Libera Antroposofia

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O.O. 135

Reincarnazione e karma e il loro significato per la cultura del presente


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1°Parte 1 - Come si giunge a una visione del nucleo spirituale dell'uomo

Berlino, 23 Gennaio 1912

Alle osservazioni che abbiamo potuto fare su fatti e esseri spirituali dei mondi superiori, e che sono state interrotte dal periodo delle assemblee generali, possiamo ora collegare opportunamente qualcosa che può illuminarci su certi aspetti della presente evoluzione umana. Mentre dunque le considerazioni svolte in autunno miravano a condurci nei processi che avvengono entro le gerarchie superiori, oggi vogliamo considerare qualcosa che riguarda più da vicino le questioni genuinamente umane.

Chi ha dedicato un po’ di tempo allo studio dell’antroposofia, e ha accolto in particolar modo le intuizioni fondamentali sulla reincarnazione, il karma e le altre verità riguardanti l’umanità e la sua evoluzione, facilmente si pone questa domanda: perché giungiamo così difficilmente a una visione immediata e reale di quell’essenza nel nostro intimo che attraversa le successive incarnazioni terrene? Quell’essenza umana che, se riuscissimo a conoscerla in modo sempre più profondo, dovrebbe naturalmente condurci a una comprensione dei misteri delle reincarnazioni ripetute e appunto del karma?

Ora, bisogna dire che l’uomo generalmente affronta questa questione in modo completamente sbagliato. Innanzitutto, com’è ovvio, egli tenta di chiarirsi queste cose attraverso il modo di pensare ordinario, attraverso l’intelletto comune. E si chiede: in che misura possiamo trarre dai fatti della vita elementi probanti che la visione delle reincarnazioni ripetute e del karma sia corretta?

L’uomo certo può giungere fino a un certo punto con uno sforzo fondato essenzialmente sul riflettere; ma non può andare oltre. Il nostro mondo di pensieri, nella forma che possiede, dipende interamente da quelle strutture della nostra organizzazione complessiva che rimangono limitate a una sola incarnazione, quella che riceviamo vivendo fra la nascita e la morte nella forma umana. E tutto ciò che possiamo chiamare nostro mondo di pensieri dipende da questa organizzazione, anzi propriamente dall’assetto particolare del corpo fisico e del corpo eterico, che non si estende molto al di là del corpo fisico. Più questi pensieri sono acuti, più riescono ad affrontare verità astratte, tanto più risultano dipendenti dall’organizzazione esterna dell’uomo, limitata a una sola incarnazione. Possiamo già desumere ciò dal fatto che abbiamo spesso sottolineato: nella vita fra la morte e una nuova nascita, nella vita spirituale, portiamo con noi ben poco di ciò che viviamo nell’anima; soprattutto non possiamo portarvi i nostri pensieri. Ciò che abbiamo escogitato con massima acutezza dobbiamo abbandonare più di tutto il resto. Si potrebbe dire: che cosa abbandona l’uomo quando passa attraverso la porta della morte? Innanzitutto il corpo fisico. Ma di tutto il resto che rimane, l’uomo abbandona quasi completamente tutto ciò che ha strutturato come pensieri astratti nella sua anima. Queste due cose — il corpo fisico e i pensieri astratti, propriamente i pensieri scientifici — sono ciò che l’uomo meno riesce a portare con sé quando attraversa la porta della morte. L’uomo porta con sé i suoi istinti, i suoi impulsi, i suoi desideri, così come si sono formati nel tempo, particolarmente le sue abitudini; porta anche la natura e il carattere dei suoi impulsi volitivi; ma i suoi pensieri li porta pochissimo.

Da questo fatto, che i pensieri sono così strettamente legati all’organizzazione esterna, possiamo concludere che essi non sono uno strumento molto adatto a penetrare i misteri della reincarnazione e del karma, verità che vanno al di là della singola incarnazione. Eppure fino a un certo punto si può giungere, e bisogna persino sviluppare il pensiero se si vuole comprendere teoricamente la reincarnazione e il karma. Quanto il pensiero logico può aggiungere è già stato espresso sia nel capitolo sulla reincarnazione e il karma nella “Teosofia”, sia nel breve scritto “Reincarnazione e karma, concezioni necessarie dal punto di vista della scienza moderna della natura”. Difficilmente si potrebbe aggiungere qualcosa di più a quanto è detto in questi due scritti.

Ciò che l’intelletto può contribuire non ci occupi oggi; chiediamoci piuttosto: come può l’uomo giungere a una certa visione della reincarnazione e del karma, una visione di più valore di una pura convinzione teorica, che possa dargli una sorta di certezza interiore che il vero nucleo spirituale-animico in noi proviene da vite anteriori e prosegue verso vite future?

Si giunge a una tale visione determinata operando cose interiori che non sono affatto facili, che sono difficili, eppure rimangono possibili. Il primo passo che si può fare è esercitare l’ordinaria forma di autoconoscenza, quella che consiste nel volger lo sguardo indietro sulla nostra vita, chiedendoci: quale uomo sono stato davvero? Sono stato un uomo con una forte inclinazione alla meditazione, a una natura interiormente contemplativa, o sono stato uno che ha sempre prediligito le sensazioni del mondo esterno, a cui sono piaciute o dispiaciute certe cose nella vita? Sono stato uno che a scuola avrebbe voluto leggere ma non calcolare, che avrebbe volentieri colpito gli altri bambini ma non avrebbe voluto essere colpito? O forse da bambino ero uno sempre destinato a riceverne, non abbastanza sveglio per farne toccare agli altri? Ripercorrere in questo modo un po’ la propria vita, e soprattutto chiedersi: verso cosa ero inclinato — mentalmente o per quanto riguarda i moti sentimentali o gli impulsi volitivi? Che cosa mi è stato facile, che cosa mi è risultato difficile? Cosa mi ha colpito così forte che avrei voluto fuggirne? Che cosa mi ha impressionato così profondamente che mi sono detto: è bene che sia andata così? — ripercorrere la propria vita in questa maniera è utile per giungere a una conoscenza più intima del vero nucleo spirituale-animico. Soprattutto è importante portar chiaramente dinanzi all’anima tutto ciò che non abbiamo voluto veramente. Per esempio, chiedersi se siamo stati figli che avremmo voluto diventare poeti, ma il padre ci ha destinato all’artigianato e siamo dovuti diventare artigiani malgrado non lo volessimo; avremmo preferito essere poeti. Rendersi conto di ciò che avremmo effettivamente voluto diventare, ma che siamo diventati controvoglia; rendersi conto di cosa ci è piaciuto nella giovinezza e cosa non ci è toccato. Poi considerare da cosa avremmo voluto scappare, da cosa avremmo veramente desiderato fuggire. Noto che ciò che dico deve riguardare la vita passata, non il futuro; sarebbe una concezione errata.

Sostanzialmente ci si deve render chiaro come il retrospetto della vita passata mostri: cosa non abbiamo voluto, da cosa avremmo voluto fuggire. Una volta chiaritosi ciò, si ha in realtà un quadro di quelle cose della propria vita che ci sono piaciute meno. Proprio questo è il punto: estrarre dalla propria vita le cose che nel passato ci sono piaciute assolutamente meno. E allora si deve tentare di vivere interiormente una rappresentazione straordinaria: tutto ciò che effettivamente non abbiamo voluto e desiderato, volerlo e desiderarlo con energia! Dunque rappresentarsi con vigore all’anima: come saresti se energicamente, intensamente avessi desiderato tutto ciò che in verità non hai desiderato, tutto ciò che nel fondo della vita ti è andato contro? — Occorre in certa misura escludere da questa pratica ciò che siamo riusciti a superare. Poiché la cosa più importante è desiderare, o rappresentarci come se vivacemente desiderassimo, quelle cose che non abbiamo desiderato, o verso cui non abbiamo saputo affermare i nostri desideri, in modo che nel sentimento, nel pensiero, creiamo un essere di cui possiamo ritenere che finora non siamo stati affatto. E ora ci si immagini che saremmo stati proprio questo essere con tutta la veemenza, con tutta l’intensità. Se riusciamo a rappresentarcelo, se riusciamo a identificarci con questo essere che ci siamo in certo senso costruiti, allora avremo già guadagnato qualcosa di essenziale nel cammino per conoscere il vero nucleo animico interiore. Poiché dal quadro che così possiamo farci della nostra personalità, ci sorgerà alla coscienza qualcosa che nella presente incarnazione non siamo, ma che abbiamo portato in questa incarnazione. Ci si rivelerà il nostro essere più profondo nel quadro che così costruiamo.

Dunque a chi vuole giungere al proprio essere interiore veniamo a esigere qualcosa che le persone ai nostri tempi fanno di meno. L’epoca attuale non è neppure inclinata a desiderare alcunché di simile a quanto ora è stato richiesto; infatti nel presente le persone, quando riflettono su se stesse, aspirano soprattutto a trovarsi assolutamente giuste così come sono. Se risaliamo a epoche più antiche di sviluppo ancora religioso, troviamo il sentimento che l’uomo debba sentirsi pentito, poiché corrisponde così poco al modello divino che può designare come suo. Non era certo la rappresentazione di cui si è parlato oggi, ma era una rappresentazione che allontanava da ciò di cui di solito l’uomo è contento e conduceva a qualcosa d’altro — se non alla convinzione di un’altra incarnazione — cioè a quell’essere che sopravvive alla nostra organizzazione così come si forma fra nascita e morte. Ci si chiarisce il seguente: questo quadro contrario a quello che siamo, per quanto difficile ti sia stato afferrarlo come tua immagine in questa vita, ha tuttavia a che fare con te; non puoi negarlo. Una volta che l’hai, ti perseguiterà, ti starà dinanzi all’anima e si cristallizzerà in modo che ti dirai: questo quadro ha a che fare con me, ma certamente non con la mia vita presente. — Allora si forma il sentimento che questo quadro proviene appunto da una vita anteriore.

Se portiamo questo dinanzi all’anima, presto ci accorgeremo quanto erronee siano la maggior parte delle rappresentazioni che ordinariamente ci facciamo sulla reincarnazione e il karma. Voi avrete già sentito dire: quando da qualche parte un uomo si presenta nella vita, che ad esempio è un buon calcolatore, e se siete anche antroposofi, vi formerete facilmente la rappresentazione che nella precedente incarnazione quest’uomo era un buon calcolatore. Molte sequenze di reincarnazioni sono purtroppo costruite da antroposofi non formati in modo che semplicemente si crede di trovare l’incarnazione precedente ricercando le capacità che appaiono in quella presente anche in quella precedente, o possibilmente in diverse incarnazioni precedenti. Questo è il modo peggiore di speculare. Si colpisce di solito il falso. Perché le vere osservazioni con i mezzi della scienza dello spirito mostrano per lo più il contrario esatto. Persone che nella precedente incarnazione erano bravi calcolatori, bravi matematici, si presentano nell’incarnazione presente come persone che non mostrano alcuna capacità per la matematica, che mancano di talento matematico. E per sapere quali capacità si avevano probabilmente nell’incarnazione precedente — sottolineo che ora siamo sul terreno della probabilità — per sapere quali abilità in questa direzione di intelligenza, di questioni artistiche e così via, si avevano nell’incarnazione precedente, è bene riflettere a cosa in questa incarnazione si ha meno capacità, a cosa in questa incarnazione si è meno idonei. Una volta chiarito ciò, si troverà probabilmente dove si è brillato nell’incarnazione precedente, per cosa si era specialmente dotati. Dico “probabilmente” perché questi fatti da un lato sono veri, ma dall’altro sono spesso contraddetti da altri fatti. Per esempio può accadere che uno avesse una capacità matematica particolare nell’incarnazione precedente, ma fosse morto giovane, così che questa capacità matematica non si fosse pienamente espressa; allora nella sua prossima incarnazione rinascerà con una capacità matematica che si presenterà come prosecuzione dall’incarnazione precedente. Il matematico Abel morto giovane nascerà quasi certamente nella sua prossima incarnazione con una forte capacità matematica. Dove invece un calcolatore è invecchiato particolarmente, dove questa capacità si è pienamente sviluppata, lì la persona nella sua prossima incarnazione sarà proprio tonta riguardo alla matematica. Conosco una personalità che aveva così poca capacità matematica che da scolaro odiava propriamente i numeri; mentre la persona aveva buoni voti negli altri insegnamenti, era solo possibile che passasse le classi scolastiche perché negli altri insegnamenti riceveva particolarmente buoni voti. Ciò derivava dal fatto che nell’incarnazione precedente era stato un matematico particolarmente bravo.

Se si continua su questa linea, emerge il fatto che ciò che uno compie esternamente in un’incarnazione, cioè non solo esternamente ma che abbia come professione esterna o interiore, entra nell’incarnazione successiva nella formazione interna dell’organismo; per esempio nel modo che se si era particolarmente bravi matematici in un’incarnazione, si è portato con sé e incorporato nella propria anima tutto quello che si era acquisito nel dominio dei numeri e delle figure, nel senso che si è affinato particolarmente lo sviluppo di un organo di senso, per esempio degli occhi. E le persone che vedono molto bene hanno questo attento sviluppo della forma dell’occhio dal fatto che nell’incarnazione precedente hanno pensato in forme e hanno portato con sé questo pensiero in forme. E mentre attraversavano il tempo fra la morte e una nuova nascita, hanno particolarmente affinato i loro occhi. Lì la capacità matematica si è riversata nell’occhio e non si vive più nella capacità matematica.

Un altro caso noto agli occultisti è quando un’individualità in un’incarnazione ha vissuto particolarmente intensamente in forme architettoniche: ciò che ha sentito in quel caso si è sviluppato come forze nella vita animica interiore e ha affinato particolarmente delicatamente l’organo dell’udito, così che questa individualità nell’incarnazione successiva è diventata un grande musicista. Non è diventato un grande architetto, perché le forme di sentimento che si fondavano sull’architettura sono diventate formatrici di organi, così che non è rimasto niente se non sentire la musica in alto grado.

Una considerazione esterna delle somiglianze inganna di solito su quali siano le particolarità nelle incarnazioni successive. E come dobbiamo riflettere su ciò che non ci è piaciuto e dobbiamo rappresentarcelo come se intensamente lo desiderassimo, così dobbiamo riflettere anche sulle cose per cui siamo meno dotati, dove siamo completamente tardi di mente. E se scopriamo i lati completamente stupidi del nostro essere, allora con grandissima probabilità possono condurci a dove abbiamo brillato più di tutto nell’incarnazione precedente. Da ciò vediamo che è ovvio cominciare proprio da questi aspetti in modo sbagliato. Come comunque una certa riflessione può insegnarci che è il nocciolo animico interiore il più profondo che vive da un’incarnazione all’altra, lo dimostra per esempio la considerazione che l’uomo non impara le lingue più facilmente per il fatto che in un’incarnazione precedente avesse vissuto in un’area linguistica collegata alla lingua che dovrebbe ora imparare; altrimenti i nostri liceali non avrebbero così gran difficoltà nell’imparare il greco o il latino, sebbene molti nelle loro incarnazioni anteriori abbiano vissuto in un’area dove parlavano queste lingue come le ordinarie lingue di conversazione.

Di ciò che esternamente portiamo con noi dobbiamo dire che è così strettamente collegato con ciò che si conclude nella vita dell’uomo fra nascita e morte, che non può neppure parlarsi del fatto che queste cose si ripresentino nella prossima incarnazione nello stesso modo, bensì si trasformano in forze e così passano nella successiva o nelle successive incarnazioni. Quelle persone che per esempio in un’incarnazione hanno una disposizione particolare per imparare le lingue, nella loro prossima incarnazione non avranno questa disposizione; avranno invece la disposizione di un giudizio più imparziale degli altri uomini.

Queste sono cose che riguardano i misteri della reincarnazione. E proprio quando si guarda a questi misteri della reincarnazione, si avrà nella maniera più intensa una rappresentazione di ciò che effettivamente è realmente interiore nell’uomo e di ciò che in certa misura deve essere contato fra le cose esteriormente. Per esempio per l’uomo presente la lingua non è per niente interiore. Si può amare la lingua per quello che esprime, per lo spirito del popolo; ma è qualcosa che nelle forme di forza trasformate passa da un’incarnazione all’altra.

Quando l’uomo segue queste cose, così che da un lato dice: voglio veramente desiderare intensamente ciò di cui sono diventato controvoglia e per cui ho meno disposizione — allora potrà sapere: le rappresentazioni che guadagno lì si formeranno nel quadro della mia incarnazione precedente. — Questo quadro dell’incarnazione precedente sorgerà con grande determinatezza se si è seri con le cose che ora sono state caratterizzate più dettagliatamente. Si noterà infatti realmente che nel modo intero come le rappresentazioni così guadagnate si compongono per noi, sentiremo: questo quadro mi è in realtà abbastanza vicino; non è molto lontano da me. Oppure sentiremo: è un quadro molto, molto lontano da me. Se cioè nella elaborazione delle rappresentazioni descritte oggi, uno si è formato dinanzi all’anima un tal quadro della sua incarnazione precedente, allora di regola potrà valutare quanto sbiadito sia questo quadro. Avrà la sensazione come da un sentimento: tu stai qui; tuo padre, tuo nonno, tuo bisnonno non possono essere il quadro che sta dinanzi a te. — Se però ci si lascia agire il quadro, allora si ottiene effettivamente dal sentimento e dall’emozione l’opinione: così tante persone stanno fra te e questo quadro! — Supponiamo che uno riceva questo sentimento — e tale sentimento si presenta — fra sé stesso e questo quadro stiano dodici persone, e un altro riceva il sentimento che fra sé e il quadro stiano sette persone. Ma tale sentimento si riceve, e questo sentimento è straordinariamente importante. Perché se per esempio dodici persone stanno fra sé e il quadro, allora si deve solo dividere per tre e si otterrebbe quattro. Questi sono allora di solito i secoli che separano da un’incarnazione precedente. Quindi un uomo che avrebbe il sentimento di essere lontano dal quadro che ho descritto nella sua origine di dodici persone, che esso stia dodici persone sopra di lui, dovrebbe dirsi: la mia incarnazione precedente cade quattro secoli prima di quella presente. — Questo è solo un esempio; nella maggior parte dei casi non sarà così, ma ci viene accanto una valutazione. La maggior parte troveranno di poter valutare correttamente in questo modo quando erano stati prima. Solo che i presupposti sono naturalmente alquanto difficili.

Con ciò abbiamo toccato cose che stanno il più lontano possibile dalla coscienza del presente. E non è affatto dubbio che, se qualcuno raccontasse queste cose a persone non preparate, troverebbero che sono effettivamente fantasticherie irresponsabili. Ora è il destino della concezione antroposofica del mondo che debba contrapporsi a tutte le precedenti concezioni nel modo massimo possibile a ciò che è tramandato. Perché il tramandato è nel più ampio senso, come ci si presenta, il più crasso, il più sterile materialismo. E proprio dove certe concezioni del mondo si oppongono a noi come se stessero fermissimamente sul terreno scientifico, sono proprio così sterili: crescono dal più sterile materialismo di fondo. Poiché l’antroposofia è condannata a essere essa stessa in certa misura per il grande mondo delle concezioni del mondo quello che oggi è stato richiesto per l’uomo che dovrebbe avere una rappresentazione della sua incarnazione precedente, così può sembrare comprensibile che debba essere lungi dall’uomo presente di prendere seriamente le concezioni antroposofiche. Infatti le persone saranno altrettanto riluttanti nel desiderare e volere ciò che nella vita non hanno desiderato e voluto, come alle loro abitudini di pensiero sono lontane le verità spirituali.

Ora si potrebbe sollevare la domanda: perché dunque la verità spirituale sorge fra le persone proprio ora? Perché non lascia al popolo il tempo di svilupparsi finché non siano più maturi?

Ciò proviene dal fatto che difficilmente si può immaginare una differenza più grande fra due epoche successive dell’umanità, di quanto lo sarà fra l’epoca in cui l’umanità attuale vive e quella in cui l’umanità crescerà quando gli uomini che ora vivono rinasceranno nella loro prossima incarnazione. Perché non dipende dagli uomini come certe capacità spirituali si sviluppino; dipende dal senso totale e dal significato e dall’essenza intera dello sviluppo terrestre. Gli uomini attualmente sono il più lontano dal credere nella reincarnazione e nel karma. Non gli antroposofi — ma gli antroposofi sono pochi al mondo —, non quelli che ancora appartengono alle vecchie forme religiose, bensì quelli che oggi sono i portatori della vita culturale esterna, sono oggi il più lontano dal credere nella reincarnazione e nel karma. Ora stranamente proprio questo fatto, che gli uomini oggi sono il meno inclini a credere nella reincarnazione e nel karma, unito a ciò che gli uomini oggi fanno e imparano, cioè fanno e imparano nella misura in cui ha significato per le capacità intellettuali — questi fatti faranno sì che in questi uomini del presente nella prossima incarnazione accada il contrario. Questi uomini del presente nella prossima incarnazione — indipendentemente dal fatto che stiano aspirando spiritualmente o materialistically — avranno una forte disposizione a sentire la loro incarnazione precedente. Completamente indipendente da ciò che gli uomini del presente fanno: dal fatto di essere uomini di oggi, rinasceranno con una forte disposizione e un forte desiderio di sapere qualcosa della loro incarnazione precedente. Stiamo proprio a una tale svolta temporale che conduce gli uomini da un’incarnazione dove vogliono sapere il meno possibile sulla reincarnazione e il karma, a un’incarnazione dove in loro sarà il sentimento più vivace: l’intera vita che ora conduco rimane nell’aria per me, se non posso sapere qualcosa sulla mia incarnazione precedente. — E gli uomini che ora maledicono più di tutto la reincarnazione e il karma, si contorceranno sotto il tormento della prossima vita, perché non riusciranno a spiegarsi come la vita possa essere diventata così. Non per acquisire una certa nostalgia del precedente vivere, l’antroposofia è praticata dalle persone, bensì per avere comprensione per ciò che apparirà all’intera umanità una volta, quando gli uomini che oggi vivono saranno di nuovo qui. Gli uomini che oggi sono antroposofi condivideranno la disposizione con gli altri di volere di nuovo ricordarsi; ma avranno comprensione e così armonia interiore riguardo alla loro vita animica. Quelli che oggi rifiutano l’antroposofia, vorranno saperlo, e sentiranno qualcosa come un tormento interiore per qualcosa che appunto sarebbe la loro incarnazione precedente nella vita prossima; ma non comprenderanno niente di ciò che li preme e tormenta il più di tutto; saranno sconcertati, saranno internamente disarmonici. E dovrà dirsi loro nella prossima incarnazione: imparerai a riconoscere quel che ti causa tormenti, se ti rappresenti che effettivamente seriamente avrai potuto volere questo tormento. — Naturalmente non tutti gli uomini vorranno questo tormento. Ma gli uomini che oggi sono materialisti, allora nella prossima incarnazione inizieranno a comprendere il loro pentimento interiore, la loro sterilità e il tormento interiore, quando seguiranno le richieste, il consiglio di coloro che allora sapranno e potranno loro dire: rappresentatevi una volta: questa vita, come la fuggireste, l’avreste voluta. — Quando inizieranno a seguire questo consiglio, a riflettere: come posso aver voluta questa vita? — allora si diranno: ah sì, allora ho forse vissuto un’incarnazione in cui ho detto: che cosa, un’altra successiva vita o incarnazione dovrebbe seguire questa vita? Assurdità! Sciocchezza! Come si può credere a una cosa del genere! Questa vita si realizza in sé stessa, è chiusa in sé; non manda forze in una vita successiva! Sì, perché allora ho avuto il sentimento che una vita successiva è vana, è assurda, per questo è diventata vana e assurda! Proprio quel pensiero ho piantato in me come forza che ora mi rende la vita così sterile e vuota!

Questo sarà un pensiero giusto. Così il materialismo si vivrà karmicamente. Significativa sarà la prossima incarnazione per quegli uomini che si sono formati la convinzione che la loro vita così come è, non è solo realizzata in sé stessa, bensì contiene cause per la successiva. Assurda, vuota e sterile sarà la vita di coloro che col pensiero dell’assurdità della reincarnazione hanno reso a se stessi la vita sterile e vana.

Così vediamo che i pensieri che coltiviamo non passano nella forma accresciuta nella vita successiva, bensì appunto come forze trasformate appaiono nella vita successiva. Nel mondo spirituale, i pensieri così come sono nella vita fra nascita e morte, non hanno significato, ma hanno significato solo in forma trasformata. Se per esempio uno ha un grande pensiero, così grande che possa essere: quando l’uomo passa attraverso la porta della morte, il pensiero come pensiero è scomparso. Ma l’entusiasmo, il sentimento, l’emozione che si è animato sotto l’influenza del pensiero, quello passa attraverso la porta della morte. Dall’antroposofia stessa l’uomo non porta i pensieri, bensì ciò che ha visto nei pensieri — fino nei dettagli, non solo la sensazione generale di fondo. Questo è ciò che vogliamo trattenere particolarmente: che i pensieri come tali per il piano fisico sono il veramente significativo, e che quando parliamo dell’effetto del pensiero per i mondi superiori, dobbiamo contemporaneamente parlare di una trasformazione di questi pensieri verso i mondi superiori. I pensieri che così negano una reincarnazione, si trasformano nella vita reincarnata in una vanità interiore, in una vuotezza interiore della vita, e la vanità interiore, la vuotezza interiore della vita viene sentita come sofferenza, come disarmonia. — Potete persino per un paragone farvi un’idea di come tale vanità interiore e vuotezza debbano procedere, se vi immaginate che vogliate molto bene a qualcosa e la vediate volentieri quando giungerete a un certo posto. Vi siete abituati per esempio a vedere un certo fiore in un giardino a un certo posto fiorire. Se allora il fiore viene reciso da mano scellerata, proverete dolore. Se qualcosa che amate non l’avete, se vi manca, allora provate dolore. Così è con l’organizzazione complessiva dell’uomo. Per quale motivo l’uomo prova dolore? Se il corpo eterico e il corpo astrale di un organo sono sempre inseriti a un certo posto del corpo fisico, e se questo organo riceve un taglio e viene ferito, il corpo eterico e il corpo astrale non riescono bene a intervenire. È proprio come quando per taglio di mano scellerata la rosa nel giardino vi viene recisa al certo posto. Il corpo eterico e il corpo astrale allora non trovano, quando un organo viene ferito, ciò che cercano; questo viene allora percepito come dolore corporeo. Così i pensieri che l’uomo si è formati come agenti nel futuro, gli si opporranno nel futuro. Ma gli mancheranno, e non troverà niente dove lo cercherà a un certo posto, se non manda fiducia e forze di conoscenza nella prossima incarnazione, e allora percepirà questo mancare di qualcosa a un posto come dolore e tormento.

Questi sono dati che da una certa prospettiva ci chiariranno il decorso karmico di certe cose. Dovevano essere forniti, perché vogliamo ancora penetrare più profondamente nel modo in cui l’uomo può ancora fare ulteriori preparazioni per conoscere il vero nucleo interiore spirituale-animico.

2°Parte 1 - La crisi karmica e la chiamata alla vita spirituale

Berlino, 30 Gennaio 1912

Le riflessioni che abbiamo svolto qui l’ultima volta avranno ancora per molti qualcosa di incomprensibile, forse persino di problematico. Tuttavia, se oggi approfondiremo ancora questo o quello, le cose potranno avvicinarsi a noi.

Che cosa abbiamo portato alla coscienza, in quella sera precedente al nostro gruppo? Era qualcosa di simile, per l’intera essenza dell’uomo, a quello che un uomo compie quando si trova in una certa situazione della vita in cui deve richiamare alla memoria esperienze e avvenimenti precedenti. Ricordo e memoria sono esperienze dell’anima umana, che per la coscienza ordinaria vengono conosciute innanzitutto unicamente per la vita dell’anima che scorre fra la nascita e la morte. O più precisamente — come abbiamo espresso più volte — per un periodo che in realtà comincia soltanto negli anni successivi dell’infanzia e prosegue fino alla morte. Sappiamo che per la coscienza ordinaria ricordiamo soltanto fino a un determinato momento della nostra infanzia, e che ciò che è avvenuto prima possiamo apprenderlo soltanto attraverso i genitori o i parenti più anziani. Se consideriamo il periodo della vita umana così caratterizzato, parliamo di ricordo per quanto riguarda la vita dell’anima. Naturalmente qui non è possibile approfondire nei dettagli i significati delle parole «capacità di ricordo» o «memoria»; per i nostri scopi neppure è necessario. Dobbiamo solo renderci chiaramente consapevoli che tutto ciò che è indicato da queste parole include il richiamarsi alla mente esperienze e avvenimenti avvenuti in precedenza. Quello che abbiamo considerato l’ultima volta era in certa misura qualcosa di simile a questo richiamarsi alla mente; solo che questa somiglianza non doveva valere come la memoria ordinaria che si introduce nella nostra vita quotidiana, bensì doveva guidarci come una sorta di memoria ampliata e superiore, andando oltre l’incarnazione attuale verso una specie di certezza che prima di questa vita terrena siamo stati in altre vite terrene. E come abbiamo accennato l’ultima volta, questo processo superiore doveva somigliar al richiamarsi di qualcosa già sperimentato nella vita ordinaria. Se da una parte immaginiamo un uomo che ha bisogno di qualcosa che ha imparato in un momento precedente della sua vita attuale, e che poi dispone la sua anima a far emergere dalle sue profondità quello che aveva imparato, per considerarlo con lo sguardo presente, se raffiguriamo vivamente questo processo di ricordo, abbiamo in esso un’attività che appartiene alla nostra memoria ordinaria. Quanto esposto l’ultima volta erano attività dell’anima. Ma queste attività dell’anima dovevano condurre affinché in noi sorga qualcosa di simile, riguardante le vite terrene precedenti, come quello che riguarda questa vita terrena quando sentiamo emergere dalla memoria qualcosa che abbiamo sperimentato precedentemente. Pertanto non dovete considerare quello che è stato detto l’ultima volta come se fosse già tutto ciò che potrebbe condurci verso le vite terrene precedenti, o come se fosse prima di tutto quello che potrebbe suscitare una giusta concezione di come eravamo in vite precedenti. È soltanto un ausilio, così come il richiamarsi alla mente è un ausilio per far emergere ciò che è sprofondato nelle profondità della vita dell’anima. Riassumiamo brevemente quello che abbiamo considerato circa il richiamarsi alla mente riguardante le vite terrene precedenti.

Con una certa conoscenza di sé notiamo nella nostra vita molte cose di cui possiamo dire di comprendere che esse ci hanno colpito. Quando un evento sgradevole ci colpisce e non vediamo completamente come esso doveva accadere, ma ci diciamo: «Tu sei in realtà una persona piuttosto leggera; non c’è da meravigliarsi che ti sia capitato» — allora almeno c’è qualcosa come un’eco della comprensione per il fatto che ci sia capitato. Ma ci sono innumerevoli altri eventi che entrano nella vita, e di cui non possiamo affatto formarci l’idea che siano collegati alle nostre capacità e facoltà dell’anima. Nella vita ordinaria parliam allora di coincidenze. Parliamo di coincidenze quando non vediamo come le cose che ci colpiscono come colpi di destino sono collegate al nostro stato d’animo interiore o ad altro. Si è anche attirato l’attenzione su altri tipi di esperienze. Sono quelle esperienze dell’anima in cui attraverso quello che chiamiamo il nostro Io ordinario, ci strappiamo da una situazione di vita in cui però eravamo effettivamente inseriti. Come esempio si è addotto il caso di qualcuno che è stato indirizzato dai genitori o da persone care verso una professione o una situazione di vita, ma che sente di volersi staccare da tutto con gran forza e dirigersi verso qualcos’altro. Quando nel corso della vita riprendiamo in esame tali cose, ci diciamo: «Siamo stati collocati in una situazione di vita, ma ce ne siamo strappati attraverso il nostro impulso di volontà, attraverso le nostre simpatie e antipatie». — Si è quindi parlato di tali cambiamenti di direzione di ciò in cui eravamo collocati.

Non si tratta di considerare tutto il possibile nel ricordo retrospettivo di questo tipo, bensì soltanto quello che realmente ci si è presentato nella vita. Se qualcuno per esempio non ha mai sentito in sé la vocazione di diventare marinaio, o non ha avuto alcuna ragione di diventarlo, naturalmente un tale impulso non entra affatto in considerazione per le riflessioni che abbiamo svolto l’ultima volta: ma solo quei casi in cui abbiamo effettivamente provocato una sorta di rottura del destino; cioè situazioni della vita in cui abbiamo provocato quasi un cambiamento della nostra vita. E non intendiate neppure questo in modo che, attraverso questo richiamarsi alla mente ai precedenti eventi, seguendo i principi sviluppati, dovrebbe intervenire un pentimento e una restituzione; cioè che, se nel corso della vita successivo ci ricordiamo di simili cose e giungiamo alla consapevolezza che ci siamo strappati da esse, dovremmo ora pentirci e tornare a collocarci nuovamente in quello in cui allora eravamo collocati. Non si tratta di conseguenze pratiche, bensì del richiamarsi alla mente dove tali rotture sono avvenute. E poi si tratta di provocare in noi, in modo energico, nei confronti di quelle cose di cui diciamo: «Sono capitate casualmente» — e: «Siamo stati collocati, ma ce ne siamo strappati» — la seguente esperienza interiore.

Ci diciamo: «Mi immagino che quello che allora non ho voluto, da cui mi sono strappato, sarebbe stato qualcosa in cui mi sarei collocato con il più forte impulso di volontà. Quindi quello che mi era antipatico — e poiché mi era antipatico, per questo motivo me ne sono strappato — me lo rappresento davanti all’anima cosicché mi dico: “Voglio abbandonarmi alla rappresentazione, come esperimento, che l’ho voluto con tutta la forza, e voglio rappresentarmi davanti all’anima l’immagine di una persona che avrebbe voluto una cosa simile con tutta la forza”». E per quelle cose di cui abbiamo detto che sono coincidenze, ci rappresentiamo anche, come esperimento, di averle provocate. Supponiamo che una volta sia emerso il ricordo che un mattone mi era caduto sulla spalla e mi aveva fatto molto male. Allora vogliamo abbandonarci alla rappresentazione: saremmo saliti sul tetto, avremmo allentato il mattone così che doveva cadere nell’istante successivo, e poi saremmo corsi giù velocemente, sicché il mattone avrebbe dovuto cadere su di noi. Non si tratta qui del fatto che sono rappresentazioni grottesche, bensì di quello che vogliamo conseguire con esse.

Ora ci trasferiamo veramente nell’anima di una persona per cui abbiamo costruito un’immagine così, come se avesse voluto tutto ciò che ci ha colpito «casualmente», e avesse desiderato tutto quello da cui ci siamo strappati. Solo che non accade niente in anima se si fa questo esercizio due, tre, quattro volte, ma molto accade se lo si pratica collegandolo ai numerosi eventi che si troveranno quando li si ricerca. Se lo si ripete ancora e ancora e lo si rappresenta in modo veramente vivido, se ci si figura proprio una persona che avrebbe voluto tutto quello che noi non abbiamo voluto, allora si farà l’esperienza che questa immagine umana che abbiamo evocato non ci lascia più, che produce su di noi un’impressione molto strana, come se fosse veramente qualcosa che avesse a che fare con noi. Se ci si appropria di tale delicatezza riguardo a un tale auto-esame, ben presto si comincerà a trovare la somiglianza che esiste fra tale disposizione d’animo e tale immagine che abbiamo costruito, e tale rappresentazione che abbiamo richiamato dalla memoria, nel che si sente come essa sorga come rappresentazione ricordata. La differenza è solo che nel processo di memoria ordinario, quando si fa emergere una tale rappresentazione dall’anima, si ha a che fare principalmente con rappresentazioni; invece quello che nella nostra anima diviene vivace quando facciamo gli esercizi di cui si è parlato è qualcosa di emotivo, qualcosa che è più strettamente legato ai nostri stati d’animo dell’anima, meno alle nostre rappresentazioni. Ci sentiamo in un modo singolare di fronte a questa immagine. L’immagine stessa conta meno; ma i sentimenti che abbiamo producono un’impressione simile alle rappresentazioni ricordate. E se continuiamo a ripetere questo ancora e ancora, allora per esperienza diretta, grazie a una sorta di evidenza interiore, sorge il sapere secondo cui l’immagine che abbiamo costruito diviene qualcosa come una rappresentazione ricordata che diventava sempre più chiara, mentre all’inizio, quando deliberatamente la richiamavamo, era stata tratta oscuramente dalle profondità dell’anima. Quindi non si tratta di ciò che si rappresenta, bensì che ciò che si rappresenta si trasforma, che diviene qualcosa di diverso. Accade un processo come quando qualcuno vuole ricordarsi di un nome, e balbetta e balbetta e ha un presentimento, e poi dice: «Nusbaumer» — ma poi ha il sentimento che non è giusto, e allora, per ragioni che non riesce a dominare completamente, il nome giusto, forse: Nusdörfer — si aggiunge. Così come qui i nomi «Nusbaumer» e «Nusdörfer» si costruiscono reciprocamente, così anche l’immagine si riposizionerà, cambierà, e di fronte a questo sorge il sentimento: «Hai conseguito qui qualcosa che è in te, e per il modo in cui è in te e si comporta riguardo a tutta la tua restante vita emotiva, ti mostra chiaramente: queste cose non potevano essere in te nell’incarnazione presente!» Mediante questo sorge allora con grande chiarezza interiore che qualcosa come ciò che è in noi rimane nel passato. Dobbiamo ora comprendere che qui abbiamo a che fare con una sorta di capacità di ricordo che può essere sviluppata nell’anima umana; una capacità di ricordo che deve essere designata con un nome diverso rispetto alla capacità di ricordo ordinaria. La capacità di ricordo ordinaria potrebbe essere designata con la parola «ricordo di rappresentazione»; ma questa capacità di ricordo che ora è in questione dovrebbe veramente essere designata come una sorta di «ricordo di sentimenti e sensazioni». Che ciò abbia una certa validità può emergere dalle seguenti considerazioni.

Considerate che effettivamente la nostra memoria ordinaria, la nostra capacità di ricordo ordinaria fornisce una sorta di ricordo di rappresentazione. Richiamate solo alla mente come un evento particolarmente doloroso, che forse vi ha profondamente depresso vent’anni fa, riaffiora nella memoria. Forse questo evento vi si rappresenta nella memoria con tutti i dettagli, ma il dolore che allora avete provato non lo sentite più nella memoria nel modo corrispondente; è stato in certa misura cancellato dalla rappresentazione ricordata. Naturalmente ci sono vari gradi, e può accadere che qualcosa abbia colpito una persona così fortemente che ancora e ancora sorga nuovo e intenso dolore quando ricorda l’evento. Ma il principio generale che ora è stato espresso vale comunque, così che possiamo riconoscere da ciò che per l’incarnazione presente la nostra capacità di ricordo è un ricordare di rappresentazione, mentre i sentimenti sperimentati o addirittura gli impulsi di volontà non riaffiorano nell’anima con la medesima intensità, almeno non in modo che potrebbe essere paragonato all’originale. Dovete solo raffiguravi un esempio caratteristico e vedrete quanto grande è la differenza fra la rappresentazione che sorge nel ricordo e quello che è rimasto nella vita ordinaria dell’incarnazione presente dai sentimenti e dagli impulsi di volontà che abbiamo provato. Dovete solo pensare a qualcosa come a una persona che scrive le sue memorie. Supponiamo per esempio che Bismarck, nello scrivere le sue memorie, fosse arrivato al punto in cui ha preparato la Guerra austro-prussiana del 1866. E immaginate cosa possa essere accaduto nell’anima di Bismarck in quel punto infinitamente critico, dove ha guidato e diretto gli eventi contro un mondo di pregiudizi e contro un mondo di impulsi di volontà. E ora immaginate non più come tutto questo allora ha vissuto nell’anima di Bismarck, bensì che tutto quello che ha immediatamente sperimentato sotto l’impressione degli eventi è sprofondato nelle profondità dell’anima. E pensate all’offuscamento che deve essere intervenuto riguardo ai sentimenti e agli impulsi di volontà che erano presenti quando eseguiva la cosa, paragonati al tempo in cui scriveva le sue memorie. Nessuno potrà essere incerto riguardo alla differenza che esiste fra l’aspetto rappresentativo della cosa e quello che appartiene ai sentimenti e agli impulsi di volontà.

Chi è già entrato un poco nell’antroposofico comprenderà quando è detto, da altri punti di vista già spesso espresso: che il nostro rappresentare, cioè il nostro rappresentare mnemonico, è quello nella nostra vita dell’anima che, quando è stimolato dall’esterno attraverso il mondo esteriore in cui viviamo nel corpo fisico, ha veramente significato soltanto per questa singola incarnazione. Abbiamo sempre dalle fondamenta dell’antroposofia portato avanti la grande verità che tutto ciò di cui parliamo attraverso rappresentazioni e concetti che acquisiamo percependo questo o quel sensibile, avendo paura o speranza di qualcosa nella vita — cioè per ora non riguardante gli impulsi emotivi, bensì le rappresentazioni — tutto questo che abbiamo nella vita rappresentativa scompare molto presto quando abbiamo attraversato la porta della morte. Perché le rappresentazioni appartengono a ciò che scorre via nella vita fisica, appartengono a ciò che meno rimane. Ma chiunque sia entrato in qualche modo nelle leggi della reincarnazione e del karma — l’ho anche già menzionato qui — può facilmente comprendere che le nostre rappresentazioni, nella misura in cui le acquistiamo nella vita, che è in relazione con il mondo esteriore o con le cose del piano fisico, si esprimono nel linguaggio, e possiamo quindi considerare il parlare legato in certa misura alla vita rappresentativa. Ora ognuno sa che deve imparare a parlare una qualsiasi lingua nella singola incarnazione. Perché mentre è totalmente chiaro che un certo numero di studenti ginnasiali contemporanei erano incarnati nell’antica Grecia, nessuno impara il greco più facilmente per il fatto di poter ricordare come lo parlava nella sua precedente incarnazione. La lingua è completamente un’espressione della vita rappresentativa, e il destino della lingua è simile al destino della vita rappresentativa; sicché le rappresentazioni, come vivono in noi rispetto al mondo fisico, e persino le rappresentazioni che dobbiamo acquisire sui mondi superiori, sono in certa misura sempre colorate dagli impressioni del mondo fisico. Solo se possiamo vedere attraverso questo rivestimento vediamo quello che le rappresentazioni possono comunicare sui mondi superiori. Ma quello che possiamo acquisire qui nel mondo fisico come rappresentazioni immediate è anche legato in certa misura alla vita fra la nascita e la morte. Dopo la morte infatti non formiamo rappresentazioni come le formiamo qui, bensì le vediamo; sono le nostre percezioni, esistono come i colori o i suoni esistono nel mondo fisico. Mentre nel mondo fisico quello che l’uomo si rende presente attraverso le rappresentazioni è espresso propriamente solo con materiale fisico, cosa facilmente trascurata, nello stato disincarnato abbiamo rappresentazioni davanti a noi come abbiamo colori o suoni davanti a noi. Mentre nel mondo fisico quello che conosciamo puramente rappresentativamente — o meglio concettualmente nel senso della «Filosofia della Libertà» — può essere visto solo attraverso il velo della vita rappresentativa, per l’anima disincarnata sta davanti come il mondo fisico sta davanti alla coscienza ordinaria.

Nel mondo fisico ci sono persone che ritengono tutto quello che il dato sensoriale fornisce come tutto il reale. E ciò che si può chiarire solo attraverso un concetto, come per esempio il modo in cui tutto quello che i sensi possono dare è compreso dal concetto di «agnello», o come è compreso dal concetto di «lupo» — cioè quello che articola il materiale — può persino essere negato da coloro che vogliono far valere soltanto le impressioni sensoriali. Possiamo dire: l’uomo può formarsi un’immagine nelle sue rappresentazioni su tutto quello che vede nell’agnello, e può parimente formarsi un’immagine su tutto quello che vede nel lupo. Ora una concezione ordinaria tenta di suggerire all’uomo che ciò che può essere formato concettualmente ha significato soltanto come «mero concetto». Ma se per esempio chiudessimo un lupo e lo nutrissimo per lungo tempo soltanto con agnelli, così che se prima aveva mangiato qualcos’altro, ciò come materia ora è fuori, ed è pieno soltanto di materia di agnello, allora nessun uomo potrà creder che il lupo sia diventato un agnello. Perciò dovremo dire: è evidente qui che quello che articola l’impressione sensoriale, il concetto, è qualcosa di reale. Tuttavia non è negato: quello che forma il concetto muore. Ma ciò che vive nel lupo, ciò che vive nell’agnello, quello che non può essere visto con occhi fisici, sarà visto, percepito nella vita tra la morte e una nuova nascita.

Se dunque è detto che le rappresentazioni sono legate al corpo fisico, allora nessuno deve dedurne l’affermazione che l’uomo sarebbe senza rappresentazioni, o meglio senza il contenuto delle rappresentazioni nella vita fra la morte e una nuova nascita. Solo quello che le rappresentazioni elaborano scompare. Quello che abbiamo come la nostra vita rappresentativa, quindi, come la viviamo nel mondo fisico, ha significato soltanto per la vita in questa incarnazione. E ho già accennato che, collegandosi a questa consapevolezza che questa vita rappresentativa, valida per il mondo sensoriale in un’incarnazione, vale soltanto per questa, Friedrich Hebbel una volta ha abbozzato un bellissimo piano per un dramma nel suo diario. Aveva l’idea che Platone reincarnato fosse in una classe di ginnasio e farebbe la peggiore impressione possibile sul maestro e potrebbe avere i peggiori voti, perché non capisce per niente Platone! Questo è anche un suggerimento di come l’edificio del pensiero di Platone, che ha vissuto in lui sul piano del pensiero, non continua a vivere in questa forma nella prossima incarnazione.

Per giungere a pensieri ragionevoli su queste cose, bisogna considerare la vita dell’anima dell’uomo da un certo punto di vista. Si deve chiedersi: quale contenuto portiamo con noi nella nostra vita dell’anima?

Il primo sono le nostre rappresentazioni. Che queste rappresentazioni, compresse insieme con i sentimenti, possano condurre agli impulsi di volontà non impedisce che possiamo parlare di una vita rappresentativa particolare nella nostra anima. Perché benché ci siano persone che difficilmente riescono a mantenersi, si potrebbe dire, in una pura, mera rappresentazione, che, quando si rappresentano qualcosa, si infiammano poderosamente di simpatia o antipatia, passando quindi subito ad altri impulsi dell’anima, ciò non impedisce che la vita rappresentativa possa essere separata da altri contenuti dell’anima.

La seconda cosa che portiamo con noi nella nostra vita dell’anima sono le esperienze emotive. Queste si presentano davvero in modi molto vari. C’è il contrasto ben noto nella vita emotiva, che si può designare con simpatia e antipatia, che rechiamo verso le cose: o se lo si vuole designare più chiaramente, amore e odio. Poi ci sono i sentimenti che si possono designare come quelli che producono una certa eccitazione, e di nuovo quelli che producono una certa tensione e distensione. Non possono essere mescolati con i sentimenti di simpatia e antipatia. Perché un impulso dell’anima che si può chiamare tensione, eccitazione e distensione è qualcosa di diverso da quello che si manifesta soltanto in simpatia o antipatia. Ma si dovrebbe parlare molto se si volessero caratterizzare i diversi tipi di contenuti emotivi. Vi appartengono anche quelli che si possono designare come i sentimenti per il bello e il brutto, che appaiono come un contenuto dell’anima del tutto particolare, che non possono essere paragonati con i meri sentimenti di simpatia e antipatia, almeno non possono essere mescolati con essi. Potremmo anche designare i sentimenti che abbiamo per il bene e il male come un genere particolare. Oggi non è il momento di sviluppare come l’esperienza interiore che abbiamo di un’azione buona o cattiva è qualcosa di totalmente diverso dal sentimento di simpatia o antipatia per un’azione buona o cattiva, come amiamo l’azione buona e odiamo quella cattiva. Così i sentimenti ci si presentano nella forma più varia, e possiamo distinguerli dalle rappresentazioni.

Una terza sorta di esperienze dell’anima sono gli impulsi di volontà, la vita di volontà. Questo a sua volta non deve essere confuso con quello che possiamo chiamare esperienze emotive, che devono rimanere comprese nella nostra vita dell’anima o rimanere dalla natura di come le sperimentiamo. A un impulso di volontà appartiene che si esprima nell’anima: «Tu devi fare questo, tu non devi fare quello». Perché si dovrebbe imparare a distinguere fra il mero sentimento che si ha di ciò che in se stesso o in un altro ci appare come bene o male, e quello che appare di più di questo sentimento nell’anima quando siamo spinti a fare il bene, a lasciare il male. Il giudizio può rimanere nel sentimento; ma qualcosa di diverso sono gli impulsi di volontà. E benché ci siano transizioni fra la vita emotiva e gli impulsi di volontà, già per ragioni dell’osservazione della vita ordinaria non si dovrebbero semplicemente mescolare. Nella vita umana ovunque ci sono transizioni. Come ci sono persone che non giungono a nessuna pura rappresentazione, ma sempre subito esprimono quello che amano o odiano, che sono sempre agitate da una parte all’altra perché non riescono a separare i loro sentimenti dalle loro rappresentazioni, così ci sono altri che, quando vedono qualcosa, non riescono affatto a evitare di passare a qualcosa che corrisponde a un impulso di volontà, a un’azione, persino quando questa azione non è affatto giustificata. Questo non porta a niente di buono; allora si manifesta come dipsomania, come cleptomania e così via. Non c’è alcun rapporto ordinato fra i sentimenti e gli impulsi di volontà. Ma in verità queste cose devono essere distinte nel modo più rigoroso. Così viviamo nella nostra vita dell’anima all’interno delle rappresentazioni, all’interno delle esperienze emotive e all’interno degli impulsi di volontà. Abbiamo già fatto osservazioni simili spesso; non si può farne a meno se si vuole considerare l’uomo totale.

Ora abbiamo provato a portare qualcosa che possa suggerirci che la vita rappresentativa è qualcosa che è legato all’incarnazione singola fra la nascita e la morte. Vediamo infatti come entriamo nella vita e acquisiamo la vita rappresentativa. Non è così con la vita emotiva, né con la vita di volontà. Chi avesse voluto affermare che fosse così, si potrebbe pensare che non avrebbe mai considerato ragionevolmente lo sviluppo di un bambino. Si consideri semplicemente un bambino, quando è ancora del tutto inetto rispetto alla vita rappresentativa, come non riesce affatto a mettersi in connessione con l’ambiente con le sue rappresentazioni, come tuttavia ha marcate simpatie e antipatie, come ha poi impulsi di volontà sia eccitanti che calmanti. E la determinatezza con cui gli impulsi di volontà si presentano ha perfino sedotto un filosofo, Schopenhauer, a credere che il carattere di una persona si presenti cosicché non può affatto essere cambiato nella vita. Non è corretto; può essere cambiato. Ma è così che, quando entriamo nella vita fisica, dobbiamo dire: le cose non stanno affatto così con i sentimenti e gli impulsi di volontà come con le rappresentazioni, bensì entriamo nell’incarnazione con un carattere molto determinato delle nostre esperienze emotive e impulsi di volontà. Con una corretta considerazione potremmo già presagire che nei sentimenti e negli impulsi di volontà abbiamo qualcosa che portiamo con noi dalle incarnazioni precedenti. Ma considerate questo nel senso di una memoria emotiva in contrasto con la memoria rappresentativa in una sola vita. Nel pratico non si può fare a meno, se si consente solo una memoria rappresentativa. Tutto quello che sviluppiamo nella vita rappresentativa non può condurci a niente che potrebbe produrre un’impressione tale che, se la comprendiamo rettamente, ci dice: «Hai qui qualcosa che è entrato in questa incarnazione con te dalla nascita». Dobbiamo andare oltre la vita rappresentativa: il richiamarsi alla mente deve diventare qualcosa di diverso. E abbiamo esposto quello che il richiamarsi diventa adesso. Come ci richiamiamo alla mente? Ci richiamiamo alla mente così, che non solamente immaginiamo: «Questo era casuale nella nostra vita, questo ci ha colpito, eravamo in una situazione di vita, l’abbiamo abbandonata e così via». Non possiamo rimanere alle rappresentazioni, ma dobbiamo renderle vivide, attive, come se davanti a noi stesse l’immagine di una personalità che l’ha voluto, che nei nostri desideri, impulsi di volontà, esperienze emotive e così via, l’ha voluto. Dobbiamo vivere dentro nel volere. Quindi è un modo completamente diverso di vivere dentro da quello che è il vivere dentro alla vita rappresentativa nella memoria; è un vivere dentro alle altre forze dell’anima, se è permesso usare questa espressione.

Questa pratica volendo, desiderando, bramando di sviluppare un contenuto dell’anima — che in tutte le scuole occulte, in tutta la pratica occulta era sempre nota e praticata — può essere bene giustificata con ciò che sappiamo dalla conoscenza antroposofica e da altre conoscenze sulla vita rappresentativa, emotiva e di volontà, può essere compresa e spiegata. Così ci diciamo chiaramente che nei contenuti particolari della vita emotiva, della vita di volontà dobbiamo sviluppare qualcosa che è in certa misura simile alle rappresentazioni ricordate, ma che per l’appunto non rimane alle meri rappresentazioni, che però così arriviamo a sviluppare un’altra sorta, cioè una tale sorta di capacità di ricordo, che gradualmente ci porta al di là della vita che è compresa fra la nascita e la morte nell’unica incarnazione.

Deve essere assolutamente sottolineato che il cammino qui indicato è assolutamente buono e sicuro — ma è un cammino di rinuncia. È più facile, per qualche motivo esteriore, immaginarsi di essere stati nella precedente incarnazione Maria Antonietta, Maria Maddalena e simili. Ma è più difficile, nel modo descritto, a partire da ciò che è presente nell’anima, da ciò che è realmente presente, giungere a un’immagine di quello che si era. È innanzitutto piuttosto pieno di rinunce perché il più delle volte ci si può rimanere profondamente delusi. Ma se qualcuno ora dicesse che tutto ciò potrebbe essere qualcosa che ci immaginiamo, allora si deve replicare: ma anche rispetto ai propri ricordi qualcuno può immaginarsi qualcosa che non è vero. — Queste cose non sono un’obiezione. Un criterio per distinguere l’immaginazione dalla fantasia esiste solo nella vita.

In una città della Germania meridionale una volta qualcuno mi disse che tutto quello che è sostenuto nella mia «Scienza occulta in linee essenziali» potrebbe riposare su una mera suggestione. Effettivamente ci sono suggestioni molto vivide, che possono andare così lontano che qualcuno, se non beve affatto limonata e semplicemente se la rappresenta in modo molto vivido, già sente il gusto della limonata in bocca. Se dunque qualcosa del genere è possibile, perché non dovrebbe essere possibile, così pensava la persona in questione, che quello sostenuto nella «Scienza occulta» riposasse anche su suggestioni? Teoricamente si può fare un’obiezione simile. Ma la vita porta la considerazione: se qualcuno ritiene di poter mostrare con l’esempio della limonata quanto forte possa agire la suggestione, si deve dire allora, quella persona non ha compreso di pensare l’esempio fino alla fine, perché dovrebbe provare a rappresentarsi non solo la limonata, ma di dissetarsi con una limonata meramente immaginata — allora vedrà che non funziona. Si tratta sempre di arrivare fino alla fine con le esperienze. Ma questo non può essere determinato teoricamente, bensì solo essere sperimentato nella vita immediata stessa. E con la medesima necessità con che sappiamo che qualcosa che emerge dalle rappresentazioni ricordate della vita è stato effettivamente sperimentato, con la medesima certezza si presenta anche il fatto che emergano dalle profondità dell’anima gli impulsi di volontà che provochiamo oltre il casuale, oltre il non voluto, e che si presentano con la medesima necessità come un’immagine della nostra precedente vita terrena come le rappresentazioni ricordate. A colui che ora dice che questo potrebbe essere immaginazione, non possiamo fornire prove, come teoricamente non si può fornire una prova per quello che molte persone si immaginano di aver sperimentato e assolutamente non hanno sperimentato, e per quello che hanno effettivamente sperimentato. Allo stesso modo che non si può fornire una prova teorica per quello, allo stesso modo non esiste una prova teorica per l’altro. Quindi, non ci si trova in una situazione diversa da quella in cui ci si trova nella vita entro l’unica incarnazione; ci si trova nella medesima situazione esattamente.

Così con questo abbiamo mostrato come la vita terrena precedente brilla dentro nella vita terrena presente, come abbiamo veramente una possibilità, attraverso un attento sviluppo dell’anima, di procurarci la consapevolezza, non soltanto la consapevolezza teorica del fatto della reincarnazione, bensì la consapevolezza pratica dell’essere dell’anima che si reincarna che è in noi, di cui realmente sappiamo che è qualcosa che una volta era.

Ma esistono tuttavia esperienze di tutt’altro genere, che entrano nella nostra vita e di cui non possiamo dire che entrano nella nostra vita cosicché possiamo considerarle come un ricordo di una precedente vita terrena. Effettivamente esistono tali esperienze, di fronte alle quali dobbiamo dire: come ti stanno davanti, non si spiegano da tua una vita precedente! Oggi sia solo accennato a una sorta di tali esperienze. E voglio innanzitutto accennare a questo tipo di esperienze portando un esempio tipico. Quello che porto come esempio può compiersi in cento modi diversi, in mille modi diversi; ma è appunto quello che si compie, simile a quello che voglio raccontare come un esempio tipico.

Immaginiamo una persona che cammina in un bosco da qualche parte, e che, perché ha camminato in pensieri, dimentica che sta camminando su un sentiero boschivo che immediatamente — basta fare pochi passi — confina con un profondo abisso. Vorrei presentare la cosa, che può accadere assolutamente, in questa forma qui; l’esempio è mio perché in modo corrispondente mi è noto un caso molto simile, anche raccontato altrove. Questa persona non vede che c’è un abisso, perché è particolarmente interessata a qualcosa. Perché proprio il suo problema l’interessa tanto, cammina verso l’abisso, ma con un tale slancio che, se avesse fatto solo due, tre passi in più, sarebbe stato impossibile per lui tenersi. Avrebbe dovuto precipitare in avanti, e sarebbe stato la fine della sua vita. Ma nell’istante in cui sta per precipitare, ode una voce: «Fermati!» La voce produce su di lui un’impressione tale che rimane inchiodato al posto. L’interessato pensa che deve esserci qualcuno che si è occupato di lui. Si è ricordato che la sua vita sarebbe finita se non fosse stato trattenuto in questo modo. Guarda intorno e non vede nessuno.

Il pensatore materialista dirà ora: per qualche circostanza dalle profondità dell’anima è emersa un’allucinazione uditiva, ed è stato un felice caso che l’interessato sia stato salvato in questo modo. — Ma è anche possibile pensare diversamente la cosa; almeno si dovrebbe concedere questo. Voglio solo raccontarlo oggi; perché questo altro modo di pensarla può essere raccontato, non provato. Si può dirsi: attraverso i processi del mondo spirituale nel momento in cui sei arrivato a una crisi karmica, la tua vita ti è stata effettivamente regalata. Se tutto fosse andato avanti senza che quell’evento fosse accaduto, la tua vita sarebbe finita. Ma così adesso è attaccata come una specie di nuova vita a quella precedente. Questa nuova vita è una sorta di regalo, e adesso devi questa tua vita alle potenze che stanno dietro questa voce! — Un tale evento potrebbero avere molte, molte persone del presente, se praticassero solo una vera consapevolezza di sé. Perché tali eventi entrano nella vita di molte, molte persone del presente. E non dipende dal fatto che le persone non hanno avuto tale evento, bensì dal fatto che le persone non hanno avuto la necessaria attenzione per questo, che ci sono passate oltre; perché non si presenta sempre con questa chiarezza ora descritta, bensì cosicché con la solita disattenzione le persone ci passano oltre.

Talvolta ho descritto come fortemente le persone passino oltre a qualcosa che si presenta nell’immediata presenza umana. Un esempio caratteristico di come le persone siano disattente a quello che accade intorno a loro è il seguente caso. Conoscevo un ispettore scolastico di un paese dove era stata introdotta la legge che gli insegnanti più anziani che non avevano superato certi esami dovevano essere controllati. Ora questo ispettore era un uomo straordinariamente umano e si diceva: i giovani insegnanti, che sono appena usciti dal seminario, puoi fare loro tutte le domande; ma fare domande ai signori più anziani, che sono già venti, trenta anni nel loro incarico, è una crudeltà, non puoi fargli domande così. Faccio loro domande al meglio su quello che sta nei loro libri, da cui insegnano ai bambini anno dopo anno. — Ed ecco: la maggior parte non sapeva niente di quello che loro stessi insegnavano ai loro alunni! Ed era un esaminatore di cui si poteva dire: sapeva già tirar fuori dalle persone quello che sapevano!

Doveva essere solo un esempio di come le persone siano disattente a quello che accade nel loro ambiente, persino per quanto riguarda la loro stessa persona. Non ci si deve quindi sorprendere se un esempio simile a quello ora caratterizzato si trova nella vita di molte, molte persone. Solo con una consapevolezza di sé seria e reale si trova un tale evento come quello appena descritto. E se di fronte a tale evento si ha la giusta devozione della vita, allora si giungerà forse a un sentimento del tutto particolare: al sentimento che a partire da quel giorno la vita ti è stata regalata, e che nella misura in cui prosegue da quel giorno, devi usarla anche in un modo particolare. È un buon sentimento e agisce in modo simile a un processo di ricordo, quando qualcuno si dice: sei stato a una crisi karmica, lì la tua vita era finita! — Se si approfondisce in questo sentimento pio, allora accade qualcosa che dapprima si presenta così, che si dice: questa non è una rappresentazione ricordata come quelle che ho sperimentato spesso nella vita, è qualcosa di del tutto particolare!

Nel prossimo discorso potrò dirvi qualcosa di più preciso su quello che oggi può soltanto essere accennato. Perché così come è stato ora accennato, così un grande iniziato dei tempi moderni verifica coloro che ritiene idonei a diventare i suoi seguaci. Perché le cose che ci devono collocare nel mondo spirituale scaturiscono anche dalle realtà spirituali che accadono intorno a noi, o da una giusta conoscenza di questi fatti. E tale voce, come si presenta in molte persone, non deve essere considerata un’allucinazione; perché attraverso tale voce parla a coloro che sceglie dal resto della moltitudine come quelli che possono diventare i suoi seguaci colui che designiamo come Christian Rosenkreutz. Così la chiamata dall’Individualità, di cui ancora potremo parlare come di colei che ha vissuto in un’incarnazione particolare nel tredicesimo secolo, così che una persona che sperimenta questo ha un segno, un segno di riconoscimento attraverso cui può collocarsi nel mondo spirituale. Forse non molti arriveranno a prestare ascolto a tale chiamata. Ma l’Antroposofia agirà già affinché le persone, se non ora in questa incarnazione, allora più tardi presteranno ascolto a tale chiamata. Per la maggior parte delle persone che sperimenta questo, ora è così che quello che si può designare come: è loro apparso quell’Iniziato che le ha destinate a diventare coloro che possono appartenergli — non si è compiuto in un’incarnazione, bensì nella vita fra la morte e la nascita attuale, sicché questo è un indizio che qualcosa accade nella vita fra la morte e la prossima nascita, e che abbiamo in essa processi importanti, anzi più importanti che nella vita fra la nascita e la morte. Può essere e in singoli casi è così che certi uomini appartenenti a Christian Rosenkreutz siano stati già designati in una precedente incarnazione. Ma per la maggior parte la designazione che si raffigura in tale evento è stata presa nella vita fra la morte e la nuova nascita.

Ora non dico questo per raccontare qualcosa di sensazionale, nemmeno per raccontare questo evento, bensì per una ragione particolare. E vorrei inoltre attirare l’attenzione su qualcosa, da un’esperienza che ho ripetutamente avuto all’interno della nostra vita antroposofica: che le cose che si dicono una volta vengono facilmente dimenticate o conservate diversamente da come le si dice. Dovrebbe accadere all’interno della nostra vita antroposofica. Per questa ragione a volte enfatizzo cose importanti ed essenziali una coppia di volte, non per ripetermi. Anche oggi accade così, quando dico che molte persone nel presente hanno sperimentato tale evento come è stato descritto, e che non lo sanno non dipende dal fatto che non ci sia, bensì dal fatto che non se ne ricordano, perché non hanno prestato la giusta attenzione a esso. Perciò dovrebbe essere un conforto, se qualcuno deve dirsi: non trovo una cosa simile, quindi non appartengo a tali scelti! — Ma può essere data la certezza che innumerevoli persone nel presente hanno sperimentato qualcosa di simile. Questo volevo solo premettere, per venire al vero motivo per cui si dice una cosa simile.

Tali cose vengono raccontate, per richiamarci continuamente ancora e ancora l’attenzione sul fatto che in modo concreto — non attraverso teorie astratte — dobbiamo trovare una relazione della nostra vita dell’anima ai mondi spirituali, e che la scienza spirituale antroposofica non deve essere per noi una mera concezione teorica del mondo, bensì una forza interiore della nostra vita. Che non dobbiamo solo sapere che esiste un mondo spirituale e che l’uomo vi appartiene; che, mentre andiamo attraverso la vita, non dobbiamo solo considerare le cose che agiscono sul nostro pensiero sensoriale, bensì i nessi che attentamente afferriamo, che ci mostrano: tu sei collocato nel mondo spirituale, in questo e quel modo sei collocato. — Così il concreto collocamento, il reale collocamento per il singolo, è quello a cui vogliamo richiamare l’attenzione. Teoricamente si cerca anche fuori di affermare che il mondo può avere uno spirituale, e che l’uomo non deve essere considerato materialmente, bensì può avere uno spirituale in sé. La nostra concezione del mondo si distingue in questo, in quanto nel singolo pone: così stai nel nesso con i mondi spirituali! — Sempre più e sempre più potremo salire a tali cose, che ci possono mostrare come considerare il mondo, per intendere la nostra appartenenza allo spirito del grande mondo, al Macrocosmo.

3°Parte 1 - Reincarnazione e karma come idee fondamentali

Berlino, 5 Marzo 1912

Qui abbiamo considerato per anni verità antroposofiche ed erkenntnisse antroposofiche. Abbiamo tentato di avvicinarci a quello che dobbiamo chiamare antroposofia, da molteplici direzioni, e di accogliere in noi ciò che può scaturire dalle conoscenze antroposofiche. Ora conviene, nel corso proprio delle considerazioni che abbiamo svolto e che continueremo a svolgere, porre la domanda: che cosa dovrebbe e potrebbe dare ai contemporanei, agli uomini del nostro tempo, l’antroposofia in realtà?

Sappiamo bene dal nostro studio che cosa l’antroposofia contiene. Possiamo dunque, sulla base della conoscenza di certe verità antroposofiche, affrontare la domanda: che cosa può offrire l’antroposofia all’uomo contemporaneo?

Quando ci poniamo questa domanda, prima di tutto dobbiamo separare chiaramente, nei nostri pensieri, la vita antroposofica e il movimento antroposofico da qualsiasi istituzione sociale, da ciò che si potrebbe chiamare Società Antroposofica. Nella realtà, certo, la vita presente farà sempre sì che coloro che desiderano coltivare l’antroposofia si riuniscano in forma associativa. Ma quando tale riunione è necessaria, lo è più per le circostanze della vita presente, che non per il contenuto e lo spirito dell’antroposofia in sé. L’antroposofia come tale potrebbe oggi ben dirsi come si comunica qualsiasi altra cosa fra gli uomini. Potrebbe dirsi come si comunica oggi la chimica fra gli uomini, e gli uomini potrebbero accogliere le verità antroposofiche come accolgono la chimica o la matematica. Quel che accade allora nell’anima del singolo, come l’anima accoglie l’antroposofia e la fa impulso della vita, potrebbe rimanere affare di ciascuno.

La necessità di una Società Antroposofica o di associazioni per coltivare l’antroposofia nasce dal fatto che l’antroposofia è qualcosa di completamente nuovo, una conoscenza interamente nuova, che entra nella cultura presente e deve essere accolta dalla vita spirituale. Ma gli uomini nel mondo profano non hanno bisogno soltanto della disposizione spirituale generale che esige la culture presente, bensì hanno bisogno di una preparazione speciale del sentimento e del cuore. Una simile preparazione può ottenersi soltanto vivendo insieme nei nostri gruppi antroposofici o associazioni antroposofiche. Così acquisiamo un certo modo di pensare, una certa qualità di sentire, che ci mette in grado di considerare seriamente cose che gli uomini del mondo esterno, quelli che hanno appena sentito qualcosa di antroposofia, vedrebbero come stravaganze.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che l’antroposofia si diffonde anche per mezzo di conferenze pubbliche rivolte a persone completamente non preparate. Ma proprio coloro che appartengono al nostro circolo in senso stretto sapranno che il tono e il modo di una conferenza antroposofica deve essere diverso quando si parla a pubblico non preparato, rispetto a quando ci si rivolge a persone che, per la spinta del cuore e per la qualità della loro intima disposizione, possono prendere sul serio ciò che il pubblico più vasto non potrebbe ancora accogliere con serietà. E ciò che è stato indicato ora non cambierà in meglio nel prossimo futuro, anzi: diverrà sempre più marcato e accentuato. L’opposizione esterna a tutto ciò che è antroposofico crescerà sempre di più nel mondo, e ciò accade proprio perché l’antroposofia è oggi cosa sommamente necessaria e sommamente attuale. E contro ciò che è assolutamente necessario, la resistenza del cuore umano è sempre la più forte.

Potrebbe sorgere la domanda: perché così? Perché la resistenza dei cuori umani di un’epoca è più forte proprio contro ciò di cui l’epoca ha maggior bisogno? È una cosa che l’antroposofo dovrebbe poter comprendere, ma è troppo difficile per spiegarlo chiaramente neppure da lontano a un pubblico non preparato.

L’antroposofo sa che esistono forze ed esseri luciferici rimasti indietro nell’evoluzione generale. Agiscono attraverso i cuori e le anime umane e hanno il massimo interesse di intensificare i loro attacchi proprio nelle epoche in cui la spinta verso l’alto è più grande. Poiché la resistenza dei cuori umani contro ciò che progredisce nell’evoluzione dell’umanità proviene dalle forze luciferi, e poiché esse lanceranno i loro attacchi quando si sentiranno minacciate, questi attacchi, e con essi la resistenza dei cuori umani, saranno più forti proprio in quei tempi. Comprenderemo allora che le verità più significative per l’umanità si sono sempre introdotte nell’evoluzione umana mettendo in conto di trovare le resistenze più forti. Ciò che non differisce molto da ciò che accade altrimenti nel mondo avrà difficilmente forti resistenze. Ma quel che entra nel mondo perché l’umanità da lungo tempo ne ha sete e non l’ha ancora ricevuto, proprio quello provoca i più forti attacchi delle forze luciferi. Così una società è in fondo niente di più che un baluardo contro questo comportamento della realtà esterna, che per tali ragioni risulta comprensibile.

Abbiamo bisogno di qualcosa dentro cui rappresentare queste cose in modo che possiamo dire: coloro cui ci rivolgiamo, o con cui viviamo insieme, portano alla cosa una certa comprensione, e gli altri, che non si sono uniti a chi ne parla, non ne sono interessati. Di ciò che si rappresenta pubblicamente, tutti credono che li riguardi e che debbano giudicarne, naturalmente spinti dalle forze luciferi. Di qui vediamo che è necessario coltivare l’antroposofia, ma al contempo l’antroposofia introduce nella nostra epoca qualcosa che deve arrivarvi e che è richiesto dalla sete spirituale e dal bisogno di nutrimento spirituale del nostro tempo; e comunque arriverà. Poiché le potenze spirituali dedite all’evoluzione ne provvedono l’arrivo.

Dunque, in senso puramente antroposofico, possiamo porci la domanda: quali sono le cose più importanti che attualmente l’antroposofia deve impiantare nell’umanità? Saranno quelle di cui l’umanità contemporanea ha maggior sete, quelle di cui ha più bisogno. Rispondendo a una tale domanda ci si comprende più facilmente. Perciò è tanto necessario separare anzitutto il pensiero fra antroposofia e Società Antroposofica. Quel che l’antroposofia deve portare all’umanità sono nuove conoscenze, nuove verità. Ma una società non può mai, e meno che mai nel nostro tempo, essere vincolata a verità particolari. La domanda sarebbe la più assurda: quale fede hanno voi antroposofi? È assurda se per “antroposofi” intendiamo persone che appartengono alla Società Antroposofica; perché ciò presupporrebbe che tutta una società abbia una convinzione comune, un dogma comune. Non può essere. Nel momento in cui un'intera società dovesse giurare, per statuto, su un dogma comune, cesserebbe di essere società e comincerebbero le sette. Qui abbiamo il limite dove una società smette di essere società. Nel momento in cui un uomo dovesse essere obbligato ad avere una convinzione richiesta dalla società, avremmo a che fare con una setta.

Una società che si dedica a ciò che ora è stato caratterizzato può farlo soltanto sotto il profilo della spinta spirituale naturale. Si può domandare: quali persone vengono per ascoltare qualcosa su l’antroposofia? Si potrà dire: sono quelli che desiderano sentire qualcosa sulle cose spirituali, che hanno una spinta per ascoltare qualcosa sulle cose spirituali. Questa spinta non è un dogma. Quando qualcuno cerca qualcosa senza dire a sé stesso che troverà questo o quello, ma quando cerca semplicemente ricercando, allora questa ricerca è il tratto comune che deve avere una società che non vuol diventare una setta. Ma del tutto indipendentemente da ciò resta la domanda: che cosa porta l’antroposofia in quanto tale all’umanità? Si deve dire: l’antroposofia in quanto tale porta all’umanità qualcosa che è simile, ma più spirituale e più profondo e più significativo per il sentimento umano, di tutte le grandi verità spirituali che siano mai state portate all’umanità.

Ora, fra le cose che nel corso delle nostre considerazioni abbiamo visto avanzarsi verso di noi, ce ne sono alcune di cui si può dire che non si possono propriamente indicare come significative, come caratteristiche, quando si parla di ciò che l’umanità contemporanea dovrebbe ricevere come nuovo. Ma sono cose fondamentali, verità fondamentali che veramente entrano come novità nell’umanità. Non dobbiamo andare molto lontano per caratterizzare dove risieda propriamente la novità del movimento antroposofico. Essa risiede nel fatto che due verità, che appartengono in qualche modo alle nostre cose più fondamentali, avanzano verso l’anima umana con una forza sempre più convincente: le due verità della reincarnazione e del karma.

Si può dire: ciò che l’antroposofo trova principalmente nel suo cammino, quando oggi si sforza seriamente, è la necessità della conoscenza di reincarnazione e karma. Non possiamo dire, ad esempio, che nella cultura occidentale certe cose, come la possibilità di elevarsi a mondi superiori, si presentino per l’antroposofia come qualcosa di fondamentalmente nuovo. Perché colui che conosce lo sviluppo occidentale sa, voglio dire soltanto, che ci sono stati mistici, anche mistici come Jakob Böhme o Swedenborg o tutta la scuola di Jakob Böhme; sa che ciò, sebbene spesso controverso, è sempre stato creduto, è sempre stato presente come opinione: che l’uomo possa elevarsi dal mondo sensibile ordinario a mondi superiori. Dunque ciò non è il fondamentalmente nuovo.

Inoltre certe altre cose non sono il fondamentalmente nuovo. Anche quando parliamo di ciò che è fondamentale riguardo all’evoluzione; quando parliamo, per esempio, della questione del Cristo: nel movimento antroposofico in quanto tale non è il più fondamentale. Il più fondamentale è la forma che la questione del Cristo riceve dal fatto che reincarnazione e karma vengono accolti come verità nei cuori degli uomini. L’illuminazione che la questione del Cristo riceve presupponendo le verità di reincarnazione e karma, questo è l’essenziale. Perché la questione del Cristo ha profondamente occupato l’Occidente a tempi svariati. Possiamo ricordare i tempi della Gnosi, i tempi in cui il cristianesimo esoterico si è approfondito, per esempio di quelli che si riunirono nel segno del Graal o della Rosa-Croce, come hanno approfondito la questione del Cristo. Dunque questo non è il fondamentale. Fondamentale ed essenziale diviene la questione per gli animi occidentali, per il sapere e i bisogni religiosi soltanto per mezzo delle verità di reincarnazione e karma. Così colui che sperimenta un’espansione del proprio sentimento per la conoscenza di reincarnazione e karma, necessariamente esige una nuova conoscenza di antiche questioni.

Riguardo alla conoscenza di reincarnazione e karma, dobbiamo dire esattamente il contrario. Possiamo al massimo notare che reincarnazione e karma si sono introdotte timidamente nella cultura occidentale al tempo di Lessing, che nella sua “Educazione del genere umano” vi arriva. Troviamo poi ulteriori esempi di come spiriti più profondi giungano a questa questione. Ma che reincarnazione e karma diventino parte della coscienza umana, che vengano accolte nel cuore e nel sentimento dell’uomo come avviene per l’antroposofia, questo è qualcosa che può veramente accadere soltanto nel nostro presente. Perciò si potrebbe dire: il rapporto di un uomo contemporaneo con l’antroposofia si caratterizza dal fatto che egli possa giungere, da qualsiasi premessa, ad accogliere reincarnazione e karma come conoscenze in sé. Questo è l’essenziale di cui si tratta. In fondo tutto il resto ne consegue in modo più o meno naturale, a seconda che l’uomo riesca a porsi nei confronti di reincarnazione e karma nel modo appropriato.

Ora, quando consideriamo la questione sotto questo aspetto, dobbiamo diventare consapevoli di ciò che significherà per l’umanità occidentale e per l’umanità in generale il fatto che reincarnazione e karma diventino conoscenze che si passano nella quotidianità, come altre verità si sono passate nella quotidianità. In misura ancora molto più vasta dovrà reincarnazione e karma entrare nei tempi prossimi nella coscienza dell’umanità, di quanto l'abbia fatto, per esempio, la concezione copernicana del mondo. Riguardo a quest’ultima, dobbiamo semplicemente renderci conto di come si sia inserita rapidamente negli animi degli uomini. Pensate soltanto a quello che ho detto anche in conferenza pubblica: quanto tempo fa, storicamente, la concezione copernicana si è diffusa, e pensate al fatto che questa visione del mondo ha preso gli uomini fino nelle scuole più umili.

Ora esiste una differenza importante in ciò che concerne il penetrare dell’anima umana fra questa concezione copernicana e la concezione antroposofica, nella misura in cui si costruisce sul fondamento di reincarnazione e karma. Per caratterizzare questa differenza, abbiamo veramente bisogno di un gruppo antroposofico con persone che siedono insieme in buona volontà. Perché per caratterizzare veramente questa differenza si deve dire una cosa che, ai profani estranei al movimento antroposofico, veramente girerà lo stomaco.

Cosa era necessaria perché gli uomini accogliessero così rapidamente la concezione copernicana, fino nell’età infantile? Coloro che mi hanno sentito parlare sulla concezione copernicana o sulla scienza naturale moderna, sapranno certamente che non esprimo alcun giudizio sfavorevole riguardo a questa concezione naturale moderna. Perciò è lecito, quando si vuol caratterizzare veramente questa differenza, dire: per accogliere questo quadro del mondo, che è pura caratteristica dello spazio, puramente relazioni spaziali esterne, era necessaria un’epoca di superficialità! Il motivo per cui così rapidamente la concezione copernicana si è inserita è che gli uomini sono diventati superficiali per un’epoca. La superficialità nella visione del mondo era la condizione necessaria per l’inserimento della concezione copernicana. Profondità, interiorità, cioè precisamente l’opposto, sarà necessaria quando si vogliano inserire le verità dell’antroposofia, e specialmente le verità fondamentali di reincarnazione e karma.

Se dunque oggi ci procuriamo la convinzione che ancora in modo molto, molto più intenso e su scala molto più vasta le verità di reincarnazione e karma dovranno inserirsi nell’umanità, allora dobbiamo insieme esserne consapevoli che in questo aspetto siamo al limite fra due epoche: l’epoca della superficialità e l’epoca della necessaria approfondimento, dell’interiorizzazione dell’anima e del cuore umano. Questo è ciò che prima di tutto dobbiamo scrivere nelle nostre anime se vogliamo essere pienamente consapevoli di ciò che l’antroposofia deve portare nell’umanità moderna contemporanea. E allora dobbiamo chiederci: come dovrà configurarsi la vita sotto l’influenza delle conoscenze di reincarnazione e karma?

Dobbiamo soltanto considerare che cosa sia per il cuore umano riconoscere: reincarnazione e karma sono una verità. Che cosa sia per l’intera coscienza umana, per il sentiero intero del sentire e del pensare dell’anima umana? Non è niente di minore di un’espansione dell’io umano attraverso il sapere, attraverso la conoscenza oltre certi limiti che altrimenti sarebbero posti al sapere e alla conoscenza. Perché che si possa sapere e riconoscere soltanto ciò che è racchiuso fra nascita e morte, questo è stato proprio nell’epoca passata enfaticamente sottolineato, e che al massimo si potesse guardare con fede verso colui che sa penetrare spiritualmente un mondo spirituale, questa era un’opinione sempre più rafforzantesi.

Ma la cosa non ha tanta importanza se ci si ferma al punto di vista della conoscenza. Importanza assume invece quando si passa dal punto di vista della conoscenza al punto di vista morale, al punto di vista morale-sentimentale. Solo allora si manifesta tutta la grandezza e l’importanza delle idee di reincarnazione e karma.

Potremmo portare centinaia di cose a conferma di ciò che è stato detto ora, ma sia detto una sola cosa. Consideriamo l’uomo dei tempi precedenti della cultura occidentale e la grandissima maggioranza degli uomini ancora oggi nella cultura occidentale. Anche se questi uomini ancora intensamente credono che l’uomo, quanto all’essenza, rimane intatto quando è passato per la porta della morte su questa terra, nondimeno, senza pensare a reincarnazione e karma, tutta la vita spirituale dell’uomo che segue la morte rimane separata dall’esistenza terrestre.

Si ha a che fare con l’ingresso in un mondo spirituale. Ma, con eccezione proprio di quelle “eccezioni” che le nature più o meno spiritiste si permettono, che i defunti in casi eccezionali agiscano, abbiamo a che fare, se reincarnazione e karma non valgono, con l’idea che ciò che accade in un mondo spirituale, sia castigo sia premio, quando l’uomo è passato per la porta della morte, rimane separato dalla sfera terrestre quale tale, e che ciò che risulta come conseguenza della sua vita si svolge su una scena completamente diversa, non terrestre.

Quando l’uomo passa alla conoscenza di reincarnazione e karma, la cosa diviene completamente diversa. Allora dobbiamo esserne consapevoli che ciò che vive nell’anima di un tale uomo non ha significato soltanto quando è passato per la porta della morte, per una sfera lontana dalla terra, ma che il futuro della configurazione terrestre dipende da ciò che egli ha vissuto fra nascita e morte. La terra avrà in qualche modo la configurazione esterna che gli uomini che erano prima gli hanno dato. L’intero pianeta nella sua futura configurazione, la convivenza degli uomini nel futuro, dipende da come gli uomini hanno vissuto prima nelle loro precedenti incarnazioni. Questo è l’elemento morale-sentimentale che si connette a queste idee. Un uomo che le ha accettate sa: come sono stato in quella vita, così agirò su tutto ciò che accadrà nel futuro, sulla cultura intera del futuro!

Così con la conoscenza di reincarnazione e karma si dilata qualcosa che l’uomo finora ha imparato a conoscere solo entro i limiti più stretti: il sentimento di responsabilità! Lì vediamo sporgere un sentimento di responsabilità intensificato. In ciò si esprime quello che emerge come conseguenza profondamente significativa dal punto di vista morale delle idee come reincarnazione e karma. L’uomo che non crede a reincarnazione e karma può dire: quando sarò passato per la porta della morte, sarò al massimo punito o ricompensato per quel che ho fatto qui; sperimenterò le conseguenze di questa esistenza in un altro mondo. Ma questo altro mondo è sotto il governo di certe potenze spirituali, e quelle impediranno che quello che io porto con me diventi troppo dannoso al tutto. Non può dire così colui che sa che reincarnazione e karma è un’idea che emerge dalla conoscenza. Perché egli sa che gli uomini attraverso la reincarnazione saranno così, a seconda di come hanno vissuto nella vita precedente.

Questo sarà il significativo e l’importante, che passeranno nelle idee fondamentali della concezione del mondo antroposofica nella vita sentimentale e nella disposizione degli uomini e sorgeranno come impulsi morali, di cui gli uomini nei tempi passati sostanzialmente non avevano alcuna idea. Il sentimento di responsabilità, l'abbiamo visto, spunterà in modo come prima non era possibile. Ed altre idee morali necessariamente allora sorgeranno in modo simile a questo sentimento di responsabilità. Impareremo come uomini, che vivono sotto l’influenza delle idee di reincarnazione e karma, a riconoscere che non si tratta di giudicare la nostra vita soltanto secondo le premesse che si sviluppano fra nascita e morte, ma secondo premesse che si estendono su molte, molte vite.

Se ci avviciniamo a un altro uomo secondo le premesse finora date, sviluppiamo verso quest’altro uomo simpatia, antipatia, amore maggiore o minore e così via. Dobbiamo dire: il modo in cui l’uomo si pone verso l’altro uomo nel presente è in verità il risultato di quella concezione che pensa la vita terrestre una volta racchiusa fra nascita e morte. Viviamo in verità proprio come dovremmo vivere se fosse giusto che l’uomo fosse una sola volta sulla terra. Si potrebbe dire: incontriamo i nostri amici, genitori, fratelli e così via in modo che in tutto ciò che sentiamo e percepiamo vive il fatto che siamo una sola volta sulla terra. E un’enormissima trasformazione della vita avrà luogo quando non soltanto in qualche capo, come ancora oggi spesso accade, come teoria vive il fatto che c’è reincarnazione e karma. Fino a oggi è ancora per larghissima parte teoria. Si può dire, oggi è così che c’è un numero di antroposofi che credono a reincarnazione e karma, ma vivono come se reincarnazione e karma non esistessero, come se la vita fosse una sola volta racchiusa fra nascita e morte. Non potrebbe essere altrimenti neppure. Perché le abitudini che la vita porta con sé cambiano più lentamente delle idee. Se introduciamo idee corrette e concrete su reincarnazione e karma, solo allora vedremo come questa vita possa essere fecondata da tali idee.

Vediamo che noi uomini entriamo nella vita, in quanto all’inizio di essa ci incontriamo con genitori, fratelli e così via. Vediamo che per questo ordinamento naturale necessariamente nel primo periodo della nostra vita, stando in essa, quelli che ci stanno intorno ci sono posti più o meno per elementi naturali: per consanguineità, vicinanza di luogo e così via. Vediamo poiché mentre cresciamo, questi cerchi di consanguineità si allargano, come entriamo in connessioni completamente diverse, non più dipendenti da consanguineità con questi o quei persone. Ora si tratta del fatto che queste cose prima devono essere comprese karmicamente. Solo allora acquisteranno un’illuminazione completamente nuova per la vita. Perché il karma diviene significativo per la vita soltanto quando l'afferriamo concretamente, quando veramente applichiamo alla vita quello che la ricerca scientifico-spirituale produce. Questo naturalmente può essere stabilito soltanto dalla ricerca scientifico-spirituale, ma può allora essere applicato alla vita.

Un'importante questione karmica è essenzialmente questa: come mai nel presente incontriamo gli uomini con cui ci incontriamo nel modo che tutti comprendono per consanguineità? Perché ci incontriamo con questi all’inizio di questa vita? La ricerca scientifico-spirituale su questa questione mostra qualcosa di molto particolare. In generale è così, perché anche quando si danno singoli fatti, ci sono tuttavia innumerevoli eccezioni, che noi con gli uomini che involontariamente incontriamo all’inizio della nostra vita siamo già stati insieme in una vita precedente, il più delle volte proprio nella immediatamente precedente, nel mezzo della nostra vita, così nei trent’anni. Là ce li siamo scelti in qualche modo volontariamente, in quanto eravamo spinti verso loro dall’inclinazione del cuore e così via.

Andremmo completamente fuori strada se considerassimo gli uomini con cui ci incontriamo all’inizio della nostra vita come quelli con cui siamo stati anche all’inizio di un’altra vita. Non all’inizio, non alla fine, ma nel mezzo di una vita siamo stati per scelta volontaria con quelli con cui incontriamo poi in una vita successiva per consanguineità. Molto frequenti sono i casi in cui si ha col coniuge, che ci si è scelto per scelta libera, il rapporto di padre o madre, o di fratello e sorella nella prossima vita. La ricerca scientifico-spirituale mostra che quello che si potrebbe presumere dalla speculazione, quello che si penserebbe se si fantasticasse sulle cose, ordinariamente è falso. I fatti di solito tirano una riga sulla matematica della speculazione.

Pensiamo soltanto una volta questo fatto ora descritto e afferriamolo come veramente, quando si ricerca senza pregiudizi, risulta dalla scienza dello spirito, come esso amplia di nuovo tutta la nostra relazione e tutta la nostra connessione con la vita. È accaduto sempre più nel corso della cultura occidentale che l’uomo ora proprio non possa fare altrimenti che parlare di caso quando riflette sul suo rapporto con coloro con cui è consanguineo. Si parla di caso, si crede anche largamente al caso. Come potrebbe credersi ad altro che al caso, se si pensa la vita una sola volta racchiusa fra nascita e morte? Per questa una vita si ammetterà naturalmente che si è responsabili per le conseguenze degli eventi che si ha provocato. Portando il proprio io oltre quello che accade fra nascita e morte, sentendo il proprio io unito con altri uomini dell’incarnazione seguente, ci si sente responsabili come nella vita si è nei confronti dei propri atti. Sempre più gli uomini dovranno fare l’esperienza di questi fatti concreti. L’idea generale quando si dice che l’uomo per il senso del karma si è scelto personalmente i genitori, non dà ancora niente di particolare. Ma si ha una rappresentazione di questa scelta che veramente ora per tutte le altre esperienze della vita può essere confermata, quando si sa: quelli che tu hai ora scelto nel modo più inconscio, li hai scelti in una vita precedente in un momento della tua massima consapevolezza, quando eri più maturo.

Questo può forse ora essere spiacevole a qualcuno, ma è vero. Perché imparerai che quando non sei soddisfatto dei tuoi consanguinei, hai tu stesso gettato le basi di questa insoddisfazione. Devi dunque per la prossima incarnazione provvedere diversamente. Solo allora l’idea di reincarnazione e karma diventerà feconda per la vita. E questo è il punto: queste idee non valgono per soddisfare una qualche curiosità, ma per la nostra perfezione e così per il perfezionamento di tutta la vita. E inoltre sapremo che quello che è stato detto porta con sé qualcosa di simile per la presente vita e le sue conseguenze; che quelli con cui nel trentennio siamo riuniti, dove dunque con il nostro pieno intelletto crediamo di poter giudicare, sono assolutamente così uniti con noi che nella vita prossima ci staranno di fronte proprio all’inizio, forse come genitori o fratelli. Se sappiamo di cosa dipenda che si formino configurazioni familiari, che questo o quel gruppo si riunisca, allora il nostro sentimento di responsabilità si amplierà significativamente sotto le idee di reincarnazione e karma.

Dissi che possiamo sottolineare che queste cose risultano come comprensibili nella vita. Non devono essere le forze che portano una individualità umana in una famiglia forze molto significative e forti? Forti possono essere nella persona che ora si incarna. Lì non possono fare molto con i mondi in cui sta scendendo. Non deve essere comprensibile che le forze che agiscono nel fondo più profondo dell’anima debbano provenire da tempi della vita passata, dove con la forte forza dell’amicizia, dell’“amore consapevole”, se così si vuol dire, i legami sono stati creati da noi? Ciò che come forze consapevoli ha agito nell’una vita, agisce come forze inconsapevoli nella vita seguente. Quello che accade in modo più o meno inconscio, in questo modo si spiega.

Certamente è necessario che non si intorbidino i fatti della ricerca, perché questi fatti della ricerca quasi sempre tirano una riga sulla speculazione, sicché solo dopo si può trovare la logica nei fatti. Non ci si deve lasciar sedurre a voler procedere per speculazione. Perché allora non si giungerebbe al giusto punto di vista, ma sempre a qualcosa di simile, che si può caratterizzare con quella conversazione che ho già raccontato. In una città della Germania meridionale mi disse una volta un teologo: ho letto i vostri scritti e ho visto che sono così logici; quindi mi sono pensato: se sono così logici, forse il vostro autore è giunto a questo solo per la strada della pura logica. Se mi fossi sforzato di scrivere meno “logicamente”, mi sarei meritato il favore di quel teologo, perché allora avrebbe visto che le trattazioni non sono state trovate per pura logica. Ma chi si dedica ai miei scritti, vede che le forme logiche sono date loro posteriormente, ma non sono state trovate per logica. Io almeno non potrei, ve l'assicuro. Forse altri potrebbero trovare per pura logica.

Se guardiamo le cose così, risulta come idea profondamente significativa che i più importanti impulsi che devono scaturire dall’antroposofia debbano essere impulsi morali-sentimentali. Abbiamo oggi sottolineato il sentimento di responsabilità su vari campi. Potremmo altrettanto seguire amore, pietà, che assumono forme diverse sotto l’influenza delle idee di reincarnazione e karma. Per questo motivo è stato anche il motivo per cui nel corso degli anni abbiamo posto così grande valore nel considerare l’antroposofia sempre in relazione con la vita, in relazione con le manifestazioni più immediate della vita. Così abbiamo parlato della missione dell’ira, della coscienza umana, della preghiera, dell’educazione del bambino, dei diversi periodi della vita umana, e abbiamo messo tutte queste cose nella luce in cui devono essere messe quando si presumono corrette le idee di reincarnazione e karma. E da questo è risultato come queste idee di reincarnazione e karma intervengono trasformatrici nella vita. Questo è costituito in fondo dalla parte principale delle nostre considerazioni, che abbiamo considerato le idee fondamentali nei loro effetti sulla vita.

Anche se non sempre, potrei dire, con parole astratte da reincarnazione e karma si ricava il significato che sperimentano, per esempio, qualità sentimentali, la coscienza, il carattere, la preghiera, anche se non sempre si ricava così, che si dice: se si accettano reincarnazione e karma, allora risulta, e così via, pur tuttavia tutte le nostre considerazioni stavano sotto l’impulso di reincarnazione e karma. E questo sarà il significativo per il presente prossimo, che non soltanto la scienza dell’anima sarà influenzata dalle idee di reincarnazione e karma, ma anche le altre scienze. Se seguite una conferenza come l’ultima pubblica: “La morte presso uomo, animale e pianta”, vedrete che si è trattato di mostrare come gli uomini impareranno a pensare sulla morte presso pianta, animale e uomo quando vedono in sé stessi quello che va oltre la singola vita dell’uomo.

Siamo giunti al significato della morte presso uomo, animale e pianta dal fatto che ci siamo resi consapevoli: diversamente vive il sé nell’uomo, diversamente nell’animale e ancora diversamente nelle piante. Nell’uomo è un io individuale, negli animali è l’anima di gruppo, e nelle piante abbiamo a che fare con una parte di tutto l’intero sistema d’anima planetaria. Per questo abbiamo compreso presso le piante come un puro addormentarsi e svegliarsi quello che ci si presenta esternamente come morte e generazione. Negli animali è ancora diverso. È simile come in noi stessi, in quanto il sé in un’incarnazione avanza, vince certi istinti e così via. Ma solo presso l’uomo, che stesso provoca le sue incarnazioni, siamo stati consapevoli che solo la morte fornisce la garanzia per l’immortalità, e che la parola morte in questo significato dovrebbe essere usata solo presso l’uomo, o che dovremmo evidenziare come l’uomo muore, come l’animale e come la pianta muoiono, e che dovremmo usare una parola completamente nuova presso l’animale e la pianta.

Tutto il resto nell’antroposofia è tale che l’anima umana esige di esperire qualcosa su questa o quella cosa. Ma non costituisce propriamente l’antroposofo. Il suo contenuto particolare non forma l’essenza del vero antroposofo. A certe cose egli giunge già quando è tempo. Se è dapprima in grado di accogliere le idee di reincarnazione e karma nel senso in cui le diamo noi, in differenza dalle vecchie idee di reincarnazione e karma, come per esempio nel buddhismo, l’uomo nel corso della ricerca viene già da solo a certe cose. Perciò la parte principale del nostro lavoro è stata dedicata a considerare l’influenza di reincarnazione e karma su tutta la vita umana.

Per questo aspetto dovrebbe essere chiaro che il lavoro all’interno di una qualsiasi associazione o società antroposofica dovrebbe essere inteso nel senso di questa missione dell’antroposofia. Perciò è comprensibile che noi fondamentalmente parliamo proprio di quelle questioni che all’estraneo, a colui che meno ha avuto a che fare con l’antroposofia come tale, forse inizialmente sembrano le più importanti, propriamente soltanto se vogliamo salire dalle verità fondamentali a quelle cose che a ogni anima, perché è un’anima occidentale, sono più vicine. Sarebbe completamente concepibile il caso che si accogliesse il nuovo, caratterizzato oggi come fondamentalmente nuovo, dall’antroposofia e ci si curasse inizialmente per niente di qualsiasi contrasto religioso di uomini. Perché non è il caratteristico di questa nuova scienza dello spirito che si pratichi religione comparata. Anche se oggi si pratica in qualche misura. Ma rispetto a quello che altrimenti oggi si pratica, quello che si pratica fra i teosof non è propriamente il più spiritoso. Ma è significativo che nell’antroposofia tutte queste cose siano messe nella luce che viene dalle idee di reincarnazione e karma.

Particolarmente in un altro aspetto il sentimento di responsabilità crescerà considerevolmente sotto l’influenza di reincarnazione e karma. Se guardiamo soltanto una volta a quello che è stato detto oggi sul rapporto di consanguinei con persone liberamente scelte, vediamo già che esiste un certo contrasto: quello che in una vita è l’intimo, il nascosto negli impulsi, quello è nell’altra la più manifesto. Se portiamo i nostri sentimenti di amicizia più profondi in un’incarnazione a persone, prepariamo così una parentela esterna, una consanguineità o simili. È simile in un altro campo. Il modo in cui pensiamo su una qualche cosa che ci appare l’irreale in questa incarnazione, quello diventerà per noi il più determinante, quello che condiziona i veri impulsi per la prossima incarnazione. Il modo in cui pensiamo, se con cuor leggero ci abbandoniamo a una verità, o se con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione ricerchiamo esaminando una verità, se abbiamo senso di verità o fanatismo, questo entra in un rapporto completamente diverso allo sviluppo umano per il porsi nella luce delle idee di reincarnazione e karma, di quanto non sia oggi il caso. Perché quello che abbiamo soltanto interiormente in questa incarnazione, l'avremo nel modo più manifesto nella prossima. E chi molto mente, o ha tendenza a prendere facilmente leggieramente questo o quello, diventerà un uomo sconsiderato nella prossima o in una prossima incarnazione. Perché come pensiamo, come ci poniamo alla verità, quello che è in questa incarnazione interiore, quello diverrà la misura del comportamento nella nostra prossima incarnazione.

Se, per esempio, senza che esaminiamo molto accuratamente, in questa incarnazione consideriamo una persona cattiva, mentre essa, se l’esaminassimo accuratamente, si mostrerebbe forse come una persona buona o almeno mezzo buona, se portiamo questo pensiero non esaminato attraverso la vita, allora risulterà che, formatici giudizi in questo modo, in questa incarnazione diventeremo persone intrattabili, litigiose, detestabili nella prossima incarnazione! Qui abbiamo di nuovo un’espansione dell’elemento morale-sentimentale nella nostra anima.

È straordinariamente importante che guardiamo molto attentamente a cose simili, e che una volta ci familiarizziamo col pensiero quale importanza fondamentale ha di accogliere nel nostro intimo, in tutto il nostro sentimento, quello che veramente come nuovo ed elemento rinnovatore di tutto il resto entra nello sviluppo spirituale del presente con le idee di reincarnazione e karma. Perciò è che nel corso intero della nostra mossa antroposofica abbiamo dato il peso principale, e che affrontiamo altre questioni che certamente necessariamente derivano da queste, anche solo nel modo in cui questo necessariamente deve derivare. Perciò, per esempio, la nostra particolarità, il nostro intero modo in cui l’antroposofia è praticata in mezzo a noi, se le cose sono veramente rappresentate come le facciamo, non potrebbe mai essere compresa in contrasto a un movimento che mette reincarnazione e karma al centro delle considerazioni. Il contrasto con noi deve sempre essere costruito da fuori; è impossibile che possa derivare quando le cose che accadono in mezzo a noi sono veramente rappresentate giustamente.

Dobbiamo soltanto fissare uno solo momento: quanto poco veramente si parla di questione del Cristo in mezzo a noi! Nessuno dovrebbe per questo ingrandire quello che si dice, perché lo sente come particolarmente importante per il suo cuore, ma deve considerarlo obiettivamente. Così nessuno ha una ragione di dire, perché questo o quello come conseguenza necessaria per la giusta comprensione di reincarnazione e karma risulta, che noi molto parliamo della questione del Cristo. Perché quello non è il fondamentale che costituisce l’antroposofo nel presente, bensì quello che entra come nuovo nel mondo, e che il nuovo che entra sia veramente accettato dall’umanità.

Così dovremmo comprendere questo, che in realtà solo per una rappresentazione scorretta, o sulla presunzione di una scorretta rappresentazione del modo in cui qui le cose pratichiamo, sarebbe possibile costruire un contrasto. Perché questo deve sempre essere costruito da fuori su di noi. Si può essere nostri avversari, ma non abbiamo bisogno di costruire alcuna avversità. Perché il non curarsi di qualcosa non significa avversità, altrimenti dovrebbe essere avversario di tutto di cui non si cura!

Questo voglio particolarmente mettervi in cuore: che pensiamo a quale sia il fondamentale, il nuovo che veramente costituisce l’antroposofia. Naturalmente non si vuol dire con ciò: una società antroposofica è quella che crede a reincarnazione e karma. Piuttosto si vuol dire: come una volta un’epoca è maturata per accogliere la concezione copernicana del mondo, così la nostra epoca è maturata per portare la dottrina di reincarnazione e karma alla coscienza generale dell’umanità. E quel che deve accadere nel corso dello sviluppo dell’umanità, accadrà, qualunque potenza si sollevi contro di esso. E con reincarnazione e karma, con la vera comprensione di reincarnazione e karma, tutte le altre cose si daranno da sé. Le altre cose risultano dalla luce che irradia da reincarnazione e karma.

Era certamente una volta del tutto utile considerare quale sia fondamentalmente il distinguente fra quelli che si sentono interessati dall’antroposofia e quelli che sviluppano contro di essa avversità. L’accettazione di un mondo superiore come tale non lo è propriamente. Bensì è quel che le rappresentazioni del superiore sperimentano per la premessa delle idee di reincarnazione e karma. Con questo abbiamo oggi indicato qualcosa che può essere considerato come l’essenziale della concezione del mondo antroposofica.

4°Parte 2 - Il caso, il destino e le esercitazioni di pensiero

Stoccarda, 20 Febbraio 1912

Se consideriamo la vita come si svolge attorno a noi, come irrompe nelle nostre profondità, in tutto ciò che durante la nostra esistenza terrena siamo chiamati a provare, a soffrire o di cui gioire, possiamo distinguere diverse categorie particolari di esperienze.

Anzitutto, volgendo lo sguardo verso noi stessi, verso ciò che risiede nelle nostre capacità e nei nostri talenti, quando qualche cosa ci riesce, possiamo dire: poiché siamo già una determinata persona, è del tutto naturale e comprensibile che certe cose debbano riuscirci. Parimenti, certi insuccessi che ci colpiscono, le disgrazie e le sfortune, i fallimenti, rientrano nella totalità della nostra natura: possiamo comprenderli a partire da essa.

Talvolta non possiamo spiegare esattamente come un certo insuccesso, come una determinata incapacità, si colleghi alla nostra impotenza in quella specifica direzione. Tuttavia, potendo dir ci a noi stessi in genere: in molti aspetti della mia vita terrena attuale sono stato un soggetto leggero, posso allora comprendere di avere meritato certe sventure. Sebbene non vediamo direttamente il nesso tra il fallimento e l’incapacità, possiamo tuttavia capire che, essendo stati superficiali, non tutto poteva riuscirci senza problemi.

Dalle considerazioni ora esposte, possiamo intendere un certo rapporto causale tra ciò che è dovuto accadere dalle nostre capacità e dalle nostre incapacità. Esistono tuttavia molte cose nella vita di cui, anche approfondendo l’indagine, non riusciamo a percepire un nesso diretto tra il successo o l’insuccesso da una parte e le nostre facoltà o manchevolezze dall’altra: rimane opaco come noi stessi abbiamo causato questa o quella circostanza, come l’abbiamo meritata. In altri termini, se esaminiamo attentamente la nostra vita interiore, possiamo distinguere due categorie di esperienze. In una siamo consapevoli di come stanno le cose riguardo alle cause del nostro successo o insuccesso; nell’altra non riusciamo a cogliere un tale nesso. In questa seconda categoria, ci appare come un puro caso il fatto che proprio questo ci sia sfuggito o quello ci sia riuscito. Dobbiamo notare che tali fatti e tali esperienze abbondano nella vita, e in seguito vi dedicheremo attenzione.

Considerando il nostro destino esteriore, distinguiamo pure due gruppi di accadimenti. Possiamo osservare circostanze in cui interiormente percepiamo di averle in qualche modo procurate noi stessi, di esserne responsabili. Di un’altra categoria di eventi siamo invece inclini a dire: non riusciamo a vedervi il nesso con le nostre intenzioni. Sono quei fatti che nella vita ordinaria si dice abbiano irrotto quasi per caso, senza alcun rapporto con quanto noi stessi abbiamo causato.

È appunto questa seconda categoria di avvenimenti che ora vogliamo considerare: quegli eventi che non percepiamo come direttamente connessi con le nostre capacità e incapacità. Eventi esteriori, quelli che chiamiamo accidenti, dache non possiamo vederne la derivazione da causa alcuna precedente.

Ora possiamo fare un esperimento con questi due gruppi di esperienze. L’esperimento non ci obbliga a niente inizialmente: cerchiamo semplicemente di provare quanto ora sarà caratterizzato.

Immaginiamo di costruire un uomo artificiale, un uomo pensato così che di lui diremmo: quei fatti di cui non vediamo il nesso con le nostre capacità sarebbero tali da attribuire all’uomo artificiale le proprietà e le capacità che li hanno causati. Un uomo, cioè, che possieda le capacità per fare accadere o non accadere ciò che a noi non riusciamo ad attribuire alle nostre facoltà. L'immaginiamo come un essere che artificialmente, intenzionalmente avrebbe procurato le cose che nella nostra vita paiono accidentali.

Partiamo da esempi semplici. Supponiamo che un mattone ci sia caduto sulla spalla ferendola. Naturalmente diremo: è un caso. Ora costruiamo mentalmente un uomo artificiale che farebbe la seguente strana cosa: sale sul tetto, vi allenta rapidamente un mattone mantenendolo però con un certo appiglio, poi corre giù in fretta così che il mattone cada esattamente sulle nostre spalle. Così procediamo per tutti gli eventi che ci semblano accidentali nella vita. Costruiamo un uomo artificiale che causa o procura tutto ciò che nella vita ordinaria non vediamo come nostro.

Questo potrebbe sembrare un mero gioco mentale, privo di obblighi. Eppure emerge una singolarità. Quando abbiamo costruito un tale essere, dotandolo delle proprietà descritte, questo uomo artificiale produce su di noi un’impressione straordinaria. Non riusciamo a liberarci dall’immagine che ci siamo fatti: essa ci affascina, sembra dovere avere un rapporto con noi. La sensazione che proviamo verso questo uomo artificiale lo testimonia. Se ci immergiamo profondamente in quest’immagine, essa non ci lascia più. Accade un processo singolare nel nostro sentire, paragonabile a questo: compiamo un processo interiore che l’uomo vive continuamente. Possiamo pensare una cosa, prendere una risoluzione; abbiamo bisogno di ricordare qualcosa che sapevamo, e adoperiamo ogni mezzo artificiale per tornare a quella memoria. Nel sforzo di richiamare alla mente ciò che abbiamo dimenticato, compiamo quel processo che nel linguaggio ordinario chiamiamo ricordo. E i pensieri che adoperiamo per ricordare sono pensieri ausiliari. Considerate quanti tali pensieri ausiliari spesso dobbiamo mobilitare, che poi abbandoniamo, per giungere a quello che sappiamo. Tali pensieri ausiliari servono ad aprire il cammino verso ciò che vogliamo ricordare, verso ciò che effettivamente necessita il nostro presente.

Allo stesso modo, ma in forma assai più ampia, quell’uomo artificiale che abbiamo descritto è un processo ausiliario. Non ci lascia più; opera in noi così che possiamo dire: è un pensiero che abita in noi, qualcosa che continua ad agire, si trasforma in noi; realmente si trasforma nell’idea, nel pensiero che emerge come qualcosa che ci soccorre nel processo ordinario della memoria, che ci pervade. Come se dicesse: non può restare così, si trasforma in te, si anima, diviene altro. Questo ci si impone — provate l’esperimento! — ci si impone così intensamente che ci sussurra: sì, questo ha legame con un’altra vita terrena oltre la presente. Una sorta di ricordo di un’altra incarnazione: il pensiero emerge ben determinatamente. È piuttosto un sentimento che un pensiero, una sensazione, ma tale che percepiamo: ciò che sorge nel nostro sentire è come se ricordassimo noi stessi in una precedente incarnazione su questa terra.

L’Antroposofia, considerata nella sua totalità, non è affatto una semplice raccolta di teorie, una comunicazione di fatti, ma fornisce indicazioni su come realizzare determinate cose. L’Antroposofia ci dice: più ti eserciterai in certo modo, più facilmente potrai risvegliar memorie di vite precedenti. E possiamo anche dire, dall’esperienza diretta: se procedi così, riceverai un’impressione sentimentale della persona che eri prima. Giungendo così a ciò che potremmo chiamare un’estensione della memoria. Ora, ciò che qui si dischiude è in realtà inizialmente soltanto un fatto di pensiero, finché costruiamo l’uomo artificiale. Ma questi non rimane tale; si trasforma in sensazioni, in impressioni sentimentali, e operando così, sappiamo: in ciò che sentiamo, v’è un legame con la nostra precedente incarnazione. La nostra memoria si estende alla nostra precedente incarnazione.

In questa incarnazione ricordiamo le cose in cui il nostro pensiero era presente. Voi sapete che generalmente si ricordano facilmente le cose al che il nostro pensiero ha partecipato. Nella vita ordinaria tuttavia non rimane così vivo ciò che ha toccato il nostro sentimento. Se cercate di ricordare il dolore profondo provato dieci o venti anni fa, facilmente riportate alla mente la rappresentazione mentale; vi ripensate in immagini; ma non riuscirete a raggiungere una sensazione vivente di quel dolore passato. Il dolore svanisce, il ricordo di esso si dissolve nella nostra rappresentazione. Ciò che si è descritto è una memoria emotiva, una memoria sentimentale. E veramente, in quanto tale, percepiamo la nostra incarnazione precedente. Realmente emerge ciò che potremmo chiamare ricordo di incarnazioni passate. Non può essere considerato semplicemente come ciò che agisce nell’incarnazione presente, come portatore della memoria di incarnazioni precedenti. Pensate solo quanto intimamente le nostre rappresentazioni siano intrecciate con l’espressione di esse, con il nostro linguaggio. Il linguaggio è il mondo delle rappresentazioni incarnato. E ogni uomo deve imparare il linguaggio in ogni nuova vita. Il più grande linguista non sfugge al dovere di imparare faticosamente la sua lingua materna da bambino. Non è ancora accaduto che un liceale imparasse il greco con facilità perché si ricordasse rapidamente il greco che aveva parlato in incarnazioni precedenti!

Il poeta Hebbel aveva elaborato il progetto di un dramma che avrebbe voluto scrivere. Peccato non l’abbia fatto, sarebbe stato un dramma affascinante. La trama era concepita così: il reincarnato Platone, da studente, riceverebbe il voto più pessimo nella spiegazione del Platone antico! Sfortunatamente il progetto di Hebbel non fu mai realizzato. Non dobbiamo pensare soltanto che gli insegnanti sono talora pedanti. Sappiamo che la base del pensiero di Hebbel sta in ciò: quello che accade nelle rappresentazioni ordinarie e immediate è più o meno limitato alla incarnazione presente. Come ora s’è indicato, la prima impressione della incarnazione precedente emerge immediatamente come ricordo sentimentale, come una nuova forma di memoria. Ciò che abbiamo come impressione, quando questa memoria sorge dall’uomo artificiale che abbiamo costruito, è più un sentimento, ma un sentimento tale che comprendiamo: l’impressione proviene da una persona che una volta esisteva e che eri tu! Riceviamo dunque una sorta di sensazione di ricordo come prima impressione della incarnazione precedente.

Ciò che è stato descritto come costruzione di un uomo artificiale è soltanto uno strumento. Questo strumento si trasforma in tale sensazione o impressione emotiva. Ogni persona che si avvicina all’Antroposofia ha in realtà più o meno l’occasione di compiere facilmente quanto ora descritto. E se lo compie, constaterà che riceve veramente nel suo interno un’impressione: diciamo — per fare un altro esempio — un’impressione descritta così: ho visto una volta un paesaggio, ho dimenticato come era, ma mi è piaciuto! Se l’impressione risale a questa vita, il paesaggio non farà più una vivissima impressione emotiva; ma se l’impressione proviene da un’incarnazione precedente, allora farà un’impressione straordinariamente vivida. Possiamo così vivere un’impressione particolarmente intensa come sensazione emotiva della nostra precedente incarnazione. E quando osserviamo obiettivamente tali impressioni, talora avremo come risultato della trasformazione dell’uomo artificiale una sensazione amara, agrodolce o aspra. Questa sensazione aspra, agrodolce, è l’impressione che la nostra incarnazione precedente esercita su di noi; è una sorta di sensazione emotiva.

Con questo si è cercato di attirare la vostra attenzione su qualcosa che può suscitare in ogni persona una sorta di certezza immediata di aver vissuto in vite passate; certezza conseguita sentendo che possiede sensazioni, impressioni emotive di cui sa: questi non l’hai assolutamente acquisito in questa vita. Tale impressione emerge però come nel vivere ordinario emerge un ricordo. Ora potete chiedervi: come si sa che l’impressione è un ricordo? Ebbene, non si può provarlo. Ma lo stesso fatto si verifica anche in ogni ricordo ordinario, se siamo in pieno possesso dei nostri sensi. Allora sappiamo che il pensiero che in noi sorge effettivamente si riferisce a qualcosa che abbiamo vissuto. L’esperienza stessa dà certezza. Ciò che in questo modo ricostruiamo ci assicura che l’impressione che sorge nel sentire non si riferisce a qualcosa che aveva legame con noi nella vita presente, bensì a qualcosa che aveva legame con noi nella vita precedente.

Così in modo artificiale abbiamo suscitato in noi qualcosa che ci allaccia alla nostra vita precedente. Potremmo ancora esaminare molte altre forme di esperienze interne e risvegliar sentimenti di vite passate. Allora possiamo suddividere ulteriormente gli eventi che viviamo; possiamo raggrupparli diversamente. Da un lato possiamo raccogliere le sofferenze, i dolori, gli impedimenti che abbiamo subìto; dall’altro, ciò che si è manifestato come facilitazione, gioia, piacere.

Ora possiamo provarci a stare su questo standpoint. Possiamo dire: sì, abbiamo provato questi dolori, questi patimenti. Come siamo attualmente, come la vita normale si svolge, questi dolori e questi patimenti sono per noi qualcosa di fatale, qualcosa che in certa misura vorremmo allontanare. Non lo facciamo. Presupponiamo per esperimento che abbiamo noi stessi procurato questi dolori e questi patimenti; infatti, attraverso le vite precedenti, quando esse effettivamente esistono, siamo divenuti imperfetti per effetto di ciò che abbiamo compiuto. Non solo diveniamo più perfetti attraverso la successione delle incarnazioni, ma in certa misura diveniamo anche più imperfetti. Non siamo forse più imperfetti di prima quando abbiamo arrecato offesa, danno a un altro? Non solo abbiamo tolto qualcosa a quell’altro, abbiamo tolto qualcosa a noi stessi; come personalità totale, varremmo di più se non l’avessimo fatto. Molte cose abbiamo sulla nostra coscienza che abbiamo compiuto e che, per il fatto di averle compiute, costituiscono la nostra imperfezione. Se abbiamo arrecato danno a qualcuno e vogliamo riacquistare il valore che prima avevamo, cosa deve accadere? Dobbiamo bilanciare il danno, dobbiamo introdurre nel mondo un’azione compensatrice, dobbiamo trovare qualcosa che ci costringa a superare qualcosa. E se riflettiamo in questa direzione sui nostri dolori e sofferenze, potremmo spesso dire: i nostri dolori, le nostre sofferenze sono atti a farci acquisire forza nel superare le nostre imperfezioni, se li superiamo. Possiamo divenire più perfetti attraverso la sofferenza. Nella vita ordinaria non pensiamo così; ci comportiamo in maniera ripugnante verso la sofferenza. Possiamo però dire: ogni dolore, ogni patimento, ogni impedimento nella vita deve essere un’indicazione che abbiamo dentro di noi un essere più saggio di noi stessi. Noi stessi, con la nostra ordinaria coscienza, consideriamo quell’essere come meno sapiente, sebbene sia colui che contiene la nostra consapevolezza; ma abbiamo in noi un essere più saggio che riposa nelle profondità della nostra anima. Con la nostra ordinaria coscienza ci comportiamo in modo ripugnante verso dolore e sofferenza, ma questo essere più saggio ci spinge verso tali sofferenze nonostante la nostra coscienza, perché attraverso il loro superamento possiamo spogliarci di qualcosa. Ci conduce verso il dolore, ci ordina di attraversarlo. Può darsi che inizialmente sembri un pensiero aspro, ma non ci obbliga a niente; possiamo limitarci a provarlo. Possiamo dire: in noi abita un essere più saggio che ci conduce verso ciò che non simpatizziamo, perché possiamo progredire.

Presupponiamo dunque che esista un tale essere più saggio che ci conduce verso ciò che non amiamo, affinché avanziamo.

Ma facciamo ancora qualcosa d’altro. Consideriamo le nostre gioie, le nostre facilitazioni, i nostri piaceri e diciamo di nuovo per esperimento: come sarebbe se ti formasse la rappresentazione, indipendentemente da come realmente stanno le cose: non hai affatto meritato le tue gioie, le tue facilitazioni, le tue soddisfazioni; esse ti sono pervenute per grazia delle potenze spirituali superiori. Presupponiamo per esperimento di aver così procurato il dolore e la sofferenza, che l’essere più saggio in noi ci vi ha spinto perché riconosciamo che le necessitavamo a causa delle nostre imperfezioni e tuttavia possiamo superare le nostre imperfezioni solo attraverso dolore e sofferenza. E allora presupponiamo al contrario: attribuiamo le nostre gioie come se non fossero nostro merito, come se ci fossero state donate da potenze spirituali.

Può sembrare nuovamente per molte persone orgogliose un’amarissima lezione il pensare così. Eppure provare a porsi in questa prospettiva è effettivamente, quando l’uomo nel suo sentire è veramente capace di sostenere tale rappresentazione intensamente, qualcosa che conduce a un’esperienza fondamentale: dal momento che essa si trasforma, e nella misura in cui è scorretta, si autocorregge: in te vive qualcosa che non ha niente a che fare con la coscienza ordinaria, che effettivamente è più profondo di quello che in questa vita hai consciamente esperito; v’è dunque in te un essere più saggio che volentieri si volge verso le eterne potenze divine che penetrano il mondo. Nel vivere interiore stesso ciò diviene certezza: dietro la personalità esteriore giace un’individualità interiore e superiore. Diveniamo consci del nostro nucleo essenziale spirituale eterno attraverso tali esercitazioni mentali. Ciò è straordinariamente significativo. In tal modo possediamo ancora qualcosa che possiamo dire di poter realizzare.

L’Antroposofia può dunque in ogni aspetto essere un’istruzione non solo per sapere dell’esistenza di un altro mondo, ma per sentir se stessi come membro di quel mondo, per sentirsi come tale individualità che attraversa le successive incarnazioni.

Esiste una terza categoria di esperienze. Sarà più difficile impiegarla, per così dire, per giungere realmente a una sorta di esperienza interiore di karma e reincarnazione. Tuttavia, sebbene difficile e laborioso, ciò che ora sarà detto può essere ugualmente usato come prova. E nell’applicazione sincera alla vita esteriore emergerà — anzitutto la probabilità, se potrete credervi, poi una sempre maggiore certezza — che realmente la nostra vita presente è connessa a quella precedente.

Presupponiamo di vivere la nostra vita presente tra nascita e morte, e cerchiamo di chiarirci, quando abbiamo già superato i trent’anni o siamo ancora in quello stadio della vita — anche per chi non lo è ancora, appariranno più tardi esperienze corrispondenti — come intorno ai trent’anni ci siamo trovati insieme a queste o quelle persone nel mondo esteriore. Tra i trent’anni e i quaranta abbiamo stretto diversi legami di vita con persone del mondo esteriore. Allora risulta che i legami che abbiamo stretto ci appaiono come se li avessimo fatti nel nostro stato più maturo, in modo che realmente siamo stati presenti come persone mature nel modo più completo. Questo può emergere dalla riflessione. Una riflessione che però trae origine dai principi, dalle conoscenze della scienza dello spirito può condurci a riconoscere come veritiero ciò che ora espongo, non solo dalla considerazione, ma dalla ricerca di scienza dello spirito. Dunque ciò che dico non è soltanto trovato logicamente da pensieri, bensì accertato dalla ricerca di scienza dello spirito, benché il pensiero logico possa corroborare il fatto e trovarlo ragionevole. Se ripensiamo a molte cose che abbiamo appreso, per esempio su come i diversi membri dell’uomo emergono nel corso della vita — sappiamo che nel settimo anno emerge il corpo eterico, nel quattordicesimo l’anima astrale, nel ventunesimo l’anima senziente, nel ventottesimo l’anima razionale, nel trentacinquesimo l’anima cosciente —, se ripensamo a questo, allora possiamo dire: nel periodo dal trentesimo al quarantesimo anno abbiamo a che fare con lo sviluppo dell’anima razionale e dell’anima cosciente.

L’anima razionale e l’anima cosciente sono quelle forze nella natura umana che più di tutte ci permettono di entrare in contatto con il mondo fisico esteriore, poiché esse emergono appositamente in quella fascia d’età in cui siamo maggiormente in scambio con il mondo fisico esteriore. Nella prima infanzia le forze del nostro corpo fisico vengono determinate da ciò che rimane ancora chiuso nel nostro interno. Ciò che l’uomo ha acquisito come cause in incarnazioni precedenti, ciò che è passato attraverso le porte della morte con noi, le forze spirituali che abbiamo raccolto, ciò che portiamo dalla vita precedente, tutto questo opera nel costruire il nostro corpo fisico. Opera costantemente, invisibilmente, dal nostro interno nel corpo. Con l’avanzare dell’età, tale influsso diminuisce sempre più; sempre più il tempo della vita ci avvicina al momento in cui le forze antiche hanno già costruito il corpo. Poi viene il tempo in cui affrontiamo il mondo con un organismo già completo. Ciò che portiamo dentro si è già espresso nel nostro corpo esteriore. Intorno ai trent’anni — potrebbe anche essere qualcosa prima o dopo — affrontiamo il mondo nel modo più fisicamente evidente; stiamo in relazione con il mondo così da esserne maggiormente affini al piano fisico. Se ora crediamo di avere la massima chiarezza, la chiarezza fisica esteriore riguardante le relazioni di vita che stiamo instaurando, dobbiamo dire: tali relazioni di vita sono quelle che per questa incarnazione hanno in realtà il minore legame con quello che nel nostro interno più profondo opera e tesse sin dalla nascita. Tuttavia possiamo presumere che non per caso intorno ai trent’anni veniamo insieme a determinate persone, che in quel momento devono comparire nel nostro ambiente. Possiamo piuttosto presumere che anche qui il nostro karma è all’opera, che anche queste persone hanno a che fare con una delle nostre incarnazioni precedenti.

I fatti della scienza dello spirito, diversamente ricercati, mostrano che molto frequentemente le persone con cui veniamo in contatto intorno ai trent’anni erano intessute karmicamente con noi cosicché possiamo collegarci a loro, per lo più all’inizio della incarnazione immediatamente precedente o anche prima, come genitori o fratelli. È inizialmente una trama straordinaria e sorprendente. Non deve essere necessariamente così, ma molti casi mostrano alla ricerca della scienza dello spirito che effettivamente è così: che realmente i nostri genitori, le persone che ci hanno affiancato al punto di partenza della nostra vita precedente, che ci hanno collocato nel piano fisico, da cui successivamente siamo cresciuti, sono intessute karmicamente con noi cosicché nella nostra nuova vita non vengono nuovamente con noi durante l’infanzia, bensì soltanto quando siamo maggiormente emersi nel piano fisico. Non deve essere così, poiché la ricerca della scienza dello spirito mostra molto spesso che veniamo nuovamente insieme a coloro che furono genitori o fratelli soltanto in una successiva incarnazione, coloro con cui in questa incarnazione ci trovammo intorno ai trent’anni. Così i contatti attorno ai trent’anni in una certa incarnazione possono dispiegarsi cosicché le persone in questione con noi sono congiunte di sangue in un’incarnazione precedente o successiva. Possiamo dunque dire: con le personalità con cui la vita ti riunisce nei tuoi trent’anni, eri insieme come con genitori e fratelli in un’incarnazione precedente, oppure puoi presumere che in una delle prossime incarnazioni essi saranno con te in tachetà.

Lo stesso vale al contrario. Se consideriamo quelle personalità che per forze esteriori adatte al piano fisico scegliamo il meno — così i nostri genitori e i nostri fratelli con cui ci incontrammo all’inizio della nostra vita —, possiamo accorgerci che spesso proprio le persone che ci guidano dall’infanzia nella vita, intorno ai trent’anni, in un’altra incarnazione le abbiamo scelte come fosse con piena libertà per mezzo delle nostre stesse forze. In altre parole, nel mezzo della vita precedente abbiamo scelto coloro che ora sono diventati i nostri genitori e fratelli.

Particolarmente affascinante è dunque il fatto che stranamente emerge così: il nesso non sta nel fatto che in incarnazioni successive siamo negli stessi rapporti con le personalità con cui veniamo in contatto; e neppure che siamo negli anni di vita corrispettivi come prima con loro. Neppure il contrario esatto è il caso: non le personalità con cui ci trovammo alla fine della vita stanno in relazione con l’inizio della nostra vita in un’altra incarnazione, bensì le personalità con cui nel mezzo della vita veniamo in contatto. Dunque né coloro che ora ci incontrano all’inizio della vita né coloro alla fine, bensì coloro che nel mezzo della vita vengono in contatto con noi erano all’inizio di un’incarnazione precedente come nostri consanguinei. Coloro che allora erano al principio della vita insieme a noi ora compaiono nel mezzo della nostra vita; e coloro che ora sono all’inizio della nostra vita possiamo presumere che nel mezzo di una delle prossime incarnazioni ci riuniremo con loro, che essi come nostri compagni di vita liberamente scelti verranno in relazione con noi. Così singolari sono i nessi karmici.

Ciò che ho ora esposto sono cose che la ricerca della scienza dello spirito rivela. Ma ho già fatto notare che, quando si considerano i nessi interiori come la ricerca della scienza dello spirito li mostra, tra l’inizio della nostra vita in un’incarnazione e il mezzo della nostra altra incarnazione, si comprende che non è qualcosa di irragionevole o inutile. L’altro lato è che per mezzo di tali cose, quando vengono portate a noi e noi ci poniamo razionalmente di fronte a esse, la vita diviene luminosa e chiara. Diviene luminosa quando non semplicemente accettiamo tutto in modo ottuso, per non dire stupido; diviene luminosa quando cerchiamo di comprendere ciò che ci accade nella vita così da rendere concreti i nessi, che altrimenti rimangono ancora incomprensibili finché si parla di karma solo in modo astratto e generale.

È utile riflettere: come mai intorno ai trent’anni siamo spinti dal karma, apparentemente con tutta la nostra intelligenza, a fare determinate conoscenze, di cui potremmo dire: non sembra forse che siano concluse indipendentemente, in modo oggettivo? Ciò dipende dal fatto che tali personalità nel periodo precedente erano legate a noi dal sangue, e il nostro karma ora le riunisce a noi, perché abbiamo a che fare con loro.

Se ogni volta effettuiamo tali considerazioni rispetto al corso della nostra vita, vedremo che realmente la luce entra nella nostra vita. Anche se talora ci inganniamo, e persino se fosse dieci volte errato: con un qualsiasi uomo che incontriamo, potremmo tuttavia scoprire ciò che è giusto. E se da tali considerazioni diciamo: questo uomo l’ho incontrato lì e là — un tale pensiero è qualcosa che ci funge da guida verso altre cose che non ci sarebbero altrimenti apparse, e che per il loro convergere ci procurano sempre più certezza della correttezza dei singoli fatti.

I nessi karmici non sono infatti tali da poter essere colti in un solo colpo. Dobbiamo acquisire gradualmente e lentamente le più alte conoscenze della vita, le conoscenze più importanti che illuminano la nostra vita. Gli uomini non amano credere a questo. È più facile credere che tramite un lampo luminoso si potrebbe scoprire: con queste e quelle personalità ero insieme in una vita precedente, oppure che ero una persona specifica. Che tutto ciò debba essere conoscenza lentamente acquisita può sembrare sgradevole; tuttavia è così. Anche se già nutriamo il sospetto che potrebbe essere così, dobbiamo comunque continuare a ricercare, e la nostra convinzione assumerà carattere di certezza. Anche per ciò che già destai probabilità in questa sfera, avanziamo mediante la ricerca, e condanniamo alla rovina il mondo spirituale se su tali terreni ci affidiamo a rapidi giudizi.

Provate a riflettere su quanto oggi è stato detto riguardante i contatti nel mezzo della vita e il loro nesso con le personalità più vicine a noi in un’incarnazione precedente. Giungerete a pensieri molto fecondi, specialmente se considerate ancora ciò che è stato detto nel trattato “L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza dello spirito”. Allora emerge chiaramente e distintamente che il risultato della vostra riflessione concorda con ciò che è detto in quel trattato.

Tuttavia, a quanto è stato detto oggi, deve aggiungersi un serio ammonimento: il ricercatore dello spirito autentico si guarda dal trarre conclusioni; egli lascia che le cose gli si avvicinino. Quando esse sono là, anzitutto le esamina con la logica ordinaria. Allora non può accadere ciò che di recente mi si è presentato e che caratterizza bene il modo in cui oggi si vuol presentare l’Antroposofia. Un signore molto intelligente — lo dico senza ironia, confessando pienamente che è davvero un uomo intelligente — mi disse: quando leggo ciò che nel vostro libro “La scienza occulta nei suoi lineamenti” è scritto, devo dire, sembra così logico, così connesso con le altre trame di fatti che il mondo mostra, che devo ammettere, potrebbe venirsi a queste cose anche mediante puro pensiero. Queste cose non devono essere il risultato di ricerca soprasensibile. Ciò che è detto in questo libro non sono cose dubbieose; concordano con la realtà. A questo signore potei assicurare che non credo sarei arrivato a ciò mediante puro pensiero, e che, con tutto il rispetto per la sua intelligenza, neppure credo che egli attraverso puro pensiero avrebbe scoperto questi fatti. È effettivamente così che tutto ciò che può essere logicamente compreso in ambito di scienza dello spirito non potrebbe affatto essere trovato mediante semplice pensiero! Che una cosa possa essere logicamente esaminata e compresa non dovrebbe comunque essere una ragione per dubitare della sua origine dalla scienza dello spirito! Anzi, ritengo che dovrebbe essere una sorta di conforto che le comunicazioni della scienza dello spirito possono essere riconosciute come inequivocabilmente giuste mediante pensiero logico. Non può davvero essere l’ambizione del ricercatore dello spirito di dire cose puramente illogiche affinché trovi credibilità. Vedete che il ricercatore dello spirito stesso non può stare sul terreno di trovare tali cose mediante pensiero. Tuttavia quando si riflette sulle cose trovate per via di scienza dello spirito, queste possono sembrare così logiche da sembrare troppo logiche, così che non si ha più alcuna fiducia nelle fonti di scienza dello spirito da cui provengono. Così è davvero con tutte le cose che si dice siano sorte dal terreno di pura ricerca di scienza dello spirito.

Se anche inizialmente vi sembra grottesco ciò che qui è stato detto, provate tuttavia a riflettere logicamente sulle cose. Non avrei davvero, se non mi fossero stati guidato dai fatti spirituali, ricavato dalla logica ordinaria; ma una volta che esiste, puoi esaminarlo logicamente. E allora vedrete: quanto più sottile, quanto più coscienzioso si procede all’esame, tanto più emergerà che tutto concorda. Persino su cose che non possono essere verificate quanto a giustezza, come quanto oggi è stato detto su genitori e fratelli di una vita e i contatti nel mezzo di un’altra vita, potrete già dal modo in cui i diversi momenti nei nessi si comportano, dovrete trovare che essi non solo sono probabili al massimo grado, ma sono impressioni che rassentano la certezza. E specialmente emerge una certezza ben fondata quando si esamina la cosa nella vita. In rapporto a molte personalità che si incontrano, vedrete il vostro comportamento e quello dell’altro in una luce del tutto diversa, se vi ponete di fronte a qualcuno che nella vita trovate nel mezzo della vita, come se nel periodo precedente fossero stati con voi come fratelli. E da ciò il rapporto intero diverrà molto più fecondo che se non si procedesse solo in modo ottuso attraverso la vita.

Così possiamo dire: l’Antroposofia diviene sempre più non solo qualcosa che dà sapere e conoscenza della vita, bensì qualcosa che ci fornisce istruzioni su come affrontare e rendere luminose le circostanze della vita, non solo per noi stessi, ma anche per il nostro comportamento verso la vita e per il nostro compito nella vita. È importante che non pensiamo di rovinarci la spontaneità della vita immediata. Soltanto persone timorose, che non intendono seriamente la vita, possono crederlo. Noi invece dobbiamo essere chiari nel fatto che, quanto più intimamente conosciamo la vita, tanto più la rendiamo feconda, consona al contenuto. Ciò che nella vita ci viene incontro deve, per mezzo dell’Antroposofia, essere inserito in una prospettiva per che tutte le forze divengono più ricche, più fiduciose, più portatrici di speranza di quanto non fossero prima di essere inserite in questo orizzonte.

5°Parte 2 - Reincarnazione e karma nella vita sociale

Stoccarda, 21 Febbraio 1912

Ieri si discutevano questioni che toccavano il karma umano, e si è tentato di trattarle in modo che apparissero collegate a processi interiori dell’anima; si potrebbe dire che esse apparissero ancorate a qualcosa di raggiungibile. Si è infatti evidenziato come si possano disporre certi fenomeni nel nostro mondo interiore in via sperimentale, e come si possa così provocare esperienze spirituali ben determinate, che devono condurci a una ferma convinzione della verità della legge karmica. Quando ripetutamente portiamo tali questioni nel campo della nostra considerazione antroposofica, ciò non è affatto arbitrario: dipende dal fatto che sempre più deve essere riconosciuto come la vera e propria antroposofia, nel senso autentico della parola, si rapporti alla vita e a tutto lo sviluppo umano. È certamente possibile formarsi un’idea almeno approssimativamente corretta di come tutta la vita umana dovrà cambiare gradualmente, quando un numero maggiore di persone avrà fatto propria la convinzione che fonda una considerazione come quella di ieri. La vita dovrà mutare, perché gli uomini, attraverso l’interiorizzazione di tali verità, si porranno diversamente di fronte a essa. Giungiamo così a una questione straordinariamente importante, che dovrebbe essere una questione di coscienza per coloro che si dedicano al movimento antroposofico: che cosa rende propriamente un uomo contemporaneo un antroposofo?

Certamente è facile cadere in fraintendimenti nel tentare di rispondere adeguatamente a questa domanda, poiché anche oggi molte personalità, incluse quelle che ci appartengono, confondono il movimento antroposofico con una qualche organizzazione esterna. Non si vuol dire nulla contro tale organizzazione esterna, che deve in qualche misura esistere affinché la coltivazione dell’antroposofia sia possibile sul piano fisico; ma è importante diventare chiari sul fatto che a un’organizzazione così caratterizzata possono in realtà appartenere tutti coloro che hanno un serio e sincero interesse per le questioni della vita dello spirito e che desiderano approfondire la loro concezione del mondo nel senso di tale movimento dello spirito. Con ciò è già detto che non può essere richiesto alcun dogma, alcuna professione di fede positiva da coloro che aderiscono a un’organizzazione così definita. Ma una cosa diversa è indicare chiaramente e con franchezza che cosa rende propriamente l’uomo contemporaneo un antroposofo.

La convinzione ordinaria che si tratti di un mondo spirituale è certamente l’inizio della convinzione antroposofica, e deve sempre essere sottolineata quando si porta l’antroposofia al pubblico e si parla dei suoi compiti, dei suoi fini, della sua missione presente verso il pubblico. Ma all’interno dei veri e propri ambienti antroposofici occorre diventare chiari sul fatto che qualcosa di molto più determinato, molto più esplicito della sola convinzione di un mondo spirituale caratterizza l’antroposofo. Dopotutto, questa convinzione di un mondo spirituale è sempre esistita nei circoli che non erano marcatamente materialisti. Ciò che rende l’uomo contemporaneo un antroposofo, ciò che in fondo non era ancora contenuto nella teosofia di Jakob Böhme o di altri mistici del passato, è qualcosa su cui la cultura del nostro Occidente ha lavorato con tutta la forza; in un certo senso, questo lavoro è divenuto una proprietà caratteristica dello sforzo di molte persone. E d’altro canto si contrappone il fatto che oggi questo, che caratterizza così peculiarmente l’antroposofo come tale, è ancora il più combattuto dalla cultura esterna, dall’istruzione umana esterna, è considerato come qualcosa di stolto.

Certo, per mezzo dell’antroposofia impariamo molte cose. Impariamo lo sviluppo dell’umanità, impariamo lo sviluppo della nostra Terra e del nostro sistema planetario. Tutte queste cose appartengono ai fondamenti dell’aspirante antroposofico. Ma ciò che qui è particolarmente significativo per l’antroposofo contemporaneo è il conseguimento di una convinzione riguardo alle questioni della reincarnazione e del karma. E il modo in cui gli uomini si appropieranno della convinzione di reincarnazione e karma, come troveranno la possibilità di condurre il pensiero di reincarnazione e karma nella vita generale: questo è precisamente ciò che trasformerà essenzialmente la vita moderna dal presente verso il futuro. Creerà forme di vita completamente nuove, una convivenza umana interamente nuova; una convivenza però quale è necessaria perché la cultura dell’umanità non vada incontro al declino, ma ascenda realmente, avanzi. Riflessioni di questo tipo, esperienze interiori dell’anima come quelle sottolineate ieri, può in fondo farle ogni uomo contemporaneo; e se ha solo sufficiente energia e capacità d’azione, giungerà certamente a una convinzione interiore della verità di reincarnazione e karma. Ma a ciò che la vera antroposofia intende realizzare si oppone, per così dire, tutto il carattere fondamentale della nostra epoca.

Questo carattere fondamentale della nostra epoca si esprime forse in nessun fatto così radicalmente caratteristico come in questo: che si può trovare un interesse più o meno grande per le questioni centrali relative a cose religiose, relative allo sviluppo dell’uomo e del mondo, anche relative a karma e reincarnazione. Ancora oggi si troverà un vasto interesse anche discutendo le dottrine positive specifiche dei singoli insegnamenti religiosi, diciamo riguardo alla natura del Buddha o del Cristo. Ma questo interesse diviene essenzialmente più debole, cala; cala assai presso coloro che oggi si chiamano antroposofi, quando si parla concretamente di come l’antroposofia debba penetrare in ogni dettaglio della vita esterna. Ciò è in fondo assai comprensibile. L’uomo sta immesso nella vita esterna; uno ha questo, un altro quell’incarico nel mondo. Si potrebbe dire che il modo in cui il mondo si presenta con i suoi attuali ordinamenti assomiglia quasi a un grande stabilimento; il singolo uomo vi è come una ruota. Così si sente nella vita con il suo lavoro, le sue preoccupazioni, con quello che l'occupa dalla mattina alla sera; e non sa nulla di diverso se non che deve adeguarsi a questo ordine mondiale esterno.

Accanto a ciò sorge allora la questione che deve stare dinnanzi a ogni anima che sappia un poco alzare lo sguardo da ciò che il quotidiano le offre: la questione del destino dell’anima, dell’inizio e della fine della vita dell’anima, del collegamento con le entità spirituali divine, con le forze del mondo. E fra ciò che la quotidianità offre all’uomo, di cui egli si preoccupa e così via, e ciò che riceve nel campo dell’antroposofia, sorge un abisso profondo, una voragine immensa. E si potrebbe dire: per la maggior parte degli uomini, e anche per gli antroposofi contemporanei, l’accordo fra la loro convinzione antroposofica e ciò che fanno e rappresentano nella vita quotidiana è quasi completamente assente. Basta sollevare una questione concreta in pubblico e trattarla in senso scientifico-spirituale, antroposofico, e si vedrà subito che l’interesse che era ancora presente per il trattamento di questioni religiose generali non esiste per tali questioni concrete. Ora non si può esigere che l’antroposofia penetri immediatamente nella vita, che ognuno già l'esprima nei suoi gesti quotidiani. Ma occorre attirare l’attenzione sul fatto che la scienza dello spirito antroposofica ha la missione di introdurre nella vita, di incorporare nella vita tutto ciò che deve conseguire da un’anima che gradualmente si è formata la convinzione che le idee di reincarnazione e karma sono realtà. Così si potrebbe porre come segno caratteristico dell’antroposofo contemporaneo che egli è sulla via di acquisire una convinzione fondata e interiore del vigore dell’idea di reincarnazione e karma. Tutto il resto, si potrebbe dire, consegue da ciò già di per sé come diretta conseguenza, come effetto derivato.

Naturalmente non può essere così che ognuno pensi: con quello che ricavo da reincarnazione e karma, ora affarro immediatamente la vita esterna. Questo naturalmente non funziona. Ma occorre sviluppare rappresentazioni di come reincarnazione e karma debbano penetrare nella vita esterna, così che possano diventare forze direttive della vita esterna.

Prendiamo dunque l’idea del karma, come il karma agisce attraverso le diverse incarnazioni dell’uomo. Allora, quando un uomo entra nel mondo, le sue capacità e forze devono essere infine considerate come il risultato delle cause che egli stesso ha posto in incarnazioni precedenti. Se seguiamo coerentemente questa idea, dobbiamo veramente trattare ogni uomo come una sorta di enigma interiore, come qualcosa da cui deve emergere ciò che dimora nei fondamenti oscuri delle sue precedenti incarnazioni. Non solo nell’educazione, ma in tutta la vita si produrrebbe un cambiamento assai significativo se si facessero sul serio con un’idea così del karma. E se questo fosse riconosciuto, l’idea del karma si trasformerebbe da un'idea meramente teorica in qualcosa che deve veramente intervenire nella vita pratica, che potrebbe divenire una questione genuinamente pratica della vita.

Tutta la vita esterna, così come oggi si presenta, è però dappertutto un’immagine di una tale connessione umana, formatasi con l’esclusione, anzi con la negazione dell’idea di reincarnazione e karma. E quasi come se si volesse soffocare tutte le possibilità che gli uomini potessero venire attraverso il proprio sviluppo dell’anima a scoprire che esiste reincarnazione e karma, così la vita esterna è oggi organizzata. Infatti, non esiste nulla che sia più ostile a una vera convinzione di reincarnazione e karma che il principio fondamentale della vita secondo che si deve riscuotere come salario per il lavoro compiuto una compensazione che corrisponda direttamente al lavoro. Certo, tale affermazione suona strana, davvero strana! Ora non dovete considerate la cosa come se l’antroposofia volesse rovesciare radicalmente i principi di una pratica di vita e introdurre da un giorno all’altro un nuovo ordine di vita. Questo non è possibile. Ma il pensiero dovrebbe appressarsi agli uomini: nel fondo, in un ordine mondiale dove si pensa che salario e lavoro debbano corrispondere immediatamente, dove cioè si deve guadagnare attraverso il proprio lavoro ciò che è necessario per la vita, non potrà mai germogliare una vera convinzione fondamentale di reincarnazione e karma. Naturalmente l’ordine di vita esistente deve per il momento rimanere così, perché proprio l’antroposofo deve riconoscere che ciò che esiste è stato di nuovo suscitato dall’ordine karmatico, e che in questa relazione esiste a buon diritto e di necessità. Ma deve assolutamente avere la possibilità di comprendere che, come un nuovo germe all’interno dell’organismo del nostro ordine mondiale, si sviluppa ciò che da una tale idea, riconosciuta, di reincarnazione e karma deve derivare e conseguire.

Innanzi tutto dalla legge del karma consegue che non siamo per caso — come credo emerga proprio dalla considerazione di ieri — posti nell’ordine del mondo, non siamo per caso collocati al posto dove ci troviamo nella vita, bensì che a questo collocamento giace a fondamento una sorta di decisione di volontà inconscia. Insomma, prima che entrassimo in questa esistenza terrena, che ci siamo elaborati dal mondo spirituale tra morte e nascita come risultato delle nostre incarnazioni precedenti nel mondo spirituale, avemmo la decisione di volontà di collocarci al posto dove stiamo. Una decisione che abbiamo semplicemente dimenticato quando ci siamo incarnati nel corpo. Così che il risultato di una nostra precedente, prenatale e preternale decisione di volontà ci colloca al nostro posto di vita e ci dota proprio della tendenza verso quegli eventi di destino che ci colpiscono. Quando l’uomo giunge alla convinzione della verità della legge karmica, non può che accadere che in un certo senso cominci ad avere inclinazione, anzi forse amore per il posto nel mondo che ha preso, qualunque sia il genere di questo posto.

Ora voi certo potete dire: sì, parli parole molto strane, curiose e strane! Con i poeti, gli scrittori, con altre persone che agiscono spiritualmente, questo può andare. Con loro puoi benissimo predicare che dovrebbero avere gioia, amore, dedizione verso il loro posto nella vita. Ma come sta con tutta quella moltitudine di uomini che occupano posti di vita che davvero inizialmente non sono adatti, per il loro contenuto e le loro attività, a esercitare simpatia sull’uomo, che sono invece adatti a suscitare nelle anime umane il sentimento di appartenere a personalità trascurate, oppresse dalla vita? Chi vorrebbe negare che una gran parte degli odierni sforzi culturali mira continuamente a introdurre miglioramenti nella nostra vita, che in qualche modo possono fornire rimedio a quella insoddisfazione verso un sì poco simpatico inserimento nella vita. Quante molteplici partizioni, quanti sforzi settari non esistono che vogliono migliorare la vita in ogni direzione, così che potrebbe subentrare almeno esteriormente una sorta di tollerabilità della complessiva vita terrena dell’umanità.

Ma tutti questi sforzi non contano con l’unico fatto: che il genere di insoddisfazione che per molti uomini oggi deve scaturire dalla vita è in molti modi strettamente collegato all’intero corso dello sviluppo dell’umanità; che fondamentalmente, proprio per il modo in cui gli uomini si sono sviluppati nei tempi antichi, sono giunti a un tale karma, e che dall’intreccio di questi molteplici carmi è derivato di necessità l’odierno stato dello sviluppo culturale umano. E se vogliamo caratterizzare questo stato della cultura, dobbiamo dire che si rivela nel massimo grado come complicato. Dobbiamo anche dire che ciò che l’uomo fa, ciò che esegue, è sempre meno collegato a ciò che l’uomo ama. E se oggi si contassero gli uomini che devono compiere un’attività nella loro posizione di vita esteriore che non amano, il loro numero sarebbe davvero molto maggiore di coloro che si professano: io non posso dire diversamente se non che amo la mia attività esterna, che mi rende felice e contento.

Poco tempo fa ho sentito un uomo rivolgere a una personalità amica parole curiose. Disse: quando considero la mia vita con tutti i suoi dettagli, devo dire che, se dovessi ricominciare questa vita da capo in questo momento e potessi viverla esattamente come la desidererei, rifarei le stesse cose che ho fatto finora. Allora la personalità amica rispose: allora lei appartiene agli uomini che oggi è più difficile trovare. Probabilmente questa persona ha ragione riguardo alla maggior parte degli uomini contemporanei. Non sono molti i contemporanei che potrebbero affermare che, se dipendesse da loro, ricomincerebbero subito la vita con tutto ciò che ha portato di gioia, di dolore, di colpi di destino, di ostacoli, e sarebbero completamente soddisfatti se essa offrisse loro di nuovo esattamente le stesse cose. Non si può dire che il fatto riferito, cioè che ci sono così pochi uomini oggi che riprenderebbero il loro karma attuale con tutti i suoi dettagli, non sia collegato a tutto quello che lo stato culturale attuale ha portato. La nostra vita è divenuta più complicata, ma è divenuta così per mezzo dei molteplici carmi dei singoli uomini che oggi vivono sulla Terra. Questo è indubbio. Per colui che vede un poco il corso dello sviluppo dell’umanità, la situazione non sta così che potremmo aspettarci nel futuro una vita meno complicata. Al contrario, la vita diventerà sempre più complicata! La vita esterna diventerà sempre più complicata, e anche se in futuro tante attività saranno tolte all’uomo dalle macchine, non ci sarà che in misura minima la possibilità di vite che rendano felici gli uomini in questa incarnazione fisica, se non intervengono condizioni completamente diverse da quelle efficaci nella nostra cultura. E queste altre condizioni devono essere quelle che derivano dalla saturazione dell’anima umana con la verità di reincarnazione e karma.

Attraverso questa verità si riconoscerà che con la complicazione della cultura esterna avanza parallelamente qualcos’altro di completamente diverso. Che cosa sarà necessario affinché gli uomini siano sempre più penetrati dalla verità di reincarnazione e karma? Che cosa sarà necessario affinché il concetto di reincarnazione e karma, come deve veramente accadere se la nostra cultura non deve subire un declino, penetri, in un tempo relativamente assai breve, nella nostra istruzione scolastica in modo da afferrare già gli uomini nell’infanzia, come oggi la convinzione della correttezza del sistema copernicano afferra il bambino?

Che cosa è stato necessario affinché il sistema copernicano conquistasse le anime? Con il sistema copernicano è una faccenda molto particolare. Non voglio parlare del sistema copernicano in sé, ma solo del suo ingresso nel mondo. Pensate soltanto che il sistema copernicano è stato concepito da un canonico cristiano, e che Copernico poteva pensare a questo sistema così da dedicare l’opera nel che l'aveva sviluppato al Papa. Poteva credere che fosse completamente nello spirito del cristianesimo ciò che aveva concepito. Esisteva allora una prova del copernicanesimo? Qualcuno poteva provare ciò che Copernico aveva concepito? Nessuno poteva provare il copernicanesimo. Eppure, pensate alla rapidità con cui si diffuse nell’umanità! Da quando si può provarlo? In modo abbastanza sicuro, per quello che è giusto, solo dagli anni cinquanta del diciannovesimo secolo, solo dal tentativo del pendolo di Foucault. Non c’era prima nessuna prova che la Terra si muove. È assurdo affermare che Copernico avesse potuto provare tutto ciò che aveva esposto come ipotesi e compreso; questo vale anche riguardo all’affermazione che la Terra si muove attorno al suo asse.

Solo quando si scoprì che il pendolo oscillante ha la tendenza a mantenere il suo piano di oscillazione anche rispetto alla rotazione della Terra, e che quando si fa oscillare un pendolo lungo, la sua direzione di oscillazione si modifica rispetto alla superficie terrestre, si potette concludere: la Terra deve essere ruotata sotto il pendolo. Questo tentativo, che in realtà è il primo vero e proprio fondamento di ciò che la Terra si muove, è stato fatto solo nel diciannovesimo secolo. Prima non c’era la possibilità di considerare il copernicanesimo come qualcosa di diverso da un’ipotesi. Eppure ha agito talmente sulla natura dell’anima umana moderna che, mentre Copernico credette di poter dedicare la sua opera al Papa, essa rimase sull’Indice fino al 1822. Solo nel 1822 l’opera sul che è costruito il copernicanesimo fu tolta dall’Indice. Fu tolta dunque prima che esistesse una vera prova della concezione di Copernico. La forza dell’impulso con cui il sistema copernicano penetrò nell’anima umana, il copernicanesimo stesso costrinse la Chiesa a riconoscerlo come qualcosa che non è eretico.

Mi è sempre parso profondamente caratteristico che, quando ero un piccolo ragazzo, questa conoscenza del movimento della Terra mi sia stata per la prima volta presentata a scuola da un prete, non da un maestro. E chi vorrebbe negare che il copernicanesimo si sia radicato, che si sia radicato fino nella mente del bambino? Ma non vogliamo ora parlare delle sue verità e dei suoi errori.

Così deve radicarsi — ma l’umanità non ha così tanto tempo come ebbe per l’accoglimento del copernicanesimo — se la cultura dell’umanità non vuol incontrare un declino, la verità di reincarnazione e karma. E coloro che oggi si denominano antroposofi sono chiamati a fare la loro parte affinché la verità di reincarnazione e karma si riversi fino nella mente del bambino. Con ciò naturalmente non si vuol dire che gli antroposofi che hanno figli debbano insegnare questo ai loro figli come un dogma. Occorre avere consapevolezza di queste cose.

Non ho portato invano il copernicanesimo. Da ciò che ha procurato il successo al copernicanesimo possiamo imparare che cosa può procurare al pensiero di reincarnazione e karma i suoi successi culturali. Che cosa apparteneva dunque al fatto che il copernicanesimo si diffondesse così rapidamente? Ora devo dire qualcosa di terribilmente ereticale, qualcosa di terribilmente scioccante per l’uomo moderno. Ma appunto si tratta che l’antroposofia sia presa dagli antroposofi con la stessa serietà e significanza con cui il cristianesimo fu preso dai primi cristiani al suo primo sorgere, che si posero anch’essi in contrasto con ciò che allora era. Se l’antroposofia non è presa così seriamente dai suoi confessori, non può compiere per l’umanità quello che deve compiere.

Dunque devo dire qualcosa di scioccante, e consiste in questo: il copernicanesimo, ciò che gli uomini oggi imparano come sistema copernicano, a cui davvero non deve essere negato il suo grande merito e quindi il suo significato come fatto culturale di prim’ordine, ha potuto radicarsi nell’anima umana per il fatto che si poteva essere un uomo superficiale per essere seguace di questo sistema. Superficialità ed esteriorità appartenevano al fatto di convincersi più rapidamente del copernicanesimo. Con ciò non si intende minimizzare il significato di Copernico per l’umanità. No; ma può dirsi che non si deve essere una persona molto profonda, che non ci si deve interiorizzare, anzi ci si deve esteriormente superficializzare per essere seguaci del copernicanesimo. E certamente è stato necessario un altissimo grado di superficializzazione dell’animo umano affinché gli uomini potessero trovare affermazioni così come quelle triviali che si trovano nei moderni libri monistici, dove si dice con una certa entusiasmo: la Terra, così come gli uomini l'abitano, è un granello di polvere nell’universo rispetto agli altri mondi. Questa è una tirata triviale, per il semplice motivo che questo granello di polvere in tutti i suoi dettagli riguarda gli uomini sulla Terra, mentre le altre cose che si estendono nell’universo e con cui la Terra si confronta, riguardano poco gli uomini. Dovette superficializzarsi completamente lo sviluppo dell’umanità per divenire, per così dire, rapidamente capace di accogliere il copernicanesimo.

Ma che cosa deve fare l’umanità per appropriarsi della dottrina di reincarnazione e karma? Questa dottrina deve avere successo molto più rapidamente se l’umanità non vuol andare incontro al suo declino. Ma che cosa è necessario affinché si radichi nella mente del bambino?

Esteriore superficializzazione era necessaria per il copernicanesimo; interiorizzazione è necessaria per penetrare nelle verità di reincarnazione e karma; la capacità di prendere seriamente tali cose come abbiamo discusso ieri, la capacità di entrare in esperienze interiori dell’anima, in intimità dell’animo, in tali cose che ogni anima deve vivere nei fondamenti interiori profondi del suo stesso nucleo di essenza. Ciò che è derivato dal copernicanesimo per la cultura contemporanea si espone oggi dappertutto, in tutti gli scritti divulgativi, e si vede un particolare vantaggio nel fatto che tutto questo può essere presentato agli uomini in immagini, possibilmente in riprese cinematografiche. Già questo caratterizza l’immensa superficializzazione di questa cultura.

Si potrà mostrare poco in immagini, si potrà comunicare poco circa le intimità di quelle verità che si raccolgono nelle parole reincarnazione e karma. Nella formazione e interiorizzazione di tali cose come sono state enunciate ieri riposa il modo come gli uomini arriveranno a comprendere che la convinzione di reincarnazione e karma è fondata. Così il polo opposto sarà necessario affinché le idee di reincarnazione e karma penetrino nell’umanità: l’opposto di ciò che è completamente banale nella cultura esterna contemporanea. Per questo si deve insistere affinché questa interiorizzazione si realizzi veramente nel campo antroposofico. Se è vero che non si vuol negare che certe rappresentazioni schematiche possono essere utili per la comprensione delle verità fondamentali, tuttavia si deve dire: la cosa più importante nel campo antroposofico è l’indirizzo verso le leggi operanti nella profondità dell’anima, verso ciò che agisce sotto le forze dell’anima in modo simile, come le leggi fisiche esterne operano negli spazi di tempo e spazio.

Ma anche di questi singoli elementi di leggi karmiche gli uomini oggi capiscono molto poco. Possiamo leggere ciò da cose che ancora e ancora vengono ripetute dalla cultura esterna. Chi oggi, come uomo illuminato dalla cultura esterna, non penserebbe che l’umanità sia andata oltre il suo stadio di infanzia, in cui credeva, e sia entrata nella sua età adulta, dove può sapere. Tali discorsi vengono recitati ripetutamente, e molte cose procédono da tali affermazioni che fuori confondono gli uomini, ma non dovrebbero mai confondere gli antroposofi, affermazioni come questa: che la conoscenza deve sostituire la fede.

Ma tutti questi discorsi su fede e conoscenza non contano con tali cose che si possono chiamare correlazioni karmiche nella vita. Se colui che è in grado di fare ricerche occulte presso particolari nature, devotamente credenti, contemporanee, se si volge intorno e si chiede: perché questo o quell’uomo è una personalità particolarmente credente? Perché l’ardore della fede, l’entusiasmo, perché in questo o quell’uomo esiste propriamente un genio per la devozione religiosa, per l’orientamento del pensiero verso il mondo sovrasensibile? Se ci si pone queste domande, si riceve una risposta curiosa. Se si risale presso tali nature credenti, presso che magari la fede appare come fatto importante della loro vita solo in un’età più avanzata, alle incarnazioni precedenti, si trova il fatto curioso che si tratta di individualità che nelle incarnazioni precedenti, anteriori, erano esseri conoscenti. La conoscenza della loro incarnazione precedente, l’elemento razionale della ragione dell’incarnazione anteriore si è trasformata propriamente nell’elemento di fede dell’incarnazione presente. Qui abbiamo uno di quei fatti karmici curiosi che si pone accanto a un altro fatto così strano: quando ci si accosta a persone, a persone che come particolarmente materialiste non credono più, ma vogliono solo sapere — mi scusi se dico qualcosa che certo non shock nessuno di voi seduti qui, ma piuttosto molti di coloro che stanno fuori, che giurano solo su ciò che i sensi e l’intelletto limitato al cervello offrono —, si trova — è un fatto interamente enigmatico — stupidità nella incarnazione precedente. Così che la vera investigazione delle varie incarnazioni fornisce questo singolare risultato: che proprio nature credenti entusiaste, che non sono fanatiche, ma stanno internamente ferme nell’orientamento del loro essere verso i mondi superiori, edificarono questa fede del presente su una conoscenza che si erano acquisita in incarnazioni precedenti, mentre la conoscenza su fondamenta materialistiche è stata acquisita attraverso la stupidità di fronte alle concezioni del mondo in incarnazioni precedenti.

Considerate come la concezione della vita intera cambia quando si dirige così lo sguardo da ciò che si vive nel presente immediato a ciò che l’individualità umana sperimenta nel suo passaggio attraverso le varie incarnazioni!

Allora molte cose di cui l’uomo è orgoglioso nell’incarnazione presente appaiono strane quando le si considera nella correlazione, nel modo come sono state acquisite nell’incarnazione precedente. Quando le si considera dal punto di vista della reincarnazione, molte cose non appaiono così incredibili. Basta considerare l’uomo solo nel modo come si sviluppa sotto l’influenza di queste forze interiori dell’anima in un’incarnazione. Basta considerare la forza dell’anima della fede, la forza che l’uomo può avere nella fede in qualcosa che si eleva come sovrasensibile al di sopra delle manifestazioni ordinarie dei sensi. Un materialista monista moderno può resistere ancora quanto vuole, può dire: conta solo la conoscenza, la fede non ha un fondamento sicuro — di fronte a lui vale un altro fatto, il fatto che proprio l’atteggiamento dell’anima della fede agisce vivificante sul nostro corpo astrale, mentre l’incredulità, l’incapacità di credere dissecca il corpo astrale, lo fa appassire. Come il nutrimento agisce sul corpo fisico, così la fede agisce sul corpo astrale. E non è di importanza riconoscere che cosa la fede compie per l’uomo, per la sua salvezza, per la sua salute dell’anima e — perché questa è anche l’efficace per la salute corporea — per questo corpo? Non è strano se si vuol abolire la fede da una parte e dare spazio alla conoscenza, e se dall’altra lato vale che un uomo che non può credere deve ottenere un corpo astrale disseccato, appassito? Se questo veramente deve essere considerato bene, può accadere se solo si considera la vita unica. Infatti, per riconoscere che un uomo senza fede ottiene un corpo astrale disseccato, non occorre considerare le incarnazioni che si susseguono, basta considerare l’uomo in un’incarnazione. Possiamo quindi dire: l’incredulità dissecca il nostro corpo astrale, ci rendiamo poveri attraverso l’incredulità; nell’incarnazione successiva dissecchiamo la nostra individualità. Diventiamo stupidi per l’incarnazione successiva e incapaci di acquisire conoscenza attraverso l’incredulità. È una logica vana, secca, sobria se si contrappone la conoscenza alla fede. Per colui che vede nelle cose, tutte le tirate su fede e conoscenza hanno pressappoco il significato che avrebbe una discussione fra due persone, di cui un'affermasse che finora gli uomini avevano più importanza per lo sviluppo umano, l’altra dicesse le donne. Nell’era infantile dell’umanità il genere aveva dunque importanza, ora invece l’altro. Per il conoscitore dei fatti spirituali è chiaro: come nel esterno, nella vita fisica i due generi si comportano, così si comportano fede e conoscenza. Questo dobbiamo cogliere come fatto netto e significativo, e così vediamo correttamente. Il parallelismo arriva fino al punto che possiamo dire: come un uomo — l’abbiamo sottolineato spesso — alterna il genere nelle successive incarnazioni, così che di solito alterna fra uomo e donna, così di solito segue a un’incarnazione più credente un’incarnazione più razionale, poi di nuovo una più credente e così via. Eccezioni esistono naturalmente, così che possono anche susseguirsi diverse incarnazioni maschili o femminili.

Ma le cose stanno in generale in reciproca fecondazione e complementarità. Ma ancora altre forze degli uomini stanno in simile complementarità, per esempio le due capacità dell’anima che vogliamo designare come capacità di amore e forza interna, così che nell’uomo riposa il sentimento del sé, l’armonia interna, l’essere costruito su se stesso, e sappiamo ciò che dobbiamo fare nella vita. Anche in questo senso il karma umano agisce in alternanza nelle varie incarnazioni, in quanto in un’incarnazione di un uomo esalta più l’amore devoto per il suo ambiente, una sorta di auto-oblio, una sorta di dissoluzione nel suo ambiente. E un’incarnazione così si alterni con un’incarnazione dove l’uomo di nuovo si sente più chiamato a non perdersi verso l’esterno, ma a rafforzarsi nel suo interno, così da usare la forza per procedere egli stesso. Naturalmente quest’ultimo non deve degenerare in mancanza di amore, così come il primo non deve degenerare e non può in una perdita completa del proprio sé. Queste due cose appartengono di nuovo insieme. Ed è bene sottolineare continuamente che non è sufficiente se gli antroposofi vogliono fare un sacrificio. Molti uomini vogliono volentieri e volentieri fare molti sacrifici — ma per compiere sacrifici utili al mondo, l’uomo deve prima avere la forza per questi sacrifici. L’uomo deve prima essere qualcosa, prima di potersi sacrificare, altrimenti il sacrificio dell’io non ha grande valore. È anche in un certo senso una specie di — anche se trattenuto — egoismo, di comodità, se non si lotta per perfezionarsi, per progredire ulteriormente, così che ciò che si può compiere sia anche qualcosa di prezioso.

Potrebbe sembrare — ma vi prego di non fraintendere — come se predicassimo la mancanza di amore. È così: la mondiale esterna facilmente rimprovera l’antroposofo oggi: voi aspirate a perfezionare la vostra anima, a procedere riguardo alla vostra anima! Diventate egoisti! Ora deve essere concesso che molte stranezze, molte difettosità e errori in questo sforzo umano verso la perfezione possono sorgere. Non si deve sempre avere semplicemente simpatia con quello che molto frequentemente sorge fra gli antroposofi sotto il principio dello sviluppo. Dietro questo sforzo c’è spesso straordinariamente molto egoismo inammissibile.

D’altro canto deve essere sottolineato che viviamo in un’epoca, in un’epoca culturale, in cui incredibilmente molta dissipazione si compie proprio di volontà devota di sacrificio. Se anche l’assenza di amore esiste dappertutto, allora esiste anche tremendamente molta dissipazione di amore e volontà di sacrificio. Questo non deve essere frainteso; ma si deve essere chiari che l’amore, se non viene con una guida saggia della vita, con una saggia visione delle circostanze appropriate, può trovarsi nel luogo sbagliato e così piuttosto danneggiare che aiutare gli uomini.

Viviamo nell’epoca in cui una gran numero di persone ha bisogno che di nuovo penetri nell’anima qualcosa che possa far progredire l’anima, di nuovo qualcosa di ciò che l’antroposofia porta, per rendere la loro anima più ricca, più piena di contenuto. L’umanità deve aspirare per la prossima incarnazione e anche già per l’agire tra morte e nuova nascita a ciò che possono essere azioni che non si basano solo su vecchia tradizione, ma sono azioni nuove. Queste cose devono essere completamente considerate con grande serietà e vera dignità, perché deve stabilirsi come fatto che l’antroposofia ha una missione, che essa è come un germe culturale che deve crescere e sbocciare nel futuro. Come ciò però si compie nella vita, lo possiamo intendere meglio se afferriamo tali correlazioni karmiche come fede e ragione, amore e sentimento di sé. Quell’uomo che nel senso dello sviluppo dei nostri tempi è convinto che, quando si passa attraverso la porta della morte, segue immediatamente un’eternità non terrestre, da qualche parte fuori dal mondo, questi non potrà mai giungere a una vera valorizzazione del progresso dell’anima, perché dirà a se stesso: se c’è un progresso, non puoi conformarlo completamente come tale, poiché sei solo provvisoriamente, solo una breve stagione in questo mondo e devi solo prepararti per l’altro mondo.

Eppure è così che diventiamo saggissimi in ciò che abbiamo mancato. Impariamo da ciò che abbiamo mancato. Proprio da ciò che non ci è riuscito diventiamo più saggi. E domandate seriamente a voi stessi: quante volte avete l’occasione di ripetere nella stessa situazione di prima ciò che avete mancato? Raramente cette situazione si ripresenterà. E non sarebbe la vita qualcosa di profondamente insensato se la sapienza della vita che possiamo acquisire dagli errori andasse perduta per questa umanità terrena? Solo allora, se possiamo tornare, se in una vita completamente nuova possiamo applicare ciò che abbiamo acquisito come esperienza di vita in vite precedenti, solo allora la vita ha senso. Per questo è insensato aspirare affatto alla perfezione dell’anima, sia per questa esistenza terrena, se considerata come unica, sia per quell’eternità non terrena.

Ancor più insensato è per coloro che dopo il passaggio attraverso la porta della morte considerano tutto l’essere come finito. Che forze, che energie e che sicurezza di vita darebbe agli uomini se sapessero che possono utilizzare la forza che sembra persa in una vita nuova! La cultura del presente è quale è perché straordinariamente poco è stato raccolto per questa cultura nelle incarnazioni che l’uomo ha prima attraversato. Veramente, le anime sono impoverite nelle successive incarnazioni. Da dove viene che le anime sono impoverite?

Volgiamo lo sguardo a quei tempi antichissimi che precedono il Mistero del Golgota; allora c’era ancora un antico chiaroveggenza, c’erano ancora forze di volontà magica. Così era ancora fino ai tempi cristiani. Ma ciò che sporgeva dalle mondi superiori negli ultimi tempi dell’antico chiaroveggenza era solo il male, il demoniaco. Ovunque vediamo nei Vangeli circostanze demoniache circostanti il Cristo Gesù. Ciò che nei tempi antichi era nelle anime umane come collegamento originario con le forze e le entità spirituali divine era stato perduto dalle anime. Poi il Cristo entrò nell’umanità. Gli uomini che vivono attualmente hanno vissuto due, tre o quattro incarnazioni da quel momento, a seconda del loro karma. Come il cristianesimo ha agito fino a ora, così ha dovuto agire, perché anime deboli, svuotate erano nell’umanità. Non poteva spiegare la sua forza interiore perché anime deboli erano nello sviluppo dell’umanità. Come questo era il caso, lo si può apprezzare se si guarda un’altra ondata della cultura umana, cioè quell’ondata che in Oriente ha condotto lo sviluppo umano al buddhismo. Il buddhismo ha la convinzione di reincarnazione e karma, ma l’ha cosicché considera il corso dello sviluppo umano come se avesse solo il compito di portare l’uomo fuori dalla vita il più rapidamente possibile. In Oriente agisce un’ondata in cui l’impulso di esistenza non era più presente. Così vediamo come tutto ciò che dovrebbe entusiasmare l’uomo per la sua missione terrena, determinarlo, tutto ciò è cessato presso i seguaci di quell’ondata culturale che sostiene il buddhismo. E se il buddhismo vincesse una diffusione particolare in Occidente, ciò sarebbe una prova che quelle anime sono numerose che appartengono alle più deboli, alle più incapaci di vita, perché sarebbero loro ad accoglierlo. Ovunque il buddhismo potesse presentarsi in qualche forma in Occidente, sarebbe una prova che le anime vogliono uscire dalla missione terrena il più rapidamente possibile, che non riescono a farsi paz con essa.

Quando il cristianesimo si diffuse nell’Europa meridionale e fu acquisito dai popoli settentrionali, allora queste anime popolari erano forti nella loro forza istintiva. Si incorporarono il cristianesimo, ma inizialmente poteva solo enfatizzare i suoi lati esterni, cioè quello per che è particolarmente importante che l’uomo nella cultura presente possa raggiungere un approfondimento dell’impulso di Cristo, così che questo impulso di Cristo diventi la forza più intima dell’anima umana stessa e perciò l’anima diventi sempre più ricca e sempre più intima, mentre avanza verso il futuro. Le incarnazioni più deboli hanno attraversato le anime umane; il cristianesimo le ha inizialmente supportate esternamente. Ora sono venuti i tempi in cui le anime devono diventare interiormente forti e potenti. Perciò in futuro importerà poco che cosa l’anima farà nella vita esterna. Ma dipenderà dal fatto che si ritrovi da sola, che si interiorizzzi, che acquisti rappresentazioni di come introdurre l’interiorità nella vita esterna, come portare avanti la missione terrena con ciò che si acquisisce in coscienza, in forte interiorità, attraverso la penetrazione con le verità di reincarnazione e karma.

Se l’inizio è fatto anche solo modestamente con la penetrazione delle idee di reincarnazione e karma nella vita, questi inizi modesti sono però di importanza straordinaria. Quanto più arriviamo a giudicare l’uomo per così dire secondo le sue capacità interiori, a interiorizzare la vita, tanto più portiamo avanti ciò che deve essere il carattere fondamentale di un’umanità futura. La vita esterna diventerà sempre più complicata, ciò non si può arrestare; ma le anime si troveranno nell’interiorità. Là il singolo può compiere esternamente questa o quell’attività; ciò che è bene interiore dell’anima riunirà nel corso della vita antroposofica le singole anime e farà sì che questo corso antroposofico sempre più possa fluire anche nella cultura esterna. Sappiamo che l’intera vita esterna è rafforzata quando l’anima trova la sua realtà nell’antroposofia; per questo si trovano insieme persone di tutte le singole direzioni della vita esterna, di tutte le singole professioni della vita esterna e di tutti i singoli caratteri della vita esterna. L’anima del movimento culturale esterno stesso è creata da ciò che può venirci incontro nell’antroposofia: animazione della vita esterna. Affinché ciò possa accadere, deve prima penetrare nell’anima la coscienza dell’importante legge karmica. Quanto più avanziamo verso il futuro, tanto più deve il singolo sentire in sé l’animazione dell’intera vita.

Attraverso le leggi esterne, le istituzioni esterne, la gestione della vita esterna diventerà così complicata che gli uomini non si orienteranno più. Al contrario, attraverso la penetrazione con la legge karmica nell’anima si insedierà la conoscenza di ciò che essa deve fare, per trovare da se stessa il cammino attraverso il mondo. Lo troverà meglio là dove le cose sono regolate dalla vita dell’anima interna. Abbiamo nella vita tali cose in cui tutto procede bene perché ognuno segue l’impulso interno che lo guida sicuramente. Una tale cosa è per esempio il camminare per strada. Non è affatto prescritto a ognuno da quale lato della strada debba spostarsi. Eppure due persone che si incontrano non si scontrano ogni volta, perché c’è una necessità interna che seguono. Diversamente si dovrebbe posizionare accanto a ogni persona un vigile che le ordini di andare a sinistra o a destra. È vero che c’è l’aspirazione in certi circoli che l’uomo abbia sempre da un lato un vigile, dall’altro un dottore; questo non si può ancora realizzare! Ma si procede meglio dove si segue l’interno spontaneo. Affinché ciò avvenga nella convivenza umana, questo deve essere diretto al rispetto umano, deve considerare la dignità umana. E ciò può accadere solo se gli uomini siano afferrati come possono essere afferrati quando la legge di reincarnazione e karma è considerata. Questa convivenza umana si realizzerà su un livello più elevato solo quando nelle anime penetrerà il significato di questa legge di reincarnazione e karma. Questo ce lo mostra meglio una considerazione concreta come quella della correlazione fra fede, ardore e conoscenza, fra amore e sentimento di sé; una considerazione di questo genere come quella che abbiamo compiuto ieri.

Non senza ragione ho voluto tenere davanti a voi conferenze come quella di ieri e quella di oggi. Non si tratta tanto di ciò che si dice; questo potrebbe essere detto diversamente. Ciò che è stato detto ieri e oggi non sembra avere importanza in primo luogo. Di importanza mi sembra sia il fatto che coloro che si dedicano al movimento culturale dell’antroposofia si penetrino talmente con le idee di reincarnazione e karma da acquistare coscienza di come la vita dovrà cambiarsi quando la coscienza di reincarnazione e karma sarà presente in ogni anima umana.

La vita culturale contemporanea si è formata proprio con l’esclusione della coscienza di reincarnazione e karma. E questo è il più significativo, ciò che l’antroposofia introdurrà, che queste cose ora veramente afferrino la vita, che permei la cultura e così nel sostanziale la trasformino.

Come si comporta un uomo contemporaneo che dice: reincarnazione e karma sono fantasie, sciocchezze, si vede come gli uomini nascono e muoiono, ma che qualcosa esca al momento della morte, ciò non si vede, quindi non se ne deve tenere conto —, come si comporta un tale uomo rispetto a colui che dice: non lo si vede uscire, ma si possono calcolare queste leggi e allora si spiegano tutti i processi della vita, si riesce ad afferrare certe cose altrimenti inspiegabili —, così si comporterà la cultura del presente con quella del futuro, che allora abbraccerà le leggi, la dottrina di reincarnazione e karma. E se questi due non hanno avuto alcun ruolo come pensieri generali dell’umanità nel costituirsi della cultura presente, in tutte le culture future questi insegnamenti avranno un ruolo assolutamente primario!

Che l’antroposofo senta come in tal modo collabora al sorgere di una nuova cultura, questo deve vivere nella sua coscienza. Questo sentimento, questo sentire dell’importanza intensiva di reincarnazione e karma per la vita, questo sarebbe qualcosa che potrebbe oggi tenere insieme un gruppo di persone, indipendentemente dalle circostanze esterne in cui si trovano. Le persone che sono tenute insieme da siffatta disposizione d’animo possono solo trovarsi insieme per mezzo dell’antroposofia.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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