituale. Ma è difficile accennare a queste sottigliezze e intimità con parole idonee. E soltanto tentando di cogliere tali distinzioni si giunge correttamente nelle cose e si guadagna un pensiero sicuro su di esse.
Se si lascia il corpo così come ho ora descritto, allora si esce dal corpo assai diversamente. Se si esce dal corpo nel modo descritto ieri, allora ci si sente come al di fuori dal corpo nello spazio esteriore. Potevo descrivere come ci si sente diffusi sullo spazio esteriore, come si guarda indietro al corpo fisico. Si esce da sé e così si riempie per così dire lo spazio, si esce nello spazio. Se però si esperisce ciò che ora qui è inteso, allora si esce dallo spazio stesso, allora lo spazio cessa di avere significato per se; si lascia lo spazio e allora si è soltanto ancora nel tempo. In modo che in un tale uscire dal corpo la parola cessa di avere un senso: sono al di fuori del corpo — poiché il di-fuori significa una relazione spaziale. Non ci si sente allora simultaneamente col corpo, ci si sperimenta nel tempo. Nel tempo in cui si era prima dell’incarnazione, in un precedente. E il corpo lo si scorge come successivamente esistente. Si è veramente soltanto dentro il fluente, corrente scorrere temporale. E al posto del dentro e del fuori è subentrato un prima e un dopo.
Per questo si è in grado, attraverso un tale uscire dalla propria corporalità, di penetrare veramente nei territori che sperimentiamo tra la morte e una nuova nascita. Giacché si retrocede nel tempo, si vive dentro una vita che si era vissuta prima di questa vita terrestre. E questa vita terrestre appare così, che diciamo: ciò che è là nel futuro, come ci appare lì come dopo? Vedete qui una spiegazione più precisa di molte cose che nel mio discorso pubblico non ho potuto esporre con tale precisione: come cioè nel concreto si entra nei territori che si sperimentiamo tra la morte e una nuova nascita.
Ora su questo sentiero siamo stati tirati fuori dal nostro corpo, in quanto siamo tornati indietro nella vita spirituale compiuta prima, ma siamo stati anche tirati fuori dallo spazio. Per questo questo lasciare il corpo — dal presente al precedente — ha un grado assai più elevato di interiorità che l’altro abbandono; e per il ricercatore dello spirito è infatti questo ora descritto lasciare il corpo di infinitamente maggiore significato che il descritto ieri, che non esce dallo spazio. Giacché effettivamente si coglie ciò che tocca così giuste profonde interiorità dell’anima, principalmente, solo per la via oggi descritta. E qui vorrei preliminarmente presentarvi una cosa, da cui vedrete come si deve tentare di penetrare dietro le intimità e sottigliezze della vita umana.
Nel corpo fisico qui viviamo la nostra vita fisica. Ci serviamo dei nostri sensi, percepiamo il mondo, lo rappresentiamo, in esso sentiamo, tentiamo attraverso le nostre azioni di darci un valore in questo mondo, agiamo consapevolmente attraverso il corpo. Così procede la vita quotidiana, così procede la vita nella misura in cui apparteniamo al piano fisico. Ora però per ogni uomo, che veramente vuol sentire la dignità umana in sé, deve esserci una vita più elevata; e c’è sempre stata una vita animica più elevata. Le religioni che riempivano l’uomo di vita più elevata c’erano sempre. La scienza dello spirito riempirà l’uomo in futuro con una tale vita più elevata. Che cosa vuole questa vita più elevata? Che cosa vuole questa vita, che in pensieri, in sentimenti, in sensazioni va oltre quello che il piano fisico può offrire, che in uno solo accade in oscuri presentimenti su terreno religioso, in un altro in linee chiaramente circoscritte della scienza dello spirito va oltre ciò che i sensi possono guardare, ciò che si può pensare con il proprio intelletto legato al cervello, ciò che con il proprio corpo si può fare nel mondo?
L’anima umana tende verso una vita spirituale. Sentire in sé una vita spirituale, sapere di una tale vita spirituale che va oltre la vita fisica, questo dà all’uomo la propria dignità. Si potrebbe dire: finché l’uomo dimora nel corpo fisico, cerca di elevare la sua dignità, cerca di presagire la sua vera destinazione attraverso una vita che si rappresenta come andando al di là del mondo fisico, attraverso un presagio, una sensazione, un riconoscimento di un mondo spirituale. Guardate verso lo spirito, sentite che forze spirituali tessono attraverso i mondi fisici: queste sono in fondo i suoni che la vita religiosa e quella a essa imparentata devono dare all’uomo. E la preoccupazione dell’educatore che prende sul serio un bambino umano in crescita, sarà di non far crescere questo bambino umano così da vivere soltanto nelle rappresentazioni esterne materiali, ma di dargli rappresentazioni di un mondo soprasensibile.
Nominiamo ora, senza volere indicare l’angusto circoscritto o il dogmaticamente angusto dei sistemi religiosi, nominiamo ciò che così trae l’uomo fuori dal mondo fisico, religione, e chiediamoci rispetto a ciò che abbiamo appena descritto come un andare oltre dell’anima umana oltre nascita e concezione in un mondo spirituale che precede la vita terrestre, dove l’anima è anche fuori dallo spazio. Chiediamoci: esiste forse tra la morte e una nuova nascita nel mondo che entriamo così come l’abbiamo esposto, qualcosa che si potrebbe nominare una religione di quel mondo spirituale? Esiste là qualcosa che somigli alla vita religiosa sulla terra? Abbiamo già in molti dettagli descritto e descriveremo ancora i processi che l’uomo sperimenta tra la morte e una nuova nascita. Ma ora ci domandiamo: esiste così un qualcosa come una religione in questa vita spirituale? Qualcosa di cui si possa dire: sta di fronte alle esperienze che descriviamo per il mondo dello spirito, come gli accenni al mondo soprasensibile stanno di fronte alla vita quotidiana del piano fisico?
Colui che nel modo descritto esce dal corpo, giunge al riconoscimento che esiste così una specie di vita religiosa anche là in quel mondo dello spirito. E stranamente, mentre si esperisce tutto ciò che si ha intorno nel mondo dello spirito, entità spirituali e processi spirituali, così come qui si esperisce gli esseri fisici e i processi fisici, si ha là continuatamente durante questa vita, o almeno durante una gran parte di questa vita tra la morte e una nuova nascita, come una formazione spirituale potente, l’immagine dell’ideale umano di fronte a sé. Tutto ciò che va al di là dell’uomo, si ha qui sulla terra come religione. L’ideale umano, si ha là nel mondo spirituale come religione. Si impara a comprendere che le diverse essenze delle diverse gerarchie spirituali hanno fatto convergere i loro intenti, le loro forze, al fine di fare emergere nel corso del mondo secondo il modo come è descritto nella mia «Geheimwissenschaft in Umrissen», gradualmente l’uomo. Agli dei stava di fronte come il fine della loro creazione l’ideale umano, e precisamente quell’ideale umano che non si dispiega come è attualmente l’uomo fisico, bensì come potrebbe dispiegar si la vita più elevata dell’anima umana negli insegnamenti più perfettamente sviluppati di questo uomo fisico.
In modo che come fine, come ideale supremo, come la religione divina degli dei sta di fronte agli dei un’immagine dell’umanità. E come sulla riva lontana dell’essere divino sta di fronte agli dei il tempio, che come la suprema prestazione artistica divina pone l’immagine dell’essere divino in forma umana. E ciò che è particolare è che l’uomo, mentre si forma tra la morte e una nuova nascita nel mondo dello spirito, gradualmente si rende sempre più e più maturo al guardare questo tempio dell’umanità, questo ideale elevato dell’umanità. E mentre sulla terra sentiamo la vita religiosa cosicché deve essere una nostra azione libera, che dobbiamo tirarla fuori da noi stessi, che è possibile al senso materialista di negare il religioso, è il contrario nel mondo dello spirito tra la morte e una nuova nascita. Quanto più entriamo nella seconda metà del tempo tra la morte e una nuova nascita, tanto più chiaramente sta davanti a noi, così che non la possiamo ignorare, così che è sempre davanti al nostro sguardo spirituale, l’ideale supremo dell’umanità, lo scopo divino dei mondi. Qui sulla terra può l’uomo essere irreligioso, perché la sua anima di fronte al fisico può trascurare lo spirito. Là è impossibile che l’uomo non scorga lo scopo divino; poiché questo si mette con certezza di fronte ai suoi occhi. In modo che specialmente nella seconda metà della vita tra la morte e una nuova nascita, come sulla riva dell’essere, cioè sulla riva del tempo che scorre — prendete ora tutte le espressioni così che abbiamo a che fare al di fuori dello spazio con il tempo —, così sta lì l’ideale dell’umanità. Una religione del riconoscimento non può là esistere; poiché riconoscere si deve ciò che è contenuto religiosamente. Ciò che ho appena descritto è là contenuto religioso. In questo senso irreligioso non può essere nessun uomo, che non avesse di fronte a sé l’ideale religioso del mondo dello spirito. Poiché questo sta per se stesso lì, è scopo divino e si pone come l’immaginazione più potente, la più gloriosa quando entriamo la seconda metà della nostra vita tra la morte e una nuova nascita. Ma se così non possiamo sviluppare una religione del riconoscimento là, sviluppiamo tuttavia, sotto la guida di esseri spirituali superiori che là lavorano per l’uomo, una specie di religione.
Mentre però il riconoscere, lo scorgere non può essere insegnato, poiché è di per sé evidente, deve il nostro volere, il nostro sentimento volente, il nostro sentimento volente essere eccitato nella seconda metà della vita tra la morte e una nuova nascita, per tendere veramente verso ciò che vediamo. Nel nostro sentimento volente, nel nostro sentimento volente fluiscono volontà divina, sentimento divino, affinché scegliamo il sentiero in questa direzione nella seconda metà della nostra vita tra la morte e una nuova nascita. Sono tutte espressioni inopportune per questa vita così diversa, tuttavia l’espressione può essere usata: qui siamo istruiti rispetto al nostro intelletto; soltanto quando un maestro passa attraverso la rappresentazione, agisce da qui sulla terra ancora oltre il nostro sentimento. Là è così, che quando si sia oltrepassato il punto ulteriormente da descrivere della metà tra la morte e una nuova nascita, quando si sia cioè oltrepassato ciò che ho denominato nel mio ultimo dramma misterioso «L’Anima Risvegliata» l’ora di mezzanotte, allora inizialmente c’è una certa torpore rispetto al volere e al sentimento di fronte a ciò che come un tempio splendido sta nelle lontananze dei tempi. Lì permeano e scaldano forze divine le nostre capacità animiche interiori: un insegnamento è questo che parla direttamente al nostro interno e che si esprime così, che acquisiamo sempre più e più la capacità di veramente volere andare il sentiero verso ciò che così scorgiamo come un ideale. Mentre nel fisico possiamo stare di fronte a un maestro oppure a un educatore, ed egli può starci di fronte, e tuttavia nel fondo sentiamo di avere un maestro che parla dal di fuori nel nostro cuore, sentiamo che i nostri educatori spirituali delle gerarchie superiori, mentre così ci educano come ho ora descritto, direttamente nel nostro interno versano le loro proprie forze. Educatori terrestri ci parlano; educatori spirituali nella vita tra la morte e una nuova nascita ci danno la loro vita nella nostra anima, in quanto ci educano spiritualmente religiosamente. E così li sentiamo sempre più e più in noi, questi educatori dalle gerarchie superiori, così ci sentiamo sempre più e più intimamente con essi collegati. Ma con questo la nostra vita interiore si energizza e si rafforza. Tu sei sempre più e più accolto dai divini, in te vivono sempre più e più i divini, e ti aiutano affinché tu sia sempre più forte interiormente! Questo è ciò che come sentimento fondamentale passa attraverso questa vita tra la morte e una nuova nascita, specialmente nella sua seconda metà. Così vediamo come tutto in questa vita è disposto al fine che le nostre esperienze si svolgono direttamente nei fondo della nostra anima stessa. Ora arriviamo, in quanto così siamo istruiti dai divini, a un punto determinato dell’esperienza tra la morte e una nuova nascita. A un punto importante arriviamo. È, vorrei dire, nella lontananza dei tempi più remote, dove scorgiamo l’ideale dell’umanità; le forze però che in noi possono essere poste attraverso i nostri educatori divino-spirituali, queste sono dipendenti da ciò che nel corso delle nostre incarnazioni, nel corso della nostra precedente vita umana siamo divenuti da noi stessi. E così stiamo, mentre viviamo dall’oscurità del meriggio, proprio nella metà tra la morte e una nuova nascita, e sempre viviamo nei tempi e nelle lontananze più lontane scorgiamo l’ideale dell’umanità, allora finalmente in un punto, nella prospettiva ultima dell’ideale dell’umanità. Ma così stiamo a questo punto che ci dobbiamo dire — naturalmente non ce lo diciamo, lo viviamo del tutto interiormente, ma con le parole della vita ordinaria ci dobbiamo esprimere —: Forze divino-spirituali hanno agito in te, sono divenute sempre più interiori nella tua anima, vivono ora in te; ma ora sei al punto in cui non puoi andare più oltre con queste forze, poiché dovresti essere assai più perfetto se volessi andare più avanti che fino qui.
Ora viene un importante punto di decisione. In questo momento una dura tentazione insorge verso di noi! Gli dei se l’hanno presa bene con noi, ci hanno dato tutto quello che possono darci per il primo, ci hanno resi forti come è possibile in base alla forza che ci siamo acquisiti in vita precedente. Così questa forza che gli dei ci hanno dato è in noi, e la tentazione insorge verso di noi, che ci dice: Sì, puoi ora seguire questi dei, puoi ora versare tutto quello che sei in ciò che gli dei ti hanno dato di forze, puoi entrare nei mondi spirituali. Giacché tanto, tanto ti hanno dato gli dei.
Ci si può spiritualizzare completamente: questa prospettiva sta di fronte a noi. Ma si può solo in quanto si distoglie il proprio sentiero dalla via verso il grande ideale dell’umanità, si esce dalla via. Ciò significa con altre parole: si percorre il sentiero nei mondi spirituali in quanto si portano tutti i propri difetti nei mondi spirituali. Là si trasformerebbero già in perfezioni. Lo farebbero veramente. Si potrebbe andare dentro con i difetti, si sarebbe, poiché si sarebbe permeati da forze divine, un essere. Ma questo essere dovrebbe rinunciare a disposizioni che anche ha, che non ha ancora sviluppato nel suo precedente sentiero e che giacciono in direzione del grande ideale umano; a quelle dovrebbe rinunciare. Ogni volta prima che andiamo a un’incarnazione terrestre, insorge la tentazione verso di noi, di rimanere nel mondo spirituale, di entrare nello spirito e di svilupparsi più avanti con quello che già si è, e di rinunciare a quello che come uomo potremmo divenire ancora sempre più sulla via verso il lontano ideale religioso del mondo divino-spirituale. La tentazione insorge di divenire irreligioso per il mondo dello spirito.
Questa tentazione insorge tanto più in quanto in nessun momento dello sviluppo dell’umanità Lucifero ha un maggiore potere sull’uomo che in questo momento, dove gli soffia nel seno: Afferra ora l’occasione, puoi rimanere nello spirito, puoi trasportare tutto quello che hai sviluppato nella luce spirituale! E dimenticare di far avere all’anima, per quanto possibile, ricerca Lucifero di ciò che ancora come disposizioni è presente, che sta nel lontano tempio sulla riva lontana del tempo dell’essere.
Così come l’umanità è ora, l’uomo non sarebbe in posizione, in questo punto della tentazione di Lucifero, di resistere, se i divini, i cui nemici è Lucifero, non prendessero ora l’affare dell’uomo in mano. E insorge la lotta dei divini che conducono l’uomo al suo ideale, dei divini che confessano la religione divina con Lucifero per un’anima umana. E il risultato di questa lotta è che l’immagine, che l’uomo si è formato della sua esistenza terrestre, viene gettata fuori dal tempo nello spazio, attratto magneticamente dall’esistenza spaziale. Questo è anche il momento in cui quell’attrazione magnetica attraverso i genitori insorge, dove l’uomo è messo nelle sfere spaziali, acquista parentela con la sfera spaziale. Ma con ciò tutto quello che intorno all’uomo rimane coperto, che potrebbe infondere la tentazione, di rimanere soltanto nel mondo spirituale. E questa copertura si esprime appunto nella sua copertura con la corporalità. Viene messo dentro la copertura corporale, affinché non veda, quello che Lucifero vuol mettergli di fronte. E quando è coperto nella guaina corporale e con i suoi sensi corporali e il suo intelletto corporale ora osserva il mondo, non vede ciò che altrimenti nel mondo spirituale, sedotto dal tentatore, vorrebbe aspirare; non lo vede, guarda questo mondo di esseri e processi spirituali dal di fuori, come si si offre ai sensi e all’intelletto legato al cervello. E in quanto è nella guaina sensoriale, i divini che lo spingono avanti assumono il suo sviluppo.
Chiedetevi ora: quanto accade con noi tra la nascita e la morte negli fondi subconsci dell’anima, quanto accade con noi senza che lo sappiamo? — Se dovessimo essere guidati così che compiessimo tutto coscientemente, non potremmo assolutamente completare l’esistenza terrestre. Ho già accennato nel mio libro su «La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità»: l’uomo, in quanto entra nell’incarnazione fisica, deve lui stesso dapprima lavorare plasticamente sul suo sistema nervoso e celebrale. Lavora, ma lavora inconsciamente su di esso. Tutto ciò è l’espressione di una saggezza assai più grande di quella che l’uomo può comprendere con il suo intelletto sensibile. In noi domina tra la nascita e la morte una saggezza che dietro il mondo è presente, che guardiamo con i nostri sensi e su cui pensiamo con il nostro intelletto legato al cervello. Dietro di esso è presente, questa saggezza; è coperta da noi tra la nascita e la morte. Ma essa domina, tesse, agisce in noi nelle profondità subconscie dell’anima, e deve prendere in mano gli affari in queste profondità subconscie dell’anima umana, perché l’uomo per un certo tempo deve essere allontanato da uno sguardo, che sarebbe tentatore per lui. L’intero tempo, durante che viviamo nel nostro corpo fisico, saremmo, altrimenti in condizioni normali, senza che siamo introdotti con cura nel mondo spirituale, se il Guardiano della soglia non ci sottraesse il guardare nei mondi spirituali, ogni nostro passo tentato, la nostra vita intera tentata, di abbandonare i nostri ancora imperfetti, le nostre ancora non dispiegate disposizioni umane e di seguire l’ascesa nei mondi spirituali, ma con i nostri difetti. Abbiamo bisogno del tempo della nostra vita terrestre, per in questo tempo essere sottratti alla tentazione di Lucifero.
Fino al punto indicato, dove siamo condotti nello spazio, Lucifero non ha ancora il potere, poiché c’è ancora una possibilità di progredire; ma viene appunto al momento in cui siamo giunti al punto di decisione. Attraverso la nostra vita precedente non possiamo progredire, così vogliamo con i difetti deviare e rimanere nel mondo spirituale. Da questo ci proteggono i divini che progrediscono, i cui nemici è Lucifero, in quanto ci sottraggono a questo mondo spirituale, in quanto lo copren ci velano di fronte a noi, e ciò che da questo mondo spirituale deve accadere a noi, lo compiamo dietro la nostra coscienza.
Così stiamo come uomini nel mondo, con la nostra coscienza nel nostro corpo fisico, e ci diciamo: siate grati, voi dei! Tanto ci avete lasciato della possibilità di sapere qualcosa del mondo, come è appunto bene per noi. — Poiché se guardassimo dietro la soglia di ciò che il nostro orizzonte della coscienza è, staremmo in ogni istante di fronte al pericolo di non volere raggiungere il nostro scopo dell’umanità. Da quello stato della coscienza più luminoso, più elevato, in cui siamo tra la morte e una nuova nascita, dove intorno abbiamo mondi e esseri spirituali, dove siamo nello spirito, dovevamo essere messi nel mondo dello spazio, affinché nel mondo dello spazio ci sia coperto il mondo che non potremmo tollerare, fino a che non abbiamo fatto il tempo tra la nascita e la morte, il tempo in cui, per il fatto che ci siamo sottratti al mondo spirituale, per il fatto che questo mondo spirituale non ha agito su di noi, per il fatto che solo cose materiali ci circondavano, abbiamo ricevuto di nuovo un nuovo impulso verso i lontani scopi dell’ideale dell’umanità. Poiché durante l’intero tempo, mentre viviamo sulla terra, durante che con la nostra coscienza non guardare nel mondo spirituale, agiscono di nuovo, in quanto non disturbati dalla nostra coscienza, in quanto non disturbati dal fatto che siamo tentati di seguire Lucifero, in noi i divini che ci spingono avanti. E ci infondono di nuovo tanta forza che, quando passiamo per la porta della morte, possiamo di nuovo progredire un pezzo verso l’ideale dell’umanità.
Questo è anche ancora un mistero che sta dietro l’esistenza umana, che ho accennato con queste parole. E penso che sia una buona sensazione pasquale, guardare a quelle relazioni della vita che sono raggiunte più per l’uscire interiore dal corpo, guardare alle relazioni tra la morte e una nuova nascita, e alla vita che successivamente nel corpo fisico acquisiamo. Lì guardiamo alla questa vita tra la morte e una nuova nascita e diveniamo consapevoli della guida dei buoni esseri divino-spirituali che ci aiutano avanti. Come verso il nostro passato nello spirito guardiamo a questi esseri divino-spirituali, e comprendiamo ora di questo nostro essere nel corpo tra la nascita e la morte, che ci è stato concesso dai divini, affinché i divini per un poco, senza che dobbiamo fare qualcosa, possano preoccuparsi per noi per il nostro ulteriore sviluppo. Mentre percepiamo il mondo, mentre nel mondo pensiamo, in esso sentiamo, in esso vogliamo, mentre accumiliamo il nostro tesoro di memoria, per nel dasein fisico avere un essere coeso, dietro tutto ciò, dietro questa nostra vita conscia, le essenze divino-spirituali operano. Loro dirigono il corso del tempo. Ci hanno lasciato nello spazio, affinché in questo spazio abbiamo appunto tanta coscienza come questi divini trovano bene di lasciarci, quando dietro questa coscienza guidano i nostri destini secondo il grande ideale umano, secondo l’ideale della religione divina più avanti.
Guardiamo così al nostro interno — ora a quell’interno che con la nostra coscienza non possiamo nemmeno in condizioni normali della vita guardare e indagare —, tentiamo di permearci con la sensazione: là in te vive qualcosa, che certamente con le forze normali della vita umana non penetri, che però è il tuo più profondo animico interiore. Cerchiamo di accorgerci in noi di questo più profondo nascosto in noi in noi, e tentiamo allora di accorgerci come in questo animico, che noi stessi non guidiamo, i divini operano, il divino in noi opera: allora otteniamo il sentimento giusto del divino operante in noi. E che tale sentimento insorga, tale sentimento pasquale giusto, per questo vorrei propriamente aver pronunciato le parole odierne, non tanto a causa del loro contenuto teorico.
Se — guardando a quello che si presenta all’anima, quando esce da se nel spazio riempiendo lo spazio — questa anima può sapere, imparare: Sono nato dal divino — allora può attraverso l’odierno detto approfondire ancora questo sapere, in quanto può divenire consapevole: Con tutto ciò che so, con tutto ciò che nel percepire, pensare, sentire e volere della mia anima è accessibile, sono partorito da un interiore più profondo, da quello animico più profondo in me, che ancora è presso il divino, che nel corso del tempo scorre, ma scorre col divino. Un sapere possiamo accorgerci, che si può esprimere in un senso ancora assai più profondo di ciò che ieri poteva essere inteso alla fine della nostra considerazione. In senso ancora assai più profondo possiamo oggi il porre il risultato della nostra considerazione parola come risultato: Dal divino siamo nati. Poiché accorgiamo che questa anima col ciò che da se stessa può sapere, in ogni istante dal divino è partorita, cosicché in ogni istante il nostro più profondo interiore possiamo riempire con questo: Dal divino siamo nati.
Ex deo nascimur.
In primo luogo dovremo oggi attirare l’attenzione su singoli risultati positivi della ricerca occulta, che da un lato sono assai idonei a condurci nell’essenza dell’uomo, che però d’altro lato ci mostrano di quale essenza assai complicata propriamente questi uomini stiano nel mondo. Ma possiamo forse pensare diversamente, se consideriamo che l’immagine ideale vera dell’uomo, quello che l’uomo può essere se veramente sviluppa tutte le disposizioni che giacciono in lui, nel fondo è il contenuto della religione divina, e che nel fondo tutti gli esseri spirituali delle diverse gerarchie, che si possono conoscere in connessione con la natura umana, hanno fatto convergere i loro scopi, al fine di costruire il loro il significato di questo cosmo dal cosmo intero!
La prima cosa che sarà da dire è che l’uomo con le percezioni che riceve dal mondo esteriore, così come gli appaiono nella sua coscienza, assai propriamente soltanto una piccola parte di quello che su di lui inonda veramente assume. In quanto l’uomo nel mondo fisico sta, i suoi organi sensoriali ha aperto, con il suo intelletto, che è legato al suo cervello, al suo sistema nervoso, il mondo considera e si sforza di spiegare ciò che in questo modo all’uomo si avvicina, arriva propriamente soltanto una piccola parte di ciò che qui inonda, veramente soltanto una piccola parte entra veramente nella rappresentazione dell’uomo, entra soltanto una piccola parte nella coscienza dell’uomo. Nella luce e nei colori, nel suono e così via è contenuto assai più di ciò che diventa consapevolezza per l’uomo. La fisica materialistica esteriore parla nella sua weltanschauung infantile di come dietro i colori, dietro la luce e così via processi materiali siano, oscillazioni atomiche e simili. Questo è appunto veramente soltanto, si può già dire, una weltanschauung infantile. Poiché in verità il seguente si verifica.
Dobbiamo con lo sguardo chiaroveggente indagare il percepire umano, poiché soltanto da questa osservazione del vero processo di percezione può scaturire una comprensione sul rapporto dell’uomo verso l’ambiente che gli sta di fronte, anche se rimaniamo soltanto sul piano fisico. Qualcosa di assai particolare si mostra quando si osserva il processo di percezione chiaroveggentemente. Diciamo, qualcosa agisce sul nostro occhio, percepiamo luce o colore, abbiamo dunque nella nostra coscienza la sensazione della luce o del colore: il singolare che ora si scopre attraverso la ricerca dello spirito è che nel corpo umano non soltanto questa luce e questo colore si presentano, bensì che, nel seguito di luce e colore, simultaneamente con la nostra sensazione di immagini di luce e di colore una specie di luce o cadavere di colore insorge in noi. Il nostro occhio provoca che abbiamo la sensazione di luce e di colore. Si potrebbe dire: la luce scorre verso e ci prepara la sensazione di luce; ma guardando più profondamente nella nostra essenza, scopriamo che, mentre nella nostra coscienza siede la luce, la nostra essenza umana è attraversata da qualcosa che in questo corpo umano deve morire, affinché possiamo avere la sensazione di luce. Nessuna percezione, nessuna sensazione dall’esterno possiamo avere senza che si prema attraverso questa sensazione una specie di formazione di cadavere, che come nel seguito di questa sensazione insorge. La ricerca dello spirito deve dire: accanto all’osservazione dell’uomo, io so, ora sente rosso. Vedo però che questo rosso che vive nella sua coscienza da sé versa qualcosa, il suo intero essere, nella misura in cui è versato nella sua pelle e nei confini del suo corpo eterico, permea con qualcosa che è come il cadavere del colore, che uccide qualcosa nell’uomo. Pensate soltanto che effettivamente sempre, in quanto siamo di fronte al mondo fisico e i nostri organi sensoriali aperti, i cadaveri di tutte le nostre percezioni come fantasmi, ma fantasmi efficaci, in noi assorbiamo. Sempre muore qualcosa in noi, in quanto percepiamo il mondo esteriore. È questo un fenomeno assai particolare. E il ricercatore dello spirito deve domandarsi: sì, che accade appunto là? Che cosa è la causa di questo fenomeno assai strano?
Là si deve considerare come di fatto stia con quello che come luce così come ci inonda. Questa luce ha appunto molto dietro di sé. È quello che la luce rivela, solo l’avamposto di ciò che ci inonda. Dietro la luce non sta appunto non quel movimento ondulatorio di cui la fisica esterna fantastica, bensì dietro la luce, dietro tutte le percezioni, dietro tutte le impressioni sta innanzitutto ciò che noi cogliamo soltanto se osserviamo il mondo geisteswissenschaftlich attraverso immaginazioni, attraverso immagini creative. Nel momento in cui vedremmo tutto, percepiremmo tutto ciò che nella luce o nel suono o nel calore vive, percepiremmo dietro ciò che alla nostra coscienza viene, l’immaginazione creativa e in essa di nuovo rivelarsi l’ispirazione, e in questa l’intuizione. È ciò che alla nostra coscienza viene come sensazione di luce e di suono il strato supremo solo la schiuma di ciò che contro di noi oscilla, ma vive in ciò che se giungesse alla nostra coscienza, in immaginazione, ispirazione, intuizione in noi potrebbe diventare.
Allora propriamente abbiamo soltanto un quarto di quello che ci inonda, veramente nella percezione è dato; gli altri tre quarti si spingono in noi senza che giunga alla nostra coscienza. Mentre dunque stiamo e una sensazione di colore abbiamo, si spingono attraverso la superficie della sensazione di colore, l’immaginazione creativa, l’ispirazione, l’intuizione in noi, si immergono in noi. Se esaminiamo più attentamente questi tre ultimi intrusi, troviamo che, se questi immaginazione, ispirazione, intuizione così come attraverso la sensazione sensoriale vogliono spingere nei nostri organismi, veramente in questi spingessero, funzionerebbero così che produrrebbero una spiritualizzazione in noi anche durante il tempo del nostro dasein fisico terrestre tra nascita e morte, come l’ho accennata ieri come un possibile risultato della seduzione di Lucifero. Produrrebbero in noi il bisogno, di abbandonare tutto, tutto quello che ancora come disposizioni sta in noi per il tendere verso lontane future, verso l’ideale umano, e vorremmo spiritualizzarci con tutto ciò come siamo. Diremmo a noi stessi: divenire uomo è una fatica troppo grande, dovremmo ancora un difficile cammino nel futuro. Abbandoniamo quello che ancora come possibilità verso l’uomo vive in noi. Vogliamo invece un angelo con tutti i difetti che portiamo, poiché allora veniamo immediatamente nella geistige Welt, là ci spiritualizziamo il nostro essere. Allora comunque dovremmo divenire meno perfetti, di quanto secondo le nostre disposizioni potremmo divenire nel cosmo, ma allora diverremmo appunto spirituale, esseri angelici.
Allora vedete di nuovo in un esempio, come è importante ciò che si chiama: la soglia del mondo spirituale, e come è importante l’essenza che si chiama il Guardiano della soglia. Poiché sta già al punto di cui appena ho parlato. Lascia nella nostra coscienza soltanto la sensazione stessa penetrare e non lascia penetrare ciò che come immaginazione, come ispirazione, come intuizione, se entrassero nella nostra coscienza, un bisogno immediato di spiritualizzazione, così come siamo, con abbandono di tutta la vita umana seguente, produrrebbero in noi. Questo deve restarci coperto, la porta della nostra coscienza si chiude di fronte a esso, ma nella nostra essenza penetra. E in quanto penetra nella nostra essenza, senza che potessimo illuminarla con la luce della nostra coscienza, in quanto dobbiamo farla scendere nelle oscure fondamenta del nostro subconscio, vengono i divini, i cui nemici è Lucifero, dal lato opposto nel nostro essere, e così insorge in noi la lotta tra Lucifero, che la sua immaginazione, ispirazione, intuizione invia, e quei divini, i cui nemici è Lucifero. In questa lotta stiamo ogni volta in un’ogni percezione, in un’ogni percezione, se non, per il percepire esteriore, fosse posta la soglia del mondo spirituale, di fronte al che soltanto lo sguardo chiaroveggente non si chiude.
Da ciò vedete che cosa tutto accade nell’interno della natura umana. Il risultato di questa lotta che lì si svolge è quello che ho caratterizzato come una specie di cadavere, di cadavere parziale in noi. Questo cadavere è l’espressione per ciò che in noi deve divenire del tutto materiale, come un’inclusione minerale, affinché non arriviamo a spiritualizzarlo. Se questo cadavere non si formasse attraverso la lotta tra Lucifero e i suoi oppositori, allora avremmo invece di questo cadavere il risultato dell’immaginazione, ispirazione e intuizione in noi, e diremmo subito nella geistige Welt. Questo cadavere forma il peso con cui i buoni esseri spirituali, i cui nemici è Lucifero, ci mantengono nel mondo fisico, così ci mantengono, che abbiamo coperto in certo senso, il che come bisogno dovrebbe insorgere in noi verso spiritualizzazione, affinché aspiriamo dopo questa copertura il vero ideale della natura umana, tutto lo sviluppo delle disposizioni che possono essere in noi. Così che attraverso il fatto che questo inclusione questo fantasma di cadavere insorge in noi, che noi, in quanto percepiamo, per così dire sempre si permea con qualcosa, che simultaneamente cadavere è, così in noi durante il percepire questo sempre sorgente bisogno verso spiritualizzazione spegniamo. E mentre questa inclusione si forma, insorge ciò che ho spesso accennato e che è importante che si veda nella sua interezza di significato.
Vedete, se guardaste in uno specchio, davanti aveste una lastra di vetro, ma attraverso questa lastra guardaste, se non fosse con uno strato di specchio coperta. Poiché la lastra di vetro ha uno strato di specchio, rispecchia quello che di fronte allo specchio è. Se voi dinanzi al vostro corpo fisico così steste che vivrete come penetrare al di fuori delle percezioni anche le immaginazioni, ispirazioni, intuizioni penetrare, allora attraverso il corpo fisico guardaste, e avreste una sensazione tale che approssimativamente vi direste: voglio con questo corpo fisico nulla a che fare, non lo noto per niente, bensì mi elevo così come sono nel mondo spirituale. Veramente starebbe il corpo fisico di fronte a voi come lo specchio di vetro che nessun rivestimento ha. Ma ora il corpo fisico è permeato di questo cadavere. Questo è come il rivestimento dello specchio. E ora rispecchia tutto quello che vi cade sopra, ma appunto soltanto così, come l'abbiamo nelle percezioni sensoriali. Così insorge le percezioni sensoriali. Il nostro costante cadavere che portiamo in noi, che è il rivestimento dello specchio del nostro corpo interiore, e vediamo così noi stessi nel mondo fisico. Così siamo come questo singolo essere fisico nel mondo fisico lì. Così complicatamente si presenta l’essenza umana.
Poniamo l’altro caso, che noi non soltanto percepiamo, bensì che pensiamo. Se pensiamo, allora non sono percezioni sensoriali. Le percezioni sensoriali possono essere l’occasione, ma il vero pensiero non corre in percezioni sensoriali, bensì corre più interiormente. Se pensiamo, compiamo con il vero pensiero nessuna impressioni sul nostro corpo fisico, però sul nostro corpo eterico. Ma in quanto pensiamo, arriva di nuovo non tutto quello che nel pensiero vive in noi dentro. Se tutto quello che nel pensiero vive giungesse in noi dentro, allora avremmo ogni volta che pensiamo inizialmente puri esseri elementari che vivono pulsare in noi, ci sentiremmo del tutto interiormente animati. In Monaco ho una volta detto: se qualcuno provasse i pensieri come sono, si sentirebbe nei pensieri un tale caos come in un formicaio, tutto sarebbe vita. Questa vita non la percepiamo nel pensiero umano, poiché di nuovo soltanto il schiuma di esso giunge alla nostra coscienza e forma le immagini ombrose dei pensieri, che in noi come il nostro pensiero si presenta. Contro ciò, nel nostro corpo eterico penetra quello che come forze viventi i pensieri attraversa. Non percepiamo gli esseri elementari vivi che ci sfiorano lì, percepiamo invece nel pensiero una specie di estratto, qualcosa come un’ombra. L’altro però, la vita, si insinua in noi, e in quanto vi si insinua, permea di nuovo il nostro corpo eterico così che di nuovo nel nostro corpo eterico insorge una lotta, ora una lotta tra i divini che progrediscono e Ahriman, le essenze arimaniche. E l’espressione di questa lotta è che i pensieri in noi non si svolgono come si svolgerebbero se fossero esseri viventi. Se si svolgessero così come veramente sono, ci sentiremmo nella vita degli esseri di pensiero: si muoverebbero avanti e indietro — ma quello non lo percepiamo. Per contro il nostro corpo eterico, che altrimenti sarebbe del tutto trasparente, è reso per così dire non trasparente; vorrei dire, esso è così come per esempio topazio affumicato, che è attraversato da strati scuri, mentre il quarzo è del tutto trasparente e puro. Così il nostro corpo eterico è attraversato da oscurità spirituale. Ciò che là il nostro corpo eterico attraversa, quello è il nostro tesoro di memoria.
Il tesoro di memoria insorge per il fatto che di nuovo nel nostro corpo eterico, attraverso i processi menzionati, i pensieri si specchiano, però ora nel tempo si specchiano, fino al punto fino a cui ci ricordiamo nella vita fisica. Questi sono i pensieri specchiati che abbiamo nella memoria, i pensieri specchiati temporali. Ma là profondamente nel nostro corpo eterico, dietro la memoria, lavorano i buoni esseri divino-spirituali, i cui nemici è Ahriman, e lì creano, costruiscono quelle forze che di nuovo possono animare quello che nel corpo fisico attraverso i processi descritti è stato tolto. Mentre dunque nel nostro corpo fisico un cadavere è creato che deve essere creato, poiché altrimenti avremmo il bisogno di spiritualizzarci con tutti i difetti che portiamo, passa una forza quasi animante dal corpo eterico. In modo che veramente nel futuro può di nuovo essere creato vivente ciò che è stato tolto.
Ma ora vediamo primo che significato ha il prima e il dopo. Se infatti nella nostra presente immediatezza vivessimo le immaginazioni, ispirazioni e intuizioni che penetrano in noi, seguiremmo Lucifero e ci spiritualizzeremmo. Per il fatto però che vengono gettati nel futuro, che ora non vengono al valore, bensì conservati come germi per il futuro, riacquisiscono di nuovo la loro vera essenza. Ciò che useremmo male nella presente al male, l’useremmo nel futuro quando attraverso la porta della morte siamo passati, per crearci di nuovo dal mondo spirituale una nuova vita. Ciò che nel mondo fisico useremmo male, ci insegnerebbe dopo la morte come forze al nuovo viaggio nel vivere fisico terrestre. In modo che il contrario lavorano le cose nei diversi mondi.
Così è col nostro pensiero. E ora consideriamo il nostro sentire. Sì, quello che noi come sentimento interiore, come sensazione interiore in noi portiamo, quello è di nuovo non così come effettivamente potrebbe essere secondo la sua intera essenza interiore. Ciò che abbiamo come sentimento in noi, quello che ci viene alla coscienza come il nostro sentimento, appunto di nuovo soltanto un’ombra di quello che veramente vive in noi, poiché anche nel nostro sentimento vive essenza spirituale. Se ricordate quello che ho detto nella prima conferenza, sentirete che in loro vivono gli esseri spirituali che di fatto sottostanno all’intero sistema planetario, soltanto loro non giungono alla nostra coscienza. Ciò che così come sentimento c’è è soltanto uno strato della percezione come il sentimento c’è. Ma che cosa significa propriamente: l’altro rimane al di fuori della nostra coscienza? È veramente assai difficile trovare dalle parole ordinarie le parole che caratterizzano queste cose esattamente. Come si deve dire: percepire e pensare producono in noi qualcosa che è propriamente come un morire — con il pensiero tuttavia attraverso la controrisposta simultaneamente una specie di accensione a un futuro vivente —, così dobbiamo dire: ogni sentimento che siede in noi, ogni sentimento che in noi si presenta, propriamente non viene completamente nato in noi, non viene completamente al dasein. Se tutto quello che siede in noi nascesse venendo completamente al dasein, allora quello che vive nel sentimento, ci prende completamente diversamente, ci permea completamente diversamente. Ciò che dietro il sentimento siede, che il sentimento a un essere vivente fa, a un essere vivente il cui vita è nutrita dal sistema planetario interiore, tutto ciò non esce immediatamente. Il sentimento esce di nuovo soltanto come un’ombra di quello che veramente è, da noi fuori. Quello effettua che se una volta così riguardi veramente nella tua vita sentimentale con una sensazione di umanità più profonda, uno innanzi a ogni sentimento avvertiamo qualcosa di non soddisfacente. Innanzi a ogni sentimento si avverte che potrebbe essere elevato, potrebbe emergere più fortemente. In particolare deve avere innanzi al sentimento uno come un’esperienza segreta: potrebbe dirci assai di più di quello che sta in lui, nasconde qualcosa di quello che nella nostra profondità dell’anima vive, che solo mezzo nato viene su.
Se riguardiamo la nostra volontà, a tutto quello che in noi desiderio e volontà è, allora è qui soltanto in grado assai più elevato così come è al sentimento. Soltanto che dietro la volontà l’essenza spirituale, l’essenza fondamentale siede che veramente nella sole vive. Non soltanto quello che nei pianeti vive, bensì quello che nella sole interiore vive, vive là nella volontà anche dentro. Ma è nascosto. La volontà viene ancora meno completamente partorita del sentimento. La volontà ci permerebbe completamente, completamente diversamente, se tutto quello che in essa vive veramente nella nostra coscienza venisse alla presentazione. Viene veramente soltanto la più esterna superficie della volontà, vengono soltanto i più superficiali schiumeggianti apparizioni della volontà all’espressione. L’altro rimane nascosto. E perché rimane nascosto nel sentimento e nella volontà nel fondo una mondo interiore intera? Perché quello che rimane nascosto, se fosse guardato dal piano fisico, da noi non potrebbe essere tollerato. Dal piano fisico apparirebbe così che vorremmo respingere, che vorremmo staccarcene.
Ciò che nel sentimento e nella volontà vive e innato rimane, quello è karma diveniente. Diciamo, avvertiamo una sensazione ostile verso qualcuno, per scegliere un esempio concreto. Sì, quello che di questa sensazione ostile viene alla nostra coscienza, è appunto soltanto l’onda esterna gioco. Là dentro riposano forze che su tutto il sistema planetario sono diffuse. Ma quello che rimane nascosto, è appunto quello che ci dice: attraverso la tua sensazione ostile pianti in te qualcosa di imperfetto, devi compensare. — Nel momento in cui ascesa l'immaginazione di quello che deve compensare la sensazione ostile nel karma, staremmo di fronte a noi. E ci uniremmo con Lucifero e Ahriman, per respingere questo compensamento, poiché giudicheremmo dal punto di vista del piano fisico. Ma su questo piano fisico ci rimane nascosto; il Guardiano della soglia ce lo nasconde per il semplice motivo che queste cose, che non sono partorite al nostro sentimento, alla nostra volontà, possiamo giudicare soltanto se viviamo nella geistige Welt tra la morte e una nuova nascita. Là vogliamo quello che altrimenti non vorremmo mai, là vogliamo che quello che a un’umore ostile corrisponde, veramente sia compensato, poiché abbiamo là il giusto interesse nel contenuto della religione divina, nell’ideale completo dell’umanità che da noi dovrebbe fare l’uomo completo. Di quello sappiamo che attraverso un compensamento opposto deve essere ripagato quello che attraverso una sensazione ostile è stato causato. Deve per il futuro dopo la morte rimanere conservato, e allora soltanto può emergere quello che innato rimane al nostro sentimento e alla nostra volontà.
Bene, vedete, ho trasferito a voi un quadruplice della radice animica umana. Ciò che rimane innato del nostro sentimento, vive nel corpo astrale; quello che rimane innato della volontà, vive nell’Io. Abbiamo dunque, in quanto percepiamo il mondo esteriore, qualcosa come un fantasma fisico di cadavere in noi, che propriamente il rivestimento dello specchio è per il nostro corpo fisico. Abbiamo in noi un’inclusione, per così dire un’oscurazione del corpo eterico. Abbiamo in noi qualcosa nel corpo astrale che non giunge al dasein durante il tempo tra la nascita e la morte, e abbiamo dalla nostra volontà qualcosa che in questo tempo non giunge al dasein. — Questo quadruplice che l’uomo in sé porta, che deve rimanere conservato per il tempo tra la morte e una nuova nascita. Però vive in noi come la radice dell’anima con la medesima certezza come nella pianta il germe per l’anno seguente giace. Così non possiamo soltanto nel generale di una radice dell’anima parlare, bensì possiamo questa radice dell’anima persino nella sua quadruplice natura afferrare. Se, diciamo, un sentimento portiamo in noi che ci cagiona disagio particolarmente da interno, se non siamo completamente d’accordo con la nostra vita, così accade questo per il fatto che una pressione della parte innata delle sensazioni sulla parte nata delle sensazioni è esercitata. Come può questa pressione essere allontanata? Sì, vedete, questa pressione è qualcosa sotto cui pericolo in fondo l’uomo continuamente sta. Poiché quello che vi ho ora descritto, quello è, nella misura che riguarda sentimento e volontà, cioè a quello che veramente la nostra vita animica interiore nel senso della prima conferenza così mostra, quello che ci porta in disarmonia interiore. Noi avremmo, se giusta consonanza regnasse tra la parte partorita di sentimento e volontà e quello che dietro la soglia della coscienza rimane, se giusta relazione, giusta armonia sussistesse, come nel mondo sensoriale soddisfatti e capaci di agire uomini attraverso questo mondo sensoriale andremmo. Qui riposa propriamente il fondamento a tutti i insoddisfazioni interiori. Se qualcuno insoddisfazioni interiori ha, allora viene dalla pressione della parte subconsciente del sentire e del volere.
Ora devo aggiungere a quello esposto che in relazione a tutte queste relazioni di cui vi ho ora parlato, la natura dell’uomo nel corso del suo sviluppo ha effettivamente cambiato. Esattamente così come vi ho ora descritto le cose, comportano essenzialmente nel nostro tempo. Non è sempre stato così. In tempi più antichi dello sviluppo dell’umanità, diciamo durante l’epoca proto-persiana, egiziana, dell’antica India, era diverso. Là scorrevano sì naturalmente esattamente nella medesima maniera i percepimenti dentro, e in essi erano contenute le immaginazioni, ispirazioni, intuizioni, però per i tempi antichi queste immaginazioni, ispirazioni, intuizioni non rimanevano così completamente inefficaci sull’uomo come oggi. Non uccidevano così completamente l’interno fisico dell’uomo, fornivano nessuno così denso afferrare minerale; e ciò veniva dal fatto che da un altro lato da sentimento e volontà qualcosa si spingeva su se i percepimenti da fuori venivano sotto certe relazioni. Se ad esempio andiamo indietro nei tempi antichi della cultura egiziana, babilonese e lì osserviamo gli uomini, allora questi uomini percepivano completamente diversamente. Stavano sì come noi di fronte al mondo sensoriale esteriore, però il loro corpo era ancora così organizzato che le immaginazioni nascoste nei percepimenti sensoriali non completamente morte agiscono, bensì che vi si avanzavano con una certa vivacità. Per il fatto però che vi si spingevano vivamente dentro, richiamavano interiormente nell’uomo il controimmagine di quello che ora per noi completamente rimane nascosto nell’Io e nel corpo astrale. Gli esseri spirituali del solare e del sistema planetario si spingevano dal di dentro incontro e specchiavano per così dire quello che si era reso vivente attraverso l’immaginazione. In modo che per il membro della cultura egiziana, babilonese più antica, certi tempi della percezione c’erano, dove, se rivolgeva lo sguardo nel mondo fisico, non soltanto così i percepimenti fisici assumeva come li abbiamo noi, bensì dove si rendevano viventi. Sapeva, dietro vi sta qualcosa che si dispiega in immaginazioni. Perciò non era così sciocco, secondo il modello dei nostri attuali fisici, dietro i percepimenti materiali oscillazioni atomiche sospettare, bensì sapeva che di là vi è vita, e dal suo interno emergevano risplendenti le immagini del cielo stellato reso vivente, persino il sole. Particolarmente forte era questo durante la cultura persiana, dove veramente in occasione del percepire esteriore qualcosa come la forza della sole spirituale interiore si illuminava — Ahura Mazdao!
Se andiamo in tempi ancora più antichi, troviamo questo convivere, questo venire incontro dell’interno e dell’esteriore ancora assai più fortemente espresso. Oggi non può più essere così, però un compenso può esserci, e qua arriviamo a un punto dove, vorrei dire, dalla cosa stessa noi veramente intenderemo la nostra compito dentro della weltanschauung antroposofica. Un compenso deve esser creato. Stiamo di fronte al mondo esteriore con i nostri percepimenti. Pensiamo su di esso, in tanto che da noi una parte di questo mondo esteriore rimane chiusa, che mortifica e oscura. Ma noi possiamo quello che è mortificato e oscurato, attraverso la scienza dello spirito, rendere vivente. E appunto attraverso la vivificazione di quello che altrimenti mortificato e oscurato diventa, tale scienza insorge come è stata trasferita nello sviluppo attraverso Saturno, sole e sviluppo della luna nella mia «Geheimwissenschaft». Questo sapere della Saturno, sole e sviluppo della luna ha ogni uomo, soltanto è nei fondi della sua coscienza. Egli non vorrebbe uomo terrestre, se lo scorgesse così senza maggiore preparazione. Egli vorrebbe che la Terra non gli andasse male e potesse concludere con lo sviluppo della luna. Tutto quello che di sapere possiamo acquistare attraverso la scienza dello spirito, illumina in noi quello che da noi dallo sviluppo della passato rimane nascosto, in quanto penetra in noi. Poiché quello che come immaginazioni, ispirazioni e intuizioni fuori vive nei percepimenti sensoriali e non penetra, quello è propriamente, se lo guardate attraverso il velo dei percepimenti sensoriali, ciò che abbiamo passato attraverso lo sviluppo della passato.
Diverso è con quello che nella nostra volontà e nel nostro sentimento vive. L’uomo può dire — e molti uomini del presente hanno un bisogno di farlo —: Oh, che me ne importa di tutto quello che questi malacci cervelli escogitano o hanno escogitato su un mondo soprasensibile. Non mi assumo tali rappresentazioni dentro. — Chi così dice, non si è mai formato un’idea di perché le religioni siano venute nella sviluppo del mondo. Questo è il comune a tutte le rappresentazioni religiose, che si riferiscono a cose che l’uomo non può percepire sensibilmente, che l’uomo in rappresentazioni religiose deve riempirsi di qualcosa che non può percepire sensibilmente. Rappresentazioni che da quello che viene da quello che si può percepire sensibilmente, non ci possono mai per il nostro sentimento e volontà un impulso dare che dopo la morte sia forza d’urto. Affinché quello che è innato in noi nel sentimento, nella volontà, poiché deve operare dopo la nostra morte, abbiamo bisogno le rappresentazioni non che ci possiamo appropriare attraverso i nostri percepimenti sensoriali o attraverso l’intelletto legato al cervello; quelle non ci aiutano. Soltanto quelle rappresentazioni che corrispondono a quello che non è esternamente reale, che quando le accogliamo, ci fanno religiosi, attraverso cui guardiamo su in un mondo spirituale, ci danno l’impulso, la forza d’urto che abbiamo bisogno dopo la morte. Rappresentare religiosamente significa: rappresentare quello che adesso ancora in noi non può agire, che però è forza d’azione dopo la morte. Con le rappresentazioni religiose non accogliamo soltanto rappresentazioni di sapere, bensì qualcosa che può divenire efficace dopo la nostra morte, e che appunto dunque adesso così deve essere nel corpo fisico che colui che su tali forze d’azione non vuole riflettere, sopra potrebbe ridere e potrebbe ricacciare nel suo materialismo. Ma ha soltanto una forza paralizzata, portare avanti quello che è innato nel suo sentimento e nella sua volontà, se non si permea con le rappresentazioni soprasensibile.
Perciò deve così spesso venire messo in rilievo: quello che è passato diviene illuminato da chiaroveggenza coscienza. Esso diviene presente di nuovo riconosciuto anche nella misura che dietro il velo del mondo sensoriale come immaginazione, ispirazione e intuizione è presente e agisce nel mondo sensoriale. Prima venne dato agli uomini come fede religiosa, affinché gli uomini non tutta la forza d’urto per il tempo dopo la morte perdessero, affinché abbiano qualcosa nella radice dell’anima che possa tenerla vivente anche quando hanno il corpo fisico abbandonato. Adesso è giunto il tempo dove gli uomini da della comprensione fuori, dall’intendimento della scienza dello spirito, si devono appropriare rappresentazioni sui mondi soprasensibili. Perciò non può abbastanza spesso venire sottolineato: ricercare si possono soltanto come ricercatore dello spirito queste cose nel mondo soprasensibile. Sono però ricercate e vengono comunicate, allora esiste qualcosa nella nostra più profonda anima che un linguaggio segreto di questa anima è, e ciò comprendere, afferrare potrebbe quello che dal ricercatore dello spirito viene ricercato. Soltanto quando i pregiudizi della ragione e del senso vengono, allora viene come non-senso guardato, come stoltezza e come fantasticheria quello che della ricerca dello spirito come rappresentazioni soprasensibili viene dato, e che se viene accolto ci dà forza d’urto per la radice dell’anima, affinché essa in tutti i futuri i suoi cammini possa trovare nel cosmo. Ricercare potranno sempre soltanto coloro il contenuto del mondo spirituale che uno sviluppo esoterico subiscono. Questo contenuto sapere, laborare interiormente nella coscienza, possederlo in idee e concetti, possederlo come una certezza dell’essere dell’anima nel mondo spirituale, questo è qualcosa che sempre più come nutrimento spirituale necessario gli uomini avranno bisogno.
Questo è quello che ci mostra come si possa dalla cosa stessa la missione del nostro movimento antroposofico intendere. In tempi antichi era così che la conoscenza da sopra vi si animava e il contenuto a questa conoscenza da sotto gli veniva incontro. Perciò gli antichi dal mondo spirituale ancora una consapevolezza immediata avevano che però sempre più e più si spense e si intorpidì. Se non si fosse spento e intorpidito, così l’uomo non sarebbe giunto alla consapevolezza piena del suo Io. Alla consapevolezza piena del suo Io può l’uomo soltanto così giungere che nel massimo grado entro il suo corpo fisico quel fantasma di cadavere sviluppa di cui ho parlato. Deve per così dire il nostro corpo fisico come essenza trasparente completamente rivestito divenire con rivestimento di specchio, e soltanto quando esso completamente è stato rivestito, allora possiamo noi così sentire che diciamo: io sono un Io. Questo rivestimento completo però si è soltanto lentamente e gradualmente formato. Nel corso dello sviluppo dell’umanità si è formato, ed era questo sviluppo completato al tempo in cui il mistero del Golgota cadde. Allora era il rivestimento di specchio finito. Prima, ancora incontravano inferiore e superiore, ancora venivano nell’essenza umana inferiore e superiore insieme. Però per così dire completamente fu spinto fuori inferiore e superiore per il fatto che il rivestimento dello specchio era completo, e l’uomo soltanto la specchiatura dal corpo fisico percepirebbe. Questo era dapprima quando l’evento del Golgota nella sviluppo dell’umanità entrava.
Che cosa era dunque allora effettivamente accaduto? Sì, guardiamo soltanto estremamente attentamente a quello che era accaduto! Rappresentatevi così giustamente questi antichi uomini nei tempi prima del mistero del Golgota, rappresentatevi questa coscienza! Là viene da fuori l’animazione delle immaginazioni; da dentro si elevano immagini del mondo spirituale extrasensoriale. Che cosa sono queste immagini che si elevano nell’uomo? Come sappiamo, era questo in tempi antichi con una coscienza umana abbassata possibile. Coloro che queste cose conobbero, che in tempi antichi come iniziati potevano guardare nella anima umana, come in essa ancora viveva questo incontro della immaginazione animata da fuori, e da dentro lo scorgimento, questi non dicevano: l’uomo scorge da solo — bensì questi antichi iniziati dicevano: in lui guarda questo la sua mondo per esempio Jahve o Jehova, come era il caso ai vecchi ebrei. Il Dio pensa nell’uomo. Come noi oggi diciamo nel nostro ciclo evolutivo, quando abbiamo pensieri: io penso — così dicevano coloro che le cose sapevano in tempi antichi; quando gli scorgimenti emergevano dal mondo spirituale: Gli dei pensano in noi. — Oppure quando si riconobbe l’unità del divino nel monoteismo: Jahve pensa nell’uomo. L’uomo è la scena dei pensieri divini. — Riempiti sapevano gli uomini così da dire: In me pensano gli dei.
Però nello sviluppo umano riposava la necessità che questo divenisse sempre più impossibile. Per così dire sempre più inoltro si posava oscurità ai scorgimenti, ai pensieri dei divini nella natura umana. Il fantasma di cadavere interiore diveniva sempre più forte, sempre più significativo. Il tempo si avvicinava dove dalla natura umana ai divini nessun pensiero più emergeva. Allora sentì quell’essenza divina di cui si può dire, essa pensava attraverso l’essenza umana, che la sua consapevolezza — poiché questa consapevolezza consiste nei suoi pensieri — sempre più opaca, sempre più crepuscolare diveniva. E il desiderio insorsi in questo essere divino di una nuova forma della consapevolezza di far sorgere. Gli uomini venivano a una forma diversa della consapevolezza. I divini creando una nuova consapevolezza, creano con questo qualcosa di essenziale; per loro insorge con questo qualcosa di essenziale. E questo essenziale che insorsi era per l’ora divina in questione che sentiva la consapevolezza spegnersi: il Cristo. Il Cristo è il bambino della divinità che di nuovo ristabilisce la consapevolezza della divinità nell’essenza umana. Così dovette incorporarsi nella natura umana l’essenza del Cristo.
Dobbiamo la consapevolezza in noi accogliere: nel momento in cui percepiamo il mondo sensoriale, fluisce continuamente dentro di noi — morte. E oscurità e oscuramento fluiscono in noi nel momento in cui questo mondo pensiamo. E innato lasciamo in noi fluire mentre sentiamo e vogliamo. Tutto questo siede giù nei fondi della nostra coscienza; lì dentro lasciamo fluire la nostra morte e il nostro ancora innato che potremo usare soltanto dopo che avremo morto. Ma ciò sarebbe paralizzato se non potessimo farlo sprofondare nell’essenza che la divinità come l’essenza di una nuova consapevolezza si è partorita, se non potessimo farlo fluire nell’essenza del Cristo.
Questa consapevolezza possiamo avere in quanto il senso dell’evoluzione intera veramente riconosciamo attraverso la scienza dello spirito: Sì, mandiamo giù nei fondi subconsci quello che in noi muore. Ma accolta viene essa, questa morte che sempre più e più mandiamo giù nella nostra propria essenza, accolta viene essa del Cristo che vive contronoi. Nel quello che in noi muore, in noi si oscura, innato rimane, vive il Cristo per noi. Mandiamo giù colà nella nostra essenza quello che morire deve affinché al vero ideale dell’umanità con tutte le nostre disposizioni ci avviciniamo. Ma quello che versiamo come morte nella nostra essenza, lo versiamo nella essenza del Cristo così come dal fondamento del cristianesimo l’evoluzione umana la percorre dentro. E quello che in noi innato rimane, il nostro sentire e la nostra volontà, sappiamo che viene accolta dalla sostanza del Cristo nel che viene affondata dopo la morte.
Là in noi vive il Cristo, da quando ha vissuto il mistero del Golgota. Nel Cristo dentro mandiamo la morte che c’è con ogni percezione. E nella essenza del Cristo mandiamo l’oscuramento nel pensiero. Nella luce, nella luce spirituale solare del Cristo mandiamo i nostri pensieri oscurati dentro. E quando passiamo per la porta della morte, allora immergono i nostri sentimenti innati e la nostra volontà innata nella sostanza del Cristo. Comprendiamo lo sviluppo bene, così diciamo a questo sviluppo: Noi muoriamo nel Cristo dentro.
In Christo morimur.
Nel secondo dei discorsi pubblici qui tenuti ho tentato di descrivere, in grandi linee e per quanto possibile in un discorso pubblico, la vita quale essa si dispone per l’uomo fra la morte e una nuova nascita. Ciò che si è presentato a noi dovrà occuparci ancora nei due prossimi discorsi in modo più approfondito, approfondito specialmente dal fatto che dovrà apparirci come se illuminasse sempre più la vita anche qui nel mondo fisico. Però per giungere a una tale articolazione della presentazione, abbiamo bisogno della preparazione fornita nei tre discorsi precedenti e che sarà fornita ancora in questo oggi. Proprio questi discorsi dovranno metterci a disposizione i mezzi per approfondire ulteriormente ciò che è stato presentato pubblicamente.
Mi è stato detto più volte dai nostri amici che l’uomo, se vuole conoscere e comprendere i mondi spirituali — e nei mondi spirituali viviamo proprio fra la morte e una nuova nascita — deve acquisire in molte relazioni concetti e rappresentazioni che non si possono affatto ricavare dalle esperienze e dai vissuti del piano fisico, ma che, sempre più e più l’umanità se li acquisirà, avranno un’importanza infinita, un’importanza sempre crescente anche proprio per la vita sul piano fisico. Anzitutto vogliamo oggi chiarire una differenza dell’esperienza nel mondo spirituale e dell’esperienza sul piano fisico, differenza che fondamentalmente, quando si presenta a noi per la prima volta, deve sorprenderci in sommo grado e sembrarci strana, così che molto facilmente possiamo credere di non poter comprendere facilmente tali cose. Però quanto più ci addentriamo nella scienza dello spirito, tanto più vedremo che tali cose ci divengono sempre più e più comprensibili.
Quando passiamo per il piano fisico, quando lasciamo che i vissuti del piano fisico agiscano su di noi, una cosa deve particolarmente colpirci quando riflettiamo su di essa. È il fatto che su questo piano fisico abbiamo dinanzi a noi ciò che noi chiamiamo la realtà, l’esistenza, l’essere, la realtà. Si potrebbe dire: quanto più materiale è un uomo, tanto più fa assegnamento su ciò che trova sul piano fisico come realtà incombente dinanzi a sé. Diverso è il caso di ciò che vogliamo acquisire sul piano fisico come nostro sapere, la nostra conoscenza della realtà. Anzitutto come bambini dobbiamo essere educati a sviluppare capacità per acquisire un sapere, una conoscenza del piano fisico, e dobbiamo poi sempre continuare a lavorare. L’acquisizione di conoscenze presuppone un lavoro spirituale. La natura, cioè la realtà esterna, non consegna da se stessa ciò che in essa si cela come sapienza, come sua regolarità. Dobbiamo acquisire noi stessi la conoscenza di questa sapienza, di questa regolarità. Ed in questo consiste tutto lo sforzo conoscitivo umano: acquisire attivamente dalle esperienze e dai vissuti ricevuti passivamente ciò che si cela nelle cose come sapienza, come regolarità. Completamente diverso è il caso quando ci inoltriamo, o attraverso gli esercizi che conducono alla ricerca spirituale o attraverso il passaggio per la porta della morte, nel mondo spirituale. Certamente il rapporto dell’uomo verso l’ambiente spirituale non è in tutte le circostanze quale io ora lo descriverò; ma nei momenti importanti, nei vissuti importanti è così. Anche nella nostra vita sul piano fisico è così che non sempre ci affatichiamo a ricercare conoscenze, ma interrompiamo anche questo lavoro. Così ciò che ora descriverò non è un’imposizione continua nel mondo spirituale, ma è talora nel mondo spirituale necessario per noi.
La cosa sorprendente è questa: nel mondo spirituale all’uomo non manca la sapienza. Si può essere uno sciocco nel mondo sensibile, e la sapienza ti fluisce nel mondo spirituale semplicemente in tutta la sua realtà quando vieni semplicemente trasferito in questo mondo spirituale. La sapienza, ciò che noi nel mondo fisico faticosamente acquistiamo, ciò che dobbiamo conquistarci giorno per giorno se la vogliamo avere, la possediamo nel mondo spirituale come noi nel mondo fisico possediamo intorno a noi la natura. È sempre lì, ed è presente in misura abbondantissima. Per così dire possiamo dire: quanto meno sapienza ci siamo acquisiti nel piano fisico, tanto più abbondantemente questa sapienza ti fluisce nel piano spirituale. Ma ora abbiamo di fronte a questa sapienza nel piano spirituale un compito ben determinato.
Vi ho detto negli ultimi giorni che nel piano spirituale si ha dinanzi a sé l’ideale umano, il contenuto della religione divina, e che ci si deve fare strada attraverso di esso. Non si può se non si riesce nel piano spirituale ad applicare il proprio volere — cioè ora il volere che sente, il sentimento che vuole —, il volere e il sentimento così da diminuire continuamente la sapienza che continuamente ti fluisce, da portarle via sempre qualcosa. Si deve avere questa capacità, di sottrarsi sempre più e più alla sapienza che là si presenta. Qui sul piano fisico dobbiamo divenire sempre più e più sapienti, là dobbiamo sforzarci di applicare il nostro volere, il nostro sentimento così da togliere sempre più e più sapienza, oscurarla. Perché quanto meno là potrai togliere dalla sapienza, tanto meno troverai le forze per farti valere con queste forze così che ti avvicini come essere reale all’ideale umano. Questo avvicinarsi deve consistere nel togliere sempre più e più sapienza. Ciò che vi togliamo possiamo trasformare in noi stessi, così che la sapienza trasformata diventa le forze di vita che ci spingono verso l’ideale umano. Queste forze di vita dobbiamo acquisirci nel tempo fra la morte e una nuova nascita. Solo trasformando la sapienza che ci fluisce abbondantemente in forze di vita incontriamo in modo corretto la nuova incarnazione. E dobbiamo, quando di nuovo arriviamo sulla terra, aver trasformato tanta sapienza in forze di vita, aver sottratto tanta sapienza, che abbiamo abbastanza forze di vita per penetrare la sostanza ereditaria che riceviamo da padre e madre con forze di vita organizzanti sufficienti da un punto di vista spirituale. Dobbiamo dunque sempre più e più togliere dalla sapienza.
Se si ritrova dopo la morte un vero materialista, che nel piano fisico non riconosce alcuna realtà allo spirito, un tale materialista che durante la sua vita ha detto: tutto ciò di cui voi parlate circa lo spirito è follia, la vostra sapienza è la più pura fantasticheria, io la rifiuto completamente, io non ammetto nient’altro che la descrizione di ciò che è natura esterna — se dopo la morte si ritrova un tale uomo, si vede che gli fluisce tanta sapienza che non sa più dove mettersi. Da ogni dove gli fluisce lo spirito. Nella stessa misura in cui qui non ha creduto allo spirito, nella stessa misura là è dovunque inondato di spirito. Ora si presenta a lui il compito di trasformare questa sapienza in forze di vita, così che egli crei una realtà fisica nella prossima incarnazione. Egli deve far nascere da questa sapienza ciò che ha chiamato realtà, deve diminuire questa sapienza. Ma essa non vuole lasciarsi diminuire da lui, rimane come è. Non riesce a farne realtà. La mostruosa punizione dello spirito si erge dinanzi a lui: mentre qui sul piano fisico ha fatto assegnamento solo su realtà nella sua ultima vita, mentre ha completamente negato lo spirito, non riesce in alcun modo a salvarsi dallo spirito e non può realizzare nulla di questo spirito. Sta sempre di fronte al pericolo di non poter più tornare nel mondo fisico attraverso forze che egli stesso crea. Vive continuamente nella paura: Lo spirito mi spinge nel mondo fisico e allora avrò un’esistenza fisica che nega tutto ciò che nella vita precedente ho riconosciuto come giusto. Mi lascerò spingere dallo spirito nel mondo fisico, non riuscirò a farne io stesso una realtà.
Questo è certamente qualcosa di sorprendente, ma le cose stanno così. Per soffocarsi per così dire nello spirito dopo la morte e non trovare alcuna realtà come l’ha adorata prima della morte, la via è questa: essere un vero materialista prima della morte e negare lo spirito. Allora ci si soffoca o ci si annega nello spirito.
Queste sono certamente rappresentazioni che dobbiamo acquisirci via via nel nostro operare della scienza dello spirito. Perché se acquistiamo tali rappresentazioni, ci guidano anche nella vita fisica in modo armonico e ci mostrano per così dire come i due aspetti della vita devono integrarsi e bilanciarsi a vicenda. Fondiamo in noi l’istinto di realizzare veramente questo bilancio nella nostra condotta di vita.
Voglio ancora portare un altro caso che illustri il nesso fra la vita fisica e la vita spirituale. Prendiamo ora un caso ben concreto e particolare. Supponiamo che sul piano fisico abbiamo mentito a qualcuno. Non è vero, parlo di casi particolari. Se abbiamo mentito a qualcuno, ciò cade in un momento ben determinato. Ciò che ora descriverò come il corrispondente nel mondo spirituale cade di nuovo in un momento ben determinato fra la morte e una nuova nascita. Supponiamo dunque che a una certa epoca sul piano fisico abbiamo mentito a qualcuno. Allora durante il nostro soggiorno nel mondo spirituale, sia che vi arriviamo attraverso l’iniziazione sia attraverso la morte, giunge un momento in cui la nostra anima è completamente, completamente riempita dalla verità che avremmo dovuto dire. Ma questa verità che ci tormenta, questa verità sta dinanzi a noi, tormentandoci nella stessa misura in cui ci eravamo allontanati da essa con la menzogna. Basta dunque mentire sul piano fisico per far sorgere un momento nel mondo spirituale in cui siamo tormentati dalla verità corrispondente, dalla verità opposta alla menzogna, perché questa verità vive in noi e ci brucia e non la possiamo sopportare. La nostra sofferenza consiste soprattutto nel fatto che vediamo: questa è la verità. Ma siamo fatti così che questa verità non ci procura piacere, nessuna gioia, nessuna soddisfazione, ma ci tormenta. Essere tormentati dalle cose buone, da ciò di cui si sa che dovrebbe elevare, essere tormentati — questo appartiene alle particolarità delle esperienze nel mondo spirituale.
Basta nel corso della vita essere stati pigri una volta dinanzi a una cosa che la diligenza avrebbe costituito dovere, allora viene un momento nel mondo spirituale in cui la diligenza che ci mancava allora vive in noi. È lì, la diligenza, viene certissimamente, vive in noi quando una volta siamo stati così veramente pigri sul piano fisico. Viene allora un momento in cui per necessità interna dobbiamo assolutamente applicare in noi questa diligenza. Ci diamo completamente a questa diligenza, e sappiamo che essa è qualcosa di enormemente prezioso, ma ci tormenta, ne soffriamo.
O prendiamo un caso che forse riposa meno nella volontà umana, che giace in altri processi della vita, che per così dire si svolgono più nei fondamenti dell’essere e sono collegati col decorso del nostro karma. Prendiamo il caso in cui abbiamo passato attraverso una malattia nella vita fisica. Se nella vita fisica abbiamo attraversato una malattia che ci ha procurato dolori e simili, allora sperimentiamo in un certo momento nel mondo spirituale l’umore opposto, la costituzione opposta: quella della salute, dello star bene. Nella stessa misura in cui la malattia ci ha indebolito, questo umore di salute ci fortifica nel nostro soggiorno nel mondo spirituale. Questo è un caso che forse non soltanto come le altre cose qui portate sconvolge il nostro intelletto, ma che penetra molto più profondamente in ciò che è affettivo della nostra anima, questa anima irrita. Sappiamo che le cose della scienza dello spirito sempre devono essere comprese col sentimento. Ma in questo caso dobbiamo considerare quanto segue: dobbiamo renderci chiari che qui è come un’ombra sul nesso fra la malattia fisica e la salute che ci fortifica nel mondo spirituale. Il nesso è vero, ma c’è qualcosa nel petto dell’uomo che per quanto riguarda il sentimento non può essere completamente d’accordo con questo nesso. Questo deve essere completamente ammesso. Per questo però questo nesso ha ancora un altro effetto quando è veramente afferrato da noi. E questo effetto può essere caratterizzato nel modo seguente.
Prendiamo il caso che un uomo si penetri di scienza dello spirito, che un uomo si sforzi seriamente di assumere in sé veramente la scienza dello spirito, non come si assume un’altra scienza. Questa si può studiare teoricamente, in semplici pensieri e concetti ci si può appropriare ciò che essa dà. La scienza dello spirito non la si deve mai assumere solo così. Deve divenire come sangue spirituale di vita in noi. La scienza dello spirito deve muoversi e vivere in noi, deve effettivamente in tutti i concetti che ci dà suscitare in noi anche sentimenti, emozioni. Non c’è praticamente nulla in questa scienza dello spirito per chi veramente l’ascolta con retto orecchio che non ci elevi da un lato o non ci lasci guardare d’altro canto negli abissi dell’essere, proprio per farci trovare la via anche in questi abissi. Si può dire: chi comprende rettamente la scienza dello spirito, persegue ciò che essa dice ovunque anche con questi o quei sentimenti. Chi assume in sé la scienza dello spirito, semplicemente attraverso il fatto che i concetti della scienza dello spirito vivono in lui, che egli si appropria quelle abitudini di rappresentazione che ora sono state indicate come necessarie di fronte alla scienza dello spirito, veramente trasforma già la sua anima nel mondo fisico. Mi sono spesso richiamato su come lo studio, lo studio serio della scienza dello spirito stesso appartenga ai migliori, agli esercizi più penetranti.
Ora a poco a poco si manifesta nell’uomo che così si addentra nella scienza dello spirito qualcosa di singolare. Un tale uomo, che forse fa esercizi, forse nemmeno fa esercizi per divenire lui stesso ricercatore spirituale, ma che seriamente si sforza di comprendere la scienza dello spirito, un tale uomo a lungo, a lungo non potrà pensare di poter vedere personalmente qualcosa in modo chiaroveggente. Potrà farlo una volta, ma questo potrebbe ancora essere un ideale lontano per lui. Ma chi la scienza dello spirito nel senso indicato veramente lascia agire sulla sua anima, costui vedrà che nella sua anima cambiano gli istinti della vita, i più inconsci impulsi della vita. La sua anima diviene veramente diversa. Non ci si addentra nell’operare della scienza dello spirito senza che questa scienza dello spirito influisca istintivamente l’anima, la renda diversa, le dia altre simpatie e antipatie, la pervada di una luce, così che senta se stessa più sicura che prima. Lo si può notare in ogni campo della vita; in ogni campo della vita la scienza dello spirito si manifesta nel modo descritto. Si può essere un uomo inetto nella vita e si diventa cultore della scienza dello spirito, e si vedrà che, senza aver fatto nient’altro che permeare se stessi di questa scienza dello spirito, si diviene fino nei gesti più desti. Non dite: conosco cultori della scienza dello spirito molto inetti, non sono divenuti affatto desti! Cercate di riflettere su come questi tuttavia non si sono ancora, come il loro karma richiede, veramente penetrati interiormente della scienza dello spirito. Si può essere un pittore, maneggiare la pittura fino a un certo grado. Se si diviene cultore della scienza dello spirito, si vedrà che ciò che ora è stato indicato fluisce nel maneggio istintivo dell’arte pittorica. Si mescolano più facilmente i colori, le idee che si vogliono avere vengono più facilmente. O supponiamo che si sia un erudito, si debba fare un certo lavoro scientifico. Molti che sono in questo caso sapranno che cosa costi spesso la fatica di raccogliere la letteratura per risolvere una certa questione. Se si diviene cultore della scienza dello spirito, non si va più come prima nelle biblioteche e non ci si fa dare dapprima cinquanta libri che non servono a nulla, ma si afferra direttamente il giusto. La scienza dello spirito veramente penetra nella vita, rende diversi gli istinti, immette nella nostra anima impulsi che ci collocano più desti nella vita.
Naturalmente ciò che dirò ora deve sempre essere considerato in nesso col karma umano. All’uomo il karma è sottoposto in tutte le circostanze; questo deve sempre considerarsi. Ma ora, considerato il karma, è questo il fatto: Supponiamo che una certa specie di malattia colpisca colui che si è penetrato della scienza dello spirito nel modo descritto, e nel suo karma sia che egli possa essere guarito. Naturalmente il karma può includere che la malattia non possa essere guarita. Ma il karma non parla mai quando abbiamo una malattia dinanzi a noi in modo che in senso fatalistico la malattia dovrebbe seguire in qualche modo, essa può essere guarita o non può essere guarita. Colui che si è penetrato della scienza dello spirito riceve nella sua anima piantato un istinto che l'aiuta a contrapporre alla malattia e alle sue debolezze da se stesso il corrispondente rinvigorente o giusto. Ciò che altrimenti si sperimenta come conseguenze della malattia nel mondo spirituale, ciò agisce ancora dentro le anime, per quanto ancora si vive nel corpo fisico, agisce come istinto. Si previene la malattia oppure si trovano in se stessi i sentieri verso le forze di guarigione. Se la coscienza chiaroveggente trova i giusti fattori di guarigione per questa o quella malattia, questo accade nel modo seguente: Un tale chiaroveggente ha la possibilità di avere dinanzi a sé l’immagine della malattia. Supponiamo dunque che abbia dinanzi a sé l’immagine: questa è la malattia; così e così agisce indebolente sull’uomo. Dal fatto che il soggetto ha coscienza chiaroveggente, gli si presenta come contro-immagine l’altro: il corrispondente umore di guarigione e il rinvigorimento che sgorga dall’umore. Ciò che all’uomo che era malato nel mondo fisico viene come compensazione nel mondo spirituale, questo si presenta al chiaroveggente. Da questo può dare i suoi consigli. Non bisogna nemmeno essere un chiaroveggente pienamente sviluppato, ma questo può emergere istintivamente dall’osservazione dell’immagine della malattia. Però ciò che nella coscienza chiaroveggente produce ciò che come compensazione effettivamente viene nel mondo spirituale, questo è qualcosa che appartiene all’immagine della malattia come l’andata del pendolo da un lato appartiene all’andata d’altro canto. Proprio da questo esempio vedete come è il rapporto del piano fisico al mondo spirituale, e come fruttuoso per la condotta di vita sul piano fisico può essere il sapere, il riconoscere del mondo spirituale.
Torniamo ancora una volta a ciò che oggi è stato portato come caso concreto: come la natura sul piano fisico, così lo spirituale, lo spirituale ricco di sapienza ci circonda nel mondo spirituale, che è sempre lì. Ebbene, proprio quando questo in modo particolare comprendete, allora sui processi del mondo spirituale si getterà una luce che è straordinariamente importante. Nel mondo fisico possiamo passare dalle cose così che, mentre le consideriamo, diciamo: Come sta il fatto di questa cosa? Come si comporta dunque? Qual è la legge di questo essere, di questo processo? Oppure, passiamo ottusamente oltre senza domandare nulla. Non impareremo mai sul piano fisico nulla di ragionevole se non siamo come spinti dalle cose a porre domande conoscitive, se le cose non ci pongono enigmi così che questi enigmi sorgono in noi. Solo guardando le cose e i processi non arriveremo mai sul piano fisico a un’anima che si guida da sé. Sul piano spirituale è diverso. Sul piano fisico poniamo domande alle cose e ai processi, e dobbiamo sforzarci di esaminare le cose per scoprire come possiamo formare da esse la risposta alla domanda che ci poniamo. Dobbiamo esaminare le cose. Sul piano spirituale sta così: le cose e gli esseri intorno a noi sono spirituali; e le cose non poniamo noi domande, bensì sono le cose che ci pongono domande. Le cose ci pongono domande, stanno lì, i processi e gli esseri, e noi stiamo loro di fronte e siamo continuamente da loro interrogati. Dobbiamo ora avere la capacità di estrarre dal mare infinito di sapienza ciò che può rispondere alle domande che là ci sono poste. Non dobbiamo cercare le risposte dalle cose e dai processi, bensì da noi stessi, perché le cose ci pongono domande, dovunque intorno a noi ci sono le cose che domandano.
Ancora si aggiunge quanto segue: Supponiamo di stare dinanzi a un processo o a un essere del mondo spirituale; non stiamo propriamente dinanzi a esso se non per il fatto che esso ci pone una domanda. Supponiamo che ponga la domanda. Stiamo lì con la nostra sapienza. Ma non troviamo la capacità di sviluppare un tale volere, un sentimento che vuole, una volontà che sente, così da poter dare da questa sapienza la risposta, benché sappiamo: le risposte sono in noi. Il nostro interiore è di profondità infinita, tutte le risposte sono in noi, ma non troviamo la capacità di dare veramente la risposta. E la conseguenza è che precipitiamo nel flusso del tempo e perdiamo l’occasione, il momento giusto cioè, di dare la risposta, perché non ci siamo acquisiti la capacità, forse attraverso il nostro sviluppo precedente, di avere la maturità di rispondere già in questo momento a questa domanda. Ci siamo sviluppati troppo lentamente riguardo a ciò a cui avremmo dovuto rispondere: potremmo rispondere solo più tardi. Ma l’occasione non ritorna, l’abbiamo mancata. Non abbiamo sfruttato tutte le occasioni. Così passiamo oltre a cose e processi senza dar loro risposta. Tali esperienze le facciamo continuamente nel mondo spirituale. Accade dunque che nella vita fra la morte e una nuova nascita stia dinanzi a noi un essere che ci pone una domanda. Non siamo arrivati attraverso le nostre vite terrestri e le vite spirituali intermedie, ora quando esso ci pone domanda, a dare una risposta. Dobbiamo passare oltre, dobbiamo entrare nella prossima incarnazione. La conseguenza è che dobbiamo ricevere di nuovo dagli dèi buoni, senza nostra consapevolezza, nella prossima incarnazione terrestre gli impulsi affinché la prossima volta non passiamo di nuovo dalla stessa domanda. Così sono i nessi.
Ho spesso menzionato che, quanto più indietro andiamo nell’evoluzione umana, tanto più vediamo come gli uomini non hanno avuto l’attuale costituzione spirituale, bensì sul piano fisico avevano una specie di chiaroveggenza. Dalla chiaroveggenza opaca, sognante, si è sviluppata la nostra attuale percezione delle cose. E quanto più troviamo uomini che stanno ancora a livelli elementari dello sviluppo dell’anima, tanto più troviamo il loro pensare e sentire affine alla chiaroveggenza originaria. Benché la vera chiaroveggenza, intendo primitiva, atavistica chiaroveggenza, diventi sempre più e più rara, tuttavia quando si esce verso condizioni rurali elementari, si trovano tuttavia uomini che si sono conservati qualcosa dai tempi antichi, così che si trovano echi dei tempi della chiaroveggenza precedente. Questa chiaroveggenza ci mostra, anche se in forma opaca, sognante, perché è un guardare nei mondi spirituali, singolarità che ci si presentano di nuovo nella chiaroveggenza sviluppata, solo che là non è opaca, sognante, bensì chiara e distinta. La scienza dello spirito ci mostra che l’uomo, come egli è ora in questo ciclo temporale attuale, quando passa attraverso la vita fra la morte e una nuova nascita, deve continuamente e sempre più dare risposta alle giuste volte agli esseri che pongono domande. Perché da ciò se egli può dare risposta dipende il suo corretto ulteriore sviluppo, il suo avvicinamento all’ideale degli dèi dell’uomo perfetto. Come detto, gli uomini antichi avevano trasferito ciò nel sognante, ed è rimasto un residuo nel numerosi motivi da fiaba e leggenda. Diventano sempre meno nel popolo. Ma questi motivi da fiaba e leggenda ci raccontano più o meno così: Questo o quel personaggio incontra un essere spirituale che continuamente e ripetutamente gli pone domande, e egli gli sta dinanzi, deve rispondere. Ma egli ha la consapevolezza: fino a un certo tocco di campana o simile deve rispondere. Questo, che si potrebbe chiamare il motivo della domanda delle fiabe e delle leggende, è assai diffuso. È stato nella precedente chiaroveggenza sognante la stessa cosa che ora si ripresenta nel mondo spirituale nella forma come l’ho descritta. Generalmente ciò che caratterizza il mondo spirituale può essere una guida meravigliosa per comprendere nel modo giusto miti, leggende, fiabe e simili e collocarli al loro posto a cui appartengono. Proprio questo è un punto dove si vede come ovunque, anche nella cultura spirituale del presente l’evoluzione sta dinanzi alla porta della scienza dello spirito. È interessante che un libro per molti versi di bell’intenzione come quello del mio defunto amico Ludwig Laistner, «L’Enigma della Sfinge», è per questo insufficiente, perché se fosse dovuto essere sufficiente, avrebbe dovuto trattare i motivi di questa domanda, che Ludwig Laistner in particolare ha trattato diffusamente, dalla conoscenza della scienza dello spirito, perché dunque l’autore avrebbe dovuto sapere qualcosa del gioco della verità della scienza dello spirito nella cosa.
Vediamo dunque, quando proprio ci mettiamo dinanzi i casi caratteristici qui enumerati, che si tratta di qualcosa di ben determinato nel comportamento nel mondo spirituale. Raccogliere conoscenze nel mondo spirituale come qui sul piano fisico, questo non è il punto. Il punto è proprio diminuire queste conoscenze, cioè trasformare la forza conoscitiva in forza di vita. Non si può essere ricercatore nel mondo spirituale nel senso in cui si può esserlo nel mondo fisico; là sarebbe molto fuori posto. Perché là si può sapere tutto, tutto sta intorno a uno. Ciò su cui importa è che si possa sviluppare la volontà e il sentimento di fronte al sapere, di fronte alla conoscenza, così che nel singolo caso si tiri fuori da tutto il tesoro della propria volontà esattamente ciò per cui si può applicare la sapienza, altrimenti si soffoca o si annega nella sapienza. Così mentre qui nel mondo fisico importa il pensare, là nel mondo spirituale importa lo sviluppo corrispondente della volontà, della volontà che sente, della volontà che dalla sapienza prepara, forma la realtà, della volontà che diviene forza creativa, una specie di forza creatrice. Abbiamo là lo spirito come abbiamo qui la natura; ma portare lo spirito alla natura, questo è il nostro compito. Un bel detto è rimasto della letteratura teosofica della prima metà del 19° secolo da Oetinger, che ha vissuto a Murrhardt nel Württemberg, e che nel suo proprio sviluppo spirituale era tanto avanzato che poteva consapevolmente in certi tempi essere ausiliare per esseri spirituali, dunque anime che non sono sul piano fisico. Ha coniato il detto notevole, che è assai bello e assai giusto: La natura e la forma naturale è la fine della forza creatrice spirituale. — Ciò che io ora ho sviluppato dal mondo spirituale stesso sta in questo detto. Nel mondo spirituale la forza creatrice tende a portare ciò che in sapienza prima fluisce e ondegggia, su alla realtà. Come qui dalla realtà fisica la sapienza si estrae, là si fa il contrario. Dalla sapienza si ha il compito di creare realtà, di vivere in realtà ciò che là è in sapienza. La fine delle vie divine è realtà formata.
Così vediamo: dipende da sentimento permeato di volontà, da volontà permeata di sentimento, che si trasformano in forza creativa, forza creatrice, che dobbiamo applicare là nel mondo spirituale come dobbiamo sforzarci qui nel mondo fisico nel nostro pensare ricercatore, per giungere nel mondo fisico alla sapienza.
Ora si tratta del fatto che per questa possibilità nel mondo spirituale sviluppiamo il sentimento e il pensiero nel modo giusto, che ci prepariamo per questo già qui sul piano fisico in un modo come è giusto per l’attuale ciclo temporale. Perché tutto ciò che nel mondo spirituale accade fra la morte e una nuova nascita è conseguenza di ciò che nel mondo fisico accade fra la nascita e la morte. Certamente ciò che nel mondo spirituale è, come abbiamo visto, è così diverso che dobbiamo acquisirci completamente nuove rappresentazioni e concetti se vogliamo comprendere il mondo spirituale. Ma tuttavia: come causa ed effetto i due sono reciprocamente interconnessi. Solo allora comprendiamo i nessi fra lo spirituale e il fisico se veramente li riconosciamo come nessi di causa ed effetto. Dobbiamo prepararci nel mondo fisico. Per questo ora vorrei considerare un po’ la questione: Come ci prepariamo nell’attuale ciclo temporale nel modo giusto sul piano fisico, così che abbiamo sufficienti impulsi interiori nel mondo spirituale, sia che entriamo per iniziazione sia che entriamo attraverso la porta della morte, per avere veramente la forza spirituale di trarre da questa sapienza data ciò di cui abbiamo bisogno, per trasformare realtà da questa sapienza che fluisce e ondegggia? Da dove ci viene una tale forza? Importa dovunque che rispondiamo a tali cose per il nostro ciclo temporale. Nei tempi in cui gli uomini pensavano così che si formavano le prime fonti più originarie dei motivi delle leggende menzionati, era diverso. Ma da dove ci viene tale forza dell’anima nell’attuale ciclo temporale?
Per poter avvicinarsi a una risposta, vorrei ricorrere al seguente. Si può guardare attorno nelle diverse filosofie e si può cercare presso i filosofi il modo in cui giungono al concetto di Dio. Allora naturalmente devono essere filosofi che hanno abbastanza profondità spirituale per essere convinti dal mondo che si può parlare di una divinità che permea il mondo. Nel 19° secolo basta prendere Lotze, che nella sua filosofia della religione ha cercato di creare qualcosa che sia in accordo con la sua altra filosofia. Ma si potrebbero prendere anche altri filosofi che davvero erano abbastanza profondi per avere così a dire anche una filosofia della religione. Una singolarità si troverà presso tutti questi filosofi, una singolarità ben determinata. Sì, al divino questi filosofi con le loro considerazioni dal piano fisico giungono pensando; pensano, ricercano in modo filosofico, giungono, come è proprio il caso in Lotze, al fatto che i fenomeni e gli esseri del mondo sono tenuti insieme da un fondamento divino che tutto permea e tutto porta a una certa armonia. Ma se si entra più a fondo in tali filosofie della religione, esse hanno sempre una singolarità. Si giunge proprio a un essere divino che tutto permea e tutto penetra, e se si considera più da vicino questo essere divino, questo Dio dei filosofi, si scopre che è più o meno il Dio che la religione ebraica o specialmente la religione cristiana chiama il Dio padre, Dio padre. La filosofia può giungere a questo. Essa può considerare la natura e essere abbastanza profonda per non negare in modo materialistico sciocco tutto il divino, può giungere al divino, giunge però al Dio padre. Si può mostrare esattamente, se si seguono i filosofi, che la sola filosofia come filosofia pensante non può condurre a nulla di diverso da un Dio padre monoteistico. Se presso singoli filosofi, ad esempio presso Hegel e altri, si presenta il Cristo, allora non viene dalla filosofia — questo si può provare — è preso dalla religione positiva. Le persone hanno saputo che la religione positiva ha il Cristo, allora hanno potuto parlarne. La differenza è questa: il Dio padre si può trovare nella filosofia; il Cristo non si può trovare con alcuna filosofia attraverso considerazione pensante. È completamente impossibile.
Questo è un detto che vi consiglierei di considerare bene e di riflettere molto su di esso. Se lo comprendete rettamente, vi conduce nelle profondità assai significative della ricerca umana e dello sforzo dell’anima. Ma è certamente connesso con qualcosa che nella religione cristiana è espressa in modo bellissimo, simbolicamente, in forma di immagine: cioè col fatto che si concepisce il rapporto di questo altro Dio, il Cristo, al Dio padre come il rapporto del figlio al padre. Questo è assai significativo, benché sia solo un simbolo. È interessante che con questo ad esempio Lotze non può fare nulla. Non si può prendere letteralmente questo simbolo, dice Lotze, perché non può un Dio essere il figlio dell’altro Dio, pensa. Ebbene, c’è tuttavia qualcosa di assai significativo in questo simbolo. Fra il padre e il figlio c’è qualcosa come il rapporto di causa ed effetto. Perché in certo senso si può cercare nel padre la causa del figlio. Il figlio non ci sarebbe se il padre non ci fosse. Ma una singolarità si deve considerare: cioè l’uomo che eventualmente può avere un figlio, ha assolutamente anche la possibilità di non averne, può essere senza figli. Egli sarebbe allora lo stesso uomo. La causa è l’uomo A, l’effetto è l’uomo B, il figlio. Ma l’effetto non deve verificarsi, l’effetto è un atto libero, l’effetto segue dalla causa come un atto libero. Perciò, quando si studia una causa e la si considera in nesso con il suo effetto, non si deve domandare soltanto l’essenza della causa, perché così non si è fatto nulla, ma si deve poi domandare se la causa veramente causa, e questo è il punto decisivo. Ora tutta la filosofia ha la singolarità che procede lungo il filo del pensiero, sviluppa un membro dall’altro, così a dire cerca nel primo già il seguente. Così hanno ragione come filosofie. Ma così non si giunge mai a quel rapporto che risulta quando si considera che la causa non ha bisogno affatto di causare. La causa può, nella sua essenza, nella sua essenza essere la stessa, se come causa qualcosa causa oppure no. Questo non cambia nulla nell’essenza della causa. E questo significativo è per noi posto nel simbolo di Dio padre e Dio figlio: il Cristo si aggiunge come creazione libera al Dio padre, come una creazione che non segue immediatamente da lui, bensì si colloca come atto libero accanto alla creazione precedente; che avrebbe anche la possibilità di non essere; che dunque al mondo non è dato perché il padre doveva dare al mondo il figlio, bensì il figlio è dato al mondo come atto libero, per grazia, per libertà, per amore che si dà liberamente nella sua creazione. Perciò non si può mai per lo stesso tipo di verità per cui i filosofi giungono al Dio padre giungere anche al Dio figlio, al Cristo. Per giungere al Cristo è necessario aggiungere alla verità filosofica la verità di fede, oppure — perché il tempo della fede sempre più decresce — aggiungere l’altra verità che viene dalla ricerca chiaroveggente, che come atto libero deve prima svilupparsi nell’anima umana.
Perciò si deve dire: come dalla disposizione dei processi naturali si prova che Dio c’è, così non si può mai esteriormente nella catena di cause ed effetti provare che il Cristo c’è. Il Cristo è stato e può passare accanto alle anime umane se esse non sentono da loro stesse la forza di dire: Sì, questo è il Cristo. Appartiene un attivo raccogliersi verso l’impulso della verità per riconoscere in colui che fu come Cristo il Cristo. Alle altre verità che stanno nell’ambito del Dio padre possiamo essere costretti se solo ci affidiamo al pensare e l’applichiamo conseguentemente, perché essere materialista e insieme negare Dio significa essere illogici. La filosofia della religione nel senso di Lotze, e come la filosofia della religione può essere, nasce così che per il pensare siamo costretti al divino di questa filosofia della religione. Ma mai in pari modo per la sola filosofia si può essere condotti a riconoscere il Cristo. Questo deve essere il nostro atto libero. Allora solo due cose sono possibili: oppure si tira la conseguenza ultima della fede, oppure si fa inizio alla ricerca del mondo spirituale con la scienza dello spirito. La conseguenza ultima della fede si tira quando si dice, come il filosofo russo Solov’ev: Sì, riguardo a tutte quelle verità filosofiche che l’uomo guadagna sul mondo, così che si lascia forzare attraverso la sua logica, l’uomo non sta in alcuna verità libera. Proprio questa è la verità superiore che non ci forza, che è il nostro atto libero: la verità della fede suprema. In questo si perfeziona la dignità suprema per Solov’ev: egli dice: La verità superiore che riconosce il Cristo, questa è la verità che come atto libero crea, che non si può forzare. — Per il ricercatore spirituale e per colui che comprende la scienza dello spirito, nasce di nuovo il sapere. Ma questo è un sapere attivo, che si eleva dal pensare all’Immaginazione, all’Ispirazione, all’Intuizione, che diviene interiormente creativo, che nella creazione si immedesima nei mondi spirituali e così diviene simile a ciò che dobbiamo sviluppare, sia che entriamo per iniziazione o che per la morte entriamo nel mondo spirituale.
La sapienza che ci si impone sulla terra, questa l’abbiamo nel mondo spirituale in abbondanza, come qui sul piano fisico abbiamo i fenomeni della natura. Ciò su cui importa nel mondo spirituale è che abbiamo l’impulso, la forza, di fare qualcosa da questa sapienza, per creare per suo mezzo realtà. Creazione libera dalla sapienza, azione spirituale come atto, questo è ciò che deve vivere in noi come impulso. Questo non possiamo avere se non troviamo il rapporto giusto al Cristo. Il Cristo è quell’essere che non si può provare dalla logica esterna dell’intelletto legato al cervello, che però si prova, che si realizza in noi mentre acquisiamo sapere spirituale. Come atto libero la scienza dello spirito si associa all’altra scienza, così si aggiunge il sapere del Cristo, non appena ci avviciniamo a quel mondo in cui entriamo attraverso la ricerca spirituale, o che entriamo entrando per la porta della morte. Nel momento in cui nel ciclo temporale attuale vogliamo entrare nel mondo spirituale in modo salutare, cioè dove vogliamo morire dal mondo fisico, abbiamo bisogno di un tale rapporto al mondo quale guadagniamo se ci comportiamo nel modo giusto verso il Cristo. Un Dio che è come il Dio padre della religione cristiana, questo possiamo guadagnarlo attraverso la considerazione della natura, possiamo guadagnarlo attraverso la considerazione che risulta mentre viviamo nel corpo fisico. Comprendere rettamente il Cristo senza la tradizione, senza la trasmissione, puramente dalla conoscenza stessa, è possibile solo attraverso la scienza dello spirito. Essa conduce negli ambiti che l’uomo attraversa con il morire, sia questo il morire che è un morire simbolico, il venir fuori dal corpo fisico per sapere la propria anima fuori dal corpo, sia l’altro morire attraverso la porta della morte. Ci equipaggiamo rettamente con gli impulsi di cui abbiamo bisogno mentre attraversiamo la porta della morte se troviamo il giusto rapporto al Cristo. Nel momento in cui si tratta di abbandonare il corpo fisico, sia che entriamo nello sviluppo della scienza dello spirito, sia che veramente attraversiamo la porta della morte, nel momento in cui si tratta di morire, di abbandonare il corpo fisico, dipende dal fatto che nel ciclo temporale attuale stiamo nel modo giusto di fronte a quell’essere che è venuto nel mondo affinché troviamo il rapporto verso di esso. Il Dio padre possiamo trovarlo come viventi. Il Cristo lo troviamo quando comprendiamo nel modo giusto l’entrare nello spirito, il morire. Nel Cristo muoriamo.
In Christo morimur.
Compito mio ora è di parlare ancora una volta dei processi tra la morte e una nuova nascita, ma utilizzando quelle rappresentazioni che nei quattro ultimi discorsi abbiamo potuto acquisire. Naturalmente, poiché dovrà essere trattato con una certa brevità, molte cose di questo tema così ampio potranno solo essere indicate, molte cose che forse non seguono dalla presentazione figurata dovranno essere elaborate. Ma quello che i nostri cari amici antroposofici oggi non troveranno ancora completamente, si rivelerà nel corso dell’ulteriore conoscenza della scienza dello spirito.
Quando l’uomo è passato attraverso la porta della morte, ha abbandonato il suo corpo fisico; il corpo fisico è affidato agli elementi della terra. Detto diversamente, potremmo dire anche di lui: Il corpo fisico si è elevato al di sopra delle forze e delle leggi che lo permeano — dal vero uomo — tra la nascita e la morte, e che sono altre leggi rispetto alle mere leggi chimiche e fisiche, a cui esso succumbe poi dopo la morte come corpo fisico. Dal punto di vista del mondo fisico, l’uomo ha naturalmente la visione: di quello che è essenza umana è rimasto sul piano fisico quello che appartiene a questo piano fisico. Questo che appartiene al piano fisico è ora affidato al piano fisico. Per l’uomo stesso e per tutta la concezione del mondo spirituale, però, conta il punto di vista che il morto — l’uomo che ha oltrepassato la porta della morte — ha dovuto assumere. Per lui il distacco del corpo fisico significa un processo interiore, un processo dell’anima; per i sopravvissuti ciò che accade al corpo fisico dopo la morte è un processo esteriore. L’interno dell’uomo, la natura spirituale-animale del morto non si esprime più in tal modo che rimane come spoglia mortale.
Per l’uomo stesso, però, che ha oltrepassato la porta della morte, è tuttavia qualcosa legato al distacco dal corpo. Significa un’esperienza animica interiore: Tu sei uscito dal tuo corpo fisico e lasci dietro di te questo corpo fisico.
È straordinariamente difficile — direi — dal punto di vista del piano fisico, descrivere correttamente quello che accade all’interno dell’anima dell’uomo. Poiché è un processo interiore che in fondo ha qualcosa di enormemente onnicomprensivo, qualcosa di enormemente significativo. È un processo interiore che in fondo dura poco tempo, ma è di un significato universale per l’intera vita umana. Bene, se si volesse descrivere il contenuto rappresentativo di quello che accade all’anima, questo contenuto rappresentativo, che naturalmente oggi in una conferenza pubblica non si può ancora affrontare, poiché frappierebbe troppo il pubblico — anche se forse verrà il momento —, se si volesse descrivere il processo rappresentativo esteriore, cioè ora spiritualmente esteriore, con cui inizia il cammino che si svolge tra la morte e una nuova nascita, allora si potrebbe dire che colui che ha oltrepassato la porta della morte ha dapprima il sentimento: Tu sei ora in un rapporto completamente diverso con il mondo da come eri prima, e l’intero rapporto precedente che avevi con il mondo è in fondo rovesciato, completamente rovesciato. Veramente, si dovrebbe descrivere nel modo seguente, se si volesse descrivere quello che viene provato in forma di rappresentazione. Si dovrebbe dire: L’uomo ha vissuto sulla terra fino alla sua morte, era abituato in questo tempo a stare sulla terra solida e materiale, su questa terra materiale a vedere gli esseri dei regni minerale, vegetale, animale, montagne, fiumi, nuvole, stelle, sole e luna, ed era abituato — attraverso il suo proprio punto di vista e attraverso le capacità presenti nel suo corpo fisico — a rappresentarsi tutto questo nel modo in cui d’altronde ce lo rappresentiamo, benché oggi per il copernicanesimo sappiamo che in fondo è un’immagine illusoria: lassù c’è la volta celeste blu come una volta celeste, lì ci sono le stelle sopra, il sole e la luna vi tramontano e sorgono e così via, noi stessi siamo come dentro questa volta, in questa sfera cava, dentro, al centro, sulla terra, con quello che la terra mostra alla nostra percezione.
Non si tratta per noi del fatto che ciò è un’immagine illusoria, che noi stessi attraverso la limitatezza delle nostre facoltà ci formiamo questo blu contorno, bensì del fatto che noi semplicemente non possiamo che vederlo. Vediamo appunto quello che è solo per la limitatezza delle nostre facoltà, vediamo appunto una sfera blu formarsi come firmamento sopra di noi. Quando ora l’uomo è passato attraverso la porta della morte, la prima cosa è che deve formare la rappresentazione della sua anima: Tu sei ora al di fuori di questa sfera blu nel che eri. La guardi da fuori, ma come se fosse ristretta a una stella. Dapprima non si ha consapevolezza del mondo stellare in cui veramente ci si espande, bensì dapprima si ha solo consapevolezza di quello che si è abbandonato: di aver abbandonato la sfera di consapevolezza che si aveva nel corpo fisico, di aver abbandonato ciò fino a dove le facoltà umane, sviluppate nel corpo fisico, hanno potuto farci guardare. È veramente — ma spiritualmente — qualcosa di simile accaduto, come dovrebbe accadere se con il consapevole vivere un pulcino, che è dentro il guscio dell’uovo, lo rompesse e poi vedesse il guscio d’uovo rotto — che l’ha circondato finora — il suo precedente mondo, da fuori invece che da dentro. Certamente questa rappresentazione è di nuovo Maia che passa attraverso l’anima umana, ma una Maia necessaria. Come detto, ristretta come a una stella è quello che precedentemente ci dava il contenuto della nostra consapevolezza, solo che da questa stella si espande quello che si potrebbe chiamare: saggezza cosmica raggiante.
Questa saggezza cosmica raggiante è la stessa che ho affrontato anche ieri nell’ultimo discorso, e di cui ho detto che l’abbiamo in abbondanza. Luccica e brilla verso di noi come da una stella infuocata. Ora non è blu come il firmamento, ma ora è infuocato, rossastro fiammeggiante, e da essa irradiandosi nello spazio l’abbondanza di saggezza che ci mostra però — in se stessa completamente mobile — quella che potrebbe essere chiamata il tableau della memoria della nostra ultima vita terrena. Tutti i processi che abbiamo attraversato con la nostra vita interiore dell’anima tra la nascita e la morte, dove eravamo consapevolmente presenti, emergono dinanzi alla nostra anima, ma cosicché sappiamo: Tu vedi tutto questo, perché la stella che luccica dinanzi a te è il fondamento che attraverso la sua attività interiore fa sì che tu possa vedere tutto quello che si dispone come un tableau di memoria. Questo è detto più dal punto di vista dell’Immaginazione. Dal punto di vista dell’interiorità, l’esperienza è più o meno questa: che colui che è passato attraverso la porta della morte è ora completamente riempito dal pensiero: Sì, tu hai abbandonato il tuo corpo. Ora, nel mondo spirituale, questo corpo è pura volontà. Una stella di volontà, una stella la cui sostanza è volontà, questo è il tuo corpo. E questa volontà arde in calore e ti irradia negli spazi cosmici, in che tu stesso ora sei effuso, la tua propria vita tra la nascita e la morte come un grande tableau. E tu lo devi al fatto che hai potuto dimorare dentro in questa stella, che hai potuto trarre e succhiare dalla mondo tutto quello che hai tratto e succhiato dalla mondo sul piano fisico. Poiché questa stella, questa stella di volontà che ora forma il fondamento, è lo spirituale del tuo corpo fisico, questa stella di volontà è lo spirito che permea e fortifica il tuo corpo fisico. Ciò che ti raggia come saggezza è l’attività, la mobilità del tuo corpo eterico.
Passa il tempo, il che è stato già caratterizzato anche nella conferenza pubblica, che propriamente dura solo alcuni giorni, quando si ha l’impressione: la vita si dispone come un tableau di memoria. I nostri pensieri, che nel corso della vita sulla terra sono diventati nostre memorie, si svolgono in questo tableau di memoria, riemergono dinanzi alla nostra anima. E possiamo mantenerlo finché abbiamo la forza che sotto condizioni normali abbiamo nel corpo fisico di restare svegli. Non si tratta di quanto a lungo siamo rimasti svegli una volta nella vita in circostanze anomale, si tratta di che forze abbiamo in noi per restare svegli. Queste sono tali per uno che può appena vegliare una notte senza che la stanchezza lo colga, per un altro che può resistere più a lungo senza stancarsi. Dalla misura di queste forze dipende quanto tempo l’uomo ha bisogno per farla finita con questo tableau di memoria. Ma si ha anche la consapevolezza interiore molto netta che, poiché la stella di volontà è nel fondamento, in questo tableau di memoria c’è quello che nel nostro ultimo vivere terreno ci siamo conquistati; che c’è in esso ciò per cui siamo diventati più maturi, quello che abbiamo portato attraverso la morte come un di più rispetto a quello che abbiamo avuto all’ingresso della nostra nascita come un di meno. Questo, che potremmo designare come il frutto della nostra ultima vita, lo sentiamo come se non rimanesse come era durante il tableau di memoria, bensì come se si allontanasse, come se se ne andasse, come se si immergesse nel futuro dei tempi e si dileguasse nel futuro dei tempi.
Soprattutto oggi parlerò di come stanno le cose con la vita tra la morte e una nuova nascita per quei persone che hanno raggiunto un’età di vita normale e sono morte in circostanze normali. Per i casi eccezionali domani dirò i dettagli.
Così il nostro frutto di vita si allontana, se ne abbiamo conseguito uno, e sappiamo nell’anima: questo frutto è in qualche modo presente, ma noi siamo rimasti indietro rispetto a esso. Si ha la consapevolezza, si è rimasti a un momento precedente, il frutto di vita si allontana rapidamente, in modo che arrivi prima a un momento posteriore, e noi dobbiamo seguirlo, questo frutto di vita. Ciò che ho detto proprio ora, questa esperienza interiore che il frutto di vita dimora nell’universo, è presente, dobbiamo rappresentarcelo bene così, poiché è questo che forma il fondamento per la nostra consapevolezza, per l’inizio della nostra consapevolezza dopo la morte. La nostra consapevolezza deve sempre essere stimolata da qualcosa. Quando la mattina ci risvegliamo, la nostra consapevolezza è di nuovo infiammata — mentre durante il sonno siamo incoscienti — attraverso l’immersione nel corpo fisico e attraverso il fatto che le cose esterne ci si contrappongono, attraverso il fatto che qualcosa agisce da fuori. Nelle circostanze immediatamente dopo la morte questa consapevolezza è infiammata attraverso il sentire interiore e il vivere interiore di quello che è il frutto della nostra ultima vita, quello che ci siamo conquistati, conquistato. Questo è presente, ma presente fuori di noi. Attraverso questo sentire e questo vivere interiore della nostra essenza più intima terrena fuori di noi abbiamo il primo accendimento della nostra consapevolezza dopo la morte, la consapevolezza si ravviva da questo.
Poi comincia il tempo in cui è necessario che sviluppiamo forze dell’anima che durante la vita sul piano fisico proprio devono restare non sviluppate, perché sono tutte utilizzate per organizzare il corpo fisico e quello che gli appartiene, l’intera vita fisica, forze dell’anima che durante la vita fisica devono essere trasformate in qualcos’altro. Queste forze devono gradualmente risvegliarsi dopo la morte. Già nei giorni durante che viviamo il tableau di memoria, abbiamo un tale risveglio di capacità dell’anima. Quando il tableau di memoria gradualmente defluisce e si oscura, questo accade appunto perché durante questi giorni già sviluppiamo quelle forze che stanno alla base della capacità di memoria, ma non diventano consapevoli durante la vita fisica, e appunto perché durante questa vita fisica dobbiamo trasformarle per poter formare memorie. L’ultima grande memoria che abbiamo dopo la morte sotto forma del tableau, deve prima defluire, deve gradualmente oscurarsi; allora da questo oscuramento si sviluppa quello che non abbiamo potuto avere consapevolmente prima della morte. Poiché se l’avessimo avuto consapevolmente prima della morte, non si sarebbero mai potute formare in noi le forze della memoria. Trasformate in questa capacità di ricordarci, le forze si sono formate — quelle che ora nell’anima si sviluppano durante l’oscuramento della memoria della vita-tableau. Trasformate nella forza della memoria si sono formate prima della morte, e ora escono, poiché la possibilità di ricordarsi in modo ordinario di pensieri terreni è superata. Questa forza della memoria trasformata nello spirituale si risveglia come una prima forza animica spirituale in noi, che dopo la morte esce dall’anima umana, come le forze dell’anima nel bambino in crescita escono nelle prime settimane di vita. Man mano che questa forza animica cresce, si manifesta a noi che dietro i pensieri che mentre eravamo sul piano fisico erano solo ombre, c’è qualcosa di vivente, che c’è vita e movimento nel mondo del pensiero. Diventiamo consapevoli del fatto che quello che avevamo dentro il corpo fisico come nostro tableau di pensiero è solo un’ombra, che in verità è una somma, un’espansione di esseri elementari. Vediamo le nostre memorie offuscarsi e vediamo invece dal cosmo generale della saggezza emergere un intero numero di esseri elementari.
Potremmo chiedere, miei cari amici: Non ci manca dunque dopo la morte il fatto che proprio superiamo la forza della memoria e poi abbiamo qualcos’altro? Non ci manca, perché dopo la morte abbiamo un ricco compenso per questo. Invece di ricordarci come nella vita dei nostri pensieri, notiamo dopo la morte che questi pensieri che avevamo come pensieri di memoria nella vita, per noi si presentano solo come ricordi. Oh, questo tesoro di memoria durante la vita, è qualcosa di completamente diverso da un semplice tesoro di memoria! Se siamo fuori dal corpo fisico, vediamo questo intero tesoro di memoria come una presenza vivente, allora è lì. Ogni pensiero vive come un essere elementare. Ora sappiamo: Tu hai pensato durante la tua vita fisica, i tuoi pensieri ti sono apparsi. Ma mentre eri nell’illusione che ti formavi pensieri, hai semplicemente creato esseri elementari. Questo è il nuovo che hai aggiunto all’intero cosmo. Ora c’è qualcosa che è nata dentro lo spirito da te, ora emerge dinanzi a te quello che i tuoi pensieri veramente erano. Si impara dapprima a riconoscere nell’intuizione immediata quello che gli esseri elementari sono, perché dapprima impariamo a riconoscere quegli esseri elementari che noi stessi abbiamo creato. Questa è l’impressione significativa del primo tempo dopo la morte, che si ha il tableau di memoria. Ma questo comincia a vivere, veramente a vivere, e man mano che comincia a vivere, si trasforma in puri esseri elementari. Ora mostra il suo vero volto, e consiste nel suo scomparire il fatto che diventa qualcosa di completamente diverso. Non abbiamo bisogno, se per esempio siamo morti a sessanta o ottanta anni, ora di alcuna forza di memoria per un qualsiasi pensiero che abbiamo avuto forse nel ventesimo anno della nostra vita, poiché è lì come essere elementare vivente, ha aspettato, e non abbiamo bisogno di ricordarci di esso. Poiché se per esempio fossimo morti nel nostro quarantesimo anno di vita, il pensiero sarebbe solo ventesimo anno — e lo vediamo chiaramente di sua natura. Questi esseri elementari ci dicono loro stessi quanto tempo è passato da quando si sono formati. Il tempo diventa spazio. Ci sta di fronte, con le creature viventi che mostrano i loro stessi contrassegni temporali. Il tempo diventa una presenza immediata per queste circostanze.
Impariamo da questi nostri propri esseri elementari, di cui nella vita eravamo già circondati, che nella morte vediamo emergere, la natura del mondo elementare in generale e così ci prepariamo anche a comprendere quegli esseri elementari esteriori nel contemplare graduale, che non abbiamo creato noi stessi, bensì che senza di noi esistono nel cosmo spirituale. Attraverso la nostra propria creazione elementare impariamo a conoscere le altre. Immaginate quanto infinitamente diversa veramente è questa vita tra la morte e una nuova nascita dalla vita terrena. La prima cosa che accade dopo la nascita è che l’uomo non si conosce ancora. Ciò che sperimenta da piccolissimo bambino, lo sperimentano gli altri con lui. È nato, e gli altri, i suoi genitori, guardano questo nato. Dopo la morte uno non si guarda certamente all’inizio da sé, ma guarda come un mondo esterno quello che ha fatto nascere. Ciò che è fuori, che si è fatto nascere nel momento della morte, lo guarda uno stesso. Così come l’uomo quando entra nell’esistenza per mezzo della nascita fisica ha dinanzi a sé un mondo esterno a lui incomprensibile e veramente è un essere che solo per gli altri agita le braccia e piange e anche ride, così dopo la morte, dopo la nascita nel mondo spirituale — che per il mondo fisico è la morte —, dapprima si è così che si inizia a essere stessi nell’ambiente che ci si è stessi fatti nascere, che si erge da sé attorno a sé perché si l’ha fatto nascere. Si è fatto nascere il mondo, mentre quando ci si nasce nel fisico, ci si è fatti nascere dal mondo. Così è con i nostri pensieri e con quello che dai pensieri diventa con la memoria, il tesoro di memoria.
Diverso è con quello che appartiene alla sfera del nostro sentire e della nostra volontà. Ho esposto nel primo dei discorsi qui che quello che appartiene alla sfera del nostro sentire e della nostra volontà, propriamente in sua piena essenza, non è ancora nato in noi, che volontà e sentimento in una certa relazione rappresentano qualcosa che non arriva al suo pieno parto. Questo si manifesta specialmente dopo la morte, poiché volontà e sentimento, come permeano il corpo fisico, sono ancora presenti dopo la morte. Così che l’uomo dunque dopo un certo tempo, dopo che la stella di volontà si è allontanata con i frutti della sua ultima vita terrena, vive in un mondo elementare, che è il suo ambiente, e a cui egli stesso dà il tono fondamentale attraverso le sue memorie trasformate. L’uomo vive così in questo mondo dentro, che propriamente è lui nel senso come è stato esposto, che sa: Sì, ma il tuo sentimento e la tua volontà vivono ancora in te, hanno ora una specie di memoria, una specie di connessione con l’ultima vita terrena. Ciò dura attraverso i decenni. Quando nella vita terrena stiamo tra la nascita e la morte, allora gioiamo e soffriamo, viviamo in passioni, sviluppiamo impulsi di volontà per il fatto che portiamo nel corpo l’anima che sente e vuole. Ma non è mai così che attraverso il corpo tutte le forze che stanno nel sentimento e nella volontà possono veramente uscire fuori. Anche se si raggiunge la più alta età, si muore comunque cosicché si sarebbe potuto godere ancora di più, soffrire ancora di più, avrebbe potuto sviluppare ancora più impulsi di volontà. Ma quello che innanzitutto deve essere superato è ciò che di possibilità del sentire e del volere è ancora nell’anima.
Finché questo non sia completamente superato, finché abbiamo una connessione di desiderio con l’ultima vita terrena. Guardiamo per così dire indietro a questa ultima vita terrena. È, come l’ho spesso chiamato con una parola banale, una specie di disabituarsi dalla connessione con la vita terrena fisica. Nella natura di questa forza che si ha da superare, al cui superamento si ha propriamente bisogno di decenni, in questa natura si penetra presto colui che in qualche misura diventa un vero ricercatore dello spirito, perché essa si rivela propriamente con relativa facilità alla ricerca dello spirito.
Quando ogni giorno usciamo dagli eventi della giornata nel sonno, trascorriamo un tempo tra l’addormentarsi e il risveglio, allora siamo nel nostro essere animico-spirituale fuori dal nostro corpo. Ritorniamo, perché nel nostro essere animico-spirituale abbiamo un istinto di ritorno, perché veramente desideriamo il nostro corpo. Desideriamo completamente il nostro corpo, e chi può vivere consapevolmente il risveglio lo sa: Tu vuoi svegliarti e devi voler svegliarti. Esiste una forza di attrazione nell’essere spirituale-animico verso il corpo. Questa deve gradualmente offuscarsi, deve essere completamente superata. Questo dura decenni. È il tempo in cui gradualmente superiamo la nostra connessione con l’ultima vita terrena. Questo fa sì che riguardo alle esperienze dopo la morte, nel tempo che scorre come ho appena descritto, veramente dobbiamo vivere tutto attraverso il cammino indiretto della nostra vita terrena.
Sono ora in grado, poiché i discorsi precedenti sono stati tenuti, di descrivervi molte circostanze più esattamente che altrimenti, dove si doveva più descrivere in una visione d’insieme, poiché per la descrizione esatta i concetti devono sempre essere portati prima.
Supponiamo che abbiamo lasciato dietro un uomo sulla terra e siamo noi stessi passati attraverso la porta della morte. Stiamo dunque nel tempo dentro, dove ci siamo appropriati della capacità di guardare dentro le entità elementari e di sentire noi stessi, così che sappiamo: I nostri frutti di terra si sono allontanati. Ma siamo ancora connessi con la nostra ultima vita terrena. Supponiamo che abbiamo lasciato un uomo che abbiamo molto amato, quando siamo passati attraverso la porta della morte. Sì, ora dopo la morte arriviamo gradualmente, man mano che dalle nostre proprie creazioni elementari ci abituiamo, a guardare gli esseri elementari di altri; ora possiamo trovarci a guardare i pensieri di altri come esseri elementari. Impariamo gradualmente sugli esseri elementari che noi stessi abbiamo creato, anche negli altri uomini che abbiamo lasciato, a vedere quello che pensa, quello che vive come pensiero nella sua anima; lo vediamo. Poiché esso si esprime negli esseri elementari che ci si presentano in potenti Immaginazioni dinanzi all’anima. Possiamo dunque avere molto più connessione con l’interiorità dell’uomo in questione di quella che avevamo con lui nel mondo fisico. Poiché mentre eravamo noi stessi nel corpo fisico, non potevamo guardare il pensiero dell’altro; ora possiamo. Ma abbiamo bisogno per così dire della memoria-del-sentire — per favore rivolga attenzione alla parola —, della memoria-del-sentire, della connessione-di-sentimento con la nostra stessa ultima vita terrena. Dobbiamo per così dire sentire come abbiamo sentito nel corpo, e questo sentimento deve risuonare in noi; allora la relazione che altrimenti avremmo come davanti a un’immagine, come ci appaiono i pensieri dell’altro, si ravviva. Otteniamo una connessione vivente per la strada attraverso i nostri sentimenti. E così è propriamente con tutto.
Vedete, è un districarsi da uno stato che si può caratterizzare dicendo: È un tempo in cui le forze dobbiamo ancora trarre dalla nostra ultima vita terrena, per arrivare a relazioni viventi al nostro ambiente spirituale, dobbiamo essere ancora connessi con questa vita terrena. Amiamo le anime che abbiamo lasciato, il cui contenuto animico ci appare come pensieri, come esseri elementari; ma le amiamo, perché noi stessi viviamo ancora dell’amore che per loro abbiamo sviluppato durante la nostra vita terrena. È spiacevole, quasi, potrei dire, usare tali espressioni, ma alcuni di voi mi capiranno quando dico: La vita terrena — cioè non la vita di pensiero —, la vita terrena come contenuto dell’anima sentito e permeato di impulso di volontà, con che siamo ancora connessi, diventa come una specie di commutatore elettrico della propria individualità con quello che intorno a noi spiritualmente ci circonda. Come una specie di commutatore elettrico: percepiamo tutto sulla strada indiretta attraverso l’ultima vita terrena. Ma solo attraverso quello che nella vita terrena ultima era sentire e volere, percepiamo quello che nel mondo spirituale ci appartiene. È veramente così che ci sentiamo nel tempo proseguendo nella vita, come una specie di cometa del tempo. La nostra vita terrena è ancora lì come nucleo, ma il nucleo sviluppa verso il futuro una specie di coda che viviamo. Siamo ancora connessi con la nostra vita terrena, in quanto è riempita di sentimento e volontà. Nel nostro interno dell’anima deve partorirsi da questo vivere, come vi l’ho descritto, qualcosa che ora non è immediatamente sentimento e volontà. Poiché le forze dell’anima che sviluppiamo qui nel mondo fisico, anche la forza del sentire, come l’abbiamo nel mondo fisico come forza di sentimento, la forza della volontà, come l’abbiamo nel mondo fisico come forza di volontà, le abbiamo in questa forma proprio perché viviamo nel corpo fisico. Quando l’anima ora non vive più nel corpo fisico, allora deve sviluppare altre capacità che durante la vita fisica solo dormigliano, deve, mentre l’eco del sentimento e della volontà agisce in essa per anni, da questa connessione far maturare quello che ora per il mondo spirituale anche in questo aspetto ha bisogno, forze che ho designato dicendo: è qualcosa come un desiderio che sente o un sentimento che brama. Dal nostro sentimento e dalla nostra volontà sappiamo che siedono dentro la nostra anima. Ma da un tale sentimento e un desiderio come siedono nella nostra anima, non abbiamo propriamente nulla dopo la morte, devono gradualmente offuscarsi e attutirsi; e lo fanno appunto nel corso degli anni. Ma mentre questo si offusca e si attutisce, da sentimento e volontà deve svilupparsi qualcosa che dopo la morte possiamo avere.
I nostri pensieri vivono fuori come esseri elementari. Di un sentimento e di una volontà come vissero in noi non avremmo nulla per questo mondo che siamo noi stessi e che è fuori. Dobbiamo gradualmente sviluppare una volontà — e la sviluppiamo anche —, che da noi fluisce, che si riversa per così dire da noi e si muove e si agita là, dove sono i nostri pensieri viventi. Essa li permea, perché sulle onde della volontà nuota il sentimento che durante la vita fisica è solo in noi. Sulle onde della volontà nuota il sentimento, fuori si agita e si ondeggia il mare della nostra volontà, e su questo nuota il sentimento. Cioè nuota allora quando la volontà urta contro un essere elementare di pensiero; allora attraverso questo urto della volontà contro gli esseri elementari di pensiero accade un fiammeggiamento del sentimento, e percepiamo come una realtà effettiva del mondo spirituale questo nostro essere colpiti dalla nostra volontà.
Lasciatemi dire: Supponiamo che nel mondo spirituale esteriore sia un essere elementare. Quando ci siamo lavorati fuori dallo stato che dapprima dobbiamo attraversare, allora la nostra volontà che ora esce da noi ondegggia verso l’essere elementare. Là dove urta l’essere elementare, viene respinto: ora non ritorna come volontà, ora ritorna come sentimento, che in questo mare di volontà ritorna fluendo a noi. Come sentimento che nei flutti della volontà ritorna a noi, il nostro proprio essere è effuso nel cosmo. Attraverso questo gli esseri elementari diventano reali per noi, attraverso questo percepiamo sempre di più quello che veramente fuori esiste come mondo spirituale esteriore fuori di noi.
Ma ancora una forza dell’anima deve uscire da noi, che in strati molto più profondi dell’anima dorme rispetto al volere sentito o al sentimento volente: la forza creatrice dell’anima, che è come una luce interna dell’anima, che deve brillare fuori nel mondo spirituale, in modo che non solo sulle onde di sentimento che ritornano nel mare della nostra volontà, nuotando, guardiamo gli esseri di pensiero viventi e tessi oggettivamente, ma in modo che anche con la luce spirituale abbiamo illuminato questo mondo spirituale. Forza creatrice spirituale di illuminazione deve uscire dalla nostra anima nel mondo spirituale. Questa si risveglia gradualmente.
Vedete, miei cari amici, dal sentire voluto e dal volere sentito abbiamo, mentre viviamo nel corpo fisico, almeno, direi, la coppia-fratelli sentire e volere differenziati in noi. A due li abbiamo, mentre è un’unità quando siamo passati attraverso la porta della morte. Questa forza creativa dell’anima che irradiamo come una luce dell’anima nello spazio spirituale — se mi è permesso usare qui la parola «spazio», perché veramente non è spazio, ma si devono portare queste circostanze in qualche modo a comprensione esprimendosi figuratamente —, questa luce dell’anima dorme profondamente in noi, perché è connessa con ciò di cui durante la vita non possiamo e non dobbiamo sapere nulla. Molto profondamente dorme in noi durante la vita nel piano fisico, quello che allora come luce è redento e allora illumina e rischiara il mondo spirituale. Ciò che da noi irradia deve essere trasformato e utilizzato durante la nostra vita fisica così che il nostro corpo veramente vive e può contenere consapevolezza. Ma proprio sotto la soglia della consapevolezza agisce questa forza luminosa spirituale nel nostro corpo fisico come la forza che organizza vita e consapevolezza. Non possiamo portarla dentro la consapevolezza terrena, altrimenti toglieremmo al nostro corpo la forza che lo deve organizzare. Ora, dove non abbiamo corpo da provvedere, essa diventa forza luminosa spirituale e permea, illumina, rischiara e scintilla dappertutto — le parole significano realtà effettive.
Così gradualmente ci lavoriamo dentro, nel mondo spirituale così come a casa di essere realtà, di viverlo come una realtà, come qui viviamo il mondo fisico come una realtà. Ci lavoriamo gradualmente dentro, veramente anche le anime morte umane, in quanto vivono veramente nel mondo spirituale, di averle come nostre compagne nel mondo spirituale. Viviamo tra le anime, come qui nel corpo fisico viviamo tra i corpi. E man mano che sempre di più si penetra nello spirito interiore effettivo della scienza dello spirito, l’affermazione che qualcuno volesse fare, che dopo la morte non ricongiungeremo tutti gli uomini con che abbiamo vissuto, questa affermazione diventa per colui che penetra più profondamente nella cosa tanto sciocca come per il piano fisico sarebbe sciocco l’affermazione che quando per la nascita entriamo in questa terra, non troveremo nessun uomo dentro. Gli uomini sono semplicemente attorno a noi. Esattamente così è per il conoscitore della vita spirituale, come se qualcuno volesse dire: Il bambino si vive nella mondo dentro, ma non vede uomini. Questo è un’ovvietà sciocca. Egualmente è una sciocchezza se si dice: Non troviamo quando ci viviamo dentro il mondo spirituale tutte le anime con che siamo stati in connessione, e non troviamo i sé delle gerarchie superiori che impariamo a conoscere gradualmente, come sulla terra i minerali, le piante e gli animali. Ma la differenza è questa: qui nel mondo fisico sappiamo che quando vediamo le cose, sentiamo, la possibilità di vederle e ascoltarle viene dal mondo esteriore. Nel mondo spirituale sappiamo che questa possibilità viene da noi, in quanto quello che possiamo chiamare luce dell’anima, lume dell’anima, da nostra anima irradia e illumina, rischiara e permea le cose.
Così viviamo dentro il tempo, che si può chiamare la prima metà della vita tra la morte e una nuova nascita. Man mano che viviamo dentro questo tempo, passiamo attraverso i due stati di cui ho parlato anche nella conferenza pubblica, un tempo che appunto dura dopo anni, in cui così, come è stato descritto, attraverso l’irradiazione della nostra forza lume dell’anima siamo connessi con il mondo spirituale, in cui così vediamo quello che di spiriti e anime intorno a noi c’è. Questo allora si oscura, sentiamo: Ora puoi sempre meno sviluppare la tua forza lume dell’anima, devi lasciarlo diventare sempre più crepuscolare e buio in senso spirituale. Attraverso questo sempre meno vedi gli esseri spirituali. Questo diventa sempre di più così che ci si alterna con un tempo in cui ci si dice: Lì, attorno a te sono gli esseri, ma diventi sempre più solitario, hai solo il tuo contenuto dell’anima, e questo contenuto dell’anima diventa più ricco nella misura che ci si arresta dal poter illuminare fuori gli esseri. Ci sono tempi di socialità spirituale e tempi di solitudine spirituale, in cui c’è un rivivere di quello che nei tempi di socialità spirituale si è vissuto, ma tutto allora nell’anima: questo ondeggia via e si alterna. Così ci viviamo dentro il mondo spirituale: socialità spirituale — solitudine spirituale. Nei tempi di solitudine spirituale sappiamo: Ciò che altrimenti nel mondo spirituale tutto attorno a te hai vissuto, c’era tutto, di tutto sai, ma ora sono solo gli echi di ciò nel tuo interno. Si potrebbe dire: Sono ricordi nei tempi di solitudine spirituale. Ma quando si usano tali parole, non si colpisce la cosa giustamente. Dunque voglio tentare di descrivervi ancora da un altro lato.
Non è così come se nella oscurità spirituale nel che non hai nulla di sociale, ti ricordassi di quello che prima nel mondo spirituale hai vissuto, bensì come se dovessi produce nuovo in ogni istante: è una continua creazione interna. Ma sai: Mentre fuori c’è il mondo esterno, devi stare con te stesso e creare e creare. Ciò che crei è il mondo che fuori ti circonda oltre le rive del tuo stesso essere.
Ma man mano che così nella prima metà della vita tra la morte e una nuova nascita continui a vivere e ti avvicini al mezzo del tempo tra la morte e una nuova nascita, senti la vita solitaria sempre più diventare ricca e gli sguardi all’ambiente spirituale diventare per così dire più brevi e più crepuscolari, finché il tempo arriva nel mezzo tra la morte e una nuova nascita, che ho tentato di rappresentare nel mio ultimo mistero teatrale «Il risveglio dell’anima» come la mezzanotte cosmica, dove l’uomo ha la vita più forte nell’interno, ma non più la forza creativa dell’anima per illuminare il suo ambiente spirituale, dove per così dire universi infiniti dal nostro interno possono riempirci spiritualmente internamente, ma noi del essere di altri che dal nostro proprio essere non possiamo sapere nulla. Questo è il mezzo nelle esperienze tra la morte e una nuova nascita: la mezzanotte cosmica.
Ora comincia il tempo in cui nell’uomo la nostalgia diventa una forza creatrice positiva. Poiché benché abbiamo un infinito come vita interna, si risveglia in noi la nostalgia di avere di nuovo un mondo esterno. Così diversi sono i rapporti del mondo spirituale da quelli del mondo fisico, che mentre la nostalgia nel mondo fisico è la forza più passiva — se abbiamo qualcosa per cui abbiamo nostalgia, è questo qualcosa che ci determina —, è il contrario che avviene nel mondo spirituale. Lì la nostalgia diventa una forza creatrice, si trasforma in quello che ora come una nuova specie di luce dell’anima può darci un mondo esterno, un mondo esterno che tuttavia è un mondo interno, in quanto si apre a noi lo sguardo alle nostre precedenti incarnazioni terrene. Queste stanno ora illuminate dalla luce nata dalla nostra nostalgia, dinanzi a noi distese. C’è nel cosmo spirituale una forza che può illuminarci da questa nostalgia da questo sguardo retrospettivo e farcelo vivere. Ma per questo nel nostro attuale ciclo di tempi è necessario qualcosa.
Vi ho detto che in tutto questo tempo della prima metà della vita tra la morte e una nuova nascita ci alteriamo tra la vita interna e la vita esterna, tra la solitudine e la socialità spirituale. I rapporti del mondo spirituale sono dapprima così che ogni volta che in questo mondo spirituale ritorniamo nella nostra solitudine, nella nostra attività interna sempre di nuovo portiamo dinanzi all’anima quello che nella mondo esteriore abbiamo vissuto. Attraverso questo è presente una consapevolezza che si dispone come con ali dell’infinità sopra l’intero mondo spirituale. Le ali si ritirano di nuovo nella solitudine.
Ma qualcosa dobbiamo conservarci, che deve rimanere presente, indifferentemente se ci espandiamo nel grande mondo spirituale o se ci ritiriamo. Prima che accadesse il mistero del Golgota, era possibile, attraverso le forze per che l’uomo è stato connesso con i tempi originari, il fermo contenimento dell’Io — non perdere questo contenimento dell’Io, cioè all’ultima vita terrena passata conservare completamente chiaramente come memoria: Ero sulla terra in questa vita un Io. Questo deve allungarsi attraverso i tempi della solitudine e della socialità. Prima del mistero del Golgota erano le forze ereditate che ne curavano.
Ora può solo esserne curato in questo modo, che con quello che come nostro bene terreno ci siamo staccati, che abbiamo sentito allontanarsi subito al distacco del corpo fisico, che con questo una pienezza d’anima rimane connessa, la pienezza d’anima che possiamo avere per il fatto che il Cristo si è effuso nell’aura terrena. Questo essere permeato dalla sostanzialità del Cristo è quello che ora ci dà la possibilità al passaggio dalla vita fisica alla morte di conservare fino alla mezzanotte cosmica il ricordo del nostro Io nonostante tutta l’espansione nel mondo spirituale, nonostante tutto il ritirarsi nella solitudine. Fino a là arriva l’impulso che emana dalla forza del Cristo, così che non ci perdiamo. Allora però dalla nostalgia deve emergere una nuova forza spirituale per accendere la nostra nostalgia a una nuova luce. Questa forza è presente solo nello spirito, nella vita spirituale.
Miei cari amici, c’è nel mondo fisico la natura e il Divino che permea questa natura, da cui noi siamo nati nel mondo fisico. C’è l’impulso del Cristo che è presente nell’aura terrena, cioè nell’aura della natura fisica. Ma la forza che alla mezzanotte cosmica ci si avvicina per rendere luminosa la nostra nostalgia sopra tutta la nostra intera passato, questa non esiste che nel mondo spirituale, esiste solo dove nessun corpo può vivere. E il Cristo-impulso ci ha portato fino alla mezzanotte cosmica, e la mezzanotte cosmica è esperita dalla solitudine spirituale dell’anima, perché la luce dell’anima non può brillare più da noi stessi, è entrata l’oscurità cosmica, il Cristo ci ha guidati fino a lì; allora dalla mezzanotte cosmica dalla nostra nostalgia esce qualcosa di spirituale, creando una nuova luce cosmica, sopra la nostra stessa essenza uno splendore diffondendo, attraverso cui noi ci riaggrappiamo nel cosmo di esistenza, attraverso cui di nuovo ci risvegliamo nell’esistenza cosmica. Lo spirito del mondo spirituale che ci risveglia l’impariamo a conoscere in quanto dalla mezzanotte cosmica una nuova luce brilla fuori, sopra la nostra passata umanità raggiante. Nel Cristo siamo morti — attraverso lo spirito, attraverso lo spirito senza corpo che con un termine tecnico il Santo Spirito è chiamato, cioè il senza corpo vivente, poiché questo con la parola «santo» si intende, senza le debolezze di uno spirito vivente nel corpo, attraverso questo spirito nella nostra essenza siamo di nuovo risvegliati dalla mezzanotte cosmica.
Attraverso lo Spirito Santo siamo dunque alla mezzanotte cosmica risvegliati.
Per spiritum sanctum reviviscimus.
In questo mio ultimo discorso vorrei continuare da dove ci siamo fermati ieri. Ci siamo fermati con quello che mi sono permesso di designare come «la grande ora di mezzanotte cosmica dell’esistenza spirituale tra la morte e una nuova nascita»: quell’ora di mezzanotte dove l’esperienza interna umana diventa più intensa, e dove quello che possiamo chiamare la socialità spirituale, la connessione con il mondo spirituale esteriore, ha raggiunto il grado più basso. Così, in una certa misura, durante questa ora di mezzanotte dell’esistenza spirituale c’è oscurità spirituale intorno a noi. Ma è stato detto che la nostalgia per il mondo esterno agisce di nuovo in noi, e che questa nostalgia, attraverso lo spirito che agisce nei mondi spirituali, diventa attiva e produce da noi una nuova luce dell’anima, così che è possibile per noi vedere ora un mondo esteriore di un genere del tutto particolare. Questo mondo esteriore che vediamo allora è il nostro stesso passato, come esso si è svolto attraverso incarnazioni precedenti e i tempi intermedi tra i morti e le nuove nascite. Ora lo superiamo come un mondo esterno, guardando indietro a quello che abbiamo avuto dall’esistenza cosmica, goduto, e a quello che rimaniamo debitori a questa esistenza cosmica. In particolare, quando abbiamo questo sguardo retrospettivo alle nostre esperienze precedenti, ci si presenta con grande intensità un duplice elemento. Abbiamo — come ci si manifesta per così dire per visione spirituale — goduto questo e quello, ci è stata concessa questa e quella gioia, questo e quel piacere dell’esistenza. Possiamo abbracciare tutto quello che ci è sempre divenuto in gioia, in piacere dell’esistenza. Ma l’abbracciamo così che ci appare nel suo valore spirituale, riguardo a quello che ha fatto di noi.
Prendiamo un caso concreto. Guardiamo indietro a qualcosa che ci è toccato come godimento, come soddisfazione in un tempo passato di una qualsiasi delle nostre vite d’esistenza. Allora sentiamo: questo non è qualcosa di passato; certamente nel tempo giace nel passato che ne avevi il godimento, ma non è qualcosa che è assolutamente passato. È qualcosa che continua la sua azione in tutti i tempi, e continua così che aspetta quello che ne faremo.
Se abbiamo avuto una soddisfazione, un godimento, sentiamo in noi — lo viviamo immediatamente nel nostro essere animico quando guardiamo indietro —: questo deve diventare una forza in te, una forza della tua anima; e questa forza della tua anima puoi farla operare in te in due modi. Ora, in questa esistenza spirituale dopo la mezzanotte cosmica nella quale tu stai, hai questa duplice possibilità. Il mondo spirituale ti dà semplicemente la capacità, una di queste possibilità di realizzarla. Puoi trasformare in te questo godimento passato, questa soddisfazione passata in una capacità, così da sviluppare una certa forza nella tua anima attraverso il godimento passato, che ti abilita a questo o a quello, per cui crei qualcosa nel mondo — che sia il più piccolo, che sia il più grande — che ha un valore per il mondo. Questo è l’uno. L’altro è che possiamo dirci: bene, ho avuto il godimento, voglio stare contento con il godimento, voglio ricevere il godimento nella mia anima e voglio ricrearmi nel fatto che nel passato ho avuto questo godimento. Se con molto di quello che abbiamo goduto, che ci ha soddisfatto, portiamo una tale possibilità, allora accade che creiamo dentro di noi una forza per cui poco per poco degenereremo spiritualmente, soffocheremo. E questo appartiene a quello che di più importante possiamo imparare nel mondo spirituale: che diventiamo debitori all’esistenza cosmica anche attraverso il godimento, attraverso quello da cui veniamo soddisfatti. La prospettiva ci si presenta dinanzi agli occhi spirituali di soffocare negli effetti residui delle soddisfazioni, dei godimenti, se non ci decidiamo nel momento giusto di creare dalle soddisfazioni passate, dai godimenti passati, capacità che possono produrre qualcosa di prezioso nella vita. Vedete da questo nuovamente come lo spirituale e quello che accade sul piano fisico sono in interazione reciproca.
Chi sempre di più si penetra con le conoscenze della scienza dello spirito nel senso del discorso di ieri, in costui questa scienza dello spirito si trasformerà nella vita istintiva della sua anima. Egli svilupperà in una certa misura, come il movimento di una coscienza interna anche verso i godimenti, verso le soddisfazioni che ha sul piano fisico, il sentimento: tu non devi prendere un godimento, una gioia, un piacere solo per te stesso —, bensì penetrerà questo piacere con una specie di sentimento di gratitudine verso l’universo, verso le potenze spirituali dell’universo. Perché saprà che attraverso ogni godimento, attraverso ogni soddisfazione diventa debitore dell’universo. Il più facile e il più sicuro arriviamo al successo con la trasformazione di quei godimenti e quelle gioie che sono di natura spirituale. Tali godimenti e piaceri che possono essere soddisfatti solo attraverso gli strumenti corporei, o piuttosto solo dal fatto che l’uomo sul piano fisico porta un corpo, stanno certamente anche nel tempo indicato tra la morte e una nuova nascita come qualcosa davanti a noi che deve essere trasformato, se non vogliamo poco per poco in certa misura soffocare dentro. Sentiamo la necessità della trasformazione, ma sentiamo anche una cosa: che molte incarnazioni saranno necessarie perché, fra queste incarnazioni, siamo sempre di nuovo nel mondo spirituale e infine possiamo portare a termine la trasformazione. Allora troviamo nel mondo spirituale ancora qualcosa d’altro. Troviamo che nel nostro attuale ciclo di umanità, con tali godimenti, con tali gioie in cui sul piano fisico il nostro essere animico-spirituale completamente scompare, e il godimento, la soddisfazione assume un carattere sottumano — non voglio dire animale, poiché gioia e godimento possono assumere carattere sottumano —, veramente facciamo un immenso dolore a certi esseri del mondo spirituale, che ci si avvicinano solo quando entriamo nel mondo spirituale. E lo spettacolo di questo dolore che nel mondo spirituale facciamo a certi esseri è così enormemente scioccante, opprimente, e penetra la nostra anima con tali forze, che con l’armoniosa costruzione delle connessioni per la prossima incarnazione non andiamo bene per niente.
Di fronte all’altro, a quanto a dolori, a sofferenze sperimentiamo sulla terra, si rivela sul piano spirituale che dolori subiti sul piano fisico, sofferenze subite, continuano a operare. Sul piano spirituale penetrano la nostra anima con forze, così che queste forze diventano forze di volontà; così diventiamo più forti nell’anima e abbiamo la possibilità di trasformare questa forza in forza morale, che possiamo allora di nuovo portare sul piano fisico, per non avere solo certe capacità attraverso cui possiamo creare qualcosa di prezioso per l’ambiente circostante, ma anche per avere la forza morale di vivere queste capacità caratterialmente.
Tali e molte altre esperienze abbiamo subito dopo l’ora di mezzanotte spirituale dell’esistenza. Sentiamo, viviamo quello che siamo diventati attraverso la nostra esistenza passata; sentiamo, viviamo a quali capacità possiamo arrivare in futuro. Dopo aver poi vissuto un po’ ulteriormente nel mondo spirituale, dal crepuscolo buio del nostro ambiente spirituale emerge una visione chiara, ora non solo delle nostre proprie vite passate, bensì specialmente di tutto quello che è umano connesso con queste vite, e appunto di tutto ciò che è umano che più strettamente era connesso con queste vite. Uomini entrano in relazioni spirituali con noi, uomini con cui in precedenti livelli di esistenza avevamo questa o quella relazione. Non è come se la comunanza con questi uomini prima non fosse stata — viviamo sempre insieme con gli uomini che ci stavano più vicini nella vita, nella grandissima parte del tempo tra la morte e una nuova nascita —, ma ora, poiché dopo l’ora di mezzanotte dell’esistenza spirituale incontriamo di nuovo questi uomini, emerge chiaramente e con certezza in questi uomini quello che siamo loro rimasti debitori, o quello che loro sono rimasti debitori a noi. Ora non viviamo solo una visione: così stavi con questi uomini tra questo e quel tempo — avevamo questo anche prima —, bensì questi uomini diventano per noi l’espressione di quello che è il compenso per le esperienze precedenti. Lo vediamo sugli uomini, così come ci si presentano davanti, attraverso quali nuove esperienze sul piano fisico possiamo creare compenso per quello che siamo loro rimasti debitori o simile. Guardiamo per così dire, mentre stiamo di fronte alle anime degli uomini, ai risultati che in futuro saranno le conseguenze delle relazioni che nel passato avevamo con gli uomini. Naturalmente si comprende meglio prendendo il caso più concreto possibile. Supponiamo così di nuovo che abbiamo mentito a un uomo. Ora è il tempo dove nel mondo spirituale è offerta la possibilità che, attraverso la verità opposta alla nostra menzogna, siamo tormentati. Ma siamo tormentati per il fatto che la relazione all’uomo a cui abbiamo mentito si modifica nel tempo così descritto. Così spesso guardiamo l’uomo — e lo guarderemo sufficientemente spesso con l’occhio spirituale — che egli diventa la causa per cui la verità opposta alla menzogna compiuta, che ci tormenta, sorge in noi. Attraverso questo sale dalla nostra profondità la tendenza: devi incontrare di nuovo questo uomo laggiù sulla terra, e devi fare qualcosa che compensi l’ingiustizia che hai commesso per mezzo della menzogna compiuta. Poiché qui nel mondo spirituale non può essere compensato quello che attraverso la vostra menzogna è stato creato; lì nel cosmo puoi guadagnare solo assoluta chiarezza sull’effetto di una menzogna. Quello che sulla terra è stato creato di questa natura deve essere di nuovo compensato sulla terra. Si sa che hai bisogno di forze per il compenso dentro di te, e che non possono diventare tue se non ritorni a occupare un corpo terreno. Attraverso questo nasce nella nostra anima la tendenza: devi riprendere un corpo terreno che offre la possibilità di compiere un tale atto, per cui le imperfezioni che hai causato sulla terra siano compensate; altrimenti, quando sarai passato attraverso la prossima morte, questo uomo ti apparirà di nuovo e riporterà il tormento della verità. Vedete la tecnica spirituale intera, come nel mondo spirituale è creato in noi l’impulso di creare un compenso karmico per questa o quella cosa.
Questi compensi accadono anche attraverso altri presupposti; ma dovrei naturalmente enumerare mille e mille casi concreti se volessi portare alla luce tutto quello che conta per questa questione karmica significativa. Prendiamo per esempio il caso seguente. Supponiamo che siamo nel tempo che segue l’ora di mezzanotte dell’esistenza, così nel mondo spirituale, e che guardiamo indietro a certe gioie che abbiamo avuto, e diciamo: possiamo trasformare i risultati di queste esperienze in capacità che possiamo esprimere quando siamo di nuovo incarnati. Sì, ma allora può accadere quanto segue. Possiamo notare: nel momento in cui ora, nella tua situazione attuale, trasformi queste esperienze passate in capacità, ti disturbano certi esseri elementari. Questo può essere così. Questi esseri elementari non permettono che in realtà ti appropri di queste capacità. Ora si può chiedere: cosa si deve fare? Se cedo a questi esseri elementari che si avvicinano e che non possono soffrire che in me nascano queste capacità, allora non riuscirò a formarmi queste capacità. Ma devo formarmi queste capacità. So che solo per questo nella prossima incarnazione posso veramente compiere i servizi che posso prestare a certi uomini, se ho queste capacità. In un tale caso, in generale, si deciderà così che ci si appropria di queste capacità. Con questo, però, si feriscono questi esseri elementari che stanno intorno. Sentono che sono stati attaccati da noi in una certa misura. Specialmente sentono, quando accade quello che è stato appena detto — che ci appropriamo di certe capacità —, oscurati nel loro essere, come se fosse tolto qualcosa dalla loro stessa saggezza. Una delle conseguenze che spesso accade è allora questa: che quando siamo di nuovo nati, troviamo uno o più uomini sulla terra posseduti da questi esseri elementari, e troviamo in loro particolarmente ostili intenzioni verso di noi.
Immaginate come questo ci lascia guardare profondamente dentro l’esperienza umana, e come fondamentalmente ci insegna a comprendere la vita umana, ad appropriarci veramente del giusto istinto, a comportarci correttamente sul piano fisico. Ma questo non implica che ogni volta che siamo sul piano fisico dobbiamo dire: bene, allora ho dovuto proteggermi. Attraverso questo ho evocato questi nemici contro di me, devo permettere loro di agire. Certo il caso può subentrare dove è bene permettere loro di agire; ma può anche subentrare l’altro caso. Se permettiamo loro di agire, questi nemici elementari, che agiscono attraverso questo o quel uomo, attraverso quello che ora sul piano fisico raggiungono, si creano un compenso abbondante per quello che per così dire abbiamo loro tolto attraverso la nostra protezione; vanno oltre quello che abbiamo tolto loro. E il risultato sarebbe che di fronte a loro non possiamo salvarci, quando di nuovo al tempo appropriato entriamo nel flusso del tempo tra la morte e una nuova nascita: loro in una certa misura, per certe capacità, ci ucciderebbero.
Il mondo diventa sempre più complicato e più complicato quando realmente acquisiamo intuizione in esso. Ma questo non può veramente sorprenderci nel fondo. Solo alcuni casi voglio ancora evidenziare dalla connessione karmica tra la vita sulla terra e la vita tra la morte e una nuova nascita. Così sia evidenziato il caso che in un uomo, diciamo, attraverso una malattia la morte subentra prima che entri dopo una vita umana normale. Lì l’uomo passa attraverso la porta della morte in modo che è stato condotto dalla malattia alla morte, ma tuttavia conserva certe forze che avrebbe esaurito se avesse raggiunto una vita umana normale. Queste forze, che rimangono così all’uomo come forze residue, che avrebbe potuto ancora consumare se non fosse morto prima, rimangono. E si rivela per la ricerca dello spirito, quando si esamina la vita dopo la morte, che queste forze sono aggiunte alle forze di volontà e di sentimento dell’uomo, che lo rinforzano. Così un tale uomo è in condizione di usare quello che gli è fornito da queste forze prima dell’ora di mezzanotte dell’esistenza, dopo l’ora di mezzanotte dell’esistenza, così da entrare nella vita terrena come un uomo più forte, nella sua volontà caratterialmente più valido e più potente di quanto sarebbe entrato se non avesse trovato una morte così precoce. Ma il fatto che deve essere proprio così è connesso con il karma precedente. Sarebbe certamente la più grande follia se qualcuno volesse credere che attraverso il provocare artificialmente di una morte precoce raggiungerebbe quello che è stato descritto; allora non lo raggiungerebbe. Quello che si raggiunge attraverso questo provocare artificialmente di una morte precoce lo troverete descritto nella mia «Teosofia» nella misura in cui è necessario ottenere informazioni al riguardo. Ho anche alluso al caso in cui l’uomo trova una morte precoce attraverso un incidente. Se è strappato via da un incidente dall’esperienza del piano fisico, quando le sue forze avrebbero ancora avuto la capacità di raggiungere un’età più alta, rimane allora di nuovo un tale resto di forze, che ora gli è dato così che, quando l’ora di mezzanotte dell’esistenza è trascorsa, quello che gli scorre può usare per le sue forze intellettuali, per le sue forze conoscitive. Si trova attraverso la ricerca dello spirito che grandi inventori spesso sono proprio coloro che in incarnazioni precedenti erano periti attraverso un incidente.
Vediamo in tali casi che, se vogliamo veramente far quadrare queste cose con comprensione, dobbiamo già farci conoscenza con il fatto che il punto di vista nel mondo spirituale veramente diventa diverso da quello che può essere nel mondo fisico. Vi diventerà sempre più e più comprensibile che, per comprendere il mondo spirituale, dobbiamo portare nuove rappresentazioni e concetti, perché i mondi spirituali sono semplicemente qualcosa di completamente diverso dal mondo fisico. Perciò nessuno dovrebbe meravigliarsi se dapprima qualcosa che è descritto dai mondi spirituali appare così che, se si applicano i concetti del mondo fisico a quello descritto, si sente la cosa come insoddisfacente. Per esempio è un fatto, che la ricerca dello spirito ha confermato in molti casi, che qualcuno che muore con disposizione materialista e lascia dietro sopravvissuti che sono anche disposti materialisticamente, dapprima soffre una certa privazione nel mondo spirituale. Se è passato attraverso la porta della morte senza disposizione spirituale e vuole guardare indietro ai suoi cari sulla terra, se nelle loro anime non c’è alcun pensiero spirituale, non può guardare direttamente a loro; sa di loro solo fino al punto in cui è passato attraverso la morte. Quello che ora sperimentano laggiù sulla terra, il suo occhio spirituale non può vederlo, perché nelle loro anime non c’è vita spirituale, perché solo la vita spirituale getta luce nei mondi spirituali. Un tale uomo deve allora aspettare finché nel mondo spirituale non gli si svegliano le forze per vedere la cosa completamente chiaramente. Cioè per vedere: queste anime che ha lasciato laggiù sono disposte materialisticamente perché sono state colte da Arimane. Se si vivesse immediatamente questo diritto dopo la morte, non si potrebbe sopportarlo. Si deve prima crescere dentro a questo essere posseduti da Arimane di anime disposte materialisticamente; allora può iniziare uno sguardo a queste anime, finché anche loro non siano passate attraverso la porta della morte e allora si liberino nel mondo spirituale dalla loro disposizione materialistica. Allora si sperimenta più tardi la connessione con loro.
Potrebbe qualcuno dire: sì, ma queste non sono circostanze confortanti che descrivi come si svolgono dopo la morte. Sì, miei cari amici, questa è appunto una concezione che è stata acquisita sul piano fisico se parliamo così. Non è una concezione che sia già penetrata dalla comprensione dei mondi spirituali. Il morto arriva, tra la morte e una nuova nascita, a un punto in cui si dice: oh, quanto desolato sarebbe se si vedessero subito dopo la morte queste anime, se si è materialisti! Come è meglio per tutte queste anime che prima subiscano questo tempo di prova! Si perderebbero, non raggiungerebbero quello che dovrebbe essere raggiunto se non fosse così. — Il punto di vista diventa completamente diverso quando si considerano le cose del mondo dal lato spirituale, e verrà un tempo dove gli uomini necessariamente dovranno avere già sul piano fisico veramente comprensione per le verità della scienza dello spirito.
Perciò la scienza dello spirito ora sorge nel mondo, perché lo sviluppo dell’umanità rende necessario che questa penetrazione dei mondi spirituali e delle loro condizioni di esistenza vivrà sempre di più e più, prima istintivamente e poi consapevolmente, nelle anime. Vi comunicherò una pura esteriorità così che vediate come sempre di più si arriverà anche a giudicare la vita sul piano fisico nel suo vero contenuto solo comprendendone le leggi dell’esistenza spirituale: una pura esteriorità che tuttavia è enormemente importante. Quando guardiamo la natura, vediamo lo spettacolo strano che ovunque solo un piccolo numero di semi viene usato per propagare la vita simile, mentre un numero estremamente grande di semi perisce. Guardiamo alla massa dei semi di pesce enormemente numerosi che esistono nel mare. Solo pochi di loro divengono pesci, gli altri periscono. Guardiamo fuori nel campo e vediamo i numerosi semi di grano enormemente numerosi. Solo pochi divengono di nuovo piante di grano, gli altri periscono come grani di cereale essendo usati per il cibo umano e altro. Enormemente più deve essere generato nella natura di quanto, nel flusso uniformemente continuante dell’esistenza, realmente diviene frutto e germina di nuovo. Così è bene in natura, perché lì nella natura prevale l’ordine e la necessità che quello che così scorre via dal suo flusso appartenente a lui stesso, fondato in sé, dell’esistenza e della fruttificazione, sia usato così che serve all’altro flusso continuante dell’esistenza. Gli esseri non potrebbero vivere se tutti i semi veramente fruttificassero e giungessero allo sviluppo in essi giacente. Devono esserci semi che vengono usati così che il fondamento è creato da cui gli esseri possono crescere. Solo apparentemente, secondo Maia, qualcosa si perde; in realtà nella creazione della natura nulla si perde.
In questa natura agisce lo spirito; e che così apparentemente qualcosa dal flusso continuante dello sviluppo sia perduto, questo è fondato nella saggezza dello spirito, è legge spirituale, e dobbiamo considerare questa cosa dal punto di vista dello spirito. Allora arriviamo a comprendere come anche quello che sembra essere condotto via dal flusso continuante del divenire del mondo abbia la sua buona ragion d’essere. È fondato nello spirito; perciò può anche, nella misura in cui conduciamo vita spirituale, avere validità sul piano fisico.
Miei cari amici, prendete il caso concreto che ci è molto vicino: devono essere tenuti discorsi pubblici sulla nostra scienza dello spirito. Questi sono tenuti davanti a un pubblico che è semplicemente riunito dalla pubblicazione. Lì accade qualcosa di simile come con i grani di grano che sono usati solo in parte nel flusso continuante dell’esistenza. Non si deve rinculare dal fatto che si devono portare in certa misura i flussi della vita spirituale a molte, molte persone apparentemente senza scelta, e che allora solo pochi si separano e veramente entrano in questa vita spirituale, diventano antroposofi e proseguono nel flusso continuante. In questo campo è ancora così che questi semi dispersi giungono a molti che per esempio se ne vanno dopo una conferenza pubblica e dicono: che sciocchezza ha parlato questo tizio! Immediatamente considerato riguardo alla vita esteriore, è così come, diciamo, i semi che nel mare si perdono come semi di pesce; ma dal punto di vista di una ricerca più profonda non è così. Le anime che sono giunte attraverso il loro karma e allora se ne vanno e dicono: che sciocchezza ha parlato questo tizio! — non sono ancora mature a ricevere la verità dello spirito; ma necessariamente le loro anime in questa attuale incarnazione hanno bisogno di sentire risuonare quello che come forza sta in questa scienza dello spirito. E questo rimane nelle loro anime; possono pure maledire per quanto vogliano, rimane come forza nelle loro anime per la loro prossima incarnazione, e allora i semi non sono persi, trovano vie. L’esistenza, riguardo allo spirituale, è sottoposta alle stesse leggi, che si segua questo spirituale nell’ordine della natura o nel caso che potevamo addurre come il nostro proprio caso.
Ma supponiamo ora che volessimo trasferire la cosa anche alla vita materiale esteriore e si volesse dire: bene, si fa nello stesso modo nella vita esteriore. Sì, miei cari amici, è proprio questo che si fa, quello che ora descriverò, che viviamo verso un futuro dove questo sempre di più si sviluppa! Si produce sempre di più e più per il mercato, si fondano fabbriche, non si chiede: quanto è necessario? — come una volta era il caso quando c’erano sarti nel villaggio che cucivano un vestito solo quando era ordinato. Allora era il consumatore che indicava quanto doveva essere prodotto; ora si produce per il mercato, le merci si accumulano per quanto possibile. La produzione lavora completamente secondo il principio secondo cui crea la natura. La natura continua nell’ordine sociale. Questo dapprima sempre di più inizierà. Ma qui entriamo nel campo del materiale. Nella vita esteriore la legge spirituale, perché vale per il mondo spirituale, non ha applicazione, e accade qualcosa di strano. Poiché siamo fra noi, possiamo parlare di tali cose. Il mondo certamente non ci porterà oggi comprensione al riguardo.
Così oggi per il mercato si produce senza riguardo al consumo, non nel senso di quello che è stato svolto nel mio saggio «Scienza dello spirito e questione sociale», bensì si ammucchia nei magazzini e attraverso i mercati monetari tutto quello che si produce, e allora si aspetta quanto viene comprato. Questa tendenza sarà sempre più grande, finché non si distruggerà in se stessa — quando ora dirò quanto segue, troverete perché. Accade infatti che, attraverso il fatto che questo tipo di produzione entra nella vita sociale, nella connessione sociale degli uomini sulla terra accade esattamente lo stesso che nell’organismo accade quando si forma un tale carcinoma. Esattamente lo stesso: una formazione di cancro, una formazione di carcinoma, un cancro della cultura, un carcinoma della cultura! Colui che comprende spiritualmente la vita sociale vede tale formazione di cancro; vede come dappertutto terribili disposizioni a formazioni di tumori sociali germogliano. Questo è il grande cruccio culturale che sorge per colui che comprende l’esistenza. Questo è il terribile, così deprimente, che anche se altrimenti si potesse sopprimere tutto l’entusiasmo per la scienza dello spirito, se si potesse sopprimere quello che può aprire la bocca per la scienza dello spirito, uno lo porta là a gridare il rimedio del mondo per quello che è già così fortemente in movimento e che sempre più e più forte diventerà. Quello che nel suo campo, nel propagare verità spirituali in una sfera, deve essere come la natura che crea, diventa una formazione di cancro quando entra nella cultura nel modo descritto.
Penetrare questo e allora fornire rimedio sarà prima possibile quando la scienza dello spirito afferra i cuori, penetra le anime. E si vorrebbe, quando si penetra queste cose, di avere il fuoco più intenso di tutti per metterlo nelle proprie parole, per rendere attenti i nostri contemporanei, per quanto possono comprendere, a quale tempo andiamo incontro! Si possono comprendere queste cose solo quando ci si familiarizza con i diversi punti di vista che esistono, una volta per questo campo dell’esistenza, l’altra volta per l’altro. A colui che vive l’esperienza tra l’ora di mezzanotte e una nuova nascita si presentano questi altri punti di vista, poiché da questi altri punti di vista deve diventare egli stesso creativo.
Quando l’uomo ha formato le tendenze per il compimento del karma riguardo alle esperienze a lui più prossime, allora le ulteriori esperienze che stanno più lontane si presentano all’anima. Comunità religiosa, altre comunità a cui ha appartenuto, le vive allora così che mostrano: ora devi, così che non diventi unilaterale, fare questo o quel cosa nella prossima incarnazione. — Insomma questa vita scorre allora così che alternamente è fra socialità spirituale e solitudine spirituale, ma essenzialmente va verso il fatto che ci costruiamo il prototipo per una nuova vita terrena, puramente spirituale dapprima.
Molto prima che si scenda a questa vita terrena, si è costruito da fuori dal mondo spirituale un prototipo spirituale-eterico che porta in sé le forze che si potrebbero chiamare forze magnetiche spirituali, le quali ci tirano verso una coppia di genitori da cui si sente: ci danno i caratteri ereditari così che possiamo apparire in una nuova vita terrena. Ho già alluso al fatto che il punto nel tempo normale è quello in cui abbiamo il sentimento: ci uniamo con quello che si è allontanato come frutto della nostra ultima vita terrena. Ma l’uomo non arriva sempre fino a questo. La nostra vita scorre allora così che completamente sentiremmo la connessione fra il corporeo e lo spirituale se giungessimo a questo punto nel tempo; ma l’uomo per lo più entra nell’esistenza prima. La maggior parte degli uomini sono nati prematuri spiritualmente, e si compensa più tardi per il fatto che abbiamo tali esperienze in cui completamente armoniosamente di nuovo confluiamo con i frutti delle nostre precedenti vite terrene.
Una cosa tuttavia è di un’importanza tutta particolare. L’ho esposto ieri: lì dove la nostra nostalgia deve essere più grande per il mondo esteriore, perché siamo entrati più nella solitudine, nell’ora di mezzanotte dell’esistenza spirituale, lì è quello che propriamente agisce nei mondi spirituali e vive, lì è lo spirito che si avvicina a noi e trasforma la nostra nostalgia in una specie di luce dell’anima. Fino a questo punto dobbiamo conservare la connessione con il nostro Io. Dobbiamo conservare il ricordo: tu eri sulla terra questo Io. Questo Io deve rimanere come ricordo. Che si possa fare questo nel nostro ciclo di tempi dipende dal fatto che il Cristo ha portato la forza nell’aura terrena, la forza che altrimenti non sarebbe portata dalla vita terrena, la forza che ci abilita a conservare il ricordo fino all’ora di mezzanotte. Sarebbe uno strappo, una spaccatura, che la nostra esistenza farebbe a una non armonica nella metà fra la morte e una nuova nascita se l’impulso del Cristo non scorresse attraverso il mondo terreno. Molto prima che l’ora di mezzanotte subentra dimenticheremmo che siamo stati un Io nell’ultima vita. Sentiremmo la connessione con il mondo spirituale, ma noi ci dimenticheremmo. E questo è portato da questo, che sulla terra veramente sviluppiamo così fortemente il nostro Io. Che sempre di più e più arriviamo a questa coscienza dell’Io, questo è diventato necessario dal mistero del Golgota. Ma mentre sulla terra sempre di più e più arriviamo alla nostra coscienza dell’Io, consumiamo le forze che abbiamo bisogno dopo la morte, così che veramente fino all’ora di mezzanotte dell’esistenza non ci dimentichiamo. Per poter conservare questo ricordo dobbiamo morire dentro il Cristo. Così l’impulso del Cristo doveva essere: egli ci mantiene fino all’ora di mezzanotte dell’esistenza la possibilità di non dimenticare il nostro Io.
Allora nell’ora di mezzanotte dell’esistenza lo spirito ci si avvicina. Ora abbiamo conservato il ricordo del nostro Io. Se lo portiamo dentro fino all’ora di mezzanotte dell’esistenza, dove lo spirito ci si avvicina e ci dà lo sguardo indietro e la connessione con il nostro stesso mondo interno come con un mondo esteriore, se abbiamo conservato questa connessione, allora lo spirito ora può guidarci fino alla nostra reincarnazione, che portiamo a termine formandoci il prototipo nel mondo spirituale. Ma ora avvengono le cose in realtà non così che si faccia solo lo strettamente necessario. Poiché come il pendolo non è tranquillo ma oscilla per oscillare ancora d’altro canto, e come è giusto che accada così, è così anche con la vita dello spirito. L’impulso del Cristo non ci fornisce solo di tale forza che appena troviamo il collegamento, bensì ci dà in circostanze così tanto che se lo spirito non ci si avvicinasse, l’impulso del Cristo potrebbe farci passare oltre. Con il ricordo certamente non potremmo trovare il collegamento, ma l’impulso del Cristo ci farebbe passare oltre. Questo ha grande significato; e che riceviamo tale impulso dal Cristo che supera la misura strettamente necessaria diventerà sempre più e più necessario per l’uomo man mano che si sviluppa nel futuro. Già ora è necessario che l’uomo durante la sua vita terrena non solo di rado apprenda il Cristo, ma che l’impulso del Cristo come un possente impulso si ponga nella sua anima così da farlo passare oltre l’ora di mezzanotte dell’esistenza. Poiché così si rafforza l’impulso dello spirito attraverso l’impulso del Cristo, e portiamo l’impulso dello spirito più forte attraverso la seconda metà della vita fra la morte e una nuova nascita di quanto lo porteremmo altrimenti, se non ci fosse l’impulso del Cristo.
Quello che rimane di noi dall’impulso del Cristo rafforza l’impulso dello spirito. Lo spirito altrimenti sarebbe solo per lo spirito e cesserebbe di agire man mano che siamo nati. Man mano che ci penetriamo con l’impulso del Cristo, esso rafforza l’impulso del Santo Spirito. E così può anche nella nostra anima un tale impulso dello spirito essere portato, che allora, quando entriamo nell’incarnazione terrena, è una forza che non consumiamo come altrimenti le forze che portiamo attraverso la nascita nell’incarnazione terrena. L’ho sottolineato, che trasformiamo le forze che portiamo dal mondo spirituale nella nostra organizzazione interna. Ma quello che così riceviamo come un più, come un maggiore, perché l’impulso del Cristo rafforza l’impulso dello spirito, lo portiamo dentro all’esistenza, e ora non ha bisogno di essere trasformato durante l’esperienza terrena. Sempre più e più uomini diventeranno necessari per lo sviluppo della terra man mano che avanziamo nel futuro, uomini che così, da questo penetrarsi dell’impulso del Cristo e dell’impulso spirituale, portino dentro la vita terrena attraverso la nascita a una nuova incarnazione. Lo spirito deve agire più fortemente, così che non solo agisce fino alla nascita e tutto dal mondo spirituale è trasformato in forze organizzanti interne, così che rimane solo il poco di consapevolezza che ci insegna conoscenza del nostro ambiente fisico e di quello che l’intelletto può afferrare che è legato al cervello. Se noi uomini, man mano che ci sviluppiamo verso il futuro, non gradualmente portassimo un’eccedenza di spirito che sorge nel modo descritto, allora l’umanità sulla terra sempre più, durante la vita terrena, nulla saprebbe più della conoscenza che c’è uno spirito. Allora durante la vita terrena solo lo spirito non spirituale, Arimane, regnerebbe, e gli uomini potrebbero sapere solo del mondo sensibile-fisico che si percepisce con i sensi, e di quello che si può afferrare con l’intelletto che è legato al cervello. Tutte tali cose viviamo in una certa misura tuttavia, nello sviluppo degli uomini, come un’elaborazione, appunto ora dove l’umanità è di fronte al pericolo di perdere lo Spirito Santo.
Ma non lo perderà. Custode per questo vuole essere la scienza dello spirito, così che l’umanità non perda questo spirito, questo spirito che nell’ora di mezzanotte dell’esistenza si avvicina all’anima per ravvivare in essa la nostalgia, così che si veda in tutta la sua pienezza. La scienza dello spirito deve sempre di più e più urgentemente parlare dell’impulso del Cristo, così che sempre di più e più spirito, in sempre di più e più uomini, attraverso la nascita entri anche nell’esistenza fisica, e così che in questa esistenza fisica sempre di più uomini sorgano che sentono: certamente in me le forze devono essere trasformate in forze organizzanti, ma lì risplende qualcosa nella mia anima che non ha bisogno di essere trasformato. Lo spirito che è solo per i mondi spirituali, ne ho portato qualcosa in questo mondo fisico, benché viva nel mio corpo. Lo spirito sarà quello che porterà gli uomini a guardare quello che nel mio dramma dei misteri «La Porta dell’Iniziazione» è detto da Teodora: che uomini vedranno la forma eterica del Cristo. La forza dello spirito che così entra nei corpi darà l’occhio spirituale per vedere e comprendere i mondi spirituali. Dapprima dovrà capirli; allora inizierà a vederli con comprensione. Poiché la visione verrà perché lo spirito afferra così le anime, che porteranno questo spirito dentro i corpi; e anche nelle loro incarnazioni terrene splenderà lo spirito: dapprima in pochi, allora in più splenderà lo spirito. E se possiamo dire da un lato: attraverso lo spirito, attraverso lo Spirito Santo siamo risvegliati nell’ora grande di mezzanotte dell’esistenza, così dobbiamo dire dall’altro, guardando a quello che lo spirito nell’evoluzione della terra fa per il futuro: anche nel corpo fisico il meglio dell’anima, quello che dà lo sguardo ai mondi spirituali, sarà sempre di più e più risvegliato attraverso lo Spirito Santo. Risvegliato attraverso lo Spirito Santo nell’ora di mezzanotte dell’esistenza, l’uomo sarà anche svegliato quando vive nel corpo fisico, quando si vive dentro l’esistenza fisica. Interiormente si sveglierà quando lo spirito lo risveglia dal sonno in cui altrimenti sarebbe catturato con la sola visione del mondo sensibile e con l’intelletto legato al cervello. Dormirebbero gli uomini sempre, attraverso la sola visione sensibile e attraverso l’intelletto legato al cervello. Ma brillare dentro in questo sonno umano, che altrimenti sempre di più coprirebbe l’umanità verso il futuro, brillare dentro in questo sonno sarà lo spirito negli uomini anche durante l’esistenza fisica. In mezzo alla vita spirituale morente, in mezzo alla vita dello spirito che muore attraverso la sola visione sensibile, attraverso il mondo dell’intelletto che muore sul piano fisico, le anime umane saranno risvegliate anche nell’esistenza fisica attraverso lo Spirito Santo.
Per spiritum sanctum reviviscimus.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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